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venerdì 13 febbraio 2015

RACALMUTO FEUDO


Il feudo di Racalmuto

 

Le contrade che, grosso modo costituivano, il feudo di Racalmuto vero e proprio, sono così riepilogabili:

 

          N.°
CONTRADA
NOTA
TOPONIMO ATTUALE
N.° pr.
N.° Mappa
1
Cava
Racalmuto
   ==
 
 
2
Fico (o Fontana della Fico)
Racalmuto
Fico
43
31
3
Malati
Racalmuto
Malati
70
47
4
Padre Eterno
Racalmuto
Padre Eterno
85
18
5
Pernici
Racalmuto
Pernice
90
3
6
Petra dell'Oglio
Racalmuto
Pietra dell'Olio
94
22
7
Rina
Racalmuto
Arena
6
17
8
Rocca
Racalmuto
 
 
 
9
San Gregorio
Racalmuto
San Gregorio
121
31
10
Scacci
Racalmuto
Scaccia
125
47, 66
11
Zaccanello
Racalmuto
Zaccanello
143
63
12
Fico Amara
Racalmuto (confinante con le terre dello Stato di Racalmuto e con il fego dello Chiuppo)
Fico Amara
44
75
13
Cuti
Racalmuto (confinanti con li terri dello stato di Racalmuto)
Cute
35
67
14
Bovo
Racalmuto (fego)
Bove
12
41,42,43
15
Canalotto
Racalmuto (fego)
Canalotto
15
45
16
Cannatuni
Racalmuto (fego)
Cannatone
16
1
17
Carcarazzo
Racalmuto (fego)
   ==
 
 
18
Carmine
Racalmuto (fego)
Carmelo
19
42,44,45
19
Casa Murata
Racalmuto (fego)
  ==
 
 
20
Casali Vecchio
Racalmuto (fego)
Casalvecchio
21
47,48
21
Colmitella
Racalmuto (fego)
Culmitella
34
64
22
Cortigliazzo
Racalmuto (fego)
 
 
 
23
Difisa
Racalmuto (fego)
Vallone della Difesa
24
Donnaphali (o Donnagali o Donnaxhala)
Racalmuto (fego)
Donna Fara
37
2,3
25
Garamoli
Racalmuto (fego)
Garamoli
52
60,61,69
26
Gazzella
Racalmuto (fego)
Gazzella
54
57,59
27
Jacuzzo
Racalmuto (fego)
Jacuzzo
64
4
28
Judio
Racalmuto (fego)
Giudeo
58
46
29
Laco
Racalmuto (fego)
   ==
 
 
30
Manchi
Racalmuto (fego)
   ==
 
 
31
Marcatelo
Racalmuto (fego)
   ==
 
 
32
Marcianti
Racalmuto (fego)
   ==
 
 
33
Marzafanara (o Marzo Fanara)
Racalmuto (fego)
Fanara
40
57, 58, 60
34
Menz'Arata (o Mazzarati)
Racalmuto (fego)
Mezzarati
78
65,66,67
35
Montagna
Racalmuto (fego)
Montagna
80
41,42
36
Nina
Racalmuto (fego)
Vecchia Nina
138
71, 72
37
Nuci
Racalmuto (fego)
Noce
82
68,70,71,75
38
Petranella
Racalmuto (fego)
   ==
 
 
39
Pidocchio
Racalmuto (fego)
   ==
 
 
40
Pini di Zicari
Racalmuto (fego)
Piedi di Zichi
92
44
41
Pinnavaria
Racalmuto (fego)
   ==
 
 
42
Rocca Russa
Racalmuto (fego)
Rocca Rossa
108
59
43
Rovetto
Racalmuto (fego)
Roveto
11
46
44
San Giuliano
Racalmuto (fego)
San Giuliano
120
21
45
Santa Domenica
Racalmuto (fego)
 
 
 
46
Saracino
Racalmuto (fego)
Saracino
124
21
47
Savuco
Racalmuto (fego)
   ==
 
 
48
Scala
Racalmuto (fego)
Scala
126
62
49
Scavo Morto
Racalmuto (fego)
Arena
6
17
50
Scifitello
Racalmuto (fego)
Scifi di S. Bernardo (?)
127
25
51
Serrone
Rcalmuto (fego)
Serone
28
4,46,62
52
Stazzone
Racalmuto (fego)
   ==
 
 
53
Surfara
Racalmuto (fego)
   ==
 
 
54
Troiana
Racalmuto (fego)
Troiana
133
18
55
Turri di Barba
Racalmuto (fego)
   ==
 
 
56
Zubio
Racalmuto (fego)
Zubbio
144
33
57
Granci
Racalmuto (fego) confinante con 'finaita della Scintilia)
Granci
59
68,69
58
Carcia
Racalmuto (fego) confinante con le terre dello  stato
   ==
 
 
59
Granci
Racalmuto (fego) nel fego della Scintilia
 
 
60
Baruna
Racalmuto (fego) ottobre 1714
Barona
8
21
61
Carpitella (anche P.ta Carpitella)
Racalmuto (stato)
Carpitello
20
0
62
Casalivecchio
Racalmuto (stato)
 
 
 
63
Nuci e Menta
Racalmuto (stato)
Menta
77
61,63,71,72
64
Vallone della Difisa
Racalmuto (stato)
Vallone della Difesa
135
20
65
Santa Maria di Gesù
Racalmuto fego)
Santa Maria
122
19, 20

 

 

Contrade del feudo di Gibillini.

 

Le contrade del feudo di Gibillini possono, invece, venire così segnalate:

 

          N.°
CONTRADA
NOTA
TOPONIMO ATTUALE
N.° pr.
N.° Mappa
1
Filippuzzo
Gibbillini (fego)
   ==
 
 
2
Funtanelli
Gibbillini (fego)
Fico Fontanella
45
18, 30
3
Macalubbi
Gibbillini (fego)
   ==
 
 
4
Mandra del Piano
Gibbillini (fego)
Mandra di Piano
73
39
5
Muluna
Gibbillini (fego)
Mulona
81
35,36,51,52
6
Puzzo
Gibbillini (fego)
Puzzo
103
35,48,49
7
Sant'Anna
Gibbillini (fego)
Sant'Anna
115
33
8
Serrone
Gibbillini (fego)
 
 
 
9
Castello
Gibbillini (fego) [1687]
Castelluccio
22
27
10
Ferraro
Gibillini
Ferraro
41
6,9,23,25

 

 

Le altre contrade

Dagli antichi atti emergono anche le seguenti altre contrade:

          N.°
CONTRADA
NOTA
TOPONIMO ATTUALE
N.° pr.
N.° Mappa
1
Carmine
Grotti (fego)
   ==
 
 
2
Nuci
Menta (fego)
 
 
 
3
Pumi (contrata delli Pumi)
Menta (fego)
Portella di Puma
100
63, 64
4
Funtana Dulci
Nadore (fego)
 
 
 
5
Mindulazza
Nuci (fego)
Mendolazza
76
68,69

 

Le terre della Noce e della Menta vengono ambiguamente designate: talora come feudo a parte, talaltra come pertinenze della contigua contea dei  del conte del Carretto. Invero, a ben riguardare la questione sotto il profilo giuridico, sembrerebbe indubitabile che si tratti di terre allodiali dei Del Carretto, finite prima ad un ramo cadetto e poi, nel Seicento, rientrate nella sfera feudale di quella famiglia.

 

La genesi del feudo di Racalmuto

 

Ripuliti gli esordi feudali dai vari Malconvenant, Abrignano, Barresi e Brancaleone Doria, resta la vicenda di quel Federico Musca che risulta primo proprietario del casale di Racalmuto attorno al 1250. Era costui un immigrato che per abilità propria o per successione poteva disporre di tre centri nell’Agrigentino: Rachalgididi, Rachalchamut e Sabuchetti. Ci riferiamo all’indiscutibile diploma che custodivasi negli archivi angioini di Napoli  e precisamte a quello che reca il n.° 209 il cui sunto recita in latino:

Executoria concessionis facte Petro Nigrello de BELLOMONTE mil., quorundam casalium in pertinentiis  Agrigenti, vid. Rachalgididi, RACHALCHAMUT et Sabuchetti, que casalia olim fuerunt Frederici MUSCA proditoris, et casalis Brissane, R. Curie dovoluti per obitum sine liberis qd. Iordani de Cava, nec non domus ubi dictus Fridericus incolebat.                                                   

 

Era dunque un’esecutoria della concessione che veniva fatta da Carlo d’Angiò a Pietro Negrello di Belmonte, milite, di tre casali siti nelle pertinenze di Agrigento, e cioè Rachalgididi, Sabuchetti ed il nostro Racalmuto, chiamato - non si sa per errore di trascrizione o per più precisa denominazione - RACHALCHAMUT. Quei tre casali erano appartenuti (olim) a Federico Musca che Carlo d’Angiò considera un traditore. Quanto al passo successivo che investe la storia di Brissana, a noi qui nulla importa.

Federico Musca viene privato del feudo nel 1271: ribadiamo, è questa la data di nascita della storia racalmutese, almeno fino a quando non si trovano altre fonti scritte o archeologiche. Per quel che abbiamo detto prima, gli esordi racalmutesi medievali possono retrocedersi di una ventina d’anni, ma non di più.

Un Federico Mosca, conte di Modica, è noto: a lui accenna Saba Malaspina colui che l’Amari considera “diligentissimo cronista”  per non parlare del Montaner, del D’Esclot, di Nicola Speciale, di Bartolomeo di Neocastro, del Sanudo.

La vicenda viene dal Peri  così sintetizzata ed interpretata:

«Federico Mosca conte di Modica acquistava benemerenze in guerra. Nel novembre del 1282 passò in Calabria e conseguì buoni successi con una comitiva di 500 almogaveri (le truppe a piedi che nel corso della guerra del Vespro prospettarono la validità dei reimpiego della fanteria, che sarebbe salita a clamore europeo a non lunga distanza di tempo sui fronti di Fiandra).»

E successivamente (pag. 46):

«Se la reazione immediata di Carlo d’Angiò fu più minacciosa che vigorosa, se la cavalcata di re Pietro, nel settembre del 1282, da Trapani a Palermo, a Messina, a Catania, fu più prudente che difficile, il conflitto poi si spostò prontamente fuori Sicilia. Nel novembre, il conte di Modica Federico Mosca portava la guerra in Calabria.»

Annota, peraltro, l’Amari: «Il Neocastro, cap. 56, accenna anch’egli ad una fazione degli almugaveri, diversa da quella di Catona. Dice mandatine 500 presso Reggio e 5.000 alla Catona. Aggiunge poi che Pietro il dì 11 novembre mandò il conte Federigo Mosca a regger la terra di Scalea, che si era data a lui. ...»

Se Federico Mosca, conte di Modica, è, dunque, lo stesso di quello del diploma angioino riguardante Racalmuto, sappiamo ora che costui dopo l’esonero del 1271 non tornò più in questo casale. Anche per Illuminato Peri, neppure tornò - almeno stabilmente - a reggere la contea di Modica che (pag. 31). A lui «sembra essere succeduto nel titolo di conte di Modica il genero Manfredi Chiaromonte marito della figlia Isabella», quello che avrebbe edificato il nostro Castelluccio.

Ma a quale ribellione di Federico Mosca si riferisce il citato diploma angioino? Non abbiamo notizie aliunde. Dobbiamo quindi supporre che trattasi degli eventi del 1269. Li abbozziamo qui sulla falsariga del racconto dell’Amari. Le truppe angioine riconquistano il castello di Licata, che era stato assediato dai Ghibellini, nel dicembre del 1268. Nel 1269 si sparse la falsa notizia che il re di Tunisi stesse per sbarcare. Frattanto Fulcone di Puy-Richard, sconfitto a Sciacca nei primi del 1267, comandava a poche città che gli prestavano volontaria ubbidienza. Un frate, Filippo D’Egly dell’ordine degli Spedalieri, venuto in Sicilia da tempo a cambattere per Carlo con la scusa che stessero per sbarcare i Saraceni d’Africa, agiva da capitano di ventura e crudelmente (vedasi Bartolomeo de Neocastro, cap. VIII). Ma ai primi d’aprile del sessantanove re Carlo, ormai sicuro in Continente ove gli mancava solo di conquistare Lucera per fame, combattè di persona i Saraceni e si accinse a riportare all’ubbidienza la Sicilia. Nel volgere di pochi mesi cambiò due volte il vicario dell’isola: prima sostituì Puy-Richard con Guglielmo de Beaumont, poi costui con Guglielmo d’Estendart. Un grosso esercito agli ordini del solo D’Egly, in un primo momento, e poi di questi affiancato dal Estendart, ed indi di quest’ultimo soltanto,  fu mandato per sterminare le forze di Corrado Capece. L’Estendart risultò un feroce capitano che comunque riscuoteva la fiducia del re, che non mancava di colmarlo di ricchezze e di onori. Saba Malaspina lo chiama uomo più crudele della stessa crudeltà, assetato di sangue e giammai sazio (Lib. IV, cap. XVIII). 

L’Estendart condusse nell’isola millesettecento cavalieri con grande numero di arcieri e vi furono associati oltre 800 cavalieri che stanziavano nell’isola, tra siciliani e stranieri. Ricominciò davvero la guerra.

Quel condottiero andò da Messina per Catania all’assedio di Sciacca, ma qui gli piombarono addosso oltre 3000 cavalieri provenienti da Lentini; sopraggiunse Don Federico con cinquecento soldati scelti spagnoli, chiamati Cavalieri della Morte, e gli angioini furono tricidati. L’Estendart e Giovanni de Beaumont, con altri baroni, vi trovarono la morte. Ne seguì un tal terrore che Palermo e Messina trattarono la resa, ma la trattativa non andò in porto. Il racconto - desunto dagli Annali ghibellini di Piacenza - non convince del tutto l’Amari che puntualizza: «Manca la data di questa battaglia; falsa la morte dell’Estendart e fors’anche quella del Beaumont; Sciacca fu assediata di certo dagli Angioini sotto il comando dell’ammiraglio Guglielmo, non Giovanni, de Beaumont, poiché ricaviamo che gli riscosse le taglie pagate da vari comuni invece di mandare uomini a quell’impresa.» Sappiamo altresì dagli annali genovesi che Sciacca fu conquistata dagli Angioini.

Anche Agrigento fu assediata dai francesi, dopo la conquista di Sciacca, che vi avrebbero però subito una sconfitta. I Ghibellini, astretti da varie parti, riuscivano ancora a mantenere il controllo di Agrigento, Lentini, Centorbi, Agusta, Caltanissetta.

Gli eventi evolvono con l’assedio di Agusta. Carlo d’Angiò ordina all’Estendart di portarsi a ridosso della città siciliana per il colpo di grazia. Vi si erano insediati 1000 armati e 200 cavalieri toscani che la difendevano valorosamente. Il re fece costruire apposite galee per quell’impresa e le affidò all’Estendart il 29 settembre 1269. L’ordine era di passare a fil di ferro quanti si trovassero nella città. Essa fu presa per il tradimento di sei prezzolati che di notte aprirono una porta. Guglielmo d’Estendart fu feroce: non rispettò «né valore, né innocenza, né ragione d’uomini alcuna.»

Cessata la guerra di Sicilia, Carlo d’Angiò rimise nell’ufficio di Vicario, il 18 agosto 1270, Fulcone di Puy-Richard «con carico di perseguitare i traditori e confiscare loro i beni», annota l’Amari. 

In tale frangente, ebbe dunque a verificarsi lo spossessamento del feudo di Racalmuto che dal “traditore”  Federico Musca passò al fedele - estraneo e francese - Pietro Negrello de Beaumont, chissà se parente dei tanti Beaumont che abbiamo avuto modo di citare.

Sempre l’Amari ci fa sapere che in quel tempo «agli altri fragelli s’aggiunse la fame. In alcuni luoghi di Sicilia il prezzo del grano salì a cento tarì d’oro la salma e anche oltre; nei più fortunati arrivò a quaranta tarì, che vuol dire nei primi almeno al quintuplo, ne’ secondi al doppio o al triplo del valore ordinario.» Non pensiamo che Racalmuto sia stato coinvolto in quella sciagura: le sue ubertose terre avranno fornito pane sufficiente. Ma il nuovo signore de Beaumont avrà potuto razziare a man bassa per le solite speculazioni granarie. Si pensi che anche la vicina Milena - all’epoca chiamata Milocca - finisce in mani di un omonimo: quel Guglielmo di Bellomonte  di cui abbiamo parlato sopra.

Sfogliando i registri angioini, apprendiamo che il padrone di Racalmuto dal 1271 al 1282, Pietro Negrello di Belmonte, era il conte di Montescaglioso e il Camerario del Regno del 1271.  Non pensiamo che il conte di Montescaglioso sia mai venuto a visitare queste sue lontane terre, site in una terra dal nome strano, Racalmuto. Avrà mandato qualche suo amministratore. Solerte, comunque, nello sfruttare quei contadini di origine araba, usciti da non molto tempo dalla condizione di “villani”, una sorta di schiavitù a mezzo tra la servitù della gleba e la remissiva subordinazione della fede cattolica, vigile nell’inculcare il sacro rispetto del padrone per il noto aforisma “omnis auctoritas a Deo”. Ogni autorità vien da Dio. Ed il lontano Negrello era pur sempre un padrone caro al Signore Iddio. Bisognava ubbidirgli e basta, come al ribelle conte di Modica.

 

Racalmuto durante i Vespri Siciliani

 

Dalle brume delle vaghe testimonianze scritte affiora solo qualche brandello delle locali vicende in quel gran trambusto che furono i Vespri Siciliani. Se non bastasse, vi pensò Michele Amari, tutto preso dalle sue passioni irredentiste, a fare del “ribellamento” del 1282, una fantasmagorica epopea della stirpe sicula eroicamente in armi contro ogni dominazione straniera. Niente di più falso: i siciliani (ed ancor più i racalmutesi) sono per loro natura remissivi, acquiescenti, indolenti, propensi a sopportare ogni autorità, la quale - straniera, o indigena, o paesana che sia - sempre sopraffattrice sarà; e va solo subita con il minore aggravio possibile, con il solo, incoercibile, diritto al mugugno (al circolo, o in chiesa, o presso il farmacista o nel greve chiuso della bettola).

Ancor oggi non si ha voglia di dar peso alle acute notazioni del francese Léon Cadier sull’amministrazione della Sicilia angioina.  Il Cadier prende le distanze dall’Amari e secondo Francesco Giunta esagera, specie là dove rintuzza quelli che considera attacchi e calunnie del grande storico siciliano dell’Ottocento: «la ragione di questi attacchi - scrive infatti il francese - e di queste calunnie è facile da capire. Il più bel fatto d’arme della storia di Sicilia è un orribile massacro; per farlo accettare dai posteri, per potere celebrare ancora il ‘Vespro Siciliano’ come un avvenimento glorioso dagli annali siciliani, si è fatto ricadere tutto ciò che questo atto aveva di orribile su coloro che ne erano stati le vittime. Per scusare i carnefici, i Francesi sono stati accusati di ogni sorta di crimini; l’amministrazione francese in Sicilia è stata descritta con le tinte più fosche; Carlo d’Angiò è diventato il più abominevole dei tiranni.»

Ed a noi Racalmutesi del Novecento, il culto dei Vespri ci è stato inculcato sin da bambini, specie con quel reliquario che è il brutto quadro raffigurato nel sipario del teatro comunale.  Leonardo Sciascia - che grande storico non lo fu mai - si produsse nel 1973 in una sua cerebrale superfetazione sul mito del Vespro.  Di rilievo l’inciso: «questo mito [quello del Vespro], che per lui non era un mito ma la storia stessa nella sua specifica oggettività, Amari difese sempre: ma certo rendendosi conto che più si confaceva al carattere della riscossa nazionale che si andava preparando ed al sentimento e al gusto del tempo, quell’altro della congiura dei pochi che accende il furore di molti.» Da parte sua, per Sciascia, era ovvio: «i miti della storia servono più della storia stessa - ammesso possa darsi una storia pura, oggettiva, scientifica.» Ad ogni buon conto, «dirò - è sempre Sciascia che parla  - che tra tutte le ragioni che adduce [l’Amari] per negare la congiura - di documenti, di circostanze concordanti e discordanti - la più persuasiva resta per me quella che dà come siciliano che conosce i siciliani: e cioè che nessuna cosa che è preparata, può avere successo in Sicilia. In quanto non preparato, ma improvviso e rapido e violento come una fiammata, il Vespro è riuscito.»

Se il Vespro fu quella “vampa” sciasciana, a Racalmuto non si avvertirono neppure le più lontane scintille. Non c’era motivo alcuno di ribellarsi. Al padrone Federico Mosca - siciliano, incombente, collerico, predatore - era subentrato Pietro Negrello di Belmonte - colto, lontano, fiducioso nei suoi messi partenopei. C’era da guadagnare, e di certo lucro vi fu: in termini di libertà, di astuzie, di evasione e di elusione. Scoppiato, dopo il Vespro, il grande disordine della generale ribellione, ai racalmutesi tornarono comodi il caos amministrativo e la rapida fuga dei  loro sovrastanti: dal marzo al 10 settembre del 1282, poterono lavorare i campi seminati, mietere, ‘pisari’, non spartire alcunché con il padrone, immagazzinare, alienare, incassare e per intero. Il 10 settembre 1282, arriva da Palermo una missiva  indirizzata “Universitati Racalbuti” [alias Racalmuti] ed è un perentorio ordine dell’aragonese re Pietro a svenarsi in tasse per armare e mandare 15 arcieri: una richiesta da sbalordire, visto che i locali non avranno capito neppure che cosa s’intendesse con quel termine latino di “archeorum”. Ma era una richiesta che un senso esplicito ce l’aveva: l’orgia della libertà era finita; i padroni ritornavano in sella; per i contadini di Racalmuto, gravami, imposte, angarie e sudditanze, non solo come prima, ma più di prima.

Racalmuto - si ripete - sorge dopo l’epurazione saracena di Federico II di Svevia. Federico Musca, o un suo antenato, importa nel nostro Altipiano un certo numero di famiglie, non si sa da dove; con tutta probabilità trattasi di marrani sfuggiti, con repentine conversioni, alle rappreseglie della persecuzione religiosa fridericiana. Sono famiglie di coloni, o divenuti tali per necessità mimetiche. Il Musca non ne dispone come “villani”, visto che quella specie di schiavitù è tramontanta, ma la loro condizione sociale ed economica è molto simile. Hanno giacigli poveri in casupole che spesso coincidono con la disponibilità offerta dagli ampi antri reperibili nel territorio a strapiombo sotto il vecchio Calvario. Ne vien fuori una suggestiva fisionomia di abitato trogloditico, per dirla alla Peri. Ma spesso era il pagliaio a sopperire alle necessità abitative; sorsero le case “copertae palearum” che qualche decina di anni dopo impressionarono l’arcidiacono du Mazel, mandato da Avignone a rastrellare tasse aggiuntive per assolvere da un incolpevole interdetto, comminato per le estranee vicende del Vespro. «Il pagliao - scrive il Peri non ad hoc ma pertinentemente  - non richiedeva scavo in profondità per le fondamenta; e quando erano in pietra le basi erano in grossi pezzi sovrapposti “a secco”, senza ricorso a materiale coesivo. La costruzione si alzava, quindi, con paglia e fogliame impastato con fanghiglia. Costituito abitualmente da un vano non ampio, che accoglieva la famiglia e le bestie collaboratrici e compagne, il pagliaio bastava a offrire riparo dalle intemperie e dava una pur limitata protezione dal freddo e dai raggi del sole. Gli hospitia magna e le mansiones fabbricate “a pietre e calce” (ad lapides et calces), anche nelle città erano e sarebbero rimasti per tempo oggetto di ammirazione nella loro rarità. Non si pretendeva dalle abitazioni durata secolare. E, del corso del tempo e dei tempi dell’esistenza, avevano nozione diversa dalla nostra quegli uomini che l’esposizione ai rigori, la fatica prolungata e l’assoluta mancanza di prevenzioni e di rimedi alle malattie, più precocemente offriva alla falce inclemente della morte. Corpi che la povertà escludeva anche dal rito pietoso della conservazione nella tomba insieme a qualcosa di caro e al viatico verso l’esistenza che non dovrebbe avere fine. Ritornavano, con rapidità, in polvere la debole carne e le fragili abitazioni di quelle generazioni

Il prisco insediamento - se ben comprendiamo i suggerimenti che i successivi riveli sembrano fornirci - avvenne in quella contrada che dopo ebbe a chiamarsi di Santa Margheritella, da sotto il Carmine all’antro di Pannella incluso, dalla Madonna della Rocca sino alle Bottighelle  dell’attuale corso Garibaldi, tra S. Pasquale e la Piazzetta. Poi, le abitazioni si estesero negli altri tre quartieri: San Giuliano, Fontana e Monte.

I racalmutesi tengono molto alla tradizione che vuole la chiesa di Santa Maria come la più antica, risalente addirittura al 1108: una chiesa - si dice - voluta dai Malconvenant, che si indicano come i primi baroni del casale. Non è facile farli ricredere. La ‘notizia’ ha per di più una fonte scritta: quella dell’abate Pirri. Gli storici locali la danno per certa, ed anche i restauratori della chiesa, negli anni ottanta di questo secolo, parlano di facciata “normanna”.

Il Pirri, palesemente, collega la notizia ad un paio di diplomi che si custodiscono tuttora negli archivi capitolari della Cattedrale di Agrigento. L’archivio fu oggetto di studio a cavallo tra il secolo scorso e quello corrente per la nota questione delle decime della mensa vesvovile agrigentina. Fu un feroce alterco fra giuristi incaricati di difendere le ragioni dei grossi agrari della provincia, riluttanti a riconoscere le antiche tassazioni ecclesiastiche, e giuristi, canonici e storici di parte cattolica, tutti alle prese con la dimostrazione che trattavasi di tasse dominicali e quindi di gravami ancora validi.

Nel 1960, il vescovo Peruzzo - ormai, nella quiete voluta dal concordato del 1929 e nella sudditanza alle autorità ecclesiastiche propinata dal consolidato regime democristiano - incaricava il grande paleologo Mons. Paolo Collura di uno studio obiettivo e serio dei tanti vecchi diplomi. La pubblicazione che ne è seguita è pietra miliare per ricerche del genere. Noi siamo andati a cercare quelli che riguarderebbero la chiesa di Santa Maria di Racalmuto ed abbiamo scoperto che non possono attribuirsi al nostro paese. Vi sono, sì, due diplomi del 1108 e vi si parla dei Malconvenant e della fondazione di una chiesa dedicata a S. Margherita, ma è evidente che la località nulla ha a che fare con la nostra Racalmuto .

Si riferisce evidentemente ad alcuni ben specifici di codesti diplomi, il Pirri per fornire notizie su Santa Margherita di Racalmuto, come d'altronde nota lo stesso Collura (). Ma come si può ben vedere, sia per le precisazioni del Collura sia per l'ubicazione dei fondi sia per i toponimi, qui ci troviamo a Santa Margherita Belice (o presso i suoi dintorni) e Racalmuto va senz'altro escluso. () E’, poi,  certo che Racalmuto non appare mai in modo incontrovertibile nel carte capitolari di Agrigento che vanno dalla conquista normanna al 1282. Non è chiaro se ciò sia dovuto ad un tardo affermarsi del toponimo arabo del nostro paese o ad una sua indipendenza fiscale nei confronti della curia agrigentina. Noi, come detto dianzi, propendiamo per la tesi della tarda fondazione del paese di Racalmuto, qualche decennio prima del diploma del 1271 su cui ci siamo soffermati sopra.

Caducata l'attendibilità della fonte documentale del Pirri, si sbriciola la narrazione del nostro Tinebra-Martorana sull'argomento. Il Capitolo II ed il III  che contengono notizie sulla "signoria dei Malconvenant" e su "Santa Margherita Vergine" che corrisponderebbe "alla nostra Santa Maria di Gesù" sono destituiti di fondamento storico. Il Tinebra-Martorana mostra solo un'indiretta conoscenza dell'abate netino. Egli si avvale dell'opera di «Padre Bonaventura Caruselli da Lucca, La Vergine del Monte a Racalmuto» e del «Lessico Topografico siculo di Amico - Tomo 2°, pag.393-4». L'Amico è esplicito nel dichiarare la fonte delle sue notizie sui Malconvenant e su Santa Margherita Vergine: è il Pirri della Not. Agrig.  Il Pirri fu sicuramente indotto in errore dai suoi corrispondenti del Capitolo agrigentino e nasce così la favola di Santa Maria chiesa del XII secolo.

L'avallo di Leonardo Sciascia al lavoro del Tinebra Martorana  ha ormai canonizzato tutte quelle 'pretese' notizie della storia di Racalmuto e non sarà facile a chicchessia rettificarle o raddrizzarle. Malconvenant e chiesetta vetusta di Santa Margherita-Santa Maria saranno usurpazioni storiche cui i racalmutesi non vorrano rinunciare, tant’è che, ancora nel 1986, il padre gesuita Girolamo M. Morreale ribadiva quel falso scrivendo  che, indubitabilmente, «frutto della rinascita normanna fu per Racalmuto il riordinamento del culto. Il conte Ruggero conferì l'investitura di signore delle terre di Racalmuto a Roberto Malcovenant che dopo venti anni dalla liberazione vi fece sorgere la prima chiesa sotto il titolo di S. Margherita vergine e martire, vicino l'attuale cimitero, dotandola di fondi agricoli che convertì in prebenda canonicale. Rocco Pirro colloca l'erezione della chiesa nell'anno 1108 e precisa che avvenne con licenza del Vescovo di  Agrigento, Guarino (+1108)» () Il mendacio storico è proprio duro a morire, se anche un colto ed avveduto gesuita vi incappa or non sono più di dieci anni fa.

Quanto a falsità storiche, ancor più salienti sono quelle che confezionate dal Tinebra Martorana, furono ribollite da Eugenio Napoleone Messana: sono le incredibili avventure della Racalmuto nel crogiuolo della rivolta del Vespro. Vuole il Tinebra Martorana  che nella lotta tra Manfredi di Svevia e Carlo d’Angiò si accodò ai baroni filofrancesi «Giovanni Barresi, signore di Racalmuto. Il quale raccolta quanta gente potè dai suoi vasti vassallaggi di Racalmuto, Petraperzia, Naso, Capo d’Orlando e Montemauro, volse le armi contro il seno della sua stessa patria.» Scoppiata la rivolta del 1282, «Giovanni Barresi, che palesemente aveva seguito la fortuna dei francesi, e durante il loro dominio era stato in auge, ebbe la peggio allorché vennero fra noi gli Aragonesi. Premio meritato, fu spogliato dei suoi domini, che passarono al reale patrimonio. Così la baronia di Racalmuto appartenne per qualche tempo al regio Fisco e poi fu concessa alla famiglia Chiaramonte

 

*   *  *

 

Il Fazello non mostra interesse alcuno verso quelli che dovettero apparirgli incolti e violenti nobilotti di campagna: i Del Carretto, appunto. Il colto storico è basilare nella storia di Racalmuto per avere ispirato due tradizioni che reggono imperterrite tuttora: la prima accredita Federico II Chiaramonte (+ 1313) padrone e barone del feudo, ove avrebbe fatto costruire l'attuale castello ("Lu Cannuni"), e ciò è congettura forse accettabile; la seconda tradizione è quella della signoria dei Barresi. Qui il Fazello è del tutto incolpevole. Si pensi che l'intera faccenda poggia - responsabili Vito Amico  ed il Villabianca, quello della Sicilia Nobile   -  su un'evidente distorsione di un passo dell'opera storica del Fazello.  Questi, parlando dei Barresi, aveva scritto  : Matteo Barresi succede ad Abbo, che aveva ricevuto da Re Ruggero l'investitura di Pietraperzia, Naso, Capo d'Orlando, Castania e molti altri "oppidula" (piccoli centri). Chissà perché tra quegli oppidula doveva includersi proprio Racalmuto. Così congetturarono i cennati eruditi del Settecento, non sappiamo su che basi, e così si racconta tuttora dagli storici locali che hanno in tal modo il destro per appioppare a Racalmuto le vicende avventurose di quella famiglia.

Non è questa la sede per digressioni erudite: tuttavia ci pare di avere fornito elementi sufficienti per comprovare la validità dei nostri convincimenti in ordine alla nessuna attinenza dei domini feudali dei Malconvenant e dei Barresi con Racalmuto, a ridosso del Vespro. Resta da vedere se possa parlarsi della signoria degli Abrignano.

Il solito Tinebra Martorana (pag. 56 op. cit.) ci propina questa successione:

«Alla morte del conte Ruggiero Normanno, sia perché questa famiglia [cioè i Malconvenant] si fosse estinta, sia perché fosse caduta la fortuna dei Malconvenant, noi vediamo essi perdere domini ed uffici. Ciò che è indubitato è che il figlio del conte conquistatore, il gran re Ruggiero, concesse la baronia di Racalmuto alla nobilissima famiglia degli Abrignano[Minutolo: Cronaca dei Re]. E da questa passò ai Barresi. Degli Abrignano però non è sicura notizia e di certo, se essi governarono Racalmuto, fu per breve tempo, perché molti cronisti non ne fanno alcun cenno.» E tanto è davvero un modo curioso di far storia: ciò che viene asserito come “indubitato”, diviene subitaneamente - con contraddizione che non dovrebbe essere consentita - “non sicura notizia”. E dire che Sciascia continuò a definire quella del Martorana “una buona storia del paese”.  Eugenio Napoleone Messana (op. cit. p. 49) non ha dubbi che «nella cronaca dei re di Minutolo leggiamo che il re Ruggero II concesse la baronia di Racalmuto ai nobili Albrignano o Alvignano prima e ad Abbo Barresi dopo. Della concessione agli Abrignano ne fa menzione solo il Minutolo, altri la omettono e riportano solo la concessione ad Abbo Barresi.» Evidentemente, né Tinebra Martorana, né Eugenio Napoleone Messana avevano letto il Minutolo, diversamente non sarebbero caduti nell’abbaglio. Forse avevano letto soltanto Vito Amico che nella versione del Di Marzo specifica: «Minutolo Memor. Prior. Messan. Lib. 8 attesta essersi [Racalmuto] appartenuto alla famiglia di Abrignano, dato poscia a’ Barresi.» Una certa eco vi è anche nel Villabianca: « e la tenne [Racalmuto] pur anche la Famiglia ABGRIGNANO, se diam fede a MINUTOLO - Mem. Prior. lib. 8, f. 273.» Francamente ci dispiace che nell’equivoco cadde anche il compianto padre Salvo - nostro stimato amico.  Egli sintetizza: «La famiglia Albrignano - Decaduta la famiglia Malconvenant, Ruggero II concesse la Baronia di Racalmuto agli Albrignano o Alvignano nel 1130. Tale concessione è un po’ dubbia nelle storia o, se vi fu, ebbe a durare pochissimo. Certo è che nel 1134 la Baronia di Racalmuto era già nelle mani dei Barresi.» Un’evidente sunto, con quella aggiunta della data che vorrebbe essere una precisazione e diviene invece una colpevole topica.

Il Minutolo fu un frate gerosolimitano di Messina  che nel 1699 scrisse le memoria del suo “gran priorato”  : raccolse le dichiarazioni dei vari suoi confratelli sulle loro ascendenze nobili. Essere nobili era indispensabile se si voleva essere ammessi fra quei frati cavalieri. Fra D. Alberto Fardella di Trapani nell’anno 1633 asserisce - in buona fede o fraudolentemente, non sappiamo - che un suo antenato era: «Hernrico Abrignano dei Signori di Recalmuto, nobile di Trapani, e Regio Giustiziero, e Capitano» nell’anno 1395. La falsità era talmente evidente da non doversi dare alcun credito al mendace frate, ma il Minutolo non se ne accorgeed incappa in una smentita a se stesso, quando trascrive l’albero genealogico dell’altro confrate, il nobile “Fra D. Alfonzo del Carretto, di Giorgenti, 1617”, il quale, in coincidenza della pretesa signoria di Racalmuto da parte di Enrico Abrignano nell’anno 1395, colloca , correttamente, al posto dell’Abrignano, il proprio antenato, il celebre barone Matteo del Carretto. Ma già un altro due monaci della famiglia Fardella (fra D. Martino Fardella di Trapani 1629) si era limitato a dichiarare quell’identico antenato come semplice nobile di Trapani  Enrico Abrignano Nobile di Trapani»). In Appendice sub 3) forniamo la trascizione di quegli intriganti alberi genealogici, per i curiosi o per i diffidenti. Gli Abrignano con Racalmuto, dunque, non c’entrano affatto: forse una qualche parente di Matteo Del Carretto andò sposa al “mercante” Enrico Abrignano, attorno al 1391. 

Quanto ai Barresi, è arduo ritenere che costoro davvero abbiano avuto il dominio di Racalmuto, in tempi antecedenti al Vespro, anche se il padre Aprile, scrivendo in epoca moderna, era propenso alla tesi affermativa. Si disse che Abbo Barresi I o Senior ebbe concesse dopo il 1130 dal re Ruggero il Normanno vari feudi, Naso, Ucria ed altri Castelli. Da Abbo a Matteo; da Matteo a Giovanni, la successione in quei domini feudali. Il San Martino Spucches resta sconcertato dalla contraddittorietà delle notizie fornite dal Villabianca. Si limita allora a questa secca elencazione: «Il Villabianca, nella Sic. Nobile, dice che Ruggero re concesse Racalmuto ad Abbo Barresi (Sic. Nob., vol. 4°, f. 200). Lo stesso autore dice altrove che l’Imperatore Federico II concesse, dopo il 1222, Racalmuto ad Abbo Barresi che sarebbe stato figlio di Giovanni (di Matteo di Abbo seniore). A quest’ultimo successe il figlio Matteo: al quale successe Abbo ed a quest’ultimo il figlio Giovanni. Questi visse sotto Re Giacomo di Aragona e seguì il suo partito. Re Federico, fratello di Giacomo divenuto Re di Sicilia, dichiarò esso Giovanni fellone e gli confiscò i beni. Da questo momento comincia una storia certa e noi cominciamo da questo momento ad elencare i Baroni di Racalmuto con numero progessivo  Ma, così facendo, l’esimio araldista, allunga la teoria delle successioni, ricominciando il ciclo, per cui da Giovanni si passerebbe ad Abbo II iunior che avrebbe avuto dall’imperatore Federico II Racalmuto nel 1222 (per noi, a quell’epoca, ancora da fondare); da Abbo II a Matteo II e da questi ad Abbo III, cui sarebbe subentrato Giovanni Barresi che è personaggio storico distintosi nelle vicende del 1299, di sicuro signore di Pietraperzia, Naso e Capo d’Orlando.

Scettici sulle signorie pre-Vespro dei Barresi, non possiamo escludere che, con la restaurazione feudale di re Pietro, Giovanni Barresi possa essersi impossessato di Racalmuto, stante la latitanza di Federico Musca, cui invero sarebbe spettata la titolarità della baronia racalmutese. Con il passaggio tra le fila di re Giacomo d’Aragona - quando questi dichiarò guerra al proprio fratello, Federico III, che era stato proclamato re di Sicilia nella ben nota crisi di fine secolo XIII - potè essersi pur verificata la perdita da parte di Giovanni Barresi del recente feudo di Racalmuto alla stregua di quegli altri suoi possedimenti siciliani, finiti sotto confisca.

L’Amari, nella sua  guerra del Vespro siciliano, accenna ad un diploma del 28 dicembre 1300 (1299) tredicesima indizione, anno 15° di Carlo II d’Angiò, ove Racalmuto e Caccamo vengono concessi a Pietro di Monte Aguto.  Ovviamente si trattò di promesse dell’angioino che non ebbero seguito alcuno. Ma quella promessa sa di sonora smentita della tesi che vorrebbe feudatario di Racalmuto Giovanni Barresi: questi, ora, milita accanto all’angioino, sia pure sotto la bandiera di Giacomo d’Aragona; non è credibile che Carlo II d’Angiò arrivasse al punto di confiscare a sua volta il feudo già confiscato dal nemico Federico III. Credibile, invece, che nella cancelleria di Napoli figurasse ancora la concessione a Pietro Negrello di Belmonte  e che si pensasse di girare ora il feudo al milite alleato Pietro di Monte Aguto.

 

*  *   *

Nell’Agosto del 1282 Pietro d’Aragona sbarca in Sicilia con quel misto di albagia spagnola e di «avara povertà di Catalogna»: a Racalmuto - come detto - giunge la prima martellatta fiscale datata “Palermo 10 settembre”; il nuovo re esige subito che si paghi per l’armamento di 15 arcieri.

Sotto la stessa data, codesto re Pietro crede di addolcire la pillola inviando al nostro periferico casele un resoconto delle sue recenti imprese. Siamo sicuri che ai racalmutesi di allora (come d’oggi) non gliene importava nulla di sapere:

«Doc. X - Palermo 10 Settembre 1282 - Ind. XI.  Re Pietro dopo aver eenumerate al Baiulo, ai Giudici ed agli uoimini tutti di Adrano le ragioni, per le quali ha creduto intraprendere la spedizione di Sicilia; e raccontato del suo sbarco a Trapani, nonché del suo arrivo, per terra in Palermo, il venerdì 4 Settembre; ordina che, adunati in assemblea, eleggano due fra i più cospicui della loro terra; i quali, come loro sindaci, vengano a prestargli il debito giuramento di omaggio e fedeltà; più, che tutti i cavalieri, pedoni, balestrieri, arcieri, lanceri, scudati si rechino, con armi e cavalli, in Randazzo, pel 22 Settembre al più tardi.

«Simili lettere a tutti gli uomini di tutte le terre al di là del fiume Salso.»

«[......] Item et infra fuit scriptum eodem modo videlicet.

« [...]  Burgio, Sacca, Calatabellota, Agrigento, Licata, Naro, Delia, Darfudo, Calatanixerio, Rahalmut [corsivo ns.], Mulotea, Sutera, Camerata, Castronuovo, Sancto stephano, Bibona, Sancto Angilo, Raya, Busaxemo [Buscemi], Curiolono, Juliana, [...]»

 

Nel successivo mese di gennaio del 1283, Racalmuto viene chiamato - unitamente ad altri centri - ad una sorta di tassazione aggiuntiva: dovrebbe approntare altri quattro arcieri oppure dei fanti armati. La missiva parte da Messina il giorno 26 gennaio 1283, XI indizione. Ed è diretta al baiulo, ai giudici ed a tutti gli uomini Rakalmuti. Perché mai questa resipiscenza? Evidentemente, la base impobibile che era stata calcolata a caldo, il 10 settembre 1282, si appalesava errata per difetto: i racalmutesi tassabili erano di gran lunga più numerosi; se prima si era pensata ad una tassazione di 75 fuochi o famiglie abbienti, ora si sapeva che almeno altri 20 fuochi erano in condizioni economiche da fornire mezzi aggiuntive alla guerra che Pietro d’Aragona andava conducendo - più o meno indolentemente - contro l’Angioino. Se questa nostra tesi è accettabile, l’area degli abitanti racalmutesi riconducibile alla platea dei contribuenti saliva da 300 a 380 (calcolando, come si è soliti, il numero dei fuochi per la probabile consistenza media del nucleo familiare, pari al coefficiente 4). Ma non basta, bisogna aggiungere quelli che riuscivano a sfuggire a quel censimento fiscale e quelli che di solito erano esentati come preti, non abbienti, ebrei ed altri: una rettifica, dunque, che non si è lontani dal vero assumendo una maggiorazione dell’ordine del 20%; di talché perveniamo ad una popolazione stimata di circa 456.  (Nell’allegato n.° 5, forniamo ampi ragguagli su tali nostre ipotesi d’indole statistica.)

Re Pietro aveva voglia di scherzare quando il 10 settembre 1282 si rivolge ai racalmutesi - ed in latino - per dir loro che finalmente il tanto aspettatato suo arrivo si era verificato; che il suo aiuto era già in corso; che quindi potevano e dovevano abbandonarsi ad una “tripudiosa giocondità”. Fidelitati vestre feliciter nunciamus. «Felicemente l’annunciamo alla vostra fedeltà». Ma occorrono gli adempimenti burocratici, i formalismi. Pertanto, come è di diritto, l’ Universitas è chiamata a prestare fisici giuramenti “corporalia iuramenta  della debita fedeltà e dell’omaggio al re. Nomini i suoi “sindici” si inviino davanti al cospetto della “celsitudine” regale. Il re vuole fermamente che il nemico lasci il paese pressoché annichilito e sterminato. Quindi si mandino cavalieri, balestrieri,  arcieri, uomini armati di tutto punto, di scudi o di altri tipi d’armatura e s vengano presso di noi Re Pietro in quel di Randazzo o là dove stabiliremo. E tutti dovranno avviarsi entro il 22 di questo mese di settembre proprio a Randazzo. Se qualcuno disobbidisce, incapperà nella nostra reale indignazione.

Non v’è storico che descriva quale stato d’animo abbia accorato quei siciliani del 1282 dinnanzi a quelle pretese del nuovo padrone. Neppure i letterati, ci risulta, hanno saputo evocare quelle angosce e quello sgomento. Neppure Tommasi di Lampedusa, neppure Leonardo Sciascia, neppure quando sembra farne accenno sminuendo ogni cosa con l’approssimativa chiosa sulla locale storia, appena “descrivibile”, «dell’avvicendarsi dei feudatari che, come in ogni altra parte della Sicilia, venivano dal nord predace o dalla non meno predace “avara povertà di catalogna”; col carico delle speranze deluse e delle rinnovate e a volte accresciute angherie che ogni nuova signoria apportava.»  E questo sarà un bel dire, ma di scarso senso per quello che davvero avvenne, per quella vita racalmutese che è più che “descrivibile”, che ci pare tanto “narrabile”, tanto angosciante, tanto rimarchevole “storia”.

Chi spiegò quel “latinorum” ai racalmutesi? Dove? Come? Quali decisioni furono prese? chi fu eletto per ‘sindico’ - che onore non era ma perico per la vita e per i beni dovendosi recare tanto lontano in tempi calamitosi e per strade impervie e cosparse di agguati da parte di ladri e “prosecuti”?

C’è da pensare che già sin d’allora, i notabili furono adunati in chiesa al suo della campana, come sarà costume alla fine del ‘500. Un prete avrà tradotto la missiva. A dirigere i lavori assembleari colui che si era autoproclamato Baiulo e quei due o tre maggiorenti - il notaio, il farmacista-medico - che lo affiancavano. Un paio di “burgisi” - che disponevano di giumente - avranno dovuto accettare l’incarico di recarsi dal re nella lontano Randazzo. Con la ritualità che riscontreremo nell’adunata popolare del 7 agosto del 1577.

 

 

La libera universitas di Racalmuto: 1282-1300 ca.

 

 

Ne siamo quasi certi: Racalmuto non ebbe soggiogazioni feudali per quasi un ventennio, dopo il Vespro. Crediamo di aver provato come non è da parlarsi di una baronia sotto i Barresi. Circa la promessa data a Piero di Monte Aguto, la cosa si risolse in una vacua promessa, non potuta in alcun modo realizzarsi. Si è pure detto come la notizia secentesca di una assegnazione feudale di Racalmuto a Brancaleone Doria, sia frutto di un plateale falso, ostando irrefutabili ragioni  cronologiche.

Una signoria del Doria a fine secolo è impensabile, dato che costui ebbe, sì, una qualche influenza su Racalmuto, ma dopo aver sposato la vedova, Costanza Chiaramonte, del conterraneo Antonio Del Carretto, attorno agli anni trenta del XIV secolo.

Nessuna fonte, invece, ci riferisce di un ritorno di Federico Musca, che - dome detto - preferisce andare a guerreggiare in quel di Calabria, sempreché si tratti dell’identico Musca, e l’antico proprietario di Racalmuto ed il milite, denominato conte di Modica, siano un solo personaggio. Di certo, un Federico Musca , comes Mohac, si rinviene tra i diplomi di Pietro I. (cfr. raccolta dei Documenti per servire alla storia di Sicilia, Vol. V. - Fasc. IX-XI - Appendice - Messina 30 dicembre 1282 - pag. 687). Su tale Federico Musca, araldisti e storici qualcosa ci dicono: Il Villabianca scrive:

«....[PAG. 4] entrati che furono  gli Aragonesi nel governo di questo Regno, appa re in tal tempo essere stato signore di questo Stato [Modica] Federigo MOSCA, quello stesso che  fu Governatore della Valle di Noto sotto il Rè Pietro Primo d'Aragona, e con 600 soldati pose a ferro, e fuoco gran numero di Franzesi nelle vicinanze di Reggio (d] d .

«Essendo stato anch'egli uno de' quaranta Cavalieri, che associarono Rè Pietro al famigerato duello di Bordeaux; così per fede del Dott. Placido CARAFFA nella sua Modica Illustr. f. 70. «Inter quos - egli dice - Modicae Federicus Musca interfuit, qui Regem Petrum ad monimachium provocatus est: Manfredus Musca fuit vir strenuus, et in arte bellica magnus a consiliis, et semel a Petro missus, ut Scalaeam oppidum reciperet.» Ma se sia stato costui discendente per linea retta da GUALTIERI testè mentovata, o forse da altro modo comissionario di differente Famiglia io non ardisco affermarlo. E' certo però, ch'egli fu l'ultimo Barone della Prosapia Mosca, e da potere di lui, o al certo dalle mani del suo figlio Manfredo, come scrivono   alcuni, passò esso Stato in potere di Manfredo Chiaramonte, e de' suoi successori, come si dirà appresso, vegnendogli conceduto dal Ser.mo Rè Federigo, con titolo di Contea in considerazione de' suoi segnalati servizi non meno, che per esser marito d'Isabella Mosca figlia di Federigo, e sorella di Manfredi sopravvisato, che secondo vogliono i detti Autori, fu dichiarato ribelle, e spogliato di essa Contea dal succennato Sovrano, per avere egli seguitato le parti del Rè Giacomo di Aragona di lui fratello (a) a.»

Esplosa la rivolta del Vespro, Racalmuto si ritrova, dunque, libero, ma subito soggetto, agli  appetiti tassaioli del sopraggiunto re iberico. Ricevuta la missiva del 10 settembre 1282, tutti i notabili racalmutesi del’epoca dovettero adunarsi per stabilire il da farsi. A presiedere quell’assemblea il baiulo con a fianco i giudici. Chi furono i due sindici  eletti per andare il giuramento e l’omaggio al nuovo re in quel di Randazzo, non sappiamo. Baiulo, giudici e sindici dovevano avere dei patronimici non molto differenti da quelli che incontriamo nelle prime fonti storiche racalmutesi: Liuni, mastro Rayneri, Sabia di Palermo, de Salvo, de Graci, de Bona, de Mulé, Fanara, Casucia, La Licata, de Messana, de Santa Lucia.

Ebbero a radunarsi in qualche chiesa: forse nella chiesetta dedicata alla Madonna, quella stessa ove nel 1308 officierà Martuzio Sifolone. Sappiamo di certo che, comunque, la chiesa di Santa Margherita o di Santa Maria - quella che ancor oggi si dice normanna - non era stata eretta, né dal Malconvenant né da qualche suo parente passato dalle armi alla milizia del Cristo: in quel tempo, come si disse, Racalmuto non era ancora sorto.

Intercolutoria ebbe, invece, ad essere la decisione sul riparto dei balzelli imposti dall’Aragonese: quindici arcieri non si sapeva dove reperirli fra quegli imbelli contadini, appena capaci di disseminare il suolo di tagliole per intrappolare i conigli selvatici. Frattanto, Berardo di Ferro di Marsala, viene nominato dal re giustiziere della Valle di Girgenti: nominiamo «te justiciarum nostrum in singulis terris et locis vallis Agrigenti» recita un documento in quel torno di tempo.   Il 17 settembre, il Giustiziere viene invitato a costringere le terre e i luogi di sua giurisdizione ad un celere invio del “fodro” (vettovaglie, vino, vacche, porci, castrati) a Randazzo: segno che le terre ed i luoghi non se ne davano ancora per intesi. Berardo de Ferro, milite giustiziario, è, invece, sollecito a far nominare Maestri Giurati di sua fiducia: il re, da Messina con lettera dell’8 ottobre 1282, gli ordina «di non volersi intromettere in quella elezione nelle terre demaniali, delle chiese, dei Conti e Baroni, elezione che si era riservata» (cfr. DSSS, vol. V, cit. p. 66 doc. n.° LXVIII). Per di più, il 20 ottobre 1282, il re deve intervenire contro lo stesso Berardo di Ferro, che aveva spogliato Errico de Masi e tutti i marsalesi dei loro beni: manda a Marsala il giudice Nicoloso di Chitari da Messina per reintegrare quegli abitanti nel possesso dei loro beni. (ibidem, pag. 131 - doc. n.° CXLI).

Occorre pagare, intanto, le quote della tassazione straordinaria di ottomila once: con decreto del 26 novembre 1282, emesso a Catania, «Re Pietro ... stabilisce che le [suddette] ottomila once promesse dai sindici delle terre al di là del Salso siano corrisposte ai regi tesorieri.» (ibidem, doc. n.° CCXXIX). Povero Racalmuto, ormai preda di voraci esattori! Con provvedimento del 17 novembre 1282 viene rimosso Ruggero Barresi, milite. Non risulta, però, cointeressato in qualche modo a Racalmuto (v. ibidem pag. 203).

Questi contadini dell’Agrigentino sono proprio riluttanti a pagare le tasse: da Messina, il 15 novembre 1282, ingiunge «a Berardo de Ferro, Giustiziere del Val di Girgenti, sotto pena di once 100, di far subito eleggere dalle Terre di sua giurisdizione sindici che si rechino a lui, Peitro, nel termine di 8 giorni per discutere, con gli altri sindici di Sicilia al di qua e al di là del Saldo, la controversia sorta in Catania fra i sindici delle due grandi circoscrizioni, circa alla promessa del sussidio.» (Ibidem pag. 231 - doc. n.° CCLXXVII). Ed il successivo 20 gennaio 1283, siamo ancora alle solite: inadempienze fiscali. Re Pietro «incarica Santorio Banala di sollecitare, recandosi sui luoghi, il versamento dalle Università al di là del Salso.» (Ibidem, pag. 293 - doc. n.° CCCXCIV). Racalmuto risulta tassato per 15 once (ibidem pag. 295), preceduto da:

        Licata: unc. 238;

        Delia unc. 3;

        Naro unc. 166;

        Calatarapetta (sic) Mons maior unc. 6;

       Tusa unc. 2;

        Misiliusiphus unc. 4;

       Sciacca unc. 250;

       Calatabellottum unc. 122;

        Agrigentum unc. 380.

Il successivo 26 gennaio, come detto, si rincara la dose: Racalmuto è chiamato ad armare ed inviare altri quattro arcieri o fanti.

Dopo il Vespro, gli eventi della Sicilia fibrillano per una cinquantina d’anni. Non è questa la sede per rievocarli. Michele Amari, nella sua storia del Vespro, ne fa quasi una diuturna rievocazione. Ancor oggi è viva la polemica su quella temperie storica e studiosi di grande levatura dei tempi nostri continuano a cimentarvisi. Si pensi che Benedetto Croce, capovolgendo un indirizzo consolidato, ritenne la cacciata degli angioini dalla Sicilia una nefasta frattura. Abbiamo visto che persino Leonardo Sciascia ha voglia di essere originale su quello snodo della storia siciliana: una improvvisa e scomposta fiammata ribellistica del popolo palermitano, su cui si innesta una vorace conquista di un rappresenatnte dell’ «avara povertà di Catalogna». Certo, al papa quella faccenda non piacque: comminò scomuniche, che si ripeterono più volte per quasi un secolo. Solo nel 1276, 31 marzo, Racalmuto ne fu totalmente assolto. Che cosa abbia fatto di così irreligioso il nostro paese da meritarsi un quasi secolare interdetto, è tuttora un mistero. Ma noi ne siamo oltremodo sicuri: nulla. Così come per l’altra scomunica - quella del 1713 - le anime credenti racalmutesi patirono il terrore dell’inferno per ribellioni (al francese Carlo d’Angiò, fratello di San Luigi, re di Francia, nel 1282) e per diatribe tra vescovi ed autorità civili (insorte nel 1713 per una faccenda di tasse su un alcuni rotoli di ceci del vescovo di Lipari), di cui francamente non ebbero né coscienza e neppure significativa conoscenza.

Racalmuto, decentrato, non fu artefice in alcun modo della ribellione del Vespro; non capì cosa fosse venuto a fare re Pietro d’Aragona; non si rese conto - o non immediatamente - che entrava nell’orbita spagnola; subì passivamente la politica del nuovo re che si mise a foraggiare con feudi quei nobili che corsero in suo soccorso; seppe di certo che Pietro d’Aragona cessò di vivere il 10 novembre del 1285; capì ben poco delle faccende dinastiche del successore Giacomo e della sua rinuncia alla Sicilia nel gennaio del 1296; ebbe forse qualche simpatia per il ribelle fratello Federico (II o III) ma non riuscì a comprendere le ragioni che spingevano i du potenti fratelli (Federico E Giacomo) a combattersi fra loro. Quando giunsero gli echi delle scomuniche papali, in loco non sene  intuirono le ragioni; i racalmutesi non si ritennero colpevoli di nulla (non lo erano); si smarrivano nell’ascoltare i contorti ragionamenti che preti e francescani si sforzavano di propinare nelle loro infuocate prediche. Per fortuna, le tante guerre e guerricciole si combattevano lontano, vicino ai posti di mare, in Calabria, a Napoli: sì e no giungeva l’eco. Qualche vantaggio, sì: il frumento aveva un mercato; qualche guadagno si riusciva a conseguirlo; la pesante fatica dei campi non era ingrata. L'universitas si accresceva con nuovi immigrati e con con fertili nozze.

Nel 1308 e nel 1310 Racalmuto è tanto grande da consentire a due religiosi di riscuotervi pingui rendite. Da Avignone, il papa - colà rifugiatosi nel 1309 - arrivano ordini per la tassazione di quei due redditieri per quelle due precorse annate. L’Archivio Segreto Vaticano ci conserva le registrazioni di quei prelievi fiscali. A leggerli, vien fuori qualche dato sulla Universitas di Racalmuto del primo decennio del XIV secolo. Nel registro «Rationes Collectoriae Regni Neapolitani - 1308 - 1310», Collect. n.° 161 f. 96 abbiamo:

«Martutius de Sifolono pro ecclesia S. Mariae de Rachalmuto solvit pro utraque decima uncia J.»

In altri termini, Matuzio de Sifolono corrispose per la chiesa di S. Maria di Racalmuto un’oncia per entrambe le decime del 1308 e del 1310. E nel retro del foglio n.° 97 ( 97v):

«presbiter Angelus de Monte Caveoso pro officio suo sacerdotali, quod impendit in Casale Rachalamuti, solvit pro utraque tt. ix

Il che equivale a dire: il sacerdote Angelo di Monte Caveoso corrispose per il suo ufficio sacerdotale, che ha svolto nel Casale di Racalmuto, nove tarì. Racalmuto non viene segnato come castrum anche se il Castello doveva essere già costruito, stando al Fazello. Del resto, la grafia non del tutto corretta del toponimo (Rachalamuti) sta a segnalare l’approssimatività dello scriba pontificio.

Coteste ricerche d’archivio ci permettono di individuare due sacerdoti officianti a Racalmuto all’inizio del XIV secolo. Sono religiosi e non appaiono neppure autoctoni; l’uno, Martuzio de Sifolono, è titolare della chiesa di S. Maria, ed è chiamato  a corrispondere un’oncia per le decime di due anni (1308 e 1310); l’altro, è il “prete”  Angelo di Montecaveoso, ed è tassato per nove tarì  in relazione all’ufficio sacerdotale che esplicava nel Casale di Racalmuto. Del primo non sappiamo neppure se fosse un sacerdote. Ignoriamo anche dove era ubicata la chiesa di S. Maria - ed ogni attribuzione ad uno dei vari templi oggi dedicati alla Madonna è mero arbitrio. Il “presbiter”  Angelo de Montecaveoso  ha tutta l’aria di essere un frate: parroco di Racalmuto nel 1308 e nel 1310, non sembra indigeno; ricava proventi che dovevano essere di poco più di un terzo rispettp alle ricche prebende di chi è titolare della chiesa di Santa Maria (dopo, l’arcipretura di Racalmuto diverrà molto appetibile e la vorranno prelati di Messina, Napoli, Prizzi, S. Giovanni Gemini, etc.). 

La chiesa di Santa Maria rendeva dunque per tre volte rispetto alle primizie spettanti all’arciprete Angelo di Montescaglioso: troppo per essere soltano un luogo di culto; dovette essere quindi una chiesa dotata di feudi o di terreni allodiali. Il suo titolare fu forse un canonico agrigentino, e da qui potè nascere il beneficio di Santa Margherita che risulta documentato solo a partire dalla fine del secolo XIV. Ma potè trattarsi anche di un convento, forse di benedettini, insediatosi anche per lo sviluppo agricolo e per l’estensione della coltivazione granaria, divenuta molto richiesta dal mercato a causa dell’endemico stato di guerra.  Da qui, quel convento benedettino cui accenna Giovan Luca Berberi nei suoi Capibrevi dei BENEFICIA ECCLESIASTICA, «liber Capibr. Eccl. in Reg. Canc. fol. 211».  II Pirri descrive il Cenobio con annessa chiesa di san Benedetto che trovavasi nella via che congiungeva Racalmuto ad Agrigento. Credo che bisogna concordare con chi ritiene che quel convento sorgesse nel vecchio Campo Sportivo. Una volta tanto, ci soccorre fondatamente Eugenio Messana alle pag. 50 e 51 del suo volume su Racalmuto. «Il Pirri e Giovanni Luca Barberi parlano di un convento di s. Benedetto a Racalmuto, sulla via che conduce a Girgenti. Di questo monastero non rimane traccia, dei sospetti lo fanno ubicare dove ora c’è il campo sportivo. I sospetti si basano sulle fondamenta di un grande edificio con cortile e pozzo nel mezzo, che furono quivi trovati, quando la terra donata dal dott. Enrico Macaluso al comune, secondo la volontà del donatario (sic), fu spianata per adibirla a stadio.» Il Messana cita anche un testo di Illuminato Peri, (Manfredi Editore Palermo, 1963 - Vol. II, pag. 18 ) ove è pubblicato appunto il foglio 211 che recita «MONASTERIUM SANCTI BENEDICTI - 211 -Monasterium cum ecclesia sancti Benedicti prope iter inter Agrigentum et Rayhalmutum [Messana, erroneamente, trascrive in: Rayelmutum] existens de suffraganeis maioris agrigentine ecclesie». Il padre Calogero Salvo nel suo libro Ecco tua Madre riconsidera tutta la questione del monastero di S. Benedetto in termini del tutto critici nei confronti degli storici locali che hanno trattato l’argomento. Non sappiamo quanto di vero ci sia nel pregevole lavoro di padre Salvo.

I nove tarì corrisposti per due anni dall’arciprete Angelo di Montescaglioso dovettero essere un lieve aggravio sulle primizie corrisposti dai parrocchiani: un qualche riflesso demografico devono dunque averlo. Quattro tarì e mezzo per un anno sembrano riflettere appunto quel mezzo migliaio di abitanti che allora Racalmuto accoglieva sul suo suolo. Era un centro che non poteva non dispiegarsi nei pressi del nuovo fortilizio cilindrico, costruito da Federico II Chiaramonte pochissimi anni prima, secondo la versione tramandataci dal Fazello. Vicino sorgeva senza dubbio la nuova chiesa madre, pensiamo là dove verrà costruita poi la Matrice intitolata a S. Antonio e cioè, secondo noi, in piazza Castello, in quarterio Castri, come leggesi in taluni diplomi del ’500. I documenti vaticani spingono dunque ad una totale revisione della tradizione (per noi falsa) che gli storici locali, e non, hanno avallato in ordine a Racalmuto, per il periodo in discorso. E’ difficile sostenere che in quel tempo il paese sorgesse a Casalvecchio: una tesi questa che resiste imperterrita, sposata anche da studiosi valenti come il padre gesuita Girolamo M. Morreale .  A Casalvecchio, già alla fine del XIII secolo, c’erano solo ruderi dell’antico insediamento bizantino. Da rigettare in pieno quello che dopo l’avvento di Garibaldi si scrisse su Racalmuto e cioè:

«Antica è l'origine di Racalmuto: il suo nome è di origine arabica. Fu distrutto dalla peste del '300, indi nel ripopolarsi non occupò il luogo primitivo, che si trova ora alla distanza di un chilometro, e si chiama Casalvecchio. Nell'occasione dei lavori eseguiti ultimamente per stabilire una carreggiabile, si rinvennero ivi dei sepolcreti e ruderi di edifici. »

I dati che possiamo ricavare dalle ravole delle collette pontificie dle 1308-1310 non consentono fondate ipotesi sullo sviluppo demografico di Racalmuto in quel torno di tempo: nella comparazione con le altre località che riusciamo a desimere ( Agrigento, Butera, Caltabellotta, Caltanissetta, Cammarata, Castronovo, Delia, Giuliana, Licata, Naro, Palazzo Adriano, S. Angelo Muxaro, Sciacca e Sutera), il nostro paese aveva una certa rilevanza nell’approntare tasse e risorse finanziarie alla lontanissima corte papale di Avignone. Un’onza e 9 tarì nonerano poi pesi intollerabili, ma pur sempre era un prelievo dalla magra economia curtense racalmutese che veniva dirottato, senza contropartita di sorta, verso terre francesi di cui si sconoscevano persino le denominazioni.

Gli emissari pontifici si erano già recati nell’agrigentino per riscuotere laute decime per gli anni 1275-1280. Eravamo sotto il dominio di Carlo d’Angiò, fiduciario del papato. Eppure la resa non fu elevata rispetto a quello che il papa ebbe a pretendere immediatamente dopo il 1310 - in quella sorta di compromesso storico tra corte avignonese e potenza aragonese.

 

Ci sia di un qualche lume questo confronto:

Denominazione
Unciae
Tarini
Granae
Summa
Somme percette nell’intera provincia agrigentina per le decime degli anni 1308 - 1310 (due annualità)
 
261
 
4
 
8
 
261,4,8
Somme percette nell’intera provincia agrigentina per le decime degli anni 1275-1280 (cinque annualità)
 
87
 
22
 
10
 
87,22,10
Differenze
173
11
18
173,11,18
Differenza in percentuale
 
 
 
197,58%

 

Per due sole annualità si è dunque dovuto pagare quasi il doppio di quanto corrisposto subito dopo il 1280, in pieno regime angioino, per un quinquennio. Racalmuto figura tassato esplicitamente nel 1310; indirettamente nel 1280. Allora, collettori per Agrigento furono ilcanonico agrigentino Pasquale ed il notaio messinese Pellegrino. Il vescovo cassanese, il francescano Marco d’Assisi,  ebbe dal collettore Pasquale solo 20 onze d’oro. Che fine abbia fatto il resto non sappiamo. Nella pagina del 1280 abbiamo note che attengono allo stato dell’intera diocesi di agrigento: nulla che possa in qualche modo illuminarci direttamente sulla chiesa racalmutese. Questa doveva però avere un certo ruolo. In ogni caso era saldamente incardinata nella diocesi agrigentina, sotto l’egida del vescovo Ursone, almeno per il biennio 1275-76; dopo, pare sia subentrata la sede vacante, affidata al sostituto Gualterio. La vicenda dei vescovi agrigentini ha riverberi sulla storia di Racalmuto. Nel 1271 (28 gennaio) muore il vescovo Goffredo Roncioni. Subentra Guglielmo de Morina: fu una meteora. Sotto di lui abbiamo lo stravolgimento feudale racalmutese: il Musca viene privato del nostro casale che passa, per ordine dell’Angioino, al partenopeo Pietro Negrello di Belmonte. Nel 1273, (2 giugno), sale sulla cattedra di Gerlando, il cennato Guidone che vi rimane sino al 24 giugno 1276. Dal 1278 al 1280 abbiamo il citato sostitu Gualtiero. Dal 12 maggio 1280 al 23 agosto 1286 subentra tal Goberto, tarsferito alla sede di Capaccio il 23 agosto 1286. E’ quindi il tempo del lungo episcopato di Bertoldo di Labro (10 dicembre 1304-11 luglio 1326). In questo tratto, Racalmuto ha sconvolgimenti rimarchevoli: cessa l’autonomia comunale; i Chiaramonte spaccano il territorio in due parti: quella collinare attorno al Castelluccio viene trattenuto da Manfredi Chiaramonte; quella di nord-est - già sede dell’insediamento attivato dal Musca - viene requisita dal fratello cadetto Federico II (ma di ciò, più a lungo, dopo). L’organizzazione ecclesiastica - i cui riflessi sul vivere civile e sociale sono di tutta evidenza - si irrobustisce: cessa l’evanescenza dei primordi; ora abbiamo una potenza agraria attorno alla chiesa di S. Maria, oltremodo tassata dal papa (come si è visto); figuriamoci dal persule agrigentino; ed una pieve consistente, piuttosto facoltosa: il suo parroco (presbiter Angelus de Monte Caveoso) subisce l’angheria pontificia di un balzello di nove tarì; sborsa al suo vescovo l’aliquota (la quarta?) sulle sue decime o primizie. I racalmutesi vengono a subire l’incidenza di tanti oboli obbligatori d’indole ecclesiastica. Quelli d’indole feudale non li conosciamo. L’imposizione diretta pretesa dai nuovi regnanti è greve e di essa abbiamo solo gli echi di quella che fu la politica fiscale del re Pietro, il primo assaggio dell’avara povertà di Catalogna.

 

 

Verso il dominio dei Chiaramonte

 

Nel 1296, uno strano usurpatore - Federico III d’Aragona - veniva incoronato re di Sicilia: era l’ex viceré che -  officiato di tale incarico dal fratello Giacomo, succeduto nella corona d’Aragona mentre era re di Sicilia - ardiva ribellarglisi ed assentire alle trame autonomiste dei potetanti dell’Isola fino alla ribellione completa, all’acquisizione del titolo regale.

Federico III potè detenere il regno di Sicilio per un quarantennio, grazie a compromessi, ad abilità diplomatiche, a tregue, a concordati ed altro. C’è chi afferma che tale quarantennio si stato comunque un lungp periodo di lotta contro la Napoli angioina e c’è chi vuole il locale baronato tutto preso dell’ideale dell’indipendenza dell’Isola. Per converso Denis Mack Smith ha voglia di demitizzare: «in realtà, - scrive lo storico inglese - interessi egoistici  prevalsero in questa guerra, e nulla se ne ottenne salvo distruzioni.» Valutazione estremistica, inaccettabile se ci si avventura in inveramenti fattutali e puntuali. Non crediamo, ad esempio, ne ebbe solo distruzioni: anzi, sviluppo demografico, lavori pubblici per fortificazioni, profitti da commercializzazioni del grano, necessario al vettovagliamento delle parti in guerra, sembrano i connotati affioranti da questo travaglio della storia locale.

Federico III conclude nel 1302 una “pace di compromesso”: gli bastò promettere di chiamarsi re di Trinacria, anziché di Sicilia: un cedimento di poco conto, che peraltro neppure formalmente osservò. La guerra ricominciò nel 1312 e durò, ad intervalli, fino al 1372.

Se vogliamo credere al Fazello, proprio in questo intervallo di pace, un membro cadetto dei Chiaramonte avrebbe avuto voglia di innalzare nell’attuale piazza Castello di Racalmuto una costosissima coppia di torri difensive, apparentemente inutile e dispersiva. Francamente, la cosa non convince molto: le fonti scritte tacciono, quelle archeologiche sono tutte di là a venire.

Il povero Fazello, invero, non è che si sbilanci troppo; si limita ad annotare: «A due miglia da qui [Grotte] si incontra Racalmuto, centro fortificato saraceno, dove c’è una rocca costruita da Federico Chiaramonte, a cui succede, a quattro miglia, la rocca di Gibellina e poi, a otto miglia il villaggio di Canicattini.»

Dal passo si evince che il Fazello comunque non aveva dubbi sul fatto che la rocca racalmutese fosse stata “erecta a Frederico Claramontano”. Ma chi fosse codesto Federico non è poi del tutto chiaro, potendo anche essere Federico Chiaramonte I, il capostipite della famiglia, nel qual caso la datazione della fondazione del Castello retrocederebbe e di molto.

  Da dove abbia tratto la notizia il Saccense, non è dato sapere: era comunque storico serio per abbondonarsi a dicerie inconsistenti. Ci ragguaglia, però, in termini circospetti e tanto deve spingere a cautele chi, a distanza di secoli, cerca di investigare quelle vicende così basilari per lo sviluppo del centro abitato di Racalmuto. Tinebra Martorana, ad esempio, non sa tenere strette le briglie e si sbizzarrisce nella raffigurazione di improbabili indeudamenti da parte dei Chiaramonte (pag. 63) o insostenibili sviluppi edilizi del Castello stesso (capitolo X e in particolare pag. 71). Chi ha voglia di credergli, continui a farlo. A noi sembrano solo giovanili fantasticherie, frutti acerbi di irrefrenabile visionarietà.

Se poi diamo credito al San Martino de Spucches, proprio in coincidenza dell’erezione del Castello, Manfredi Chiaramonte avrebbe fatto erigere il vicino Castelluccio - ma qui crediamo che si tratti di un abbaglio: c’è confusione con la rocca di Gibellina in provincia di Trapani.  Per il San Martino, dunque,  «IL FEUDO DI GIBELLINI è in Val di Mazzara, territorio di Naro, da non confondersi con l'altro sito in territorio di Girgenti, sul quale sorse poi la terra di Gibellina, eretta a Marchesato. Appartenne per antico possesso alla famiglia Chiaramonte, dove Manfredo vi costruì la fortezza; in ultimo lo possedette Andrea Chiaramonte; questi fu dichiarato fellone, ed in Palermo a giugno 1392 sotto il suo palazzo, detto lo STERI, ebbe tagliata la testa.» Una qualche astuzia stilistica cela la confusione in cui si dibatte il peraltro avveduto arabista. Con franchezza, dobbiamo ammettere che nulla di certo sappiamo sulle origini del Castelluccio: solo a partire dalla fine del secolo XIV possiamo essere sicuri della sua esistenza.

Il Tinebra Martorana ed Eugenio Napoleone Messana sono facondi nell’enfiare le rare e malcerte notizie degli storici secentisti che hanno scritto delle cose racalmutesi di questo periodo. Faremmo vacua erudizione se si mettessimo qui a contestare tutte quelle inverosimiglianze: in encomiabile sintesi le aveva già additate il padre Bonaventura Caruselli, quello che che per primo ci dà una versione della saga della Madonna del Monte. 

«Decaduta la famiglia Barrese - scrive il frate di Lucca - e devoluto Racalmuto al Regio Fisco fu concesso a Giovanni Chiaramonte Barone del Comiso. Federico secondo di questo nome terzogenito di Federico primo Chiaramonte fabricò il magnifico Castello tutt'ora in gran parte esistente. Onde si riuta l'opinione d'alcuni che pretendono il Castello costruzione saracena. Il Fazzello, Inveges, il Pirri confermano la nostra opinione. Dominò Racalmuto la famiglia Chiaramonte fino all’anno 1307 passando, pel matrimonio di Costanza unica figlia del Barone Federigo con Antonio del Carretto, a questa nobile ed illustre famiglia

Quel che resta da una rigorosa investigazione storica è ben poco: non si può escludere l’impossessamento di Racalmuto da parte della emergente famiglia Chiaramonte: avvenne, però, con usurpazioni che l’oblio dei secoli impedisce di puntualizzare. Racalmuto passa, comunque, nello stretto arco di tempo a cavallo tra i secoli XIII e XIV, dalle libertà comunali alla crescente sudditanza feudale: una sudditanza che si radicalizza solo a metà del ‘500 con la compera da parte di Giovanni del Carretto del mero e misto impero. Il Caruselli va epurato dei falsi quali quello attinente all’inesistente dominio dei Barresi, e quali quello che vuole Racalmuto preso da un ignoto Giovanni Chiaramonte, barone di Comiso. Altri aspetti della ricognizione del lucchese sono accettabili, purché meglio chiariti.

Quando, come, in che misura i Chiaramonte si impossessano di Racalmuto?

Al tempo dell’intesa tra l’Angiò e Giacomo d’Aragona, si è detto che Racalmuto venne a Napoli assegnato a Piero Di Monte Aguto e siamo nel 1299: era promessa avventurosa ed il beneficiario spagnolo aveva poche probabilità di vedere avverata la regale assegnazione. Qualche eco ebbe a giungere in loco. La famiglia agrigentina dei Chiaramonte rivolsero allora i loro occhi a queste terre alquanto periferiche: Manfredi si assegnò il territorio del Castelluccio e potè benissimo muninerlo di una fortezza; il fratello cadetto Federico II si dichiarò padrone del casale e dell’agro circostante, non mancando di ergervi l’attuale Castello, sia pure nella sua embrionalità costituita dalle due torri cilindriche. Costruire torri cilindriche in quel tempo era divenuta ardua impresa per il diradamento delle maestranze fredericiane. Ed allora? Un interrogativo che può dissolvere la fondatezza della congettura che siamo stati per raffigurare. Solo i futuri scavi archeologici potranno chiarire il mistero: un mistero che si aggrava se i nostri privati ritrovamenti di ossame e di ceramiche sotto gli interstizi tra le due torri dovessero segnificare presenze abitative o necropoli medievolati antecedenti il XIV secolo. Le ossa non sembrano invero umane; i cocci sono angusti per configurazioni significative.

La congiuntura feudale è icasticamente ricostruita da Illuminato Peri  e noi ci accodiamo in tutta umiltà: «Fu alle soglie del secolo XIV, quando, sotto gli Aragonesi, mancò un controllo inibente da parte della monarchia, e le concessioni si moltiplicarono, che i loro feudi e la loro influenza si allargarono; e fu proprio allora che entrò nella vita cittadina un ramo dei Chiaramonte. Prima, per tutto il secolo XIII, il feudo non ebbe il sopravvento, e particolarmente nelle vicinanze della città, non ebbe larga parte neppure la grossa proprietà.»

Sulla famiglia Chiaramonte, si hanno varie trattazioni di valore però più araldico che storico, specie per quanto attiene agli esordi. Chi ha voglia di dilettarsi sulle mitiche origini di codesta nobile schiatta può consultare l’Inveges o il Mugnos oppure accontentarsi della diligenza del nostro Tinebra Martorana che non manca di ragguagliarci sulla discendenza da Pipino o da Carlo Magno; sui tanti porporarti, alti dignitari e principi reali che la avrebbero contraddistinta; sul suo valoreatto a  174infrenare l’orgoglio dei re e costringerli ad umiliazioni.»

Ciò che a noi preme sottolineare è solo il fatto che nei primi del XIV secolo Racalmuto fu in effetti sotto l’influenza di Costanza Chiaramonte. Chi fu costei? Non abbiamo elementi per contraddire l’Inveges  che testualmente così la raffigura:

« Da questo nobile matrimonio [ e cioè da Federico II Chiaramonte e tale Giovanna] nacque Costanza unica figliuola, che nel 1307 nobilmente si casò con Antonino del Carretto; Marchese di Savona, e del Finari, con ricchissima dote e facendosi il contratto matrimoniale in Girgenti nell'atti di Not. Bonsignor di Thomasio di Terrana à 11. di Settembre 1307 doppo ratificato in Finari l'istesso anno. come riferisce Barone, [De Maiestat. Panorm. litt. C.] raggionando di questa casa Carretto nel suo libro: l'istesso che ci confirma il testamento nel 1311. à 27 di decembre 10 Ind. e poscia publicato à 22 di Gennaro del 1313. nell'atti di Not. Pietro di Patti con tali parole: Item instituo, facio, et ordino haeredem meam universalem in omnibus bonis meis Dominam Costantiam Filiam meam, Consortem Nobilis Domini Antonini, Marchionis Saonae, et Domini Finari. Cui Dominae Constantiae haeredi meae, eius filios, et filias in ipsa haereditate substituo, ita tamen, quod si forte, quod absit, dicta Domina Costantia absque liberis statim anno impleverit; quod ipsa haereditas ad Dominum Manfridum Comitem Mohac, et Ioannem de Claramonte Milites, Fratres meos, legitime et integre revertatur.

2. Venne Costanza per la morte di Federico Padre ad esser Signora, e padrona dell'opolenta eredità paterna; e dal suo matrimonio nascendo Antonio del Carretto primo genito, li fece doppò libera e gratiosa donatione della Terra di Rachalmuto: come appare nell' [pag. 229] atti di Notar Rogieri d'Anselmo in Finari à 30 d'Agosto 12. Ind. 1344. quale insin ad hoggi detta famiglia Del Carretto possede. Frà breve spatio d'anni Costanza restò per l'immatura morte d'Antonino suo Marito vedova nel Finari, e per ritrovarsi bella; nel fiore della sua gioventù, e ricca, passò alle seconde nozze con Branca, altrimente detto, Brancaleone d'Auria, alias Doria; famiglia nobilissima di Genova; e che nell'anno 1335 fù Governatore nella Sardegna: Riuscì cotal matrimonio fecondo di prole. Poiche generò 1. Manfredo; da cui descese Mazziotta, 2. Matteo, 3. Isabella; moglie di Bonifacio figlio di Federico Alagona; da cui nacquero Giancione, e Vinciguerra Alagona. La quarta fù Marchisia; che fù moglie di Raimondo Villaragut, delli quali nacquero Antonio, e Marchisia Villaragut; Nel quinto luogo nacque Leonora, moglie di Giorgio Marchese. Doppo Beatrice; e la 7. & ultima si fù Genebra.

1.                                                                                                                                                                                         Costanza, restando la seconda volta Vedova, finalmente si morì in Giorgenti, havendo prima fatto il suo testamento, e publicatoil 28 marzo 1350 nominando suoi esecutori testamentari il suo primogenito Manfredi, il vescovo Ottaviano Delabro ed il priore del convento di S. Domenico.»

 

Noi siamo certi che la suddetta Costanza Chiaramonte ebbe la disponibilità di Racalmuto (sotto quale titolo, però, non sappiamo) per la testimonianza che ricaviamo da un diploma originale del 1399 ove tra l’altro si specifica che i fratelli Gerardo e Matteo del Carretto patteggiano fra loro il riparto dei beni che per taluni versi derivano dalla loro ava Costanza Chiaramonte.  Si tratta dell’atto transattivo in cui Gerardo cede al fretllo Matteo del Carretto, atitolo oneroso:

«omnia iura omnesque actiones reales et personales, universales, directas, mixtas perentorias, tacita, civiles et expressas,  que et quas praedictus dominus Gerardus, tamquam primogenitus, habet et habere potest et debet iure successionis et hereditatis quondam magnifice domine Constantie de Claramonte eius avie, quam eciam  hereditatis magnificorum  quondam domini Antonij de Carretto et quondam domine Salvagie, parentuum suorum, nec non quondam magnifici  domini Jacobinj de Carretto, eius fratris, quam iure successionis et hereditatis quondam magnifici Mathei de Auria et eciam quocumque alio iIure  competente domino domino Gerardo aliqua ratione, occasione vel causa et specialiter in baronia Racalmuti ut primogenito magnificorum quondam parentum suorum et Iacobinj eius fratris/ eius territorio castro et casali, nec non in bonis burgensaticis videlicet territorio Garamuli et Ruviceto Siguliana terminis,  cum onere iuris canonicorum  civitatis Agrigenti  ... .. ..et eciam in  quoddam hospitio magno existente in civitate Agrigenti  iuxta hospitium magnifici Aloysii de Monteaperto ex parte meridi, ecclesiam S.cti  Mathei ex parte orientis, casalina heredum quondam domini Frederici de Aloysio ex partem orientis/, viam publicam ex parte occidentis et alios confines ac eciam in quoddam viridario quod dicitur ‘lu Jardinu di la rangi’ posito in contrata Santi Antonij Veteris, cum terris vacuis vineis, et toto districtu in p..io iacet flumen dicte civitatis ex parte orientis, viam publicam ex parte occidentis, et alios confines cum onere iuris quod habet ecclesia Santi Dominici de Agrigento, nec non in omnibus et singulis bonis feudalibus et censualibus sistentibus in civitate Agrigenti et eius territorio ac ... in omnibus et singulis bonis feudalibus burgensaticis et censualibus sistentibus in urbe Panormi et eius teritorio cum segnalibus (?) in omnibus  et singulis bonis stabilibus, castris, villis baronijs feudalibus et burgensaticis ubique sistentibus

Ci pare di poter tradurre: «il predetto Gerado vende  e avendone il potere di vendita concede e per tratto della nostra penna di notaio trasferì ed assegnò al magnifico ed egregio don Matteo, milite, marchese di Savona, suo fratello, presente e compratore, che riceve ed accetta per sé e suoi eredi e successori, in perpetuo, tutti i diritti e tutte le azioni reali e personali, universali, dirette, miste, perentorie, tacite, civili ed espresse, che e quali il predetto don Gerardo, come primogenito, ha e può o deve avere, per diritto di successione o ereditario riveniente dalla quondam magnifica donna Costanza di Chiaramonte sua nonna, nonché per diritto ereditario riveniente dal quondam  magnifico signore don Giacomino [Jacobinus] del Carretto, suo fratello, così pure per diritto di successione ed eredità riveniente da quondam magnifico Matteo Doria ed anche per qualunque altro diritto spettante al detto don Gerardo per qualsiasi ragione, occasione o causa e segnatamente in ordine alla baronia di Racalmuto - come primogenito dei defunti suoi magnifici genitori ed erede di suo fratello Giacomino - ed al pertinente territorio, castello e casale, nonché in ordine ai beni burgensatici siti nel territorio di Garamoli, Ruviceto [Rovetto ?] e Siguliana, con i gravami verso i canonici della città di Agrigento, ed anche in ordine ad un tale palazzo esistente nella città di Agrigento vicino al palazzo del magnifico Luigi di Montaperto, dalla parte di mezzogiorno, nonché alla chiesa di S. Matteo ed ai casalini degli eredi del fu don Federico di Aloisio nella parte orientale, e prospiciente la via pubblica ad occidente, e con altri confini. Del pari, viene venduto un giardino che chiamano “lu jardinu di l’arangi” posto nella contrada di S. Antonio il Vecchio, con terre vacue, vigne, e l’intero distretto ove scorre il fiume della detta città nella parte orientale e confinante con la via pubblica ad occidente ed altri confini; e sopra di esso gravano gli oneri che ha la chiesa di S. Domenico di Agrigento. Inoltre, il predetto atto si estende a tutti e singoli i beni feudali, burgensatici e censi esistenti nella città di Palermo e nel suo territorio con i suoi diritti su tutti e singoli beni stabili, castelli, villaggi baronali, feudali e burgensatici ovunque esistenti nell’intero Regno di Sicilia.»

E’ un passo che sancisce la storicità di Costanza di Chiaramonte, prima signora di Racalmuto; il casale passa al figliolo Antonio del Carretto  - che Costanza ebbe dal primo marito l’omonimo Antonio del Carretto - e quindi al nipote Gerardo del Carretto per finire al fratello di costui Matteo del Carretto. Vero è altresì che a Matteo del Carretto giugno anche i beni dello zio paterno Matteo Doria, figlio del secondo marito di Costanza, Brancaleone Doria.

Resta quindi incagliata in questa griglia la vicenda feudale di Racalmuto dal 1313 al 1392 e sembrerebbe che i Chiaramonte siano estranei alle locali vicende di questo periodo, fatta eccezione del breve perido in cui la baronia sembra im mano di Costanza Chiaramonte. Ma è così? Purtroppo, un documento pontificio del 1376 - che avremo occasione dopo di meglio esplicare - revoca in dubbio una siffatta impostazione. Forse le terre racalmutesi furono di proprietà dei Del Carretto solo come beni burgensatici, mentre l’egemonia feudale rimase una prerogativa dei turbolenti Chiaramonte del XIV secolo. Racalmuto subì dunque i travagli che la famiglia agrigentina procurò con la sua strategia politica e con i suoi ribellismi. In che misura? anche qui un mistero.

E’ complessa la pagina della storia dei Chiaramonte di Agrigento per l’intero secolo XIV. In sintesi, possiamo solo rammentare che all’inizio della loro potenza fu rimarchevole soprattuto la figura femminile di Marchisia Prefolio, sposata con Federico I Chiaramonte. I tre figli - Manfredi, Giovanni il Vecchio,  Federico II - ebbero storie simili ma distinte. Manfredi avrebbe sposato  nel 1296 Isabella Musca figlia del conte di Modica, quello di cui abbiamo detto essere forse il barone di Racalmuto al tempo di Carlo d’Angiò. La contea di Modica passa, quindi,  a Manfredi Chiaramonte. Siniscalco del re Federico III diventa signore di Ragusa. Nel 1300 succedeva alla madre nella contea di Caccamo. Nel 1301 difendeva Sciacca. Stipulata la tregua tra i re di Napoli e Sicilia (1302-1312), Manfredi avrebbe fatto edificare il palazzetto della Guadagna a Palermo. Otteneva anche nel 1310 dalla chiesa agrigentina la concessione enfiteutica di un tenimento di case per la costruzione di un’altra sua dimora che si chiamò Steri (l’attuale seminario vescovile). Ambasciatore presso l’imperatore Arrigo VII di Lussemburgo nel 1312. E’ nominato nel 1314 capitano giustiziere di Palermo. Muore attorno al 1321, lasciando come suo erede il figlio Giovanni I.

Giovanni Chiaramonte, detto il Vecchio, sposa Lucca Palizzi. Nel 1314 comanda la flotta siciliana contro Roberto d’Angiò che assediava Trapani. Nel 1325 coadiuva efficacemente Blasco d’Aragona nella difesa di Palermo contro l’assedio delle truppe angioine comandate da Carlo di Calabria. Diviene vice ammiraglio del Regno e poi capitano giustiziere di Palermo.  Il Picone  ci assicura che «Giovanni possedette in Girgenti e nel suo territorio case palagi castella, e terreni che egli economizzava, e nel 1305 permutava il suo casale Margidirami, o di Raham come leggesi in alcuni diplomi, colla chiesa nostra, e ne riceveva in corrispettivo il casale Mussaro, col suo fortilizio coi casamenti, e i terreni che locingevano, perché la chiesa non bastava a mantenerlo e custodirlo. - Così egli aumentava le sue guarnigioni nelle vicinanze della città.» Sarà stato per questo e mal leggendo il Musca (Ruolo n.° 23) che i nostri storici locali hanno dato la stura a tutta una serie di falsi, propinati ingordamente, sulla baronia di codesto Giovanni Chiaramonte su Racalmuto. Quest’ultimo muore nel 1339.

Il terzo dei figli - Federico II - ci tocca direttamente: signore di Favara, Siculiana e Racalmuto, muore nel 1311, lasciando erede la figlia Costanza.

Il figlio di Manfredi - Giovanni Chiaramonte - eredita la contea di Modica, la signoria di Caccamo ed altri beni feudali nel 1321; sposa Leonora d’Aragona, figlia illegittima del re Federico III e diviene ambasciatore straordinario presso l’imperatore Ludovico IV il Bavaro, di cui ottiene signorie e privilegi in Ancona e Napoli. Nel 1329 una svolta: aggredisce Francesco I Ventimiglia, conte di Geraci, reo di avere ripudiato la moglie Costanza che era sorella appunto di Giovanni Chiaramonte. Deve scappare in esilio per sfuggire al castigo del re. Si rifugia alla corte di Ludovico il Bavaro ed offre quindi i suoi servigi a Roberto d’Angiò. Passato così al nemico, partecipa nel 1335 alle scorrerie degli Angioini nelle coste siciliane. Muore frattanto Federico III ed il successore Pietro II lo richiama nel 1337 dall’esilio e lo reintegra nei beni ad eccezione di Caccamo e di Pittinara. Giovanni Chiaramonte assurge nel 1338 alla carica di giustiziere di Palermo. Ora combatte contro gli Angioini e riconquista i territori siciliani ancora in loro possesso. In una battaglia navale, combattuta nel 1339, cade prigioniero degli Angioini ed è costretto a vendere al ricchissimo cugino Arrigo, maestro razionale del regno, i suoi beni per pagare il riscatto. Muore nel 1343 senza eredi maschi.

L’intreccio avventuroso di Giovanni II Chiaramonte travolge l’intera Sicilia e quindi anche Racalmuto, ma è tale per cui il fulcro politico di quella famiglia egemone passa di mano e perviene ai  tre cugini Manfredi II, Arrigo e Federico III, figli di Giovanni il Vecchio. Gli altri due cugini - Giacomo e Ugone - hanno o vaga apparizione (Giacomo è governatore di Nicosia e vi batte moneta) o al di fuori del nome (Ugone) non se ne sa nulla.

Manfredi II si ammoglia due volte; eredita dal cugino Giovanni II tutti i suoi beni in virtù di una clausola contenuta nel testamento di Manfredi I. Assurge alla carica di giustiziere di Palermo (1341) e quindi receve l’investetura degli stati dopo averli riscattati dal fratello Arrigo (1343). Anche Racalmuto vi rientra? Non abbiamo elementi dosrta per articolare una qualsiasi risposta. Nle 1351 Manfredi II diviene vicario generale del Regno, Gran Siniscalco e Gran Connestabile. Muore nel 1353, lasciando eredet il figlio Simone avuto dalla seconda moglie (Mattia di Aragona).

Arrigo Chiaramonte compra (1339) da Giovanni II la contea di Modica e diviene maestro razionale del Regno. Sempre nel 1339 partecipa con il fratello Federico III alla riconquista di Milazzo per il re Pietro II.

Federico III Chiaramonte sposa Costanza Moncada e diviene governatore di Agrigento. Nel 1339, come si è detto, partecipa alla conquista di Milazzo per il re Pietro II. Il re Ludovico nel 1349 lo nomina Cameriere Maggiore, Vicario generale e Maestro Giustiziere del Regno. Nel 1353 partecipa con il nipote Simone alla sollevazione di messina contro Matteo Polizzi. Concorre alla chiamata in Sicilia del re di Napoli e partecipa alle distruzioni a danno dell’Isola. Nel 1356 succede al nipote Simone nel titoli dei Chiaramonte, conti di Modica e Caccamo, per privilegio del re Federico IV. Possiamo solo congetturare che Racalmuto  - stante anche la lontananza dei Del Carretto, forse sulla carta titolari della baronia - sia in questo torno di tempo ricaduto nelle mani dei Chiaramonte. Federico III sale ancora nella scala degli onori pubblici divenendo nel 1361 Pretore di Palermo e poi (nel 1362) Governatore e Capitano Giustiziere di Palermo. Muore nel 1363 lasciando erede il figlio Matteo.

Simone Chiaramone, figlio di Manfredi II e Mattia Aragona, costitusce cuna parentesi che si apre e si chiude con lui nel gioco di potere di quella schiatta trecentesca siciliana.  Sposa Venezia Palizzi ma la ripudia dopo la sollevazione di messina del 1353 e l’uccisione del suocere Matteo Palizzi e della sua famiglia, voluta da Simone, dallo zio Federico III e da altri congiurati. Nel 1353 eredita i titoli ed i beni dei Chiaramonte. Diviene signore di Ragusa. Trovatosi a capo della fazione dei Latini, allo scopo di avere il sopravvento sulla fazione dei Catalani, congiura contro il sovrano e chiama in Sicilia il re di Napoli, in nome del quale egli presidia Lentini e Federico governa Palermo. Chiede a Luigi d’Angiò di sposare Bianca d’Aragona, sorella del re Federico IV che lo stesso Luigi teneva prigioneriero a Reggio. Non venendo accolta la sua richiesta, pare che si sia avvelenato, oppure che gli sia stato propinato il veleno. Muore senza lasciare successori legittimi nel 1357. La meteora di Simone Chiaramonte pare non avere neppure lambito Racalmuto: altrove era il teatro delle gesta di questo turbolento personaggio.

Negli anni ’60 altri sono i protagonisti chiaramontani. Cominciamo da Giovanni III. Figlio di Arrigo, figura Governatore del castello di Bivona nel 1360 e quindi nel 1366 signore di Sutera e conte di Caccamo. Ricadono sotto la sua signoria Pittirano, Monblesi, Muscaro, S: Giovanni e Misilmeri. Diviene Siniscalco del regno. Muore nel 1374.

E’ quindi la volta del cugino Matteo, figlio di Federico III: sposa questi Iacopella Ventimiglia. Nel 1357 eredita la contea di Modica, la signoria di Ragusa ed altre terre. Gran Siniscalco e Maestro Giustiziere del regno nel 1363, nel successivo 1366 gli viene concessa la città ed il castello di Naro e di Delia. Muore nel 1377 senza eredi maschi e gli succede nel contado di Modica Manfredi III.

E’ costui un personaggio centrale, di grande spicco a mezzo del Trecento. Abbiamo documenti vaticani che compravano che il vero padrone di Racalmuto è ora lui: Manfredi III Chiaramonte appunto, avendo in subordine i Del Carretto o avendoli estromessi, non sappiamo. Figlio naturale di Giovanni II /secondo La Lumia, Villabianca e Pipitone Federico), sposa in prime nozze Margherita Passaneto e poi Eufeminia Ventimiglia. Nel 1351 domina in Lentini e Siracura. Partecipa alla congiura contro il re con Simone Chiaramonte. Nel 1358 chiede aiuti al re di Napoli contro il re di Sicilia ed i Catalani. Finalmente, nel 1364 si riconcilia con il Sovrano, riporta Messina, ancora in mano degli Angioini , all’obbidienza di Federico IV (detto il Semplice) dal quale viene onorora della carica di Grande Ammiraglio. Nel 1365 ottiene dal re la contea di Mistretta, la signoria di Malta, della città di terranova, di Cefalà. Fu padrone delle terre di Vicari, Palma, Gibellina, Favara, Muxaro, Guastanella, Carini e Comiso, Naro e Delia, oltre altri feudi intorno a messima. Manfredi III si trasferisce nel 1365 da Messina a Palermo. Nel 1374 eredita dal cugino Giovanni III il contado di Caccamo e i feudi di Pittirana, S. Giovanni e Misilmeri. Ma in quell’anno è divenuto tanto potente da impedire al re Federico IV di sbarcare in Palermo per l’incoranazione ufficiale. Nel 1375 può conciliarsi con il Re e gli viene concessa la signoria di Castronovo con Mussomeli, che da lui prende il nome di Manfreda. Nel 1377, alla morte di Matteo, viene investito dal Sovrano della contea di Modica, comprendente vari feudi. Nel 1378 fu uno dei quattro Vicari che governarono la Sicilia durante la minore età della regina Maria. Conquista nel 1388 l’isola delle Gerbe e viene investito dal papa Urbano VI del titolo di Duca delle Gerbe. Nel 1389 dà la figlia Costanza in sposa al re Ladislao di Napoli, il quale ripudia la moglie dopo la rovina dei Chiaramonte. Muore nel 1391 lasciando eredi delle sue sostanze le figlie. Per un bastardo, il destino ebbe in serbo una sequela di ascese da  capogiro. Con chi non fu concepito in legittimo talamo il potere di una sola famiglia tocca l’acme: ma subito dopo fu il tracollo, per imprevidenza, per intrusione nelle cose di Sicile di case regnanti aragonesi, per il gioco della politica a dimensioni divenute sovranazionali. E Racalmuto tornerà nell’alveo di una dimessa baronia delcarrettiana.

Alla morte di Manfredi III spunta un Andrea Chiaramonte di dubbia paternità. Nel 1391 eredita tutti i beni e ititoli dei Chiaramonte comprese le cariche di Grande Almirante e dell’ufficio di Vicario Generale Tetrarca del Regno; riufiuta obbedienza a Martino Duca di Montblanc e organizza la resistenza di Palermo all’assedio delle truppe catalane.

Promuove la riunione dei baroni siciliani a Castronovo nel 1391. Cerca di impegnarli alla difesa dell’Isola contro i Martini. L’anno dopo (1392) arresosi ad onorevoli condizioni, viene preso con inganno e decapitato dinanzo allo Steri il 1° giugno dello stesso anno. Matteo del Carretto, con sangue chiaramontano nelle vene, prima parteggia per Andrea ma poi l’abbandona al suo destino, trovando più conveniente fiancheggiare i nuovi regnanti catalani. Racalmuto può finire - o ritornare - nel pieno dominio di questo cadetto della famiglia originaria di Savona, destinata nel Quattrocento a nuovi protagonismi feudali.

Un figlio naturale di Matteo Chiaramonte, Enrico, appare sulla scena politica siciliana per lo spazio di un mattino: nel 1392 si sottomette a Martino e dopo la morte di Andrea e si rifugia con aderenti e amici nel castello di caccamo, che successivamente dovette abbandonare per andare esule in Gaeta, dove sembra abbia finito i suoi giorni.

La nobile prosapia scompare dall’Isola e non vi torna mai più a dominare. La sua storia è quasi tutta la storia di Sicilia nel Trecento ed ingloba la dominazione baronale su Racalmuto. In quel secolo non sono i Del Carretto ad avere peso sull’umano vivere racalmutese; forse una intermittente incidenza la ebbero i Doria (in Particolare, Matteo Doria); per il resto il potere porta il nome dei Chiaramonte, il potere sul mondo contadino; quello sulle grassazioni tassaiole; quello delle cariche pubbliche; quello stesso che investe i pastori delle anime: preti, religiosi, chiese, confraternite, decime e primizie. Oggi, i racalmutesi, fieri delle loro due belle torri in piazza Castello, non serbano ricordo - e tampoco rancore - per quei loro antichi dominatori e gli dedicano strade, con dimesso rimpianto, quasi si fosse trattato di benefattori.

Giammai notato v’è un inciso nei processi d’investitura dei Del Carretto, che si custodiscono negli archivi di Stato di Palermo, di grandissima importanza per la storia di Racalmuto: nell’agglomerato di atti notarili che Matteo del Carretto esibisce a fine secolo XIV nell’improba fatica di far credere del tutto legittima la sua baronia racalmutese, affiora una dichiarazione di Gerardo del Carretto ove, come si disse dianzi, si afferma una provenienza ereditaria di beni da Matteo Doria. E’ questi un personaggio che ha l’attenzione del Chronicon Siculum (CVIII) e del Villani (XI, 108).  Nel novembre del 1339 la flotta siciliana tenta di contrastare quella napoletana che sosteneva un corpo di spedizione sbarcato a Lipari. E fu una débcle. Il cronista coevo ci racconta che i Siciliani «furono debellati, e presi così che non uno di essi sfuggi, se non quelli soltanto che gli stessi nemici dopo tale disfatta vollere rilasciare e rimandare». Fra i nobili catturati furono Giovanni Chiaramonte (di cui abbiamo detto prima), il comandante della flotta, Orlando d’Aragona fratello naturale del re, Miliado d’Aragona figlio naturale del dento re Pietro d’Aragona e di Sicilia, Nino e Andrea Tallavia da Palermo, Vincenzo Manueòe da Trapani. E, per quello che anoi più preme, Matteo Doria. Questi per adempiere all’impegno contratto per il riacquisto della libertà dovette vendere la tenuta di Fontana Murata del valore di 1500 onze per 500 onze.  Matteo Doria era figlio di Brancaleno Doria e di Costanza Chiaramone, proprio quella che aveva avuto per marito di primo letto Antonio del Carretto con cui aveva generato il nostro Antonio II del Carretto. Questi e Matteo Doria erano dunque fratelli sia pure soltanto uterini. Matteo Doria aveva per fratello germano Manfredo (ribelle a Federico III, ma reintegrato nei beni; esule e poi stabilitosi ad Agrigento) e le tante sorelle: Isabella, Marchisia, Leonora, Beatrice e Ginevra. Costanza Chiaramonte fu dunque donna molto feconda: tre figli maschi da due diversi mariti e ben cinque figlie femmine (per quello che se ne sa). Nelle tante doti che dovette fare rientrò mai Racalmuto? Davvero venne assegnato in esclusiva ad Antonio II del Carretto? Ed il riafflusso dei beni di famiglia da Matteo Doria ai nipoti di cogmone Del Carretto  annetteva anche la nostra baronia? Misteri del Trecento che lo storico obiettivo non è in grado di dipanare. L’Inveges va invece a briglia sciolta. Chi ha voglia di seguirlo, faccia pure.

Se seguissimo l’attendibile Fazello, dovremmo pensare che Manfredi Doria abbia spostato l’asse del suo potere feudale a Cammarata. Il De Gregorio  ci pare in definitiva piuttosto perplesso. Ai fini della nostra storia, i Doria non ci paiono, comunque, di particolare rilievo, ragion per cui non abbiamo dedicato molte ricerche su tale ceppo di mercanti e navigatori genovesi, approdati ad Agrigento che fu provvida pedana per una fortuna feudale che li fa assurgere a cospicui rappresentanti della nobiltà sicula trecentesca.

Dalle brume degli esordi racalmutesi della sciatta dei Del Carretto affiora qualche piccola scisti: chi fosse davvero quell’Antonio I Del Carretto che da Savona giunge ad Agrigento per sposare Costanza, quest’unica figlia del cadetto Federico Chiaramonte, non sappiamo. Possiamo escludere, sulla base che gli agiografici alla Inveges o alla Giordano, ogni effettiva egemonia sul feudo di Racalmuto. Non sappiamo neppure se il figlio Antonio II del Carretto sia stato davvero investito della baronia o se, alla morte di Matteo Doria, il titolo pervenne ai carretteschi. E ad investigare sugli intrecci nobiliari di quel tempo, ci perderemmo in congetture di nessuna fondatezza storica. Il padre Caruselli, Tinebra Martorana, Eugenio Napoleone Messana, questo l’hanno già fatto e chi prova diletto nelle fantasiose enfiature araldiche può farvi ricorso.

Di certo sappiamo che esistette un Antonio I Del Carretto - andato sposo a Costanza Chiaramonte - e che la coppia ebbe un figlio Antonio II Del Carretto. Vi è però una sola fonte e sono le carte dell’investitura di Matteo Del Carretto, che, tutte vere o totalmente o parzialmente falsificate che siano, risalgono allo spirare del quattordicesimo secolo, circa 100 anni dopo il succedersi degli eventi.

Quelle carte le abbiamo già citate e vi torneremo in seguito per le nostre esigenze narrative: qui ci basta richiamare l’attenzione sulla circostanza di un  Antonio II Del Carretto trasmigrato a Genova (e non a Savona) e lì far fortuna in compagnie di navigazioni. Strano che costui non ritenga di rivendicare la sua quota del marchesato di Finale e Savona e non dare fastidio - neppure con la sua presenza fisica - agli altri coeredi della sua stessa famiglia che continua nell’egemonia di quei luogi liguri senza neppure un convolgimento formale di codesto figlio di un legittimo titolare.

Non v’è ombra di dubbio che i Del Carretto provengano dal marchesato di Finale e Savona: i tre fratelli Corrado, Enrico ed Antonio sembra che si siano divisi quel marchesato in tre parti; A Corrado andò Millesimo, ad Enrico Novello e ad Antonio Finale. Ciò secondo un atto che sarebbe stato stipulato dal notaio Aicardi nel 1268. I tre “terzieri” succedvano, pro quota, al padre Giacomo del Carretto, marchese di Savona e signore di Finale, che è presente dal 1239 al 1263. Sposato con tale C... contessa di Savona, morì nel 1263.

Su Antonio del Carretto, il Silla fornisce questi ragguagli: «marchese di Savona e signore di Finale, conferma il decreto del padre emesso nel 1258 circa l’abitato in Ripa-Maris; fiorì nel 1263; nel 1292 stipula ancora le famose convenzioni con Genova. Da Agnese ebbe Enrico, che sposa Catterina dei M.si di Clavesana; antonio che sposa Costanza di Chiaramonte.» Se bene intendiamo quell’autore, Antonio Senior del Carretto avrebbe generato anche Giorgio che diviene marchese di Savona e signore di Finale. E’ presente nel 1337, anno in cui gli uomini di Calizzato gli prestarono giuramento di defeltà. Ottenne l’investitura dei feudi nel 1355. Da venezia del Carretto ebbe quattro figli dei quali appare tutrice nel 1361. Gli succede il figlio Lazzarino I. E’ quindi la volta del nipote Lazzarino II operante alla fine del secolo, come da atto del 1397.

A seguire questa ricostruzione araldica, ben tre Antonio del carretto si succedono dal 1258 al 1390 c.a. Quello che abbiamo indicato come Antonio del Carretto I - quello andato sposo a Costanza Chiaramonte - sarebbe in effetti il secondo di tal nome; poi Antonio II, il primo cui si accredita la baronia di Racalmuto.

Ma tornando al nostro Antonio II Del Carretto, questi nasce qualche anno dopo il 1307, se crediamo all’Inveges. Diviene orfano di padre molto giovane (poco tempo prima del 1320?). Erediterebbe dall madre Racalmuto nel 1344 per atto del Notar Rogieri d'Anselmo in Finari à 30 d'Agosto 12. Ind. 1344, stando alle notizie dell’’Inveges prima riportate.

L’atto di permuta tra i fratelli Gerardo e Matteo del Carretto ad un certo punto vuole codesto Antonio del Carretto emigrato a Genova, come detto. Là si sarebbe arriccchito con partecipazioni in compagnie navali ed altro e là sarebbe morto (forse attorno al 1370). Questo il passo del citato atto ove possiamo cogliere siffatti dati biografici di Antonio II del Carretto. «Infine il predetto don Gerardo promise, sotto il vincolo del giuramento, di inviare da Genova in Sicilia  tutti i privilegi, le scritture e i rogiti relativi ai beni venduti come sopra e specialmente alla baronia di Racalmuto, che rimasero presso lo stesso don Gerardo dopo la morte del magnifico quondam don Antonio del Carretto, suo padre, che ebbe a morire in potere e presso il detto don Gerardo, per consegnarli al detto don Matteo ed ai suoi eredi sotto ipoteca ed obbligazione di tutti i suoi beni, nonché della moglie e dei figli, mobili e stabili, posseduti e possedendi ovunque esistenti e specialmente quelle tenute date ed assegnate al predetto Gerardo in parziale soddisfazione della detta vendita.»

 

La svolta del 1374

 

Si accredita autorevolmente la tesi di un Mafredi Chiaramonte, bastardo, nelle cui mani «per via di fortunate combinazioni, si venisse a riunire .. l’ingente patrimonio della casa.»  Non sembra potersi revocare in dubbio che «al 1374 in fatti egli [Manfredi Chiaramonte] ereditava dal cugino Giovanni il contado di Chiaramonte e Caccamo; dal cugino Matteo, al ’77, il contado di Modica; inoltre le terre e i feudi di Naro, Delia, Sutera, Mussomeli, Manfreda, Gibellina, Favara, Muxari, Guastanella, Misilmeri; in fine campi, giardini, palazzi, tenute in Palermo, Girgenti, Messina ...». Racalmuto non viene nominato, ma si dà il caso che in documenti coevi che si custodiscono nell’Archivio Vaticano Segreto anche il nostro paese appare sotto la totale giurisdizione del potente Manfredi.

Nel 1355 dilagò in Sicilia una peste che, «se non fu con certezza peste bubbonica o pneumonica, fu pestilentia nel senso allora corrente di gravissima epidemia».  Già vi era stata un’invasione di lacuste che provocò forti danni nell’Isola. Racalmuto ne fu certamente colpita, ma pare non in domodo grave. Maggiori danni si ebbero per un ritorno dei focolai epidemici di una ventina d’anni dopo. Operava frattanto la scomunica per i riverberi del Vespro. Preti, monaci e bigotte seminavano il panico facendo collegamenti tra le ire dei papi che in quel tempo erano emigrati ad Avignone e la vindice crudeltà della natura: era facile additare una vendetta divina, ed anche il potente Manfredi Chiaramonte era propenso a credervi.

I nostri storici locali raccolgono gli echi di quei tragici eventi ed imbastiscono trambusti demografici per Racalmuto: nulla di tutto questo è però provabile. Un fatto eclatante viene inventato di sana pianta: un massiccio trasferimento da Casalvecchio all’attuale sito della residua, falcidiata popolazione. Già, subito dopo la conquista di Garibaldi, il locale sindaco - pensiamo a Michelangelo Alaimo - faceva scrivere ad un dotto professore del Continente che: «Antica è l'origine di Racalmuto: il suo nome è di origine arabica. Fu distrutto dalla peste del '300, indi nel ripopolarsi non occupò il luogo primitivo, che si trova ora alla distanza di un chilometro, e si chiama Casalvecchio. Nell'occasione dei lavori eseguiti ultimamente per stabilire una carreggiabile, si rinvennero ivi dei sepolcreti e ruderi di edifici. Questo borgo fu sotto il dominio della famiglia Chiaramonte, passò quindi in feudo della famiglia Requisenz, principi di Pantelleria. (Alcune delle surriferite notizie debbonsi alla cortesia dell'on. Sindaco di questo Comune) 

L’apice della visionarietà si ha naturalmente nel Messana,  secondo il quale: «A  Racalmuto le cose andavano bene, la popolazione cresceva, sempre attorno al castello. Vista insufficiente la cappella del Palazzo che nei primi tempi dopo il 1355 fu aperta al culto dei pochi superstiti alla calamità, si costruì la chiesa dedicata a S. Antonio Abate, eletto patrono del paese, alla periferia del nuovo centro abitato, verso l'odierno cortile Manzoni. Intanto gli anni passavano, e al barone Antonio Del Carretto erano succeduti i figli Gerardo e Matteo. La baronia di Racalmuto con altri possedimenti era toccata a Matteo, a Gerardo  invece Siculiana col resto dei feudi. I due germani non rimasero estranei agli avvenimenti politico militari del regno. Essi seguirono, come aveva fatto il padre, i loro parenti, i Chiaramonti, anche perché questi avanzavano rivendicazioni sulla baronia, tutte le volte che non vedevano i Del Carretto al loro fianco con entusiasmo e dedizione. Negli anni di grazia tra il 1374 ed il 1377 in più luoghi storici infatti Racalmuto è annoverata fra i beni chiaramontani. E' chiaro che i Del Carretto erano i signori di Racalmuto negli affari interni, ma tanto legati e dipendenti dai Chiaramonti che all'esterno apparivano come valvassori dei potentissimi parenti. Gerardo e Matteo, alla caduta di andrea Chiaramonti, che avevano seguito nell'assedio di Palermo, riuscirono a sfuggire all'ira di Martino e ricoverarono  all'interno. » In questa pagina del Messana c’è del vero, ma tanto da rettificare, almeno se si dà in qualche modo credito alla lezione da noi sopra esposta.

I traumi che la Sicilia ebbe a soffrire tra il 1361 ed il 1375 ebbero indubbiamente a coilvolgere Racalmuto, ma in che modo non è possibile documentare su basi certe. Gli scontri tra le parzialità - solo vagamente definibili latine e catalane - continuano a scoppiare nel 1360. L’anno successivo giunge in Sicilia Costanza d’Aragona per sposare Federico I, il quale, sfuggendo a Francesco Ventimiglia che lo teneva sotto sequestro, può solo nell’aprile convolare a nozze in quel di Catania. Manfredi Chiaramonte con 9 galeee attacca nel maggio la piccola flotta catalana (6 galeee) che aveva scortato Costanza e ne cattura una parte presso Siracusa. Nel 1362 Federico IV si dà da fare per rappacificare e rappacificarsi con i potentati del momento: nell’ottobre ratifica la pace di Piazza fra Artale d’Alagona ed i suoi seguaci da una parte e Francesco Ventimiglia e Federico Chiaramonte (che sono a capo di nutrite fazioni) dall’altra. Nel biennio 1262-1363 si registra una recrudescenza della peste. Nel 1363 muore la regina Costanza. Nel 1364 si riesce a recuperare il piano di Milazzo e di Messina e finalmente nel 1372 si può parlare di pace con gli Angioini di Napoli.

Ma quando agli inizi del 1373 Palermo e Napoli ebbero per certe le condizioni di pace, divenne più agevole definire il concordato con il papato che manteneva sulla Sicilia il suo irriducibile interdetto.  La corte pontificia, ancora ad Avignone, versava in ristrettezze economiche: se la Sicilia si mostrava disponibile ad una tassazione straordinaria aveva possibilità di una rimozione del gravame papale. Fu così che si fece strada la soluzione della controversia con il papa: bastava assicurare il pagamento di un sussidio il cui peso sarebbe finito direttamente sulle vessate popolazioni dell’Isola, compreso Racalmuto naturalmente.

E qui la minuscola vicenda racalmutese si aggancia ai grandi eventi della storia medievale di quel torno di tempo. Affiora, ad esempio, un nesso tra papa Gregorio XI e la reggenza di Racalmuto nel 1374. Gregorio XII era inffetti Pietro Roger de Beaufort nato a  Limoges nel  1329; morirà a Roma nel 1378. Eletto papa nel 1371, ristabilì a Roma la residenza pontificia ponendo fine alla cosiddetta "cattività avignonese". La fine del suo pontificato fu contraddistinta dalla rivolta generale delle province italiane. Nel 1375 e nel 1376, nel momento in cui Firenze ingaggiava contro la Santa Sede la guerra degli «8 santi», novanta citta e castelli dello Stato pontificio si sollevavano contro gli ufficiali apostolici e demolivano le fortezze edificate antecedentemente dal cardinale Albornoz. La rivolta può venire considerata causa del definitivo tracollo del papato francese in Italia, che non riesce più a percepire i sussidi straordinari imposti dal 1370 al 1375 nei domini della Santa Sede.

Negli ultimi anni della loro dominazione in Italia, i papi avignonesi ricorsero molto spesso alla generosità dei loro sudditi con richiesta di sussidi straordinari, tanto da trasformarsi in imposte ordinarie. Quanto al consenso dei parlamenti, divenuto alla lunga puramente formale, a partiva dal 1374 esso tendeva a sparire del tutto. Dal 1369 al 1371 si trascina la guerra di Perugia e diviene controversa l’esazione dei sussidi della Tuscia in favore del patrimonio della Santa Sede.  Scoppia quindi la guerra milanese ed insorgono difficoltà per l’acquisizione dei sussidi relativi agli anni 1372-1373. L’Italia conosce, nel 1374 e nel 1375, la devastazione della peste e della fame. L’epidemia di peste bubbonica affiorata a Genova nel 1372 si diffonde a poco a poco per il resto d’Italia, e nel 1374 raggiunge la Francia meridionale. Una grande siccità imperversò alla fine del 1373. Dopo, nel seuccessivo aprile, cominciarono piogge torrenziali e protratte che rovinarono la mietitura e provocarono la carestia. Un coacervo dunque di circostanze per le quali Gregorio XI si vide costretto a sollecitare un nuovo aiuto economico da parte dei sudditi italiani per sostenere la guerra che continuava più furibonda e più rovinosa che mai, contro il signore di Milano.

All’inizio del 1375, la Camera apostolica non incontra difficoltà soltanto in alcune province dell’Italia centrale. La carenza contributiva si estende alla Cristianità intera. Salvo forse la Francia, la percezione dell’obolo è un totale falimento nel reame di Napoli e, specialmente, in Sicilia. L’Inghilterra si era sollevata contro le pretese di Gregorio XI. Il clero di Castiglia e di Lione e quello del Portogallo rifiutava ogni aiuto. Il papa fu allora costretto a revocare le vecchie tasse e dichiarare che si accontentava di somme relativamente modeste (qui 20.000 e là 25.000 fiorini). Nella stessa Italia, gli ecclesiastici fanno orecchi da mercante e rifiutano di consegnare al collettore Luca, vescovo di Narni, i contributi che pure avevano promesso. I mercenari non sono pagati e, per calmarli, Gregorio XI deve conferire terre della Chiesa ai loro capi.

La guerra milanese è frattanto prossima a concludersi. Il 4 giugno 1375, la tregua con i Visconti è conclusa. Lungi dal riassettare una situazione fortemente compromessa, la fine delle ostilità aggrava le tensioni. I mercenari, privi del loro soldo, sono lì lì per costituirsi in compagnia e rifarsi con i saccheggi. Non basta, certo, un’ipotetica retribuzione a frenarli. Solo degli espedienti possono salvare provvisoriamente la Camera apostolica.  Gregorio XI si fa prestare somme enormi.

L’incapacità del papato di procurarsi il denaro necessario al finanziamento della guerra contro Bernabò Visconti è il segno del fallimento finale della fiiscalità avignonese. Questo fallimento deborda dai limiti dello Stato pontificio e si estende atutta la Cristianità, come mostra il rifiuto pressoché generale di pagare i “sussidi della carità” sollecitati da Gregorio XI nel 1373.

Per un sussidio di carità può però la Sicilia torgliersi da dosso l’interdetto, conseguenza del Vespro: lo può l’intera Sicilia ed è perdonata; lo può Manfredi Chiaramonte e tutte le sue terre sono perdonate;  lo può Racalmuto ed il 29 marzo 1375 viene solennemente assolto con un cospicuo “sussidio della carità” di una colpa mai commessa. 

Storici di acuto intelletto scrivono che «c’è un elemento comune del mondo moderno che è stato considerato come il fondamento del suo processo evolutivo, nelle forme di stato e Chiesa, costumi, vita e letteratura. Per produrlo le nazioni occidentali dovettero formare quasi un unico stato spirituale e temporale insieme.»  Ma ciò per un breve momento. Sorgono quindi le lingue nazionali; si sfalda il precedente mondo monolitico e «un passo dopo l’altro, l’idioma della Chiesa si ritirò dinanzi all’impellanze delle varie lingue delle varie nazioni.»  L’universalità perse terreno; l’elemento ecclesiastico che aveva sopraffatto le nazionalità entra in crisi; i popoli si mettono in cammino lungo percorsi  nuovi, in incessante trasformazione, e sempre più accentuatamente distinti e separati. La potenza dei papi era assurta ad altissimi livelli in un mondo coeso. Ma ecco che nuovi momenti cominciano ad eroderla. Furono i francesi che opposero la prima decisa resistenza alle pretese dei papi. Si opposero, in concordia nazionale, alla bolla di condanna di Bonifacio VIII; tutti i corpi di quel popolo espressero il loro consesso agli atti del re Filippo il Bello.

Seguirono i tedeschi. L’Inghilterra non rimase estranea per lungo tempo a questo movimento; quando Edoardo III non volle più pagare il tributo al quale i re suoi predecessori si erano impegnati, ebbe l’assenso dei suo parlamento. Il re prese allora misure per prevenire altri attacchi della potenza papale.

Una nazione dopo l’altra si rende autonoma; le  pubbliche autorità rigettano le idee di sudditanza ad una autorità superiore, sia pure a quella del papa. Anche la borghesia si discosta dall’umile sottomissione ai papi. E gli interventi di costoro vengono respinti dai principi e dai corpi statali.

Il papato cade allora in una situazione di debolezza e di imbarazzo che rese possibile ai laici, che sinora avevano cercato di difendersi, di passare al contrattacco. Si ebbe addirittura lo scirma. I papi poterono essere deposti per volontà delle nazioni. Il nuovo eletto doveva adattarsi a stabilire concordati con i singoli stati.

E così da Avignone il papa dovette tornarsene a Roma. E’ questo un momento ulminante della crisi che abbiamo fugacemente additata. Ed in questa congiuntura, cade appunto la remissività papale verso la Sicilia. In cambio di un obolo supplemante si può procedere alla revoca di un interdetto, frutto di potenza, arroganza ed al contempo di remissività verso la Francia.

La meridiana della storia passa allora anche per il modesto, gramo paesetto di Racalmuto. Altro che isola nell’isola, nell’isola - scrivemmo una volta in pieno disaccordo con Sciascia.  

 

 

Le decime del 1375

 

Nel contesto della politica fiscale di papa Gregorio XI un personaggio acquisisce contorni di rilievo e diviene memorabile nell’ambito nostro, cioè della microstoria racalmutese del XIV secolo: Bertrand du Mazel. Originario della diocesi di Mende, in Francia, fu uno dei valenti agenti dell’amministrazione finanziaria della Santa Sede sotto i pontificati di Urbano V e di Gregorio XI. Si distinse come collettore in Germania (1366-1367) e quindi nella Penisola Iberica (1368-1371). A questo punto il suo destino si lega a quello della Sicilia ed investe a Racalmuto ove ebbe a recarsi il 29 marzo del 1375. La sua carriera in Sicilia si dispiega lungo gli anni dal 1373 al 1375. Svolge diligentemente i suoi compiti e fra l’altro redige come collettore apostolico carte e registri contabili che, conservati negli Archivi del Vaticano, sono giunti sino a noi. Vi troviamo Racalmuto.

Bertrand du Mazel era “archidiaconus Tarantone in ecclesia Ilerdensi, cappellanus pontificis” (Reg. Vat. 268, f. 67) cioè a dire un diacono maggiore che aveva l’amministrazione dei beni di taluni settori della chiesa (canonica, etc.). Oggi il titolo è meramente onorifico e viene attribuito ad un componente capitolare delle cattedrali. Du Mazel , come tutti i collettori, dovette tenere un registro delle sue operazioni per sottometterle al controllo dei chierici della Camera apostolica. Pare che si stato un uomo preciso e motodico: conservo una copia della sua corrispondenza. Una parte di tale corrispondenza riguardava, pernostra fortuna, la Sicilia e risulta custodita in Vaticano. Ciò si deve al fatto che per il diritto di spoglio tutte le carte di Bertrand du Mazel dovettero essere versate in blocco alla Camera apostolica alla morte del proprietario.

Du Mazel curò un carteggio con le autorità siciliane dell’epoca nella sua qualità di collettore del sussidio riscosso dal popolo siciliano. Inoltre conservò i documenti contabili tra cui quietanze, conti dei sotto-collettori, minute e bella copia dei conti. Nel Reg. Av. 192, fol. 414-419v, abbiamo la minuta autografa, cancellata e corretta, del conto del sussidio raccolto dal popolo siciliano.

La visita in Sicilia (e a Racalmuto) di du Mazel si colloca nel quadro degli eventi sopra abbozzato.  In particolare occorre tener presente che all’inizio del 1373, dopo laboriosi negoziati, il re Federico IV di Sicilia e la Regina Giovanna di Napoli concludevano la pace sotto l’egida del papato. Riconosciuto come sovrano legittimo della Trinacria, Federico IV accettava la signoria di Giovanna I, e quella di Gregorio XI. Egli si impegnava a pagare un censo di 3.000 once alla regina che doveva trasmette alla Santa Sede questo canone. I siciliani dovevano giurare la pace e prestare giuramento di fedeltà al re. La Chiesa riacquistava tutti i diritti e privilegi che godeva prima del Vespro del 1282. Il papa prometteva di levare l’interdetto che gravava nell’isola da lunghi anni.

L’accordo si rendeva necessario per le ristrettezze finanzierie pontificie a seguito della lotta contro i Visconti di cui abbiamo detto. Si è anche visto come i “sussidi caritativi” chiesti al clero di molti paesi fossero risultati fallimentari.. In Sicilia la percezione di tale sussidio fu decisa prima della ratifica della pace, nel dicembre del 1372; la promessa di abolire l’interdetto è uno strumento di pressione fiscale. Vengono chiamati anche i laici a contribuire. Si decidono madalità di esazione contemplanti censure ecclesiastiche per gli evasori o per i riottosi. Le bolle del dicembre del 1372, chiedendo un aiuto per la lotta contro i nemici della Chiesa in Italia, imponevano che questo venisse dato “prima dell’abolizione dell’interdetto”. Evidente l’intento dissuasivo.In virtù di una clausola apparentemente anodina, i delegati pontifici potevano esigere da chi si voleva liberare dall’interdetto, non solamente il giuramento di rispettare la pace e d’essere fedele al re, secondo i termini del trattato, ma anche un aiuto pecuniario alla Chiesa. Il sussidio “caritativo” e volontario si trasformava in imposta pura e semplice. Bertrand du Mazel non esita a parlare della tassa riscossa “ratione amotionis interdicti”, come nel caso di Racalmuto, ove invero si parla ancora più esplicitamente di  “subsidio auctoritate apostolica imposito . E ci siamo dilungati proprio perché in definitiva ciò ci illumina sulla storia “narrabile” del nostro paese.

Illuminato Peri  chiarisce gli aspetti storici di siffatta atipica tassazione pontificia. «La esazione fu affidata a collettori pontifici, e fu convenuto che 1/3 sarebbe andato alle finanze regie. Nella forma Federico IV si presentò mediatore fra popolazione e autorità ecclesiale. Tanto che l’atto del maggio del 1374, con il quale egli fissò la misura della sovvenzione, fu dichiarato “moderatio regia”. Con tale atto si cercò di sedare le reazioni piuttosto violente suscitate dalla prima richiesta (“rumori, rivolte, novità, assembramenti e molte indicibili e turpi parole contro la chiesa romana e noi”, sintetizzava il collettore Bertrand du Mazel). Il sussidio fu ripartito in ciascun abitato per case, in rapporto alla condizioni economiche: 1 tarì per le famiglie povere, 2 per le “mediocri”, 3 per le agiate (“qualsiasi fuoco di ricchi abbondanti in facoltà”). Si computarono in ciascuna località metà delle famiglie nella categoria inferiore, ¼ nella mediana, ¼ tra le benestanti: se le condizioni economiche fossero omogenee, sarebbe stata distribuzione equa. Furono esentati i preti, i giudei e i tatari “che sono nell’isola infiniti” e le “miserabili persone” che non era prefigurato fossero.»

Intensa è la fase preparatoria del sussidio. Il papa scrive a destra e a manca per spingere i notabili siciliani ad accedere alle nuove istanze impositive della Santa Sede. Da Avignone invita, nel 1372, giurati ed università a recarsi presso “Federico d’Aragona” - non lo chiama re - perché lo convincano a fare pace con “la regina di Sicilia”, cioè Giovanna di Napoli. Gli inviti sono mandati a Calascibetta, Licata, Agrigento e Sciacca  (reg. Vat. 268, f. 295-297).

Sempre da Avignone, il 1° ottobre del 1372, si officia Guglielmo affinché interponga “partes suas consolidationi Agrigentinae civitatis efficaciter et, cum consummata fuerit, Francisco de Aragonia impendat obedientiam et reverentiam, sicut decet.” (Reg. Vat. 268, f. 298 v.° 299 v.°). Si ripristini ad Agrigento la fedeltà a Francesco d’Aragona, che risultava infranta.

Vediamo questo diploma: «Al nostro diletto figlio, nobiluomo Guglielmo di Peralta, conte di Caltabellotta della diocesi di Agrigento, salute. Ed al magnifico  diletto figlio, nobiluomo Giovanni Chiaramonte, signorotto (domicellus) della diocesi di Agrigento, nonché ad Emmanuele Doria, signorotto (domicellus) della diocesi di Mazara, a Manfredi Chiaramonte, (domicellus) della diocesi di Siracusa, a Benvenutode Graffeo, signore di Partanna della diocesi di Mazara.» Il pontefice mostra di conoscere molto bene la mappa del potere feudale in quel frangente storico, come dimostra il dosaggio dei titoli nobiliari nella missiva di cui abbiamo citato l’indirizzario.

Ma particolare attenzione viene rivolta a Giovanni Chiaramonte che ancora nel 1372 è vivente e domina sull’intera provincia agrigentina, Racalmuto compreso (il papa ignora i Del Carretto, argomento ex silentio, quanto si vuole, ma pur sempre circostanza rivelatrice). Sottolineamo questa lettera del 20 gennaio 1372: «a Giovanni Chiaramonte per i suoi buoni offici tra la Regina di Sicilia e Federico d'Aragona - secondo il tenore delle lettere per Nicolò de  Messana, Pietro d'Agrigento custodi delle custodie di Messina e di Agrigento dell' O.F.M.» (Reg. Vat. 268, f. 247). In ben sei lettere papali a Giovanni Chiaramonte, questi viene chiamato “domicellus panormitanus”. Nello stesso periodo sono sette le missive papali a Manfredi Chiaramonte. I due sono dunque personaggi di rilievo sino alle soglie del 1374. Il 6 febbraio 1372, per il papa avignonese Giovanni Chiaramonte è cresciuto d’importanza: viene chiamato “domicello dell’isola di Sicilia”.  In appendice citami altri diplomi vaticani ad ulteriore esemplificazione dell’importanza rivestita dai due Chiaramonte, succedutisi nella signoria di Racalmuto in quel torno di tempo tra il 1371 ed il 1375.

Il 9 febbraio 1375, da Caccamo, Manfredi Chiaramonte, nella sua qualità anche di ammiraglio di Sicilia ordina ai suoi ufficiali di percepire nelle sue terre il denaro del sussidio dovuto alla Chiesa e di consegnare il frutto della loro raccolta al collettore apostolico che subito toglierà l’interdetto. Il precedente 18 novembre 1374, Menfredi è a Mussomeli nel suo castello che ora si denomena dal suo nome “Manfreda”: là si redige un processo verbale che attesta che egli, ammiraglio del regno di Trinacria, presentandosi davanti al re Federico III gli ha prestato fedeltà e devoto omaggio. Il ribellismo del conte, di illegittimi natali, si era dunque quietato. Al vescovo di Sarlat, nunzio apostolico, che accompagnava il re, Manfredi ha solennemente promesso sul Vangelo di osservare il trattato di pace, come è stato steso nelle lettere reali sigillate con una bolla d’oro e finché il re l’osserva lui stesso. Egli ha promesso di fare versare il sussidio dovuto alla Chiesa dagli abitanti delle su terre di Spaccaforno, Scicli, Modica, Ragusa, Chiaramonte, Comiso, Dirillo, Naro, Delia, Montechiaro, Favara, Racalmuto, Guastanella, Muxaro, Sutera, Gibellina, Castronovo, Mussomeli, Camastra, Bivona, Prizzi, S. Stefano, Caccamo, Misilmeri, Cefalà, Palazzo Adriano, Calatrasi, Cazonum (?), Camarina, la torre di Capobianco, Pietra Rossa e Misilendino. Osserva il Glénisson: «si è potuto dire delle proprietà dei Chiaramonti che esse formavano un piccolo regno nel grande. Le proprietà di Manfredi Chiaramonte colpiscono veramente per la loro estensione. Esse sono distribuite in quattro gruppi principali: 1) Esse comprendono buona parte dell’attuale provincia di Ragusa, con Ragusa stessa, Modica, Spaccaforno, Scicli, Comiso, Camariano, Dirillo; 2) Nella regione di Agrigento e di Caltanissetta, Manfredi possiede Mascaro, Racalmuto, Montechiaro, Camastra, Naro, Delia, Favara, Sutera. 3) Le località del centro: Mussomeli, S. Stefano, Castronovo, Prizzi, Cefalà, Palazzo Afriano ... 4) Le proprietà della regione di Palermo: Misilmeri, Caccamo ...»  Il processo verbale è stato redatto su domanda del re e del nunzio apostolico nella casa dove risiede il re da Francesco da Treviso, notaio apostolico e imperiale «presentibus reverendo padre Rostagno abbate monasterii Sancti Severini Majoris de Neapoli et nobilibus et circumspectis viris Jacobo Pictingna de Messana milite, Georgio Graffeo de Mazaria, Bonaccursio Maynerii de Florencia, Manfredo de la Habita de Panormo, Raynerio de Senis, Reynerio Pictngna de Messana et aliis.» [Copia di Bertrand du Mazel: Reg. Av. 192. Fol. 4.]

Dalla lettera circolare che Manfredi Chiaramonte dirama da Caccamo il 9 febbraio 1375 riusciamo a cogliere alcuni tratti della veridica storia di Racalmuto: esclusa ogni effettiva ingerenza dei Del Carretto, il casale è evidentemente assoggettato al Chiaramonte, nell’occasione conte di Chiaramonte, signore e ammiraglio del regno di Trinacria. L’Universitas ha un suo governo locale che fa capo ad un capitano, ad un baiulo, a dei giudici, a degli ufficiali subalterni ed ha una popolazione che costituiisce un soggetto giuridico (universi homines). Rientra tra le terrae nostrae, cioè di Manfredi. Se dovessimo credere agli araldisti (ed agli storici locali), Racalmuto sarebbe dovuta essere terra di Antonio II del Carretto: il diploma in esame smentisce in pieno.

«Cum zo sia cosa ki - soggiunge il conte di Chiaramonte con un siciliano cancelleresco che ha il suo fascino - a nuy sia debitu procurari vostru beneficiu et universali saluti, cossì di l’anima comu di lu corpu, idcirco vi significamu ki pir tali ki vuy putissivu aviri lu divinu officiu et la celebracioni di li missi, sì comu ànnu la plu parti di li altri terri di quistu Regnu, et maxime per consideracioni di la malvasa epithimia ki vay discurrendu per diversi terri et loki, in presencia di lu R[e]... prestamu et fichimu juramentu di observari la pachi facta per lu signur Re comu [illu] ... observirà et hannu juratu li altri baruni, et lu simili avimu factu fari a la universitati di Palermu et di Girgenti; per la quali concordia esti commisu a lu venerabili misser Bertrandu, capellanu et nunciu apostolicu et collecturi deputatu per nostru signuri lu papa di lu subsidiu impostu per la relaxioni di lu interdictu, ki pagandu vuy chauna universitati oy locu la taxa imposita et consueta, comu ànnu pagatu li altri terri di lu predictu Regnu, ipsu per la auctoritati a ssì commissa relassi lu dictu interdictu et restituiscavi lu divinu officio et la celebracioni di li missi, ut predicitur; et impirò vulimu et comandamu ki vuy, officiali predicti, ordinati tri boni homini un chascuna terra et locu predicti ki aianu a recogliri la dicta munita, et ki incontinenti si pagi a lu dictu collecturi perkì puzati consiquiri tanta gratia et beneficiu supradictu. Et pirkì siati plu certi di la supradicta nostra voluntati, fachimu fari quista nostra patenti lictera, sigillata di lu nostru sigillu consuetu, cum li nomi di li terri et loki infrascripti. Datum in  castro nostro Cacabi, VIIII° Februarii XII indictionis [rectius: XIII indictionis = 1375].

«Nomina terrarum et locorum sunt hec, videlicet:

 

Spackafurnu -         Naru  -               lu Mucharu -    Sanctu Stephanu -        la Petra d’Amicu

Sicli -                       la Delia -            li Glubellini -   Perizi -                          Calatrasi

Modica -                  la Favara -         Sutera -            lu Palazu Adrianu -      lu Misilendinu

Ragusa -                  Monticlaru -      Manfreda -       Cacabu -                       Camarana

Claromonti -            la Licata -         Camastra -        Chifalà -                       Petra Russu

Odorillu -                Rachalmutu - Castrunovu -    Misilmeri -                       ________

Terranova -             Guastanella -      Bibona -           la turri di Capublancu -    Et cetera

 

Copia di B. du Mazel: Reg. Av. Fol. 431-431v.»

 

Ancora una volta le singole università dievono dunque nominare tre probiviri (tri boni homini) i quali devono assolvere il poco gradito compito di spillare denari a tutti gli abitanti (nelle diverse misure che prima abbiamo detto). Non sappiamo chi siano stati i prescelti di Racalmuto: ma sappiamo che vi furono e svolsero a puntino la ficcante tassazione.

L’elenco delle università ha una sua logica: Racalmuto si trova in mezzo ad un itinerario che, partendo da Gela (Terranova) punta su Naro, da qui a Delia e da lì si torna a Favara (ammesso che si tratti dell’attuale Favara e non di un centro nel nisseno); da Favara a Palma di Montechiaro, quindi a Licata per convergere sul nostro Racalmuto. Da qui a Guastanella (una rocca sul monte omonimo a poco più di 2 km. A Nord di Raffadali), per toccare S. Angelo Muxaro. Da qui per una località vicina: Gibillini (Glubellini) che non può essere Gibellina (come si ostinano a dire anche storici di alto livello) ma che potrebbe essere davvero il nostro Castelluccio, al tempo chiamato Gibillini. Se è così, la storia del paese di arricchisce di unaltro importante tassello. Da Gibillini si va a Sutera e quindi a Mussomeli. Si passa a Camastra. Ma subito dopo tocca a Castronovo e quindi a Bivona, Santo Stefano, Prizzi, Palazzo Adriano. E’ quindi la volta di Caccamo e di altri centri, ma a questo punto il nostro interesse per la dislocazione trecentesca dei paesi diviene nullo.

Fin qui si è trattato di maneggi burocratici: ora è il tempo delle tasse vere. L’arcidiacono du Mazel decide di tassare l’agrigentino a partire dai primi di marzo del 1375. Inizia da Palma di Montechiaro (6 marzo);  il 18 dello stesso mese può togliere l’interdetto a Bivona; il 19 a Santo Stefano; il 20 a Pietra d’Amico; il 21 a S. Angelo Muxaro; il 29 a Guastanella.

Lo stesso giorno è la volta di Racalmuto.  Dal nostro paese si passa a Castronovo (8 aprile 1375). La raccolta del sussidio s’interrompe e verrà ripresa l’8 giugno con la rimozione dell’interdetto che incombeva su Castellammare del Golfo: altra regione, lontana da Agrigento. Per noi ha particolare rilievo ovviamento Racalmuto.

Disponiamo di un paio di annotazioni che riguardano il nostro paese e che naturalmente svelano tratti storici diversamente ignoti. Il Reg. Coll. N. 222 dell’Archivio Segreto Vaticano ci degna della sua attenzione al foglio 249 con questa nota:

«Item eadem die fuit amotum interdictum in casali Rahalmuti dicte Diocesis in quo fuerunt domus coperte palearum CXXXVI que ascendunt et quas habui VII uncias XXVII tarinos.» Traducendo: «Del pari lo stesso giorno (29 marzo 1375) fu rimosso l’interdetto nel casale di Racalmuto della predetta diocesi, nel quale furono rinvenute 136 case coperte di paglia; queste hanno reso una tassa da me percetta che ascende ad onze 7 e 27 tarì.» Ad essere precisi la tassa avrebbe dovuto essere di onze 7 e tarì 27 (anziché 27) dato che così andava ripartita:

 
 
quota individuale
totale in tarì
pari ad onze
e tarì
numero fuochi
136
 
238
onze 7
tarì 28   
ceto medio (1/4)
34
2 tarì
68
 
 
benestanti (1/4)
34
3 tarì
102
 
 
poveri (1/2)
68
1 tarì
68
 
 

 

 Con i suoi 136 fuochi Racalmuto aveva dunque una popolazione abbiente di circa 544 (in media 4 componenti per ogni nucleo familiari): ma bisogna considerare i non abbienti (i miserabili), i preti (tassati a parte), gli ebrei, gli immancabili evasori e quelli che dipersi per le campagne non era possibile includerli nel censimento; un venti per cento, come abbiamo calcolato per l’analoga tassazione del Vespro. Nel 1375 Racalmuto contava dunque circa 650 abitanti.

Come si è visto le case erano di paglia: segno di grande indigenza. Eppure i racalmutesi o per solerzia degli scherani pontifici o per vero timore di Dio (e della peste) furono solerti e puntuali nel dare il sussidio caritativo al papa. Non così in altre zone della Sicilia, come ebbe a lamentarsi quello straniero di Francia, Bertrando du Mazel.

Le carte del du Mazel non vanno minimamente confuse con rilievi censuari. Abbiamo solo muneri simboli da cui possiamo dedurre solo qualche ipotesi di lavoro di carattere demografico. Non è dato asserire che nel 1375 a Racalmuto vi erano davvero 136 case con tetto a paglia; che 34 di queste (1/4) erano abitate da benestanti in grado di corrispondere la tassa pontificia in misura massima (3 tarì a fuoco); che altre 34 appartenevano a ceti medi (tassati per 2 tarì a famiglia); la metà (n.° 68) ospitava famiglie di dignitosi coltivatori e mastri, in grado solo di corrispondere il minimo (1 tarì per ogni nucleo). Evidente è la tecnica della tassazione induttiva, per stima aprioristica. Certamente in misura più limitata dovette essere la densità delle famiglie veramente facoltose. Più estesa quella del ceto medio; ancor più vasta quella della classe che oggi chiameremmo operaia. E poi i tanti religiosi (tassati a parte, come rivelano le stesse carte del du Mazel), i “miserabili” (nullatenenti e non imponibili per le legge o per dato di fatto), gli irrecuperabili che si occultavano nelle vicine zone inaccessabili o nei contigui boschi all’epoca molto folti, coloro che con gli armenti vivevano in stato di relativo benessere ma al di fuori di ogni reperibilità impositiva. Possiamo, però, dire che almeno 136 fuochi c’erano davvero a Racalmuto nel 1375, che il centro (snodantesi nelle scoscesi avvallamenti sotto le grotte dell’ordierno Calvario Vecchio) raccoglieva non meno di 600 abitanti, che tutto considerato non si può andare oltre il numero di mille abitanti (ricchi e poveri, tassati ed esenti, stanziali e saltuari, preti e “miserabili”). Una popolazione già falcidiata dalle tante ondate della ricorrente peste trecentesca ed ancora non incisa dagli sconvolgimenti che con l’avvento dalla Catalogna del duca di Montblanc ebbero a verificarsi, come vedremo.

 

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