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giovedì 28 marzo 2013

Dal Parlamento giù giù sino a Racalmuto

Resto disgustato dal seguito della ormai estinta campagna elettorale. Oltraggiare chi in quarant'anni ci ha governato, ha fatto dell'Italia meschiella questa che è la settima potenza economica del mondo e quanto a libertà ce ne abbiamo tanta da consentire a dei scriteriati di dileggiarci tutti,mi sembra crimine contro lo Stato democratico.
Chi in questi anni ha potuto godere di tanta libertà da accumular tesori - anche all'estero -facendo selezioni calunniatrici a pagamento dovrebbe avere almeno il pudore del silenzio. Il guaio che vedo ex sindaci, ex politici, ex amministratori pubblici farsi persino corifei di tali inverecondie. Ci propinano minchionerie in materia finanziaria, bancaria, creditizia; nulla sanno di una triplce Basilea; se gli accenni cose che in gergo si dicevano prestiti compensativi, strabuzzano gli occhi; credono di avere il toccasana della finanza nazionale e credo regionale e credo provinciale e credo comunale baloccandosi con le coiddette partite di giro, come rubare dalla tasca destra per la tasca sinistra.
Attaccano banche e istituzioni e poi sono impigliati in mutui e prestiti che lasciano in sofferenza, come dire malversano.Se dico loro che invece per una insana politica monetaria e creditizia di un vecchio governatore che eppure osannano, il sistema bancario italiano è in una perniciosa crisi di liquidità. Occorrebbe tornare al "risconto sottofascia". La loro ignoranza è tanta crassa che ci ridono sopra. Ma ride bene chi ride per ultimo.
Penso e sostengo ch irreggimentare i162 eletti dal pololo che per il 25% non è grillino è attentato alla Costituzione. A quando i provvedimenti della magistratura? Galera! Questa è democrazia. Ogni membro del parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. Articolo 67 della Costituzione. Ogni eletto nel movimento5stelle rappresenta la Nazione quindi anche me che non ci ho votato né ci voterei mai, non il signor Grillo o quello accanto (non eletto neppur lui) che non so come si chiami.
Signor magistrati se perseguite Berlusconi per molto meno nella faccenda De Gregorio, siete proprio sicuri che minacce di deferimento e allontanamento siano bazzecole non perseguibili? E dire che poi gli ordini li dà chi manco si è potuto portare per certe faccenduole giudiziarie, mi pare e per alcuni cospicui accertamenti fiscali.
Quelli che plaudono, anche al mio paese, stiano attenti. Spero che l'onda moralistica scenda per li rami dal Parlamento al Governo giù giù sino a quanti in quarant'anni hanno retto governato e talora depredato Racalmuto.

martedì 26 marzo 2013

Rispolverio


Calogero Taverna

di Calogero Taverna

 

Ombre fluttuanti che ai miei occhi appariste …. esordiva Goethe nel suo Faust. Quale giovinezza pretese Piero Baiamonte, varcato il semisecolare traguardo anagrafico, al concilio dei demoni per un ripristino della sua Vis nell’arte? non credo a Lucifero, forse a Baal, escludo Mammona … ma sicuro Eros. Allora eccoci a Michail Bulgakov, al Maestro e Margherita, dunque. E mi leggo, per mio solo intendimento: «Ivan studiò la situazione. Tre vie gli si aprivano davanti. La prima: … gettarsi contro quelle lampade e quegli oggettini bizzarri, spaccare tutto ed esprimere così la sua protesta …[ma] la prima via gli sembrò dubbia: magari in loro si sarebbe radicata l’idea che lui era un pazzo furioso. … una seconda: cominciare subito a parlare del consulente e di Ponzio Pilato però l’esperienza passata dimostrava che a quel racconto non prestavano fede, oppure lo interpretavano in modo svisato. Perciò Ivan rinunciò anche a questa via, e scelse la terza: chiudersi in un orgoglioso silenzio.» [O.C., Einaudi, 1967, pag. 83]. Ed a me davvero sembra che ad un tratto Pietro Baiamonte dette un taglio al passato.

Piero Baiamonte

Leggete le sue note biografiche e vi convincerete: «dopo un lungo percorso» ecco che «approda a un raffinato concetto di ¨nuovo figurativo¨» e cioè per «raggiungere un risultato inedito».
Come dire che l’artista ha ora in serbo un “nuovo segreto”, quello sciasciano, quello che “ogni artista vero” profonde poi nella sua opera che “tanto più è segreta, esclusiva da scoprire come nell’intimità e continuità di un colloquio, quanto più appare aperta ed immediata.”


Se ne ha ora una testimonianza con la recente mostra nel racalmutesissimo Castello Chiaramontano. Diamone qui una panoramica per coglierne il senso.

La triade femminea, il riposo muliebre, l’evanescenza dopo il sogno e, nelle nostre foto, l’indistinto di quella che a me va di chiamare “efebeia gunaichea”. Siamo nel raptus deliquescente per acquisire ancora il gioioso rinvigorire dell’altra. Ed è come una rincorsa ed una fuga, un seguire chi velocemente si allontana, salendo sui gradini di una chiesa, la vetusta ma non antichissima chiesa di San Giuseppe, come icasticamente la cinepresa di Baiamonte ci addita nel video proposto in F.B.

Il demoniaco patto con Eros dunque, per il ritorno agli ardori giovanili? Perché no?

Di questi tempi, dilettandomi di psicanalisi, ed invischiato nelle teoriche mediche e psico-mediche di Georg Groddech e riguardandomi a ritroso, ma parlo di un trentennio addietro, vedo un irrefrenabile aggancio alla vita, una creatività che scaturisce da un’ambiguità esistenziale quando si comincia a temere la morte (mirate quella sincronia con dipinti e materie evocative di Thanatos - con Eros la diade freudiana - cui Baiamonte troppo indulge nelle sue foto di F.B.); del tempo in cui ci si ingorga nelle esplosioni gioiose, pittoriche, appunto; e dietro l’umana aggressività per un fomite liberatorio della pervadente sofferenza. Certo vi sono tanti istinti repressi che esplodono e diventano catarsi cromatica, ora persino raffigurativa, ora persino supplice, ora persino propiziatrice, ora persino sognante. E dietro ancora un’evanescente enfasi esistenziale che esplode in un rimembrato URLO che è poi l’EGO che censura l’ES; ma l’ES reagisce, si difende offendendo sprigionando mali fisici, psichici ed anche politici, sociali, culturali. Insomma l’eco di quanto sta avvenendo nella comunità racalmutese, mai così prospera come adesso, mai così culturalmente viva, mai così aliena dalle ancestrali accidie. Eppure tutti a cantare il de profundis, tanti, anche penne elette, prodighi nella denigrazione, nell’oscuramento di ogni attrattiva turistica. Ed i piccoli, gli insignificanti, i balbuzienti della più radicale incultura, i sorpassati, i beceri, gli ignoranti integrali che tutto credono di sapere insegnare, e via discorrendo; quelli insomma che salgono in cattedra, che propinano sentenze, che deridono i presunti eccessi linguistici quasi questi volessero trasformare le dialettali tribune locali in palliativi dell’accademia della Crusca. Ignari che la tranquilla coscienza (loro) è solo figlia di pessima memoria, e si atteggiano a superiori censori della piccole macule altrui, anche se loro cognati.

Già, l’ES racalmutese che vuole atterrire cautelarmene il superiore EGO racalmutese, quello cosciente di questo sublime movimento artistico all’Agnello, al Rizzo, all’Amato, e per noi soprattutto alla Baiamonte e ad altri, a tanti altri, anche in altri campi, dalla musica alla letteratura, dal giornalismo e persino, seppure osteggiata, alla imprenditorialità. L’URLO di MUNCH è quello di questi signori dell’autofragellazione o è il mio? Credetemi, cari racalmutesi e cari amici di Racalmuto sparsi per il mondo, la mia ottuagenaria saggezza non può sbagliare: per il futuro di Racalmuto la dea ragione mi sorride. Pensate che Racalmuto non è più la Regalpetra sciasciana degli anni’50. Ora tutto è salubre; rispetto al resto d’Italia, il benessere non scema. Vi sono certo problemi, come in ogni parte del mondo, ma sono i problemi della crescita capitalistica (purtroppo per il mio credo politico, ma non sono masochista). La mafia, la corruzione, la disoccupazione giovanile, chi non le vede? ma quanta enfatizzazione in un caso, quanta parva materia nell’altro campo, quanto lavoro nero ove si stempera e si camuffa la disoccupazione. Problemi più di evasione fiscale, che altro. E la droga? Quello è un gran male. Ne facevo un’agghiacciante denunzia in una mia inchiesta televisiva di otto anni fa. Mi inquietavano certi murales (oh! l’estro pittorico racalmutese), ove si invocava protezione, protezione dallo “sballo”. Quegli stessi murales li ho ritrovati questa estate negli abbandonati, ma con porte ultra serrate, casamenti ex Mulè del Castello Chiaramontano. Come hanno fatto i giovani ad infilarsi in quei tetri alloggiamenti? Non ha vigilato nessuno? E qui davvero mi aspetto l’azione purificatrice della triade di Diomede!

Ma torniamo alla pittura, alla ammaliante pittura della nouvelle vague di Piero: Niente più echi di Fontana, Burri, Manzone. Forse secondo qualche erudito un richiamo a Matisse (e poi diremo perché).


Siamo nel figurativo pieno, quale si addice alla solarità di questa nostra iridescente terra, ove vi sono troppi accattivanti colori, troppa luce scintillante, ove talora anche i Nebrodi innevati ci traslano in decantate località ultramontane. Perché astrarsi. E poi noi racalmutesi, con il DNA dei Sicani, con le stimmate mirabilmente raffigurative dei Greci (dei Gheloi, per intenderci), con le malie museali dei bizantini (sempre grecofoni) amiamo le immagini, il figurativo, e ci sentiamo estranei alle arditezze simboliste, metafisiche, persino futuriste, e non siamo dadaisti. Ci piace sognare il vero, amiamo il riflesso del volto muliebre, se maschi, se donne – che pare a Racalmuto amano ora sposarsi spiritualmente, cattolicamente fra loro – non so, mi manca l’acre impetuosità dell’efebeia gunaichea per capirle. Ma questo sguardo tortuoso eppure limpido, questa corvinità della folta chioma, quel socchiudere le labbra tinte di carminio, quel naso camuso, quel non essere efebica, e quel poggiare il capo in un fondale viola, ha tanti tantissimi empiti della facies locale, racalmutese, genuinamente racalmutese. Il viola? Quest’autunno peregrinando per li Fiumeti, ai bordi della strada asfaltata, d’improvviso scorgo una “troffa” di splendidi fiori viola. Una colonia di Giaggioli cui i riverberi del sole autunnale racalmutese conferiva la magia cromatica della inimitabilità. E qui Baiamonte, non so quanto consapevolmente, quel colore tutto indigeno, tutto nostro, ancestralmente nostro, coglie e sa cogliere, per ridarcelo integro ed ammaliante in questo ammirevole ritratto femmineo.

Mi sono allora chiesto, quanto di racalmutese c’è in Pietro Baiamonte? Mio padre, grande ammiratore della famiglia Baiamone, così svettante anche fisicamente sui racalmutesi, mi parlava spesso della loro provenienza da Catenanuova. Ma credo, si sbagliasse. Certo i Baiamonte, non li trovo né nel ‘500, né nel’600, né nel ‘700 tra le carte dell’archivio parrocchiale della Matrice (che io custodisco in 20 CD, ad onta degli attuali giansenismi preteschi). Trovo invece, dopo una superficiale e frettolosa ricerca, un GASPARE BAIAMONTE sposato con Calogera Zaffuto a cui i preti battezzano il figlio PIETRO il 3 marzo del 1888. Vi mostro il foglio del registro battesimale racalmutese:


 

Miei cari concittadini, vi pare giusto che un patrimonio archivistico, di cui vi ho fornito un fotogramma tratto da quei 20 cd sopra citati, resti negletto ed abbandonato nelle mie mani, per finire ai miei eredi non tutti racalmutesi, e questo perché il sovrintendente alla cultura locale, per antico astio nei miei confronti, ha convinto l’autorità apicale a dichiarare ECCLESIA inidonea a percepire un qualche contributo volto alla realizzazione di un archivio storico racalmutese, come si sa vulnerato dai moti rivoluzionari racalmutesi del 1862? Quando il Commissario mi propinò il rigetto della mia domanda, certamente non sussiegosamente pitocca, lo invitai ad assidersi tra i numero tre. Certo non basta un localetto ove depositare i CD, occorrono laboratori, programmi informatici, esperti in paleografia (quello che vedete è già arduo di per sé, figuratevi le altre carte del ‘500 e del ‘600 per non parlare della carte vaticane sempre in mio possesso che risalgono al semionciale del ‘300?. Ma ciò non dà pane, dicono gli imbecilli. Ciò non è priorità del difficile momento che stiamo attraversando, aggiungono con sussiego argomentativo. Sì trattasse di un salice piangente alla Barona (che mi pare indebitamente tagliato da chi ora piange per ripiantarlo) allora sì che sarebbe una priorità (forse perché lo fornirebbe lui, a caro prezzo). E sapete la rabbia mia, perché, per la mia precorsa attività, so bene quanti fondi europei e regionali si potrebbero convogliare a Racalmuto e quanto lavoro per cooperative (serie) di giovani e di universitari ne scaturirebbe. Ma la Triade di Diomede uno sguardo a queste faccenduole assistenziali ce l’ha dato?


Vi è una mirabile pagina di Sciascia (in Amici della Noce) in cui, in uno dei rarissimi scisti erotici del grande Scrittore, questi scrive e descrive il dirimpettaio casino dei Matrona e l’immaginario bivaccare di ignude matrone tizianesche per i prati antistanti. Son sicuro che se Sciascia avesse visto questo ritratto, questa nostrana Maja Vestida (a dire il vero non troppo) con questo inebriante rosso, vi avrebbe colto l’immagine di una di quelle ericine sognate, mirabili alla luce del sole occiduo della Noce. A me fa lo stesso effetto della LUDOVICA ALBERTONI di GIAN LORENZO BERNINI quando vado, qui a Roma, nella chiesa di San Francesco a Ripa, nel cui convento un francescano, forse racalmutese, portò un testo del nostro Marco Antonio Alajmo autografandolo.


Trascrivo da chi sa scrivere meglio di me e con competenza: Matisse nel «ritratto con la linea verde [usa] colori “irrealistici” eppure funzionali, come dimostrano l’irreale linea verde che taglia in due il viso conferendogli rilievo (perché costituisce quasi un crinale divisorio, che sporgendo in avanti, modifica l’incidenza della luce sulle due parti dell’ovale) ed il risalto luminoso del viso stesso, determinato dall’accostamento dei suoi colori chiari con quelli della veste, del fondo e, soprattutto, della massa dei capelli che lo incorniciano e degli occhi profondi … Il senso profondo di questa scelta pittorica è la volontà di tradurre la percezione emotiva della realtà, senza neppure l’elementare mediazione logica dei sensi; immediatamente, dunque, per potere così legare l’immagine allo stato percettivo-emotivo nel momento stesso del primo impatto.» [Piero Adorno-Adriana Mastrangelo, Segni d’arte 4, Messina-Firenze, 2007, pagg. 24-25]


Siamo i primi a dichiararlo: la cifra pittorica di Baiamonte è ben altra; ma nessuno può negare le affinità. Essere accostati a Matisse, poi, non credo che sia un affronto.

Ma noi che pittori non siamo, che siamo anzi daltonici e i colori ce le facciamo dire da chi ci sta vicino, abbiamo, come si è visto, intenti ben diversi da quelli della critica d’arte. Riguardiamo ad esempio il giallo dei ritratti di Baiamonte. Ci richiamano quella nostra scoperta di tanti anni fa, di un fiore giallo sbocciato in autunno sotto la grotta di fra Diego. Pensavo al crocus, ma fui corretto dal Linneo Racalmutese: mi disse il nome latino ed in un primo momento parlò di Zafferano falso. Trascrivo dal sogno taverniano che REGALPETRA LIBERA pubblicherà se potrà:

Ecco il suo vero nome:


 

Sternbergia lutea (falso zafferano)

 

L’avevo scambiato per crocus ed invece è pianta medicinale.

 

 

N.B. Noi non siamo botanici. Ci siamo quindi rivolti al Linneo racalmutese che questa specifica ci aveva dato. Pare che ora, dicembre 2011, abbia cambiato idea. Da modesti navigatori abbiamo fatto i debiti riscontri e siamo arrivati alla convinzione che anche allora era tutto esatto. Persistiamo dunque nell’errore!

 

Aggiungo: pensate cosa hanno fatto dello zafferano, per esempio, ad Aquila. Quello nostro, con quel giallo succhiato dalle falde solfifere racalmutesi, è unico e prezioso. Culture estensive darebbero pane e companatico. Ma l’accidia, quella sì, è tabe inguaribile in questo paese del sale e dello zolfo.

Pierino Baiamonte con la starnbergia lutea non c’azzecca proprio, direbbe qualcuno. Sarà, ma a me serve per dichiarare ed esaltare la racalmutesudine di Pietro Baiamone, pittore del luogo che viene da lontano ed andrà lontano, specie se Racalmuto smette di divorare i suoi figli migliori.

Baiamonte racalmutese, dunque? Non del tutto. Il suo cognome – ignoto, come detto, nei secoli antecedenti l’Ottocento - suona normanno, direi angioino. Rientra nella schiera di quei seguaci di Carlo d’Angiò che sciamarono in Sicilia, dichiarandosi pari al re, suoi compagni, Comites, come dire Conti. Si appropriarono di terre e castelli, ma ebbero, dopo, vita grama sotto i signori dell’avava povertà di Catalogna per dirla con Dante e con Sciascia. Asserragliatisi nelle località con il DNA Siculo, sopraffattore del nostro DNA sicano, non furono molto stanziali. I Baiamonte, comunque, solo nell’Ottocento lasciarono la Piana di Catania per giungere sino a noi, qui a Racalmuto, in tempi di esplosione economica dovuta ai nuovi sistemi di sfruttamento dello zolfo, trovato in abbondanza sotto i superficiali strati subito esauritisi. I Baiamonte, comunque, a Racalmuto trovarono fedelissime mogli e da queste ebbero figli, che per via materna risalgono alle propaggini sicano-greche locali di cui siamo e dobbiamo essere orgogliosi. (Calogero Taverna)



1 commento:

 



Piero Baiamonte
la Sua recensione più che un commento mi sembra un "uso" della mia attività (artistica) per esternare, con un proprio esercizio intellettuale, propri concetti e riflessioni con l'aggiunta di sue personali "situazioni" in merito alla mancata accettazione da parte del Comune di un non meglio precisato archivio in suo possesso - ma va bene così l'Arte come la pubblicazione giornalistica è libera.



Calogero Taverna
Mi ha molto sorpreso il suo rammarico. Guardi che ho cercato di contattarla per terra e per mare inutilmente o per carenza dei canali o per sordità di chi non voleva sdentire. Non ho bisogno di nessuno o di qualcosa per scoccare i miei aculei polemici. I miei intenti: più chiafro del mio commento in REGALéETRA LIBERA non potevo essere. Ed ancora di più se Sergio pubblica il secondo mio commento- Lei non sa che cosa sia il mio archivio: lo sa bene però il suo amkico Volpe, lasciando senza risposta una richiesta di Ecclesia mentre venivano erogate 500 euro dalle esauste casse, destinati a celebrare tra pochi avventori un sedicente scjultore. Non parlo poi dell'istanza relativa al museo ecclesiale al Chiaramontano, chiosata in esordia dai due capigruppo consiliari più rappresentativi (ma quersto forse le dà fastidio potendo affievolire il suo attuale effimero impero). Purtroppo la mia fuorviante critica l'ha lanciata in ambienti artistici d'alto prestigio a lei per ora occlusi. Gratitudine: guai a chi ne accansa il diritto, conquista solo un nemico. E quanto ad amicizie, lei non sa quanti fascisti attuali si paluderanno degli orpelli partigiani, fra qualche mese. Perchè, come scrivo in più luoghi, a maggio non si va a votare. La triade di Diomede saprà bene comportarsi, forse anche perché stuzzicata da me.

Nè eretici né rivoltosi a Racalmuto

Brisa pe' critiché, dicevano grosso modo a Modena. Non è per voglia di criticare. Dio me ne guardi sono l'uomo più remissivo del mondo. Ma sono disorientato. Credo di conoscere adeguatamente la storia di Racalmuto. Alla Matrice poi ho potuto seguire la cronaca minuziosa di questo che ormai tutti vogliono che si chiami Regalpetra, e per giunta paese di tenace conecetto; ma  io questo puzzo di tenace eresia a Racalmuto non l'ho mai riscontrato. E' venuta fuori d'improvviso una tal La Bosca. L'ho beccata negli archivi parrocchiale ma quale innocua signorina virgo in capillis sino a tarda età. Credo che il suo inconveniente sia stato quello di qualche favore sessuale a pagamento in quel di Palermo. Il notaro Jacobo Damiano, che peraltro racalmutese non era ma veniva da Giorgenti, sì il sanbenito fu costretto a portarlo, ma per quello che siamo riusciti a ricostruire non tanto per questioni di eretiche faccende ma solo per avere adulterato un testamento di un conte a nome Giovanni Del Carretto; nè più nè meno di quello che fece un notaio racalmutee con le terre di un mio bisnonno a nome La Rocca. (Ma a questo notaro nulla di male venne e la terra rapinata se la godono ancora i suoi discendenti. Cosa questa che mi fa apprezzare il Sant'Uffizio che bene faceva a considerare peccato perseguile da santa romana chiesa le adulterazioni, le truffe e i falsi che notari furbetti sapevano redigere magari a testatore già morto.)
Si sa che il sottoscritto crede di avere dimostrato che il diacono che chiamano fra Diego La Matina giustiziato a Palermo non è quello che Sciascia crede di avere individuato sempre nei begli archivi della Matrice che le publiche autorità si ostinano a negligere, perché tanto Baiamonte non li considera importanti.
Sì, è vero il conclamato canonico Mantione, finché fu arciprete di Racalmuto, puntigliosaente annotava sempre in quegli artchivi della Matrice tutti quelli che non si comunicavano a Pasqua e li segnalava al Caracciolo, esistendo la Legazia Apostolica, per l'irrogazione di esemplari punizioni civili. Basta questo per qualificare Racalmuto sentina di eretici?
Nell'Ottocento le scomuniche fioccarono contro tutti coloro che osarono acquistare i beni della Chiesa per via della notoria espoliazione sabauda dei beni eclesiastici. Ma si dà il caso che la scomunica colpì la sorella dello stesso arciprete Tirone e non è ancora chiaro se non addirittura lo stesso arciprete Tirone. Ma fu cosa generale in tutta la Sicilia. Quegli scomunicati lì io non me la sento di tacciarli come eretici e addirittura rivoltosi.
Magari una bella rivolta eretica ci fu a Grotte, ma fu faccenda di cum quibus e solo certa pubblicistica cattolica vuole fare apparire la voglia di restare arciprete di qualche prete grottese come addirittura lo Scisma di Grotte, guarda caso rientrato miseramente nelle sacrestie della Matrice di Racalmuto, ragion per cui Racalmuto si considera meritevole guardiana della integrità della Fede. Altro che eretici.
Non me la sento manco di considerare eretica la buona Morreale del Seicento, quella con una sclava negra dalle prosperose minne negrette che fecero perdere la testa (meglio gli occhi) a tanti racamutesi che anche allora passeggiavano davanti al Casino dei Galantuomini,. A dire il vero il casino allora non c'era ma il palazzetto accanto, quello di Mulè, sì; ed appunto là stava la Morreale con quella eccitante sclava negra (da qui il nome a certi succulenti fico).
Quanto al tenace concetto, Racalmuto - suvvia - non ce l'ha avuto mai. Figuriamoci in politica. Le ultime vicende non ci dicono nulla? Di qua, di là, di giù, di sù, i racalmutesi li mena la politica. E posso affermarlo senza tema di smentita: il racalmutese è così avveduto da calari la schina ad ogni nuovo potente che si asside negli scranni del potere. La rivoltà del 1862? Se non un'invenzione, di certo una esagerazione del prefetto Falconcini, incapace ma loquace e comunque inidoneo a quel loquace silenzio che ha dato gloria e merito al nostro bravo romanziere Tanu Savatteri. Ma forse ora il grottese Vassallo lo supererà. Sono contenti
Una bella manifestazione popolare con una virago (si fa per dire) a capo a dire il vero l'ho potuta cosstruire sui documenti dell'archivio di stato di Agrigento, s'intende quando è aperto e il il direttore per contrasti con il suo mnistero non fa sciopero. Ma gira e rigira era una fazione di galantuonimi che voleva colpire la contrapposta fazione sempre dei galantuomini.  I galantuomini a Racalmuto sono stati sempre in contrasto fra loro. Farrauto contro Matrona, Matrona contro Tulumello, Giudice contro Savatteri, Scimè e Bartolotta contro Nalbone. Nalbone a favore del Duce prima e dei vescovi dopo, Achille Vinci contro Burruano, Burruano contro don Rricu Macaluso, altri Burruano persino contro don Peppi Matina e lo stesso Leonardo Sciascia. ed anche mettiamoci Dinu Casucciu contro Geniu Messana. Quellid'oggidì non li conosco; credo che ci dovrei mettere Guaglianu contro Totu Pitruottu, ma qui più che guerra fra galantuomini mi pare piuttosto una lite in famiglia  spiattellata in pubblico, una specie di letto in chiazza. Giratela come volete, spirito rivoltoso contro l'autorità costituita a Racalmuto né ieri né oggi e mi auguro neppure domani c'è mai stato. Salvo errore ed omissione, si diveva in banca.

lunedì 25 marzo 2013

IN DIFESA DI MONTI

STIAMO PER ORGANIZZARE UNA MAXI PROTESTA CONTRO I GOVERNI CHE HANNO PORTATO ALLA DISPERAZIONE TANTI TANTISSIMI ITALIANI, ENTRA QUI DENTRO E CLICCA MI PIACE .. GRAZIE .. http://www.facebook.com/pages/Questa-è-L-Italia/240152065998077?ref=stream

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  • POST IN DIFESA DI MONTI ATTACCATO PERSINO PER LA FUTURA PENSIONE

    Calogero Taverna In che cosa ha rovinato l'Italia? Nell'essere riuscito a far deglutire ai mercati speculativi il rinnovo o la sottoscrizione di 400 miliardi di titoli di stato che avevano tanto spaventato Berlusconi da prendere la fuga? di avere fatto finta di convincere la BCE che l'enorme prestito fatto alle banche italiane non serviva per il rinnovo dei titoli di stato in scadenza? Bazzecole? Voglio vedere se lo Stato andava in crach monetario (non finanziario); in gap di cassa o per dirla in linguaggio social proletario "pupe, non c'è una lira in cassa", voglio vedere se tutti questi impiegati pubblici (nulla facenti), precari dalle più svariate coloazioni, medici uslini e primari extramoenia, LSU e presidi di scuola, archeologhe e soprattutto i miei odiati magistrati restavano a "lassari aviri", senza stipendio per mesi, un anno come certi monnezzari delle ditte appaltanti che a giusta ragione stigmatizza il nostro,per me carissimo,Salvatore Petrotto, voglio vedere cosa avrebbero provato. Certo, Monti, tecnico raffinatissimo,politico non è. Fatto il suo tempo va a casa. Senza infamia direi e senza lode. Prende una pensione? Perché nessuno osa dire qualcosa per colui che in un anno dalla prima banca italiana e poi dalla più grande asssicurazione incassa 33 milioni (sic) di euro sostanzialmente esentasse ( o diciamo a tassazione separata) per esilaranti "anzianità convenzionali"? Per l'ececsso di sofisticazione giuridica non molto accessibile?

  • Pietro Matrona CARO TAVERNA.MONTI UN TECNICO CHE TU DEFINISCI, RAFFINATISSIMO,IO INCAPACE .DOVEVA DOPO CHE E' STATO INVESTITO DAL POTERE DAL VECCHIO NAPOLITAN O.PER RISOLVERE LA CRISI TOGLIERE GLI APPANNAGGI AI PARTITI,AI S INDACATI,AI GIORNALI,RIDURRE GLI STIPENDI E GLI ALTRI PRIVILEGI AI PARLAMENTARI.TOGLIERE GLI AIUTI DI STATO ALLE COPERATIVE ROSSE,RIDURRE DI MOLTO LE PENSIONI AI PARLAMENTARI-TOGLIERE I VITALIZI CHE SONO UNO SCHIAFFO AI PENSIONATI.(LE PENSIONI MEDIE,INFATTI,S I AGGIORANO DAI MILLE EURO ALLE DUEMILA).INSOMMA LA MAGGIOR PARTE DEI PRIVILEGI CHE LA CASTA, NEGLI ANNI,SI E' CREATO. INVECE LUI IN COMBUTTA CON IL PD E IL PDL HA ANGARIATO GLI ITALIANI CON L'IMU. E TU LO CONSIDERI RAFFINATISSIMO,IO IL PEGGIOR STRATEGA,CHE HA INOLTRE OSATO CANDIDARSI.UN CARO SALUTO.

  • Calogero Taverna Carissimo Matrona, naturalmente il mio è un modo di vedere le cose del tutto opposto a quello tuo; siamo su due diverse lunghezze d’onda. Mi picco però di avere un angolo visuale privilegiato per esperienza professionale e per frequentazioni d’alto bordo e pertanto non posso non pensare che la mia visione sia più corretta, meno approssimativa.
    Dice San Paolo: chi vive per l’altare, deve vivere dell’altare; dignitosamente, aggiungo io, con un tenore di vita adeguato.
    Un papa non si può vestire da straccione, non può tornare a mettersi il logoro e sporco sacco (saio) di un Francesco del Dugento anche se vuole atteggiarsi a poverello argentino magari sol perché va a pagare la stanza a cinque stelle con il bancomat (ma vestito da papa). Un Primo Ministro non può vivere da straccione. Me ne preoccuperei. Un medico della Asl di Racalmuto non può andare come Liddu Marino (bonarma).
    Certo non deve arricchirsi per il solo fatto che vive “per l’altare” alla stregua di un Craxi ultimo grido. Stavo ad ispezionare la Banca Cesare Ponti in piazza Duomo a Milano quando Craxi si trasferì nell’appartamento (di stralusso) soprastante con sfiatatoio perforante i locali delle sotterranee Sacrestie della Banca. Ma c’è un Dio dei cieli che la fa pagare cara, prima o poi. Non occorre Grillo o Travaglio o Rizzo o Stella. In democrazia se non la magistratura – troppo intenta a colpire gli accordi indispensabili di trent’anni fa – basta ed avanza il voto. Gli attuali post son cose risibili o di ebeti o di saprofiti del momento.
    Per me poi è ladro anche l’eletto da Grillo che si riduca quanto vuole il suo appannaggio, ma non adempie in doverosa autonomia al suo
    mandato parlamentare per ubbidire contro coscienza all’ordine del suo satrapo che vorrei vedere come si è poi strarricchito persino mi pare in Costarica; per me è ladro il calciatore di fama che accumula strabilianti capitali all’estero per quattro pedate in Italia ad una cosa di cuoio (e non lo fa poi manco bene per effetto di droga); per me è ladro chi cumula buone uscite da trentatré milioni di euro in undici mesi inventando “legali” anzianità convenzionali, per giunta figuranti come proventi da assoggettare a tassazione separata (e quei primi tre che si sono inventati la casta stanno zitti, per interessi personali, penso), per me è anche ladro il precario che acquisito un incarico scolastico poi fa ben altro (tanto è pagato poco), per me è ladro chi al contempo ammucchia retribuzione sindacale, stipendio statale e rimborso spese gonfiate; per me è ladro persino l’Elle Esse U che mai va al comune o che non va a raccogliere la monnezza per cui viene occupata sol perché lei è una signora e per giunta ha parenti importanti; per me è un ladro quello che giammai ha versato una lira di contributi e deve ancor giovane di età (ma un medico l’ha favorito) vivere con la “magra pensione”, immeritata, rubata. Ed anche il medico manderei in galera. E potrei continuare, ma il concetto dovrebbe essere chiaro. E chiarissimo dovrebbe risultare che non posso essere assolutamente d’accordo con te.
    Tu ed io poi siamo intelligenti, saggi, esperti, adeguatamente colti: ‘ste babberie della casta lasciamole dire o a chi non è in grado di capire o a chi ha sporchi (e poi non troppo reconditi) interessi.