Verso il dominio dei Chiaramonte
Nel 1296, uno strano usurpatore - Federico III d’Aragona -
veniva incoronato re di Sicilia: era l’ex viceré che - officiato di tale incarico dal fratello
Giacomo, succeduto nella corona d’Aragona mentre era re di Sicilia - ardiva
ribellarglisi ed assentire alle trame autonomiste dei potentati dell’Isola fino
alla ribellione completa, all’acquisizione del titolo regale.
Federico III poté detenere il regno di Sicilia per un
quarantennio, grazie a compromessi, ad abilità diplomatiche, a tregue, a
concordati ed altro. C’è chi afferma che tale quarantennio si stato comunque un
lungo periodo di lotta contro la Napoli angioina e c’è chi vuole il locale
baronato tutto preso dell’ideale dell’indipendenza dell’Isola. Per converso
Denis Mack Smith smitizza: «in realtà, - scrive lo storico inglese [1]-
interessi egoistici prevalsero in questa
guerra, e nulla se ne ottenne salvo distruzioni.» Valutazione estremistica,
inaccettabile se ci si avventura in inveramenti fattuali e puntuali. Non
crediamo, ad esempio, che se ne ebbero solo distruzioni: anzi, sviluppo
demografico, lavori pubblici per fortificazioni, profitti da
commercializzazioni del grano, necessario al vettovagliamento delle parti in
guerra, sembrano i connotati affioranti da questo travaglio della storia
locale.
Federico III conclude nel 1302 una “pace di compromesso”: gli
bastò promettere di chiamarsi re di Trinacria, anziché di Sicilia: un cedimento
di poco conto, che peraltro neppure formalmente osservò. La guerra ricominciò
nel 1312 e durò, ad intervalli, fino al 1372.
Se vogliamo credere al Fazello, proprio in questo intervallo
di pace, un membro cadetto dei Chiaramonte avrebbe avuto voglia di innalzare
nell’attuale piazza Castello di Racalmuto una costosissima coppia di torri
difensive, apparentemente inutile e dispersiva. Francamente, la cosa non
convince molto: le fonti scritte tacciono, quelle archeologiche sono tutte di
là a venire.
Il dotto Fazello, invero, non è che si sbilanci troppo; si
limita ad annotare: «A due miglia da qui [Grotte] si incontra Racalmuto, centro
fortificato saraceno, dove c’è una rocca costruita da Federico Chiaramonte, a
cui succede, a quattro miglia, la rocca di Gibellina e poi, a otto miglia il
villaggio di Canicattini.» [2]
Dal passo si evince che lo storico di Sciacca comunque non
aveva dubbi sul fatto che la rocca racalmutese fosse stata “erecta a Frederico Claramontano”. Ma chi
fosse codesto Federico non è poi del tutto chiaro, potendo anche essere
Federico Chiaramonte I, il capostipite della famiglia, nel qual caso la
datazione della fondazione del Castello retrocederebbe e di molto.
Da dove abbia tratto
la notizia il Saccense, non è dato sapere: era comunque storico serio per
abbondonarsi a dicerie inconsistenti. Ci ragguaglia, però, in termini
circospetti e tanto deve spingere a cautele chi, a distanza di secoli, cerca di
investigare quelle vicende così basilari per lo sviluppo del centro abitato di
Racalmuto. Tinebra Martorana, ad esempio, non sa tenere strette le briglie e si
sbizzarrisce nella raffigurazione di improbabili infeudamenti da parte dei
Chiaramonte (pag. 63) o insostenibili sviluppi edilizi del Castello stesso
(capitolo X e in particolare pag. 71). Chi ha voglia di credergli, continui a
farlo. A noi sembrano solo giovanili fantasticherie, frutti acerbi di
irrefrenabile visionarietà.
Se poi diamo credito al San Martino de Spucches, proprio in
coincidenza dell’erezione del Castello, Manfredi Chiaramonte avrebbe fatto
erigere il vicino Castelluccio - ma qui crediamo che si tratti di un abbaglio:
c’è confusione con la rocca di Gibellina in provincia di Trapani. [3]
Per il San Martino, dunque, «IL FEUDO DI GIBELLINI è in Val di Mazzara,
territorio di Naro, da non confondersi con l'altro sito in territorio di
Girgenti, sul quale sorse poi la terra di Gibellina, eretta a Marchesato.
Appartenne per antico possesso alla famiglia Chiaramonte, dove Manfredo vi costruì la fortezza; in
ultimo lo possedette Andrea Chiaramonte;
questi fu dichiarato fellone, ed in Palermo a giugno 1392 sotto il suo palazzo,
detto lo STERI, ebbe tagliata la
testa.» Una qualche astuzia stilistica cela la confusione in cui si dibatte
il peraltro avveduto araldista. Con franchezza, dobbiamo ammettere che nulla di
certo sappiamo sulle origini del Castelluccio: solo a partire dalla fine del
secolo XIV possiamo essere sicuri della sua esistenza.
Il Tinebra Martorana ed Eugenio Napoleone Messana sono
facondi nell’enfiare le rare ed incerte notizie degli storici secentisti che
hanno scritto sulle cose racalmutesi di questo periodo. Faremmo vacua
erudizione se si mettessimo qui a contestare tutte quelle inverosimiglianze: in
encomiabile sintesi le aveva già additate il padre Bonaventura Caruselli,
quello che che per primo ci dà una versione della saga della Madonna del Monte.
[4]
«Decaduta la famiglia
Barrese - scrive il frate di Lucca Sicula - e devoluto Racalmuto al Regio Fisco fu
concesso a Giovanni Chiaramonte Barone del Comiso. Federico secondo di questo
nome terzogenito di Federico primo Chiaramonte fabricò il magnifico Castello
tutt'ora in gran parte esistente. Onde si rifiuta l'opinione d'alcuni che
pretendono il Castello costruzione saracena. Il Fazzello, Inveges, il Pirri
confermano la nostra opinione. Dominò Racalmuto la famiglia Chiaramonte fino
all’anno 1307 passando, pel matrimonio di Costanza unica figlia del Barone
Federigo con Antonio del Carretto, a questa nobile ed illustre famiglia.»
Quel che resta da una rigorosa investigazione storica è ben
poco: non si può escludere l’impossessamento di Racalmuto da parte della
emergente famiglia Chiaramonte: avvenne, però, con usurpazioni che l’oblio dei
secoli impedisce di puntualizzare. Racalmuto passa, comunque, nello stretto
arco di tempo a cavallo tra i secoli XIII e XIV, dalle libertà comunali alla
crescente sudditanza feudale: una sudditanza che si radicalizza solo a metà del
‘500 con la compera da parte di Giovanni del Carretto del mero e misto impero.
Il Caruselli va epurato dei falsi quali quello attinente al presnto dominio dei
Barresi, e quali quello che vuole Racalmuto preso da un ignoto Giovanni
Chiaramonte, barone di Comiso. Altri aspetti della ricognizione del lucchese
sono accettabili, purché meglio chiariti.
Quando, come, in che misura i Chiaramonte si impossessano di
Racalmuto?
Al tempo dell’intesa tra l’Angiò e Giacomo d’Aragona, si è
detto che Racalmuto venne alla corte di Napoli assegnato a Piero Di Monte Aguto
e siamo nel 1299: era promessa avventurosa ed il beneficiario spagnolo aveva
poche probabilità di vedere avverata la regale assegnazione. Qualche eco ebbe a
giungere in loco. La famiglia
agrigentina dei Chiaramonte rivolsero allora i loro occhi a queste terre
alquanto periferiche: Manfredi si assegnò il territorio del Castelluccio (ma
non è certo) e poté benissimo munirlo di una fortezza; il fratello cadetto
Federico II si dichiarò padrone del casale e dell’agro circostante, non
mancando di ergervi l’attuale Castello, sia pure nella sua embrionalità
costituita dalle due torri cilindriche. Costruire torri cilindriche in quel
tempo era divenuta ardua impresa per il diradamento delle maestranze
fredericiane. Ed allora? Un interrogativo che può dissolvere la fondatezza
della congettura che siamo stati per raffigurare. Solo i futuri scavi
archeologici potranno chiarire il mistero: un mistero che si aggrava se i
ritrovamenti di ossame e di ceramiche sotto gli interstizi tra le due torri
dovessero significare presenze abitative o necropoli medievoli antecedenti al
XIV secolo. Le ossa non sembrano invero umane; i cocci sono angusti per
configurazioni significative.
La congiuntura feudale è icasticamente ricostruita da
Illuminato Peri [5] e noi
ci accodiamo in tutta umiltà: «Fu alle soglie del secolo XIV, quando, sotto gli
Aragonesi, mancò un controllo inibente da parte della monarchia, e le
concessioni si moltiplicarono, che i loro feudi e la loro influenza si
allargarono; e fu proprio allora che entrò nella vita cittadina un ramo dei
Chiaramonte. Prima, per tutto il secolo XIII, il feudo non ebbe il sopravvento,
e particolarmente nelle vicinanze della città, non ebbe larga parte neppure la
grossa proprietà.»
Sulla famiglia Chiaramonte, si hanno varie trattazioni di
valore però più araldico che storico, specie per quanto attiene agli esordi.
Chi ha voglia di dilettarsi sulle mitiche origini di codesta nobile schiatta
può consultare l’Inveges o il Mugnos oppure accontentarsi della diligenza del
nostro Tinebra Martorana che non manca di ragguagliarci sulla discendenza da
Pipino o da Carlo Magno; sui tanti porporarti, alti dignitari e principi reali
che la avrebbero contraddistinta; sul suo valore atto a «infrenare l’orgoglio dei re e costringerli
ad umiliazioni.»
Ciò che a noi preme sottolineare è solo il fatto che nei
primi del XIV secolo Racalmuto fu in effetti sotto l’influenza di Costanza
Chiaramonte. Chi fu costei? Non abbiamo elementi per contraddire l’Inveges [6]
che testualmente così la raffigura:
« Da questo nobile
matrimonio [ e cioè da Federico II Chiaramonte e tale Giovanna] nacque Costanza
unica figliuola, che nel 1307 nobilmente si casò con Antonino del Carretto;
Marchese di Savona, e del Finari, con ricchissima dote e facendosi il contratto
matrimoniale in Girgenti nell'atti di Not. Bonsignor di Thomasio di Terrana à
11. di Settembre 1307 doppo ratificato in Finari l'istesso anno, come riferisce
Barone, [De Maiestat. Panorm. litt. C.] raggionando di questa casa Carretto nel
suo libro: l'istesso che ci confirma il testamento nel 1311. à 27 di decembre
10 Ind. e poscia publicato à 22 di Gennaro del 1313. nell'atti di Not. Pietro
di Patti con tali parole: Item instituo, facio, et ordino haeredem meam
universalem in omnibus bonis meis Dominam Costantiam Filiam meam, Consortem
Nobilis Domini Antonini, Marchionis Saonae, et Domini Finari. Cui Dominae
Constantiae haeredi meae, eius filios, et filias in ipsa haereditate substituo,
ita tamen, quod si forte, quod absit, dicta Domina Costantia absque liberis
statim anno impleverit; quod ipsa haereditas ad Dominum Manfridum Comitem
Mohac, et Ioannem de Claramonte Milites, Fratres meos, legitime et integre
revertatur.
2. Venne
Costanza per la morte di Federico Padre ad esser Signora, e padrona
dell'opolenta eredità paterna; e dal suo matrimonio nascendo Antonio del
Carretto primo genito, li fece doppò libera e gratiosa donatione della Terra di
Rachalmuto: come appare nell' [pag. 229] atti di Notar Rogieri d'Anselmo in
Finari à 30 d'Agosto 12. Ind. 1344. quale insin ad hoggi detta famiglia Del
Carretto possede. Frà breve spatio d'anni Costanza restò per l'immatura morte d'Antonino
suo Marito vedova nel Finari, e per ritrovarsi bella; nel fiore della sua
gioventù, e ricca, passò alle seconde nozze con Branca, altrimente detto,
Brancaleone d'Auria, alias Doria; famiglia nobilissima di Genova; e che
nell'anno 1335 fù Governatore nella Sardegna: Riuscì cotal matrimonio fecondo
di prole. Poiche generò 1. Manfredo; da cui descese Mazziotta, 2. Matteo, 3.
Isabella; moglie di Bonifacio figlio di Federico Alagona; da cui nacquero
Giancione, e Vinciguerra Alagona. La quarta fù Marchisia; che fù moglie di
Raimondo Villaragut, delli quali nacquero Antonio, e Marchisia Villaragut; Nel
quinto luogo nacque Leonora, moglie di Giorgio Marchese. Doppo Beatrice; e la
7. & ultima si fù Genebra.
3. Costanza, restando la seconda volta Vedova, finalmente
si morì in Giorgenti, havendo prima fatto il suo testamento, e publicato il 28
marzo 1350 nominando suoi esecutori testamentari il suo primogenito Manfredi,
il vescovo Ottaviano Delabro ed il priore del convento di S. Domenico.»
Noi siamo certi che la suddetta Costanza Chiaramonte ebbe la
disponibilità di Racalmuto (sotto quale titolo, però, non sappiamo) per la
testimonianza che ricaviamo da un diploma originale del 1399 ove tra l’altro si
specifica che i fratelli Gerardo e Matteo del Carretto patteggiano fra loro il
riparto dei beni che per taluni versi derivano dalla loro ava Costanza
Chiaramonte. [7] Si
tratta dell’atto transattivo in cui Gerardo cede al fratello Matteo del
Carretto, a titolo oneroso:
«omnia iura
omnesque actiones reales et personales, universales, directas, mixtas
perentorias, tacita, civiles et expressas,
que et quas praedictus dominus Gerardus, tamquam primogenitus, habet et
habere potest et debet iure successionis et hereditatis quondam magnifice
domine Constantie de Claramonte eius avie, quam eciam hereditatis magnificorum quondam domini Antonij de Carretto et quondam
domine Salvagie, parentuum suorum, nec non quondam magnifici domini Jacobinj de Carretto, eius fratris,
quam iure successionis et hereditatis quondam magnifici Mathei de Auria et
eciam quocumque alio iure competente
domino domino Gerardo aliqua ratione, occasione vel causa et specialiter in baronia
Racalmuti ut primogenito magnificorum
quondam parentum suorum et Iacobinj eius fratris/ eius territorio castro et
casali, nec non in bonis burgensaticis videlicet territorio Garamuli et
Ruviceto Siguliana terminis, cum onere
iuris canonicorum civitatis Agrigenti ... .. ..et eciam in quoddam hospitio magno existente in civitate
Agrigenti iuxta hospitium magnifici
Aloysii de Monteaperto ex parte meridiei, ecclesiam S.cti Mathei ex parte orientis, casalina heredum
quondam domini Frederici de Aloysio ex partem orientis/, viam publicam ex parte
occidentis et alios confines ac eciam in quoddam viridario quod dicitur ‘lu
Jardinu di la rangi’ posito in contrata Santi Antonij Veteris, cum terris
vacuis vineis, et toto districtu in quo iacet flumen dicte civitatis ex parte
orientis, viam publicam ex parte occidentis, et alios confines cum onere iuris
quod habet ecclesia Santi Dominici de Agrigento, nec non in omnibus et singulis
bonis feudalibus et censualibus sistentibus in civitate Agrigenti et eius
territorio ac ... in omnibus et singulis bonis feudalibus burgensaticis et
censualibus sistentibus in urbe Panormi et eius teritorio cum spectantiis in
omnibus et singulis bonis stabilibus,
castris, villis baronijs feudalibus et burgensaticis ubique sistentibus.»
Ci pare di poter tradurre: «il predetto Gerado vende e avendone il potere di vendita concede e per
tratto della nostra penna di notaio trasferì ed assegnò al magnifico ed egregio
don Matteo, milite, marchese di Savona, suo fratello, presente e compratore,
che riceve ed accetta per sé e suoi eredi e successori, in perpetuo, tutti i
diritti e tutte le azioni reali e personali, universali, dirette, miste,
perentorie, tacite, civili ed espresse, che e quali il predetto don Gerardo,
come primogenito, ha e può o deve avere, per diritto di successione o
ereditario riveniente dalla quondam magnifica donna Costanza di Chiaramonte sua nonna, nonché per diritto
ereditario riveniente dal quondam
magnifico signore don Giacomino [Jacobinus] del Carretto, suo fratello,
così pure per diritto di successione ed eredità riveniente da quondam magnifico Matteo Doria ed anche
per qualunque altro diritto spettante al detto don Gerardo per qualsiasi
ragione, occasione o causa e segnatamente in ordine alla baronia di Racalmuto - come primogenito dei defunti suoi
magnifici genitori ed erede di suo fratello Giacomino - ed al pertinente territorio, castello e casale,
nonché in ordine ai beni burgensatici siti nel territorio di Garamoli,
Ruviceto [Rovetto ?] e Siguliana, con
i gravami verso i canonici della città di Agrigento, ed anche in ordine ad un
tale palazzo esistente nella città di Agrigento vicino al palazzo del magnifico
Luigi di Montaperto, dalla parte di mezzogiorno, nonché alla chiesa di S.
Matteo ed ai casalini degli eredi del fu don Federico di Aloisio nella parte
orientale, e prospiciente la via pubblica ad occidente, e con altri confini.
Del pari, viene venduto un giardino che chiamano “lu jardinu di l’arangi” posto
nella contrada di S. Antonio il Vecchio, con terre vacue, vigne, e l’intero
distretto ove scorre il fiume della detta città nella parte orientale e
confinante con la via pubblica ad occidente ed altri confini; e sopra di esso
gravano gli oneri che ha la chiesa di S. Domenico di Agrigento. Inoltre, il
predetto atto si estende a tutti e singoli i beni feudali, burgensatici e censi
esistenti nella città di Palermo e nel suo territorio con i suoi diritti su
tutti e singoli beni stabili, castelli, villaggi baronali, feudali e
burgensatici ovunque esistenti nell’intero Regno di Sicilia.»
E’ un passo che sancisce la storicità di Costanza di
Chiaramonte, prima signora di Racalmuto; il casale passa al figliolo Antonio
del Carretto - che Costanza ebbe dal
primo marito l’omonimo Antonio del Carretto - e quindi al nipote Gerardo del
Carretto per finire al fratello di costui Matteo del Carretto. Vero è altresì
che a Matteo del Carretto giungono anche i beni dello zio paterno Matteo Doria,
figlio del secondo marito di Costanza, Brancaleone Doria.
Resta quindi incagliata in questa griglia la vicenda feudale
di Racalmuto dal 1313 al 1392 e sembrerebbe che i Chiaramonte siano estranei
alle locali vicende di questo periodo, fatta eccezione del breve periodo in cui
la baronia sembra in mano di Costanza Chiaramonte. Ma è così? Purtroppo, un
documento pontificio del 1376 - che avremo occasione dopo di meglio esplicare -
revoca in dubbio una siffatta impostazione. Forse le terre racalmutesi furono
di proprietà dei Del Carretto solo come beni burgensatici, mentre l’egemonia
feudale rimase una prerogativa dei turbolenti Chiaramonte del XIV secolo.
Racalmuto subì dunque i travagli che la famiglia agrigentina procurò con la sua
strategia politica e con i suoi ribellismi. In che misura? anche qui un
mistero.
E’ complessa la pagina della storia dei Chiaramonte di
Agrigento per l’intero secolo XIV. In sintesi, possiamo solo rammentare che
all’inizio della loro potenza fu rimarchevole soprattutto la figura femminile
di Marchisia Prefolio, sposata con Federico I Chiaramonte. I tre figli -
Manfredi, Giovanni il Vecchio, Federico
II - ebbero storie simili ma distinte. Manfredi avrebbe sposato nel 1296 Isabella Musca figlia del conte di
Modica, quello di cui abbiamo detto essere forse il signore di Racalmuto al
tempo di Carlo d’Angiò. La contea di Modica passa, quindi, a Manfredi Chiaramonte. Siniscalco del re
Federico III diventa signore di Ragusa. Nel 1300 succedeva alla madre nella
contea di Caccamo. Nel 1301 difendeva Sciacca. Stipulata la tregua tra i re di
Napoli e Sicilia (1302-1312), Manfredi avrebbe fatto edificare il palazzetto
della Guadagna a Palermo. Otteneva anche nel 1310 dalla chiesa agrigentina la
concessione enfiteutica di un tenimento di case per la costruzione di un’altra
sua dimora che si chiamò Steri
(l’attuale seminario vescovile). Ambasciatore presso l’imperatore Arrigo VII di
Lussemburgo nel 1312. E’ nominato nel 1314 capitano giustiziere di Palermo.
Muore attorno al 1321, lasciando come suo erede il figlio Giovanni I.
Giovanni Chiaramonte, detto il Vecchio, sposa Lucca Palizzi.
Nel 1314 comanda la flotta siciliana contro Roberto d’Angiò che assediava
Trapani. Nel 1325 coadiuva efficacemente Blasco d’Aragona nella difesa di
Palermo contro l’assedio delle truppe angioine comandate da Carlo di Calabria.
Diviene vice ammiraglio del Regno e poi capitano giustiziere di Palermo. Il Picone [8]
ci assicura che «Giovanni possedette in Girgenti e nel suo territorio case
palagi castella, e terreni che egli economizzava, e nel 1305 permutava il suo
casale Margidirami, o di Raham come leggesi in alcuni diplomi,
colla chiesa nostra, e ne riceveva in corrispettivo il casale Mussaro, col suo fortilizio coi casamenti,
e i terreni che lo cingevano, perché la chiesa non bastava a mantenerlo e
custodirlo. - Così egli aumentava le sue guarnigioni nelle vicinanze della
città.» Sarà stato per questo e mal leggendo il Musca (Ruolo n.° 23) che i
nostri storici locali hanno dato la stura a tutta una serie di falsi, propinati
ingordamente, sulla baronia di codesto Giovanni Chiaramonte su Racalmuto.
Quest’ultimo muore nel 1339.
Il terzo dei figli - Federico II - ci tocca direttamente:
signore di Favara, Siculiana e Racalmuto, muore nel 1311, lasciando erede la
figlia Costanza.
Il figlio di Manfredi - Giovanni Chiaramonte - eredita la
contea di Modica, la signoria di Caccamo ed altri beni feudali nel 1321; sposa
Leonora d’Aragona, figlia illegittima del re Federico III e diviene
ambasciatore straordinario presso l’imperatore Ludovico IV il Bavaro, di cui
ottiene signorie e privilegi in Ancona e Napoli. Nel 1329 una svolta:
aggredisce Francesco I Ventimiglia, conte di Geraci, reo di avere ripudiato la
moglie Costanza che era sorella appunto di Giovanni Chiaramonte. Deve scappare
in esilio per sfuggire al castigo del re. Si rifugia alla corte di Ludovico il
Bavaro ed offre quindi i suoi servigi a Roberto d’Angiò. Passato così al
nemico, partecipa nel 1335 alle scorrerie degli Angioini nelle coste siciliane.
Muore frattanto Federico III ed il successore Pietro II lo richiama nel 1337
dall’esilio e lo reintegra nei beni ad eccezione di Caccamo e di Pittinara.
Giovanni Chiaramonte assurge nel 1338 alla carica di giustiziere di Palermo.
Ora combatte contro gli Angioini e riconquista i territori siciliani ancora in
loro possesso. In una battaglia navale, combattuta nel 1339, cade prigioniero
degli Angioini ed è costretto a vendere al ricchissimo cugino Arrigo, maestro
razionale del regno, i suoi beni per pagare il riscatto. Muore nel 1343 senza
eredi maschi.
L’intreccio avventuroso di Giovanni II Chiaramonte travolge
l’intera Sicilia e quindi anche Racalmuto, ma è tale per cui il fulcro politico
di quella famiglia egemone passa di mano e perviene ai tre cugini Manfredi II, Arrigo e Federico
III, figli di Giovanni il Vecchio. Gli altri due cugini - Giacomo e Ugone -
hanno o vaga apparizione (Giacomo è governatore di Nicosia e vi batte moneta) o
al di fuori del nome (Ugone) non se ne sa nulla.
Manfredi II si ammoglia due volte; eredita dal cugino
Giovanni II tutti i suoi beni in virtù di una clausola contenuta nel testamento
di Manfredi I. Assurge alla carica di giustiziere di Palermo (1341) e quindi
receve l’investitura degli stati dopo averli riscattati dal fratello Arrigo
(1343). Anche Racalmuto vi rientra? Non abbiamo elementi di sorta per
articolare una qualsiasi risposta. Nel 1351 Manfredi II diviene vicario
generale del Regno, Gran Siniscalco e Gran Connestabile. Muore nel 1353, lasciando
erede il figlio Simone avuto dalla seconda moglie (Mattia di Aragona).
Arrigo Chiaramonte compra (1339) da Giovanni II la contea di
Modica e diviene maestro razionale del Regno. Sempre nel 1339 partecipa con il
fratello Federico III alla riconquista di Milazzo per il re Pietro II.
Federico III Chiaramonte sposa Costanza Moncada e diviene
governatore di Agrigento. Nel 1339, come si è detto, partecipa alla conquista
di Milazzo per il re Pietro II. Il re Ludovico nel 1349 lo nomina Cameriere
Maggiore, Vicario generale e Maestro Giustiziere del Regno. Nel 1353 partecipa
con il nipote Simone alla sollevazione di Messina contro Matteo Polizzi.
Concorre alla chiamata in Sicilia del re di Napoli e partecipa alle distruzioni
a danno dell’Isola. Nel 1356 succede al nipote Simone nel titoli dei
Chiaramonte, conti di Modica e Caccamo, per privilegio del re Federico IV.
Possiamo solo congetturare che Racalmuto
- stante anche la lontananza dei Del Carretto, forse sulla carta
titolari della baronia - sia in questo torno di tempo ricaduto nelle mani dei
Chiaramonte. Federico III sale ancora nella scala degli onori pubblici
divenendo nel 1361 Pretore di Palermo e poi (nel 1362) Governatore e Capitano
Giustiziere di Palermo. Muore nel 1363 lasciando erede il figlio Matteo.
Simone Chiaramone, figlio di Manfredi II e Mattia Aragona,
costituisce una parentesi che si apre e si chiude con lui nel gioco di potere
di quella schiatta trecentesca siciliana.
Sposa Venezia Palizzi ma la ripudia dopo la sollevazione di Messina del
1353 e l’uccisione del suocere Matteo Palizzi e della sua famiglia, voluta da
Simone, dallo zio Federico III e da altri congiurati. Nel 1353 eredita i titoli
ed i beni dei Chiaramonte. Diviene signore di Ragusa. Trovatosi a capo della
fazione dei Latini, allo scopo di avere il sopravvento sulla fazione dei
Catalani, congiura contro il sovrano e chiama in Sicilia il re di Napoli, in
nome del quale egli presidia Lentini e Federico governa Palermo. Chiede a Luigi
d’Angiò di sposare Bianca d’Aragona, sorella del re Federico IV che lo stesso
Luigi teneva prigioniera a Reggio. Non venendo accolta la sua richiesta, pare
che si sia avvelenato, oppure che gli sia stato propinato il veleno. Muore
senza lasciare successori legittimi nel 1357. La meteora di Simone Chiaramonte
sembra non avere neppure lambito Racalmuto: altrove era il teatro delle gesta
di questo turbolento personaggio.
Negli anni ’60 altri sono i protagonisti chiaramontani.
Cominciamo da Giovanni III. Figlio di Arrigo, figura Governatore del castello
di Bivona nel 1360 e quindi nel 1366 signore di Sutera e conte di Caccamo.
Ricadono sotto la sua signoria Pittirano, Monblesi, Muscaro, S. Giovanni e
Misilmeri. Diviene Siniscalco del regno. Muore nel 1374.
E’ quindi la volta del cugino Matteo, figlio di Federico III:
sposa questi Iacopella Ventimiglia. Nel 1357 eredita la contea di Modica, la
signoria di Ragusa ed altre terre. Gran Siniscalco e Maestro Giustiziere del
regno nel 1363, nel successivo 1366 gli viene concessa la città ed il castello
di Naro e di Delia. Muore nel 1377 senza eredi maschi e gli succede nel contado
di Modica Manfredi III.
E’ costui un personaggio
centrale, di grande spicco a mezzo del Trecento. Abbiamo documenti vaticani che
compravano che il vero padrone di Racalmuto è ora lui: Manfredi III Chiaramonte
appunto, avendo in subordine i Del Carretto o avendoli estromessi, non
sappiamo. Figlio naturale di Giovanni II (secondo La Lumia, Villabianca e
Pipitone Federico), sposa in prime nozze Margherita Passaneto e poi Eufeminia
Ventimiglia. Nel 1351 domina in Lentini e Siracura. Partecipa alla congiura
contro il re con Simone Chiaramonte. Nel 1358 chiede aiuti al re di Napoli
contro il re di Sicilia ed i Catalani. Finalmente, nel 1364 si riconcilia con
il Sovrano, riporta Messina, ancora in mano degli Angioini , all’obbedienza di
Federico IV (detto il Semplice) dal quale viene onorato della carica di Grande
Ammiraglio. Nel 1365 ottiene dal re la contea di Mistretta, la signoria di
Malta, della città di Terranova, di Cefalà. Fu padrone delle terre di Vicari,
Palma, Gibellina, Favara, Muxaro, Guastanella, Carini e Comiso, Naro e Delia,
oltre ad altri feudi intorno a Messima. Manfredi III si trasferisce nel 1365 da
Messina a Palermo. Nel 1374 eredita dal cugino Giovanni III il contado di
Caccamo e i feudi di Pittirana, S. Giovanni e Misilmeri. Ma in quell’anno è
divenuto tanto potente da impedire al re Federico IV di sbarcare in Palermo per
l’incoronazione ufficiale. Nel 1375 può conciliarsi con il Re e gli viene
concessa la signoria di Castronuovo con Mussomeli, che da lui prende il nome di
Manfreda. Nel 1377, alla morte di Matteo, viene investito dal Sovrano della
contea di Modica, comprendente vari feudi. Nel 1378 fu uno dei quattro Vicari
che governarono la Sicilia durante la minore età della regina Maria. Conquista
nel 1388 l’isola delle Gerbe e viene investito dal papa Urbano VI del titolo di
Duca delle Gerbe. Nel 1389 dà la figlia Costanza in sposa al re Ladislao di
Napoli, che però la ripudia dopo la rovina dei Chiaramonte. Muore nel 1391 lasciando
eredi delle sue sostanze le figlie. Per un bastardo, il destino ebbe in serbo
una sequela di ascese da capogiro. Con
chi non fu concepito in legittimo talamo il potere di una sola famiglia tocca
l’acme: ma subito dopo fu il tracollo, per imprevidenza, per intrusione nelle
cose di Sicilia della casa regnante ispana, per il gioco della politica a
dimensioni divenute sovranazionali. E Racalmuto tornerà nell’alveo di una
dimessa baronia delcarrettiana.
Alla morte di Manfredi III spunta un Andrea Chiaramonte di
dubbia paternità. Nel 1391 eredita tutti i beni ed i titoli dei Chiaramonte
comprese le cariche di Grande Almirante e dell’ufficio di Vicario Generale
Tetrarca del Regno; rifiuta obbedienza a Martino Duca di Montblanc e organizza
la resistenza di Palermo all’assedio delle truppe catalane.
Promuove la riunione dei baroni siciliani a Castronuovo nel
1391. Cerca di impegnarli alla difesa dell’Isola contro i Martini. L’anno dopo
(1392) arresosi ad onorevoli condizioni, viene preso con inganno e decapitato
dinanzi allo Steri il 1° giugno dello
stesso anno. Matteo del Carretto, con sangue chiaramontano nelle vene, prima
parteggia per Andrea ma poi l’abbandona al suo destino, trovando più
conveniente fiancheggiare i nuovi regnanti catalani. Racalmuto può finire - o
ritornare - nel pieno dominio di questo cadetto della famiglia originaria di
Savona, destinata nel Quattrocento a nuovi protagonismi feudali.
Un figlio naturale di Matteo Chiaramonte, Enrico, appare
sulla scena politica siciliana per lo spazio di un mattino: nel 1392 si
sottomette a Martino e, dopo la morte di Andrea, si rifugia con aderenti e
amici nel castello di Caccamo, che successivamente dovette abbandonare per
andare esule in Gaeta, dove sembra abbia finito i suoi giorni.
La nobile prosapia scompare dall’Isola e non vi torna mai più
a dominare. La sua storia è quasi tutta la storia di Sicilia nel Trecento ed
ingloba la dominazione baronale su Racalmuto. In quel secolo non sono i Del
Carretto ad avere peso sull’umano vivere locale; forse una intermittente
incidenza la ebbero i Doria (in particolare, Matteo Doria); per il resto il
potere porta il nome dei Chiaramonte, il potere sul mondo contadino; quello
sulle grassazioni tassaiole; quello delle cariche pubbliche; quello stesso che
investe i pastori delle anime: preti, religiosi, chiese, confraternite, decime
e primizie. Oggi, i racalmutesi, fieri delle loro due belle torri in piazza
Castello, non serbano ricordo - e tampoco rancore - per quei loro antichi
dominatori e gli dedicano strade, con dimesso rimpianto, quasi si fosse
trattato di benefattori.
Giammai notato v’è un inciso nei processi d’investitura dei
Del Carretto, che si custodiscono negli archivi di Stato di Palermo, di
grandissima importanza per la storia di Racalmuto: nell’agglomerato di atti
notarili che Matteo del Carretto esibisce a fine secolo XIV nell’improba fatica
di far credere del tutto legittima la sua baronia racalmutese, affiora una
dichiarazione di Gerardo del Carretto ove, come si disse dianzi, si afferma una
provenienza ereditaria di beni da Matteo Doria. E’ questi un personaggio che ha
l’attenzione del Chronicon Siculum
(CVIII) e del Villani (XI, 108). [9]
Nel novembre del 1339 la flotta siciliana tenta di contrastare quella
napoletana che sosteneva un corpo di spedizione sbarcato a Lipari. E fu una débâcle. Il cronista
coevo ci racconta che i Siciliani «furono debellati, e presi così che non uno
di essi sfuggì, se non quelli soltanto che gli stessi nemici dopo tale disfatta
vollero rilasciare e rimandare». Fra i nobili catturati furono Giovanni
Chiaramonte (di cui abbiamo detto prima), il comandante della flotta, Orlando
d’Aragona fratello naturale del re, Miliado d’Aragona figlio naturale del
defunto re Pietro d’Aragona e di Sicilia, Nino e Andrea Tallavia da Palermo, Vincenzo
Manuele da Trapani. E, per quello che a noi più preme, Matteo Doria. Questi per
adempiere all’impegno contratto per il riacquisto della libertà dovette vendere
la tenuta di Fontana Murata del valore di 1500 onze per 500 onze. [10]
Matteo Doria era figlio di Brancaleone Doria e di Costanza Chiaramone, proprio
quella che aveva avuto per marito di primo letto Antonio del Carretto con cui
aveva generato il nostro Antonio II del Carretto. Questi e Matteo Doria erano
dunque fratelli sia pure soltanto uterini. Matteo Doria aveva per fratello
germano Manfredo (ribelle a Federico III, ma reintegrato nei beni; esule e poi
stabilitosi ad Agrigento) e le tante sorelle: Isabella, Marchisia, Leonora,
Beatrice e Ginevra. Costanza Chiaramonte fu dunque donna molto feconda: tre
figli maschi da due diversi mariti e ben cinque figlie femmine (per quello che
se ne sa). Nelle tante doti che dovette fare rientrò mai Racalmuto? Davvero
venne assegnato in esclusiva ad Antonio II del Carretto? Ed il riafflusso dei
beni di famiglia da Matteo Doria ai nipoti di cognome Del Carretto annetteva anche la nostra baronia? Misteri
del Trecento che lo storico obiettivo non è in grado di dipanare. L’Inveges va
invece a briglia sciolta. Chi ha voglia di seguirlo, faccia pure.
Se seguissimo l’attendibile Fazello, dovremmo pensare che
Manfredi Doria abbia spostato l’asse del suo potere feudale a Cammarata. Il De
Gregorio [11] ci
pare in definitiva piuttosto perplesso. Ai fini della nostra storia, i Doria
non ci paiono, comunque, di particolare rilievo, ragion per cui non abbiamo
dedicato molte ricerche su tale ceppo di mercanti e navigatori genovesi,
approdati ad Agrigento che fu provvida pedana per una fortuna feudale che li fa
assurgere a cospicui rappresentanti della nobiltà sicula trecentesca.
Dalle brume degli esordi racalmutesi della schiatta dei Del
Carretto affiora qualche piccola scisti: chi fosse davvero quell’Antonio I Del
Carretto che da Savona giunge ad Agrigento per sposare Costanza, quest’unica
figlia del cadetto Federico Chiaramonte, non sappiamo. Possiamo escludere,
sulla base degli agiografici loro storici alla Inveges o alla Giordano, ogni
effettiva egemonia sul feudo di Racalmuto. Non sappiamo neppure se il figlio
Antonio II del Carretto sia stato davvero investito della baronia o se, alla
morte di Matteo Doria, il titolo pervenne ai carretteschi. E ad investigare
sugli intrecci nobiliari di quel tempo, ci perderemmo in congetture di nessuna
fondatezza storica. Il padre Caruselli, Tinebra Martorana, Eugenio Napoleone
Messana, questo l’hanno già fatto e chi prova diletto nelle fantasiose
enfiature araldiche può farvi ricorso.
Di certo sappiamo che esistette un Antonio I Del Carretto -
andato sposo a Costanza Chiaramonte - e che la coppia ebbe un figlio Antonio II
Del Carretto. Vi è però una sola fonte e sono le carte dell’investitura di
Matteo Del Carretto, che, tutte vere o totalmente o parzialmente falsificate
che siano, risalgono allo spirare del quattordicesimo secolo, circa 100 anni
dopo il succedersi degli eventi.
Quelle carte le abbiamo già citate e vi torneremo in seguito
per le nostre esigenze narrative: qui ci basta richiamare l’attenzione sulla
circostanza di un Antonio II Del
Carretto trasmigrato a Genova (e non a Savona) e lì far fortuna in compagnie di
navigazioni. Strano che costui non ritenga di rivendicare la sua quota del
marchesato di Finale e Savona e non dare fastidio - neppure con la sua presenza
fisica - agli altri coeredi della sua stessa famiglia che continua
nell’egemonia di quei luoghi liguri senza neppure un coinvolgimento formale di
codesto figlio di un legittimo titolare.
Non v’è ombra di dubbio che i Del Carretto provengano dal
marchesato di Finale e Savona: i tre fratelli Corrado, Enrico ed Antonio sembra
che si siano divisi quel marchesato in tre parti. A Corrado andò Millesimo, ad
Enrico Novello e ad Antonio Finale. Ciò secondo un atto che sarebbe stato
stipulato dal notaio Aicardi nel 1268. I tre “terzieri” succedevano, pro quota,
al padre Giacomo del Carretto, marchese di Savona e signore di Finale, che è
presente dal 1239 al 1263. Sposato con tale C... contessa di Savona, morì nel
1263. [12]
Su Antonio del Carretto, il Silla fornisce questi ragguagli:
«marchese di Savona e signore di Finale, conferma il decreto del padre emesso
nel 1258 circa l’abitato in Ripa-Maris; fiorì nel 1263; nel 1292 stipula ancora
le famose convenzioni con Genova. Da Agnese ebbe Enrico, che sposa Catterina
dei M.si di Clavesana; Antonio che sposa Costanza di Chiaramonte.» Se bene
intendiamo quell’autore, Antonio Senior del Carretto avrebbe generato anche
Giorgio che diviene marchese di Savona e signore di Finale. E’ presente nel
1337, anno in cui gli uomini di Calizzato gli prestarono giuramento di fedeltà.
Ottenne l’investitura dei feudi nel 1355. Da Venezia del Carretto ebbe quattro
figli dei quali appare tutrice nel 1361. Gli succede il figlio Lazzarino I. E’
quindi la volta del nipote Lazzarino II operante alla fine del secolo, come da
atto del 1397.
A seguire questa ricostruzione araldica, ben tre Antonio del
Carretto si succedono dal 1258 al 1390 c.a. Quello che abbiamo indicato come
Antonio del Carretto I - quello andato sposo a Costanza Chiaramonte - sarebbe
in effetti il secondo di tal nome; poi Antonio II, il primo cui si accredita la
baronia di Racalmuto.
Ma tornando al nostro Antonio II Del Carretto, questi nasce
qualche anno dopo il 1307, se crediamo all’Inveges. Diviene orfano di padre
molto giovane (poco tempo prima del 1320?). Erediterebbe dalla madre Racalmuto
nel 1344 per atto del Notar Rogieri
d'Anselmo in Finari à 30 d'Agosto 12. Ind. 1344, stando alle notizie
dell’’Inveges prima riportate.
L’atto di
permuta tra i fratelli Gerardo e Matteo del Carretto ad un certo punto vuole
codesto Antonio del Carretto emigrato a Genova, come detto. Là si sarebbe
arriccchito con partecipazioni in compagnie navali ed altro e là sarebbe morto
(forse attorno al 1370). Questo il passo del citato atto ove possiamo cogliere
siffatti dati biografici di Antonio II del Carretto. «Infine il predetto don Gerardo promise, sotto il vincolo del
giuramento, di inviare da Genova in Sicilia
tutti i privilegi, le scritture e i rogiti relativi ai beni venduti come
sopra e specialmente alla baronia di Racalmuto, che rimasero presso lo stesso
don Gerardo dopo la morte del magnifico quondam don Antonio del Carretto, suo
padre, che ebbe a morire in potere e presso il detto don Gerardo, per
consegnarli al detto don Matteo ed ai suoi eredi sotto ipoteca ed obbligazione
di tutti i suoi beni, nonché della moglie e dei figli, mobili e stabili,
posseduti e possedendi ovunque esistenti e specialmente quelle tenute date ed
assegnate al predetto Gerardo in parziale soddisfazione della detta vendita.»
GIBILLINI
Feudo,
Racalmuto, lo fu parzialmente: dalla diplomatistica emerge come il feudo di Gibillini sia cosa
ben diversa dalla contea racalmutese. Per Gibillini, s’intende il territorio
degradante tutt’intorno al castello - oggi denominato Castelluccio - e non
soltanto la contrada della omonima miniera, che forse un tempo non faceva
neppure parte di quella terra feudale, almeno integralmente.
Il
primo accenno storico a Gibillini risale al 21 aprile 1358 ;[13]
il diplomatista così sintetizza il documento che non ritiene di pubblicare:
«Il Re concede al
milite Bernardo de Podiovirid e ai suoi eredi il castello de GIBILINIS, vicino il casale di Racalmuto e prossimo al feudo Buttiyusu
[feudo posto vicino SUTERA n.d.r.], già appartenuto al defunto conte SIMONE di CHIAROMONTE traditore,
insieme a vassalli, territori, erbaggi ed altri dritti; e ciò specialmente
perchè il detto Bernardo si propone a sue spese di recuperare dalle mani dei
nemici il detto castello e conservarlo sotto la regia fedeltà: riservandosi il
Re di emettere il debito privilegio, dopoché il castello sarà ricuperato come
sopra.»
Pare che Bernardo de Podiovirid non sia riuscito a prendere
possesso di Gibillini: il feudo ritorna prontamente in mano dei Chiaramonte.
Simone Chiaramonte è personaggio ben noto e fu protagonista di tanti eventi a
cavallo della metà del XIV secolo. Michele da Piazza lo cita varie volte. Il
fiero conte ebbe a dire recisamente a re Ludovico «prius mori eligimus, quam in
potestatem et iurisdictionem incidere
catalanorum»: preferiamo morire anziché finire sotto il potere e la legge dei
catalani. Mera protesta, però; il Chiaramonte è costretto a fuggire in esilio
presso gli angioini. Scoppia la guerra siculo-angioina che si regge
sull’apporto dei traditori. Secondo Michele da Piazza, i chiaramontani, non
contenti né soddisfatti di tanta immensa strage, da loro inferta ai siciliani, si
rivolsero agli antichi nemici della Sicilia per spogliare dello scettro re
Ludovico.
Nel marzo del 1354 i primi rinforzi angioini pervennero a
Palermo e Siracusa. In tale frangente fame e carestia si ebbero improvvise in
Sicilia, favorendo gli invasori. Ne approfittò Simone Chiaramonte “capo della
setta degl’italiani - secondo quel che narra Matteo Villani - [promettendo] ai suoi soccorso di vittuaglia
e forte braccia alla loro difesa: i popoli per l’inopia gli assentirono”.[14]
Prosegue Giunta [15]
«queste premesse spiegano il rapido inizio dell’impresa dell’Acciaioli, il
quale accanto a 100 cavalieri, 400 fanti, sei galere, due panfani e tre navi da
carico, si presentò “con trenta barche grosse cariche di grano e d’altra
vittuaglia”, sì da ottenere festose
accoglienze da parte dei Palermitani “che per fame più non aveano vita”, nonché
il rapido dilagare della insurrezione a Siracusa, Agrigento, Licata, Marsala,
Enna “e molte altre terre e castella”». Tra le quali possiamo includere
tranquillamente Racalmuto e Gibillini.
Simone Chiaramonte muore a Messina avvelenato nel 1356, un
paio d’anni prima del citato documento. Ma da lì a pochi anni, Federico IV,
detto il Semplice riuscì a
riconciliarsi con i Chiaramonte e nel febbraio del 1360 accordava un privilegio
tutto in favore di Federico della casa chiaramontana.
Il feudo di Gibillini appare sufficientemente descritto
nell’opera del San Martino de Spucches .[16]
Secondo l’araldista il feudo di Gibillini, quello di Val Mazara, territorio di
Naro, da non confondersi con l’altro ancor oggi chiamato di Gibellina,
appartenne, “per antico possesso” alla famiglia Chiaramonte. Srabbe stato
Manfredi Chiaramonte [17]
a costruirvi la fortezza, quella che ora è denominata Castelluccio. L’ultimo della famiglia a possedere il feudo fu
Andrea Chiaramonte, quello che, dichiarato fellone, ebbe la testa tagliata a Palermo nel giugno del 1392, nel palazzo di
sua proprietà, lo Steri.
Re Martino e la regina Maria insediarono quindi Guglielmo
Raimondo Moncada, conte di Caltanissetta. Il feudo divenne ereditario, iure francorum, con obbligo di servizio militare
e cioè con due privilegi, il primo dato in Catania a 28 gennaio 1392
(registrato in Cancelleria nel libro
1392 a foglio 221) [18];
col secondo diploma, dato ad Alcamo, il 4 aprile 1392 e registrato in
Cancelleria nel libro 1392 a foglio 183, fu dichiarato consanguineo dei
sovrani, ebbe concessi tutti i beni stabili e feudali, senza vassalli,
posseduti da Manfredi ed Andrea Chiaramonte, dai loro parenti e dal C.te Artale
Alagona, beni siti in Val di Mazara, eccetto il palazzo dello Steri ed il fondo
di S. Erasmo e pochi altri beni. Nel 1397 ad opera del cardinale Pietro Serra,
vescovo di Catania e di Francesco Lagorrica, il Moncada fu deferito come reo di
alto tradimento, avanti la gran Corte, congregata in Catania; ivi con sentenza
16 novembre 1397 fu dichiarato fellone e reo di lesa maestà ed ebbe confiscati
tutti i beni. Morì di dolore nel 1398.
Subentrò Filippo de Marino, fedelissimo vassallo del Re (1398); non abbiamo la data precisa
della concessione; per quel che vale il de Marino figura possessore del feudo
di Gibillini nel ruolo del 1408 dello pseudo Muscia.[19]
Il feudo pervenne successivamente a Gaspare de Marinis, forse figlio,
forse parente. Da questi, passa al figlio Giosué de Marinis che ne acquisì
l’investitura il 1° aprile 1493 more
francorum, [20]
per passare quindi a Pietro Ponzio de Marinis, investitosene il 16 gennaio 1511
per la morte del padre e come suo
primogenito. [21] Costui sposò Rosaria Moncada che portò in dote i feudi di Calastuppa, Milici, Galassi e Cicutanova, membri della Contea di
Caltanissetta, come risulta dall'investitura presa dalle figlie Giovanna e Maria il
22 settembre 1554 (R. Cancelleria, III Indizione f.96).
Succede
Giovanna De Marinis e Telles, moglie di Ferdinando De Silva, M.se di Favara con
investitura del 15 gennaio 1561, come primogenita e per la morte di Pietro
Ponzio suddetto (Ufficio del Protonotaro, processo investiture libro 1560 f.
271).
Maria
De Marinis Moncada s'investì di Gibillini il 26 dicembre 1568, per donazione e
refuta fattale da Giovanna suddetta, sua sorella (Ufficio del Protonotaro, XII
Indiz. f.479) .
Beatrice
De Marino e Sances de Luna s'investì di
due terzi del feudo il 17 ottobre 1600, per la morte di Alonso de Sanchez suo
marito, che se l'aggiudicò dalla suddetta Giovanna suddetta, M.sa di Favara
(Cancelleria libro dell'anno 1599-1600, f. 15); peraltro v’è pure
un’investitura di questo feudo, datata 7 agosto 1600, a favore di Carlo di Aragona de Marinis, P.pe di Castelvetrano,
figlio di detta Maria de Marinis (R. Cancelleria, XIII Indiz., f.160); un’altra
investitura la troviamo in data 28 agosto 1605 a favore di Maria de Marinis per
la morte di Carlo suo figlio (R. Cancelleria, III Indiz. , f. 491); dopo non ci
sono investiture a favore dei Moncada.
Diego
Giardina s'investì di due terzi il 24 gennaio 1615, per donazione fattagli da
Luigi Arias Giardina, suo padre, a cui le due quote furono vendute da Beatrice
suddetta, agli atti di Not. Baldassare Gaeta da Palermo il 5 dicembre 1608
(Cancelleria, libro 1614-15, f. 265 retro). Vi fu quindi una reinvestitura in
data 18 settembre 1622, per la morte del Re Filippo III e successione al trono
di Filippo IV (Conservatoria, libro Invest. 1621-22, f. 283 retro).
Subentra
- sempre nei due terzi - Luigi Giardina Guerara con investitura del 28 febbraio
1625, come primogenito e per la morte di Diego, suo padre (Cancelleria ,
libro del 1624-25, f. 214); viene quindi reinvestito il 29 agosto 1666
per il passaggio della Corona da Filippo IV a Carlo II (Conservatoria, libro
Invest. 1665-66, f. 119). Il Giardina
morì a Naro il 24 novembre 1667
come risulta da fede rilasciata dalla Parrocchia di S. Nicolò.
Diego
Giardina da Naro, come primogenito e per la morte di Luigi suddetto, s'investì
dei due terzi il 7 ottobre 1668
(Conservatoria, libro Invest. 1666-71, f. 89).
Luigi
Gerardo Giardina e Lucchesi prese l’investitura il 9 settembre 1686 dei due terzi, per la morte e quale figlio
primogenito di Diego suddetto (Conservatoria, libro Invest. 1686-89, f. 17).
Diego
Giardina Massa s'investì il 26 agosto 1739, come primogenito e, per la morte di
Luigi Gerardo suddetto, nonché come
rinunziatario dell'usufrutto da parte di Giulia Massa, sua madre, agli
atti di Not. Gaetano Coppola e Messina di Palermo, del 1° ottobre 1738
(Conservatoria, libro Invest. 1738-41, f. 58).
Giulio
Antonio Giardina prese l’investitura dei due terzi il 3 dicembre 1787, come
primogenito e per la morte di Diego suddetto (Conservatoria, libro Invest.
1787-89, f. 25).
Diego
Giardina Naselli s'investì dei due terzi del feudo di Gibellini il 15 luglio
1812, quale primogenito ed erede particolare di Giulio suddetto (Conservatoria
vol. 1188 Invest., f. 124 retro); non
ci sono ulteriori investiture o riconoscimenti.
Ma
a questo punto scoppia il caso Tulumello. Il San Martino de Spucches, da qui,
non segue bene le vicende feudali di Gibillini.
Comunque nel successivo volume IX - quadro 1454, pag. 221 - intesta:
“onze 157.14.3.5 annuali di censi feudali - GIBELLINI - Cedolario, vol. 2463,
foglio 204” ed indi rettifica:
«Giulio GIARDINA GRIMALDI, Principe di
Ficarazzi s'investì di due terzi del feudo di GIBELLINI a 3 dicembre 1787 come
figlio primogenito ed indubitato successore di Diego GIARDINA e MASSA
(Conservatoria, libro Investiture 1787-89, foglio 25).
1. - Quindi vendette agli atti di
Not. Salvatore SCIBONA di Palermo li 22 luglio 1796 a D. Giovanni SCIMONELLI,
pro persona nominanda annue onze 157, tarì 14, grana 3 e piccioli 5 di censi
sopra salme 57, tumoli 11 e mondelli 2 di terre, dovute sul feudo di Gibellini;
e ciò per il prezzo in capitale di onze 3500 pari a lire 44.625. Il detto
Scimoncelli dichiarò agli atti di Notar Giuseppe ABBATE di Palermo che il vero
compratore fu il Sac. D. Nicolò TOLUMELLO. Per speciale grazia accordata dal Re
a 29 aprile 1809 fu confermato lo smembramento di dette onze 157 e rotte dal
feudo di GIBELLINI già effettuate senza permesso Reale (Conservatoria, libro
Mercedes 1806-1808, n. 3 foglio 77).
2. - D. Giuseppe Saverio TOLUMELLO
s'investì a 7 giugno 1809 per refuta e donazione a suo favore fatte dal Sac. D.
Nicolò sudetto agli atti di Notar Gabriele Cavallaro di Ragalmuto li 22 aprile
1809 (Conservatoria, libro Investiture 1809 in poi, foglio 40). Questo titolo
non esce nell'«Elenco ufficiale diffinitivo delle famiglie nobili e titolate di
Sicilia» del 1902. L'interessato non ha curato farsi iscrivere e riconoscere.»
·
* *
Le
vaghe fonti storiche sembrano dunque assegnare l’erezione del Castelluccio a
Manfredi Chiaramonte: la data sarebbe quella del primo decennio del XIV secolo,
la stessa del Castello eretto entro il paese. Manfredi era il fratello di
Federico II Chiaramonte, ritenuto l’artefice “di lu Cannuni”. Perché due
fratelli abbiano deciso di erigere due castelli diversi in territori così
contigui, resta un mistero. Forse la tradizione - tramandataci dal Fazello e
dall’Inveges - è fallace. Quello che è certo che sia il feudo di Gibillini (da
Sant’Anna al Castelluccio sino alla contrada dell’attuale miniera di
Gibillini), sia il feudo di Racalmuto (da Quattrofinaiti al confine con Grotte;
dalla Montagna al Giudeo sino alla Difisa) erano possedimenti della potente
famiglia chiaramontana, e tali sostanzialmente rimasero sino al loro tracollo,
alla fine del XIV secolo, allorché il duca di Montblanc ebbe modo di tagliar la
testa ad Andrea di Chiaramonte. Il feudo di Gibillini passa alla famiglia
Moncada, ma per breve tempo, e quindi alle scialbe case baronali dei Marino,
prima, e Giardina, poi. Passa, quindi, ai Tulumello per mano di un prete e ciò ad onta di tutte
le prerogative del feudalesimo siciliano. La cosa, del resto, finì nei
tribunali per una lunga vicenda giudiziaria – questa volta, tutta ottocentesca
– che rimase impressa nella memoria dei racalmutesi, ostile e beffarda verso i
nuovi nobili racalmutesi, provenienti da una famiglia digabelloti sino al tardo
Settecento. Più vindice che ragionato il gran
dispitto che Sciascia dispensa, qua e là, a codesti baroni di nuovo conio,
come prima abbiamo avuto modo di scrivere. Oggi i rampolli dei Tulumello – che
discendono sia da questa casata sia da quella ostile dei Matrona, per felici
matrimoni– meritano ogni rispetto. E noi non vorremmo davvero qui maculare
l’amicizia che a loro ci lega.
La svolta del 1374
Si accredita autorevolmente la tesi di un Mafredi
Chiaramonte, bastardo, nelle cui mani «per via di fortunate combinazioni, si
venisse a riunire .. l’ingente patrimonio della casa.» [22]
Non sembra potersi revocare in dubbio che «al 1374 in fatti egli [Manfredi
Chiaramonte] ereditava dal cugino Giovanni il contado di Chiaramonte e Caccamo;
dal cugino Matteo, al ’77, il contado di Modica; inoltre le terre e i feudi di
Naro, Delia, Sutera, Mussomeli, Manfreda, Gibellina, Favara, Muxari,
Guastanella, Misilmeri; in fine campi, giardini, palazzi, tenute in Palermo,
Girgenti, Messina ...». Racalmuto non viene nominato, ma si dà il caso che in
documenti coevi che si custodiscono nell’Archivio Vaticano Segreto anche il
nostro paese appare sotto la totale giurisdizione del potente Manfredi.
Nel 1355 dilagò in Sicilia una peste che, «se non fu con
certezza peste bubbonica o pneumonica, fu pestilentia
nel senso allora corrente di gravissima epidemia». [23]
Già vi era stata un’invasione di lacuste che provocò forti danni nell’Isola.
Racalmuto ne fu certamente colpita, ma pare non in modo grave. Maggiori danni
si ebbero per un ritorno dei focolai epidemici di una ventina d’anni dopo.
Operava frattanto la scomunica per i riverberi del Vespro. Preti, monaci e
bigotte seminavano il panico facendo collegamenti tra le ire dei papi che in
quel tempo erano emigrati ad Avignone e la vindice crudeltà della natura: era
facile additare una vendetta divina, ed anche il potente Manfredi Chiaramonte
era propenso a credervi.
I nostri storici locali raccolgono gli echi di quei tragici
eventi ed imbastiscono trambusti demografici per Racalmuto: nulla di tutto
questo è però documentato. Un fatto eclatante viene inventato di sana pianta:
un massiccio trasferimento della residua, falcidiata popolazione da
Casalvecchio all’attuale sito. Già, subito dopo la conquista di Garibaldi, il
locale sindaco - pensiamo a Michelangelo Alaimo - faceva scrivere ad un dotto
professore del Continente: «…Racalmuto
…fu distrutto dalla peste del '300, indi nel ripopolarsi non occupò il luogo
primitivo, che si trova ora alla distanza di un chilometro, e si chiama
Casalvecchio. …. Questo borgo fu sotto il dominio della famiglia Chiaramonte,
passò quindi in feudo della famiglia Requisenz, principi di Pantelleria.
(Alcune delle surriferite notizie debbonsi alla cortesia dell'on. Sindaco di
questo Comune).» [24]
L’apice della visionarietà si ha naturalmente nel Messana, [25]
secondo il quale: «A Racalmuto le cose andavano bene, la
popolazione cresceva, sempre attorno al castello. Vista insufficiente la
cappella del Palazzo che nei primi tempi dopo il 1355 fu aperta al culto dei
pochi superstiti alla calamità, si costruì la chiesa dedicata a S. Antonio
Abate, eletto patrono del paese, alla periferia del nuovo centro abitato, verso
l'odierno cortile Manzoni. Intanto gli anni passavano, e al barone Antonio Del
Carretto erano succeduti i figli Gerardo e Matteo. La baronia di Racalmuto con
altri possedimenti era toccata a Matteo, a Gerardo invece Siculiana col resto dei feudi. I due
germani non rimasero estranei agli avvenimenti politico militari del regno.
Essi seguirono, come aveva fatto il padre, i loro parenti, i Chiaramonti, anche
perché questi avanzavano rivendicazioni sulla baronia, tutte le volte che non
vedevano i Del Carretto al loro fianco con entusiasmo e dedizione. Negli anni
di grazia tra il 1374 ed il 1377 in più luoghi storici infatti Racalmuto è
annoverata fra i beni chiaramontani. E' chiaro che i Del Carretto erano i
signori di Racalmuto negli affari interni, ma tanto legati e dipendenti dai Chiaramonti
che all'esterno apparivano come valvassori dei potentissimi parenti. Gerardo e
Matteo, alla caduta di Andrea Chiaramonti, che avevano seguito nell'assedio di
Palermo, riuscirono a sfuggire all'ira di Martino e ricoverarono all'interno. » In questa pagina del
Messana c’è del vero, ma tanto da rettificare, almeno se si dà in qualche modo
credito alla lezione da noi sopra esposta.
I traumi che la Sicilia ebbe a soffrire tra il 1361 ed il
1375 ebbero indubbiamente a coinvolgere Racalmuto, ma in che modo non è
possibile documentare su basi certe. Gli scontri tra le parzialità - solo
vagamente definibili latine e catalane - continuano a scoppiare nel 1360.
L’anno successivo giunge in Sicilia Costanza d’Aragona per sposare Federico I,
il quale, sfuggendo a Francesco Ventimiglia che lo teneva sotto sequestro, può
solo nell’aprile convolare a nozze in quel di Catania. Manfredi Chiaramonte con
9 galeee attacca nel maggio la piccola flotta catalana (6 galeee) che aveva
scortato Costanza e ne cattura una parte presso Siracusa. Nel 1362 Federico IV
si dà da fare per rappacificare e rappacificarsi con i potentati del momento:
nell’ottobre ratifica la pace di Piazza fra Artale d’Alagona ed i suoi seguaci
da una parte e Francesco Ventimiglia e Federico Chiaramonte (che sono a capo di
nutrite fazioni) dall’altra. Nel biennio 1362-1363 si registra una
recrudescenza della peste. Nel 1363 muore la regina Costanza. Nel 1364 si
riesce a recuperare il piano di Milazzo e di Messina e finalmente nel 1372 si
può parlare di pace con gli Angioini di Napoli.
Ma quando agli inizi del 1373 Palermo e Napoli ebbero per
certe le condizioni di pace, divenne più agevole definire il concordato con il
papato che manteneva sulla Sicilia il suo irriducibile interdetto. La corte pontificia, ancora ad Avignone,
versava in ristrettezze economiche: se la Sicilia si mostrava disponibile ad
una tassazione straordinaria aveva possibilità di una rimozione del gravame
papale. Fu così che si fece strada la soluzione della controversia con il papa:
bastava assicurare il pagamento di un sussidio il cui peso sarebbe finito
direttamente sulle vessate popolazioni dell’Isola, compreso Racalmuto
naturalmente.
E qui la minuscola vicenda racalmutese si aggancia ai grandi
eventi della storia medievale di quel torno di tempo. Affiora, ad esempio, un
nesso tra papa Gregorio XI e la reggenza di Racalmuto nel 1374. Gregorio XII
era in effetti Pietro Roger de Beaufort nato a
Limoges nel 1329; morirà a Roma
nel 1378. Eletto papa nel 1371, ristabilì a Roma la residenza pontificia
ponendo fine alla cosiddetta "cattività avignonese". La fine del suo
pontificato fu contraddistinta dalla rivolta generale delle province italiane.
Nel 1375 e nel 1376, nel momento in cui Firenze ingaggiava contro la Santa Sede
la guerra degli «8 santi», novanta citta e castelli dello Stato pontificio si
sollevavano contro gli ufficiali apostolici e demolivano le fortezze edificate
antecedentemente dal cardinale Albornoz. La rivolta può venire considerata
causa del definitivo tracollo del papato francese in Italia, che non riesce più
a percepire i sussidi straordinari imposti dal 1370 al 1375 nei domini della
Santa Sede.
Negli ultimi anni della loro dominazione in Italia, i papi
avignonesi ricorsero molto spesso alla generosità dei loro sudditi con
richiesta di sussidi straordinari, tanto da trasformarsi in imposte ordinarie.
Quanto al consenso dei parlamenti, divenuto alla lunga puramente formale, a
partire dal 1374 esso tendeva a sparire del tutto. Dal 1369 al 1371 si trascina
la guerra di Perugia e diviene controversa l’esazione dei sussidi della Tuscia
in favore del patrimonio della Santa Sede. [26]
Scoppia quindi la guerra milanese ed insorgono difficoltà per l’acquisizione
dei sussidi relativi agli anni 1372-1373. L’Italia conosce, nel 1374 e nel
1375, la devastazione della peste e della fame. L’epidemia di peste bubbonica
affiorata a Genova nel 1372 si diffonde a poco a poco per il resto d’Italia, e
nel 1374 raggiunge la Francia meridionale. Una grande siccità imperversò alla
fine del 1373. Dopo, nel successivo aprile, cominciarono piogge torrenziali e
protratte che rovinarono la mietitura e provocarono la carestia. Un coacervo
dunque di circostanze per le quali Gregorio XI si vide costretto a sollecitare
un nuovo aiuto economico da parte dei sudditi italiani per sostenere la guerra
che continuava, più furibonda e più rovinosa che mai, contro il signore di
Milano.
All’inizio del 1375, la Camera apostolica non incontra
difficoltà soltanto in alcune province dell’Italia centrale. La carenza contributiva
si estende alla Cristianità intera. Salvo forse la Francia, la percezione
dell’obolo è un totale fallimento nel reame di Napoli e, specialmente, in
Sicilia. L’Inghilterra si era sollevata contro le pretese di Gregorio XI. Il
clero di Castiglia e di Lione e quello del Portogallo rifiutava ogni aiuto. Il
papa fu allora costretto a revocare le vecchie tasse e dichiarare che si
accontentava di somme relativamente modeste (qui 20.000 e là 25.000 fiorini).
Nella stessa Italia, gli ecclesiastici fanno orecchi da mercante e rifiutano di
consegnare al collettore Luca, vescovo di Narni, i contributi che pure avevano
promesso. I mercenari non sono pagati e, per calmarli, Gregorio XI deve
conferire terre della Chiesa ai loro capi.
La guerra milanese è frattanto prossima a concludersi. Il 4
giugno 1375, la tregua con i Visconti è conclusa. Lungi dal riassettare una
situazione fortemente compromessa, la fine delle ostilità aggrava le tensioni.
I mercenari, privi del loro soldo, sono lì lì per costituirsi in compagnia e
rifarsi con i saccheggi. Non basta, certo, un’ipotetica retribuzione a
frenarli. Solo degli espedienti possono salvare provvisoriamente la Camera
apostolica. Gregorio XI si fa prestare
somme enormi.
L’incapacità del papato di procurarsi il denaro necessario al
finanziamento della guerra contro Bernabò Visconti è il segno del fallimento
finale della fiscalità avignonese. Questo fallimento deborda dai limiti dello
Stato pontificio e si estende a tutta la Cristianità, come mostra il rifiuto
pressoché generale di pagare i “sussidi della carità” sollecitati da Gregorio
XI nel 1373.
Per un sussidio di carità può però la Sicilia togliersi da
dosso l’interdetto, conseguenza del Vespro: lo può l’intera Sicilia ed è
perdonata; lo può Manfredi Chiaramonte e tutte le sue terre sono
perdonate; lo può Racalmuto ed il 29
marzo 1375 viene solennemente assolto, con un cospicuo “sussidio della carità”
, di una colpa mai commessa.
Storici di acuto intelletto scrivono che «c’è un elemento
comune del mondo moderno che è stato considerato come il fondamento del suo
processo evolutivo, nelle forme di stato e Chiesa, costumi, vita e letteratura.
Per produrlo le nazioni occidentali dovettero formare quasi un unico stato
spirituale e temporale insieme.» [27]
Ma ciò per un breve momento. Sorgono quindi le lingue nazionali; si sfalda il
precedente mondo monolitico e «un passo dopo l’altro, l’idioma della Chiesa si
ritirò dinanzi all’impellanze delle varie lingue delle varie nazioni.» L’universalità perse terreno; l’elemento ecclesiastico
che aveva sopraffatto le nazionalità entra in crisi; i popoli si mettono in
cammino lungo percorsi nuovi, in
incessante trasformazione, e sempre più accentuatamente distinti e separati. La
potenza dei papi era assurta ad altissimi livelli in un mondo coeso. Ma ecco
che nuovi momenti cominciano ad eroderla. Furono i francesi che opposero la
prima decisa resistenza alle pretese dei papi. Si opposero, in concordia
nazionale, alla bolla di condanna di Bonifacio VIII; tutti i corpi di quel
popolo espressero il loro consesso agli atti del re Filippo il Bello.
Seguirono i tedeschi. L’Inghilterra non rimase estranea per
lungo tempo a questo movimento; quando Edoardo III non volle più pagare il
tributo al quale i re suoi predecessori si erano impegnati, ebbe l’assenso del
suo parlamento. Il re prese allora misure per prevenire altri attacchi della
potenza papale.
Una nazione dopo l’altra si rende autonoma; le pubbliche autorità rigettano le idee di
sudditanza ad una autorità superiore, sia pure a quella del papa. Anche la
borghesia si discosta dall’umile sottomissione ai papi. E gli interventi di
costoro vengono respinti dai principi e dai corpi statali.
Il papato cade allora in una situazione di debolezza e di
imbarazzo che rese possibile ai laici, che sinora avevano cercato di
difendersi, di passare al contrattacco. Si ebbe addirittura lo scisma. I papi
poterono essere deposti per volontà delle nazioni. Il nuovo eletto doveva
adattarsi a stabilire concordati con i singoli stati.
E così da Avignone il papa dovette tornarsene a Roma. E’
questo un momento cruciale della crisi che abbiamo fugacemente additata. Ed in
questa congiuntura, cade appunto la remissività papale verso la Sicilia. In
cambio di un obolo supplementare si può procedere alla revoca di un interdetto,
frutto di potenza, arroganza ed al contempo di remissività verso la Francia.
La meridiana della storia passa allora anche per il
modesto, gramo paesetto di Racalmuto. Altro che isola nell’isola - scrivemmo
una volta in pieno disaccordo con Sciascia.
[1] )
Denis Mack Smith - Storia della Sicilia medievale e moderna, Bari 1973, vol. I,
pag. 101.
[2] )
Tommaso Fazello - Storia di Sicilia - Presentazione di Massimo Ganci -
Introduzione, traduzione e note di Antonino De Rosalia e Gianfranco Nuzzo -
Vol. I - 1990, Regione Siciliana - Assessorato Beni culturali - pag. 482.
L’originale recita in latino: « Ad duo hinc p.m. Rayhalmutum sarracenicum
oppidum [pag. 231] occurrit: ubi arx est à Frederico olim Claromontano erecta,
quam Gibilina arx ad 4.p.m. excipit. Et deinde 8.p.m. Cannicatinis pagus....» da
F. TOMAE FAZELLI SICULI OR. PRADICATORUM
- DE REBUS SICULIS DECADE DUAE, NUNC PRIMUM IN LUCEM EDITAE - HIS ACCESSIT
TOTIUS OPERIS INDEX LOCUPLETISSIMUS Panormi ex postrema Fazelli authoris
recognitione. Typis excudebant, Ioannes Mattheus Mayda, et Franciscus Carrara,
in Guzecta via, quae ducis ad Praetorium, sub Leonis insigni, anno domini
M.D.LX. mense iunio. Il testo latino distoglie da azzardate ipotesi sulla
fortezza “saracena” che la non felice traduzione del passo potrebbe
solleticare.
[3] ) Non
c’è ombra di dubbio che il Fazello parlando di un castello costruito da
Manfredi Chiaramonte in Gibillina, intende riferisrsi alla località del
trapanese. «da Misilindini ... verso ponente è lunge tre miglia Saladonne, e
poi dopo un miglio si trova Gibellina castello, dove è una fortezza fatta da
Manfredi di Chiaramonte,» secondo la vetusta traduzione del P.M. Remigio
Fiorentino (Della Storia di Sicilia ... volume primo, pag. 625). E l’Amico (op. cit. pag. 267) sembra alquanto
perplesso ma in definitiva si capisce bene che parla della Gibellina trapanese:
«Et paulo infra Sala Donnae et M. postea pass. Gibellina, ubi arx a Manfredo
Clamonte erecta adhuc extat.» Non sappiamo perché il T.C.I. nella sua guida
della Sicilia del 1968 attribuisca invece il castello a Enrico Ventimiglia, che
l’avrebbe edificato nella 2a metà del ’300 (pag. 241). Del pari si
attribuisce il castelluccio racalmutese ad Abbo Barresi: «a 5 km. si sale a d.
sul monte, ove si trovano avanzi notevoli di una fortezza del Chiaramonte, del
sec. XIV, ma fondata nel ‘200 da Abba (sic) Barresi.»
[4] ) P.
Bonaventura Caruselli, minore osservante di Lucca, Maria Vergine del Monte in Racalmuto, Palermo 1856, pag. 18.
[5] )
Illuminato Peri, Per la storia della vita cittadina e del commercio nel Medio
Evo - Girgenti porto del sale e del grano - in Antichità ed alto Medioevo -
Studi in onore di A. Fanfani I - Milano 1962 - pag. 598.
[6] ) A.
Inveges - La Cartagine Siciliana, Palermo 1651, pag. 228-9. Le psotume notizie
dell’Inveges sono comunque da accogliere con le pinze. Anche i diplomi citati
possono essere dei colossali falsi. Il Peri mette sull’avviso quando scrive
(vedi op.cit. prima, pag. 607 n. 43) «La natura del libro dell’Inveges lascia
dubitare che la sospetta falsificazione ebbe fini araldico-celebrativi
piuttosto che giuridico patrimoniali.» Il sospetto, il Peri ce l’ha per il
documento di dotazione del monastero di S. Spirito da parte della madre di
Federico II Chiaramonte, Marchisia Prefolio. L’illustre storico, quel documento
segnato dall’Inveges con tanti elementi indicativi, non riuscì a trovarlo né
nei citati archivi del vescovado e del capitolo di Agrigento e neppure tra le
pergamene del monastero di Casamari, «che, a stare al testo del doc., ne
avrebbe ricevuto copia.»
[7] )
ARCHIVIO DI STATO - PALERMO - REAL CANCELLERIA - BUSTA N. 38 - (Anni
1399-1401) pag. 177 recto a pag. 181 -
[8] )
Giuseppe Picone - Memorie storiche agrigentine - Agrigento 1982 - pag. 479.
[9] ) Chronicon Siculum = Anonimy Chronicon
Siculum ab anno DCCCXX usque ad MCCCXXVIII (...) et ad annum usque MCCCXLIII, in Bibliotheca, II, pp. 107-267. Giovanni,
Matteo, [Filippo] Villani, Cronica,
ed. di Firenze 1823-1825 (Margheri), in 8 voll.
[10] )
A.S.P., Notai, I, 117 - Bartolomeo de Bononia, (ff. 71r-73r dell’8.6.1345, 105r-106r
del 13.5.1345 e atti allegati non registrati).
[11] ) Domenico De Gregorio - Cammarata, Agrigento 1886, pag. 127. Il
colto studioso annota: «il Fazello parla di Manfredi: “venne intanto il re
Ludovico a Camerata al governo della quale era Manfredi Doria il quale era
stato fatto anche ammiraglio, essendosi estinta la contumacia di Ottobon suo
fratello” [Fazello o.c. p.475]». Sottolinea le opposte tesi degli altri storici
di Cammarata e, dubbioso, soggiunge «forse la cosa potrebbe risolversi
ricorrendo all’uso di nominare dei governatori in nome del vero signore, forse
allora Manfredi era governatore e castellano di Cammarata a nome del fratello
Corrado.» Per la genealogia dei Doria, noi abbiamo seguito - acriticamente - il
Picone.
[12] ) G.
A. Silla - Finale dalle sue origini all’inizio della dominazione spagnola -
Cenni e Memorie - Finalborgo 1922, pag. 93.
[13] )
DOCUMENTI PER SERVIRE ALLA STORIA DI SICILIA - SERIE DIPLOMATICA VOL. VIIII
(NOVE) - PALERMO 1885 - CODICE DIPLOMATICO DI FEDERICO III DI ARAGONA RE DI
SICILIA (1355-1377) - DI GIUSEPPE
COSENTINO. VOL. I - PAG. 451-452. DOCUMENTO DCLVII (657) - CEFALU', 21
aprile 1358. ind. XI.
[16])
Avv. Francesco SAN MARTINO de SPUCCHES - La storia dei feudi e dei titoli
nobiliari di Sicilia dalla loro origine ai nostri giorni - 1925 - Palermo 1929
- vol.
IV - Quadro 435 - pag. 80.
[17] ) ma vedansi i dubbi che
si sollevano dopo.
[18] )
con tale privilegio furono concessi i
seguenti beni confiscati ad Andrea Chiaramonte cioé: la contea di Malta e di
Gozzo col titolo di Marchese e l'isola di Lipari, la città di Naro, di Mineo e
di Sutera, la terra di Delia, di Mussumeli, Manfredi, Gibillina, Favara,
Misilmeri, e la Rocca di Mongellino
(PIRRI, Sicilia Sacra, f. 757 - APRILE,
Cronaca Sicula, f. 200 - INVEGES, Cartagine Siciliana, libro 2°, cap. 6,
f. 300);
[19] )
MUSCIA, Sicilia Nobile, pag. 72
[20] )
Cancelleria, 1492-93, foglio 114.
[21] )
Conservatoria, libro INVEST. , 1495-1511, f. 1182; fu poi reinvestito il 20
gennaio 1417 per il passaggio della Corona (UFFICIO PROTONOTARO DEL REGNO,
PROCESSI INVESTITURE, 1560-61).
[22] ) G.
Pipitone-Federico - I Chiaramonti di Sicilia - Appunti e documenti - Palermo
1891, pag. 14.
[23] )
Illuminato Peri, La Sicilia dopo il Vespro, op. cit., pag. 176.
[24] ) DIZIONARIO
COROGRAFICO DELL'ITALIA a cura
del prof. Amato AMATI - Milano
(Vallardi) - (1869) - vol. VI pagg. 712-713.
[25] ) Eugenio
Napoleone Messana - Racalmuto nella storia della Sicilia - Atec -
Canicattì - Giugno 1969. pag. 77.
[26] )
Jean Glénisson: les origines de la revolte de l’état pontifical en 1375, in
Rivista di Storia della Chiesa in Italia, Anno V . n. 2 1951, pag. 147 e segg.
Nessun commento:
Posta un commento