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giovedì 22 agosto 2013

Piccola storia di Racalmuto nelle fotografie di Rita Grazia Mattina




 

Questa piccola chiesa di Racalmuto sorgeva all''estremità Nord di Racalmuto, nel vecchio quartiere della FONTIS tradizionalmente FONTANA  e per ripicche politiche tra due dioscuri egemoni codesto quartiere oggi è sparito dalla popolare toponomastica alla cui principale arterie hanno cambiato il tradizionale nome di Battesimo di via Fontana con quello improbabile di via Gramsci.

La chiesetta dedicata a S. Nicola di Bari adatta il suo nome alle esigenze foniche di questo strano paese, la nostra Racalmuto, per divenire SANTA NICOLA che resta pur sempre santo maschile ad onta dell'epiteto ambiguo.

"Santa Nicola, Santa Nicola, vi dugno la vecchia e mi dati la nova" pregavamo quando ci cadevano i denti lattei per quelli che più o meno malfermi ci dovevano accompagnare per tutta la vita. E l'invocazione accompagnava il gesto del dentino scagliato sui tetti nella convinzione che se non invocavamo questo santo barese non avremmo mai spuntato in bocca il sostituto.

Iniziamo da questa bella foto, fornitaci dalla signora Rita Grazia  Mattina, la nostra scorribanda storica su Racalmuto propiziata dalle foto che Rita Grazia, eccellente fotografa, mano mano ci metterà a disposizione.

Parte da qui una microstoria racalmutese, rapsodica, vagula, ma poggiante su studi e ricerche trentennali.

Filo logico sono l'amore per la verità storica - nonostante tutto, oltre tutto - e lo spasmodico affetto per questo !spazio vitale" in cui siamo nati, che giammai abbiamo rinnegato, che vogliamo integro nella sua storica toponomastica e fedele nel suo genuino toponimo. I vezzi letterari, gli svolazzi di un cervellotico congetturare devono stare  stellarmente lontani.

Amiamo con tutta la nostra mente, con tutto il critico e duttile intelletto di cui disponiamo questo nostro irrinunciabile borgo natio, spesso oggetto di interessate mistificazioni, di immeritate denigrazioni.

Ripuliamo la memoria storica di RACALMUTO!

Rita Grazia Mattina con le sue  appassionate, non oleografiche e non mercificate foto, ci accompagnerà in questo tortuoso e ondivago percorso.

Due episodi ci rendono cara o interessante questa periferica chiesetta. Ai tempi della mia infanzia davvero vi erano bande di ragazzini terribili da richiamare alla mente i "ragazzi della via Paal". Molto attivi, spesso figli di famiglie dedite al crimine, un tempo all'abigeato, negli anni del dopoguerra del '40 al furto alla grassazioni, e sovente all'omicidio, quei bambinetti respiravano violenza da tutte le parti e consideravano l'atto aggressivo atto coraggioso, Una banda temibile raccoglieva i ragazzini dagli otto ai dodici anni provenienti dalle casupole attorno alla chiesa di San Nicola (vulgo Santa Nicola). In quel quartiere ora abitava gente dura, con precedenti penali e taluni dimoranti nelle patrie galere. Il quartiere di San Nicola, attestato già ai primi del '500 come coevo del tempo in cui la tradizione vuole la venuta della Madonna del Monte a Racalmuto, fu luogo prediletto da certe famiglie emergenti, famiglie di notai, di nobilato addetto alla gestione dell'economia dei Carretteshi, di preti piuttosto affermati. Era poi di molto decaduto, credo per l'insalubrità o ritenuta tale che si addebitava ai luoghi bassi: coincidenze di tisi endemiche in quel quartiere invero si erano avute. I medici consigliavano aria buona: d'estate si andava "fori" alla Culma o alla Marchisa o a Gargilata, considerate campagne atte a rigenerare polmoni malandati e quindi dall'autunno in poi nelle zone alte del Carmelo. Subentravano poveracci che occupano dammusi e se divenivano meno poveri salivano, sempre numerosi, le camere solerate. Promiscuità assoluta, igiene inesistente, moralità attutita.
La banda di Santa Nicola saliva gagliarda e minacciosa a lu Castieddru, Qui trovava l'altra banda un po' meno diseredata ma pur sempre grintosa. In un certo qual senso ne faceva parte un mio cugino vigoroso, molto abile con la fileccia, capace di colpire passeri alla Spina e colombi nelle feritoie della torre carrettesca. C'era la possibilità di organizzare non tanto uno scontro di calcio ché mancavano palloni e anche passione, ma erano le furibonde lotte allo Sceriffo, come nei filmi americani che tutti non so come conoscevano, a determinare infinite sparatorie finte  con indice e pollice a simulare la pistola e con la reboante voce a sparare. Stanchi i più piccoli tornavano a casa, i più grandicelli già non più puberi al calare della sera andavano a sedersi sugli scalini della chiesa di San Giuseppe e iniziavano conversari molto spinti. Eccitati poteva nascere una masturbazione a cerchio magari per mostrare chi poteva fiottare più lontano.
Molto più tarda è l'altra  simpatica memoria: Siamo negli anni '80. La nuova amministrazione social-comunista organizza addirittura un festival della lirica con concorso a premi. L'emergente on. le Milioto fa convergere nella bella piazzola antistante la chiesetta di Santa Nicola alcune manifestazioni liriche, persino dei balletti, concerti. Seduti dinanzi allo sfondo della facciata che qui si fotografa tra due filari di basse e civettuole case si poteva godere di una accattivante atmosfera. Ho partecipato qualche volta. Mi è molto piaciuto. Una sorta di redenzione artistica, una riabilitazione al suono di "la donna è mobile" o delle rivisitazioni di vecchi strazianti canti (Maria Passa) o di canzonette prossenetiche paesane, (affaccia beddra) che gli eredi di Luigi Infantino riescono a far cantare nel paese d'origine del pienotto tenore da poco deceduto.

La chiesa di San Nicola sorge, periferica, nei primissimi anni del '500. Spirava a Racalmuto in quel tempo un'aria misticheggiante cui non erano estranei i Del Carretto che tornarono ad abitare nel castello che si dice - non senza qualche fondamento - chiaramontano. Esplodeva un'espansione demografica, come dire un'appetibile servitù della gleba che si tramutava in bei proventi per codesti signori dalle origini genovesi e non finalesi come fa oggi comodo continuare a credere. Naturale che oppiare i popoli con fervori religiosi era espediente anche allora molto praticato. Una statua di "marmaru di nostra signura" viene via mare fatta venire da Palermo ove aveva buona bottega artigiana un non spregevole scultore toscano a nome MASSA.
Anche allora avere una dignitosa sepoltura era assillo dei nostri antenati racalmutesi. Si costruivano chiese per sepolture di ceti meno disagiati che si consorziavano in quelle che presero nome di confraternite. Una di queste costruì appunto la chiesetta di San Nicola di Bari. Ne abbiamo scritto nel nostro RACALMUTO NEI MILLENNI; ne stralciamo alcuni passi che messi qui forse qualche lettore in più riesco ad adescarlo.

Il quadro della vita religiosa racalmutese sotto Giovanni III del Carretto


 

 

Un vescovo agrigentino del tempo, il nobile Tagliavia nutrì eccessivo interesse per la comunità ecclesiastica di Racalmuto. Nel 1540 mandò suoi pignoli visitatori; tre anni dopo fece visita inquisitoria lui stesso. Poteva considerarsi apparentato con il bigotto Giovanni III del Carretto, ma il barone non viene neppure adombrato nelle relazioni episcopali che per nostra fortuna si conservano nell’archivio vescovile di Agrigento.

In tali atti vescovili viene descritta piuttosto diffusamente la condizione dell’organizzazione ecclesiale di Racalmuto.

Un fenomeno nuovo emerge con il suo peso sociale, economico e soprattutto bancario: quello delle confraternite. Le confraternite cinquecentesche di Racalmuto nascono come associazioni per garantire la “buona morte” che è come dire una onorevole sepoltura - il culto dei morti da noi è stato sempre presente, ossessivo, dispendioso - ma subito, venute in possesso di disponibilità finanziarie e monetarie, cosa di gran rilievo in un’angusta economia curtense, assurgono a potentati economici molto simili alle attuali banche: finanziano, danno in affitto gli immobili di proprietà (sia pure relativa), fanno committenze per costruire chiese (fonte prima del loro guadagno per le sepolture a pagamento che vi vengono fatte), le fanno riparare, e così via di seguito. Non sono corporazioni di arti e mestieri, anzi sono essenzialmente interclassiste. Il prete vi svolge un ruolo, ma solamente religioso: è soltanto il cappellano spirituale. Nasce da qui il detto tutto racalmutese: monaci e parrini, vidici la missa e stoccaci li rini. Come dire i preti ed i monaci nelle confraternite ci stano per celebrar messa, ma dopo bisogna loro “stuccarici li rini” beffarda espressione per specificare che ognuno deve poi girarsi su se stesso per le mansioni e competenze proprie, in assoluta indipendenza. I preti infatti non potevano inserirsi nella gestione economica, tutta affidata al governatore laico ed agli altrettanto laici deputati che ogni anno si eleggevano. Il vescovo Tagliavia cerca di irreggimentare il tutto, ma con scarso successo.

 

 

 Gli aridi inventari episcopali del 1540 e del 1543 ci consentono comunque di fare una ricognizione critica - senza le grandi sbavature cui gli storici locali indulgono - delle chiese veramente esistenti all’epoca. Abbiamo innanzitutto la vetusta chiesa di S. Antonio: è parrocchiale, risale ad epoca immemorabile (noi pensiamo alla prima metà del Quattrocento). Al tempo di Giovanni III del Carretto è fatiscente; nessuno pensa a ricostruirla; la si lascia in abbandono ma alla fine la solerzia del vescovo Tagliavia è tale che risorge a nuova vita e il culto in essa perdura sino alle soglie del Settecento.

 

Monsignor Pietro Tagliavia ed Aragona, nel tempo in cui fu vescovo di Agrigento curò molto le visite pastorali. Racalmuto fu prima, nel 1540, assoggettato ad un’ispezione sommaria la cui verbalizzazione è contenuta in cinque fogli ove è riportata, in sostanza, una secca inventariazione dei beni delle più importanti chiese di allora: Nunziata, Santa Maria di Gesù, Santa Margherita, Madonna del Monte e San Giuliano. [1] Tre anni dopo, il paese subì, come si è accennato, una più seria indagine da parte del  vescovo in persona, che vi si recò il giorno 11 giugno 1543. Il taglio del resoconto è ora molto più articolato, e viene fornito uno spaccato della vita religiosa locale di grande interesse.[2]

Al centro della locale comunità religiosa è l’arciprete don Nicolò Gallotto (o de Gallottis). E’ originario della terra di San Marco, diocesi di Messina; è anche canonico agrigentino (“est etiam canonicus agrigentinus”). Non riusciamo a sapere, però, se risiede in paese. Gode di metà delle rendite e degli emolumenti, perché l’altra metà serve per il sostentamento di quattro cappellani che accudiscono alla chiesa e amministrano i sacramenti all’intera popolazione (“dictus dopnis Nicolaus habet dimidiam omnium redditum et emolumentorum ... alia dimidia est assignata quatuor capellanis qui serviunt dicte ecclesie et administrant populo ecclesiastica Sacramenta.”).

Ricade su Racalmuto l’onere del sostentamento del suo arciprete, cui spetta per antico diritto (“ex disposictione”), il beneficio della “primizia”. E’ questo un gravame tributario in forza del quale ogni fuoco (famiglia) è assoggettato alla corresponsione di un tumolo di frumento ed un altro di orzo all’anno; le vedove sono obbligate solo per il tumolo di frumento; i non abbienti sono esonerati (”primitiam .. contigit dictus archipresbiter seu eius locum tenentes unaquaque domo dicte terre et illam solvunt hoc modo: unaqueque domus solvit tumulum unum frumenti et unum ordei, exceptuatis viduis, que solvunt tumulum unum frumenti tantum singulo anno”.)

Nella visita del 1540 era stato precisato che il Gallotto percepiva annualmente tale primizia nella misura di 25 salme di frumento e 22 di orzo. Considerando una salma formata di 16 tumoli, avremmo 400 fuochi di cui 48 quelli di vedove capo-famiglia. La popolazione abbiente ascenderebbe quindi a circa 1600 abitanti. Ma siamo molto lontani dai dati disponibili per quell’epoca. Nel rivelo del 1548, sotto Carlo V, Racalmuto risulta forte di 890 fuochi per oltre 3100 abitanti. Non crediamo che vi fossero 490 case di indigenti; il numero degli esonerati e degli evasori doveva essere molto elevato. Ed il fenomeno dovette essere duraturo. Un paio di secoli dopo, nel 1731, l’arciprete Algozini dava i seguenti ragguagli sulla primizia di Racalmuto, un diritto che evidentemente si perpetuava: «questa chiesa non ha decime ma la Matrice solamente ha ogni anno in primizie, tolti li miserabili e fuggitivi, formenti di lordo in circa salme quarantaquattro, in orzi salme sedici in circa, dovendo pagare ogni capo di casa tum.lo uno di formento e tum.lo uno d’orgio.» Tradotto in statistica demografica, abbiamo una popolazione di 2800 abitanti, a fronte di una popolazione effettiva dichiarata dallo stesso Algozini in 5134 anime suddivisa in 1200 famiglie. Sorprendono le analogie e le concomitanze con il fenomeno elusivo del 1540. A meno che in entrambi i casi si dichiarasse soltanto la metà (la dimidia pars di spettanza dell’arciprete).

Oltre alle primizie, l’arciprete Gallotto percepiva i proventi per quelli che l’Algozini due secoli dopo chiama diritti di stola: i proventi cioè dei funerali e dell’amministrazione dei servizi religiosi (“mortilitia et alia provenientia ex administratione cure”).

Nel 1540 si constatava che la chiesa dell’Annunziata dell’omonima confraternita fungeva anche da chiesa parrocchiale al posto della Matrice intitolata a S. Antonio e non si aveva nulla da eccepire. Visitata per prima, se ne annotava la doppia funzione: «Ecclesia di la Nuntiata  confraternitati et servi pro maiori ecclesia di ditta terra». E’ comunque alla chiesa maggiore che spetta il diritto delle primizie: essa, in quanto “maior ecclesia”, «habet primitias videlicet salme 25 frumenti et salme 22 ordei in persona domini Nicolai Gallocti cum onere unius misse quotidie»   Ma tre anni dopo, il vescovo Tagliavia ha di che ridire: per lui, l’Annunziata è “ecclesiola” e quindi non può fungere da chiesa madre; è un tempio «valde parvulum et angustum pro tanto populo”. La vecchia matrice di S. Antonio è diruta; ma poiché essa sarebbe adeguata alle esigenze di spazio dell’accresciuta popolazione, viene ordinato dal presule che venga restaurata e riedificata. «Et quia .. ecclesia [maior] est diructa, et hec que servit pro maiori ecclesia est valde angusta, ideo iussit provideri quo dicta maior ecclesia restauretur et reedificetur.» Non si mancò di eseguire gli ordini vescovili: sappiamo di certo che nel 1561 la chiesa Madre è proprio S. Antonio.

Le nostre notizie sull’arciprete venuto dalla diocesi di Messina sono tutte qui. Non abbiamo neppure un appiglio per formulare un qualsiasi giudizio sulla sua figura. Poté essere un bravo sacerdote, ma poté essere un semplice percettore di benefici ecclesiastici. Dei quattro cappellani che lo coadiuvarono (o lo sostituirono) non sappiamo neppure i nomi.

 

Le carte episcopali richiamate a proposito dell’arciprete Gallotto contengono accenni ad altri sacerdoti racalmutesi della metà del Cinquecento: fra loro spicca don Francesco de Leo, vicario foraneo della terra di Racalmuto. Si sa quanto importante fosse il ruolo del vicario che fungeva da rappresentante del vescovo  sul luogo. A lui venivano demandati i compiti esecutivi della giurisdizione della Curia agrigentina, specie in materia penale. Il vicario era uomo temuto e rispettato, forse ancor più dell’arciprete, che spesso si limitava a percepire i frutti del beneficio ottenuto per entrature curiali e non metteva neppure piede nella parrocchia di cui era titolare.

Il de Leo era vicario, dunque, al tempo dell’arciprete Gallotto. Tra gli altri compiti aveva quello di curare gli interessi del canonico don Giovanni Puiates, titolare del beneficio di Santa Margherita. Naturalmente, anche questi si limitava a percepire i pingui proventi racalmutesi senza interessarsi neppure della chiesa che sorgeva accanto a quella di Santa Maria di Gesù: a ciò pensava il vicario d. Francesco de Leo ed era incarico che espletava encomiabilmente. Il vescovo Tagliavia nel visitare, nel 1543, la chiesa di Santa Margherita la trova «satis bene compositam» ed il merito l’attribuisce al vicario, «hoc propter bonam curam dopni Francisci de Leo, vicarii dicte terre.»

Del solerte vicario, oltre a questa notizia, non sappiamo null’altro. Possiamo giudicarlo, comunque, positivamente e tutto fa pensare che fosse racalmutese. Si spiega così perché tenesse  alla vetusta chiesa di S. Margherita che, se è da dubitare che risalisse al 1108 come scrisse nel 1641 il Pirri, era pur sempre un luogo di culto di cui ad un diploma del 1398. Il de Leo sembra avere care le tradizioni indigene. La chiesa, varie volte rinnovata e ricostruita, era da tempo immemorabile sede di un titolo canonicale agrigentino. «Ecclesia Sancte Margarite - si sa dalla visita del 1543 - est titulus canonicatus” che al tempo spettava al cennato canonico Pujades. I contadini racalmutesi dovevano corrispondere le decime al canonicato della Cattedrale di Agrigento e non risulta che il beneficiario sia stato mai un racalmutese. Quando si trattò di giustificarne il titolo originario, si assunsero a documenti due antichissimi diplomi del 1108. In essi si descrive la donazione di un fondo da parte di Roberto Malconvenant ad un suo parente, il milite Gilberto, a condizione che vi edificasse una chiesa. Gilberto accetta, si fa chierico ed inizia, costruisce e completa un tempio nella sua terra intitolandolo a Santa Margherita Vergine. Il vescovo Guarino in una domenica del 1108 consacra chierico e chiesa  inquadrandoli nella giurisdizione della Cattedrale agrigentina.

L’ubicazione del centro agricolo è di ardua individuazione. Nel diploma viene così descritta l’estensione del fondo: se ne specificano i confini; emergono quindi punti di riferimento e località che nulla hanno a che vedere con Racalmuto. Quella antica chiesa “normanna” non è posta pertanto vicino a Santa Maria, non ci compete e lasciamola al suo destino. Il fascino della storia racalmutese non si appanna certo per il venire meno di una tale tradizione.

Resta assodato che a Racalmuto il culto di Santa Rosalia è ben antico. Non sembra, però, che vi sia qualcosa su S. Rosalia nelle primissime visite pastorali agrigentine del 1540-3, dato che in quella del 1543 si accenna solo alle seguenti chiese racalmutesi:

1)        Chiesa Maggiore, sotto il titolo di S. Antonio;

2)        “Ecclesiola” sub titulo Annuntiationis Gloriose Virginis Marie, da tempo sede di una Confraternita e dove era stato trasferito il Santissimo, chiesa adibita ormai al posto di quella Maggiore, già fatiscente;

3)        Chiesa di Santa Maria del Monte;

4)        Chiesa di santa Maria di Gesù;

5)        Chiesa di Santa Margherita;

6)        Chiesa di San Giuliano;

 

Nella precedente visita del 1540 abbiamo:

1)        Chiesa della “NUNTIATA”

2)        Chiesa di Santa Maria di Gesù (Jhù)

3)        Chiesa di Santa Margherita;

4)        Chiesa di “Santa Maria di lo Munti”;

5)        Chiesa di S. Giuliano.

(Cfr. le pagine 196v-198v della Visita)

Passando al setaccio i radi accenni delle carte episcopali del 1540-1543 abbiamo che non proprio recenti erano le chiese quali:

 

la Nunziata, visto che vi si trovava una vecchia tunichella di damasco turchino ( Item uno paro di tunichelli una di villuto iridato cum soj frinzi di varij coluri et l’altra di damasco turchino vechia);

Santa Maria di Gesù col suo vecchio paramento di borchie stagnate (Item uno casubolo  di borcati vecho stagnato);

Santa Margherita sia per quel che sappiamo dalle antiche fonti sia come testimoniano i “avantiletto” lisi (item dui avantiletti vechi). Significativo invece che a S. Giuliano non v’era nulla di vecchio.

 

Il testamento di don Giovanni III del Carretto


 

 

 

Di Giovanni del Carretto è consultabile il testamento ([3]) steso sul letto di morte: a raccoglierlo il notaio Jacopo Damiano, quello finito sotto le grinfie del Santo Ufficio. L’inventario della vita del barone viene in qualche modo abbozzato.

In epigrafe, la data: 2 gennaio 1650. Riguarda il “molto spettabile signor D. Giovanni de Carrectis, domino e barone della terra di Racalmuto, cittadino della felice città di Palermo, dimorante nel Castello della detta terra e baronia di Racalmuto, che fa testamento dinanzi il notaio ed i testi”.  “Sebbene infermo nel corpo, è tuttavia sano di mente ed intelletto, con la parola ed i sensi integri”.

 

Il testamento esordisce con una sorpresa: erede universale non viene nominato il primogenito (Girolamo, futuro primo conte di Racalmuto), ma il secondogenito, “lo spettabile signor don Federico de Carrectis barone di Sciabica, secondogenito legittimo e naturale nato e procreato dallo stesso spettabile signor testatore e dalla fu spettabile donna Aldonza consorte del medesimo”.

Ripete in dialetto, il morente barone: “legitimo e naturali, procreatu da me e dalla  condam Aldonsa mia mugleri in tutti e singuli beni, e cosi mei mobili e stabili presenti, e futuri, e massime in la Vigna e loco chiamato di lo Zaccanello, con tutti soi raggiuni e pertinentij, e suo integro statu, pretensioni, attioni, e ragiuni, frumenti, orzi, cavalli, e scavi; superlectili di casa, massarij, boi et altri animali, et instrumenti di massaria, vasi di argento manufatti esistenti in lo detto Castello con li nomi di miei debitori ubicumque esistenti e meglio apparenti”.

 

Se si è avuta la pazienza di scorrere questa specie d’inventario, si ha un’idea di quanto ricco e bene arredato fosse il Castello; vi era una frotta di servitù e vi erano veri e propri schiavi (“scavi”).

 

A don Federico vanno 200 once di rendita annuale, oltre alla definitiva proprietà di mille once promesse a suo tempo dal testatore come dote assegnata nel contrarre matrimonio con donna Eleonora di Valguarnera.

 

“Del pari il prefato signor testatore volle e diede mandato che lo stesso spettabile D. Federico erede universale abbia e debba sopra la restante eredità versare al signor don Girolamo del Carretto la somma occorrente per le spese del funerale quale dovrà essere celebrato in relazione alla qualità della persona dello stesso spettabile testatore sino alla somma di once 100 da prelevarsi da quelle 600 once che stanno nella cassaforte (in Arca) del medesimo testatore ed essendoci più bisogno di più si aviranno da pagare communiter da entrambi gli eredi don Federico e don Girolamo”.

“Del pari il prefato testatore istituisce suo erede particolare il molto spettabile signor D. Girolamo de Carrectis suo figlio dilettissimo primogenito, legittimo e naturale nato dal medesimo Testatore e dalla spettabile quondam Donna D. Aldonza sua consorte, cui va la baronia nonché i feudi della terra di Racalmuto con tutti ed ogni giusto diritto, con le giurisdizioni civili e criminali, il mero e misto imperio giusta la forma dei privilegi ottenuti nella regia curia, con le prerogative sui feudi, sul Castello, sugli stabili e con tutti gli altri diritti quali il terraggiolo, le gabelle ed ogni altra consuetudine spettante alla predetta baronia. A questo del Carretto suo indubitato figlio primogenito spetta pertanto nella detta Baronia ogni pretesa, azione, ed imposizione. Gli competono altresì denaro, frumento, orzo, servi, suppellettili di casa, buoi e messi ovunque esistenti, nonché gli animali ovunque si trovino, come i frumenti nelle masserie, i vasi d’argento esistenti nel Castello e tutte le ragioni creditorie con le eccezioni che seguono”.

Giovanni III morente pensa alla sua cappella privata nel castello e la dota: «Item praefatus spectabilis dominus Testator voluit, et mandavit quod omnes raubae sericae, et jugalia Cappellae existentes in Castro dictae Terrae quae inservierunt pro Culto Divino, etiam illae raubae quae sunt, ut dicitur de carmisino, et imburrato remanere debeant in Cappella dicti Castri pro uso dictae Cappellae in Culto divino.»

“E così il predetto testatore volle e diede mandato, ordinò e invitò come ordina ed invita il detto spettabile don Girolamo suo figlio primogenito, futuro ed indubitato successore nella detta Baronia affinché voglia e debba bene trattare, reggere e governare tutti ed ogni singolo vassallo della predetta terra e non permettere che vengano molestati da chicchessia,  e ciò per amore di nostro Signore Gesù Cristo e per quanto abbia cara la salute dell’anima del testatore.»

Non crediamo che Girolamo I del Carretto abbia dato troppo peso alla retorica raccomandazione paterna. Se ne dipartì anzi per Palermo e Racalmuto fu solo il luogo da dove provenivano le sue cospicue disponibilità liquide, spese soprattutto per ottenere prestigiosi quanto tronfi titoli dalla corte spagnola.

“Del pari il testatore lascia il legato a carico di Girolamo  di far dire tante messe nel convento di San Francesco di Racalmuto. Là doveva pure essere eretta una Cappella bene adornata per cui dovevano essere spese almeno 100 once.”

“Al Convento dovevano pure andare le 7 once di reddito annuale cui era tenuto il magnifico Giovanni de Guglielmo, barone di Bigini.”

Di quella Cappella a San Francesco, nulla è dato sapere: crediamo che Girolamo del Carretto aveva ben altro a cui pensare a Palermo per spendere soldi per una tomba regale nel lontano e spregiato Racalmuto. Crediamo, anzi, che di quell’eccesso di devozione sia stato considerato artefice ed inspiratore il notaio. Come familiare del Santo Ufficio, Girolamo I del Carretto ebbe quindi modo di incolpare il malcapitato Jacopo Damiano e farne un eretico che ebbe il danno della privazione dei beni e la beffa del sanbenito. Leggere il commento di Sciascia per la letteraria rievocazione di questa pagina  purtroppo tragica nella sua acre realtà storica.

Il morente barone dichiara di avere speso 130 once nella compera di legname e tavole per il tramite di mastro Paolo Monreale e mastro Giacomo Valente. Sancisce che devono essere bonificate 27 once per la costruzione della chiesa di Santa Maria di Gesù e  11 once per completare il tetto “della chiesa di Santa Maria di lu Carminu”.

Giovanni del Carretto ha anche figlie femmine da dotare:

donna Beatrice del Carretto, moglie di don Vincenzo de Carea, barone di San Fratello e di Santo Stefano (150 once in contanti da prelevare dalle casse del castello);

donna Porzia del Carretto, moglie di don Gaspare Barresi (altro che lotta intestina con i Barresi, dunque). Si parla di altre 50 once in contanti da erogare;

Suor Maria del Carretto, dilettissima figlia legittima, monaca del convento di Santa Caterina  della felice città di Palermo. Oltre alla dote per la monacazione, altre 20 once a carico dell’erede  Girolamo;

Il notaio Jacopo Damiano fu forse anche un tantinello venale: introdusse una clausola che, se non fu determinante, contribuì quasi certamente alla sua rovina ed al suo deferimento al Santo Uffizio da parte dei potenti ed ammanigliati del Carretto. La clausola in latino recita: «Item ipse spectabilis Dominus testator legavit mihi notario infrascripto pro confectione praesentis, et inventarij, et pro copijs praesentis testamenti, et inventarij uncias quinque, nec non relaxavit  et relaxit mihi infrascripto notario omnia jura terraggiorum, censualium, et gravorum omnium praesentium, et praeteritorum anni praesentis tertiae inditionis pro Deo, et Anima dicti Domini Testatoris per esserci stato buono Vassallo, et Servituri, et ita voluit et mandavit.» Vada per le cinque once di parcella: cara ma tollerabile; l’esonero dal terraggio e dai censi, no. Francamente era troppo. Ed a troppo caro prezzo Jacopo pagò quella sua cupidigia. Un accenno veloce alle sue disavventure: Jacopo Damiano, notaro fu imputato di opinioni luterane ma “riconciliato” nell’Atto di fede che si celebrò in Palermo il 13 di aprile del 1563 (tre anni dopo la morte e la redazione del testamento di Giovanni III del Carretto). Ebbe salva la vita, ma non i beni né l’onore. Impetra accoratamente: «... per molti modi ed expedienti che ipso ha cercato, non trova forma nixuna di potirisi alimentari si non di ritornarsi in sua terra di Racalmuto [in effetti ci sembra originario di Agrigento, n.d.r.]. .... [ed i parenti, uomini d’onore] vedendo ad esso exponenti con lo ditto habito a nullo modo lo recogliriano, anzi lo cacciriano et lo lassiriano andar morendo de fame et necessità ...».

Tanta la beneficenza del barone morente (ma era compos sui, o il ‘luterano’ notaio inventava?):

5 once al venerabile convento di San Domenico della città di Agrigento;

5 once alla venerabile chiesa di Santa Maria del Monte;

10 once al venerabile ospedale della terra di Racalmuto;

5 once alla venerabile confraternita di San Nicola di Racalmuto;

5 once alla venerabile chiesa di San Giuliano; inoltre poiché il testatore ha una certa quantità di calce e detenendo una fabbrica di calce (“calcaria”) esistente in territorio di Garamuli, dispone che se ne dia sino a concorrenza di 500 salme per la chiesa di San Giuliano

5 once alla chiesa di S. Antonio (che quindi è ritornata in auge);

5 once in onore del glorioso Corpo del Signore quale si venera nella Matrice.

Al servo di provata fedeltà debbono andare ben 20 once per i tanti servizi prestati; 10 once, invece, al servo (famulus) Francesco de Milia.

Il barone è grato al clero; gli è stato vicino ed amico. Ecco perché raccomanda al successore d. Girolamo del Carretto  «quod omnes et singulae Personae Ecclesiasticae dictae Terrae Racalmuti sint, et esse debeant immunes, liberi, et exempti ab omnibus, et singulis gabellis, et constitutionibus solvendis spectabili Domino eius successori, videlicet à gabella saluminis, vini, carnis, granorum, et olei, et hoc pro usu tantum dictarum personarum ecclesiasticarum, et ita voluit, et mandavit.»

I preti debbono dunque essere immuni dai balzelli baronali come la gabella dei salami, del vino, della carne, del grano, dell’olio: una sfilza di tasse sui consumi che la dice lunga sull’assetto fiscale della realtà feudale di metà secolo XVI a Racalmuto.

 

 

Il barone resta legato alla sua terra; vuole essere seppellito nella chiesa di San Francesco, vestito con l’abito di San Francesco (dobbiamo almeno ammettere che alla fine dei suoi giorni, la sua fede era intensa).




[1]) ARCHIVIO VESCOVILE DI AGRIGENTO - "GIULIANA"  - VISITA- DEL 1540 - f. 196 v - 198v.
[2]) Cfr. «LA VISITA PASTORALE DI MONS. PIETRO DI TAGLIAVIA E D'ARAGONA - parte II (Anno 1542-43)» - tesi di laurea di Rosa Fontana, relatore Paolo Collura dell'Università degli Studi di Palermo - facoltà di lettere e filosofia - anno accademico 1981-1982. Racalmuto risulta trattato nelle pagine 207-218. Inoltre: ARCHIVIO VESCOVILE DI AGRIGENTO - "GIULIANA"  - VISITA 1542-43 - colonne 190v-193v.
[3] ) Archivio di Stato di Palermo - Fondo Palagonia - Atti privati n. 630 - anni 1453-1717 - ff. 44r - 56v.

mercoledì 21 agosto 2013

Intervista al mio amico padre Puma

Arc. Alfonso PUMA
 

* * *

 
L’Arciprete a domanda

 

risponde


 

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(Intervista di Calogero Taverna)



Racalmuto, 5 luglio 1995





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INTERVISTA ALL’ARCIPRETE ALFONSO PUMA

Intervistatore: Calogero Taverna.

 
Cenni autobiografici
 
Domanda: Per rompere il ghiaccio, iniziamo con alcuni cenni autobiografici. Arciprete Puma, che mi racconta della sua vita?

Risposta: Sono nato il 21 novembre 1926. Sono stato ordinato sacerdote nel 1950, anno santo. Sono stato eletto parroco del Carmelo nel 1961 e vi sono rimasto sino al 1966. Come parroco-arciprete della Matrice, sono stato chiamato il 1° dicembre 1966: rimanendovi sino al presente.

D.: Oggi ne abbiamo?

R.: 5 luglio 1995.

D.: A che data risale la sua vocazione? Ricorda l’origine?

R.: Fin dalla tenera età avevo il desiderio di farmi sacerdote. Fatte le scuole elementari, sono entrato in seminario, nell’ottobre del 1939. La casa mia era quella, ove mi trovai subito a mio agio. Ho intrapreso gli studi con grande gioia; ho così affrontato il periodo della guerra senza paure, nella speranza di farcela.

D.: I suoi genitori - che io ricordo: sua madre soavissima; suo padre molto benevolo - come se li ricorda?

R..: Li ricordo non solo come genitori, ma come amici. Mia madre è stata addirittura la mia prima direttrice spirituale. Mio padre, un uomo sodo, un uomo temprato, molto parco nel parlare ma saggio, diceva: «voi non vi preoccupate: se faccio sacrifici o non ne faccio, a voi non interessa. Ricordate che starò sempre vicino a voi.» E del resto, sia io come mio fratello, il tenore, abbiamo studiato con questa fiducia che qualcuno ci sosteneva e ci stava sempre a fianco.



In tempo di guerra, in seminario




 


D.: In seminario ha avuto dei padri spirituali o dei rettori che ricorda in modo particolare?

R.: Ho avuto la fortuna di essere guidato da santi sacerdoti. Tra i primi ricordo il servo di Dio, padre Isidoro Fiorini, per il quale ho fatto una dichiarazione giurata come testimone della vita di santità che ha condotto e nello stesso ho rievocato le virtù eroiche di questo sacerdote. Il padre Isidoro Fiorini morì, ultra nonagenario, in un incidente, finendo sotto le ruote di un pullman. Ricordo pure mons. Stefano Conte, anima bella, che ci ha sostenuto durante la guerra. Ci faceva da mamma. Mons. Jacolino, morto anch’egli in fama di santità: è stato un uomo di stile tedesco, sia perché abituato ad un regime austero - è stato prigioniero di guerra - sia perché era un uomo molto temprato al sacrificio. Egli - durante il periodo di guerra - fece in modo che il seminario giammai si chiudesse, fidando sempre nella Divina Provvidenza e in S. Giuseppe - cui era molto devoto. L’unico seminario che non chiuse fu quello di Agrigento: per merito suo. Noi ricordavamo questa figura di uomo, osservante della regola, uomo con grande spirito di sacrificio. E’ morto dopo due anni di episcopato, lasciando alla diocesi nulla, perché era povero.

D.: Io ricordo che nel 1945, quando sono entrato anch’io in seminario - e lì l’ho incontrato - mio padre come suo padre erano costretti a portare in seminario il frumento comprato al mercato nero, per la nostra alimentazione.





I militi fascisti a rovistare nelle cantine del seminario di Agrigento



 
R.: Rammento che una sera sono venuti due militi inviati dal regime fascista per ispezionare se in seminario si detenessero illegalmente farina, frumento ed altre vettovaglie. Invero tenevamo qualcosa nascosta, ma era roba nostra. I nostri genitori facevano dei sacrifici, si toglievano il pane di bocca per dare da mangiare ai figli che stavano in seminario. In quel controllo, anch’io fui chiamato perché ero il prefettino più grande. I nostri genitori rischiavano, invero, la galera per portarci la farina. E quando il vescovo chiese a Mons. Jacolino: come fate a dare da mangiare ai seminaristi? Costui rispose: siamo sempre pronti ad andare a San Vito! (S. Vito era un vecchio convento, adattato a carcere mandamentale di Agrigento).
Quella volta pure gli stessi inquisitori furono benevoli e furono invitati alla cena e fecero una relazione più positiva che negativa nei confronti del rettore del seminario.

 
Sciascia, i seminaristi e gli aspiranti gesuiti



 

D.: Sciascia - a dire il vero, irritandomi - scrive che a Racalmuto si era furbi nel senso che si andava gratis in seminario o dai gesuiti per fare un certo iter di studi e poi gabbare il rettore del seminario o i gesuiti ed andarsene via. Trascura il fatto che molti siamo andati, cambiando magari dopo intenti, perché convinti. Comunque non era gratis andare a studiare in seminario: costava e costava forse più che restare a studiare in paese ove tutto sommato le scuole c’erano.

R.: Tutti sanno quali erano i rapporti tra me e Leonardo Sciascia. Sciascia un tempo avversò visceralmente la Chiesa e quindi anche i sacerdoti. Amava criticare preti, religiosi e pie istituzioni. Ma poi, conoscendo meglio la realtà della Chiesa attenuò i suoi toni. Del resto amava dire di sé: contraddisse e si contraddisse.
Non è vero che si andava in seminario o dai gesuiti solo per sfruttare ed essere agevolati negli studi. I genitori facevano grandi sacrifici. Anche quelli che andavano dai gesuiti, pur se poveri, erano chiamati a pagare una certa retta. Certo, da ragazzi, non si può essere sicuri della propria vocazione al cento per cento: c’è chi la perde e c’è anche chi non l’aveva e c’è anche chi la cercava. Quindi, quello di Sciascia non è un argomento valido. E’ vero invece che tanti sono andati in seminario o dai gesuiti e ci sono restati. E quelli che sono rimasti sono una vera gloria per il paese. Quello che Sciascia ha scritto non può, quindi, essere preso per oro colato.
 
Le grandi figure dei sacerdoti racalmutesi



 

D. : Ricorda alcuni dei suoi coetanei che sono divenuti sacerdoti e si sono contraddistinti?

R.: Il padre Facciponte, padre gesuita. Ecco uno che c’è rimasto. Padre Jacono, direttore spirituale dei gesuiti ... e c’è rimasto. Il padre Fusco, un altro ragazzo molto serio e molto bravo, padre gesuita anche lui ... e c’è rimasto. Ne abbiamo avuti tanti. Evidentemente allora era un po’ di moda andare dai gesuiti perché il padre Francesco Nalbone, una gloria della Chiesa ed anche dei padri gesuiti, consigliere di papa Pio X e di Benedetto XV, era diventato una istituzione. Quindi tanti giovani vedevano in lui l’uomo carismatico che attirava: un padre Salvatore Scimè, professore di filosofia, distintosi per tanti meriti: ha tra l’altro formato la scuola di Modica, una scuola sociale. Possiamo annoverare tra i padri gesuiti che si sono particolarmente distinti il padre Sferrazza, un apprezzato studioso della religiosità in Sicilia, che pur avendo tanto rispetto per Sciascia, pure talora dissente da quello che scrive lo scrittore racalmutese. Padre Sferrazza è diventato, anche consigliere di vescovi. E’ direttore della scuola teologica a Messina. Merita quindi tanto rispetto ed è degno di tanta fiducia. Evidentemente le scuole dei gesuiti hanno fatto tanto bene tra i nostri giovani. In seminario, certamente, si pagava molto di più, con grande sacrificio, specie da parte delle famiglie povere. Certo, vi era qualche piccolo aiuto da parte del seminario con borse di studio accordate a giovani volenterosi di famiglia povera. Il seminario ha formato grandi sacerdoti racalmutesi, gloria della Chiesa agrigentina; i gesuiti hanno forgiato racalmutesi illustri della Chiesa racalmutese.

D.: Ai miei tempi vi erano tre seminaristi oggi sacerdoti: padre Curto, padre Salvo e ... padre Puma. Ricordo il padre Salvo per la sua scienza, ma padre Puma lo ricordo per la sua grande bontà, per la sua grande affabilità, per la sua capacità di intessere dei dialoghi con i giovani. Che mi risponde?

R. : Ogni sacerdote cerca di fare del suo meglio. Io son vissuto sempre fra i giovani. Sono stato nell’Azione Cattolica sin da bambino; in seminario, il vice rettore di allora, Mons. Di Marco - attualmente Vicario Generale del Vescovo - ed io abbiamo portato avanti l’Azione Cattolica, per preparare i futuri sacerdoti alla vita associativa. Tutta la mia vita è stata spesa per i giovani. Poi sono sorte anche ACLI e vi ho aderito perché la mia aspirazione è stata anche quella di venire incontro al bisogno sociale della gente. Racalmuto è (o meglio era) un paese prettamente minerario. La miniera costituiva che so .. il petrolio, .. la ricchezza .. l’oro. Nell’Ottocento, Racalmuto raggiunse la quota di 18.000 abitanti per l’occupazione nelle miniere di zolfo. Poi il minerale si è svilito e Racalmuto ha contratto la sua intensità abitativa. La mia missione è stata svolta al servizio degli zolfatari, dei salinai, dei lavoratori di Racalmuto.

 
Il cognato dell’arciprete, primo sequestrato dell’Italia del dopoguerra.



 

D.: Non è detto che debba rispondere a questa domanda. Può anche non rispondere. Ricordo che alla fine degli anni quaranta la sua famiglia fu contraddistinta da un evento molto increscioso: il sequestro di suo cognato. Questo fatto ha creato in lei dei traumi? Ha visto i racalmutesi nello stesso modo? O si è insinuato in lei il dubbio che non tutti i racalmutesi fossero delle brave persone?

D.: E’ vero! Era l’anno 1946: venendo dal seminario per le vacanze ho avuto l’amara sorpresa di sapere che un mio cognato era stato sequestrato. Era il primo sequestrato in Italia. Certo è stato traumatizzante pensare che quest’uomo poteva non tornare più. Erano tempi di grande miseria; mancava persino il pane. Erano tempi di grande bisogno. I sequestratori erano andati per altre persone. Ma poi, fallendo, si erano accontentati di qualcuno che poteva disporre di qualche migliaio di lire, perché lavorava. Comunque, fu restituito ai familiari: evidentemente c’era stato qualcuno che si era mosso in soccorso di chi in fondo era un pover’uomo sfornito di grandi mezzi. L’hanno rilasciato con una piccola cauzione. Tutto questo ha destato in me un’avversione verso la malavita, locale o nazionale che sia. Ecco perché in questi fatti luttuosi che si sono di recente verificati a Racalmuto ho assunto una posizione rigida, in quanto motivata. Sono stato dalla parte dei più deboli, evangelicamente.

 
I tanti, diversissimi vescovi agrigentini di questo cinquantennio



 

D.: In questo cinquantennio, ad Agrigento vi sono stati diversissimi vescovi; lei li ha conosciuti tutti. Vogliamo farne una rapida, come dire?, rievocazione?

R..: Ho conosciuto mons. Giovanni Battista Peruzzo - un vescovo definito da Leonardo Sciascia, rinascimentale. E’ stato un vescovo intelligente, un vescovo che affascinava per la sua oratoria, per il suo stile. [...]

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Le confraternite cinquecentesche



 

 

D.: In effetti a Racalmuto sorgono nel 1500 sei o sette associazioni o congregazioni o confraternite. Si chiamano confraternite per la buona morte come dappertutto, perché curano la sepoltura dei morti. Ma, a ben guardare, sono organismi economici, anzi, finanziari. Dispongono di un patrimonio immobiliare immenso. Sono proprietari quasi monopolistici delle case di abitazione; fanno prestiti ad interessi, sia pure conformi ai dettami della Chiesa: talora assurgono a vere e proprie banche moderne. Queste confraternite racalmutesi hanno di particolare due caratteristiche: 1) una loro laicità. C’è il cappellano, ma il cappellano serve solo per dire la messa. Per il resto, c’è una lotta per evitare che vi siano infiltrazioni ecclesiastiche nella gestione sociale ed economica della confraternita, che è retta da un governatore e da rettori laici; 2) vi sono associati indifferenziatamente confratelli di tutte le classi sociali, dai cosiddetti "magnifici" (i moderni "galantuomini") ai "mastri", ai "borgesi" e persino ai "jurnatara".
Da ciò oso desumere una duplice conseguenza:
a) una fede religiosa del popolo di Racalmuto molto profonda, che si accompagna, però, ad un anticlericalismo piuttosto viscerale. C’è la battuta a Racalmuto che dice: «monaci e parrini, vidici la missa e stoccaci li rini».
b) un’abitudine all’interclassismo, quasi l’interclassismo alla De Gasperi. Forse nasce da qui se a Racalmuto mai vi sono stati contrasti sociali atti a suscitare moti rivoluzionari, diversamente, ad esempio, da Grotte.
Dall’alto della sua quarantacinquennale esperienza pastorale, lei che ne pensa?

R.: Prima di tutto debbo precisare che la frase «monaci e parrini, vidici la missa e stoccaci li rini», è diffusa dappertutto in Sicilia. Nasce nei tempi in cui la stampa era espressione della massoneria e del suo anticlericalismo. Erano i tempi delle leggi eversive: quando furono soppressi i monasteri e la manomorta dei conventi. A Racalmuto, in definitiva, non vi sono state tensioni sociali acute anche perché il popolo poté appropriarsi agevolmente dei beni della Chiesa. Peraltro, il clero locale ha sempre parteggiato per la classe meno abbiente. Vedasi la bella figura di padre Elia Lauricella. Abbiamo avuto anche, a dire il vero sacerdoti alla Savatteri - nati magari in famiglie di massoni - ma furono eccezioni, e comunque ininfluenti. I racalmutesi sono stati anticlericali subendo l’astiosa propaganda massone, ma nel profondo sono stati vicini ai loro sacerdoti, almeno quelli migliori come il padre Elia Lauricella, morto in fama di santità.
Figure singolari di sacerdoti racalmutesi si ebbero, ad esempio, a fine dell’Ottocento. Guardiamo all’arciprete Tirone, uomo inflessibile, di profonda cultura anche giuridica, sagace difensore dei diritti della Chiesa. Tanti beni si sono salvati dall’espoliazione governativa per suo merito. E nello stesso tempo, così legato alle autorità ecclesiali da venire prescelto nella salvaguardia della fede fra i fedeli di Grotte, messi in subbuglio da taluni preti finiti nello scisma, non tanto per ragioni di fede, quanto per interessi materiali, legati al gius-patronato della locale arcipretura. Alla fine quei sacerdoti scismatici tornarono nel grembo di madre chiesa e ad accoglierli è stato proprio il padre Tirone.

 
 
Il vescovo spagnolo Horozco e Racalmuto



 

 

D.: Passiamo ad altro. Leggo nelle carte dell’Archivio Segreto Vaticano un furibondo contrasto sorto tra il vescovo spagnolo di Agrigento, Giovanni Horozco Covarruvias y Leyva ed il conte del Carretto. Entrambi si accapigliano per impossessarsi dello "spoglio" dell’arciprete Romano. Siamo alla fine del 1500. Non è detto che lei risponda alla domanda che sto per farle, che potrebbe considerare impertinente. Ho avuto l’impressione che i vescovi di Agrigento guardano a Racalmuto più dalla parte dei ricchi che dalla parte dei poveri. Lungo i secoli sembra che si sia snodato, senza interruzione, un filo conduttore - da Horozco al vescovo Peruzzo - benevole con i ricchi racalmutesi; ostile verso i poveracci. Per converso il clero locale è stato in opposizione a questa condotta ambivalente dei vescovi agrigentini. Quali le sue considerazioni? Quali le sue controdeduzioni?

 
R.: Da precisare che a Racalmuto il clero ha raggiunto la quota di n.° 52 componenti. Quindi fu un clero molto forte. Vi sono anche i monaci. Se diamo uno sguardo ai testimoni che hanno firmato il documento sulla fama di santità del padre Lauricella, notiamo ben n.° 32 sacerdoti firmatari di quell’atto. Ciò dimostra la solidarietà, coesione e serietà di quel folto clero del Settecento Racalmutese. Che in siffatta compagine sacerdotale serpeggiasse ostilità verso i vescovi agrigentini, non risulta. Risulta, invece, una estrema prudenza, una grande cautela dei vescovi agrigentini nelle cose di Racalmuto, che hanno guardato con circospezione ma anche con tanta carità. Si pensi all’autorizzazione accordata dalla curia vescovile di Agrigento ad ipotecare i "giogali" preziosi delle chiese racalmutesi, pur di sfamare il popolo nella tragica congiuntura alimentare di fine Settecento. Più in generale, può affermarsi che in curia vigesse una valutazione positiva del clero racalmutese, cui si lasciavano ampi spazi di autonomia amministrativa; per contro, il clero racalmutese è stato sempre ligio agli indirizzi episcopali in materia di fede e di morale.

 
 
Che vuol dire essere arciprete a Racalmuto?



 

D.: Essere arciprete a Racalmuto è identico che esserlo in qualunque altra parrocchia dell’agrigentino?

R.: Bisogna intendersi. Una volta l’arciprete era quasi un mezzo vescovo. Al suo presentarsi ci si doveva togliere la "scazzetta" o la "birritta". Era il grande datore di lavoro del luogo. Era il distributore di messe ai tanti sacerdoti che non disponevano neppure di una piccola chiesa (ed a Racalmuto di chiese ce ne erano tante). Oggi, l’arciprete è alla stregua di tutti gli altri parroci. Un primus inter pares, magari, ma niente di più. E questo a Racalmuto, come altrove.
 
Il belato delle pecorelle




D.: Nei confronti della Chiesa, le "pecorelle" racalmutesi belano più o meno rispetto a quelle delle altre parti?.

R.: Beh! se le pecorelle "belano" perché bramano pascoli più ubertosi, allora è ben giusto che belino. Se poi è vezzo critico - molto diffuso in questo nostro paese - allora bisogna rintuzzare quelle critiche. Oggi si parla molto di dialogo. Quindi, con spirito di carità, la dialettica con il popolo di Dio deve essere fervida, reciprocamente rispettosa, missionaria. Diceva papa Giovanni «chi è dentro deve sforzarsi di guardare a quelli che stanno fuori; chi è fuori deve sforzarsi di guardare meglio dentro. » Forse, se Sciascia si fosse sforzato di guardare meglio dentro, non sarebbe incorso in quelle critiche... diciamo, esagerate. Sciascia guardava alla Chiesa dal lato esterno. Anche la Chiesa è un’istituzione, che nella sua componente terrena può venire migliorata. Comunque, quelli che dall’interno ci produciamo, talora, in critiche, tentiamo di migliorarla. A Sciascia, forse, di migliorare la Chiesa con le sue critiche non importò granché. Diceva madre Teresa di Calcutta, a chi parlava male della Chiesa: «Lei che cosa ha fatto per la Chiesa? Niente! Ed allora?».

 
 
Sciascia e gli eretici di Racalmuto: fra Diego La Matina, il notaio Jacopo Damiano e la strega Isabella Lo Voscu.

 
D.: Detto, tra parentesi, che Leonardo Sciascia, immenso scrittore, è stato secondo me, un pessimo politico ed un massacratore della storia locale di Racalmuto, ho da precisare che nei miei studi storici su Racalmuto, che modestia a parte, credo che abbiano una qualche valenza, non ho mai riscontrato moti locali che sapessero di eresia. La vicenda di fra Diego La Matina è tutta da studiare e va totalmente revisionata rispetto all’abbozzo forzato di un testo come Morte dell’Inquisitore. Il notaio Jacopo Damiano - notaio di fiducia del barone Giovanni del Carretto negli anni sessanta del 1500 - ridonda, nei suoi rogiti, di fervore religioso ed irreprensibile ortodossia. Ora si parla di una certa Isabella Lo Vosco (o Bosco) come eretica. Costei, murata viva per dieci anni dall’Inquisizione, appare più che un’eretica, una mondana che ai suoi tempi destava scandalo, specie fra i famigli del Sant’Uffizio. Una questione dunque di morale sessuale e l’ortodossia c’entrava ben poco. Quindi Racalmuto può definirsi un popolo fedele alla Chiesa. Concorda?

R.: Racalmuto è stato sempre fedele alla Chiesa e quando vi è stato il famoso scisma di Grotte, nessun racalmutese è stato coinvolto. Né vi fu, da parte di un qualche sacerdote o di un qualche laico, moto alcuno di simpatia o di fiancheggiamento a quella ribellione di ecclesiastici grottesi. Quanto al protestantesimo - che qua e là nell’agrigentino un qualche proselitismo è riuscito ad avere - qui a Racalmuto esso è stato sempre rigorosamente bandito. Qualche elemento viene ora da Agrigento, ma è fatto trascurabile. Il motivo? Diceva il grande padre Parisi, eccelso predicatore - anche il Circolo Unione si sentì in dovere di accoglierlo come socio onorario -, diceva dunque il padre Parisi: è grazia della Madonna del Monte. La devozione alla Madonna a Racalmuto è stata sempre profonda e radicata. Ciò l’ha preservato dall’apostasia. La bontà, l’attaccamento alla chiesa ed altre doti del popolo di Racalmuto restano comprovati dai tanti documenti d’archivio, che anche tu ed il prof. Giuseppe Nalbone state studiando, con risultati conformi a questa valutazione.

D.: Ma questo è un atto di fede, o di speranza o di carità verso i racalmutesi?

R.: Credo solo che sia un atto di giustizia e di sincerità. Alla carità gratuita, non bisogna indulgere. Cerco solo di essere obiettivo e sincero. Ma i momenti di smarrimento che per avventura vi siano stati a Racalmuto vanno presentati con altrettanta sincerità ed obiettività. Non sono comunque uno storico per avere di siffatti problemi. Tocca a chi cerca la verità storica, essere veridici, a qualunque costo. Amicus Plato, sed magis veritas, mi pare che un tempo si dicesse, quando era di moda il latino. Ed oggi Sciascia appare tanto Plato!

 
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Le opzioni umane dell’arciprete



 

D.: Il 25 dicembre 1991 lei diceva: «fare cose utili, dire cose coraggiose, contemplare cose belle: ecco quanto basta per la vita di un uomo». E per quella di un prete?

R.: Per la vita di un prete è immergersi nella preghiera. E’ entrare nel vivo della vita dei propri parrocchiani. Sapere portare gli altri, con la forza dello spirito di Dio, al Padre. Se questo si riesce a fare, si può dire che il prete è riuscito. Se questo non riesce a fare, il prete, pur avendo avuto l’ordine sacro, è sempre un fallito.
 
e quelle dello spirito



 

D.: L’altro giorno, quando è stato celebrato il suo quarantacinquesimo anno di sacerdozio, lei pronunciò un’omelia memorabile. Ci sono stati tre passaggi che mi hanno particolarmente colpito:
1) un oscuro riferimento ad un deserto da attraversare;
2) un ribadire, quasi con rabbia, «io sono comu l’ovu, ca cchiù si coci, cchiù duru addiventa»;
3) un suo non volere scegliere tra l’atteggiamento pratico e conservatore di S. Pietro e l’atteggiamento speculativo ed innovatore di San Paolo.
Vuol commentare?

R.: Io non oso mettermi, sia pure lontanamente, a confronto con tali giganti della Chiesa. Cerco di imitarli quanto più posso, essendo noi i continuatori della loro missione. Quando faccio qualche battuta del tipo «cchiù mi cuociu, cchiù duru mi fazzu» intendo sottolineare la mia ostinazione, il mio attaccamento, il mio volere essere sempre più fedele al , a quell’eccomi pronunciato al tempo della mia consacrazione sacerdotale. Voglio perseverare nella grazia che Dio concede giorno per giorno, perché nell’amore di Dio si cresce giorno per giorno. Nessuno può presumere di essere arrivato. Nessuno deve adagiarsi. Ed allora ecco il cammino, che può essere un cammino nel deserto, che può portare incontro al proprio Calvario. Sono tappe, anche dolorose, che vanno ostinatamente raggiunte e superate, ad imitazione di Cristo. Con l’andare degli anni, si riflette maggiormente. Ci si accorge di avere avuto dei difetti. C’è bisogno di maggiore ostinazione, ma non basta la buona volontà: occorre la grazia di Dio.
 
Come è cambiato Racalmuto in quest’ultimo cinquantennio.



 
D.: In questi quarantacinque anni, Racalmuto, sotto il profilo della fede, di quello morale e di quello sociale, è migliorato o peggiorato?

R.: Anche Racalmuto, come tutto il resto del mondo, ha subito l’influenza generale. Se Berlino piange, Roma non ride e viceversa. Siamo in epoca di cosiddetta planetarietà. Il mondo è diventato, davvero un paese. Il nostro paese è diventato, in certa misura, il mondo, nel bene e nel male. A Racalmuto - possiamo dirlo - un miglioramento c’è: lo Spirito Santo soffia dove vuole e sta soffiando un po’ dovunque, anche a Racalmuto. Quindi i movimenti che nascono, gli oratori che rinascono. Il bisogno di pace, il bisogno di associarsi, il bisogno anche di rinnovarsi. Si avverte, e questo è già molto. Ma Racalmuto subisce anche l’ondata deleteria del rilassamento dei costumi, del consumismo, del materialismo.

D.: A Racalmuto vi sono molto meno vocazioni di una volta. E’ un segno negativo, è un momento transitorio, è un indice di un certo affievolimento della fede religiosa?

R.: La scarsità delle vocazioni è un segno di crisi, più che del sentimento religioso, della famiglia. Oggi la famiglia è in crisi. I mass-media hanno operato negativamente. C’è stata anche una crisi di fede: non si può negare. Un paese antico come Racalmuto, ha risentito con un certo ritardo degli effetti negativi. Noi preti dobbiamo puntare di più sulla catechesi, sull’istruzione religiosa e sulla vita liturgica.

D.: Racalmuto, il popolo di Dio di Racalmuto, è sincero con i sacerdoti, o no?

R.: Beh! Se vedono un sacerdote che si muove, che agisce con serietà, con purezza d’intenti, sì. Non si guarda più tanto al grado di cultura del prete, perché la gente vuole ed esige un servizio all’insegna della charitas, dell’amore. Dove non c’è amore, scatta la critica. Del resto il Vangelo lo dice: se il sale è insipido, lo si calpesta; se il sale è buono, lo si apprezza.

D.: A Racalmuto la fede è diversa a seconda del sesso, dell’età, delle classi sociali?

R.: Sì. La gioventù, ad esempio, è stata un poco più lontana. Ma qualcosa si muove in senso positivo. Si è costituito un oratorio, si è costituita una consulta giovanile. Cresce il richiamo associativo tra i giovani. Le donne sono più vicine: ciò è stato sempre scontato. Una qualche indifferenza religiosa è atavica fra gli uomini anziani. E qui l’asino zoppica. Dovremmo trovare la maniera come mobilitare anche gli uomini. Abbiamo trovato delle difficoltà anche con questi Centri d’ascolto familiari. Non solo qui a Racalmuto, ma anche in tutta la diocesi. Mi ero permesso di suggerire qualcosa per interessare gli uomini, specialmente la sera.
 
La morale sessuale di Racalmuto



 

D.: Ho l’impressione che la morale sessuale a Racalmuto sia stata una cosa molto relativa e talora inquinata. Si levano dai documenti d’archivio sussurri e grida che fanno intuire scelleratezze consumate qualche volta persino nel chiuso delle famiglie. E’ un mio pessimismo o lei non intende accedere ad una provocazione del genere?

R.: I misfatti di sesso sono capitati ovunque. La verità è un’altra: siamo portati a scandalizzarci oltre misura quando i fatti di sesso investono la vita religiosa. Siamo portati a credere che tutto un edificio crolli. Ma non è soltanto questo il succo della morale cristiana. E’ tutto l’insieme di atti, di comportamenti. Ed allora è erroneo pensare che se si verificano peccati di sesso, non c’è più religione. Assolutamente, no! Ci possono essere grandi convinzioni e ci possono essere grandi cadute.

D.: Ma io non mi riferisco alla sessualità dei preti. E’ un problema troppo grosso e troppo grande per affrontarlo io. Mi riferisco, però, alla morale sessuale corrente del cosiddetto popolo di Dio, che in questo mi sembra troppo poco popolo di Dio, per quanto riguarda Racalmuto. E non tanto per un certo tipo di sessualità, diciamo così sfrenata che può rientrare nell’ordine umano delle cose, quanto per quell’andare al di là, oltre il pentagramma e pigliare certe stecche. E non sono, secondo me, fatti isolati, ma palesano un certo costume di vita che non va criticato - perché nulla che è umano è criticabile - ma sicuramente non va ammirato.

R.: La prevenzione è sempre il problema più difficile. Là dove la prevenzione è stata praticata, si è evitata la frana. Laddove si è fatto di meno, certamente la frana si avverte. Ora qui a Racalmuto occorre praticare un metodo preventivo - ed io come sacerdote credo di averlo fatto nella scuole. Per quanto riguarda il passato gli antichi nostri non ci davano un contributo, per premunirci dai mali che oggi sovrastano. E’ certo, però, che la gioventù di oggi è più preparata e più attenta rispetto al passato. Le coppie degli sposi sono più preparate. Vi sono i corsi di formazione. Certo si suol dire che male comune, mezzo gaudio. E l’opera nefasta dei mass-media, del materialismo dilagante, si fa sentire. E’ in atto una scristianizzazione subdola. La famiglia è stata minata nelle sua fondamenta: vedi divorzio, aborto, etc. che per noi cristiani sono piaghe e piaghe anche sociali.

D.: Racalmuto ebbe certamente una cultura contadina, quindi chiusa e sessualmente repressa e tendente agli eccessi. Questo, però, vale per la Racalmuto antecedente agli anni ’50-’60. Dopo, in coincidenza con la sua arcipretura, Racalmuto - se debbo giudicare dall’esterno - ebbe un salto di qualità. Certe repressioni della società contadina non ci stanno più. Oggi, ci saranno ... peccati, ma normali; prima, i peccati potevano invece apparire ... anormali.

R.: Io, nei primi anni di sacerdozio, ebbi infatti a notare un periodo, definiamolo, preconciliare. Vigeva allora quella moralità antica. Sembrava che stesse bene per tutti. Ma apparvero subito le prime avvisaglie dell’incombente grande corruzione. Abbiamo dovuto provvedere. In Azione Cattolica ed in altre associazioni cattoliche abbiamo intrapreso ad affrontare problemi di morale che prima era azzardato toccare. La questione sessuale, nelle scuole, io l’ho affrontata, naturalmente con le dovute cautele e ... con le pinzette. Allora c’erano le denunzie che si facevano con estrema facilità. Nelle scuole medie - ricordo - c’è stata una preside che mi diceva: meno male che c’è lei a trattare questi argomenti, perché gli insegnanti sono ostili a trattarli, per paura delle denunzie. Il paese nostro era, comunque, un paese chiuso, un paese di montagna. Appena si è affacciato, con i ragazzi che andavano a scuola, non appena cominciarono a muoversi, vi furono le prime vittime che finirono subito ... segnalate. Due periodi a confronto si ebbero, in ogni caso: quello preconciliare e quello successivo in cui le cose cominciarono a vedersi con altra ottica.
 
La politica della Curia Vescovile di Agrigento.



 

D.: Continuo sul piano della provocazione. Nel Settecento, mi è sembrato che ci fosse un atteggiamento differenziato della curia vescovile nei confronti dei matrimoni tra parenti. Quando si trattava di poveri, scattava tutto un processo con l’adozione di provvedimenti che imponevano atti di mortificazione pubblica. I fidanzati dovevano cingersi il capo con una corona di spine e in ginocchio dovevano chiedere perdono sul sagrato delle chiese: dovevano così recitarsi in ginocchio tanti rosari davanti a tante chiese. Veniva dato incarico al Vicario Foraneo affinché vigilasse sul completo adempimento delle penitenze inflitte. Quando, invece, si trattava dei cosiddetti galantuomini, i matrimoni tra parenti, anche tra primi cugini, non solo non venivano osteggiati ma persino favoriti. Ci si guardava bene dal comminare pubbliche penitenze come per i poveri. E questo si trascina fino a certi conclamati gesuiti dell’epoca contemporanea. Questa faccenda, al laico suona molto strana. Si domanda: ma che ci stanno, secondo la curia vescovile, due morali matrimoniali: quella dei ricchi e quella dei poveri? Per converso, il sacerdozio locale mi è apparso piuttosto lungimirante ed equo.

R.: Che in passato ci sia stato qualche inconveniente, è fuori discussione. La Chiesa, si sa, dall’interno ha modificato certi atteggiamenti giuridici. Molti canoni sono stati aboliti, molti canoni attenuati, molti canoni cambiati. Abbiamo un codice nuovo, ben diverso da quello antico. La Chiesa ha dovuto modificare il suo atteggiamento per stare al passo con i tempi. C’è stata una maturità popolare e questa è stata registrata dalla Chiesa. Ricordo che nei primi anni di sacerdozio, per i fuggitivi c’era il matrimonio in sagrestia. Era umiliante, ma serviva anche da deterrente, per evitare gli abusi. Oggi la gente ha più maturità, più coscienza. Una mea culpa ricade sui sacerdoti, che non erano riusciti a far maturare religiosamente i propri fedeli. Ma c’era il peccato per ignoranza della povera gente e bisognava correggerla per evitare il peggio. Le ingiustizie? E dove non sono?
 
Vi è stata una doppia morale matrimoniale?



 

D.: Durante l’arcipretura Puma, ho avuto l’impressione - naturalmente sono un osservatore non qualificato ed esterno - che le due morali matrimoniali, quella dei ricchi e quella dei poveri, si siano finalmente unificate. Non posso dire altrettanto per l’arcipretura del suo predecessore.

R.: Beh! .. il mio predecessore ha avuto grandi virtù: sono stato con lui una vita. Carattere forte, duro, qualche volta, ma a volte era necessario prendere atteggiamenti e decisioni dure. Bisognava creare una certa coscienza. Andare ai Sacramenti senza una preparazione, accostarvisi con leggerezza, erano malvezzi da correggere, anche con durezza. Quell’arciprete andava giustificato. Avrei preferito, invece, meno severità e più disponibilità verso la gente. A ciò ci stiamo uniformando io ed i miei confratelli. Bisognava più convincere che reprimere. Con l’amore si ottiene di più, come diceva don Bosco, della rigidità.
 
Ricchi e poveri, tutti uguali?



 

D.: Perché negli alti prelati c’è una sorta di diffidenza nei confronti dei poveri ed una sorta di intelligenza con i ricchi? Ci si scorda che nel Vangelo sta scritto «è più facile che un cammello entri nella cruna di un ago che un ricco nel regno dei cieli»? Perché invece i parroci, l’arciprete, il basso clero che sono più a contatto con il popolo, sovvertono quell’atteggiamento?

R.: Diceva il servo di Dio padre Elia Lauricella: «bisogna avvicinare i ricchi e tenerseli vicini perché facciano del bene ai poveri.». Credo che questa sia una strategia intelligente, pastorale. Nel Vangelo non c’è scritto che si devono disprezzare i ricchi. Certo non bisogna affiancarsi ai potenti sol perché sono potenti. Occorre comunque stare in mezzo ai poveri, perché la Chiesa è dei poveri. Lo diceva anche papa Giovanni: Ecclesia pauperum. Essere poveri non va considerata una gran bella cosa. La maggior parte del mondo vive in povertà non per sua scelta. Sorge il problema dell’aiuto che occorre approntare. Un aiuto verso i fratelli poveri.
 
I vescovi "rinascimentali" agrigentini.



 

 

D.: Premesso che a me i vescovi rinascimentali non piacciono, mi pare che gli ultimi tre o quattro vescovi agrigentini siano di tutt’altra paste. Non sono, di certo, rinascimentali.

R.: Sì, I vescovi di oggi sono diversi, perché è cambiato anche lo stile della Chiesa. I trionfalismi di una volta sono sorpassati. Il tipo di cultura ecclesiale è cambiato. Il vescovo ora è fratello fra i fratelli, per quanto riguarda i sacerdoti. Il vescovo è ora un pastore: gira, si muore, entra a stretto contatto con i fedeli della sua diocesi. Prima, invero, non era così. Ai tempi, il vescovo aveva il potere, aveva autorità e quindi era il vertice. Oggi, con il Concilio Vaticano II, il Pastore sta al centro: la Chiesa non è più verticale, come si pensava una volta; la Chiesa è circolare. Al centro il parroco con le varie entità come il Consiglio pastorale, presbiterale, Consiglio economico. Prima il parroco era il deus ex machina e accentrava tutto, mentre i laici erano scollati. Oggi il laicato ha ripreso il suo ruolo. Rammentiamoci che il laicato ha i doni che abbiamo avuto noi sacerdoti: il laico battezzato è sacerdote, fa parte del regno di Dio, ed ha anche l’ufficio profetico. Quindi i laici predicano, annunciano la parola di Dio e mutano nel tempo.

 
Il laicato racalmutese




D.: A tal proposito, c’è a Racalmuto un laicato fervido?

R.: Grazie a Dio, sì. Anzi, addirittura qualche vescovo mi diceva: «fortunato, perché lei ha collaboratori numerosi». Non possiamo cantare vittoria .. ma, tutto sommato, ci è lecito un moto di soddisfazione. Sotto questo profilo, siamo a posto.

D.: Quando nel 1960 ho dovuto emigrare da Racalmuto, per motivi di lavoro, ho lasciato un paese povero, con grande miseria, con strade sporche, con case invivibili, oggi - a parte il vezzo di piangere miseria, che è vecchia abitudine contadina - il paese mi pare di gran lunga cresciuto, economicamente parlando. A questa crescita economica - se vi è stata - si è accompagnata una crescita religiosa?

R.: Sì, possiamo affermare con certezza che c’è anche una crescita religiosa. Ad esempio, le varie parrocchie - che prima stentavano ed avevano vita grama - ora sono fervide, con varie associazioni, con tante belle iniziative, vi si celebrano incontri parrocchiali ed interparrocchiali. La consulta che già è nata fra i giovani è efficiente. Abbiamo organizzato gli incontri anche col Vescovo. Stanno sorgendo, anche, dei movimenti artistici, lirici. Tutte le occasioni servono per essere anche noi presenti e dire una buona parola, anche di incoraggiamento. Ciò dimostra che cosa? Una maggiore apertura ed una maggiore coscienza da parte delle famiglie che incoraggiano questi ragazzi a vivere la vita della parrocchia. Sarebbe auspicabile che le Amministrazioni comunali concertino con le parrocchie attività a respiro annuale. Su questa lunghezza d’onda ancora non ci siamo.
 
Fede e preti a Racalmuto




D.: Trenta quarant’anni fa, a Racalmuto - mi consenta una battuta - c’erano tanti preti .. e poca fede; ho l’impressione che ora ci stia tanta fede ma pochi preti.

R.: Ih! ...ih! ... ih! [piccolo accenno al riso]. Vuoi forse dire che è scattato un processo inversamente proporzionale? Beh! Io non vorrei giudicare il passato; comunque mi consta che nel passato vi erano uomini di fede granitica. Se la fede si deve misurare dalle opere, allora dobbiamo dire che in passato attività se ne fecero. Le varie chiese che sono state costruite dalle varie maestranze sono l’attestato più bello. Le varie opere caritative come la casa della fanciulla, la Misericordia (quella della mastranza), il maritaggio dell’orfana, furono edificanti iniziative dei nostri padri racalmutesi, atti bellissimi di fede. Ecco, perché mi sembra un po’ azzardato avanzare riserve sulla fede degli antichi di Racalmuto. Col cambiare dei tempi, certo cambiano le manifestazione di fede. Anche oggi abbiamo tante belle manifestazioni di fede .. specie per l’apporto dei laici che suppliscono alle deficienze numeriche di sacerdoti.

D.: Altra domanda scottante... Come giudica le vicende politiche di Racalmuto?

R.: Beh! .. Racalmuto ha avuto la mala sorte di avere subito amministrazioni poco accorte. Forse elementi non preparati sufficientemente hanno potuto scalare i vertici del potere locale. Ma contro le tristi vicende che abbiamo subito c’è stata una reazione che dobbiamo definire sana. Si è cercato di ovviare alle varie piaghe che si sono aperte. Ma dal punto di vista amministrativo, c’è stata una specie di corsa .... ai beni, più che al bene comune. Ai beni, di vario genere. Quindi il paese si è sviluppato piuttosto caoticamente. Ognuno ha cercato di fare a modo proprio. Tanti hanno cercato di affermarsi con il potere. In case, sono finiti i sudati risparmi dell’onesto lavoro dei racalmutesi, del lavoro degli emigranti. In politica, qualcosa, molto deve cambiare: così il paese non può migliorare.
[Questo passo dell’intervista appare decisamente datato: si riferisce al tempo - trascorso ormai da vari anni - in cui si è svolta la stessa intervista. Non vi si può attribuire valore attuale o riferimento alla presente congiuntura politico-amministrativa del paese, n.d.r.]
 
Quarantacinque anni di eventi



 

D.: In quarantacinque anni di sacerdozio, ne saranno successi di tutti i colori. Ricorda eventi belli, eventi brutti?

R.: Eventi brutti? ... possiamo dire anno per anno. Eventi belli, dopo la guerra? ... quelli a livello nazionale della ricostruzione. Riflessi sul posto, tanti. Poi abbiamo avuto il nefasto blocco dell’attività edilizia. Dei tempi buoni, a respiro nazionale, noi racalmutesi ne abbiamo usufruito, però, tutto sommato, poco. La povera gente è rimasta delusa. Molti dovettero uscire fuori dal paese, per trovare lavoro. Sono dovuti andare a cercare pane altrove. In Germania, ad esempio. E’ stata un’emigrazione dolorosissima. La migliore gioventù è dovuta emigrare. Andare negli Stati Uniti, in Canada. Qualcuno poté emigrare con qualche documento parrocchiale ... vorrei dire un po’ ... truccato. Allora c’era lo spauracchio del comunismo. Qualcuno doveva, per emigrare, rinnegare la propria ideologia, che poteva risultare sgradita e fingere di professare quella ... gradita. Tutto questo non è stato bello. Abbiamo avuto le sciagure minerarie del Belgio che hanno coinvolto anche nostri emigranti. Sono uscito diverse volte: sono stato in Belgio, in Germania, due volte negli Stati Uniti. Ho avuto modo di vedere i nostri emigranti nella loro nuova patria; ho potuto scorgere il buono ed il cattivo, il positivo ed il negativo, della loro nuova vita.
In definitiva, il paese, dal punto di vista socio-economico, non possiamo dire che sia migliorato di molto. Si è soltanto difeso.

D.: .... sono convinto che se si sapesse la verità sui depositi bancari, sulla sottoscrizione dei titoli pubblici, sulle disponibilità, addirittura, in valuta estera, sui depositi postali, di Racalmuto, forse, il giudizio cambierebbe.

 
R.: Sì, perché si tratta di un paese parsimonioso. Noi in definitiva discendiamo dai giudei: risparmiatori, avvezzi alle banche, ai depositi. La gente nostra non è abituata ad investire. Anche perché ha avuto diffidenza verso le istituzioni finanziarie (e talora grosse fregature). Una diffidenza che ha investito anche le istituzioni finanziarie d’ispirazione ecclesiastica.

D.: Padre Puma, lei accennava alla grande emigrazione degli anni quaranta, cinquanta... sessanta. Ne derivò un forte flusso di rimesse degli emigranti... mal convertite in lire dalle banche. L’Italia ha potuto sfruttarle per costruire le sue fortune, per cui oggi, nel bene o nel male, viene considerata la sesta, settima ottava potenza economica del mondo. Queste rimesse degli emigranti, già mal convertite in lire e finite in depositi bancari, sono state quindi polverizzate dall’inflazione galoppante degli anni settanta. Lo Stato quindi è doppiamente debitore nei confronti di Racalmuto. Non riesco a capire perché a livello nazionale si vuole recitare il de profundis allo Stato assistenziale e rompere con ogni forma di sovvenzione al Sud (e quindi a Racalmuto), dimenticando che si debbono atti di risarcimento, di riparazione. Lei è sacerdote e quindi le cose dell’economia le lascia agli economisti. Il suo parere resta però sempre interessante: si tratta pur sempre delle condizioni di vita dei suoi parrocchiani.

R.: Io - per quello che ho potuto constatare, sentire, avvertire - debbo sottolineare che qui la mano del minatore, del bracciante, dell’operaio, del commerciante, è stata sempre defraudata. Il mare di rimesse dall’estero non ha lambito, vivificato le nostre aride terre. Sono d’accordo, dunque, sul fatto che lo Stato è fortemente debitore. Addirittura, se ci rivolgiamo alle banche per prestiti, loro fanno gli indiani verso i racalmutesi. Le banche locali, già assorbite da quelle colossali del continente, sono molto aperte a prendere (i depositi racalmutesi), ma del tutto restie a dare (accordare prestiti, finanziare, etc.). Noi non abbiamo avuto agevolazioni da parte delle banche. Sono scesi come i predatori - mi dispiace dire questa frase - perché sanno dove pescare. E qui hanno sempre pescato un po’ tutti. Nel vicino paese di Grotte, invero, è stato diverso. I grottesi si sono serviti delle banche per i loro investimenti, ma lì vige un’altra mentalità, diversa da quella racalmutese. Non va sottaciuto il ruolo della Regione Siciliana. Essa ha comprato a poco prezzo le miniere: ha fatto sorgere delle società alquanto speculative. Beh! Sappiamo tutti come sono andate a finire le miniere racalmutesi. Quando si è finalmente levata una voce di protesta, questa voce - voce nel deserto - è stata soffocata.
 


Una rapina di Stato.



 

D.: Di fronte a questa - che io azzardatamente chiamerei - rapina di Stato, secondo lei il sacerdote deve mantenere un atteggiamento di dignitosa distanza o è chiamato ad elevare, se non altro, un grido di protesta?

R.: Ma credo che il grido di protesta sia stato spesso elevato. Io non accetto la supina rassegnazione che alcuni, impropriamente, dicono cristiana. La rassegnazione cristiana è valore ben diverso rispetto a ciò che suona omertà, silenzio, acquiescenza che per secoli hanno danneggiato questa povera gente siciliana. Tanto ha dato adito al rifiorire della mafia, all’ingrossamento delle fila della mafia, ai 43.000 killer che spadroneggiano e fanno tutto quello che credono. Tutto questo è l’effetto. Ma le cause non sono forse quelle a cui abbiamo accennato? Chi doveva provvedere non ha provveduto. Chi doveva agire non ha agito. Chi doveva gridare non ha gridato. Noi sacerdoti abbiamo questo compito di gridare perché si dice: il cane che non abbaia, non è un buon cane. Noi siamo come i cani da guardia che dobbiamo abbaiare, se non altro per scongiurare i pericoli. Ma non basta denunciare i pericoli, occorre provvedere. Mettersi a fianco della povera gente, a fianco dei sindacati, in un’azione a pro’ dei meno abbienti.

D.: Ci stanno le virtù teologali ed i peccati capitali ... Quanti sono .... sette i peccati capitali, mi pare. Quali sono le virtù teologali dei racalmutesi e quali i peccati capitali?

R.: Le virtù teologali - lo sappiamo - sono fede, speranza, carità. Vivere solo di speranza significa ... morire disperati. La fede non è soltanto fede che ci sia Dio, ma mettere in pratica i comandamenti e la legge di Dio, costi quello che costi. Qualcuno magari ci rimette la pelle. Amare non è vacuo parlare. Amore significa condivisione: soffrire con quelli che soffrono e magari qualche volta venire emarginati. Qualche volta ti sbattono la porta in faccia e tu devi essere inopportuno come dice S. Paolo.
I vizi capitali sono sette, ma sono ancora di più, i vizi. Quelli sono capitali, ma ce ne sono tanti altri, che magari possono sembrare virtù. ( ih!..ih!... sorrisetto beffardo).

D.: Mi rendo conto che non possiamo continuare su questo tasto perché la prudenza del sacerdote è ostativa. Scatta da parte mia il sacro rispetto verso la riservatezza totale del sacerdote che non può certo svelare i segreti più intimi dei suoi parrocchiani. Passiamo ad altro. Nel 1860 Garibaldi conquista anche Racalmuto. Distrugge tutti i pii lasciti che sono costati lagrime di sangue alle nostre pie trisavole del cinquecento o del seicento. Sussistevano vincoli: dovevano recitarsi sante messe in perpetuo per la loro anima. Pro Deo et anima testatricis è la formula ricorrente nei Rolli delle confraternite che si conservano in Matrice. Tali sacri vincoli, oggi come vengono onorati?
 
Garibaldi a Racalmuto. Parliamone male!


R.: Garibaldi da buon cattolico finisce col depredare chiese, conventi e pii lasciti. Pio IX, da papa, finisce recluso in Vaticano. E’ la storia. Oggi, quanto alle sante messe, supplet ecclesia. Noi sacerdoti continuiamo a dire le messe e sappiamo che una sola messa ha un valore infinito. E’ un atto riparatorio verso i pii benefattori dei secoli scorsi. Da condannare tutti i gesti che si risolvono in ingiustizia verso i poveri. Ed i provvedimenti eversivi garibaldini furono soprusi verso gli indifesi di Racalmuto.

D.: Presso la Matrice stanno questi Rolli delle confraternite. In gran parte sono i rolli dei lasciti per la buona morte. Tutto ciò deve ridursi, secondo lei, ad una memoria storica, più o meno sbiadita, o si può fare qualche cosa per una riesumazione di questi vincoli testamentari.

R.: Per quanto riguarda il valore monetario di quei lasciti, sappiamo bene come la moneta si sia svilita nel corso dei secoli. La Santa Sede in tali casi dispensa, i vescovi hanno facoltà speciali derogative. Noi sacerdoti, comunque, recitiamo sempre le messe dei legati. Le volontà testamentarie possono dirsi rispettate. Per il resto, anche i sacerdoti subiscono le leggi economiche. Il valore di quei lasciti si è dissolto per effetto dell’inflazione plurisecolare.
 


I "galantuomini" arraffano i beni della chiesa.


D.: Lo Stato, il comune di Racalmuto si è impossessato di beni immobiliari di grandissimo valore economico. Si è impossessato di stabili che non appartenevano alla Chiesa, ma a queste confraternite, che erano laiche, come prima accennato, e gestite con spirito laico. Certi "galantuomini" di Racalmuto si sono impossessati, a seguito delle leggi eversive, di terre, di feudi, di palazzi delle confraternite. Hanno arraffato a poco prezzo. I sacerdoti riuscivano ad intimorire la povera gente che abbandonava la terra che era pure riuscita a vincere nelle pubbliche gare di concessione ed i maggiorenti locali ne approfittavano. Gli atti della Matrice testimoniano impietosamente le piraterie dei notai, dei signorotti dell’ottocento racalmutese. Non pensa lei che prima o poi occorrerà chiamare in causa lo Stato, il Comune - per i privati, le leggi sono invalicabilmente ostative - per quella immonda rapina? Non va preteso un redde rationem?

R.: Per quanto riguarda il passato, credo che purtroppo non vi sia più nulla da fare. Meritoria fu a quel tempo l’opera dell’arciprete Tirone - intelligentissimo - che salvò il salvabile. Il Collegio di Maria, qualche chiesa, qualche convento. Oggi non è più possibile recriminare, non è neppure opportuno rivangare il passato. Con il Concordato, si è transatto su tanto contenzioso. Quello che si è salvato oggi è stato destinato al sostentamento del clero. Alcuni beni sono rimasti alla chiesa locale e servono per le attività pastorali e sociali. Attualmente c’è l’otto per mille dell’Irpef per consentire ai sacerdoti di vivere per l’altare. Auspichiamo che siano i fedeli con le loro offerte spontanee a fornire gli occorrenti mezzi finanziari all’intera struttura parrocchiale. Un’azione rivendicatrice dell’antica manomorta rifomenterebbe atteggiamenti anticlericali, decisamente da scongiurare. I fedeli apprezzano i loro sacerdoti, se operano con spirito evangelico e abnegazione. I fedeli di oggi son ben diversi da quelli dell’ottocento, anche a Racalmuto.

 


 

Il restauro di Santa Maria di Gesù



 

D.: Nel 1550 circa la Confraternita di Santa Maria di Gesù, ha costruito l’omonima chiesa, prima chiamata di "jusu", alla latina "deorsum", quindi "inferioris" e poi "maioris". Questa Chiesa finita poi ai francescani, per un arbitrio del solito vescovo spagnolo Horozco, è stata poi requisita negli anni sessanta dell’ottocento dallo Stato. Ultimamente hanno fatto dei lavori cosiddetti di restauro, distruggendo tutte le cripte che ci stavano. Sono sparite tombe antiche per le quali abbiamo dovizia di fonti documentali. C’era ad esempio la cappella del sac. Monserrato d’Agrò, un sacerdote degno. Non pensa che sia il caso di formulare una qualche protesta, anche di carattere culturale?

R.: Io ho seguito un po’ questi lavori del Cimitero. La chiesa era stata assegnata al Comune, ma lasciata alla disponibilità del clero locale per le funzioni religiose. Le cripte sono aste restaurate: quelle di sotto il pavimento si sono salvate. I documenti esistenti sono stati fotografati. Peccato che si sia provveduto molto tardivamente. Da tempo sin dagli anni cinquanta, io ed il mio predecessore ci eravamo adoperati per il restauro della chiesa. In altri tempi, purtroppo, non è stato possibile. Ritardi, remore anche da parte della Soprintendenza che rimandava sine die i sopralluoghi di rito, hanno impedito una tempestiva opera di restauro. Finalmente si è potuto fare un restauro. Critiche o non critiche, la chiesa di S. Maria di Gesù è salva. E’ dunque opera meritoria, questo restauro. Qualche figura, alcuni affreschi sono scomparsi. Il Crocifisso è stato salvato. Il quadro di Pietro d’Asaro, purtroppo, è anduto tutto a pezzi. Non è rimasto più niente, tranne la cornice. Quindi gli altari saranno restaurati, e così qualche statua lignea. Ringraziamo comunque il Cielo: la struttura portante è stata messa a posto. Il tetto è stato messo a posto. La facciata normanna pare che sia stata rifatta soddisfacentemente, anche se con risultati non condivisibili al cento per cento.

D.: Sto trascrivendo tutti gli atti notarili della confraternita di Santa Maria di Gesù. Lì emerge che alla fine del ‘500, quando Pietro d’Asaro credo che ancora dovesse mettere mano ai pennelli, si trovavano in quella chiesa un paio di quadri, La Madonna dell’Itria e la figura del Crocifisso (non il Crocifisso ligneo), che dovrebbero risalire al 1550. Secondo me, questi quadri furono poi regalati dai Del Carretto o venduti dalla Confraternita alla chiesa dell’Itria ed al Carmelo. Secondo me, quindi, si attribuiscono ancora infondatamente questi quadri a Pietro d’Asaro. Lo studio di questi Rolli rivoluzionerà, a mio sommesso avviso, certe versioni che si danno sull’attività pittorica di Pietro d’Asaro. Secondo lei, che tutti sappiamo essere tanto sensibile ai problemi dell’arte, reputa questa prospettiva, una prospettiva percorribile oppure no?

R.: Io sono convinto che non tutti i quadri che stanno a Racalmuto e che si attribuiscono a Pietro d’Asaro, siano effettivamente di Pietro d’Asaro. Tanti quadri gli sono stati attribuiti anche perché si pensava che un altro pittore più bravo di lui non ci fosse stato a Racalmuto. Sappiamo che i quadri erano fatti dietro commissione, sia dei Del Carretto sia parte dei privati. Quando la maestranza dell’Itria mise piede dentro la chiesa del cimitero, per accedere alla propria cappella attraverso una porta che ora risulta chiusa, niente di straordinario che quel quadro della Madonna dell’Itria sia stato portato nella chiesetta omonima, al centro del paese. L’altro quadro, quello più grande con il Crocifisso attorniato dai Santi ausiliatori, sembra appartenere al Carmine ove c’erano altri monaci. Può, comunque, darsi che non siano di Pietro d’Asaro, questi due quadri. Il quadro che si è rovinato pare invece indubbio che sia di Pietro d’Asaro. Il Crocifisso ligneo, molto bello, che ancora resiste mercé il mio interessamento, è del Seicento, (o almeno così si ritiene). Per l’attribuzione di quei due quadri prima menzionati, aspettiamo i risultati degli studi.

D.: Questi due quadri si trovavano in due cappelle della chiesa di Santa Maria di Gesù. Queste cappelle sono state soggiogate con atto notarile a due famiglie racalmutesi, per la sepoltura dei loro defunti. Fu stabilito che i quadri dovevano essere rimossi e ceduti a disposizione della confraternita. Al loro posto, i soggiogatari dovevano mettere un altro quadro. Uno di questi soggiogatari era il sac. Monserrato d’Agrò. Ho il sospetto che nel fare il restauro della chiesa non si sia tenuto conto di tutto questo patrimonio artistico e storico della vecchia chiesa.

R.: Anche gli ingegneri e gli architetti che mi avevano interpellato si erano travati in grande difficoltà perché dalle ricerche che loro avevano fatto non emergeva granché. Le notizie che avevamo allora erano rade e scarne. Ignoravamo anche tutti questi dettagli delle fonti che si custodiscono in Matrice. Sapevamo qualcosa del lascito per il maritaggio dell’orfana. Ma nessuno si era addentrato nei labirinti della contabilità della confraternita. Il restauro ha inteso ad ogni modo salvaguardare almeno la struttura portante della chiesa. Non si poteva ancora aspettare, magari per meglio salvaguardare le varie iscrizioni rinvenibili nell’antica chiesa. Ad esempio, all’ingresso della chiesa, sul portone principale vi sono delle iscrizione che non è stato facile decifrare. Pensavo ad una specie di monizione. Ho detto: vedete quello che si può salvare. Alcune fotografie sono state fatte. E sono testimonianze che potranno servire agli studiosi, un domani.

D.: Mi sembra che lei - e più fondatamente di me - guardi con un certo ottimismo a questi lavori di restauro della chiesa di Santa Maria di Gesù.

R.: Io - lo dico francamente - non mi aspettavo che sarebbero stati capaci di salvare tanto, quasi tutto. Non solo, ottimismo mio, ma anche obiettività. Meritano davvero un plauso perché sono riusciti a portare la chiesa all’antico splendore. Ricordo che nel ’50 ho celebrato una messa proprio in quella chiesa, e già c’era lo squallore. Sono passati quarantacinque anni e vedere la chiesa ritornata quasi come prima, pare quasi un miracolo.

 
Racalmuto, domani.




D.: Questa la storia. E le prospettive di Racalmuto? Quelle morali, quelle religiose, quelle della fede, quelle politiche, quelle economiche, secondo lei quali sono?

R.: Io credo che se il Signore ci assiste - ho molta fiducia nella Provvidenza, nei collaboratori - Racalmuto avrà un futuro migliore. Le chiese stanno per essere tutte restaurate e sono un patrimonio artistico e culturale, con grande vocazione turistica, anche. Dal punto di vista morale c’è da sperare in bene. Guardiamo ai tanti ragazzi, ai tanti giovani che si dedicano ad un meritevole volontariato. Gli oratori - ben quattro - sono segni tangibili di questa buona volontà, della saldezza dell’istituto familiare. Abbiamo, anche, alcune organizzazioni culturali, artistiche. Vedo che diverse mostre sono state organizzate in questi ultimi tempi, segni di una crescita culturale, di una maturità diffusa. Per quanto riguarda il fattore politico, credo che se non cambia qualcosa a livello nazionale, regionale, non riuscirà a cambiare nemmeno un piccolo paese. A Racalmuto, al popolo di Dio di Racalmuto, vada tutto il mio affetto, il sincero augurio del loro parroco, di questo sacerdote prossimo alle nozze d’oro con la Chiesa, alle nozze d’oro di un sacerdozio tutto speso qui, in questa terra del sale e dello zolfo, dei campi e delle vigne, del pavido commercio, della minuscola borghesia; in questo paese talora inverecondamente bagnato di sangue, in questo paese che ad ogni buon conto ha una insopprimibile voglia di redimersi, di migliorare, di essere civile, di avere fede in Dio, nella sua materna Madonna del Monte. Racalmuto, ove la gente nei tempi si è abbarbicata "come erba alla roccia". Pervicacemente. Ove la gente vuole costruire una città del sole, la città di Dio.

 
 
 
 
SOMMARIO

 
 
 


Cenni autobiografici

In tempo di guerra, in seminario

I militi fascisti a rovistare nelle cantine del seminario di Agrigento

Sciascia, i seminaristi e gli aspiranti gesuiti

Le grandi figure dei sacerdoti racalmutesi

Il cognato dell’arciprete, primo sequestrato dell’Italia del dopoguerra.

I tanti, diversissimi vescovi agrigentini di questo cinquantennio

Le confraternite cinquecentesche

Il vescovo spagnolo Horozco e Racalmuto

Che vuol dire essere arciprete a Racalmuto?
Il belato delle pecorelle
Sciascia e gli eretici di Racalmuto: fra Diego La Matina, il notaio Jacopo Damiano e la strega Isabella Lo Voscu.

Le opzioni umane dell’arciprete
e quelle dello spirito
Come è cambiato Racalmuto in quest’ultimo cinquantennio.

La morale sessuale di Racalmuto

La politica della Curia Vescovile di Agrigento.
Vi è stata una doppia morale matrimoniale?
Ricchi e poveri, tutti uguali?
I vescovi "rinascimentali" agrigentini.

Il laicato racalmutese

Fede e preti a Racalmuto

Quarantacinque anni di eventi
Una rapina di Stato.
Garibaldi a Racalmuto. Parliamone male!
I "galantuomini" arraffano i beni della chiesa.

Il restauro di Santa Maria di Gesù

Racalmuto, domani.