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sabato 8 novembre 2014

Il mio amico Alfredo Sole ergastolano ostativo ex 4bis, detenuto ad Opera.


venerdì 26 settembre 2014

parlo di Alfredo Sole. Parla Alfredo Sole

 

Io so benissimo che quando intraprendo una battaglia (politica, ispettiva, ragioneristica, di diritto costituzionale, etc) gli altri (se non mi conoscono) mi giudicano - diciamo - eccentrico. Quel che è certo è che non percorro vie scontate. Quanto ad Alfredo, basta leggere Racalmuto nei Millenni per rendersi conto che non sono di sicuro un tipo arrendevole (o compiacente). Leggete gli stralci che ho pubblicato per rendervi conto chi veramente è oggi Alfredo. Dice con acume psicanalitico: so bene chi ero, ma so bene anche chi sono. A suo tempo dissi basta! Ed ho chiuso con la spirale omicida. Ignazio mi redarguisce: cambia quanto vuoi. Per i regolamenti carcerari questo vale zero. Collabora ed avrai tanti benefici; se non collabori sei ostativo o non sei sufficientemente “resipiscente”. Tutto ciò in versione taverniana, s’intende.

 

Bene: credo nella gerarchia della legge ed al vertice vi sta la Costituzione. Nella mia lettera al Direttore mi rifaccio alla costituzione. Se vi cozza il regolamento carcerario, questo recede. E chi lo applica non rispetta la legge (cosa grave in un uomo di legge).

 

Se a Livorno si consente ad un ergastolano addirittura sotto regime 41 bis l’uso del Pc e qualcuno vi inizia e vi prosegue il racconto della sua vita (criminale, sì), il suo ravvedimento, il suo pianto per i morti in famiglia che nell’infernale faida mafiosa di Sicilia gli si addebitano, il suo straziante strappo da un figlio lasciato poppante, la sua rabbia, la sua frustrazione, il convergere delle analoghe storie di chi gli sta nella cella accanto, il suo divenire uomo maturo sempre chiuso nelle angustie di mura ostili, la sua eco al rapace che gracchia dietro le sue sbarre, etc. etc., mi si dica: che senso ha seppellire quel Pc in magazzino appena il “criminale” ostativo o non sufficientemente con scarso grado di “resipiscenza” viene trasferito ad Opera; perché menarlo per il naso con la sornioneria di un secondino in divisa pronto a dirgli sempre “stiamo provvedendo”.

 

Se a Livorno era legittimo tenere un Pc, come mai diventa illegittimo ad Opera, nonostante il passaggio dal 41bis per enormità di tempo punitivo a trattamenti penitenziari più miti (che più miti però non diventano giacché una magistratessa – devota cattolica con frequentazione quotidiana di messa con comunione, pur non avendo mai incontrato l’ergastolano – nel frattempo divenuto filosofo e raffinatissimo letterato – non so come creda di potere negare atteggiamenti propiziatori della redenzione carceraria voluta dalla costituzione).

 

Per i regolamenti carcerari tutto ciò sarebbe persino doveroso in quanto il soggetto non resipisce abbastanza o siccome forse è insolente con l’educatore per superiorità intellettuale e culturale va ascritto tra gli ostativi.

 

 

 

mente è oggi è Alfredo (di certo filosofo e raffinatissimo letterato). Io so chi sono oggi ma so chi sono stato e quello di oggi e quello di un tempo vivono in perenne conflitto. Nessun regolamento carcerare comprende questo dualismo esistenziale. Ma sopra il regolameno carcerario c'è la costituzione e non c'è barba di secondino che possa arrogarsi il diritto di fottersee della costituzione. Per questo scrivo nel giornale on-line articolo21 (della costituzione).

 

Ho Ho buttato giù di getto quello che cerco di dire su Alfredo; gli errori di battuta si sprecano, le amputazioni rendono talora incomprensibile il concetto, la logica formale va in tilt. A me premeva solo scrivere andando dietro al ribollire dei miei pensieri. Del resto credo che pochissimi vorranno seguirmi nelle mie contorsioni giustificative. Se qualcuno mi legge e si dovesse infastidire, mi perdoni. Lo dico da sempre che per me questa diavoleria di FB è una condanna del Signore.

 

Già, mica stiamo parlando dell’arcangelo Gabriele, mica si tratta di un perseguitato politico, candido nei fatti irrequieto nelle idee, mica per bonismo vogliamo mandare in giro, liberi, fior di assassini. Già

 

La ferocia di un tempo mi viene rinfacciata non più tardi di ieri da persona da me tanto stimata. Allora io non c'ero. Qualche ragazzo estraneo ed innocentissimo ci avrebbe rimesso un orecchio (e può dichiararsi fortunato). Sibilavano i proiettili; scappava la gente terrorizzata, bar si vuotavano ma qualcuno restava cadavere in pozze di sangue. Siamo tutti colpevoli? No,certo! Abbiamo il dovere di perdonare? E, perché? Dobbiamo dimenticare? Dove sta scritto?

 

 

 

Io non mi inchino dinanzi a chi furbescamente, non avendo null’altro da fare, si mette a leggere, a tradurre, a scribacchiare, a farneticare, a coglionare allocchi ed anime pietose. No, niente lassismo: le pene se meritate vanno scontate. Ma il sadismo di Stato non è perdonabile.

 

Da una delle mie scorribande in questo mondo informatico, traggo una pagina e la trascrivo (forse persino indebitamente perché non autorizzato).

 

Vi lascio alle parole di Alfredo Sole, che parlano da sole… che parlano anche di sessualità tra le sbarre, argomento tabù nel nostro paese…il diritto a scopare è dei potenti ormai.

 

Per quanto riguarda il nuovo clima di “estrema sicurezza”, cinicamente sto sperando che esagerino ancora, in modo che anche i più “pacati” -che poi non si tratta di essere “pacati”, ma è la paura di essere trasferiti e di prendere rapporti- si diano una svegliata e capiscano che non si può stare 20 ore chiusi sempre in cella e che quella volta che esci per andare in doccia la guardia non può starti dietro, e, prima ancora che esci dalla doccia, hai già la cella aperta perché devi rientrare e se attendi un pò, ecco che la voce del padrone si fa dura. DEVI ENTRARE!

 


Ho fatto la proposta ai lavoranti, tra cui ero anche io, di chiuderci dal lavoro, creandogli così non pochi problemi. Ma a quanto pare nessuno è ancora pronto.. Mi sono chiuso dal lavoro solo io, ma l’ho fatto con la scusa che devo studiare. Non potevo stare fuori a lavorare. Prima che succedesse che cambiasse il loro modo di trattarci, il lavorante aveva la cella aperta dalle 9:00 di mattina fino alle 18:00 di sera. Tutto sommato era anche piacevole. Adesso rispettano gli orari..

 



 

Regina Coeli

 

TI APRONO TRE ORE AL GIORNO DISTRIBUITE NELLA GIORNATA.

 

Per ciò significa che quando esci dalla cella è solo per fare un lavoro, ma poi devi rientrare subito.

 


Bene, io non ci sto, e visto che gli altri non vogliono venirmi dietro (per il momento), mi sono chiuso per motivi di studio. Se rimanessi a lavorare, rischierei di mandare a fare in culo qualcuno… Per adesso preferisco aspettare che i miei compagni si rendano conto che non è possibile farsi la galera in questo modo. Che non siamo in un carcere giudiziario, ma bensì in uno penale dove scontare una pena definitiva, e quello tra noi che deve scontare “meno galera” ha 30 anni di carcere; e tutti più o meno abbiamo scontato già almeno 20 anni di carcere.

 


Poco fa, dalla mia postazioni di studio, la mia cella, ho assistito a una “scaramuccia”. La guardia con la cella aperta di un detenuto e la chiave già inserita pronto a chiudere. Il detenuto che si ferma un attimo a parlare con un compagno e immancabilmente la guardia.. “deve rientrare, è mezzora che parla!”. Bhè, il mio compagno si è incazzato.. “Ora basta, state esagerando, va bene?!” Sono i primi segnali che a lungo porteranno a non far sopportare più questa situazione.

 

C’è un altro aspetto del carcere che voglio farti conoscere. E’ un aspetto da non sottovalutare, anche se, magari per vergogna, nessuno ne parla. Ma se viene analizzato, nella sua parte “scientifica”, allora si comprende che è qualcosa di importante. Ma putroppo in questo carcere ignorano l’importanza dello sfogo ormonale dei maschi. La notte non c’è detenuto in questo Paese che non si faccia uno zapping in tv per scovare qualche donnina nuda. Oppure, non c’è carcere che non ti permetta di acquistare riviste per adulti. TRANNE OPERA!

 


Prima dell’avvento del digitale, era possibile la notte trovare in tv qualche programma del genere. Adesso non è più possibile. Così come non è possibile comprare riviste del genere. Anche questa privazione non può che portare a un nervosismo crescente. E’ scientificamente provato che la produzione di ormoni porta alla aggressività.. specialmente in carcere, dove non esiste il sesso, come in molti altri paesi che invece danno questa possibilità.

 


Il detenuto italiano sfoga questa mancanza con l’autoerotismo che diventa una necessità per controllare la propria aggressività. Ma, come ti ho detto, questo carcere è diretto da persone che pensano che la pena da scontare sia anche questo tipo di privazione. Nonostante ci siano sentenze di Cassazione che dimostrano il contrario. Ma, essendo un argomento delicato, loro fanno affidamento sul fatto che nessuno si ribelli per la vergogna che ne scaturirebbe. Ma quella aggressività di cui ti parlo, comincia a farsi strada. I detenuti sono più nervosi, e gran parte di questo nervosismo è proprio dovuto all’impossibilità di “deliziare la vista”. E’ risaputo che è la donna a usare l’immaginazione, l’uomo ha bisogno della vista. Qui a Opera ci hanno accecati.

 

Vedi, caro Alfredo, questi sono argomenti di cui nessuno parla. Per molti, compresi la maggior parte dei miei compagni, sono tabù. Ma è un aspetto importante della carcerazione. Se in Italia non esiste il vis a vi come in Spagna la colpa è anche dei detenuti che ritengono questo argomento un vero tabù. Qualcosa di cui vergognarsi al solo pensarlo.
Quando un pò di anni fa qualche parlamentare accennò alla possibilità di fare entrare la sessualità in carcere, i primi a indignarsi furono i detenuti. Beh, una parte dei detenuti. Mi ricordo ciò che dicevano: “Ma stiamo scherzando? Io dovrei fare venire qui la mia donna e tutti sapranno che sto andando a fare quella cosa?”.

 

 

 

EMERITO TESTA DI CAZZO.. avrei voluto dirgli, quello che tu chiami “QUELLA COSA” è il motore del mondo. Sei stato condannato a perdere la libertà, ma non a cessare di essere uomo.
Poi non se ne parlò più. Tipico dell’Italia. Si fa una proposta, si danno delle speranze ai detenuti, e poi si accantona tutto nel dimenticatoio. Poi ti imbatti in un carcere come questo, e cercano di uccidere anche la tua fantasia… Ma come ti ho detto, io, nel mio cinismo, dico “bene!” Che tolgano sempre di più. Voglio che i miei compagni escano dal letargo, voglio che si sveglino più incazzati di prima che si addormentassero…

 

A voi giudicare; a me la condanna morale o quella di plagio! A ottant’anni me ne fotto!

 

Calogero Taverna

Il CICOLANO (Rieti)


 Abbagliate da un esplodente sole pedemontano, le due signore si guardano, stropicciano gli occhi folgorati da troppa luce repentina ed inforcano gli ammiccanti occhiali da sole che donne astute non al tramonto sanno scegliere per ispirare e subito occultare ambigui richiami vetusti.

 

-       Ma che è ‘sta piana – esordisce la signora romanesca.

-       La piana di Corvaro. Dovrei però dire dei miei antenati, farfuglia,  colta di sorpresa, l’altra del Cicolano.

-       Come? Eravate tanto ricchi e non me l’hai mai detto.

-       Già, eravamo … eravamo.

-       Racconta, via!

-       Per quel che ne so  …. Sa tutto un mio zio acquisito!

-       Dimmi quello che sai. Tuo zio acquisito, lasciamolo per ora da parte … forse dopo chissà!

-       … mi diceva che a fine del ‘700 si affermava un contadino del luogo, uno che non è da escludere che si fosse pian piano finito di rosicchiare terre conventuali, specie delle monache di Borgo – cosa che i vescovi di allora non cessavano di lamentare col papa.                                   Di qua stato pontificio, di là stato borbonico, Regno delle due Sicilie. Le vindici voglie clericali si scontravano con la sornioneria partenopea (Regno delle due Sicilie, appunto… )

-       Come parli colta ed anche difficile

-       Ripeto a memoria le frasi  … ipotattiche di mio zio … e celio il tuo spirito di ‘sta sera a mare chiaro!

-       Mica vogliamo litigare anche qui … a casa tua … nelle tue lande feudatarie  

-       Ex … ex .. come?

-       Prosegui con la storia e lascia perdere le punzecchiature campanilistiche … anche perché gira e rigira siamo entrambe partenopee … regnicoli. Dunque dicevi?

-       Quel mio antenato aveva nome strano: SABBANTONIO. Aveva due figli GIACOMANTONIO e CELESTINO …

-       E dove l’hai letto questi pretesi tuoi nobili lombi…

-       Veramente questo l’ho letto in certi studi di SALVATORE LUCIANO BONVENTRE …

-       Buono a sapersi  … lo rintracceremo per farcele dire da lui meglio di te…

-       Perché io non so raccontare?

-       Male … molto male …

-       Allora me ne sto zitta e buonanotte ai suonatori.

-       Non fare la stronza, continua.

-       Questi due fratelli avevano anche una sorella piuttosto bisbetica, vezzo non insolito nella mia famiglia ..

-       E tu ne sei un esempio!

-       Ricambio la stronzaggine!

-        … dunque?

-       Dunque: questa sorella sposa attorno al 1750 un tale Domenicantonio DI GIOVANNI di Castelgiudeo, e o perché si sposa troppo tardi o per inidoneità di lui, muore senza figli. A chi va l’eredità avuta in dote con i suoi sonanti beni parafernali? Questa mia antenata di nome MARIANNA cova una vecchia ruggine, con i suoi familiari ce l’ha … con tanto di pitazzu scritto l’avevano superdotata di tali misteriosi beni parafernali ma poi all’atto pratico se li erano tenuti stretti stretti e la sorella ancora al momento di far testamento ristava ad aviri.

-       Bella ‘sta storia … non nuova peraltro, specie nei matrimoni combinati della media ed alta nobiltà medievale…

-       Mio zio mi dice che la vicenda si verificò tale e quale a Racalmuto nei primi anni del ‘600 con la nobile virago Donna Aldonza del Carretto …

-       Ma questa tua Marianna, una virago non mi pare ..

-       Veramente da parte maschile i miei cari antenati trottavano troppo la cavallina. Pensa che ancor oggi tanti si chiamano di Sabbantonio .. come dire figli illegittimi di mio catabisnonno.. Per non parlare dei tanti preti della mia famiglia.. molto avveduti negli affari e mai casti. Qualcuno vestiva con fibbie d’argento, azzimatissimo e pur non essendo neppure parroco nel suo portone si fa effigiare un baculo episcopale … forse a simbolo di qualche altro arnese maschile …

-       Ah! Ah! Ah! L’epilogo della storia?

-       Lo so a memoria .. ed è quello che racconta SALVATORE LUCIANO BONVENTRE (che è andato a spigolare in ASA Notai dell’Aquila, b. 1809 . quando l’Aquila era ancora in piedi) .. “nel 1789 Marianna B. di Baccarecce, evidentemente senza prole e titolare di una dote del valore di sessanta ducati, regolò con due clausole la sua eredità, con la prima di esse lasciò i ‘tanti mobili di diversa sorte’, ossia il corredo ascendente al valore di trenta ducati ricevuto dal padre Sabbantonio al momento del matrimonio, a suo marito Domenicantonio Di Giovanni di Castelgiudeo e con la seconda clausola lasciava la proprietà della dote restante, che ancora doveva ricevere a “complimento’, ai suoi fratelli Giacomantonio e Celestino e l’usufrutto della stessa a suo marito Domenicantontio”.

-       Una bella beffa, non c’è che dire.  Ma il patrimonio di famiglia ebbe ad assottigliarsi a beneficio dei Di Giovanni?

-       Manco per niente … vi pensarono i tanti preti venuti dopo con i loro bravi patrimoni sacri, raccolti chissà come. Pensa che ancor oggi sta in catasto una stranissima partita catastale che dopo tre o quattro secoli sta a ratificare non si capisce bene quale lascito enfiteutico per far celebrare messe a salvezza dell’anima di cicolani o forse cicolane che avevano fiducia nella missione salvifica di alcuni collaterali di miei antenati … Che Dio li abbia in gloria. Vai a Baccarecce e troverai nei portoni del palazzo avito stemmi lapidei con soli splendenti, bastoni pastorali ed il famoso acronimo JHS bellamente crociato. C’è qualche intruso in famiglia che ironizza sulla dedizione ad un vecchio zio ricchissimo di una pimpante vecchietta a nome Berenice. Fatto sta che la mia famiglia divenne locupletissima con migliaia di coppe di terra e rendite tra le più cospicue di tutto il Cicolano. Tutte queste terre una volta erano nostre .. e tali rimasero ma solo al catasto per molto tempo. La paura dell’IMU ci fa dichiarare ora la verità: quelle terre furono cedute illo tempore per il tramite di un tal geometra a nome Cavalieri che con sue scritture private cedeva, divideva, acquisiva beni immobili come noccioline. E compratori e venditori vi prestavano fiducia meglio che ai costosi e sottili notai. Tutto il Cicolano vive la tragicommedia di cessioni ed acquisti vetusti ignoti al catasto. Gli accomodamenti si sono però trovati e la nuova e già chiusa agenzia del territorio non va per il sottile.

 

 

Polemica con Gaspare Agnello, a proposito del premio RACALMARE a Malerba

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Caro Dr. Taverna,
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io ho sempre apprezzato la tua cultura, il tuo coraggio, il senso critico e ho letgto anche i tuoi scritti.
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Tu cerchi di sfottermi dicendomi che sono un povero postale che si atteggia a critico letterario. In effetti sono stato un postale per necessità ma prima sono stato insegnante elementare e ho vinto per ben tre vote il concorso magistrale, poi ho vinto il concorso di Segretario comunale e ho esercitato qualle professione per tre anni, quindi ho vinto un concorso molto selettivo alle poste . Ho ccetato questo lavoro per ragioni familiari e perchè mi consentiva di portare avanti la mia battaglia socialista che non ha nulla a che fare con le ruberie. Ora, dopo avvere frequentato Sciascia, Consolo e Bufalino mi diverto con i libri. Non mi sento un critico letterario ma uno che si diverte.Spero che questo tu lo possa aprrezzare. Ti abbracco con tanta stima.
pochi secondi fa
Mio caro io ti apprezzo tanto ed ho notato che scrivi divinamente. Però resta la tua genesi postale come per me resta la mia genesi bancaria. Veniamo da altro. Siamo deformati. Ho sottomano il libro: Manuel Vazquez Montalban, LO SCRIBA SEDUTO, Frassinelli. Leggo a pag. 176: "Arrivai a Palermo, prima di andare a Grotte per ricevere il premio Racalmare concessomi da una giuria presieduta da Sciascia ... " Bell'excursus poi per introdurre quel grande saggio sulla "distanza tra realtà e ragione" che l'insigne spagnolo sa cogliere in quel libro divino che s'intitola "Fuoco all'anima". Cazzo! mi son detto: ma come mai un premio così alato è scaduto sino a premiare un paraporno una vera istigazione alla delinquenza stiddara del Grassonelli, riveduto e scorretto da un fine dicitore berlusconiano di cui non voglio fare il nome?

Sciascia non è che non avrebbe letto il libro (Sciascia leggeva tutto anche Sorci Verdi di Ben Morreale ove viene scioccamente dileggiato), ma avrebbe ritirato la titolarità a quel grottesco premio.
Non mi sei piaciuto per questo tuo stop and go della farsa attinente al premio a Grassonelli. Coerenza ti avrebbe imposto di stoppare Tanu Savatteri & C.; quelle facezie che come mi dice Alfredo Sole stanno facendo sghignazzare tutti i sodali sopravvissuti di Grassonelli dimoranti nelle varie carceri d’Italia neppure si dovevano sbirciare da paludati LETTERATI quali siete tutti voi della postgiuria sciasciana di Racalmare.
Nessuno mi toglie dalla testa che sia stata tutta una combine! Pensavate ad un grande scoop! Anche ad un sostanzioso business. La Mondadori che fa tanto la schizzinosa aveva dovuto ingoiare il rospo della pubblicazione di un equivoco testo di uno sconosciuto autore che languiva nelle carceri di Sulmona. Avevate mandato il cognato di Grassonelli ad Opera per sondare Sole e invitarlo a desistere dall’intento di anticipare lui il suo libro. Avete inscenato questa sarabanda di un membro della giuria che prima non ha nulla in contrario a far pervenire in finale un siffatto parto letterario, tanto sornionamente sbeffeggiato dal mio amico, l’ergastolano ostativo ex 4bis Alfredo Sole, e poi si accolla la parte del pentito qualche ora prima dell’assegnazione del premio, con scioccanti dichiarazioni antimafiose.
Da ex bancario non posso non apprezzare le tue grandi doti anche come manager di premi letterari e dintorni. E fai bene. Io ti ricordo quando avesti a presentare insieme a un preside grottese che non ricordo come si chiama il libro di Tanu su una presunta congiura ciarlatana. Rammento che hai parlato molto bene. Ti eri ben liberato dai CC e dai libretti al portatore. Ma ricordo anche che cicchettavi Tano perché si era rivelato pudico. E dicesti: ma questo è vizio dei racalmutesi. Guardate Sciascia, chissà perché deve obliterare la sensualità nei suoi libri (parola più parola meno).
Ed invero sei coerente. Da che hai preso in mano questo premio Racalmari, se non si è femminuccia postmestruale e se non ti accorda una intervista diciamo con qualche ammiccamento, alla finale del premio Racalmare non ci va.
Mi dirai e la Strada Diritta? Appena ho temuto che You Tube ti censurasse, ho subito recepito il file e l’ho riportato maldestramente nei miei malconci mezzi informatici. Ma sai l’incazzatura quando ti ho sentito sproloquiare contro il mio glorioso partito, il vecchio PCI per intenderci, che chissà perché secondo te avviva SEMPRE tardi. A rubare mai, direi. E in latino si dice senatores boni viri senatus mala bestia. Nessuno osa pensare che tu o la tua rispettabilissima famiglia siete stati socialisti per rubare. Non lo penso lontanamente. Ma il tuo partito, cazzo! Ispezionavo a Milano la Banca Cesare Ponti. Sopra ci stava Craxi e la sua segreteria. Si usava il cunicolo della monnezza per buttare già il contenuto delle ventiquattrore. I biglietti di banca venivano ben contati registrati nelle sagrestie (si chimano così) e quindi dirottati con bonifici estero contro estero nell’altra parte del mondo.
Mio cugino Luigi Taverna, oggi defunto, ebbe l’ardire di farsi nominare assessore al Comune di Vercelli, gestione socialista. Non aveva voglia di rubare – per il partito gli imponevano. Sospeso a Vercelli, difeso da me a Roma presso i probiviri di via del Corso ove dominava persino un fratello dell’on. Bianco di Catania, finì espulso avendo io chiesto l’applicazione di un articolo dello statuto socialista ove si diceva che i gerenti dovevano essere sottoposti a controlli periodici della evoluzione della loro consistenza patrimoniale. Figurati, finiva sotto processo lo stesso Craxi.
Non so se la tua posizione è di dimissionario definitivo della giuria Racalmari o come l’on. La Malfa Padre ami dimetterti oggi per rientrare domani. Se non fai parte più della giuria di Racalmari non ho più nient’altro da dirti. Ma se hai influenze locali, allora ti prego, spingi il disorientato sindaco di Grotte a fare repulisti della giuria che ha esposto ad un certo ludibrio un premio che si rifà a Leonardo Sciascia. L’influsso della satrapia dell’antimafia racalmutese, dopo il flop anche economico di Malerba, va depurato.
E dico flop economico perché giro e rigiro per Roma, dalla Monddori, alla Rizzoli, dalla Feltrinelli ad altre rifornitissime librerie il vostro libro non lo trovo esposto. Il mio libraio mi ha assicurato che non figura in nessuna classifica. Quella fascetta “premio racalmare” nessuno mai l’ha vista. E allora perché avete fatto questo gran bordello?
Una persona seria di Racalmuto che si è però stanziato qui a Roma dardeggiava contro quella che secondo lui è stata tutta una tresca berlusconiana. Può darsi che tutto è funzionale alla recidiva del caso La Strada Diritta. Si stampa il libro, si mette in cassaforte. Fra qualche anno ecco spuntare una sceneggiatura per una miniserie televisiva della Rai. Ottantamila euro all’autore e 20 per il il disturbo alle tipografie di Mondadori. Io l’ho rimbeccato. Perché Berlusconi l’avrebbe fatto? Mistero, ma quello è un diavolo e se le inventa tutte. Del resto tutto l’artificio del premio Rcalmari per Malerba vede intruppati tanti servotti di Mediaset. Tu no, certo. Ma forse per questo, ti sei dimesso.
Oggi dici che hai avuto l’onore di intervistare la Maraini. Visto che ti reputi un figliolino di Sciascia, anche se non mi risulta che tu sia mai stato un Nocino, le hai chiesto perché mai ha condotto quella ignominiosa campagna femminista contro Sciascia, colpevole di avere detto la verità: in Sicilia esiste il MATRIARCATO. E che questo sia vero, se vuoi te lo dimostro ma non certo qui. Qui mi sono molto dilungato.
Cencio ti ha definito CRITICO LETTERARIO nella scheda di presentazione. Tu non hai obiettato nulla, come dire silenzio-assenso. E critico letterario davvero lo sei e bravo e mi complimento con te (meno che per le tue predilezioni per le autrici di libretti in rosa). Io resto invece bancario. Promosso ispettore, resto tale. Ecco perché come vedi mi sono qui dilungato. Non per fare alcuna critica letteraria ma solo per dimostrare a me stesso che resto sempre quel discreto ispettore che pure ha scombussolato con il caso Sindona l’assetto bancario nazionale. E questo l’ho potuto fare perché incautamente mi avevano concesso di redigere un rapporto ispettivo. E un micro rapporto ispettivo resta questo qui. A te il diritto-dovere delle controdeduzioni (se vuoi).
Fine della conversazione in chat