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martedì 17 febbraio 2015

storia e preistoria sotto la grotta di Fra Diego


Sale, zolfo e gesso Racalmuto li avrebbe, dunque, ereditati dagli sconvolgimenti del Miocene. Inquieta alquanto l'idea che le ricchezze della rampante borghesia ottocentesca di Racalmuto si debbano a quel geologico vibrione. Ma le viscere della terra non furono solo fecondate di zolfo dal singolare microrganismo miocenico: inghiottirono anche  l’antomoniu e cioè il grisou il venefico idrocarburo che incendiandosi produce morte per incenerimento dei polmoni dei malcapitati minatori che avessero a respirarlo. Sciascia vi scrisse un mirabile racconto: L’Antomonio, appunto. Così lo chiosa in premessa: «gli zolfatari del mio paese chiamano antimonio il grisou. Tra gli zolfatari, è leggenda che il nome provenga da antimonaco: ché anticamente lo lavoravano i monaci e, incautamente maneggiandolo, ne morivano. Si aggiunga che l'antimonio entra nella composizione della polvere da sparo e dei caratteri tipografici e, in antico, in quella dei cosmetici. Per me suggestive ragioni, queste, ad intitolare L’antimonio il racconto.» Noi, quelle ragioni sciasciane, stentiamo ad individuarle. Ne abbiamo, però, delle nostre. Una mia nonna raccontava del suo primo marito finito, dopo poche settimane dalle nozze, morto per antimonio dietro un muro prontamente eretto per impedire che il grisou si espandesse da una “galleria” all’altra: tanto si sapeva che per i poveretti investiti nelle viscere della miniera non c’era più scampo. Si procedeva, così, a salvaguardare gli altri cunicoli solfiferi.  Apparentemente ancora integri, quei minatori scapparono dal profondo della miniera, ma giunti all’uscita la trovarono murata. Ira, terrore, sgomento, disperazione, preghiere supplichevoli, bestemmie imprecazioni .. furono scene davvero apocalittiche che si possono soltanto sospettare, intuire, immaginare. Poi, la morte inesorabile, senza più respiro per i  polmoni inceneriti. Ancor oggi, per tanti di noi racalmutesi, la zolfara – per dirla con Sciascia – equivale all’«uomo sfruttato come bestia e [al] fuoco della morte in agguato a dilagare da uno squarcio, l’uomo con la sua bestemmia e il suo odio, la speranza gracile  come i bianchi germogli di grano il venerdì santo dentro la bestemmia e l’odio.» [1]

 

 

 

 

 

 

 

Per un secolo e mezzo il vibrione solforoso produrrà a Racalmuto “povertà vile” [2] per tanti zolfatai e flebile benessere per taluni “coltivatori” di “pirrere”.

 

 

 

Sull’altipiano di Racalmuto - che, a ben vedere, altipiano non è - l’uomo ha lasciato, da oltre quattro millenni, tracce del suo dimorarvi ora rado, ora intenso, qualche volta prospero, ma di solito stentato. Un popolo preistorico, quello cosiddetto sicano, fu presente per oltre sei secoli nel secondo millennio a. C. Ma a partire dal XIV sec. a.C., mentre nella vicina Milena ebbe a prosperare una popolazione che, come attestano le ancor visibili tombe a tholos, seppe avvalersi degli influssi micenei, il territorio di Racalmuto pare divenuto del tutto inospitale e la civiltà sicana scompare del tutto (o non fu in grado di lasciare testimonianze che superassero l’onta del tempo).

 

 

 

Ma a che epoca risale il primo insediamento umano nel territorio di Racalmuto? Fu esso teatro di qualche fase evolutiva della specie umana? Come vissero i primi nuclei umani? Ove abitarono e con quali riti e culture?

 

Sono tutte domande senza risposta, alla luce delle attuali conoscenze scientifiche. Solo si può ipotizzare una qualche presenza umana nella grotta di Fra Diego, che per ubicazione ed ampiezza sembra proprio idonea ad ospitare il primitivo homo sapiens sapiens dei dintorni racalmutesi.

 

La grotta di fra Diego, circondata da una necropoli di tombe a forno, è, a mio avviso, un inghiottitoio, ma sospeso in alto dovrebbe testimoniare uno di quei fenomeni detti zubbi che abbiamo sopra in qualche modo descritti. Ne nacque un avvallamento quale oggi notiamo con tanti altri inghiottitoi lungo il costone roccioso. Sull’antico sprofondo ebbe di certo ad accumularsi uno strato di detriti per slavamento delle antistanti colline che ascendono sino al Castelluccio.

 

Oggi, dall’alto della grotta, vi si può ammirare una plaga destinata ad essere una zona archeologica di grosso risalto. Nell’estate del 1999 il sig. Palumbo di Milena – un personaggio assurto alla notorietà per avere coadiuvato con gli archeologi che hanno reso famosa la contermine Milocca  sicana – rinveniva in quell’avvallamento un continuum ceramico sicano, greco, romano, arabo e normanno. A suo avviso, era là che si era dispiegato l’insediamento umano dell’epoca sicana di cui le affascinanti tombe a forno ne sono l’ancora visibile testimonianza archeologica. Ma la vita non si era fermata al XIII secolo a. C.: era proseguita, in quello stesso luogo, con i greci, con i romani, con i bizantini e soprattutto con gli arabi. Accomunati si rinvengono cocci delle varie epoche, disseppelliti disordinatamente dai moderni trattori. Forse la Gardûtah della geografia dell’Edrisi trovavasi proprio sotto la necropoli  sicana di fra Diego. Va a finire che aveva proprio ragione padre Salvo quando scriveva [3]: «da noi, a Gargilata, certamente [i sicani] vi ebbero un villaggio, il cui nome con molta probabilità sarà stato Gardûtah, più tardi corrotto il Gardulâh, donde si pensi derivi il nome Gargilata della contrada. A fare il nome di Gardûtah è il geografo arabo Edrisi al tempo di Ruggero I nel secolo XI. Egli chiama in tal modo un imprecisato villaggio del suo tempo sito in quei paraggi della contrada Gargilata “a nove miglia da Sutera”.» La ceramica araba che abbiamo notato sotto la guida del Palumbo sembra dare il supporto archeologico alla congettura di padre Salvo. Speriamo che le pubbliche autorità si inducano finalmente a fare le campagne di scavi che la terra di Sciascia ben merita e speriamo che si provveda per la salvaguardia di quei beni che sono le tombe, al momento in pasto alla selvaggia profanazione di tombaroli.

 

 

 

L’affacciarsi dell’uomo in Sicilia data ad epoca non ancora precisata. Forse 500.000 anni fa le zolle sicule furono calpestate dal primo Homo erectus. Più probabile che ebbero a trascorrere centinaia di anni prima che l’Homo sapiens riuscisse a passare dall’Africa in Sicilia. Ci pare convincente il Tusa che è molto circospetto in proposito. «A quale epoca rimontano le prime tracce dell’uomo .. in Sicilia», si domanda [4]. Ed ecco il suo punto di vista: «Alcuni ritengono che i ciottoli di pietra levigata e appena scheggiata rinvenuti in località “Giancaniglia” … costituiscano la prova della presenza dell’uomo in quella zona durante il Paleolitico Inferiore, quell’epoca antichissima della presenza umana che generalmente si data a partire da 500.000 anni fa; non si è sicuri di questo però, studi e ricerche continuano. La presenza umana è però accertata, ed anzi considerevole, in un periodo molto più avanzato rispetto al precedente, il Paleolitico Superiore.»

 

I dilettanti non si danno comunque per vinti. Secondo notizie di stampa dell’autunno del 1983 in Sicilia sarebbe stato rinvenuto un reperto di ossa e denti di un Austrolopithecus e cioè l’uomo risalente a 4 milioni di anni fa e i cui primi reperti sono stati rinvenuti nel 1924 presso Taungs nel Bechaunaland  (Tanganica nell’Africa Meridionale). Quello di Sicilia lo si vuol far risalire a 3 milioni e mezzo di anni. Cacciava in piccoli gruppi; sapeva accendere il fuoco e usava grossi ciottoli come utensili.

 

Più possibilista ci appare De Miro secondo il quale [5] «dal territorio agrigentino, più particolarmente da un giacimento omogeneo di Capo Rossello presso Realmonte, provengono i documenti di quell’industria su ciottolo riferibili alla “Pebble Culture”, cioè alla più antica industria litica del paleolitico inferiore: questi oggetti (ciottoli scheggiati a una estremità su una faccia o su due facce), trovati sui terrazzi a sabbie calabriane a quota compresa tra 60 e 70 m. s.l.m-, hanno una importanza notevole per la più antica presenza umana nell’Isola e nell’intero continente italiano, in quanto forniscono la prova che in Sicilia l’uomo fece la sua comparsa alle soglie dell’Era Quaternaria e – per le relazioni con la Pebble Culture nord-africana – sembrano suggerire per i tempi più antichi del Quaternario l’unione della Sicilia con l’Africa e l’assenza della fossa tunisina.» A noi è capitato d’imbatterci in schegge litiche sparse in un terreno antistante a grotte naturali in contrada Fontana del Vozzaro (sotto il Castelluccio). Il signor Candeloro, un solerte  ricercatore, ci segnalava reperti di antichissima presenza umana nella stessa grotta di fra Diego. Occorrono comunque attenzioni specialistiche per avere certezze sulla più vetusta cultura umana nei dintorni racalmutesi.

 

Dobbiamo saltare al secondo millennio a.C. per essere certi di consistenti nuclei abitativi che sogliono chiamarsi, sulla scia di una pagina di Tucidide, sicani. Due testimonianze ce l’attestano in modo indubbio: le tombe a forno scavate nella parete della medesima grotta di Fra Diego e presenti anche lungo il crinale che da lì arriva, passando per il Castelluccio, sino alle porte del paese; ed un ritrovamento casuale a dieci chilometri da Canicattì, lungo la strada ferrata.

 

 

 

Sulla primissima presenza umana nei dintorni di Racalmuto, non sappiamo null’altro se non quanto, con qualche ingenuità ed approssimazione da dilettante, ebbe a riferire, in una sua corrispondenza a W. Helbig, il solerte ingegnere delle ferrovie, Mauceri ([6]). Apprendiamo, così, che «le scoperte di tombe antichissime hanno un importantissimo riscontro nell’altipiano di Pietralonga tra Canicattì e Racalmuto, ove ebbi la fortuna di esaminare le tracce di un gruppo di tombe scoperte casualmente. La strada ferrata in costruzione, che va da Canicattì a Caldare, ... a circa dieci chilometri dalla prima città passa in una terrazza che si protende a sud-ovest di un altipiano tortuoso, costituito da un gran banco di roccia calcare non ancora denudato. In questa altura e su vari speroni rocciosi che in vari sensi si diramano, nella scorsa estate [1879] furono aperte parecchie cave di pietra per le costruzioni ferroviarie. Quivi i cavatori avanzando le loro cave in vari punti, ... incontrarono molte tombe che hanno una perfetta somiglianza con le altre precedentemente descritte.» ([7]) Si ha, quindi, la descrizione delle tombe, oggi non più rinvenibili. Esse «erano scavate - aggiunge il Mauceri - quasi tutte nei versante di levante e mezzogiorno dell’altipiano e dei contrafforti. La loro forma è assai varia; abbonda per lo più il tipo della tomba a pozzo, come quella di Passarello; ma sembra che talvolta le celle invece di due siano state tre e anche quattro. In un punto pare fosse stata aperta una specie di trincea, su cui poi furono scavate parecchie celle a pozzo, ma irregolari.  [...] La chiusura della bocca dei pozzi o dell’ingresso delle celle è sempre fatta con grossi massi irregolari, e in cui non scorgesi traccia di alcuna particolare lavoratura. Tutte le tombe, oltre a contenere più d’uno scheletro e parecchi vasi, contenevano anche molti ossami di animali, e terra grassa mista a cenere e carbonigia. Nessun utensile, né di pietra né di metallo.» ([8]) Segue la descrizione di n.° 11 reperti fittili, di cui viene fatta anche una riproduzione grafica. Trattasi di vasetti di terracotta, di frammenti di una “coppa di un vaso grande”, di “una specie di olla”, della “coppa di un calice”, di un “vaso di bucchero”, nonché di un “utensile di terracotta a forma di un corno”.  Non è questa le sede per riportare diffusamente la descrizione che fornisce il Mauceri: per gli appassionati, si fa rinvio alla pubblicazione ed alle tavole ivi allegate. La conclusione di quella corrispondenza contiene affermazioni che l’ulteriore sviluppo dell’archeologia ha solo in minima parte confermato. «Gli altopiani rocciosi e naturalmente muniti di Passarello, Pietrarossa, Fundarò e Pietralonga, ([9]) - conclude l’A. - nei cui contorni sonosi scoverte le tombe da me descritte, mi sembrano indicare il sito di altrettante dimore stabili dei Sicani, tanto più che ho osservato alle falde di ciascuno abbondanti sorgenti d’acqua. In ispecie a Pietralonga, chiunque esamini la contrada, troverà indicatissimo il sito di una città; ond’io ritengo che di queste notizie potrà in qualche guisa avvantaggiarsene la topografia antica di Sicilia, potendosi ivi collocare qualcuna delle città sicane (Ippona, Macella, Jeti, ecc.) di cui è tuttora incerta la giacitura.»

 

Dopo la descrizione di quel rinvenimento casuale, nessuna campagna di scavi è stata sinora portata avanti nel territorio racalmutese. Quell’antichissima - ma certa - presenza umana resta dunque per ogni altro verso oggi del tutto oscura. Si trattò di un popolo sicano, ma come quel popolo visse, con quale evoluzione, con quali strutture socio-economiche, si ignora del tutto. Possono solo avanzarsi congetture: ma esse risultano alla fine inappaganti.

 

Quel che le affioranti testimonianze archeologiche dimostrano con certezza è un policentrico insediamento sicano che può farsi risalire all’Età del Bronzo (1800-1400 a.C.) Oltre alla necropoli lungo la strada ferrata, nei pressi di Castrofilippo, di cui è cenno presso il Mauceri, il maggior nucleo è quello sulla fiancata della grotta di Fra Diego. Tombe rade, ma pur presenti, emergono vicino al Castelluccio, su un avvallamento del Serrone ed in altre contrade racalmutesi. Molto manomesse, ma non irriconoscibili, sono le tumulazioni sicane scavate in costoni calcarei sovrastanti la contrada di Casalvecchio o al confine tra il Saraceno e Sant’Anna.



[1] ) Leonardo Sciascia, L’antimonio, in Opere 1956-1971 –  pag. 384, Bompiani Milano,  1987.
[2] ) ibidem, p. 384
[3] ) Sac. Calogero Salvo – Ecco tua madre – pp. 13-14 - Racalmuto 1994.
[4] ) Vincenzo Tusa e Ernesto de Miro – Sicilia Occidentale  - p. 13 – Roma 1983.
[5] ) ibidem,  p. 111
[6]) Presso l’Archivio Centrale dello Stato abbiamo rinvenuto la corrispondenza fra il Mauceri ed il Comm. G. Fiorelli di Roma “sulle antichissime tombe fra Licata e Racalmuto nella provincia di Girgenti”. Il Mauceri risulta essere ingegnere e direttore  dell’Ufficio Centrale di Direzione in Caltanissetta delle Strade Ferrate Calabro-Sicule. (cfr. A.C.S. di Roma - Fondo: ANTICHITA' E BELLE ARTI (AA. BB. AA.) 1° VERSAMENTO - BUSTA N.° 21 -
Fascicolo 40.5.2 ).
[7]) Luigi Mauceri: Notizie su alcune tombe ... scoperte fra Licata e Racalmuto, in Ann. Inst. Corr. Arch., 1880, pag. 17.
[8]) Luigi Mauceri: op. cit. pag. 18.
[9]) Pietralonga, a dire il vero, non fa parte del territorio di Racalmuto ma del finitimo Castrofilippo.

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