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sabato 7 dicembre 2013

Sciascia non apprezzava molto Pietro D'Asaro


Apprezziamo molto questa iniziativa di SEMPLICEMENTE RACALMUTO didi proiettarci vecchie foto che vanno scandendo squarci di una Racalmuto qual era e quale oggi sempre più va scadendo  nell’oblio delle sue memorie.

 

Ma in questa foto viene annotata una sintesi di quanto pubblicato nel catalogo della celebre e celebrata mostra patrocinata da Leonardo Sciascia per onorare una gloria di Racalmuto che corrisponde al Monocolo, il pittore Secentesco Pietro d’Asaro.

Pietro d’Asaro ultimamente è stato accreditato dai massimi cultori del Caravaggio: al nostro paesano tra l’altro gli si riconosce il merito i dedicarsi anche lui ad una vivificante rappresentazione di nature morte che appunto da Caravaggio cominciarono a divenire soggetto pittorici fantasmatici segnando l’abbandono dell’umanesimo, l’uomo al centro dell’universo e di riflesso di un quadro, per cedere il posto alla natura e ai prodotti dell’uomo. Una corrente pittorica che ebbe poi la svolta e la grande consacrazione in Cezane e da questi, per quanto riguarda noi siciliani, a Francesco Trombadori.

 

Sciascia non fu  mai grande estimatore del conterraneo pittore.  Diciamo che non stravide per Pietro d’Asaro. Credo che malvolentieri dovette celiare condivisione sentita per l’iniziativa della mostra. Nel presentarla, si rifugia nell’erudizione, richiama Guicciardini e si inventa per Racalmuto un momento felice “grazie alla simultanea presenza di un prete che vuole una chiesa ‘bella’ e vi profonde il suo denaro, di un pittore, di un medico illustre, di un teologo e di un eretico”. Certo in quel tempo Sciascia era tutt’altro he un “rondista” ma nella sua pur asciutta prosa molto scarno appare nell’omaggiare il celebrando pittore. E non lo gratifica neppure di u n pur semplice aggettivo di circostanza.

 

Meraviglia invece quell’indugiare sul generoso prete che è poi Santo d’Agrò accreditando di un encomio desunto da una topica storica del citato Tinebra. No, Santo d’Agrò non volle nessuna chiesa “bella” e i soldi del suo testamento dovevano servire solo per una “bella” tumulazione alla Matrice,- E sopra tale toma dopo fu apposta dagli eredi questa pala che si attrbuisce (ma non è certo)  a D’Asaro.

 

Leonardo Sciascia a 25  anni aveva scritt0: “ Pietro Asaro, pittore locale non ignobile e di vita inquieta che ha qui [a Racalmuto] lasciato, quasi in ogni chiesa, familiari santi e monumenti della passione.” Addirittura di squincio ebbe a tacciare l’Asaro come familiare del Santo Ufficio. Ma poi dovette desistere pe inesistente documentazione.

 

Leonardo Sciascia ha invece qualche occhio di riguardo per il prete Santo d’Agrò. Accredita, come detto,  fandonie del Tinebra. Noi abbiamo cercato di ridimensionare quelle fantasiose elucubrazioni sui meriti dell’Agrò. Ma niente. Qui continuiamo ed essere negletti. Avevamo sintetizzato nostre ricerche con queste considerazioni. Le riportiamo in contradditorio delle affermazioni storiche che come cartiglio si portano sotto il quadro della Maddalena.

 

“A Racalmuto, nella cura delle anime, allo Sconduto era succeduto il sac. dott. Giuseppe Cicio che dopo un quinquennio cessò i suoi giorni terreni (+ 6 novembre 1636). Il successore nell’arcipretura, D. Antonino Molinaro (28 febbraio 1637)  dura ancor meno. Subito dopo muore don Santo d’Agrò (+ 22 luglio 1637) cui infondatamente Tinebra Martorana, Sciascia e qualche altro ricercatore ancor oggi vogliono assegnare il merito della moderna Matrice sub titulo S. Mariae Annunciationis.”

 

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“Il giovane arciprete Tommaso Traina s’impania nella transazione con gli eredi di don Santo d’Agrò: sobillatore ci appare l’esecutore testamentario, don Dn. Franciscus Sferrazza, dichiaratosi Legatarius dicti quondam Dn. Sancti de Agrò.  Che cosa abbia disposto in favore della Matrice don Santo d’Agrò, non mi è ancora dato di sapere, non essendo stato rinvenuto il suo testamento, nonostante le tante ricerche. Disposizioni in favore della sua tumulazione nella chiesa madre - che in quel tempo risulta allargata dagli altari centrali a quelli laterali, entrambi i primi a sinistra ed a destra dell’attuale edificio - non dovevano mancare, ma dovevano essere ambigue ed indecifrabili. Familiari diretti del defunto, sacerdote, l’esecutore del testamento ed il giovane arciprete addivengono ad una transazione, come da rogito notarile. Il rogito cadde sotto l’attenzione di Tinebra Martorana, procuratogli pare - guarda caso - da tal signor Salvatore Sferlazza. Come da quel magari incerto latino notarile, il Tinebra abbia potuto raffazzonare quel po’ po’ di fandonie che leggiamo a pag. 143 delle sue Memorie  è arcano che non manca di sorprenderci. A dire il vero l’alumbriamento più che nel casto sacerdote Santo d’Agrò sembra doversi cogliere nei nostrani scrittori, passati e presenti.” 

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