Profilo

sabato 26 gennaio 2013

LA DONNA DEL MOSSAD - APOLOGO SUL CASO SINDONA parte seconda





*   *   *

 

 

Dopo Asti, il dottore Aurelio La Matina Calello imboccò una prestigiosa stagione ispettiva; pur con grado gramo fu capo-missione in quasi tutte le quattro o cinque ispezioni punitive permessesi dalla Banca Centrale. A volere il Calello era lo scorbutico vice direttore generale dell’epoca, gran massone ma puritano, inflessibile, napoletano e calvinista. L’apprezzamento per il giovane ispettore derivava dal fatto che non si era lasciato infinocchiare in una verifica ad una banca di Terzigno, decotta ed ammanigliatissima.

Non aveva conclusa l’ispezione ad Asti il dottore La Matina: sul finire era stato incluso in un viaggio-premio nell’allora misteriosa Unione Sovietica. Di là degli steccati ideologici, le banche centrali dialogavano fraternamente fra di loro, anche quella sovietica. Dall’Italia partì uno stuolo di giovani e rampanti dirigenti. Da Via Nazionale a Mosca. Da poco introdotta la centrale dei rischi, sembrava un miracolo di efficienza bancaria. Cicciu Ciciru, volle interrogare il funzionario bancario russo dai ponti metallici sgangheratamente in risalto tra intartarati denti propri. «Avete anche voi la centrale dei rischi?» Il funzionario non capì ma con orientale furbizia aggirò brillantemente l’ostacolo. I colleghi di Ciccio ne trassero altri spunti per la usuale derisione del Ciciro.

Al ritorno dalla Russia, trovò il capo missione malconcio a Roma, in via dell’Acqua Bullicante, a casa sua, oltremodo gessato, il suo giovane collega. Andati a gozzovigliare a Cocconato, dopo abbondanti libagioni (carne cruda e barolo, insomma, ed altro), rimessisi in viaggio per il mero rito dei lavori ispettivi del pomeriggio, si addormentarono sulla pur robusta vettura “Lancia”, sbatterono contro un piliere sul ciglio della strada. Medicatosi appena, il capo raccolse le carte e tornò a Roma. L’ispezione fu chiusa. Ma non v’era “FAI” decente, i fogli di analisi ispettivi avevano sì e no i dati del Mod. 81 Vig. Un disastro. La questura tentò di indagare sull’incidente. Il direttore generale ricambiò la cortesia ed il caso fu archiviato, senza denunce alle superiori autorità (la magistratura penale).

Irridevano quelle tre o quattro paginette di “penna d’oro”.  Eppure “Penna d’oro” non volle o seppe vendicarsi: prese il FAI e vi scrisse sopra, a lungo, doviziosamente, pungentemente. Ne trasse un ponderoso “rapporto”. Il capo firmò felice e sollevato. Non pensava che “Penna d’oro” potesse avere tanta proficua fantasia. Quel rapporto passò in Vigilanza come un modello da imitare. La vicenda dell’intreccio di assegni a vuoto e la sottesa grande speculazione edilizia dell’ex federale e del sussiegoso piemontese finì eclissata.

Dopo Asti, un paio di pause di riflessione: in subordine a Fabriano e Morciano in ispezioni di poco conto. Poi gli scottanti incarichi che un qualche strascico nella storia dei crack bancari del dopoguerra l’hanno avuto. Si pensi: echi persino in parlamento ed a S. Marcuto. Sono vecende su cui forse dovrò tornare, al momento vediamo di svelare il mistero della morte del mio ormai diletto Aurelio. Già, quasi dimenticavo di dirvi che il povero Aurelio defunse per cianuro, ma un cianuro strano, non in commercio: pare posseduto solo dai maldestri servizi segreti iracheni. Impressionante: anche Diodona, il banchiere del crack su cui indagò il mio ispettore della Banca d’Italia, cessò di vivere alla Pitrusa con l’identico strano ‘cianuro’. Non pensate a Pisciotta: non c’entra.

Per Diodona si parlò di suicidio: ma nessuno ormai ci crede, come per Sindona, come per Calvi, come per altri banchieri, finanzieri …. di moda ora parlare di “faccendieri”, come se poi vi fosse davvero differenza.

Sia fatta la volontà di Dio: affrontiamo codesto nodo gordiano. Il rag. Giorgio Diodona era nativo di Barcellona Pozzo di Gotto, tra Palermo e Messina ossia nell’entroterra della provincia della città del faro. E non finiscono qui le somiglianze con l’altro celeberrimo banchiere, l’avvocato Sindona. Anche Giorgio Diodona si trasferì piuttosto giovane a Milano e riuscì a far fortuna nel mondo delle banche. V’era pur sempre quel Virgillitto che tra un diadema per la Madonna e qualche brillante per le madonne dei suoi amici politici determinò il salto di qualità degli affari di Cosa Nostra d’oltreoceano o dimorante di qua dello stretto. Navigò con gli inglesi. Amò gli svizzeri. Seppe delle isole Cayman. Non capì gli americani ma facendo grossi affari con loro credette di coglionarli. Ne fu coglianato. Con i russi, affari d’oro con la pesca le armi ed il grano americano. Col Vaticano, preghiere indulgenze opere pie denaro … e sesso per i vogliosi arcivescovi e si disse anche per qualche cardinale. Con il papa … Dio ne scansi e liberi … si sghignazzò di un giovanetto molto bello ed aggraziato … tanto femmineo, fu celebre latin lover del cinema italiano. Non mi va di proseguire: svilirei i fatti del mio giallo.

Col caso Sindona vi fu un’impressionante sinergia. Furono due crack alla carta carbone, una sorta di clonazione anzitempo ed extra moenia. Nel mondo dell’alta finanza può succedere, ogni umana fantasia è impari. Lo disse anche De Martino a S. Marcuto e lui fu sommo maestro, anche di storia del diritto romano. Presiedette indagini parlamentari bancarie, pur ignaro di partite doppie, accrediti, spot, swap, foward, outright, borsa, mercato parallelo, redditività, patrimonializzazione dei conti d’ordine, conti bilanciati, gergo dei ragionieri, quello degli agenti di cambio, quello borsistico.

Va ribadito qui con robusto tono che il dottor Aurelio La Matina Calello nulla ebbe a che fare con il caso Sindona: le sue incombenze, i suoi accertamenti, le sue allucinazioni, i suoi successi, il suo valore e la sua morte riguardano l’analogo e quasi coevo caso Diodona. Se qualcuno continuerà a confondere, io non ne rispondo. Non mi si potrà querelare. Distinzione .. distinzione, sia chiaro!

Il pasticcio della confusione s’origina forse dal fatto che, beffardo ed ironico, il dottore Aurelio La Matina Calello, sicuramente per invidia, si intromise negli sviluppi del crack Sindona prima aizzando Lotta Continua nel semestre finale del 1979 e poi cooperando – una cooperazione quasi integrale, tota ed ampla – nella stesura del pamphlet anonimo “Goodwill”  a firma di un improbabile Colbert.

Detto fra noi, è scritta quasi tutta di suo pugno, di Aurelio cioè, la parte da pag. 37 a pag. 187. Le pagine di ‘premessa’, e quelle dell’«antefatto», e poi quelle sugli artefici del sacco immobiliare di Roma sono rimasticature della truculenta letteratura giornalistica di quei giorni, un giornalismo ruffiano, pronto a traghettare sulla palude dell’incombente compromesso storico di Berlinguer. Scritte benissimo quelle pagine spurie – e non originali – risentono della bravura di un editorialista sommo come Dellacipolla, di un mistico come ci appare l’eterno ed immacolato parlamentare Beato Minutolo e di un ignoto – ai più – “alto esponente del mondo bancario”, abile e pungente, rimasto indisturbato dentro quel mondo, sino ai nostri dì.

Tutti pensano che il caso Sindona narrato in quel libro abbia travolto come ispettore il nostro Aurelio. Errore. Ma che vi abbia messo la mano sua beffarda ed ingannatrice è evidente sin dalle (sue) prime pagine. Leggiamole insieme.

«Racalmuto è il paese di Sciascia, ma – diversamente da come lo scrittore ama presentarlo – non è avvolto da nessun velo di onirica malinconia; umidiccio, con case disfatte intonacate di bianco, esso è disseminato lungo un declivio che si sperde tra calanchi e fiancate di colli minerari.

«A Michele Sindona questo squallido scenario apparve, improvvisamente, all’uscita di un’ennesima curva davanti al muso del suo traballante “dodge”.

«Proveniva da Patti. Affari arditi spingevano il giovane nell’entroterra agrigentino: approvvigionarsi di frumento in tempi di proibizionismo granario, compiacente il governo militare alleato, l’Amgot, per poi rivenderlo, a prezzi lucrosi, alla stessa Amgot. Era il 1944.

«Se nella vita dei santi, i segni precorritori si colgono in tenera età, i segni precoci della valentia affaristica del futuro finanziere si hanno evidenti ed avvincenti fino dalla prima giovinezza. Giunto a Racalmuto, Sindona aveva un personaggio preciso da incontrare: Baldassare Tinebra. Costui era sindaco imposto nel 1943 dalle truppe americane, su segnalazione di don Calogero Vizzini.

«Don Calogero Vizzini, di Villalba, accreditato – fino dal fascismo – come capo carismatico della mafia, ebbe a ritirarsi a Racalmuto, dopo il 1926. Si associò al Tinebra nella gestione della miniera di zolfo, la “Gibillini”, al confine con Montedoro, il luogo natale dell’onorevole Calogero Volpe, altro rispettato “notabile”. Labbro enfiato e pendulo, sempre seduto al sole con neghittosità e trascuratezza, don Calogero Vizzini s’industriava ad apparire insignificante – almeno agli occhi dei racalmutesi.

«In realtà, don Calò godeva di molta considerazione negli ambienti italo-americani tanto da essere prescelto come interlocutore privilegiato, i primi giorni del luglio ’43, quando le truppe alleate iniziarono la loro conquista rapida ed indolore della Sicilia.,

«Dimostrazione affettuosa fu quella elargita al vecchio socio d’affari, il Tinebra. Il quale, grassoccio, piccolo e volgaruccio di parola, fu il primo sindaco di Racalmuto, scacciato il predecessore dell’epoca fascista che medievalmente s’indicava come “podestà”.

«Baldassare Tinebra – insediatosi al Comune – un compito lo svolse bene: quello di dare protezione agli affaristi locali e no, che commerciavano al mercato “nero” della principale risorsa del paese, il grano. Protezione non del tutto disinteressata, a dire dei malevoli. Vi fu atto di corruzione da parte del Sindona nei confronti del neo-sindaco degli “alleati”? Non può più chiedersi ad alcuno. Sindona è oggi esule negli Stati Uniti [eravamo nel gennaio del 1980, ndr.]. Il Tinebra è finito morto ammazzato, un anno dopo la vicenda che si narra [o forse pochi mesi, ndr], in pieno centro, fra la gente. Ne fu incolpato un tipo del paese, conosciuto con la”’ngiuria” (nomignolo) di “Centeddeci”. Indiziariamente, fu condannato. Il figlio lavorava presso la miniera “Gibillini” [pare però che solo vi cercasse lavoro, ndr,] che sappiamo essere stata di Tinebra e Vizzini. Cercò di far luce sul delitto, convinto dell’innocenza del padre. Finì in un forno “Gill”, liquefatto tra lo zolfo. “Disgrazia grande fu” – si disse in paese.»

 

Non possono negarsi efficacia e sintesi. Aurelio non fu scrittore ma cercò di esserlo. Or non è molto, è uscito un libretto di un giovane narratore che riesuma quella vicenda, senza, però, la suggestiva venuta di Sindona. S’intitola: «Il silenzio dei congiurati». Ho dovuto prefazionarlo. Non so se mi è piaciuto o no. Ho scritto: «queste sono le cose che ho notato e che mi sono molto piaciute in quella che è la progettazione del romanzo.»  Poiché voler narrare non significa saper narrare, retoricamente mi sono domandato se il giovane fosse riuscito nell’intento. Non sapendo che rispondere, me la son cavata da gesuita smaliziato: «”amicu miu ora ti cuntu un fatto”». Il fatto è stato narrato. Come? Ho parlato del mio leggere ad alta voce i “cunti mia e chiddi di l’antri”.

Sfogliando, tra sbadigli reiterati, in crescendo, giungo a pagina 67: i caratteri si rimpiccioliscono; c’è da faticare ancor di più. Ora Aurelio ha voglia di cuntari lu cuntu: ci mette della fantasia, vediamo un po’. Non comincia con il classico e racalmutese «s’arraccunta e s’arrapprisenta». No, vuol fare persino lo sceneggiatore: «Interno di un palazzo umbertino in Roma» Oh! La presunzione dei dilettanti. Smette però subito: comincia ad essere accattivante.

«vi si aggira una signora di vetusta avvenenza, amante ormai dismessa del banchiere. Egli è lì, tra fascicoli e bilanci, ieratico e dai toni ironici ma nel fondo dello sguardo mediterraneamente malinconico. Trilla il telefono: è Londra. Dagli Hambro viene l’assenso al prestito per l’acquisto della grande Immobiliare romana, messa in vendita dall’IOR per timore della cedolare.

V’è, dopo, un moto liberatorio ed il banchiere si concede un attimo di umana effusione.

Spaccato della vita economica e politica romana.

La corsa in via Nazionale per l’incontro nella sala del San Sebastianino con il governatore della banca centrale. Penombra schizofrenica attorno al grand-commis della finanza nazionale che ascolta la versione del banchiere sull’operazione dell’Immobiliare con barbagli di raggelante distacco.

Poi d’imperio: “L’estero acquisti dal Vaticano ma con holding controllate dall’Italia: non voglio stranieri in Roma … in mezzo all’edilizia della capitale.”

“Ho due banche agenti in Milano che son pure abilitate alle operazioni con l’estero; potranno svolgere il ruolo da lei indicato nel flusso dei capitali valutari.”

Ciò è demandato alla fantasia dell’imprenditore privato … Il nostro indirizzo verte su obiettivi globali e nazionali.”

Sillaba a mo’ di maestoso imporre, il governatore; annuisce senza umiliazione il banchiere.

L’incontro con il primo ministro – che, gobbo, sarcastico, è partecipe palese della soddisfazione del banchiere – ha toni distesi, amichevoli come un socio d’affari, sia pure occulto. Dallo studio del ministro, la chiamata telefonica oltre Tevere. All’IOR quel grosso prete americano ascolta, rintuzza … quasi tentenna. Ci si vede alla villa dei Castelli. Il banchiere si rivolge alla bionda amica per agganciare la valletta televisiva, la minorenne quasi impubere all’acqua e sapone. Del resto è una stipendiata delle sue banche proprio per curare le relazioni sociali. Tutti alla villa per accogliere il grosso prete americano.

All’aeroporto arriva, giovanile ma composto, il delfino dell’ebraica famiglia di banchieri inglesi.

Nell’occiduo chiarore collinare, tra ulivi e merli dal mellifluo richiamo, il concitato dialogare tra il prete gigante, il gelido inglese ed il banchiere del sud. Medie delle quotazioni del titolo, “goodwill” dell’azienda, redditualità, prezzi, pacchetti azionari di controllo, la holding Idera, Trinico, Liechtenstein o Nassau: il folklore dell’alta finanza, insomma e la difficoltà a concludere. Si arriva a tarda sera, infruttuosamente. Il rito della sontuosa cena a lume di candela. Accanto al prete, tanto scorbutico nelle trattative, è la valletta in audacissimo décolleté. Ora il prete si ammansisce e diviene persino galante. La valletta sorride con delizia e adesca l’orco americano. Nelle grandi terrazze della villa, nella camera riservata di lui, lei abbozza discorsi sull’esistenza di Dio, sulle sue crisi, sulle sue angosce. E’ notte!

All’indomani l’orco americano – dopo avere celebrato messa nella cappella gentilizia – è arrendevole negli affari. Viene ceduto il quaranta per cento dell’Immobiliare al banchiere del sud o meglio alle sue finanziarie estere a loro volta sovvenzionate dagli Hambro.

Il nostro banchiere chiede ed ottiene dal monsignore dell’IOR l’amministrazione dei capitali in dollari conseguiti dalla vendita dell’immobiliare romana. Unica condizione al perfezionamento dell’investimento ideato è il consenso all’acquisto di una banca americana che il banchiere sta trattando da tempo. L’amor patrio del monsignore è quasi solleticato e l’accordo immediatamente siglato.

Le trattative a New York con padrini di riguardo: alcuni consulenti del presidente degli Stati Uniti alla cui campagna elettorale l’uomo del sud aveva contribuito con consistenti elargizioni.

E l’iniziativa ha felice esito.

A Milano, nell’attico a ridotto della Scala, il banchiere è al culmine del suo successo. Giù, telescriventi intrecciano messaggi in inglese con banche di mezzo mondo: da New York a Tokio, da Londra a Parigi e a Francoforte. Pacchetti azionari passano di mano, la borsa impazzisce, gli gnomi della finanza abbondano. Pavidi speculatori soccombono e le loro piccole immobiliari vengono fagocitate dal finanziere siculo con strascichi giudiziari che compiacenti giudici riescono ad archiviare. Lui: quasi triste, ormai brizzolato, persino mistico.

Fabbriche e palazzi si vendono o si addossano scompostamente con vorticoso giro di cambiali portate allo sconto nelle sue banche. Idee anche bizzarre quali l’acquisto di brevetti per la costruzione di macchine capaci di trasformare miscugli alimentari in gelati! Finanziamenti ai colonnelli greci e poi a quelli (meglio generali di casa nostra). Fondi alla Nova Scotia, camuffati da intrecci perdenti di outright, per finanziare il Mossad. Intanto dalla banca americana prestiti in dollari vengono convogliati in Italia e da qui all’estero per consentire la fuga dei capitali dei nostri industrialotti. Abile il banchiere nello sfruttare la loro insipienza. Si fa pagare da loro dollari del mercato nero a lire 750 e poi glieli acquista sotto forma di finanziamenti di holding estere a lire 650. Il banchiere si espande: compra banche in Svizzera, in Germania, in Francia e ne inventa a Nassau o a Cayman Islands o a Panama City. E’ un impero finanziario con stuoli di brokers e tecnici dal gergo per iniziati (outright; spot; swap; forward rate; time deposits, stand-by …)

All’EUR, nel solito palazzo a vetri, si susseguono i consigli di amministrazione dell’Immobiliare il cui capitale sociale passa da 30 a 40 a 60 a 100 a 120 a 160 miliardi. Le azioni inondano la borsa, il “parco buoi” abbocca. V’è sempre il banchiere con le sue finanziarie a partecipazione estera a far quotare oltre le lire 1000 le azioni inflazionate da lire 240 di valore nominale.

Dalle sue banche il sostegno finanziario, sempre più intenso, sempre più ambiguo, sempre più illecito. Dagli istituti previdenziali depositi alle banche. Di conseguenza, interessi neri o provvigioni ai dirigenti “politici” degli enti previdenziali. Il banchiere è munifico; l’onda della corruzione monta, senza argini, ammaliante, impetuosa.

Nel consiglio di amministrazione dell’Immobiliare siedono i probi presidenti delle banche pubbliche del sud. Vi siedono perché favoriscono l’aggiotaggio del banchiere. Dalle sue banche partono depositi fittizi presso le banche pubbliche che li destinano, sotto forma di riporto, alle finanziarie del banchiere detentrici del capitale azionario di controllo dell’Immobiliare. Una baraonda simboleggiata dall’atmosfera orgiastica delle serate distensive nella villa dei Castelli, dopo le riunioni del consiglio di amministrazione. I pingui e frustrati burocrati – assurti a strateghi della finanza per voto democristiano – si divertono chiassosamente, scompostamente con le ragazze approntate dal banchiere. In controluce, lui, dignitoso, parco, come in religiosa estasi.»

 

 - Oddio! … Oddio! …. Oddio, ma ecco qui tutto l’arcano, la vita e la morte, gli affari e gli intrighi, le connivenze ed i rinvii …. Eccetera, eccetera.. si sussurrava Meluccio Cavalieri di Giorgenti.

Strano, nessun accenno a fatti di mafia. Compiacente il siciliano e racalmutese Aurelio La Matina Calello. Si sussurrò una volta ma era panzana. Aurelio odiava la mafia. Nessuno della sua famiglia aveva avuto mai a che fare con l’onorata società. Ne provava disgusto. La considerava un’accolta di imbecilli … ed anche sanguinari. Un mafioso artefice di volpini intrecci affaristici, era idiozia, per Aurelio da sghignazzarci solo sopra. Le vicende delle banche siciliane di Milano degli anni sessanta, settanta ed ottanta era un baluginare di accecante intelligenza: altro che un ragliare di mafia.

“Lu sciccareddu” della dirimpettaia “Vecchia Maniera”, ragliando con la solita simpatica sconcezza, gli rammentò la succulenta e conviviale “mangiata a la racarmutisa” cui era invitato. Ebbe voglia di chiudere per quel giorno. Rimise ordine nelle carte del villino di Aurelio a Bovo. Ma ancora una sorpresa: sulla foderina color senape del carteggio con Melissa Cohen stava scritto, a matita,:

la donna

del Mossad

in un miscuglio di rosso e di blu che il suo grave daltonismo non consentiva di miscelare passabilmente.

- E qui un’altra fottuta! Altro che vendetta della mafia per come si ostinò a pensare sino alla morte la dottoressa Evelina Adelaide Mangoni Mistretta. Se ci stanno di mezzo i servizi segreti (oddio! quelli israeliani, no. Sono sanguinari) sono proprio fottuto. Allora? … scendiamo giù alla Vecchia Maniera. Vediamo se sono riusciti a capirmi, nelle mie ricette culinarie. In quelle eccello … sono imbattibile.

 

 

 

 


 

 

 

Capitolo III

 

 

 

Cavatieddi cu sucu di cuniggliu sirbaggiu, ficatieddi e sanzizza agliannariata ed antri cosi bboni


 

Scinniennu scinniennu Meluzzo Cavalieri di Giorgenti – consentiteci qui di pigliar noi la penna in mano, ma per poco: promesso – passò in rassegna i suoi prossimi commensali: era il gotha dell’intelligenza paesana. Racalmuto, patria di Sciascia, era da tempo che mancava di cultura elitaria. I suoi prossimi commensali, colti di certo non lo erano. Arguti, birbanti, scoppiavano d’intelligenza, ma sterile, caustica, neghittosa, stracolma d’accidia.

Avrebbe troneggiato il sindaco Pitruottu, ma l’onorevole Lasagne, ripiccatissimo, avrebbe tentato di disarcionarlo. Non vi sarebbe riuscito: il Pitruotto, beccato alle ultime elezioni, era più abile: qualche libro almeno in gioventù l’aveva letto. L’onorevole Lasagne, no. Aveva inventato i caffè letterari, finanziati dall’industriale Illy che pur doveva essergli avversario politico, ma ignavo nel leggere si faceva sunteggiare il fatterello del letterario parto dal proprio figliolo. Introduceva quella variante nel suo dire ormai  stereotipato; una qualche bella figura, invero, riusciva a farla. La  voce sensuale ed il petto latteo in generosa mostra della subrettina avevano già ammansito il rado pubblico maschile, ancora assatanato di sguardi coitali.

Poi Popò, evanescente in tutto, e l’aragonese tutto preso di sé e decisamente diafano. Anche l’arciprete, materialone e loquace. Immancabile il “riddilio di la chiazza”, un ex minatore mai stato in miniera ma con pensione di invalidità cospicua e irridentemente ostensa. Ed anche “lu cammaratisi” sempre pronto a vantare l’inesauribilità del suo attributo, a suo dire debordante ogni umano confine. Era il cuciniere e qui davvero ci sapeva fare. Poi i suoi amici cacciatori: tutti, da Giacumino Bedduocchiu a Gnaziu Aviluortu a Chardonnay , a Miserere ed altri. Un bel po’ di gente insomma. Lu Parrinieddu, no: era ‘arrusu ed a Meluzzo, bando a tutta la sua intelletualitudine,  gli invertiti maschi (per le lesbiche faceva eccezione) risultavano indigesti … specie a tavola.

A tavola, invero, “li ‘arrusii” si potevano dire, era però preferibile “la futtuta cu li fimmini”. Meluzzo – che le parrocchie di Regalpetra le sapeva a memoria – rimuginava:

«Le mani si muovono a plasmare nell’aria grandi corpi di donne, donne si gonfiano nell’aria come mongolfiere. Non è più uno scherzo ora, tutti ci sono dentro, lo studente ascolta le confidenze del giudice di corte d’appello in pensione, il vecchio dottor Presti racconta a un amico di suo figlio di quando nudo scappò sui tetti, e un marito gli scaricava dietro due colpi. …»

I suoi commensali si professano grandi amatori …. Meluzzo sa che non è vero … solo qualche attricetta dopo il variété. (Ora, però, si sussurra di un prete tenutario e di un napoletano prosseneta e sedicente regista che spingerebbero giovanissime al sesso compiacente per un miraggio artistico …. malelingue! … male lingue!). Fa eccezione, di sicuro, l’onorevole Lasagne. Bell’uomo, suadente, non ha difficoltà a portarsi a letto giovani donne, moglie ribelli e pare qualche amica delle figlie. A Montecitorio, a palazzo Marini per la verità, ha trangugiato le grazie di tante procasissime commesse. Chi le pagava è rimasto però subito deluso per l’inconsistenza delle rivelazioni che l’onorevole era subdolamente spinto a confidare e le conquiste romane subito scemarono per il Lasagne.

Con la sua vecchia 131 Fiat giunse sulla radura della Vecchia Maniera. L’asinello, di taglia piccola ma non sardignola, riprese a ragliare. Meluzzo vi voltò a guardarlo. Sotto sciabolava sull’addome. Era spettacolo sconcio eppure non seppe girare lo sguardo. Un lungo fiotto bianchiccio fu al culmine della foia solitaria. «Che anche lui soffra di complesso di castrazione?» si disse con celia Meluzzo, in fondo per reprimere il senso di vergogna di cui si vergognava.

Erano tempi in cui leggeva di psicanalisi specie per approfondire la sessualità femminile, della  cui conoscenza si sentiva a digiuno e che voleva sondare per non essere superficiale nel parlare di donne nei suoi romanzi.

Si era sciroppati i testi di Janine Chasseguet-Smirgel, di Janine Lamp-de-Groot, di Helene Deutsch, di Ruth McBrunswich, di Marie Bonaparte, di Melanie Klein, di Ernest Jones etc. Nomi prestigiosi, letture noiose. “Complesso di edipo” nelle donne, “monismo sessuale”, “invidia del pene”, “pene castrato”, “preedipico”, “fase fallica”, “femminilità assimilata alla passività, mascolinità all’attività”, “bambino anale”, “anfimixi delle componenti anali e uretrali”, “mater dolorosa”, e via di questo passo. Per Meluzzo aveva senso solo l’aforisma: «l’orgasmo è maschile. La donna femminile non ha un acme orgiastico. La vagina è l’organo della riproduzione, il clitoride l’organo del piacere. »

Fin lì, la sua esperienza – ed era stata tanta – non confliggeva. Per il resto? O non aveva capito niente delle donne o era mistificazione. Forse la donna sino a metà del secolo scorso aveva tutte quelle turbe sessuali. Ma ora, era il contrario. Erano i maschietti a ritrarsi nel loro sesso, castrati di vagina. Bah! Meglio le prossime sortite oscene con i suoi simpatici commensali …- senza problemi erotici … almeno a tavola, alla “vecchia maniera”.

Il genio mittel-europeo aveva lanciato una sfida al mondo della cultura: Marx e Freud, in contesa, pensarono a strutture di base con sovraccarico di complicazioni esistenziali. Il momento economico per Marx, primigenio rispetto a tutte le sovrastrutture pensabili, l’eros per Freud e da lì il travagliato vivere moderno (dell’uomo e della donna, afflitti in diverso modo a seconda della diversa età): chi dei due ha ragione? Meglio, più ragione. Meluzzo, un tempo, avrebbe detto Marx: ora è in bilico. Ma Freud – certo non terapeuta, ma filosofo sì - la spunta sempre più su Marx se si investiga  in tante latebre del cuore umano o se si ha voglia di capire il moderno riconformarsi degli assetti sociali. La spenta voglia procreativa – ed in contrasto, le irrefrenabili pulsioni (sadico anali, vaginali, castranti tanto per esemplificare) – devia e deforma irriconoscibilmente l’umano genere del 2000, tanto più alto, tanto più erculeo, tanto più mirabile: si rende così flebile il “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, motivo di preghiera per Cristo e demoniaca forza conflittuale fra le classi per Marx.

Marx morto e sepolto, dunque? Manco per niente. Va riletto, riconsiderato, aggiornato. Occorre “Marx oltre Marx”. E fino a quando la sinistra – cessata l’onda idiota, riassunti i valori della critica – non s’induce in Italia a sdoganare Tony Negri, a rispolverare i suoi appunti, a vivificarli e ad aggredire gli idiomatismi telematici di una rincitrullita cultura avversa, blaterata da nicodemi,  notturni amici  di un rinnegato cristo socialista, il destino di partiti non più di massa e neppure di idee è miseramente segnato.

Si diceva di Meluzzo che quando passava agli argomenti politici diveniva dannunziano, vago, passionale, enunciatore astratto di incomprensibili principi, vacuo di fatti, contumelioso. Si rifaceva con i suoi “gialli”, fattuali e leggeri, spesso gassose ghiacciate, gradevolissime nelle arsure delle estati siciliane.

Sesso e consorzio umano, economia e società quali interconnessioni? C’era circolazione sanguigna, magari extra-corporea? Marx e Freud andavano rifusi, interconnessi, sussunti in amalgama. Dov’era però il genio? Dove il partito? La novella chiesa del 2000? Non c’era, non c’erano, diamine!

 

 

*   *   *

 

Al simposio andava come convitato d’eccellenza e, soprattutto, quale sommo sacerdote di un rito pagano; andava a dare sacralità laica ad una crapula di cibi fatti risorgere dagli smarriti usi del vivere contadino di Racalmuto.

Idea maiuscola, partorita dal genio liso ma non consunto dei racalmutesi, quelli che si stavano ora adunando per l’intellettualissima abbuffata alla “Vecchia maniera”. Il primo germe l’aveva avuto Aurelio, purtroppo assente per misteriosa ammazzatina.  Ricercatore di antiche cose locali, s’imbattè in un rollo della Matrice. L’arciprete dell’epoca era con lui benevolo e compiacente: quello attuale faceva il mistico in chiesa, il materialone con qualche beghina ancora elastica in basso, ed il ciarlatano sui pulpiti e nei banchetti, specie se prodighi di libagioni. Quanto a cultura e quanto a sensibilità per la storia religiosa degli antichi padri, il nulla. “Rolli”, registri, pergamene, sediole, “altaretti”, baldacchini, “sedie gestatorie”, ed anche piviali e cingoli, amitti e patene, calici ed ostensori, mozzette e balaustre lignee, come gli smantellati stalli del coro settecentesco per i mansionari voluti dall’arciprete Lo Brutto, resero molto in euro e figurano mal registrate nelle denunce di furto presso la caserma dei carabinieri a S. Grigoli.

Aurelio era riuscito a decifrare il primo volume della «FRABRICA DELLA MATRICE CHIESA DI RACALMUTO», ovverosia: «LIBRO D'INTROITO ED ESITO di denari per conto della frabrica della Matrice Chiesa di Racalmuto incominciando dalli 29 di novembre 8a Ind. 1654 et infra» per mano di D. Lucio Sferrazza» e nel dettaglio Introito di denari per conto della frabrica della Matrice Chiesa di Racalmuto pervenuti in potere del dr. D. Salvatore Petrozzella Depositario di detta frabrica conforme alle constituzioni di Mons. Ill.mo R.mo frà Ferdinando Sancèz de Cuellar vescovo di Giorgenti - Date in Racalmuto in discorso di visita a 28 novembre 8a Ind. 1654».

Il bel volume, rogato con grafia davvero bella, finì nel sottoscala della Galleria Colonna, fra i libri vecchi poco richiesti.  Un’inchiesta vi fu; per pronta giustificazione si concluse che il manoscritto si era smarrito quando l’intera raccolta della matrice era stata traslata ad Agrigento per il restauro dei BB.CC.AA.

L’Aurelio aveva però trascritto con il vecchio excel  l’intero volume (altri). Il passo che qui ci incuriosisce recita: «per havere fatto venire dui burduna da Garamoli tt. 20. e più per pani salzizza e vino a vinti homini che uscirno detti burduna dentro la fiumana» Era il mese di dicembre 1658.

Com’era la salsiccia racalmutese del 1658? Ancora migliore di quella che si gustava dopo la guerra del 1940. Poi erano venuti i porci del nord, e poi quelli esteri dalla Jugoslavia e poi quelli con il venefico mangime e poi quelli clonati … il gusto disperso, smarrito. Ne parlò Aurelio con Giovanni Salvo: dentista per vivere, animalista e botanico sommo (come dilettante, s’intende). Bisognava riprodurre gli antichi maiali nel sottobosco degli Agliannari al Castelluccio. Ignari gli Avareddi vendettero a giusto prezzo. Anni per il ripopolamento dei lecci e dei verri. Il tentativo riuscì. Aurelio non gustò quella salsiccia: il veleno fu più sollecito. La degustazione sarebbe avvenuta adesso, al simposio.

Vini antichi – si sperava simili a quelli che nelle olle venivano da Racalmuto inviate a Roma per le decumane delle verrine memorie – si produssero con vitigni che l’accorto padre di Cicciu Marchisi seppe ricordare: biancugiovanni, ‘nzolia, lacrima di madonna, ed anche zibbibbo e malvasia. Nucciu Principi - occhialuto latinista e giudice in pensione – citava Marziale:

-        mescesi … il Massico vino al miele ibleo.

Il miele decantato era invero attico. Ma Nucciu Principi seguiva la versione di Alberto Gabrieli. Altrove del resto non si parlava di favi siciliani? «Quando regalerai miel di Sicilia/ stillato sugli Iblèi, di’ pur che viene/ dalla cecropia Atene». Ne era nata vasta ed inestinguibile disputa. Tre mirabili parti: un vino che Chandonnay seppe vacare (ed un po’ manipolare) dalle prime acerbe uve dei vitigni messi su da Cicciu Marchisi sul pendio dei Romano a Piedi di Zichi dopo l’esproprio per il pericolo di valanghe da  nubifragi.

Non si volle mischiare il vino col miele: era come profanarlo, violentarlo. Stavolta il mondo romano era da considerare balzano, non raffinato nel trattare il liquore di Bacco. Miele speciale però si ottenne con arnie a “li balati” stracolmi di “satareddi” (“thimus capitatus”, non senza sussiego precisava il dentista-botanico). E con mandorle “muddisi” – qualità locale – si era fatta una “cubaita” (come quella insegnata a Federico II dagli arabi) che bene si coniugava con un vinello che Chandonnay aveva ricavato dal biancogiovanni, ‘nzolia, zibibbo e taluni altri vitigni che si teneva per sé, «pi nun farisi arrubbari la rizetta».

Tardi si accodò Benny Alaimo Alosa: appena laureato alla facoltà di agraria di Palermo, ove era pupillo dell’entomologo di fama mondiale, il racalmutese Giuggiu Liotta. Venne con una sua idea: coniugare “saperi e sapori” del paese. Peccato che s’intignò nel dare fattualità al titolo di un epigramma di Marziale sugli “oli odorosi”. Fingendo di confondere i profumi oleosi dell’epoca con oli odorosi di rosmarino, menta e citrosella, cercò di sperimentarli ed anche produrli: fu disastro economico: l’olio sapeva di afrore erbaceo, il selvatico delle piante si caramellava e dava appiccicaticcio sapore. Ancora un’insistenza e l’avrebbero espulso dalla combriccola. Si preferiva ed si usava l’olio tratto con macine antiche dalle olive portate da Di Marco, eccellente produttore e convinto assertore che i suoi uliveti sulle pendici settentrionali di Villa Petrone andavano salvaguardati solo con la carta moschicida, appesa agli alberi a tempo debito. Solo lui conosceva modalità e sistemi: un altro fanatico con la mania dell’omertà bucolica.

Pitruottu, ricco di esperienze ereditarie, seppe risuscitare tipi di verdure introdotte dagli arabi. Pregevolissima, la “bastunaca” di cui si era perso persino il ricordo. Giacuminu Beddocchiu e compagni venatori rintracciarono – almeno così dicevano – il coniglio autoctono a li  “Pantaneddi”: nella voragine prodotta dall’insipiente sfruttamento del salgemma poté annidarsi una coppia di leporidi nostrani, farla franca dagli accoppiamenti dei blenorrogici animaletti che incauti cacciatori avevano senza difese sanitarie introdotto dalla Jugoslavia ed avevano figliato a iosa, sani e gustosissimi. Questo dicevano Giacuminu e compagni e stavolta non erano contraddetti dal solito Miserere. Il cronista riferisce e non commenta.

E qui mi fermo, altrimenti continuerei per tomi interi.

Giunsi con qualche ritardo, per quel dannato caso della morte del dottore Aurelio La Matina Calello: non ne feci cenno, altrimenti il pranzo andava a male, ché il morbo della curiosità, intrisa di malignità e sospetto e dispetto, chissà dove ci avrebbe portato. Trovai l’arciprete sorridente, ma nell’intimo contrariato. Non pensava più alla gola come uno dei peccati capitali: i ghiotti spettacoli erano tentazione irresistibile. Non tanto però da non costringere la frotta dei commensali, farli tutti segnare, recitare il pater, invocare la benedizione celeste sul cibo che poco parco certo non era, e quindi «gloria patri et filio et spiritu sancto» (il latino approssimativo era il massimo che l’arciprete potesse concedersi dopo l’imbarbarimento della riforma ecclesiastica di Paolo VI». «Et in secula seculorum» non potei fare a meno di celiare.

Esordimmo con antipasti ‘poveri’. Tutte le verdurelle commestibili delle contrade racalmutesi trovarono sapiente miscuglio, saltate in padella con aglio di Castrofilippo ed olio di Alaimo Alosa (abbiamo dovuto fare qui uno strappo ed accettare gli intrugli di Benny … e per quell’uso condimentale il rosmarino frammisto a succo di olive smunte dalle presse in basalto di Cefalù non era poi spregevole). Le focaccette (memoria di li cudduruna di gnura Annidda) erano fatte con la “tumminia”. Cipolle e lattughe degli orti di Pitruotto e spizzichi di tumazzu che Sintini ci aveva dispensato, una volta tanto senz’astio. Sintini, a vederlo, metteva paura: barba incolta da sempre, incedere caprigno, capelli irsuti, tarchiato ma non corto, bacino ardimentoso … ed occhi spaventosamente belli e neri… lupigni. Giacuminu Beddocchio lo chiamava «l’uomo selvatico», ed era l’unica volta che si concedeva letterari toscanismi. Aurelio aveva scritto che quelli (i Sintini e gli altri crapara del paese) erano i racalmutesi prischi, d’intatto DNA. Erano i residui dei sicani, spintisi fra le montagne con gli armenti, per non subire sudditanze e sfruttamento che il nuovo barbaro popolo dei geloi stava imponendo nelle lande sotto il Castelluccio già verso la fine del VI secolo a. C.

Il primo piatto impregnò la tavola dell’odore del sugo del coniglio selvatico. Spettò a Nucciu Principi preparare “li cavatieddi” come usava una volta, per devozione all’antico mestiere di pastaro della sua famiglia. E dopo, lo stesso coniglio a sugo e – prelibatezza delle prelibatezze – i fegatelli di porco indigeno e le salsicce del maiale allevato tra gli agliannari del Castelluccio ed altre specialità del luogo (non essendo però questo l’Artusi, le ometto tutte quante. Il mio apporto è consistito nel dosare sapori, odori, tempi di cottura, scelta della legna per ogni tipo di pietanza; insomma il tocco dell’intellettuale con vocazioni culinarie).

Sublime la granita di Parisi a mezzo del pranzo, per spezzare l’aggravio intestinale. L’abbuffata finale di dolci, amaretti, alle mandorle, alla ricotta, con liquori, con miele di sataredda, eccellenti i taralli che non erano di Piuzzu ma ormai la Taibbi li sapeva fare meglio, e deliziosi gli amaretti di Capitano. Compiacenti robuste libagioni,  ora rideva a squarciagola Bisteccone: pur sempre meno rosso, a tavola era eccellente commensale. Provammo l’antico rosolio: ma non riuscì. Si imitarono i “marsala”  e si superò il porto ed anche le celsitudini dei Whitaker . Finì ubriaco persino l’arciprete e così ci risparmiò il Deo gratias.

 

*   *   *

 

Appisolato ma con inframmittenze lunghe, sostenuto, diciamo che ero immerso in una bolsina per affaticamento delle frattaglie che si annidavano nel mio ventre: sbracato in una poltrona-letto, quelle da spiaggia per intendersi, venivo piano piano acciuffato da mal di testa (non dico emicrania per odio alle donne). L’esofago, il fegato e quegli altri arnesi della digestione chiedevano vendetta per il sovraccarico di lavoro, ed in cuor mio maledicevo Chandonnay cui davo debito di insolenze chimiche nel maneggiare i valenti ma scabri vini racalmutesi: non era enologo, era dilettante ed esagerava.

Mi apostrofò nel peggiore momento di quel giorno Cicciu Vitacchia, figlio del nostro cuoco «lu cammaratisi». Lo conosceva, ma in confidenza ero solo con il padre. Il figlio ebbe certezze di eredità necessitata.

-        Sapissi, chiddu chi sacciu io sull’ammazzatina del dottore Agrelio Matina e la commissaria, nun lu sapi nuddu.

-        Beato te, mi venne di rintuzzare, indispettito e scocciato.

-        Fu la giudea, fu la giudea.

-         Ma quale giudea?

-        Chidda ca vinni di Sraeli.

-        Perché è venuta una da Israele?

-        Sissì e ddu voti.

-        Andiamo con ordine, fui pedante ad arte.

-        Chidda vinni orallannu. Cu nn’amicu. Ma li masculi nun ci piacivano. Fici fotografie na jurnata di ‘nviernu. Duoppu si nni partì. E mi mannà chisti fotografie.

Mi porse un plico con foto veramente abili. Scattate da un professionista di grande valore. Vitacchia era confusionario, io era avvinazzato. Optai per un rinvio.

-        Senti, vieni domani su nella “roba” del dottor La Matina a Bovo. Sai dov’è.

-        E dda ssusu, dda ‘mpacci.

-        Bravo. A domani dunque.

Non v’era ombra di dubbio, la sicula e racalmutese fantasia, la voglia di darsi importanza, la lusinga di venire considerato da me (chi si contenta, gode) spingevano il Vitacchia a quegli sproloqui là. Quella che indicava come esecutrice di un duplice omicidio (ma la commissaria era morta per un incidente stradale) era una brava e caruccia giornalista d’Irsraele. Sì, la conoscete già:  Melissa Cohen (sopra descritta, direbbero i burocrati). Sospettare di lei era peccato sommo. Giudizio temerario da buscarsi sette inferni in una sola volta. Vitacchia, paura dell’inferno non ne aveva, però. Sua nonna era stata la celebre Carmena l’acqualora. Donna bellissima, maliarda nella vita, soave nel canto. Tutta la mascolinità racalmutese – se capace di andare a puttane – l’aveva posseduta. A pagamento. Il marito sussiegoso chiedeva «Picciuò, v’addivirtistivu?». Il prezzo del meretricio doveva essere “scuttatu”. Carmena appagava, valeva, le cinque lire erano “scuttati”. Poi, mai in disuso ma rarefatte le richieste, ebbe mistici trasporti, religiosità quasi bigotta. Come cantava lei “Maria passa” il venerdì santo, nessuno, neppure Mulè. Ora erano le picciutteddi che sfacciatissime amoreggiavano nelle macchine, quasi alla vista degli occhi. Carmena guatava, scuoteva la testa, aspettava il passante e segnando a dito catoneggiava: «E po’ dicunu ca la buttana sugnu iu!»

 

 

*   *   *

 

Mi alzai davvero infastidito: Viatazza mi dava ai nervi. La sua saccenteria mi irritava; con presunzione somma (vizio racalmutese, si sa) mi veniva a spiattellare una soluzione semplice, semplice di un mistero tenebroso, intricato ed intrigante. Una valente poliziotta vi aveva speso tante energie e non è che non fosse arrivata ad una soluzione; vi era arrivata ma portava lontanissimo dalla bislacca supponenza di Vitacchia. Era un filone mafioso che vi si snodava. E prove, ed indizi, e riscontri là in effetti conducevano, indefettibilmente. La morte della poliziotta dava esca a qualche sospetto, ma il buon senso portava a concludere che si era trattato di un momento di panico di un frettoloso camionista, che catapultando nel vuoto una fragile peugeot 305 con la sua motrice si era precipitosamente eclissato. Cose d’ordinaria amministrazione. Non si era trovata la motrice; qualcuno diceva che non era targata; Giuggiu Marino sproloquiava. Note di colore paesano. Il mio notorio buon senso mi dice di smetterla con questo tornare e ritornare sul recaltritrante dialetto siciliano del Vitacchia: cacciamolo via, cacciamolo via.

Frattanto guardo le fotografie di Melissa Cohen (o del suo fotografo di Tel Aviv). La tetraggine a Racalmuto in un mattino d’inverno stagna in desolazioni immote. Legni secchi, in filari scheletrici e giù il bianchiccio di nebbia rada solcata da una stradetta serpentina che si diparte da fiancheggianti eucalipti: il simbolismo della prima foto isrealitica mi coglie cupo nel mio dispetto. Il casello ferroviario lo riconosco: la “T” resistente tra lo sbriciolarsi dell’intonaco, il casotto memore dell’antico mettersi al riparo delle intemperie per scorgere meglio il treno in arrivo, inceneriti dal gelo gli arbusti ai fianchi della strada ferrata, file di finestre senza imposte sopra e sotto e due una sull’altra nella fiancata breve. Il casello ha storia, storia fascista, non credo che i superflui dell’Olocausto la sapessero nel fotografare quel triste casello. Vi abitava negli anni trenta una famiglia di casellanti non indigeni, solitari, prolifici, in eccesso di promiscuità. Una giovane figlia, appena ventenne, passò al servizio del podestà. Il padre gridò allo scandalo. Il podestà ne avrebbe senza indugio approfittato. Processo. Manovrava il capo della milizia volontaria, avvocato e fratello del primo fascista locale e fondatore unitamente con don Calogero Vizzini del partito di Mussolini. Il podestà aveva fama di incorruttibile: l’avvocato e la sua famiglia vantavano un padre medico e benefattore ma non eccelsero in spirito filantropico. Tra il podestà e l’avvocato la ruggine era palese; l’avvocato colse il destro per disarcionare l’avversario con un infamante processo. Ebbe a protestare l’imputato la sua idoneità a sverginare la figlia del casellante, peraltro di quasi ventun’anni; portò certificati medici di impotenza congenita, ma il montante moralismo fascista impedì l’assoluzione. Quando vecchio ed ormai sotto il regime democristiano l’ex podestà degnò delle sue confidenze un giovane procuratore legale, continuava a ripetergli che la giovane non era vergine, era stato il padre casellante a consumare la violenza. A sua volta il confidente ebbe vecchiaia isterica: forniva la piccante versione ma la negava rissosamente se dopo giorni gli chiedevi conferma. Il fascismo non era stato solo violenza all’esterno, anche nel suo intimo fu violento. Un podestà onesto soccombette ad un avvocaticchio immorale, usuraio e maldicente. Il casello come simbolo mi affascina: «poiché il paese è pieno di adulteri, / a causa della maledizione tutto il paese è in lutto, / si sono inariditi i pascoli della steppa. Il loro fine è il male / e la loro forza è l’ingiusizia.» La geremiade mi va di ripetermela in latino, altro suono, altra atmosfera: «quia adulteris repleta est terra. Arefacta sunt arva deserti: factus est cursus eorum malus , et fortitudo eorum dissimilis(Ieremias 23, 10).

Altra foto: tetti diruti; miserie velate. Altra foto: imprigionato il vecchio carcere con il geometrico campanile del convento francescano che il de Carretto volle nel 1540 e che padre Cipolla non poté finire nel 1930, imperante il fascismo. La scalinata del Monte sa ora acquisire satanica minaccia per l’addossarsi del trasandato palazzetto: tetri a commento i lampioncini di vecchia memoria. Ora è la volta di Vitacchia (assieme al comico Serpia, inanellato basco cappotto e occhio ceruleo e vivo); in fondo, la matrice tra nebbiolina come nell’esordio del Giorno della Civetta di Sciascia.  Ed ora il comico a solo, mentre si appoggia all’ombrello, come se fosse un nobilotto inglese, lui il cui DNA si sperde tra accoppiamenti spurii ed illegali. Infine, la matrice transennata, le violentate case di Piazza Castello appena visibili nel grigiore della nebbia e Vitacchia che vuole l’immagine a solo: manca però di fotogenia.

Ed eccolo che arriva, chiassoso ed indisponente. Dimenticavo: mi sono trasferito nella villetta del dottore La Matina messami gentilmente a disposizione dalla famiglia del defunto. Tutto si può dire dei racalmutesi, ma ospitali lo sono e se ospitano, statene certi, sono disinteressati. Non esagerate nel ringraziarli; però non fategli capire che pensiate ad una qualche loro capziosa gentilezza: diventerebbero subito bruschi ed ostili.

 

*  *   *

 

-        Allura, aieri cci diciva ca orallannu …

-        Sì.sì, me lo ricordo: l’anno scorso è giunta qui una israeliana …  che ha fatto fare le fotografie da un suo connazionale, ecco, queste fotografie … ed era una brutta giornata invernale …

-        Ma sapi comu si chiamava?…

-        Lo so -  in effetti avevo consultato le carte della poliziotta.

-        Melissa, chi bieddu nnomi…

Ma qui debbo dare un taglio allo stretto racalmutese del parlare di Vitacchia. Mi prendo la libertà di tradurlo, possibilmente alla lettera, con qualche concessione al “volgare eloquio”.

-        Melissa era  … bedda bedda no … ma a mia mi piaciva assà. Nivuredda, i capelli ricci e neri … senza minni, insomma picciliddi … ma aviva un culu … un culu pisellante?

-        Pise… che?

-        Inzumma, duttu, faciva arrizzari. Addunca, chidda arriva col suo giovanotto. Piccolo, occhialuto, a me sembrò tanticchedda ‘rricchiuni’ – (oh l’influenza del cinema romanesco, mi venne di pensare).

-        Perché, ti adocchiò?

-        Veramente no, si vede che capì subito ca a mia mi piaci sulu la cucchia!

-        Tu sei sboccato, Vitacchia. Con me parla .. latino – e pensavo al termine come Sciascia lo cerebralizza.

-        Arriva la sera, li porto nel «trilocale con tre camere da letto e bagno a L. 20.000 a persona per notte» come dice Inforacalmuto, il sito del paese albergo insomma. Mi aveva istruito Rosalia Sinibalda con cui questi di Tel Aviv erano in contatto. Non conosce il sito dottò?  Insomma li portai nella vecchia casetta di Mariano Zuccalà a S. Francesco. Che si presenta bene e per essere casa d’affitto, è comoda. Non c’era riscaldamento, ma le stufe c’erano, elettriche, una per ogni stanza. Si stava bene. Io Rosalia Sinibalda non l’amavo tanto prima, s’immaginassi duoppu chiddu ca vitti. Ma ogni cosa a suo tempo.

-        Già, ogni cosa a suo tempo: non divagare Vità.

-        Sissi, duttù.  Li lasciai a dormire. L’indomani andai a prenderli e fecero quelle fotografie che le ho fatto vedere. Al casello ci andammo con la mia macchina: Scaccia è luntanu, sapi. E poi era una brutta giornata, friddusa, cu la neglia ca nun si nni vuliva jiri. Serpia subito si ungì cu nantri. Sapi, chiddu unni vidi ‘scuru e fudda’ … e non faceva parlare a nessuno .. nun ci faciva arrivari a nuddu, ‘nsumma. Ripeteva sempre la solita storia: che aveva recitato, che era un grande comico, che i battimani erano tutti per lui. Melissa rideva, il compagno non comprendeva. Io mi annoiavo.

In preda a noia galoppante veramente ero io. Non lo seguivo più. Solo a questo punto ebbi un sussulto.

-        A mmia mi piaciva. Accussì cercai di forzare i tempi. Ritornai la sera, era a dire la verità notte. Si era dimenticata di mettere il lucchetto del portoncino. Era aperto, entrai, salii, e restai di stucco. Era nuda, abbracciata con Rosalia pure essa nuda .. e si amavano … come un maschiaccio con una femmina di strada … che schifo!. Non si erano accorte di me … continuarono. All’improvviso un urlo di Rosalia: mi aveva visto. Scappò nuda e si nascose nel bagno. Melissa rimase impassibile, anzi mi sorrise, ma più che un sorriso era un ghigno beffardo. «Non te lo avevo detto che non c’è trippa per gatti» «Nenti rugnuna pi li gatti masculazzi». Non disse propriu accussì, ma chiddu era il senso.»

Mi indignai e lo bloccai. Gli offrivo, liberatorio, uno scifu di caffè e latte, più caffè che latte, però. Gli detti savoiardi, un sacchetto cellofanato di quelli che vende Campanella. Io il mio soavissimo caffè, fatto con la napoletana, come mi aveva insegnato Gennariello al Caffè della Galleria di Napoli, me l’ero già dispensato con il solito rito mattutino. L’istinto pettegolo regredì, quello famelico imperversò. Vitacchia si precitò sulla tazza, ingoiava savoiardi interi, a metà intingendoli nella brodaglia bianconera, a metà divorandoli in un solo boccone. Spruzzava saliva e briciole intrise di caffellatte, in bestiale ingordigia. E questi si permetteva di censurare amori  sublimi di mirabili donne. Puah!

Mi ritirai nell’altra stanza, quella che fungeva da studio. Anche per Aurelio. Vitacchia mi aveva ridestato un ricordo soavissimo. Nella mia vita di sceneggiatore ne avevo viste di cotte e di crude in materia di sesso. Amanti indomabili, bagasce oscene, pederasti, invertiti, trans, e naturalmente lesbiche, quelle attive e quelle passive, omoerotiche e bisex.   Una deliziosa fanciulla, candida, cerbiatto immacolato, armonica nel corpo, dall’occhio terso, incantevole mi aveva amato ed io l’avevo amata, ma nel più puro dei modi, senza sensi, con trepido moto dell’animo, dell’anima sua, del cuore mio: ed intelletto e sentimento e gioia nel rivedersi ed incanto nel sentirsi ed arcano mirarsi negli occhi e silente trasporto si fusero o tessero l’ordito di una relazione ineffabile, durata pochi mesi purtroppo. Ella era lesbica, aveva una carissima amica (né bella né tenera come lei). Mi amò castamente, l’amai teneramente. Ed ora veniva quel laido di Vitacchia ad imbrattarmi tutto. L’avrei scaraventato da una finestra, ma da una finestra altissima, sita all’ultimo piano di un grattacielo newyorchese.

In bell’evidenza stava nella  libreria di Aurelio un testo commentato delle poesie di Saffo (sì, Aurelio era colto, sapeva anche di greco antico e se lo centellinava anche a tarda età. Non per nulla era stato in seminario. Ditegli tutto quello che volete ai preti, ma gli studi classici te li sanno imporre).

-        passi leggiadri ti guidavano veloci al di sopra della nera terra con fitto battito d’ali giù dal cielo per gli spazi dell’etere …

-        mi piace questa traduzione di Franco Ferrari. E la donna amata dalla donna? «Infatti anche se fugge, presto verrà dietro, / e se non accetta doni, anzi ne offrirà, / e se non ama, ella presto amerà / anche contro il suo volere». Ma io sono greco, sono agrigentino da immemorabili generazioni. Come li avrei letto quei versi? Sentiamo – e ad alta voce declamai:

-        kai gar feughei takheos dioksei, / ai de dora de me deket’alla dosei / ai de me filei, takheos filesi / koiik etheloisa.

-        Decisamente improbabile. Oh grande lingua antica dei nostri primi padri, come ti abbiamo smarrita! Come? Quando? Ancora ai tempi di Verre le donnette pie e fanatiche in greco malmenarono gli scherani del vorace esattore, quando di notte si tentò il furto dell’Ercole bronzeo (ex aere simulacrum .. Herculis». In greco – è certo – gli agragantini cercarono di scherzarci su «in hac re aiebant in lobores Herculis non minus hunc immanissimum Verrem quam illum aprum Erymanthium referri opertere» (dicevano - e la loro lingua veicolare era il greco - che nel novero delle fatiche d’Ercole occorreva includere questo spietato porco d’un Verre non meno del famoso cinghiale d’Erimanno.» Greco ancora si parlò per tutto l’impero romano e greco, dopo, sotto i bizantini. Greco il vescovo Gregorio del III secolo (non certo l’innografo che quella è baggianata di eruditi ma non colti canonici agrigentini). In lettere greche la dedica ad Hermes e ad Eracle nel chiostro di S. Nicola.  Gli arabi furono di passaggio. I berberi erano bravi ma incolti contadini per sopprimere una grande lingua. Poi Gerlando un bretone pio ma predace. Iniziò il seppellimento del greco. Ma i testi dell’archivio capitolare di Agrigento dimostrano che non fu facile. Sopravvive il greco per due o tre secoli ancora.  Il buon Aurelio così scriveva: «Per esser normanno, venne  descritto dalla pur tardiva storiografia  secondo  il consunto stereotipo di uomo  di  nobile prosapia, bello, alto, biondo e di gentile aspetto.   Tale versione risale al secentesco Pirro. Il personaggio non  è inventato e questo è già molto.   E il vescovo  ebbe subito fama di santità, come può  arguirsi  dal Libellus  custodito nell’Archivio Capitolare ove si  parla dell'anima  benedetta del beato Gerlando che,  discioltasi  dalla umana carne, ebbe a riposarsi nel Signore «beati Gerlandi anima, carne soluta, quievit in Domino». Quello che, invece, lascia increduli noi laici è quella sua facondia trascinatrice di ebrei e musulmani. Nell'agrigentino si parlava un dialetto locale, veicolare che aveva poco di arabo. Forse residuava un uso del greco nei  ceppi più tenaci.  Questo vescovo borgognone, che chissà quale lingua parlasse, dovette disperarsi nel cercare di capire i suoi sudditi e questi, come ancor oggi si dice, parlavan turco, di certo, per lui, incomprensibilmente. E le sue prediche inventate dal Pirro, se davvero vi furono, dovettero lasciare di stucco i 'fedeli' musulmani.

-        Occorre tornare al greco, recitare in recinti sacri a Dioniso (a Racalmuto, lassù al Castelluccio), fornire una scolarità greca, tornare grecofoni, bilingui, sentire tragedie greche in originale e capirle (i diplay moderni saprebbero supplire alle lacune). Se religiosi dobbiamo essere che ciò avvenga almeno nell'irriducibile conflittualità tra l’umano ed il divino dei nostri antenati greci. Odio questa Roma papalina, cattolica che prima uccise il greco in Sicilia ed ora anche il latino. Che c’importa a noi dell’incolto Bossi? Parli lombardo lui? Se ciò gli dà senso?

Imbattutomi nelle Storie di Erodoto  tornai a declamare il VI, 21 quasi furente (storpiando il testo greco):

-        ….  kai poiesanti Frinikho drama Miletu alosin kai didaksanti es  dakruà te epese to theetron kai  ….

-        Ma dottò, che fa?

Mi interruppe sbalordito Vitacchia.

-        Che faccio? Che faccio? Leggo Erodoto. Lo conosci?

-        Nonzi!

-        E figurati non lo conoscono neppure quelli che dovrebbero conoscerlo. Stai certo, nessuno a Racalmuto. Un tempo Macaluso, quello che fu gesuita. Ora Michelangelo. E si dice qualche professoressa di greco ... due o tre ... non di più

-        Ma cu è ssu chissu?

-        E’ uno storico greco ed io vorrei scrivere come scriveva lui.

-        Ma vossia è chhiu bravu.

-        Che Dio ti benedica, ma non è così.

-        Veramente mi pariva che vossia legesse pi babbaria.

-        Era greco Vita’ era la lingua che parlavano i nostri antichi padri, qui a Racalmuto, là a casa mia a Giurgenti.

-        Però nun si capiva nenti.

-        Purtroppo. Vorrei però anch’io scrivere una dramma – meglio una tragedia più bella di quella scritta da Frinico (ignota, persa). Una tragedia sulla Sicilia del 2000 presa da orde azzurre, incolte. Arraffata da un medico sottratto alla guida di corriere. Con una Eckklesia composta da bambine dell’azione cattolica, da chierici d’incerto sesso trasmigrati dalle parrocchie alla politica, da giovincelli blesi senza cultura, da divoratori di lasagne, da protofascisti, da nazionalisti della Favara: che coro beota, che peana, che musica suonata da sfiatati! Lasciamo andare, va!

-        A vossia cu lu capisci?

-        Neppure io, neppure io mi capisco, se ti fa piacere Vita’

-        … cci l’a’ cuntari chiddu chi sacciu?

-        E che cosa vuoi sapere, tu uomo venuto da lontano.

-        Iu a Racarmuto nascivu.

-        E’ vero, è vero – ma il nonno di tuo nonno da dove veniva?

-        Boh!

-        Perché non scrivi che anche per te «tutto finisce, nel risalire del tempo, a un Leonardo Sciascia, nonno di mio nonno, che nei primi dell’Ottocento venne a Racalmuto dal vicino paese di Bompensiere per esercitarvi il mestiere di conciatore di pelli.» Anche tu mentiresti, ma pensa a quale transustanziazione affideresti la tua ancestrale salvezza? Meglio che ad un figlio di Dio.

-        Iu, però, nun sugnu nadurisi,  né cci vuogliu essiri; né nadurisi era ma nannu né ma catanannu.

-        E neppure Sciascia, né suo padre né il padre di suo padre e neppure il suo bisnonno. La verità però è prosaica, è banale, annoia, meglio la menzogna, il falso ben condito, quello letterario poi non è giammai eguagliabile dal vero cupo e meschino.

-        Nun la capisciu … mi facissi diri chiddu ca aiu a diri.

-        Nulla hai da dirmi Vita’ … perché quello che mi vuoi dire già lo so. Vedi quei cosi lì … si chiamano “faldoni”, sono dieci e me li sono dovuti sorbire tutti. Lì c’è la verità. La verità secondo la dottoressa Evelina Adelaide Mangoni Mistretta, … vergine e martire.

-        No, vergine non era. Questo lo so per esperienza personale.

-        Non sottilizzare, Vita’; vergine di cuore e di mente … castissima poliziotta dello stato.

-        Ma anche la commissaria le è antipatica, dotto’? ….

-        Manco per niente; non era però quello il suo mestiere, non lo doveva fare, l’ha voluto fare e ci ha rimesso le penne.

-        La ‘Sraeliana l’ammazzà, duttu’.

-        Ti sbagli Vita’. La ‘Sraeliana tu l’accusi ingiustamente perché ti ha fatto cornuto con una donna, il massimo per uno stallone siciliano come te.

-        Nun voli, allura ca cci cuntu chiddu che sacciu?

-        Tu mi vuoi dire: venne da lontano, da Israele una graziosa fanciulla nigrigna (nigra sum sed formosa) e venne in una sera d’inverno, tra lampi tuoni e diluvi. L’accompagnava un macilento sionista, d’origine russa. Si spacciava per fotografo: diciamo che lo era. Stettero insieme fino a quando la ‘Sreaeliana non incontrò Rosalia, scialba accompagnatrice turistica racalmutese. Fu grande amore. Tu non capivi, hai semi lascivi, hai pulsioni ereditate da coiti violenti nei tuoi precordi, per capire, per rispettare almeno. Ti sfruttarono le due donne: li hai introdotte da Aurelio. Castissimo, lui; ancor di più ora risucchiato dalla casta agonia dei sensi senili. Hai pensato a chissà cosa, Melissa voleva scrivere un libro sugli ebrei di Sicilia prima della cacciata voluta da Isabella di Castiglia. Aurelio era dotto: sapeva e fu utile al libro. Il libro in ebraico sta lì, nei faldoni, con la bella traduzione inglese. Diversamente chi lo leggerebbe? Anche la sera prima Melissa fu da Aurelio; infernale pure quella notte. Ci andò con te … ma se ne tornò con Rosalia, in macchina con Rosalia, come da testimonianze raccolte dalla poliziotta.

-        Veru è, anch’io fui interrogato da Adelaide, buon’anima.

-        Ecco, vedi. Alibi di ferro. L’indomani Aurelio fu trovato morto, avvelenato. Evidentemente dopo che Melissa se ne era andata. Chi fu allora? Adelaide, come la chiami tu, sospettò, ma sospettò della mafia … e fondatamente. Qualcuno spiava … Dalla Cava di Fulvio ciò è un gioco da bambini … poi s’introdusse … Certo che Aurelio lo conosceva .. Ma potevi anche essere tu …

-        Chi ddici duttu’ – lassammu perdiri, va’

Vitazza cambiò di pelle. Irascibile, ora e diffidente. Soprattutto impaurito, terrorizzato. Finire in sospetto della Legge, in Sicilia, con la mafia e l’antimafia. Meglio a Santa Maria, al cimitero … Meluzzo l’aveva proprio folgorato. E con malizia. Si alzò, quasi senza salutare, prese le sue cose. Meluzzo sentì lo sgommare della macchina. In gran fretta si tolse di mezzo com’era nei desideri dell’ospitante.


Capitolo IV

I QUAQUARAQUA’

Il ritorno alla terza persona, al racconto anodino, a questo punto è d’obbligo. I fatti che ora si succedono investono Meluccio Cavalieri con tale veemente cointeressamento da costringerlo a toni distaccati, a collocarsi al di fuori delle parti. E già prima  si era citato per un paio di volte come se si trattasse di un estraneo.

Or dunque, verso le ore quindici del giorno dopo, una violenta telefonata a Bovo investì il nostro scrittore:

-        hanno arrestato mio figlio … l’hanno portato alla Petrusa … la guardia di finanza si lu portà … sì, sì, a ma figliu.

Era il padre di Vitaccchia, esagitato, comprensibilmente stravolto.

Meluccio restò basito.

-        ora vengo .. ora vengo.

Tutta la famiglia di lu Cammaratisi, in cerchio come se in mezzo vi stesse un catafalco, abbassate le serrande, nella penombra, stava a commiserare la propria sventura. Qualche singhiozzo, un lamento, sospiri, pianti a dirotto del padre o del fratello: l’eco immediato delle donne, a squarciagola, imprecazioni, allusioni, nonne e vecchie con bianchi fazzoletti in testa di antica memoria si concedevano cantilene ataviche, erano prefiche risorte, l’antica Grecia piangeva nei loro cuori nella prisca maniera.

Meluccio chiamò da parte lu Cammaratisi e cercò di farsi spiegare. Notò astio che non comprendeva. 

All’alba diversi militi in giallo, elegante nella sua accurata divisa ed impettito il comandante, in assetto di guerra, impudichi erano entrati come di forza, avevano scaraventato dal letto uomini e donne senza delicatezza alcuna, indifferenti all’impacciato ricoprirsi di vecchie e giovanette. Avevano setacciato, sfondato porte, divelti lucchetti, sparpagliato biancheria. Mutissimi ma efficienti, febbrili. A Vitazza, verso il quale un paio di graduati s’indirizzò all’istante, strinsero subito ai polsi le manette e lo portarono via su un cellulare già pronto, a sirene spiegate.

-        Mezz’ura fa mi purtaruni sti carti.

Meluzzo guatò quei fogli: erano verbali, prolissi, indicate ore e circostanze, firme della sostituto procuratore La Mezzana.

-        ma qui si parla di esibizioni di mandati, di ordini di sequestro del magistrato, di mandato di cattura?

-        Tuttu chissu ant’ura mi fu datu!

-        No, le ore segnate sono di questa mattina.

-        Un gnè bberu .. un gnè bberu.

-        Non sarà vero ma qui così è verbalizzato e c’è la tua firma di accettazione.

-        Pur di togliermeli dagli occhi, pure la mia condanna a morte avrei firmato – bestemmiò in stretto racalmutese lu Cammaratisi.

-        Capisco! Ma hanno trovato qualcosa … già è tutto verbalizzato qui.

-        Cosa? … cosa?

-        … bustine di sospetto contenuto da analizzare … scatola in caratteri mediorientali …. carteggi vari … rubriche telefoniche … tronconi di assegni  … ed altro. Sono tre fogli fitti fitti.

-        Ma, se non hanno trovato niente?

-        La tua parola contro la loro … vincono loro … non c’è scampo.

Strazianti grida delle donne … si fingevano assenti .. tutto avevano sentito e capito.

-        Curpa so … curpa so, è

-        Come colpa mia?

-        Dicivano ca vussia l’aviva accusato

-        Io? Accusato di che?

-        Vussia diciva ca aviva li provi ca era stato ma figliu ad ammazzari lu dutturi Matina ed anche la poliziotta.

-        E chi dice queste minchiate? … tuo figlio sarà un burdunazzu ma omicida mai né amico di assassini. Lo conosce bene.

-        Mi lu dissi lu marasciallo.

-        Questo qui dei carabinieri?

-        Nonzi, chiddu di la finanza.

-        E secondo te, se ero il colpevole di una tale infamità, venivo qui da te come un incallito Giuda Iscariota?

L’uscita di Meluzzo, non protocollare, sorprese e convinse lu Cammaratisi: i suoi occhi, prima cupi e sospetti, si schiarirono di colpo e subito si velarono di lagrime.

-        Lassami nni iri. Lasciami andare, vediamo se riesco a fare qualcosa. Mi dispiace davvero… siamo caduti nella barbarie. Povera Sicilia, in preda alla barbarie giuridica. Non c’è più diritto in questa terra antica, nobile e poetica: c’è solo l’antimafia dei continentali. Maledetti!

 

*   *   *

 

 

Trafelato giunse allo spiazzo laterale della caserma dei carabinieri vicino al vecchio campo sportivo: brutta palazzina, arrogante piantone, spioncini che guatavano e portone che non si apriva; già ad essere sereni c’era da incazzarsi; figuriamoci con tutti quei nervi a fior di pelle. Per poco Meluzzo Cavalieri non si faceva denunciare per oltraggio alla forza pubblica nell’esercizio delle proprie funzioni. Il piantone, aitante marcantonio del nord, allocco almeno all’apparenza, di certo là in Sicilia quale semplice ausiliario, per sfuggire alla leva militare, - vai a sconfiggere la mafia, va’ .. va’ – era fin troppo cerimonioso eppure irritava nel volere indagare senza sapere su che cosa.

-        il suo riverito nome?

-        Sono Meluccio Cavalieri di Giorgenti.

-        Di professione?

-        Scrittore … o meglio mangia pani a tradimientu?

-        Prego?

-        Mi faccia parlare con il suo comandante, perdio!

-        Stia calmo e si moderi … il comandante…

Per fortuna di Meluccio stava passando il vice brigadiere Pizzillo … suo vecchio conoscente; andava di fretta, colmo di nervosismo.

-        dotto’ lei qua?

-        Voglio parlare con il comandante.

-        Venga con me.

Il comandante lo ricevette nel corridoio: uscì dalla sua stanza.

-        Sa, c’è il colonnello di là.

-        Che è sta cazzata dell’arresto di Vitacchia?

-        Lo vorremmo sapere pure noi. Il colonnello è di là appunto per questo. Ma lei dotto’ che cosa gli ha detto a Vitacchia?

-        Io? … e siete due … io, niente.

-        Ma non è stato lei che ha intimidito il Vitacchia parlando di sue responsabilità negli omicidi del dottore Aurelio La Matina e della dottoressa Evelina Mangoni?

-        Manco per niente? Baggianate del genere semmai le dico per ridere!

-        Lei le avrà dette per ridere, Vitacchia però ci ha creduto e si è messo a telefonare come un matto a destra ed a manca … andandosi ad incastrare  … lo vedo brutto, brutto, brutto… Ma entri, il colonnello la riceverà di buon grado … anche lui è un suo ammiratore, come me, come tutti qui ..

-        Meno il piantone!

-        Ah! Quello è un minchione del nord … veste la divisa della benemerita .. ma carabiniere non lo è. Ci si nasce carabiniere .. non ci si diventa … cosa vuole che capisca il ragioniere di Abano Terme … figlio bello e ricco di un albergatore veneto. Frutto dell’unità d’Italia … entri … entri.

 

Ancor più gentile il colonnello. Tarchiato, panciuto, intelligenza negli occhi, nel sorriso, nei gesti. Un siciliano, un greco: comandava la stazione di Canicattì. Coordinava l’antimafia della zona. Col colonnello Micciché c’era consuetudine collaborativa. Varie volte aveva suggerito spunti letterari, tecnicismi, consulenze sull’organizzazione della giustizia, quella togata e quella militare. Un guazzabuglio in cui Micciché navigava come un pesce nell’acqua del mare. E per i gialli di Cavalieri, quelle precisazioni, quelle rettifiche, taluni preziosi segreti erano sale che ben condiva e meglio faceva vendere.

Si scambiarono complimenti, frasi cortesi, reciproci riconoscimenti; andarono un po’ per le lunghe, spagnoleggiarono per l’insidia del sangue imbrattato da antiche nozze aragonesi; se non altro sbollì un tantinello la rabbia che ognuno di loro covava in seno. Interruppe per primo il capitano:

-        esimio dottore, il fatto è che Vitacchia, dopo essersene andato da lei ieri sera, perse davvero la trebisonda.  Non so che cosa lei veramente ebbe a dirgli. Lui, per telefono, si è messo a strombazzare che lei sospettasse di lui, anzi era certo che lei aveva le prove del duplice omicidio, che erano prove che portavano a lui, prove rinvenute in “farzuna” (usa questo strano termine..)
- voleva dire: faldoni.

-        Allora lei qualcosa sa?

-        Ora mi rammento che per zittirlo, accennai ad intrighi che affioravano dai dieci faldoni della Mangoni … ma le mie erano dicerie, tanto per dire qualcosa e soprattutto togliermelo dalle palle.

-        E quello ci è rimasto fottuto.

-        E’ così grave?

-        E’ in mano alla caina, dottore mio, non c’è scampo.

-        Mi chiarisce un po’ le idee?

-        Ho qui la trascrizione di quanto il capitano Bonadies, quello della finanza …

-        Non è siciliano?

-        No!, milanese … di Arcore … compaesano del capo insomma.

-        Siamo fottuti!

-        Penso di sì. Ha trascritto in milanese un parlare racalmutese fitto, agitatissimo … s’immagini gli inguacchi! Ho fatto dei confronti con la cassetta che pure, bontà sua, mi ha mandato in copia. Siamo alla follia pura. Ma mi dica chi potrà contestare Bonadies … una denuncia per falso in atto pubblico? … non troverà uno straccio di avvocato che ci provi … con quella strizza che hanno, con quel terrore della finanza che tengono, grandi evasori come sono … tutti.

-        Vitazzia, dunque, esci da me e che fa?

-        Da quanto emerge da questo diario riservatissimo … si sarebbe messo in contatto con Bastiano Saldì, il prosecuto degli “stiddara” di Racalmuto che ricerchiamo da oltre un anno … omicida .. l’artefice della strage di piazza Castello. Ancor oggi a capo di una cosca che smista droga da Porto Empedocle in Germania, Francia, ed anche Montecatini Terme, Abano Termine, il casinò di … ma che c’importa?

-        E perché avrebbe telefonato a Bastiano Saldì? Non aveva di meglio?

-        Cercava un alibi?

-        Un alibi?

-        Sì. In effetti la terribile notte in cui fu avvelenato il dottor La Matina, Vitazza era insieme con Bastiano Saldì … sulla spiaggia dello Zaccanello … faceva da corriere della droga … droga che doveva giungere dal mare con una barca … quella notte però non giunse nulla … il mare era tempestosissimo .. non consentiva ad alcuna imbarcazione di traghettare dal grande panfilo ormeggiato chissà dove, nascosto agli occhi nostri e della finanza. Vitazza, che aveva i numeri dei telefonini di Bastiano, lo cercò, di ritorno da lei, per pregarlo di fare qualcosa che potesse scagionarlo … ed invece fu come consegnare la pecora al lupo. Controllava Bonadies (anche noi veramente) controllava, individuò il posto in cui Saldì ricevette la telefonata … era piazza della Libertà a Palermo … vallo a beccare … registrò  … trascrisse. Fu certo che Vitazza era stato colui che aveva messo il veleno nel caffè del dottor La Matina … d’incarico della mafia che faceva capo al Saldì … Noi sappiamo che Vitazza era stato agganciato per far da palo in certo trasbordo di merce, ma sappiamo che, al di fuori di una partecipazione passiva, inconsapevole, nulla aveva fatto. La sera in questione Saldì l’aveva solo pregato di accompagnarlo al mare. Vitazza si era persino scordato che doveva andare a prelevare la giornalista israeliana dal dottore La Matina. I pedinamenti della mia squadra sono tutti verbalizzati. Eccoli qui. Li ho riscontrati. Innocente dunque il Vitazza. Vitazza fu da lei punzecchiato come capita a voi intellettuali, per amore della battuta, della provocazione … ma il poveraccio era stato sospettato anche dalla dottoressa Mangoni. Quella, nella speranza di farlo parlare, se l’era portato persino a letto. Si era convinta dell’innocenza di Vitazza e l’aveva messo sull’avviso. Qualche indizio contro Vitazza restava, che stesse attento dunque. Disperato, dopo l’incontro con lei, aveva cercato il latitante Saldì. Lo ha invocato di fare qualcosa, di scrivere una lettera, magari, far sapere alla legge che quando fu avvelenato il La Matina entrambi erano lontani, al mare. Saldì si è imbestialito, si è messo a bestemmiare, ha cominciato a parlare a baccaglio … in effetti è ambiguo … mille frasi smozzicate possono far pensare che, invece, c’era un accordo a testimoniare un alibi compiacente. Tutto combinato per coprire l’omicidio che il Saldì avrebbe commissionato  al Vitazza. Non le leggo il ciarlare di Bonadies; non ha letto i suoi romanzi e scrive da nordico; quelli parlano fluido ma scrivono da cani … non sanno scrivere (salve le grandi eccezioni s’intende; io Manzoni lo salvo), s’immagini poi se sanno verbalizzare o fare rapporti decenti o peggio chiedere in fretta e in furia mandati di cattura.

-        Ho visto la richiesta del mandato di cattura …

-        Prefabbricato, dottore mio. Questa è un’altra sporca vicenda. Il capitano ha nelle sue mani la giovane sostituto procuratore, una ragazzina del Veneto. Innamoratissima dicono. Ad Agrigento ci sta solo quando proprio non ne può fare a meno. Subito scappa per il Veneto. Il capitano la controlla; finge di esserle amico e le dice che la protegge. Quella firma tutto ciò che fa comodo al capitano della finanza, senza fare storie.

-        Me ne sono accorto.

 

Meluccio Cavalieri aveva bisogno di pensare. Era in uno stato confusionale, che per uno scrittore è cosa gravissima. Anche lui però era un essere umano; anche a lui capitava quanto succede ai comuni mortali.

-        Colonnello, le confesso che non ho per nulla le idee chiare.

-        Onestamente non è che qui tutto brilli per consequenzialità, per rigore, per stringatezza. Bonadies sa essere oscuro e non per omertà mafiosa. Per peculiarità del suo intelletto, diciamo. Mi pare, però che questo possa affermarsi: primo, lei – senza volerlo - ha messo in ambasce il suo amico Vitazza; secondo, il disgraziato si è visto perso e si è incollato ad un telefonino; terzo, non curandosi delle tecniche di controllo della polizia, va a confidarsi con un latitante pericolosissimo, un tempo suo amico; quarto, sperando aiuto, si è messo a sproloquiare ed ha consentito a Bonadies uno scoop poliziesco, un teorema inossidabile, uno smacco all’antimafia, cioè in definitiva … a me. Questa storia finisce male, dottore.

-        Perché tanta voglia in Bonadies di far male ad un innocente.

-        Innocente, il capitano della finanza non crede in buona fede che Vitazza lo sia. Se non avessi gli elementi che ho, anch’io lo crederei colpevole e l’avrei già sbattuto in carcere da molto tempo.

-        Nella Sicilia del 2000 non si può più essere impunemente dei balordi?

-        Dottore mio, manco prima. Prima anzi si finiva sul patibolo, sul rogo … e lei lo sa.

-        Meno, tuttavia, di Roma o Firenze …

-        Sarà! … un brutto processo a Vitazza non lo leva nessuno ..

-        Devo cercare di fare qualcosa per quel ragazzo..

-        Chissà Sciascia come mi avrebbe definito: uomo … o quaquaraquà. Il quaquaraquà onomatopeico, l’anatra che sguazza nella pozzanghera … e mafia, e antimafia, e giustizia, e gialli, e caini, e benemeriti, e procuratori … tutti nella pozzanghera, in un’arida Sicilia con uno strato di melma vasto quanto una sconfinata palude …So come andrà a finire dottore, anch’io senza essere Sciascia sono profeta, perché intelligente (già, leggo dentro le cose) e perché so (ho tutte le carte segrete … della mafia … dell’antimafia … della finanza … dei carabinieri … della procura). Mafia uguale omertà: sicuro. E l’omertà di stato? Quanti suicidi che sappiamo omicidi di stato? Restano silenziosamente impuniti. Se Calabresi muore, Sofri paga … e se Pinelli muore, nessuno deve pagare? E i suicidi del mondo della finanza? Dobbiamo ancora credere che Sindona, che Calvi che … (si vedrà, si vedrà)  Sabbanadica duttu’. Se potrò esserle utile, sarò sempre a sua disposizione. Se lei potrà essere utile a Vitazza, non si risparmi … forse solo lei è in grado di fare qualcosa … dalla sua c’è sempre la penna e quella continua ad essere l’unica spada capace di far pendere il piatto della giustizia dalla parte giusta … solo raramente però.

 

*   *   *

 

 Si attaccò al telefono con la furia di un demone imbufalito. Chiamò Palermo, la redazione del Corriere. Sì, voleva Roberto Caballero.

-        Robe’ lascia stare i convenevoli … vieni subito qui a Racalmuto … sì a Bovo, in casa di Aurelio La Matina … buon’anima…. Ti passo uno scoop che ti farà rimbalzare nelle prime pagine di tutta la carta stampata ed in quella imminchionita dei mezzi-busti televisivi … Sì, si tratta dell’omicidio dell’ispettore bankitalia La Matina Calello … notizie in esclusiva .. svelate  da Meluccio Cavalieri di Giorgenti … l’ineguagliabile scrittore dei gialli  … straingurgitati dagli imbecilli del momento  … e sono la quasi totalità della razza italica … sì specie se dipinta di azzurro … Si sta mandando all’ergastolo un innocente e Meluccio Cavalieri non vuole … posso consentirmi il divieto della giustizia cieca … ingiustissima? … Sì. sono incazzato, incazzato nero  … vieni e ne parliamo.

Roberto Caballero, giornalista cinquantenne, racalmutese, ancora alla cronaca regionale, si era attirata la simpatia di Cavalieri senza merito alcuno, per un empito umano dell’affermato scrittore, segno di una pietas che non sai mai perché finisce per far capolino nei cuori più induriti .. e quello di Meluccio era molto arido … non duro ma impermeabile  ... o così pensava lui..

Giunse a notte fonda, strombazzando, come a svegliarlo. “Sono sveglio … sta’ calmo che arrivo”. In vestaglia aprì il portoncino metallico, accese la luce esterna. Roberto si precipitò dentro, sciatto come sempre, barba lunga jeans vecchi e malandati, niente concessione all’andazzo di portare falsi jeans provocatoriamente laceri: quelli di Roberto erano semplicemente indecenti.  Apparteneva ad una cospicua famiglia racalmutese, notai sin dal Settecento, quando erano piombati predoni e saccenti da chissà dove; Aurelio, ricercatore imbattibile della locale microstoria, diceva da Assoro. Al Circolo Unione si spettegolava che i Caballero stessero sempre sopra uno scalino …  qualche volta scendevano, quando avevano bisogno … diventavano umili, sussiegosi, supplici … poi finito lo stato di necessità, eccoli subito salire su due scalini, più in alto, più ingrati, altezzosi in odiosa supponenza. Roberto, però si distingueva … intelligentissimo, stravagante, caustico di parola e di penna, aveva preso dalla mamma, non racalmutese, finissima donna che suo padre aveva fatto morire di crepacuore e di stenti, intento a ficcarsi nei talami altrui. Pare che vi riuscisse. La Sicilia cambiava: essere cornuti cominciava a divenire un fregio nobiliare, come i nobili di un tempo, solo che ora anche la plebe si nobilitava.

Ebbe tempo di mirare lo spettacolo del cielo stellato, Meluccio Cavalieri. Gli sovvenne una pagine di Aurelio, letta nell’attesa di Roberto. Non gli era sembrata spregevole, la memoria ora agghindava ancor di più il pezzo letterario. Risorgeva l’antica Grecia. Anche a Racalmuto, anche a Bovo. «….. Pindaro esaltava, a pagamento, Agrigento come la più bella città dei mortali. Racalmuto doveva fornire grano e tributi per consentire ai tiranni agrigentini di equipaggiare le costosissime corse dei carri a quattro cavalli nei giochi olimpici della lontana Grecia. Dopo, chi vinceva commissionava le famose odi a Pindaro, statue a scultori greci e profondeva doni ai santuari di Olimpia.

 A Racalmuto, sulla cui economia agricola quegli eventi ebbero a pesare, giunse, sì e no, una flebile eco, se qualche signorotto di Agrigento ebbe a recarsi nelle proprie terre per refrigerarsi in qualche sua villa sulle pendici del Serrone durante la canicola estiva. Alcuni versi delle Olimpiche di Pindaro su quella vittoria col carro di Terone nel 476 a. C. ebbero ad incantare qualche nostro antenato, incolto ma sensibile all'alta poesia.: “certo per i mortali non sta/ fissa una soglia di morte,/ né quando un giorno figlio del sole/ s'acquieterà alla fine in pura felicità:/ flutti diversi, momenti alterni/ di gioia e d'affanno vengono agli uomini” eran poi versi da avvincere anche l'animo del contadino greco, intento a riverire il suo padrone, specie se questi li recita mirando le stelle cadenti del cielo senza fine dell'estate racalmutese. »

“Bisognava tornare all’antica Grecia, alle mirabili origini di una Sicilia colta e libera, della Sicania civilissima e soave, stellare, senza diritto romano, senza terrori cristiani, senza cupi preti, senza Bossi, senza Berlusconi, senza magistrati stranieri, senza capitani in giallo venuti da Arcore …”

-        Ma che cazzo sussurri? ghignò Roberto.

-        Va ‘ffa ‘nculo. Ti do un caffè di quelli fatti da me, ricetta di Gennarino … così mi stai sveglio.

Sorbitosi il caffè, Roberto andò a stravaccarsi sul rustico divano color senape. Si concesse una sigaretta, infastidendo Meluccio che da accanito fumatore pentito inforcava ora le cuspidi di tutte le campagne contro il fumo, anche se passivo, e si offrì in olocausto ai furenti sfoghi del suo amico scrittore.

-        Dunque, che è successo?

-        Hanno arrestato Vitazza.

-        Tutto qua?

-        … è innocente ..

-        non è il primo né sarà l’ultimo.

-        Qualche responsabilità c’è l’ho pure io

-        L’hai denunciato?

-        Ci mancherebbe altro  … se lo reputo innocente?

-        Pur di scriverci un libro, non saresti capace?

-        Strunzu!

 Con varie interiezioni, digressioni, sberleffi, contumelie, Meluccio ricostruì gli eventi dei due giorni passati. Roberto alla fine s’impazientì:

-        questo Vitazza, non so se è innocente o colpevole. E come faccio a scrivere un pezzo innocentista?

-        Perché è innocente!

-        Sei sicuro? Sputa fuori allora la verità … secca, senza fronzoli, giornalistica …

-        Dimmi pure evangelica?

-        In che senso?

-        Non dice Gesù di Nazareth: “il vostro parlare sia: sì, sì … no, no”

-        Vorrà dire che domani scriverò: “Vitazza da Racalmuto è innocente? Rispondiamo: sì”, sai che successo giornalistico.

-        Non mi imbrogliare ora tu le carte.

-        E tu dammi le carte giuste ed essenziali.

-        Aurelio La Matina Calello viene dunque trovato morto avvelenato il giorno dopo; i medici stabiliscono che il decesso era da retrocedere di dodici quindici ore. La morte sarebbe avvenuta dunque nelle prime ore della sera del giorno precedente, quando a Racalmuto diluviava. Fu sera da tregenda, tutti se lo ricordano qui in paese. Continuava per altre quattro cinque ore, avremmo avuto il diluvio universale; sarebbe stato il momento della verità con tutte quelle manomissioni del sottosuolo del paese, a cominciare dalla Matrice. Vi erano le carnarie, ora non vi è più nulla: le colate di cemento sospinte dalla pressione a 10/15 atmosfere sono state sbattute contro le occlusioni di piazza Castello. Quando torneranno le grandi piogge, dell’intensità di quella sera ma più continue, avremo un grande sifone a «lu chianu castieddu»; con quanti morti?

-        Stringi

-        Nel primo pomeriggio si era recata da Aurelio la giornalista israeliana, accompagnata da Vitazza, che subito però tornò in paese. La giornalista si accomiatava da Aurelio per il suo ritorno in patria. Aurelio era stato prezioso nel fornire dettagli e letture inusuali sugli ebrei di Sicilia e su quelli di Racalmuto.

-        Fino a che ora vi è stata da Aurelio?

-         Non più di un’ora. Il tempo era ancora buono. La giornalista telefonò allora alla sua amica, l’accompagnatrice turistica racalmutese. Questa si precipitò subito a Bovo. Non entrò neppure in casa. L’israeliana l’attendeva all’imbocco della stradetta. Si fece accompagnare in gran fretta a Canicattì a prendere l’autobus per l’aeroporto di Catania delle ore 17.  Non riuscirà a prendere l’aereo per Roma da Catania: le grandi piogge impedirono il decollo. La giornalista si fece accompagnare in taxi in un albergo delle vicinanze. Tutti questi movimenti sono stati ricostruiti con diligenza da romanzo giallo dalla dottoressa Mangoni. Aurelio sino a sera era vivo: lo dicono i medici. La giornalista ha un alibi di ferro. Vitazza, dopo avere portato la giornalista da Aurelio, s’incontra con Bastiano Saldì, quello latitante. Sono amici da vecchia data. Il Vitazza viene invitato dal Saldì a fargli compagnia ed in macchina se lo porta allo Zaccanello. Si godono lo spettacolo della tempesta a mare. Non succede nulla. A tarda ora, i due se ne tornano a Racalmuto, quando Aurelio era morto da almeno due tre ore.

-        Non è che l’ispettore bankitalia sia morto ad opera di spiriti maligni, scesi sulla terra di Bovo in quella notte da tregenda? Se fossi inglese, ci scriverei un libro di magia nera.

-        Non scherzare. Non spiriti vennero a Bovo quella sera, ma uno strano cingolato creò un casino forsennato rompendo il muretto dell’ingresso, lasciando orme che neppure le grandi piogge riuscirono a levare. A guidare quel cingolato doveva essere un solo individuo, non colto e tuttavia amico di Aurelio, che ebbe ad aprirgli in quell’ora insolita senza sospetto. Gli offrì persino un caffè.

-        E questo è certo?

-        No, questo si suppone … ragionevolmente.

-        Il cingolato è stato rinvenuto?

-        Non se ne sa niente. Nessun mezzo che possa giustificare il tipo delle orme è stato rinvenuto. Si pensa ad un mezzo straniero. Dopo la morte della Mangoni, la polizia sta tentando connessioni con il mezzo che uccise la poliziotta. Ma senza risultato alcuno … almeno per quello che mi si dice. Io del colonnello Micciché mi fido ciecamente. Perché mi dovrebbe imbrogliare?

-        Siamo quindi di fronte ad un assassinio senza omicida?

-        Sino a quando il capitano della finanza non ha creduto di essere l’inviato del Signore che in quattro e quattr’otto ti svela l’arcano.

-        E questo non ti sfagiola, non foss’altro per questione di prestigio professionale.

-        Me ne sbatto le palle del prestigio  … è l’innocenza di Vitazza che mi sta a cuore.

-        Non è che mi hai convinto proprio tanto su questa conclamata innocenza …

-        Non sono solo io ad esserne convinto … anche il colonnello Micciché ne è sicuro .. nell’incontro di oggi mi ha svelato piccoli segreti che hanno fatto chiarezza anche a me … tanti lati oscuri mi si sono chiariti. Pensavo cose inesatte, facevo confusione … Micciché ha fatto luce … il verdetto è indubitabile: non colpevole.

-        Andiamo, dunque, dal giudice e con l’autorevolezza che tutti ti riconoscono, con la testimonianza di Micciché e con i flash dei miei fotografi tiriamo fuori quest’angelo dalle patrie carceri.

-        Fosse facile!

-        Cosa lo impedisce?

-        Il capitano della finanza Bonadies.

-        E’ così potente?

-        È impotente e per questo è imbattibile: l’imbecillità, la testardaggine, la ruggine fra i corpi militari dello stato, la voglia di carriera, il sentirsi infallibile è un intruglio che a noi semplici mortali suona idiozia, per i militari si chiama senso dell’onore.

-        Protervi!

-        Domani, anzi stanotte, tu scrivi un bell’articolo, lo pubblichi e vedrai che le acque si smuovono.

-        E che scrivo?

-        Scrivi che ti sei incontrato con Meluccio etc., che ti ha confidato i segreti più ghiotti sulla morte dell’ispettore della bankitalia, che li ha desunti dalle carte dell’ispettore e da quelli della polizia. Un granchio prende la Finanza: non sa leggere i bilanci delle società sotto verifica e vuole leggere nei misteri dei servizi segreti …

-        Come? Come?

-        Servizi segreti, sì: l’omicidio di Aurelio La Matina Calello è un omicidio commissionato all’estero, da uno stato estero ed eseguito dal servizio segreto di quello stato.

-        Tu vuoi scherzare?

-        No, no … scrivilo … scrivi che te l’ho detto io. Scrivi che sono pronto a riferire al ministro degli interni italiano … quello è un grassone ma è un cervellone … mi è amico … ha stima .. ed io di lui   .. anche se è di destra, anzi è passato a destra; mi stava meglio quando scriveva a Lotta Continua … allora non aveva capito niente ma stava dalla parte giusta … ora capisce tutto, ma gli piace stare dalla parte sbagliata .. controcorrente: è nel suo stile (e forse anche nel mio).

-        Tu mi mandi dritto, dritto in galera.

-        Ti farebbe bene: così rinsavisci un po’

-        Anche a te farebbe bene; pure tu hai bisogno di un po’ di saggezza.

-        Spiacente, per limiti di età non sono più carcerabile.

-        Eseguirò a puntino. Resto, però, sicuro del fatto che Vitazza, stinco di santo non è. Amico e .. compare di Bastiano Saldì: mafia, droga, stiddara, stragi

-        Contiguo? E chi non è contiguo di questi tempi? Io, tu, i reprobi ed i santi, i preti ed i malandrini, lo stato ed i magistrati, i militari ed i politici …

-        Quante denunce per calunnia, oltraggio alle istituzioni, vilipendi ..debbo prenotarmi?

-        Nessuna .. perché sai scrivere e queste cose le sai dire senza farti cogliere in fallo. Complimenti.

-        … violazioni del segreto istruttorio, d’ufficio …

-        quelle non le escludo … e ci metto anche violazione dei segreti di stato .. anzi di stati esteri … suona meglio.

-        A la faccia?

-        Non per nulla sei giornalista … devi rischiare ..

-        E’ una vita che rischio. Il risultato? Capo cronaca di una periferica regione, di un giornale milanese che della Sicilia gliene frega un cazzo.

-        Ma è il primo giornale d’Italia.

-        Appunto.

-        Là c’è un computer, c’è il modem .. datti da fare e subito. Dai la stura alla tua fantasia … usa il paravento: il noto scrittore Meluccio Cavalieri da Giorgenti … scrivi sempre “da Giorgenti” … ci tengo … ognuno ha le sue fissazioni … la mia tutto sommato è veniale. Sì: il noto scrittore ci confida; sostiene; ci ha svelato; contesta; è sicuro …  e via di questo passo. Puoi anche sostenere che il papa è stato sodomizzato da un asino in erezione … fa ancora effetto, sai.

-        Vitazza esce ed io entro, ho capito.

-        Finalmente giustizia è fatta.

Roberto, sigaretta in bocca, si chinò sulla tastiera del computer e di getto scrisse i tre o quattro fogli dell’articolo. Inviò l’e-mail; si alzò, un gugno di saluto a Meluccio ed andò a buttarsi sul primo lettino che gli sembrò di potere usare. Quasi di colpo cominciò a russare. Meluccio non volle disturbarlo, spense le luci e cercò di addormentarsi anche lui. Non fu facile.

 

*   *   *

In prima battuta, la corrispondenza finì nel foglio regionale. In tarda mattinata, però, vi fu un’edizione straordinaria. L’articolo apparve in prima pagina con un titolo mirabolante, inusuale per un giornale tanto compassato come il Corriere della Sera: «Omicidio ex ispettore bankitalia – La GdiF di Agrigento depista – Certo lo zampino di un servizio segreto estero».

-        Titoli così sono sospetti, disse Roberto.

-        Articoli così sono pugni nello stomaco; bisogna saperli sferrare, ed il Corriere il mestieraccio suo lo sa fare, rimbeccò Meluccio.

Trillò il telefono. Segreterie particolari. Interrogatori. “Sì, lo scrittore Meluccio Cavalieri da Giorgenti, in carne ed ossa”. “Attenda, Le passo il signor ministro degli interni”.

-        Ah Melu’, che mi combini – e giù una risata chiassosa, veramente divertita.

-        Se il ministro della polizia si disturba, l’avrò fatta veramente grossa.

-        Guarda che sono stato io ad imporre l’edizione straordinaria al Corrierone; anche il titolo ho dettato. Come ex giornalista, sono licenze che mi posso permettere.

-        Come ministro degli interni .. che come giornalista il Corrierone ti mandava a fare in culo.

-        Come sei volgare?

-        Mai quanto un ministro di mia conoscenza. Ma a che gioco stai giocando?

-        Al tuo Melu’ … al tuo …

-        Dannato di un uomo … il mio è solo voglia di rimettere in libertà un mio amico di Racalmuto, un tale di nome Vitazza. Ti dice qualcosa questo nome?

-        Nulla di nulla ..

-        Allora dimmi quale è il tuo gioco …

-        Quello che tu hai fatto sbandierare a quel povero ragazzo 

-        Chi?

-        Il giornalista ..

-        Ma quello ha cinquant’anni.

-        Sempre ragazzo per noi Melu’ ..  Non so se la storia dei servizi segreti tu la conosca davvero o è stata una tua stronzata. Credo che hai inventato .. non dal nulla, però .. avrai letto qualcosa nelle carte che ho detto di consegnarti. Tu non sai e parli .. io so e non posso parlare. Ci completiamo. Bella trinità, visto che entrambi ci serviamo del cinquantenne giornalista. Polizia, letteratura e giornalismo: giustizia sarà fatta. Speriamo, almeno. Approfondisci Melu’, approfondisci .. spero davvero in te.

Ed era la seconda volta che nel volgere di 24 ore due diversi esponenti della polizia di stato gli affidavano il sovrumano incarico di fare giustizia, con la forza della penna, con la magia della fantasia. Non c’era più religione.

Nella tarda mattinata del giorno dopo, quando Roberto si decise ad alzarsi, Meluccio si accinse a fare una scappatina a casa sua, ad Agrigento. Teneva abitazione avanti la curia vescovile. Occupava la magione che era stata dei Del Carretto. Le carte di Aurelio parlavano di un palazzetto del 1300. Era detto in un atto notarile esibito ai Martino nel 1400, in un processo d’investitura. La contea della sciasciana Racalmuto nasce da un baratto fra due fratelli, Gerardo e Matteo del Carretto: a Matteo finisce “lu  cannuni” ma non solo quello: questo sedicente nobile genovese in effetti si insedia a Giorgenti, vicino al vescovo naturalmente, «in  quoddam   hospitio magno existente in civitate Agrigenti  iuxta hospitium magnifici Aloysio de Monteaperto ex parte meridiei, ecclesiam S.cti  Mathei ex parte orientis, casalina heredum quondam domini Frederici de Aloysio ex parte orientis/, viam publicam ex parte occidentis et alios confines.» I grandi predoni di Agrigento stavano tutti lì. “Ed ora vi sto io” si  sussurrò tra il compiaciuto e lo stomacato Meluccio. Veramente, stava al solo secondo piano: stanzoni enormi, oscenità pittoriche del Sozzi consunte, gelo d’inverno … ma d’estate c’era gradevolissima frescura, meglio qui che a San Leone. Solo che da qualche mese si era fissato per Bovo di Racalmuto: tutto l’opposto. Sperava di farsi vendere quell’anodina casetta dell’avvelenato Aurelio. Gli eredi, prima o poi, gliel’avrebbero ceduta. Non era questione di soldi. Meluccio pensò al suo antenato vescovo e botanico: forse per questo propendeva per gli orti di Bovo: Veramente, lì orti non ce n’erano: ma un progetto bolliva in pentola. Per un intuito di Aurelio si era costituita a Racalmuto una strana associazione che si denominava “IDESAM” come dire “istituto dissalatori acqua del mare”. Dal vicino Mar Mediterraneo si doveva portare l’acqua dissalata.  Scavalcando politici e faccendieri, la cosa stava andando avanti. Prodi in persona se ne era interessato. I fondi comunitari stavano per arrivare. Un invaso agli sprofondi di Sacchitello era più che un progetto. Da lì acqua dappertutto, anche a Bovo, per orti, agricoltura intensiva, primaticci. Meluccio vi stava dando l’anima perché il sogno di un mare d’acqua sulla terra di Sicilia si avverasse. Ostacolavano, e di brutto, gli acquaroli di Canicattì, non mafiosi si diceva eppure molto somiglianti, con il Lasagne come loro occulto protettore sotto sembianze di verde irriducibile. “Il dissalatore inquina l’aria. Le condutture distruggono l’ambiente.” il suo slogan ad effetto. Un mare di voti lo subissava ad ogni elezione. Frotte di autobotti pompavano acqua dallo Zaccanello di Racalmuto e la portavano nei vigneti di Canicattì; si deprimeva sempre più il livello di quella falda acquifera; c’erano voluti diversi milioni d’anni per formarsi, dal pleistocene; in dieci anni, dicevano pozzaroli incolti ma esperti, il livello era sceso di sei metri. Prossimo il prosciugamento totale; incombente il fenomeno dello zubbio: volte in gesso che si erodono per reazioni chimiche e sprofondano; addio scorrimento veloce, addio terre ubertose della Menta e dintorni; povera incolumità pubblica.

A Meluccio venne fatto di pensare all’improvviso: va a finire che cerchiamo chissà dove l’omicida di Aurelio ed invece eccolo là a Canicattì, in seno agli autobottisti.

A Meluccio la strana mania delle cose della terra veniva – o così amava pensare – da un antenato vescovo e botanico. Si chiamava Antonino Cavalieri. E’ rimasto celebre per una sua originale richiesta al re borbone: «S.R.M. – Sire – Antonino Cavalieri – scrisse il 14 gennaio 1789 – vescovo e cittadino di Girgenti, umilissimo vassallo di vostra reale maestà, umiliato al regio trono le rappresenta, come per doppio titolo della nascita da lui sortita in quella città, e del supremo grado ecclesiastico, al quale per vostra real clemenza è stato inalzato, sentendosi in obbligo di promuovere con tutte le sue forze i vantaggi spirituali, e temporali di quella popolazione, à considerato, che tra le altre cose manca ivi il comodo dell’erbe medicinali, perché non essendovi colà mai stato orto botanico, né persone esperte nella cognizione de’ semplici manca agli ammalati il soccorso di taj rimedj …» Dove impiantare quell’orto botonaco? «Esiste in distanza di un miglio in circa dalle mura di quella città un conventino già de’ PP. Riformati .. a cui è annessa una piccola selva ...» Il conventino era stato soppresso tre anni prima. Espropriamolo - chiede il vescovo -  «sarebbe questo un sito opportuno alla formazione dell’orto botanico, dopo che ivi si ridurrà un'altra volta la piccola vena dell’acqua sorgente ….. » Le idee di Aurelio avevano avuto un precursore, nientemeno un vescovo ed un vescovo della famiglia di Meluccio. Certo, allora era il Settecento, secolo dei lumi anche in Sicilia, anche per i vescovi giurgintani – ma della prosapia  dei Cavalieri – mentre, ora nel duemila i vescovi giorgintani si preoccupano solo degli espropri, di salvaguardare gli estirpatori del verde, gli uomini del cemento … in cambio di chiesuole antistanti a templi greci. Meluccio se ne adontava e s’imponeva il compito di saldare l’antenato vescovo illuminista con il tetro Aurelio.

Decise di far visita al suo presule del Settecento: si recò in cattedrale e portò il solito garofano rosso che depose sul sacello: dall’alto, dal medaglione marmoreo lo mirava con sorriso spento; rubizzo, testa incassata nel tronco, privo quasi di collo, ma ondulata l’ampia gorgia, dovette somigliare tanto a quei canonici descritti dal Brydone; per tanti versi dovette essere simile al vescovo di quel viaggio dell’impertinente inglese. “molto rispettato”, “nel fare a botta e risposta … è maestro”, “uomo affabilissimo e gentile”, “appartiene ad una delle prime famiglie dell’isola”, “è un omettino onesto e una persona piacevole”, “è fuori del comune che abbia raggiunto una simile carica così giovane, essendo questo il vescovado più ricco del regno. E’ un buon letterato, profondamente erudito sia di cose antiche che di cose moderne, ed è altrettanto intelligente che colto”. Ma c’è da giurare che l’antenato fosse proprio quel canonico che dopo il pranzo fu preso da «una violenta crisi di stomaco, e mentre vomitava si volse a me con una faccia tutta pentita, e scuotendo il capo gemette: “Ah! Signor capitano, sapevo che Ponzio era un grande traditore”  … mi ha detto che basterebbe che stessimo un po’ con loro per convincerci che sono gli uomini più felici della terra. “Abbiamo escluso dal nostro sistema”, mi disse, “tutto quello che è triste o malinconico, e siamo persuasi che di tutte le vie dell’universo quella che mena al cielo deve essere la più bella e la meno tetra. Se non è così”, aggiunse, “Dio abbia misericordia di noi, perché temo che in cielo non ci arriveremo mai”.»

-        Ah! zzi parrì nni diciva di minchiati chissu, picchì ingrisi cridiva di fari lu spertu ed era babbu … minchiati, zzi parrì, minchiati … Ah! ccà nun si po’ diri? … semmu in chiesa! Ma chista è la catridali di San Giurlannu, è nurmannu puru iddu .. a nnantri nun nni po’ capiri.

 

Meluccio scese in via Atenea, si recò dall’avvocato Pujades, amico suo d’infanzia.

 

-        Carme’  quel mandato di Vitazza te lo sei fatto dare?

-        Sicuro; appena mi hai telefonato sono corso alla Petrusa e subito il ragazzo si è affidato a me.

-        Quando esce?

-        Non lo so. Ho parlato con il procuratore capo e niente; la veneta non l’ho vista. Come al solito è scappata per casa sua, dal suo amoroso. Bonadies è schifiltoso … ma ha trovato una scusa per non ricevermi. Ho pronta l’istanza al giudice per la libertà provvisoria. Ci mancava però che tu ti mettessi a fare lo stronzo con quella intervista dei miei coglioni … e temo che dopo averlo fatto rinchiudere gli stia serrando le porte per non farlo più uscire ..

-        Minchia!

-        Proprio così, stiamo tutti finendo a minchia. Già, perché ti stanno preparando un bel papiello con dentro una sequela di reati da accumularci sopra una ventina d’anni: violazioni dei segreti di stato, di quelli d’ufficio, di quelli istruttori, oltraggio alle forze pubbliche, calunnia etc. etc.

-        E come lo sai?

-        Vengo dal tribunale; sentivo strillare Bonadies nella stanza della veneta. Mi ha visto il procuratore, mi ha chiamato ed in gran segreto mi ha detto che non può impedire alla veneta di inviare una comunicazione giudiziaria a te ed a quella povera vittima del tuo giornalista a comando.

-        Mi porterai le arance.

-        Sei troppo importante per farti il piacere delle manette, diventeresti un martire; troppa pubblicità per te e troppi guai per il procuratore … che di guai ad Agrigento ce ne ha da vendere. Gli mancava pure quel Bonadies.

-        Che ha Bonadies?

-        Bonadies è un ufficiale della finanza onesto; fanatico, sì … ma integerrimo. Si era messo in testa che tutti sono uguali dinanzi alla legge, anche quella fiscale che sappiamo essere un colabrodo. Manette agli evasori? A tutti sostiene Bonadies. Anche ad un vescovo che si era dato all’usura. Voleva addirittura metterlo dentro. Questo no, non c’è riuscito … un rinvio a giudizio, però, glielo procurò … ed un invio ad Agrigento se lo procurò, alla città delle tre p: punizione, promozione, pensionamento. Guarda che per tanti versi quel capitano che tu tanto odii, mi è simpatico, per me è una vittima del dovere ..

-        che fa tante vittime della giustizia. Il fanatismo dei militari  … te lo raccomando: buio mentale e crudeltà di cuore.

-        Ricordatene nel prossimo romanzo.

 

Il telefonino di Meluccio trilla; Roberto Caballero di là si agita, inveisce, protesta.

-        ho capito, so, il mio avvocato mi sta già informando … lo consiglio pure a te … è gratis, cioè a mie spese.

-        Guarda che non posso difendere due coimputati … interruppe Pujades.

-        Non ne hai bisogno. Meglio. Scattava già un’incompatibilità. L’Italia è la terra delle incompatibilità … e tutti stanno insieme … il diritto naviga a destra, la vita a sinistra. … mi dici che il tuo giornale sta inviando i pezzi da novanta dell’avvocatura milanese … sai che ci fanno ad Agrigento? Un piffero … ad ogni modo contento tu, contenti tutti. ….. Pujades mi dice che i fastidi non saranno per noi … è il povero Vitazza che patirà l’anima dei guai suoi … al solito, giustizia all’italiana maniera che inventa le colpe dei deboli ed affossa i misfatti dei potenti … pare che stavolta i potenti siamo noi … io perché scrivo gialli di successo e tu perché c’hai il corrierone dalla tua parte. Sì, ci vediamo presto … arrivederci.

 

L’avvocato Pujades accentuò i suoi tic nervosi. Si fece rilasciare un mandato ampio e pieno. Si accomiatò di mala grazia dallo scrittore amico e si precipitò in tribunale. Meluccio tornò a dimensioni normali, si sentì uomo ormai vecchio come capita a tutti i settantenni.  Non era paura la sua, solo angoscia, avvilimento, avversione per tutto quanto sa di stato, di potere, di procure, di capitani e di avvocati, anche. Li avvertì come nemici ed ebbe in uggia anche la vita. A passi lenti, bolso e vecchio si incamminò per le scalette che conducevano su, al seminario. La sera agrigentina sapeva di morte, quasi un preludio funebre. L’uomo, questa misera cosa con empiti di onnipotenza subito in cenere. A Meluccio cessò la voglia di lotta … rintanarsi nell’ospizio dei del Carretto ora era l’unico suo desiderio, emergeva l’infanzia, quando si sentiva protetto dal corpo della madre, sotto al rifugio, per ripararsi dalle bombe che dal cielo piovevano nella guerra del Quaranta. “Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris”, la polvere del mercoledì delle ceneri quale saggissimo simbolo! - in questo era profondamente cattolico, cupo, senza speranza, dannato all’inferno. Non per nulla amava proclamarsi: cattolico non credente.

 

 

 

 

 


CAPITOLO QUINTO

 

Incupito, Meluccio si decise di far visita a Vitazza. Aveva rinviato troppo ed un po’ gli sembrava di essere vile. Trovò il giovane spoglio della sua abitale iattanza. Due o tre convenevoli e lagrimoni solcarono il viso espanso di Vitazza.

-        Ti trattano male? -  interloquì Meluccio.

-        Nonzi duttu’. Stavanu cominciando .. ma subito arrivò la raccumannazioni di Bastianu e tutti addivintarunu umili e mansueti, persino ruffiani ed amici. Anche gli ‘nfami, i secondini. Certo debbo chiamarli «comanda’», ma così per educazione. Bastianu Saldì è proprio potente.

-        Tu gli amici potenti te li sai scegliere.

-        Vossia e Bastianu siti amici mia.

-        E tutti e due ti abbiamo fregato.

-        Nun ci criu.

-        E non crederci, non crederci. Io ti voglio bene. Mi sento in colpa con te. Però tu sei uno scervellato. Che ti metti a parlare con Saldì al telefonino, usando il suo numero segretissimo?

-        L’avevo fatto tante volte e nessuno niente mi aveva mai detto.

-        Fino a quando a controllarti non è intervenuto il capitano Bonadies.

-        Io da ccà quando esco?

-        Prima possibile, Vita’ … hai visto che ho dato incarico a Pujades … il principe del foro di Agrigento …

-        Una volta era Cavallaro … il mio grande paesano ..

-        A Racalmuto ne avete avute tante di teste fini … ma di cose buone ne avete fatte sempre poche.

-        Iu mali a nuddu nn’haiu fattu.

-        Tu non hai fatto male a nessuno … io neppure, e tutti e due siamo qui alla Petrusa.

-        Ma iu dintra e vossia fora.

-        E la differenza non è poca … Io il carcere comincio ad avercelo dentro, ed è peggio. Una persona intelligente quando comincia a non capire finisce in un carcere dell’anima da cui nessun giudice della libertà è in grado di farti uscire.

-        Capisco.

-        Su col morale. Dai nostri due diversi carceri dobbiamo uscire al più presto, Vita’.

-        Sissi.

Torno a Bovo Meluccio e subito si ingolfò nello studio delle carte. Noiosissime quelle della Mangoni. Impenetrabili quelle di Aurelio. A dire il vero, l’interesse per gli appunti di Aurelio veniva anche dal gioco di rintracciare nel computer i file cancellati. Il “temp” non veniva pulito da Aurelio, che per di più usava trascrivere mille volte le poche briciole di un velleitario memoriale autobiografico che non finì mai: il ritrovamento di appunti scritti e cancellati consentiva sorprese che una qualche intima soddisfazione la destavano. Come in un giallo: vari indizi che potevano portare alla scoperta dell’assassino. Del resto, per Aurelio un assassino c’era stato davvero. Ora Bonadies diceva di averlo scovato. Meluccio era convintissimo del contrario. Scoppiava un contrasto fra due intelligenze: quella poliziesca e caina e quella libresca. Quale avrebbe vinto? Meluccio tornava ad avere fiducia in se stesso.

 

Non v’era ombra di dubbio: bisognava indagare tra le ispezioni di Aurelio per trovare le orme del futuro assassino. E due erano le piste: quella ovvia della mafia che Mangoni prima ed ora, con sicumera, Bonadies ritenevano foriera della morte dell’ispettore e quella tenebrosa ed inafferrabile che Meluccio e, a ben vedere, il ministro dall’epa incommensurabile, pensavano doversi scandagliare.

Di ispezioni pericolose, Aurelio ne aveva fatte non molte ma sufficienti a procurargli l’esecuzione o da un versante o dall’altro. Le prime erano incolori, ma qualche sintomo e qualche preoccupazione vi si annidava. Guardiamo, ad esempio, la prima di una triade di verifiche fatte a strane banche ebree di Milano. Aurelio vi aveva notato strani giri di assegni. Aveva contestato: «l’azienda consente il pagamento, per contanti, di assegni circolari di altrui emissione». Assegni di cui al momento dell’ispezione non si sapeva o non si voleva svelare il beneficiario. Aurelio citava il caso «dei valori cambiati a certo sig. Sandro Vercelli le cui firme sulle diverse distinte di presentazione risultano palesemente difformi.»

Meluccio aveva cercato, e trovato dopo non poca fatica tra carte impolverate, quel vecchio “rapporto ispettivo”. In moduli ristampati nell’aprile del 1971. Con foderine color cenere, rilegatura con nastro marrone, incuriosì molto Meluccio l’antico elaborato ispettivo della “Banca d’Italia – Ispettorato Vigilanza sulle Aziende di Credito”. Si parlava della “visita effettuata dal 5.10.1971 al 28.1.1972” all’azienda di credito Pincherle-Levi & CC. – Spa – Milano”. Quella banca non esiste più: assorbita da una popolare lodigiana, che da piccola banchetta, per sostegno della banca centrale, oggi domina il mercato italiano e si è espansa anche tra le latebre misteriose della finanza siciliana – quanto pulita, non si sa. Forse nei 35 fogli A4 il mistero della morte di Aurelio.

La lettura deluse molto il settantenne scrittore. Ingenuo il dire, inelegante l’accusa, insignificante il contenuto. Si vedeva lontano un miglio che Aurelio non sapeva fare altro ancora che sciommiottare il burocratese della vigilanza bancaria. Il “pro-memoria per il signor governatore” era particolarmente striminzito e disadorno. L’aristocratico Carli l’avrà accantonato con un gesto di annoiato sprezzo.

Eppure la banchetta era peculiare: posseduta da una famiglia ebraico-egiziana, aveva potuto combinare circuiti finanziari i più conflittuali dell’epoca. La pingue finanza araba, quella degli emirati, la finanza che si denominava dal dollaro e dal petrolio messi assieme, i petro-dollari, e l’acume bancario ebreo, senza patria, schivo persino, tutt’altro che sionista, si coniugavano quasi in un sottoscala di via Verdi a Milano. Le armi acquistate dall’Egitto, prima durante e dopo la guerra dei sei giorni, si pagavano tramite lo sportello giudaico di Milano. Quei micro banchieri di padre ebreo e di madre egiziana consentivano una saldatura finanziaria, diversamente impossibile. Il gioco degli assegni circolari - una concessione tutta eccezionale che la Banca d’Italia aveva dato a ristoro dei danni della persecuzione razziale del fascismo – permetteva traslazioni in dollari tra aree addirittura in guerra. Aurelio confessa nelle sue manie autobiografiche di non averci allora capito nulla. Il gioco degli assegni manco lui l’aveva scoperto. Era stato un suo collaboratore napoletano, e lui, da siciliano, l’aveva in gran sospetto e in gran dispitto.

Il rilievo passò del tutto inosservato, l’ispezione fu archiviata senza lasciare traccia alcuna. C’era dunque da perdere tempo se si avevano uzzoli polizieschi e si voleva là rinvenire chissà quale arcano che portasse all’avvelenamento del povero ispettore.

Grande importanza, invece, annetteva Aurelio a questa esperienza milanese. Il suo primo incontro col mondo ebraico fu per lui un grosso flop. Non ne aveva capito molto, di quell’intrecciarsi di conti correnti passivi, di afflussi di mezzi illiquidi, di assegni circolari trattivi sopra e di ritorno degli assegni a chiudere un circuito apparentemente inutile. Molto proficuo, però per la banca. Gli ebrei-eziziani sapevano ricavarne un conto economico pingue che il povero Aurelio aveva descritto al suo governatore come “soddisfacente” per l’equilibrio che si riusciva a conseguire tra costi anche elevati nella raccolta e ricavi più che compensativi rivenienti dai servizi e soprattutto dalle provvigioni e commissioni. Anzitempo, quel malconcio sportello del sottoscala prefigurava la banca ideale per la Vigilanza di Roma: scarsa raccolta, impieghi accorti e tantissima intermediazione finanziaria di natura non creditizia.

Restava, però, una lezione illuminante per Aurelio. Dopo si ricorderà del tipo particolare del servizio che gli ebrei denominavano “cambio assegni”. Non era il solito gioco di assegni circolari emessi dopo accrediti di assegni bancari post-datati. Non era ciò che in gergo si definiva pudicamente “autofinanziamento delle imprese”. Era compiacenza, cointeressenza, compartecipazione agli utili dell’istituto bancario. Erano tempi di separatezza tra banca ed impresa, ed i banchieri aggiravano l’ostacolo con i giochi del giro di assegni circolari che permettevano aumenti di capitale sociale delle industrie, anticipazioni per acquisto delle armi da parte di intermediari collusi con entrambi gli stati in armi - egiziani o ebrei che fossero - primi esperimenti del riciclaggio in grande e con circolazione extra nazionale (extra corporea, la chiamava un grande giornalista) del denaro sporco.

 Fu Sarcinelli – bisogna dirlo – che per primo comprese il forte elemento inquinante del “cambio assegni”. Decise di stroncarlo ma a modo suo. Sarcinelli fu il tecnocrate della Banca d’Italia sicuro che godesse di una extraterritorialità giuridica. Considerava giuristi, diritto e giudici l’orgia del formalismo sterile. Vi lasciò le penne come tutti sanno. Pochi, però, sono quelli che si sono resi conto che l’incidente penale del tecnico di Via Nazionale è più legato alla stroncatura del giro di assegni (a vuoto, per traslazione di denaro sporco, e via di questo passo) che alla vicenda Sindona (come pretendeva il giudice Viola) o alle storie del caso Rovelli (su cui però accentrò la sua devastante attenzione il giudice Alibrandi). Con circolari e numeri unici, Sarcinelli tentò di impedire alle banche la copertura ai falsi movimenti monetari. Non è che il gioco fosse ancora di precipua importanza. Marpioni milanesi avevano raffinato il gioco; si erano dati ai time-deposit, a rimbalzi con l’estero, specie con la Svizzera, per impedire riscontri impertinenti. Tuttavia, il disposto di Mario Sarcinelli andava a colpire le minuscole banche, le cooperative e quelle importanti – quasi tutte – erano democristiane, si legavano alla Federconsorzi, godevano della protezione dei potenti dell’epoca, dei cavalli di razza D.C. come allora si diceva. La supponenza di Sarcinelli ebbe il tonfo che ebbe. Aurelio si scontrò e duramente con Sarcinelli. Veniva dall’ispezione di una cassa di risparmio romagnola. Il piccolo ispettore siciliano si era imbattuto con il potente ICCRI, quello degli assegni speciali con i quali si erano profusi i fondi neri delle casse di risparmio milanesi e nazionali. Non aveva avuto remora a stigmatizzare compensazioni di partite tra la periferica cassa ed il proprio istituto centrale. Si era messo in testa di soppiantare il fisco. Aveva censurato comportamenti fiscali non ortodossi. Aveva avuto a ridire sulla politica dei tassi passivi ed anche su quelli attivi. Aveva ficcato il naso nei rapporti di lavoro. Non gli erano piaciuti incarichi remunerativi a figli di amministratori. Criticò la politica di bilancio. Tutto questo indignò Sarcinelli. Definì ogni cosa “bolle di sapone”. Che importanza ciò poteva avere se «l’azienda veniva definita patrimonialmente robusta», se «ottima era la situazione di redditività». Il tecnico gongolava, l’ispettore – ormai ideologicamente inquinato – contestò. Fu arrogante. «Se lei considera bolle di sapone, il peculato, il peculato semplice, il peculato mediante distrazione … vuol dire che abbiamo visioni diverse. E siccome faccio parte della chiesa che invoca il centralismo democratico, le consento come mio capo di avere un’opinione diversa dalla mia.» Si adirò davvero Sarcinelli. Apostrofò in malo modo Aurelio, lo definì sarcasticamente: Pangloss. E soggiunse: «Sa quanti sono i magistrati? Due mila? Tre mila? Ebbene io non consentirò a costoro di disintegrare le banche. Se le banche vanno bene è mio dovere difenderle, se vanno male, è mio dovere correggerle.» Qualche mese dopo l’uomo che si credeva al di sopra dei giudici finì malinconicamente a Regina Caeli … per pochi giorni s’intende.

Qui Meluccio cominciò a distrarsi per noia. Erano faccende tecniche in cui non riusciva a districarsi. Aurelio vi annetteva molta importanza nei suoi spezzoni autobiografici.  Emergeva solo che un giovanissimo ispettore, preso dalle zolfare o dalla terra di Racalmuto, veniva catapultato nei gangli dell’alta finanza senza che gli si fornissero competenze professionali. La Banca d’Italia, eccelsa negli studi economici, risultava molto fragile nei campi della ragioneria e soprattutto della più avveduta tecnica bancaria. Era il colmo. Aurelio dovette farsi le ossa da sé, da autodidatta, in un contesto competitivo dovendo fronteggiare colleghi incolti quanto lui ma decisi a far carriera. Si bleffava, si strombazzavano risultati ispettivi eclatanti. I capi ci credevano o facevano finta. A loro importava solo la statistica: il 10, il 20 per cento in più dell’anno precedente, in relazione al numero assoluto, in relazione alla massa fiduciaria ed altre corbellerie del genere che acquietavano lo stato maggiore, intento ad altre preoccupazioni, di sicuro più nobili. Il nuovo ispettore capo lanciava i giovani: costoro s’industriavano a far fare bella figura alla Vigilanza, sia come sia. I vecchi erano in difficoltà: erano disposti anche loro a barare, ma mancavano di elasticità mentale, oltre naturalmente ad essere privi di ogni idoneità professionale. Il mondo della finanza correva a mille all’ora in Italia – a Milano a velocità supersonica; la vigilanza arrancava con frustri rilievari in cui emergeva la drammaticità di “conti d’ordine” in disordine, come Aurelio andava celiando.

Furono approcci al mondo delle banche di un ingenuo dipendente venuto dalla Sicilia, da famiglia non adusa alle tecniche dei movimenti dei capitali, appartenente ad un mondo contadino e zolfataro ove il denaro ha senso quale rado elemento di scambio, non certo di ricchezza finanziaria e speculativa. Comprensibilissimo lo smarrimento di Aurelio. Tentò una mimesi professionale. Impacciato nel parlare, evitava per quanto  possibile il dialogo. Diceva che nella banca v’era un dio ascoso – anzi, riferendosi a Mammona, un demone ascoso. Bisognava far silenzio per scoprirne gli intimi afflati, sicuramente pestiferi. Del resto, il mondo che indagava era quello dei numeri. Occorreva saperli leggere.

Fu in un’altra banca d’ebrei milanesi che acuì il suo intelletto numerico. Vi era una doppia contabilità. Capì davvero cosa significasse. Vi indagò dentro con acume. Fece un solo rilievo: amplissimo e consendatamente tecnico. Fece sensazione. Divenne un mito tra i suoi colleghi giovani che annaspavano anche loro in un mondo che non gli apparteneva. Assurse a maestro e costrinse quelli della Vigilanza a leggere Onida, ad infarinarsi di scienze aliene quali l’economia aziendale, quale la ragioneria. I superiori furono costretti ad apprezzarlo. E lo sfruttarono in ispezioni cattive ed astiose. Forse lì lo condannarono a morte.

 Aurelio, contadino mancato, ispettore di vigilanza bancaria inventato, subì la sua metamorfosi politica durante quell’ispezione milanese che lo portò ad indagare sulla contabilità nera delle banche. A quell’epoca tutte le banche avevano i loro conti neri; si chiamavano sussidiari del conto economico. Lì facevano affluire proventi occulti e da lì prelevavano emolumenti riservatissimi. Non è che non ci fosse contabilità: le banche non possono permettersi di omettere minuziose evidenze di ogni loro fatto di gestione. Se danno una regalia, la devono contabilizzare. L’occultamento consiste nel tenere conti che apparentemente significano una cosa, in realtà seguono minuziosamente ma cripticamente gestioni cosiddette parallele. Fu quella l’epoca in cui si dava ai depositanti più cospicui il “sottobanco”. Enti statali, enti pubblici, grandi imprese dirottavano cospicue giacenze liquide presso gli istituti di credito a tassi irrisori. “Sottobanco” l’azienda bancaria erogava ai politici, agli alti dirigenti, agli intermediari integrazioni dei tassi prelevandole dai conti sussidiari del conto economico. La Banca d'Italia non solo sapeva ma voleva sapere con informative riservate: I giovani ispettori del momento – ed Aurelio in testa – si ribellarono. Dissero che non era conforme alla legge bancaria che invocava per le aziende di credito una “funzione di pubblico interesse”. Quella volta vinsero scavalcando persino gli umori del governatore dell’epoca. Ma era effimero moralismo.

Alla Banca d’Italia cambiava la filosofia del credito: non si intendeva intervenire nella gestione del credito. Carli era perentorio: niente controllo qualitativo del credito. Si andava verso una visione aziendalistica: bastava che una banca fosse patrimonialmente sana, redditivamente valida, con equilibri finanziari per doverla non solo rispettare, persino difenderla dal fisco e dalla magistratura. Non si può dire che Sarcinelli fosse in disaccordo. Le “funzioni di pubblico interesse” – locuzione derisa – andassero pure al diavolo: la vigilanza non ne doveva tenere conto. Gli ispettori si astenessero da giudizi di valore che sapevano di politica o peggio di moralismo. Aurelio dissentiva.

La sua folgorazione avvenne appunto in occasione della seconda ispezione alla banchetta ebraica milanese. Scoprendo il sussidiario del conto economico, Aurelio s’imbattè in una strana operazione. Un esito di poche migliaia di lire per l’acquisto dei diritti di opzione di una immobiliare entrava ed usciva dal conto economico in modo davvero strano. Occorse del tempo per capire che in un primo momento l’esigua cifra veniva iscritta in bilancio quale spesa a copertura dell’esito di cassa; subito dopo si iscriveva all’attivo una partecipazione di qualche milione che trovava riscontro a rendite come sopravvenienza attiva.

Meluccio mandò al diavolo Aurelio: che cosa volesse dire con quelle annotazioni nel suo memoriale non si riusciva davvero a comprendere. Lo scrittore, d’altra parte, era tutto all’infuori di un ragioniere.  Per fortuna Aurelio si mise a raccontare. Un muratore negli anni Sessanta, scarpe grosse e cervello fino, capì che le isole cessavano di essere luoghi di pena e si proiettavano come luoghi turistici d’alto bordo. Il nostro imprenditore si accaparrò mezza isola d’Elba.  Ebbe naturalmente bisogno di assistenza finanziaria: la piccola banca milanese gliel’accordò di buon grado. Gli fece costituire un’azionaria a base familiare: marito e moglie, cioè. Accordò un’anticipazione su titoli. Vennero pignorate, in altri termini, le azioni in cambio di una decina di milioni. Vai a vedere che vi si annidava l’insidia dell’art. 2352 del codice civile. Occorreva stilare una “convenzione contraria” per mantenere il diritto di voto in capo ai proprietari. Ma ill muri-fabbro milanese chi poteva salvaguardarlo in un campo giuridico così sofisticato? Alla prima chiusura d’esercizio, il bilancio fu tutto fatto dalla banca: perdita totale del capitale, azzeramento e ricostituzione entro i minimi legali. Si chiese apporto di denaro fresco all’imprenditore-speculatore dell’isola d’Elba. Questi, ovvio, era in difetto di liquidità. (Meluccio si incantò alquanto di fronte al linguaggio tecnico di Aurelio). La banca fornì altri fondi, questa volta con un prestito chirografario. Forse scattava la fattispecie penale di cui all’art. 2358 codice civile in combinato disposto con l’art. 2630 codice civile. Era, però, epoca in cui in Italia il diritto penale bancario era tabù per i magistrati: segreti d’ufficio, segreti bancari e soprattutto incompetenza avevano creato una zona franca nello specifico settore penale. Libertà di reato, dunque. Alla Banca d’Italia si ritenevano quelle infrazioni estranee al rispetto della legge cui doveva presiedere: non si trattava di “legge bancaria”. Guai all’incauto ispettore che avesse osato addentrarcisi. Neppure Aurelio osò, ma dopo ne ebbe rimorso. In effetti mancava di cultura giuridica specifica e la Banca d’Italia si guardava bene dall’addestrare in tal senso i suoi ispettori di vigilanza. Altre le incombenze, altre le culture.

Il giochetto dell’azzeramento del capitale per effetto delle spese eccedenti i ricavi, cosa fisiologica in un’impresa in fase di avviamento, si ripeté per due o tre esercizi consecutivi. Il debito bancario aumentava a dismisura. Alla fine venne detto che non si poteva più aumentare il rischio stante il divieto della Banca d’Italia in ordine ai fidi eccedenti. L’imprenditore buttò la spugna. La banca fece valutare al borsino di Milano i diritti di opzione. Se li comprò. Mezza isola d’Elba entrò nel patrimonio della banca, o meglio dei proprietari della banca. A carico del conto economico ufficiale andò a finire il credito sotto veste di “sofferenza” ammortizzata. Si iscrisse una posta evanescente all’attivo come partecipazione immobiliare. Il costo dei diritti di opzione sconfinò nel “sussidiario” del conto economico. La ripulitura finale passò attraverso gli storni di cui si è detto. Un capolavoro di ingegneria contabile, insomma.

Comprensibili le reazioni del povero muratore milanese: istanze al giudice civile, denunce alla procura. Niente di niente. Lettere e proteste ai giornali, alle autorità, alla Vigilanza: niente di niente.

Esasperato, maniaco, grafomane, il malcapitato dirottò per il Quirinale e l’inondò di ricorsi impropri, di rimostranze e poi di gravi sospetti, di insinuazioni irriverenti, di vilipendi, di improperi, di calunnie, di inammissibili accuse. La bonomia partenopea dell’inquilino dell’epoca è cosa notoria. Educate risposte all’inizio, inviti alla moderazione in seguito, quindi richieste ufficiali di chiarimenti, intese telefoniche, comprensione verso i ricchi e ossequiosi ebrei meneghini. Interessamento del CSM. L’inghippo finì al giudice più giovane e più brillante. Era bello, facondo, ricevuto dai salotti bene di Milano. Anche la grande scrittrice lo teneva in considerazione. Subirà quel giudice dalla scrittrice la più sferzante invettiva della storia giudiziaria italiana: «giustizia all’italiana maniera, che inventa le colpe dei deboli ed affossa i misfatti dei potenti». Ma tutto con bonomia, quasi con ammiccamenti. Il giudice finirà, poveraccio, crivellato dalle lupare della ‘ndrangheta.

Questo, però, molto dopo. In quel tempo, rasserenò il Quirinale: si trattava di uno speculatore edilizio andato a male. Lo si poteva considerare alienato di mente. Emise il provvedimento cautelare gradito alle alte sfere: il defraudato dell’isola d’Elba finì internato in un manicomio.

Aurelio ne fu scosso: non fu capace però di ristabilire un briciolo di giustizia. Scrisse: «appare opportuno adottare d’urgenza provvedimenti cautelativi». Furono parole buttate al vento.

Meluccio si chiese come mai faccende del genere siano sempre finite sotto totale silenzio: a motivo della complessità ed inestricabilità tecnica si rispose. Non ne era del tutto convinto. Il potere sa essere potente, i miseri sono troppo soli per avere giustizia. Finiscono persino alla gogna. Il muratore di Milano tentò la speculazione dell’isola d’Elba. Quasi vi riusciva. Altri più astuti, più integrati con coloro che comandano ebbero la meglio. Così vanno le cose di questo mondo. Il piccolo racalmutese poté solo capire. Gli venne consentito. Era già molto.

 

In quell’ispezione, Aurelio si scontrò con un’altra realtà, lontana oltre mille e cinquecento chilometri, altrettanto traumatica, egualmente significativa. Atta a turbare, sconvolgere e ribaltare l’ideologia di Aurelio. Era stato molto cattolico, poco praticante, però. Si portava dietro l’impalcatura di valori etici, politici e sociali di un’infanzia vissuta in paese, plasmata da pii genitori, preti tradizionalisti, monache e bizzoche addette alla dottrina cristiana dei bambini. Eretico chi non credeva a Dio ed ai santi; soprattutto chi si atteggiava a comunista.

Tra Stalin ed il demonio nessuna differenza; Hitler un illustre sconosciuto, Mussolini un grand’uomo amico della chiesa. Migliori di tutti De Gasperi e l’on. Ambrosini. Reminiscenze infantili sbiadite, eppure oltremodo condizionanti.  

 Ora avvenne che durante quell’ispezione un grave fatto di sangue si consumasse nel lontano paese natale. In piena domenica, in un pomeriggio primaverile, quando frotte di paesani col vestito della festa passeggiavano lungo il corso …..

 

[ ………………………………………………………………………………..]

 

Il prosieguo dopo, a suo tempo e luogo …. Se dio ed i troppi miei anni me lo consentiranno.

Grazie comunque!

 

Fa alta letteratura di certo Sciascia quando scrive in Occhio di Capra:

«Isola nell’isola, ...la mia terra, la mia Sicilia, è Racalmuto.. E si può fare un lungo discorso su questa specie di sistema di isole nell’isola: l’isola-vallo  .. dentro l’isola Sicilia, l’isola-provincia dentro l’isola-vallo, l’isola paese, dentro l’isola-provincia, l’isola-famiglia dentro l’isola-paese, l’isola-individuo dentro l’isola-famiglia ...». Un discorso questo che oggi si può leggere persino nelle banali riviste patinate del tipo “Meridiani”. Se il passo ha un valore metafisico, filosofico, di incomunicabilità esistenzialistica, non oso addentrarmici, ma se vuol essere nota storica su Racalmuto, ebbene mi pare proprio inattendibile.

La Racalmuto - quella del Cinquecento, quella di prima e quella di dopo - è solo uno scisto della storia ma tutta quanta vi si riverbera. Se leggo il magistrale libro di Fernando Braudel  su “Civiltà e Imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II” e nel frattempo trascrivo carte, diplomi, atti notarili, ‘riveli’ e simili del Cinquecento racalmutese, scatta un’assonanza sorprendente:  le linee e le scansioni della storia mediterranea trovano eco, conferma, oppure una riprova o un completamento o una specificazione proprio nel nostro paese, nelle appannate note delle sue vicende.”

[Da  “QUESTIONI E PROBLEMI DELLO SVILUPPO DEMOGRAFICO  DI RACALMUTO  NEL XVI SECOLO” di Calogero  Taverna : conferenza del 18 giugno 1995alla Fondazione Sciascia, l’unica consentiagli dai maggiorenti sciasciani, racalmutesi e non].

 

 

 

 

Postfazione finale

Uomini, cose, vicende, racconti omonimie sono tutti totalmente immaginari: sogni di un vecchio demente. Mica lo si può scomunicare per questo. Le vicende più oscene rassomigliano più a sogni erotici, delizia di ermeneutica esistenziale di psicanalisti di Vienna e dintorni, che davvero confessioni criminali. Se risorge questo o quello, potrebbe ravvisarvi la parodia di qualche suo gongolante racconto. Ma per quanto ne so, tutti costoro sono morti e sepolti da tempo: come possono reagire? Ma quando lassù (molto improbabile) o laggiù (probabilissimo) mi quereleranno presso il padre eterno, o mi giubileranno vieppiù (bello ‘sto  termine vetero-burocratico) presso Lucifero o Mammona (molto più pertinente alla retribuzione del mio lavoro) o Mefisto (demone a me caro per quella faccenda del Faust, dato l’approssimarsi del mio ottantesimo anno di vita), oppure un demone blasfemo (corteggiavo mia moglie sussurrando con Heine: è il giorno del giudizio, i morti risorgono all’eterna  gioia o all’eterno dolore: Abbracciati insieme non ci curiamo di nula, né di inferno, né di paradiso).

 Suppongo che le disincantate Mariucce del mio paese non rimarrebbero insensibili a siffatti afflati romantici. Certo non detti da un vetero-vecchietto, quale oggi io sono. Non temo Eros: io e Desario eravano considerati due monogami irriducibili dell’ Ispettorato Vigilanza di Bankit. Quanto agli altri, beh! Lasciamo perdere: l’ora erotica in fin dei conti l’ha inventata un capitano di lungo corso, finito a capo dell’istituto ispettivo.

Se continuo, va a finire che disvelo il vero che ho tentano di dissimulare. Se qualcuno è ancora vivo e si riconosce (cosa impossibile) in qualcuno dei sopra estesi apologhi allusivi particolarmente sfottenti, per cortesia, non si inalberi troppo. Tutto quanto è scritto qui è solo frutto di fantasia. Tutto è assolutamente immaginario (volevo dire irrealissimo e uomini e cose e fatti sono del tutto immaginari: Se qualcosa di vero dovesse emergere è per mera e semplice coincidenza e da parte mia sottoscrivo le più ampie scuse). Ma non esagero? Quello che è indubitabile è il fatto che inizio, prosieguo e fine di questo ampolloso, insenso, vacuo raccontino, si esauriscono oltre un settennio fa. Come si dice sono cose datate e superate dallo sconvolgente decorso di quest’ultimo decennio. Berlusconi se ‘nnè ghiuto. V… aspetta la rivincita. Grassone suona la grancassa a Londra. Qualche arcivescovo è sepolto. Qualche cardinale resiste ma non conta più niente. Un paio di banchieri si sono fatti suicidare. I cambi ora non sono né fissi né  flessibili. Quattro o cinque Governatori sono ruotati, taluni melanconicamente, tal’altri gloriosamente, tal’altri ancora senza infamia e senza lode, uno scandalosamente infilzato dai poteri forti – adirati per il suo lungimirante vade retro satana rivolto alla moneta unica, un signorino non autoctono è passato a miglior vita all’estero.

Ed allora perché questo racconto? Perché non è consentito ad un vecchietto, privo di lussuriose rimembranze, di raccontarsi immaginarie oscenità finanziarie a suo uso e consumo? O orecchie di caste fanciulle non leggetemi: vi annoiereste e forse un tantinello arrossireste. O voi preti, spesso birichini, leggetemi, divertitevi e poi anche scomunicatemi: per la bruciatura però non c’è più il braccio secolare cui consegnarmi.

Ogni riferimento a fatti e persone reali è meramente casuale. Questo è sicuro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INDICE

 

Prefazione (quattro righe, tanto per dire).

 

 

 CONCOMITANZE

 

 

      Capitolo secondo - L’osceno collega di Aurelio

 

Capitolo III - Cavatieddi cu sucu di cuniggliu sirbaggiu, ficatieddi e sanzizza agliannariata ed antri cosi bboni

 

 

      Capitolo IV - I QUAQUARAQUA’

 

      CAPITOLO QUINTO - Incupito, Meluccio

 

 Postfazione finale