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sabato 30 gennaio 2016


La trasuta di li miricani

Mini storia racalmutese

 

 

di CALOGERO TAVERNA

APPARECCHIU MIRICANU ....
di Nicolò Falci

 

APPARECCHIU MIRICANU ...
(“apparecchiu miricaaanu, jetta bummi e sinni vaaaaa,
apparecchiu miricaaanu jetta bummi e sinni vaaaaa ...”
Passanu ‘n cìalu tanti aeroplani
e ‘n testa a mia pinzera luntani
(su comu granci ca vannu ‘nnarrìari)
e mi riviju carusu arrìari.
La guerra aviva finutu d’allura.
A lu paisi la vita era dura
e ni li gruìcchi ancora guzzìava
l’ecu di bumma ca ‘n terra scuppiava.
L’allavancavanu li miricani
-ca chini avivanu l’aeroplani-
p’arrigalari la dimucrazìa
a la Sicilia, a l’Italia mìa.
Ma tutti sannu ca a li carusi
-pi fari un juacu cu antri vavusi-
ogni occasioni ci duna lu spuntu,
comu la cosa ca ora vi cuntu.
Si n’apparecchiu passava, vulannu,
li picciliddri, currìann’e ridìannu,
‘n coru cantavanu na filastrocca ...
... ... ma chiddru già era junt’a Milocca!
(((“apparecchiu miricaaanu, jetta bummi e sinni vaaaaa,
apparecchiu miricaaanu jetta bummi e sinni vaaaaa ...”))).
Passa lu tìampu ma li miricani
bumm’arrigalan’a cu voli pani,
dimucrazìa pinsannu di dari
a cu cujetu vulissi arristari.
Spirassi, allura, ca ddri picciliddri,
ca hannu pi tettu sulu li stiddri,
uguali a nantri putissiru fari
e ddra canzuna assìami cantari:
ca ddr’apparecchi ca volanu gantu
ad iddri ‘un portanu lacrimi e chiantu:
eranu fansi, ma ora su mansi!
Genti trasportanu ni li so’ panzi,
genti pacifica ca viaggia in paci
e pò firriari unn’è ca cci piaci.
Chista è la spranza ca tutti avìammu,
ed è cosa fatta si lu vulìammu.

 

 

 

 

Calen di maggio; maggio mese dei fiori; maggio mese del mio compleanno. Siamo nel maggio del 1943. Il 10 di quel mese compio nove anni; frequento la terza elementare e pare che sia bravo a scuola: il primo della classe, dicono.

Mio  cugino, Giacomo Saccomando, non brilla molto a scuola, ma è davvero bravo con la "fileccia". Calpisce le colombe anche lassù nelle feritoie di "LU CANNUNI". Svelto coi pugni, si fa rispettare da quelli che vengono su  LU CHIANU CASTIEDDU da SANTA NICOLA o da LA FUNTANA.

Io dovrei essere un funtanaru, ma sto con mia nonna in una sorta di catoio DARRIERI SAN GNISEPPI, sopra la discesa di San Francesco. Mio cugino sta nelle CAMMARI di SUSU; il padre è militare in Grecia. Pur anzianotto è dovuto partire per soldato per il fatto che si era dovuto arruolare nella Milizia dopo un alterco con un milite protetto da Carminu Burruano. Credo che allora mi invidiasse avendo io oltre che la madre anche il padre a casa. Da fanciullo mio cugino era piuttosto manesco e forse cattivo: con gli animali era piuttosto crudelle. Io ero fragilino, tanto pio e volevo farmi parrino. A giocare al dottore con le bambine non andavo: mon sapevo neppure cosa facessero. Ed Angila la figlia di Rita mi ebbe per superbo e ce l'ebbe con me persino a tardissima età. Era bruttarella, oltretutto, e semmaio io arrossivo ed abbassavo gli occhi per una biondina di San Giuliano. A vederla dopo, piccoletta e rachitella, ebbi a dubitare delle mie capacità discernitrici.

In quel maggio, con mia nonna e con la sorella di mia nonna - la zza Turiddruzza, spirlongona rispetto alla sorella, ma con lo stesso jppuni, egualmente e totalmente in nero, meno il candido fazzoletto in testa - andai alla Curma a mettere la ticchiara a li ficara. Poi io, mia nonna e sua sorella, ci inerpicammo per lu Castidduzzu ove la zza Turiddruzza aveva una robba bella grande in una proprietà vasta e ben alberata. Anche là mettemmo la ticchiara.

Laggiù, a Porto Empedocle sparavano i cannoni in risposta alle cannonate delle navi americane, ma non ce ne curavamo. Eravamo abbastanza lontani e non era sera: allora sì che era uno spettacolo sembrava uno caleidoscopico castieddu fuocu.

 

Mia nonna e sua sorella avevano i figli emigrati in America: a Buffalo la prima; a New York la zza Turiddruzza. Entrambe prima dello scoppio della guerra erano state fornite abbondantemente di zucchero e caffé. Mia nonna teneva sopra lu cantaranu una fila di burnie piene di quel ben di Dio, che era merce preziosa ora durante il conflitto. Mio cugino, scendeva spesso di soppiatto e salendo su una siggiteddra, che mia nonna non alta di statura prediligeva, riusciva a scoperchiare la burnia dello zucchhero e trangugiare pugni pieni di quella prelibatezza. A me sembrava che commettesse peccato mortale ed ero convinto che non si confessasse neppure anche se si faceva la comunione. La prima comunione ce l'eravamo fatta insieme tre anni prima. Io avevo un completo di giacca e pantaloni lunghi che bianchi com'erano mi facevano apparire come un buffo angioletto: con libricino bianco in mano frammezzato da una coroncina pur essa bianca - mio padre ne faceva commercio - mi fecero la fotografia appoggiato ad una colonnetta piuttosto alta con sopra un vaso di fiori finti. La posseggo ancora.

In quel maggio lì, in Africa era avvenuto quello che è avvenuto; per l'Italia la guerra era ormai irrimediabilmente persa. Toccava a noi subire l'urto della strabocchevole potenza alleata; all'America, all'amica America, alla terra promessa di tanti emigranti, a tanti nostri compesani là emigrati, ai loro figli il compito di conquistarci. Fu liberazione? fu aggressione? Dopo le aspre polemiche dell'immediato dopoguerra, ecco riproporsi il quesito: non credo che la parola sia davvero passata agli storici, alla ricerca obiettiva, anche se la querelle attuale mi sa troppo di pruriti eruditi, di voglia di contraddire, di correggere, di sapere, di potere essere più intelligenti. L'America ci è amica, la Germania ci protegge, i fascisti sono patetici ed innocui nostri consanguinei, la Sicilia non ebbe guerre partigiane (e se ciò è un male per la crescita culturale, è un bene per il relativismo che bisogna avere nelle militanze politiche).

Sfogliando una raccolta ben rilegata di un settimanale dell'epoca IL MATTINO ILLUSTRATO che il suocero di mio fratello teneva ben custodito, mi soffermo sull'ultimo numero della Sicilia fascista, l'anno XXI (ovverossia il 1943), mese di maggio.


 

 

 

 

Mi colpisce l'assenza assoluta di immagini di Mussolini; ma quel periodico mai mostra Mussolini; forse era questione di censura di guerra. Sembra ormai che la guerra non ci sia più. Almeno per la Sicilia. Sono amori ancellari che hanno spazio; voli aerei dell'epoca, romantici, vagamente sensuali. Sono le cene dei ricchi che affiorano, in tempi credo (e ricordo) di grandi privazioni. Vestigia dell'ancora imperante regime un VOI al posto del Lei ed un periodare caro a Starace.

 

 

 Dopo l'ultimo numero di maggio 1943, il periodico non arriva più a Racalmuto, nella casa dei solerti benestanti della famiglia Palermo.

Neppure le innocue rievocazioni storiche di un papa pur discutibile per il fascismo come PIO XI ci saranno più. Sparisce il settimale con l'ultima pagina disegnata con scene soprattuttutto irridenti all'America.


 


 

 

 

 

 A giugno sostenni gli esami di terza elementare; terrorre di fanciullo il mio; soddisfazione paterna per il brillante risultato, il primo invero di tant'altri che hanno costellato la mia vita e che hanno riempito di orgoglio mio padre, che non lo celava al Mutuo Soccorso incassandone malcelate invidie. Io mi irritavo tanto; ma pover'uomo non faceva nulla di male. Ovunque tu sia, padre mio, questo tuo figlio, ora più che  ottantenne, ti ricorda con molto melanconico affetto e ti vuol bene come se tu fossi ancora fra noi.

Ombre fluttuanti, ai miei occhi appariste .... eccovi ancora.

 

Spolvero un vecchio testo di “cronaca”. Eugenio Napoleone Messana ecco come rammenta, riferisce, corregge, riempie di valenze politiche questo scorcio di storia locale.

“Il 1943 fu l’anno più duro.  … Gli allarmi cominciarono a susseguirsi. Mentre prima, sia di notte che di giorno, quando le campane a morto annunziavano l’allarme di rimanere a casa, limitandosi a vestirsi se a letto e a riempir d’acquale bacinelle per intinguervi le lenzuola in caso di lancio di gas asfissiante e metterli davanti le imposte, secondo le istruzioni avute in precedenza, poi si cominciò a correre nelle grotte. Gli aerei nemici si sentivano rombare sopra le case.

”Un giorno verso le tredici una raffica di mitraglia lanciata sul campanile della Matrice fece avvertire che realmente il pericolo c’era. Il 9 luglio 1943 mitragliarono un treno ad Aragona Caldare […] Verso le ore 21 si sentì un cupo rombo di aerei. Poco dopo piovvero le bombe in contrada Pantanelli. Ci fu il corri corri. Tutti alle grotte  [cfr. foto successive]

 





 

 

RIEVOCAZIONI

 

Riprendo il racconto con una precisazione: nel 1943 nessun MATTINO ILLUSTRATO giunse a Racalmuto. Mi sembrava strano: ora so che varie annate del MATTINO ILLUSTRATO tutte e belle e rilegate pervennero a Racalmuto ma da una bancarella di Palermo e quando eravamo negli anni ‘60. Nel 1943 a Racalmuto era solo cessato ascoltare a mezzogiorno il comunicato radio, dopo il celebre cinguettare, a capo scoperto. Con il 13 maggio anche il residuo patriottismo dei più grintosi fascisti si era afflosciato. Solo Giuggiu Agrò poté credere alla retorica del bagnasciuga dell’ormai spento Mussolini. Certo i baldi cadetti vi facevano coro, ma con quanta convinzione non sappiamo dire. L. M., L. di M., G.C., Leopoldo, tutti i cugini di M., il non cresciuto P. F. ed altri ed altri ligi al duce, poco al re, si dichiaravano pronti alla morte ma nel calduccio delle case racalmutesi; ad ammirare il martire fascista e a credere, ubbidire e combattere, ma solo nelle colonie elioterapiche del Serrone. A sbirciare magari le piccole donne in camicetta bianca ed in gonnellino nero. Quando insomma fiorirono i primi amori. E mi pare che non andarono a buon fine. Amori che se si consumarono, come dicono i preti, non portarono al matrimonio. Il matrimonio magari dopo vi fu, ma tra parenti stretti, Alcuni di loro spinnarono fino al decomporsi della non più giovane vita.

 


Sciascia odiava il “giummo”: quando l’ho scritto, un fanatico per poco non va a comprarsi una lupara per scaricarmela addosso. Sciascia giovane col fascismo vi bazzicò. Aveva zio quasi federale ed il primo impiego glielo diede nelle odiose trappole fasciste della requisizione del grano superfluo o intercettato al mercato nero.  Si chiamava Consorzio Agrario. Un galantuomo di vecchia data ebbe ad adontarsene e se lo segnò a dito. Venuti gli americani, quel galantuomo, che pur aveva avuto alti incarichi nelle ragnatele paramilitari fasciste, divenne persino capo della inventata sezione partigiana racalmutese. Subito se la intese con Guarino Amella di Canicattì. Quando ancora forse il celeberrimo Tony, questo strano yenkee americano che signoreggiò su Racalmuto  e ne taglieggiò qualche ricattabile farmacista, non era sbarcato; il galantuomo, dottore per antonomasia, riuscì a far spedire in Africa per un paio di anni di internamento Giuggiu Agrò l’ex gerarca fascista (che aveva osato requisirgli qualche stanza del suo palazzo in via Matrona per darlo ad ufficiali tedeschi ed anche italiani), l’evanescente maresciallo Craveri (cui i tre americani conquistatori di Racalmuto, avevano tolto la pistola d’ordinanza in piena piazza, che è poi il Corso Garibaldi dinnanzi la putia di Ticchitì) e tale don Bardiddu (finito vice podestà  per la insostituibilità del podestà Matitina chiamato alle armi e per la indisponibilità degli altri gerarchi anzianotti, Grillo o Farrauto, riluttanti a coprire tale ormai scottante carica).  Uomo vendicativo, quel galantuomo, passato dalla sera alla mattina da gerarca fascista a capo della sezione partigiana di Racalmuto, non fu contento di avere fatto tre vittime – per il paese tutti e tre innocenti, ma più innocente di tutti viene ancora ritenuto ed era don Bardiddu.

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