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sabato 19 luglio 2014

Io e il professore Giuseppe Casarrubea sul caso dell'ispettore generale di PS dottore Ettore Messana


Pregiatissimo professore Giuseppe Casarrubea,

solo che mi pare che a Riesi non è neppure certa la presenza fisica di Messana.Di certo. mi dispiace per il Li Causi, nessuno addebito gli poté venire fatto per l'eccidio di cui alla cronaca quasi coeva di quel quasi prete valdese. Il Nitti fece aprire una inchiesta ad un generale dei carabinieri, dice il Li Causi, ma non sortì alcun effetto almeno contro il Messana che anzi ebbe elogi e meriti tali da fare una fulminea brillante carriera.

Quanto al processo per l'uccisione da parte dei rivoltosi del tenente dell'Esercito il Messana non venne per nulla coinvolto.  Se no, il Li Causi non si fermava certo a quella sortita alquanto curiale. Ne morirono otto, quindici o venti? Non importa il numero, d'accordo, ma se manco questo dato è certo non è così che si può massacrare la memoria di un Grande Servitore dello Stato di diritto, tanto poi apprezzato da De Gasperi (e metto da parte Bonomi, Scelba ed altri). Ancor oggi la famiglia sta subendo danni feroci per certi processi "storici" diciamo avventati. Sulla faccenda di fra Diavolo. mi basta la testimonianza dello stesso Messana in uno storico processo ove non venne neppure sfiorato da coinvolgimenti della magistratura penale.
 
La vicenda di Lubiana l'ho smantellata con documenti e atti processuali. Ma Lei non vi si addentra. Lasciamo alla Cernigoi l’onere di provare le sue calunniose accuse credo in sede giudiziaria, dato che la signora Giovanna Messana, proprio stasera me ne accennava.
 
Volere creare complementarità tra il Messana e il Verdiani per faccende dell'OVRA è molto pretestuoso.  Tra i due grandi questori credo che vi erano differenze di età, grado e incombenze. Svolgerò meglio questo aspetto se occorrerà.
 
Il Messana lascia la Sicilia nel maggio o giugno del 1947, quando stava addirittura mettendo le mani su Giuliano. I suoi successori, ben tre, non brillarono, almeno sino al 1950.
 
Dopo il 1947 il Messana al Viminale è autorutà apicale. Mi si parla di uno scontro con Togliatti circa armi americane sbarcate a Napoli del tutto legalmente e per accordi internazionali, cui intendeva opporsi il nostro MIGLIORE.
 
 Io non sono né storico né giornalista né letterato: ma i miei 50 anni di attività ispettiva presso la Vigilanza sulle Aziende di Credito della Banca d'Italia e come superispettore di Reviglio molto mi sono serviti per non fidarmi mai dei sentito dire ma di rinvenire la verità (o briciole di verità) nell'obbiettivo esame di incontaminati documenti, carte di archivio, registri e registrazioni.
L'incontro mi è gradito per esternarle la mia grande stima, al di là della contingente diversità  di opinioni. La ossequio.

Scrivevo qualche tempo fa cose non tutte amabili sulla candida inglesina di Montedoro. Ravveduto ora? Manco per niente. Solo qualche ritocco ortografico.


Si dà il caso che scartabellando tra i mucchi di fotocopie di casa mia a Roma trovo questa impresentabile riproduzione dell’ormai lady Chatterley di Montedoro: il mondo di Louise . L’originale resta a Racalmuto e quindi le foto che qui riproduco non fanno giustizia alla indubbia abilità fotografica di questa fragile creatura d’Inghilterra.

E’ inutile negarlo: scrive soavemente; ha periodo lucido, ha aggettivazione accattivante, la sua paratassi non è di fattura scolastica. Certo, l’animo è femmineo, esile, e l’immagine è talora sdolcinata. Ma i luoghi sono resi per la loro avvenenza. E quel che mi appassiona è una Racalmuto  solare, mediterranea, persino possente con i suoi due torrioni di piazza Castello.

La Louise incontra un prete: padre Giuseppe. Saprà dopo (o crederà di sapere) che da giovane fu brigante  e chiamava “crocifisso il suo coltello”.  Ma sono due villici montedoresi  a cimentarsi a chi la sparava più grossa contro l’invidiato e più evoluto paese contiguo, il mio Racalmuto. Uno si chiamava Alessandro che a Montedoro credo si dica Lisciannaru e l’altro Turiddu (l’inglesina non lo italianizza). Come vede Louise quei due rozzi montedoresi, con tocco di romantico travisamento:  in un misto tra l’armonia dell’aprico monte Castelluccio ed il pittoresco dell’afrore contadino di questi due selvaggi compagni di viaggio.

A guardarli questi due villici accompagnatori della diafana Louise non saprei a chi dare lo scettro dello stalliere di lady Chatterley, ma nessuno dei due mi appare con le phisique du role  di David Herbert Lawrence (1885-1930) e l’arditezza del peccaminoso “strusciamento” a chi toccasse credo che manco l’onnisciente Messana di Montedoro saprebbe dirlo.

Va anche aggiunto che Sciascia non è perspicuo nel sintetizzare queste pagine di Louise, l’inglesina sposatasi a Montedoro: la sua consecutio temporum (storica e logica) mi pare inquinata da un lapsus memoriae come anche la vedova non ebbe ritegno ad ammettere con una mia cosa. Anche Sciascia, quando andava a memoria, cadeva nei “lapsi mamoriae” come ogni comune mortale. E siccome questo è un mio difetto che con il passare degli anni si aggrava , non sarò io a contestarlo. Certo, dimentico quanto volete ma non credo che dopo attente consultazioni possa davvero cascare in scivoloni grotteschi come il montedorese Messana impudentemente mi rinfaccia.

Sciascia invero s’indusse in errore perché indusse in errore l’arciprete Casuccio con quel magro e fuorviante padre Giuseppe della Caico. Forse l’attenzione andava spostata dall’ex francescano all’altro tonacato a cognome Romano, che mi risulta piuttosto discolo. Ma comunque  non tale da potere dire di lui (e men che meno di padre Giuseppe Bufalino Maranella):  un prete  molto “originale … perché nonostante la sua tonaca, viveva da feroce bandito. Chiamava crocifisso il suo coltello, ed era fedele amico e compagno di autentici briganti; arrestato più di una volta come ladro e assassino, è stato condannato a molti anni di esilio, e persino ora da vecchio, non se ne sta tranquillo come dovrebbe, dato che il vescovo gli ha ridato il permesso di dire messa”.

Ciarla di Alessandro da Montedoro, che il Messana mi pare cognomina come Augello. Lasciamolo stare come “grottesco microstorico ecclesiastico di Racalmuto”; ma neppure come loico mi pare che brilli. Se il vescovo a questo innominato padre Giuseppe “ridà il permesso di dire messa” (meglio leva la suspensio a divinis) vuol dire che il vecchio brigante si era ravveduto e che quindi da “vecchio  se ne sta tranquillo come dovrebbe”. Il Messana lo “scivolone grottesco” dovrebbe appiopparlo al suo prediletto compaesano.

Ma dove casca ancor più l’asino è in questo passo della deliziosa Louise: “L’ho mandato a chiamare  rispose Alessandro (alias Lisciannaru), perché sapevo che ci voleva una persona intelligente per parlare con Voscenza, e padre Giuseppe è l’unica persona intelligente a Racalmuto!”.

Non è del tutto fedele Sciascia quando fa dire alla “guida: E’ il solo uomo intelligente che c’è a Racalmuto; purtuttavia cade in uno intenzionale scivolone grottesco il Messana di Montedoro quando vuol tutto attenuare trasformando l’apodittico anatema di Liscianaru Augello in un passabile “ padre Giuseppe è tra le persone PIU’  INTELLIGENTI di Racalmuto”. Et de hoc satis.

L’abbiamo scritto quando eravamo innamorati di Montedoro (e su via! Lo siamo ancora ed anzi ancor di più; se una persona degna, intelligente e positiva incappa in una cazzata, poco male: succede a tutti .. il grave sarebbe per qualche carnalivari ca ‘cci va appriessu.  Dichiaravamo di grande importanza archeologica lo scritto di Louise e soprattutto le foto di Louise. Ci ha tramandato squarci di Racalmuto unici e preziosissimi. Innanzi tutto, il Castello: hanno avuto di che fracassare padre Cipolla e certi santoni della Soprintendenza (e persino il genio militare nella guerra del 40-43 – per noi di Racalmuto). Louise ci ha tramandato una serie di foto di lu Cannuni (Cannuni, perché i militari del ’40 avevano piazzato in cannone sopra la torre di Nord-est; così almeno noi la sappiamo e potremmo venire documentalmente smentiti ma non per sentito dire), che mi consentiranno quando sarò sindaco di fare sagace e sapiente restitutio in integrum, depurando ogni tintura al ducotone, e recuperando i reperti archeologi del sotto-castello che so esservi a completamento del sarcofago romano di patri Cipudda e delle ceramiche che una ragazzuola protetta ha dichiarato del quattrocento saccense.

Louise incontra padre Giuseppe che ci appare molto agguerrito in microstoria Racalmutese (altro che incallito brigante in senescente ladroneria);  dice all’inglesina cose di recente apprese e piuttosto corrette (qualche sbavatura è perdonabile). Si vede che codesto padre Giuseppe ha letto le memorie del Tinebra; e le ha lette per il verso giusto, senza bizzarrie fantasmatiche.

Padre Giuseppe affascina l’inglesina; Lisciannaru ne è geloso: non può competere sul piano dell’erudizione da ostentare a Voscenza. Si sbizzarrisce in “grotteschi scivoloni” microstorici tanto da fare “inorridire” la lady e le donne son volubili ma non come le vorrebbe Verdi; sempre pronte a mutare “d’accenti e di pensiero”.

Lisciannaru credo che tutto sommato confondesse e l’ex padre francescano o il non santo padre Giuseppe Romano con qualcuno che non la condanna al carcere ebbe ma processi civili sì e sospensioni a divinis tante: il padre Burruano. Questi però a tempo della gita a Racalmuto della lady Chatterley di Montendoro era morto da una quindicina di anni. Ne ho scritto, su codesto  davvero singolare prete capostipite  della gloriosa (almeno per tanti) famiglia Burruano (quella del feci quod potui, faciant meliora potentes): mi si è rotto il computer ed ho perso le ricerche. Ne ha una copia quasi integrale l’avvocato Burruano: spero che ne faccia tesoro.

Interessante è soprattutto la descrizione del Castelluccio. Molto più veritiere delle notizie del Tinebra, quelle di carattere storico anche se non del tutto centrate, sono però le foto, davvero di somma importanza. Quella chiesa là è cimelio storico da recuperare. Vi era un vero e proprio villaggio attorno a quel Castrum, fortezza militare comunque imprescrittibile, inalienabile, inusucapibile. Non semplice “piccola cappella ora abbandonata” un tempo rifugio, non di “pacifici abitanti” assaltati da” pirati , sbarcati  nelle baie ridenti” (farneticazioni di inglesine in fregola romatica) ma da veri e propri coloni  dell’altro feudo “quello di Gibillini” in mano a varie nobili famiglie sino alla decadenza dei Tulumello che in quella chiesa, che piccola non era, andavano ogni domenica a sentir messa. Erano i castidddruzzara – ed un sopravvissuto diede uva e ristoro alla triade della lady – che in una numerazione delle anime del 1828 sono in Matrice segnati per nome, cognome, età e consistenza familiare.

Seguiamo con voluttà la ormai diruta conformazione archeologica: “ la vista di una misteriosa scala ricavata nello spessore delle mura, che conduceva chissà dove, evocava alla mia mente ogni sorta di romantiche avventure medioevali, e intanto gli uomini, che avevano condotto i cavalli nelle stesse stalle del castello, così ampie da poter accogliere ottanta cavalli, tornavano a disperdere crudelmente il mio fantasticare su quelle misteriose rampe di scale, domandandomi se non avessi fame, etc. etc.”

Preziosità da potere persino sfruttare per un turismo d’élite, scomunicando i nostri contigui nemici architetti di Grotte che penserebbero invece a fare di quel romantico castello una bolgia peccaminosa per ruffianerie e gozzoviglie  di depravato turismo.

io e Sasà Grossi


Il mio carissimo amico dottore Salvatore Grossi non c’è più. Trovo questi appunti e voglio pubblicarli per come me li ritrovo come se il sapiente Sasà fosse ancora vivo.

 

 

 

 

Un grande banchiere oggi, un ispettore superiore della vigilanza sulle aziende di credito della Banca d’Italia, ieri -  il dottore Salvatore Grossi la pensa per tanti versi in modo differente rispetto a certe nostre convinzioni meno agiografiche verso questo glorioso istituto di via nazionale, 91. Eppure alla fine convergiamo. Occorre restituire alla Banca d’Italia le prerogative che un quinquennio di egemonia tremontiana hanno avvilito e svilito. Un surge che è nell’interesse di tuutta l’Italia, specie in questo superamento del guado montiano  che le recenti vicissitudini elettorali impongono e già determinano.

 

 

 

La storia delle nostre istituzioni bancarie, purtroppo, spesso ci mostra dissesti non raramente conseguenti ad eventi delittuosi che coinvolgono anche  la vita civile e politica della nazione.

 

La storia della Banca d'Italia, da parte sua, è punteggiata da interventi che, a seguito di tali eventi, hanno condotto a soluzione gli stati di crisi provocati dagli eventi negativi, senza eccessivi turbamenti delle aspettative della clientela e, soprattutto, senza perdite da parte dei depositanti.

 

Potrebbe addirittura affermarsi che il nostro istituto di emissione detiene nel proprio DNA la vocazione alla sistemazione dei danni provocati da irresponsabili atteggiamenti (o peggio da deliberati propositi )  di personalità alle quali vengono affidate anche le sorti della nazione.

La Banca d'Italia nasce , infatti, proprio per mettere ordine nel dissennato  sistema di emissione di biglietti di banca; concessione che restò affidata alle istituzioni bancarie già detentrici di tale privilegio nel periodo precedente l'unità statuale della nazione, senza alcun preventivo vaglio delle capacità di autocontrollo delle stesse istituzioni.

Valga in proposito rammentare esplicitamente la vicenda della Banca Romana, che coinvolse finanche la corona d'Italia e mise a nudo l'incapacità della burocrazia pubblica a contrastare gli eventi .

 

L'attribuzione alla Banca d'Italia della facoltà di emissione (è restata, è vero, ancora per qualche decennio, tale concessione anche al Banco di Napoli e al Banco di Sicilia) costituì  la designazione di fatto della stessa Banca d'Italia quale Banca Centrale.

 

Si è ancora lontani dalla costituzione di una “vigilanza bancaria”, ma non mancano esempi che dimostrano come l'Istituto abbia saputo e voluto esplicitare la propria funzione pubblica. Fu la Banca d'Italia, infatti a sostenere gran parte dell'onere finanziario che incombeva sullo stato per partecipare al primo conflitto mondiale e fu la Banca d'Italia a coordinare il sostegno della incipiente industrializzazione del paese.

 Si è ancora lontani dalla organica coesione delle istituzioni bancarie in un corpo che possa essere qualificato “sistema bancario”, ma l'attività svolta dalla Banca d'Italia avvia alla formazione di un tutto organico e funzionalmente unitario; mancano le norme specifiche che ufficializzino e qualifichino, appunto, l'organismo  come unitario.

 

Bisogna arrivare al 1926 perché sia riconosciuta alla Banca d'Italia la capacità culturale e tecnica di cui dispone e quindi attribuire con legge a questa istituzione l'onere ed il privilegio divigilare sull'operato delle banche.

Ma è dalle crisi che emergono le capacità innovative atte a fronteggiare la congiuntura negativa. Dopo la debacle della borsa di New York e la crisi conseguente che investi il mondo capitalista, si avvertì la necessità di attivare le misura adatte alla ripresa provvedendo al riordino dell'assetto industriale e del sistema bancario.

Il periodo storico (anno 1936) consentiva una azione dirigistica  che fosse in grado di provvedere a tale riordino. Di qui la necessità di addivenire alla definizione del sistema bancario con un indirizzo eminentemente pubblicistico ( la classificazione delle aziende di credito ne è patente dimostrazione).

L'incarico fu svolto, nonostante il regime (o forse grazie ad esso) dalla intellettualità liberale il cui pensiero non si era mai dissolto e che dominava fra le forze vitali della cultura in genere e di quella economica in specie.

 Cultura che nella o accanto alla Banca d'Italia e nel mondo bancario spesso ebbe la sua sede.

 Cultura che anche successivamente trovò accoglienza e fertilità nella Italia nata dalla resistenza.

 (Appare superfluo ricordare i nomi dei padri costituenti e delle alte gerarchie dei partiti che avevano avuto alimento e ispirazione ideale dal pensiero liberale, pur variamente esplicitato  .)

Cultura che in Banca d'Italia fu guida e collaborazione nelle scelte economiche e che costituì guida ed indirizzo per i tecnici esperti di cose e procedure bancarie, grazie alla presenza di analisti sempre attenti alle evoluzioni o involuzioni della “congiuntura”.

Gli studiosi ed i tecnici hanno avuto e continuano ad avere il ruolo di diffusori di idee e metodi grazie alla continua frequentazione dei centri di studi universitari e/o dei circoli economici bancari e produttivi.

Cultura che in campo internazionale viene favorevolmente accolta per riconosciuta esperienza  e per elaborazione intellettuale e apprezzata applicazione tecnica.

Cultura che,  aldilà dei contributi che frequentemente apporta per la definizione di principi informatori della attività bancaria (Comitato di Basile), rappresenta non infrequentemente giusto temperamento dei possibili appesantimenti della operatività delle istituzioni cui i principi stessi sono rivolti.

 

Cultura che, almeno in passato, ha consentito di assumere provvedimenti tecnici riconosciuti come essenziali interventi che non potevano essere criticati o sanzionati da altre istituzioni di governo o di tutela dell'ordine pubblico.

 E' pur vero che le istituzioni devono essere ciascuna libera di espletare il proprio mandato in maniera indipendente e senza che  sia loro inibito di estendere controlli su espressioni di attività di altre istituzioni. Ma è altrettanto vero e giustificato che la cosa pubblica abbia campo libero, senza intralci e contrasti di opinione, allorquando sia alle singole autorità riservata la competenza tecnica specialistica necessaria all'esplicitazione della attività demandatale.

Talvolta raffigurare come impropria o addirittura quale reato una iniziativa dettata appunto da specialistica competenza (e pertanto non assoggettabile a valutazioni esterne alla materia) diventa abuso o intimidazione (sia pure non voluti) che portano a perplessità esiziali perché ritardanti , se non addirittura impedenti, provvedimenti utili al buon funzionamento dell'apparato da tutelare e/o vigilare.

 

I conflitti fra apparati statuali sono talora inevitabili allorquando trattasi di valutazioni sulla competenza della attribuzione della materia;  devono però trovare remora allorquando lo stesso evento voglia essere riguardato da punti di osservazione impropri.

E' quanto purtroppo accaduto nel recente passato nel giudizio su un evento di sicura competenza della vigilanza bancaria, sottoposto a vaglio anche tecnico da istituzione giudiziaria e  perciò in tale prospettiva  giudicato.

Né vale a sanare l'errore commesso il giudizio diverso successivamente espresso in sede di appello. La tardiva (presunta) riparazione, pur se restituisce onorabilità e stima al ricorrente, non ha potuto sortire alcun effetto dal momento che il tempo trascorso non consente nel caso di specie alcun intervento sostanziale.

Non sembra inopportuno qui sottolineare che una maggiore prudenza avrebbe potuto evitare la rinuncia al mantenimento di un assetto utile all'interesse nazionale.

 

ecco come è nata la mia amcizia con Alfredo Sole

eco come è nata tre anni fa la mia amicizia con Alfredo Sole:

scrivi a Alfredo Sole
Di Calogero Taverna (da Roma)
La lettera
Caro signor Alfredo,
non credo che lei mi conosca ed oltre al fatto che siamo nati entrambi nello stesso paese del sale e dello zolfo non so molto di lei.
Vivo da quasi sessant\'anno fuori di Racalmuto e tanto fuori per professioni, anche indagatrici, che nulla hanno a che vedere col mio paese. Almeno direttamente. Ma Racalmuto atavica ed attuale credo che ormai pochi misteri mi celi per una trentennale ricerca delle verità storiche, scevre di passionalità, ripicche e tartufonerie, quali impietosamente si rivelano consultando archivi,anche quelli segreti dell\'occhioluta polizia indagatrice e referente.
Qualche mese fa scrissi in un commento a qualche querula supponenza paesana di REGALPETRA LIBERA che preti e fustigatori e delatori moraleggianti un pensiero al Cristo morente, che con voce flebile, concede il paradiso al buon ladrone (hodie mecum eris in paradiso) avrebbero dovuto prestare. Per un rimorso, per mancare ancora ad un dovera di cristiano amore per il prossimo, anche per il peccatore rinsavito. Un\'iniziativa per chiedere al signor Presidente Napolitano già ospite racalmutese di concderle la grazia. A dire il vero non facevo il suo nome: per accortezza nei confronti di qualche membro della mia famiglia, ho hatto ricerso ad un\'astuzia letteraria occultatrice. Speravo in una eco fattiva. Nulla. Mi sorge il dubbio che neppure lei sia poi non tanto entusiasta di questa non richiesta attenzione. Se è così, lungi da me la voglia di fare pelosi esibizionismi di amore cristiano (perché assolutamente privo di fedi trascendentali). Seguo Pasolini che fa ironizzare su quel\"lassù\" dovendosi agire per un quaggiù, come dire un paradiso qui ora e subito. Come primo approccio, credo di avere detto troppo. Le dò la mia e-mail: non le mancano certo parole e saggezza per farmi capire quello che dovrei capire e per farmi capire quello che non ho capito. Non per esibizionismi letterari. A quasi ottant\'anni quali velleità pubblicistiche mi posso concedere? Ma forse la voce di un vecchio a Racalmuto può dare qualche frutto buono.
Ho molto affetto per lei, come per ogni mio compaesano non fortunato. Mi rompono quelli che ad ogni piè sospinto dicono che amano il loro paese. Io mi sforzo di amare l\'umanità del mio paese, insomma i racalmutesi tutti. Se la vita non è stata ingrata con me, in un ambiente tanto difficile come Racalmuto la vita spesso è crudele e \"matrigna\".
Buona fortuna (almeno per il futuro) da parte mia, con molta sincerità
Affettuosità
Calogero Taverna
calogerotaverna@live.it
La risposta

Caro signor Calogero,
non ero a conoscenza del suo commento sul sito di “Regalpetra Libera”, dell'intenzione di chiedere la mia grazia al Presidente. Come non essere entusiasta di questa attenzione nei miei confronti. Lo sono! Più di quanto Lei possa immaginare. È vero, non ci conosciamo. Lei manca dal paese da più di sessant'anni, io da ventuno. Ma proprio questa impossibilità di reciproca conoscenza ha reso la sua iniziativa nei miei confronti degna di quella umanità cristiana fine a se stessa; senza scopi di velleità pubblicistiche. Purtroppo non credo che Lei troverà riscontro positivo su quello che propone alla nostra gente. Sì, sono un peccatore rinsavito, ma per la gente resto pur sempre un peccatore. Ci possono essere commenti e critiche positive su ciò che sono oggi, perfino congratulazioni sull'uomo che sono diventato (ne ho ricevute...), ma tutto sommato non costa nulla esprimere un giudizio positivo nei miei confronti. Ma ciò che Lei propone va oltre, chiama la gente a prendere posizione, li responsabilizza a un'iniziativa facilmente preda da quella parte della stampa che vede dovunque del marcio e del falso anche dove l'acqua non può essere più pura. Provi a immaginarsi il titolo: “Il paese di Sciascia reclama un suo mafioso...”. Titoli e commenti di questo genere sporcherebbero un gesto così puro, così cristiano, così pieno di perdono per un compaesano ormai da troppo tempo nelle patrie galere.
Ciononostante se Lei è ancora interessato a provare a trarre fuori dal nostro difficile paese quella parte di senso umano e cristiano disposta a seguirla in questa sua iniziativa, io non potrei che esserne felice.
Commosso per la sua attenzione nei miei confronti, Le mando i miei più sinceri saluti.
Con affetto,
Alfredo Sole

Alfredo Sole

io e la Cernigoi

Volevo riportare integralmente quanto calunniosamente scrive la Cernigoi contro il Messana. Non mi viene consentito. Mi limito però a trascrivere alcune parti significative.

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Il caso degli ispettori generali Verdiani e Messana

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Il caso degli ispettori generali Verdiani e Messana

 

Storia - Epurazioni e riciclaggi nel dopoguerra

 

Due alti funzionari di Polizia si distinguono in epoca fascista per i crimini commessi a Lubiana come dirigenti della locale questura. Nel dopoguerra, vengono reintegrati nei corpi della Repubblica. Li ritroviamo in Sicilia, a dirigere un ispettorato per la repressione del banditismo. Manco a dirlo, la loro vicenda si incrocia presto con quella di Giuliano, con la strage di Portella della Ginestra, con mafia e neofascismo…

 

terrelibere.orgClaudia Cernigoi  

 

   

 

Memoria

 

Epurazioni e riciclaggi nel dopoguerra: il caso degli ispettori generali Verdiani e Messana

 

 

 

Due alti funzionari di Polizia si distinguono in epoca fascista per i crimini commessi a Lubiana come dirigenti della locale questura. Nel dopoguerra, vengono reintegrati nei corpi della Repubblica. Li ritroviamo in Sicilia, a dirigere un ispettorato per la repressione del banditismo. Manco a dirlo, la loro vicenda si incrocia

 A chi parla di “pacificazione” e di riconoscimenti anche ai “vinti” della Seconda guerra mondiale, che, stando alla vulgata (falsificatrice e fuorviante, lo diciamo subito) che si va diffondendo in questi ultimi anni, non avrebbero goduto di alcun diritto nell’Italia del dopoguerra, vogliamo qui portare ad esempio la storia di due alti funzionari della PS, che dopo avere raggiunto i vertici della carriera in epoca fascista, la proseguirono, senza alcun problema, nell’Italia repubblicana “nata dalla Resistenza”.

 

 

 

Iniziamo parlando dell’ispettore generale di PS Ciro Verdiani, che iniziò la propria carriera nel 1916 “al Quirinale come responsabile della sicurezza personale dei Savoia” [1] e nel 1930 fu nominato capo di Gabinetto del questore di Roma. Verdiani fu inviato a Lubiana nel maggio ‘41 subito dopo l’occupazione militare italiana della cosiddetta “provincia di Lubiana”, dal Capo della Polizia di Roma, allo scopo di “esaminare a fondo le necessità degli uffici e dei comandi di polizia e Carabinieri” [2].

 

 

 

Le proposte di Verdiani a questo scopo (successivamente approvate da Mussolini) furono “l’istituzione di una questura a Lubiana, due uffici di PS a Novo Mesto e Kočevje, alcuni uffici confinari di Polizia ed un battaglione di agenti di PS a Lubiana”. Sugli uffici di Novo Mesto e Kočevje, considerati in zona di confine, esercitava alcune “competenze speciali” il dottor Luciano Palmisani, allora dirigente la Polizia di Frontiera a Trieste; Palmisani fu anche il reggente dell’Ispettorato Speciale di PS (un corpo di polizia creato specificamente per la lotta antipartigiana nell’allora Venezia Giulia) nel periodo in cui il dirigente Giuseppe Gueli era fuori sede in quanto si trovava a dirigere il corpo di sorveglianza di Mussolini al Gran Sasso. Vale la pena di ricordare che, stando alle memorie dello stesso Gueli, sarebbe stato proprio grazie alla sua “sorveglianza” che il commando di Otto Skorzeny riuscì a liberare il “duce” e portarselo via [3].

 

Verdiani propose anche di estendere alla “provincia di Lubiana” le competenze dell’OVRA, ma “mentre la Venezia Giulia apparteneva alla 1^ zona OVRA (con sede a Milano), la provincia di Lubiana venne aggregata all’11^ Zona OVRA, con sede a Zagabria”, diretta da Verdiani tra il 1941 ed il ‘43. Verdiani divenne infine dirigente dell’Ispettorato Generale di Polizia in Croazia con sede a Zagabria, come si evince da alcuni documenti datati luglio ed agosto ‘43, sia d’epoca fascista, sia badogliana.

 

Finita la parentesi fascista, Verdiani ebbe una curiosa evoluzione: nel 1944 fu “arrestato dalla Muti come antifascista. Liberato all’inizio del 1945, si trasferisce a Venezia per attivare contatti segreti con la Resistenza” [4]; successivamente, nel dopoguerra, vantando il possesso di una “cassa dell’archivio dell’OVRA contenente documenti riguardanti alcune personalità allora al governo” [5] riuscì ad avere un “colloquio con Pietro Nenni cui consegnò personalmente la cassa (che conteneva anche il fascicolo di Nenni) avendone in cambio, con la sua iscrizione al Partito socialista, promessa di protezione per evitargli l’epurazione e le sanzioni”. Nel 1946 ricoprì la carica di questore di Roma, il secondo dopo la liberazione. Nel 1947 fu sentito come teste nel processo a carico di Giuseppe Gueli e di altri membri dell’Ispettorato Speciale celebrato a Trieste: doveva riferire dell’inchiesta che un altro Ispettore generale di PS, Cocchia, avrebbe svolto in seguito alla denuncia del vescovo di Trieste Antonio Santin per le sevizie cui agenti dell’Ispettorato sottoponevano i prigionieri. Verdiani asserì in udienza che la relazione di Cocchia non era reperibile ma che Cocchia avrebbe constatato che s’era trattato di esagerazioni sulle violenze che in ogni caso andavano attribuite al solo commissario Gaetano Collotti (nel frattempo deceduto) e non anche ai suoi collaboratori. Dato che Cocchia non fu sentito, e la relazione non saltò mai fuori, la Corte si basò, per giudicare questi fatti, solo sulle parole di Verdiani. Ricordiamo che la sentenza sancì che era “molto riprovevole anche moralmente” ma non penalmente perseguibile il fatto che Gueli fosse venuto a conoscenza delle sevizie cui si dedicavano i suoi sottoposti, e quindi lo assolse da questo capo di imputazione [6].

 

Nel dopoguerra Verdiani operò in Sicilia come dirigente di un “Ispettorato per la lotta alla mafia”, assieme ad un suo vecchio collega, Ettore Messana, che aveva diretto la questura di Lubiana (istituita, lo ricordiamo, su proposta di Verdiani) fino a giugno 1942, e successivamente quella di Trieste, fino a giugno 1943.

 

 

 

 

 

Criminali di guerra

 

Il nome di Messana risulta nell’elenco dei criminali di guerra denunciati dalla Jugoslavia alla Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra (United Nations War Crimes Commission). Il rapporto di denuncia, redatto in lingua inglese ed inviato dalla Commissione statale jugoslava in data 14/7/45 [7], lo accusa, sulla base di documentazione che era stata trovata in possesso della Divisione “Isonzo” dell’Esercito italiano di occupazione, di crimini vari: “assassinio e massacri; terrorismo sistematico; torture ai civili; violenza carnale; deportazioni di civili; detenzione di civili in condizioni disumane; tentativo di denazionalizzare gli abitanti dei territori occupati; violazione degli articoli 4, 5, 45 e 46 della Convenzione dell’Aja del 1907 e dell’articolo 13 del Codice militare jugoslavo del 1944”.

 

Nello specifico viene addebitata a Messana (in concorso con il commissario di PS Pellegrino e col giudice del Tribunale militare di Lubiana dott. Macis) la costruzione di false prove che servirono a condannare diversi imputati (tra i quali Anton Tomsič alla pena capitale, eseguita in data 21/5/42) per dei reati che non avevano commesso. La responsabilità di Messana e Pellegrino in questo fatto è confermata da documenti dell’archivio della questura di Lubiana [8], che fanno riferimento ad una “operazione di polizia politica” condotte dal vicequestore Mario Ferrante e dal vicecommissario Antonio Pellegrina sotto la direzione personale di Messana, contro una “cellula sovversiva di Lubiana” della quale facevano parte, oltre al Tomsič prima citato, anche Michele Marinko (condannato a 30 anni di reclusione), Vida Bernot (a 25 anni), Giuseppina Maček (a 18 anni) ed altri tre a pene minori.

 

Messana e gli altri furono anche accusati di avere creato false prove nel corso di una indagine da loro condotta, in conseguenza della quale 16 persone innocenti furono fucilate dopo la condanna comminata dal giudice Macis. Si tratta dell’indagine per l’attentato al ponte ferroviario di Prešerje del 15/12/41, per la quale indagine, come risulta da altri documenti della questura di Lubiana dell’epoca, Messana, il suo vice Ferrante, l’ufficiale dei Carabinieri Raffaele Lombardi ed altri agenti e militi furono proposti per onorificenze e premi in denaro per la buona riuscita delle indagini relative all’attentato di Preserje. Nello specifico Messana ricevette come riconoscimento per il suo operato la “commenda dell’Ordine di S. Maurizio e Lazzaro”.

 

Ettore Messana fu anche segnalato con nota del 21/9/45 dall’Alto Commissario Aggiunto per l’Epurazione di Roma al Prefetto di Trieste, che richiese un’indagine alla Polizia Civile del GMA [9]. Il risultato di questa indagine è contenuto in una relazione datata 6/10/45 e firmata dall’ispettore Feliciano Ricciardelli della Divisione Criminale Investigativa [10], dalla quale citiamo alcuni passaggi.

 

“… il Messana era preceduto da pessima fama per le sue malefatte quale Questore di Lubiana. Si vociferava infatti che in quella città aveva infierito contro i perseguitati politici permettendo di usare dei mezzi brutali e inumani nei confronti di essi per indurli a fare delle rivelazioni (…) vi era anche (la voce, n.d.r.) che ordinava arresti di persone facoltose contro cui venivano mossi addebiti infondati al solo scopo di conseguire profitti personali. Difatti si diceva che tali detenuti venivano poi avvicinati in carcere da un poliziotto sloveno, compare del Messana, che prometteva loro la liberazione mediante il pagamento di ingenti importi di denaro. Inoltre gli si faceva carico che a Lubiana si era dedicato al commercio in pellami da cui aveva ricavato lauti profitti.

 

Durante la sua permanenza a Trieste, ove rimase fino al giugno 1943, per la creazione in questa città del famigerato e tristemente noto Ispettorato Speciale di polizia diretto dal comm. Giuseppe Gueli, amico del Messana, costui non riuscì ad effettuare operazioni di polizia politica degne di particolare rilievo.

 

Ma anche qui, così come a Lubiana, egli si volle distinguere per la mancanza assoluta di ogni senso di umanità e di giustizia, che dimostrò chiaramente nella trattazione di pratiche relative a perseguitati politici (…)”.

 

 

 

 

 

La banda Giuliano

 

Dopo avere letto i curricula di questi due funzionari di PS, ci si aspetterebbe di trovarli, se non condannati per il loro operato sotto il fascismo, quantomeno “epurati” dalla Pubblica Sicurezza. Invece li ritroviamo, nell’immediato dopoguerra, nella natia Sicilia, a dirigere un “Ispettorato generale di PS per la Sicilia”, un “organo creato per la repressione della delinquenza associata, e specificamente per la repressione del banditismo che faceva capo a Giuliano (il “bandito” Salvatore Giuliano, n.d.r.)” [11]. Per sapere come i due alti funzionari di PS svolsero il compito loro affidatogli, leggiamo alcuni stralci dalla sentenza che fu emanata in merito alla strage di Portella della Ginestra (1/5/47), dove gli uomini di Giuliano spararono sulla folla che si era radunata per festeggiare il Primo maggio, uccidendo undici persone tra cui donne e bambini e ferendone molte altre.

 

Così “l’Ispettore Verdiani non esitò ad avere rapporti con il capo della mafia di Monreale, Ignazio Miceli, ed anche con lo stesso Giuliano, con cui si incontrò nella casetta campestre di un sospetto appartenente alla mafia, Giuseppe Marotta in territorio di Castelvetrano ed alla presenza di Gaspare Pisciotta, nonché dei mafiosi Miceli, zio e nipote, quest’ultimo cognato dell’imputato Remo Corrao, e dal mafioso Albano. E quel convegno si concluse con la raccomandazione fatta al capo della banda ed al luogotenente di essere dei bravi e buoni figlioli, perché egli si sarebbe adoperato presso il Procuratore Generale di Palermo, che era Pili Emanuele, onde Maria Lombardo madre del capo bandito, fosse ammessa alla libertà provvisoria. E l’attività dell’ispettore Verdiani non cessò più; poiché qualche giorno prima che Giuliano fosse soppresso, attraverso il mafioso Marotta pervenne o doveva a Giuliano pervenire una lettera con cui lo si metteva in guardia, facendogli intendere che Gaspare Pisciotta era entrato nell’orbita del Colonnello Luca [12] ed operava con costui contro Giuliano”.

 

Per quanto riguarda Messana, invece, leggiamo che “l’Ispettore Generale di PS Messana negò ed insistette nel negare di avere avuto confidente il Ferreri, ma la negativa da lui opposta deve cadere di fronte all’affermazione del capitano dei Carabinieri Giallombardo, il quale ripetette (sic) in dibattimento che Ferreri fu ferito dai carabinieri presso Alcamo, ove avvenne il conflitto in cui restarono uccise quattro persone; e, ferito, il Ferreri stesso chiese di essere portato a Palermo, spiegando che era un agente segreto al servizio dell’Ispettorato e che doveva subito parlare col Messana”; Salvatore Ferreri era “conosciuto anche come Totò il palermitano, ma definito come pericoloso pregiudicato, appartenente alla banda Giuliano, già condannato in contumacia alla pena dell’ergastolo per omicidio consumato allo scopo di rapinare una vettura automobile”.

 

Verdiani morì a Roma nel 1952, e il suo “decesso fece in modo che il suo ruolo in quegli anni piano piano si dissolvesse sotto i riflettori”.

 

Sui rapporti tra la “banda” Giuliano, l’Ispettorato generale di Messana e Verdiani, i servizi segreti statunitensi ed italiani, nonché sul riciclaggio da parte di questi di personale che aveva operato con la Decima Mas di Borghese (soprattutto il battaglione Vega, emanazione dei Nuotatori Paracadutisti comandati dal triestino Nino Buttazzoni, il quale, dopo avere “comandato il battaglione NP” anche nella “zona di Gorizia contro i partigiani comunisti italo-slavi, difendendola dall’occupazione titina”, si trovava a Venezia alla fine della guerra, pronto, con i suoi uomini, ad andare a Trieste in previsione del fatto che “la città sarà invasa dagli slavi di Tito” [13]: a Venezia nello stesso periodo in cui Verdiani maneggiava con alleati e resistenti) per organizzare un fronte anticomunista in Sicilia (ma non solo), vi rimandiamo allo studio di Giuseppe Casarrubea, “Storia segreta della Sicilia” (Bompiani 2005), in questo articolo da noi già ripetutamente citato [14].

 

È curioso, a questo proposito, che lo storico Giuseppe Parlato abbia, nel corso della presentazione del libro “Trieste 1945-1954. Moti giovanili per Trieste italiana”, dopo avere definito Trieste un “un laboratorio della guerra fredda” ed “elemento centrale per porre la questione della difesa dal comunismo nel disegno anticomunista”, in quanto la “progettualità dell’OSS dal 1944 si dipana fino al 1954 triestino”, abbia usato la definizione “teoremi costruiti che portano a deliri” in merito alle ricerche di Casarrubea. Curioso perché questa affermazione è stata fatta in un contesto dove nessuno dei presenti poteva fare riferimento ai “teoremi” di Casarrubea, a meno che non si trattasse di persone che avevano approfondito l’argomento e quindi potevano mettere in collegamento la situazione della strategia della tensione creata nella Zona A da parte di coloro che finanziavano e fomentavano i “moti per la Trieste italiana”, con i “maneggi” denunciati dalle ricerche di Casarrubea (e che emergono, ricordiamolo, in gran parte da documentazione proveniente dagli archivi USA).

 

 

 

 

 

[1] G. Casarrubea, “Storia segreta della Sicilia”, Bompiani 2005, p. 130.

 

 

[2] Questa e le citazioni che seguono sono tratte dal testo di Tone Ferenc, “La provincia italiana di Lubiana”, IFSML 1994, p. 59, 60.

 

 

[3] Il racconto di Gueli si trova nel sito www.digilander.libero.it/lacorsainfinita/guerra2/schede/liberazioneduce.htm. Va detto però che nel sito non viene specificato né in quale occasione Gueli abbia fatto queste dichiarazioni, né dove esse siano reperibili.

 

 

[4] G. Casarrubea, op. cit, p. 130. Giova ricordare che a Venezia nel periodo si trovavano sia alcuni gruppi organizzativi della Decima Mas (i Nuotatori Paracadutisti di Buttazzoni, cui accenneremo poi, e che pure si arresero agli inglesi) sia il Centro di studi storici di Libero Sauro, uomo di punta dell’intelligence della RSI e che aveva organizzato la propaganda sulla questione delle “foibe” istriane.

 

 

[5] Questa citazione e la seguente sono tratte da G. Casarrubea, op. cit., p. 131.

 

 

[6] Sentenza Corte Straordinaria d’Assise di Trieste d.d. 27/2/47.

 

 

[7] Copia del rapporto originale in lingua inglese si trova nell’Archivio di Stato di Lubiana, AS 1551 Zbirka Kopij, skatla 98, pp. 1502-1505.

 

 

[8] Questi documenti sono oggi conservati presso l’Archivio di Stato di Lubiana, AS 1796, III, 6, 11.

 

 

[9] All’epoca Trieste era amministrata da un Governo Militare Alleato e la polizia era organizzata sul modello anglosassone.

 

 

[10] Relazione in Archivio di Stato di Trieste, Prefettura gabinetto, b 18. L’Ispettore Ricciardelli aveva già svolto servizio in polizia sotto il passato regime fascista ed era stato internato in Germania sotto l’accusato di favoreggiamento nei confronti di ebrei che sarebbero stati da lui aiutati a scappare.

 

 

[11] Definizione tratta dalla sentenza di Viterbo, emessa il 3 maggio 1952 dalla Corte d’assise di Viterbo, presieduta dal magistrato Gracco D’Agostino, in merito alla strage di Portella della Ginestra.

 

 

[12] “…l’ex generale dei Carabinieri Ugo Luca, che tra il 1949 e il 1950 coordinò l’uccisione di Giuliano in Sicilia”, già “uomo di fiducia personale di Mussolini” (G. Casarrubea, op. cit., p. 108 e 80).

 

 

[13] Citazioni tratte da N. Buttazzoni, “Solo per la bandiera”, Mursia 2002.

 

 

[14] Una buona sintesi dello studio si trova in rete al seguente indirizzo: www.edscuola.it/archivio/interlinea/banda_giuliano .

             

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Ho ercato di diffidarla proprio oggi come da testo che pubblico qui sotto. Ha ingabbiato il suo post e non so se ha recepito la mia diffida.  So che mi segue qui e quindi no potrà difendersi nelle sedi proprie come non preavvertita.
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Lillo Taverna · Università Di Palermo
 
Ho smantellato tutte queste sue affermazioni calunniose per l'ispettore generale di PS dottore Ettore Messana. Mi sono premurato di inviarle i miei studi, le mie ricerche, la mia inconfutabile ricostruzione. Mi ha risposto offendendomi ma siccome non ho stima di lei mi ci sono fatte delle grasse risate. Ma qui continua pervicacemente a denigrare il defunto Messana. Vuol controbattere alle mie puntualizzazioni? Se ha materia!!!
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Aggiungo qui a maggiore chiarimento:

La Cernigoi, nonostante l'abbia sbugiardata circa le infamie che scrive infondatamente sul Messana, continua imperterrita. Crede che insolentendomi possa acquisire inesistenti ragioni presso il Tribunale della Storia.
 
dottore Calogero Taverna