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venerdì 18 marzo 2016

E da qui i grandi benefattori, a dire di Sciascia, i principi di Sant'Elia fan causa per "rivendica".

Che Sciascia, specie ad un certo punto della sua carriera  di grande autore, si sia cimentato con successo in certi inghippi della storia, non si può negare, ma nessuno mi potrà mai convincere che oltre ad avere fatta eccellente cronaca che domani risulterà pregevole testimonianza storica con le sue Parrocchie di Regalpetra, si sia davvero distinto nella ricostruzione della veridica storia del suo paese natio.

 E quando a pag 19 del testo in mio possesso si avventura in diritto feudale siciliano, davvero ha le traveggole.

Scrive Sciascia: "Con lui [il terzo Girolamo] si estingueva la famiglia, l'investitura passava ai marchesi di Sant'Elia, ancor oggi i borgesi di Regalpetra pagano il censo agli eredi dei Sant'Elia: ma certo che fu grande riforma quella che i Sant'Elia  fecero centocinquanta anni addietro, divisero il feudo in lotti, stabilirono un censo non gravoso, la piccola proprietà nacque, litigiosa e feroce; una lite per confini o trazzere fa presto a passare da perito catastale a quello balistico".

Ma quando mai? E non perché caro Tanu affetto di subdola voglia di fare CONTROSTORIA specie ai danni del mito Sciascia.

Lascio perdere qui  la faccenda dei Del Carretto: la contea da loro ai Gaetano e alla Baglio  per arrivare agli Ayala. Ai Sant'Elia giunge il Castelluccio addirittura proveniente dai Chiaramonte.

Faccende e faccenduole nobiliari che mi appassionano ma non eccessivamente.

Sciascia a quei tempi - qualche tempo prima del 1956 -  era come dire di casa con i Casuccio. L'arciprete Giovanni Casuccio, ostico e scostante quanto si vuole, gli voleva un gran bene: Sciascia da parte sua chiude sempre un occhio quando attacca,  da sapido anticlericale, preti e monaci in quel di Racalmuto. Certo la vicenda del padre ormai arteriosclerotico gli creò qualche problema con Misignore, ma ne passeranno di anni.

In tale confidenza l'Arciprete Giovanni Casuccio poteva mostrare al brillante scrittore  questa bella memoria a stampa di  P.E. Xerri, datata Girgenti, 21 Novembre 1893. Già il titolo, un programma: "DIFESA CAOGERO CASUCCIO & C. contro I PRINCIPI TRIGONIA di S. ELIA.". Sufficiente a distogliere l'acuto Leonardo dall'avventurarsi in intrecci  giuridici  e feudali come gli capitò, ignaro,  a pag. 19.



Si spiega lì benissimo che i Trigona non erano tipi da indursi a benefiche e quasi socialistiche grandi "riforme" in pro dei "borgesi con grande fame di terra come di pane". 

La predace ricchezza dei Trigona invece scaturiva da fatto che "il principe di Ficarazzi, per atto del 30 gennaio 1798, aveva concesso in enfiteusi al Reverendo D. Nicolò Tulumello l'allora feudo di Gibillini, con riserva per il sottosuolo."

 Ne era seguito che "il Casuccio - uno dei tantissimi borgesi di cui parla Sciascia - avente causa, come gli altri, dal Tulumenllo per atto de 23 luglio 1844 aveva stipulato il ricognitorio riportandosi a tutte le condizioni scritte nella ricognizione del 1798."

Successe che gli eredi del Casuccio, come tanti altri di analogo possesso, dimenticando la riserva del dominio avevano aperta una zolfara nel sottosuolo delle loro terre enfiteutiche."

E da qui i grandi benefattori,  a dire di Sciascia, i principi di Sant'Elia  fan causa per "rivendica".

 Spulciamo per nostro divertimento questi salaci passaggi della comparsa dello Xerri. "I signori di S. Elia non limitano ai Casuccio le loro pretese. Hanno tradotti  in giudizio parecchi altri enfiteuti che si trovavano nelle medesime condizioni.... Le mir dei signori di S. Elia si rivolgono  al sottosuolo dell'intero feudo: vale a dire più che 900 salme di terra dell'antica misura tutte zolfare, che corrisponderebbero  nientemeno a 1572 Ettare! "

Per Xerri "i signori si S. Elia, già magnati ricchissimi, ridotti indi a mal partito per le sconfinate spese di una vita più che principesca, vogliano oggi tentare una risorsa  estrema per rinsanguare lo esausto patrimonio".

Siam sicuri che se Sciascia avesse avuto tra le mani questa carta giudiziaria  avrebbe scritto ben altro a pag, 19 delle sue Parrocchie. Altra era la storia dei S, Elia e c'era pane per i denti sciasciani in quel tempo volti a visioni meno nobiliari.

Certo l'arciprete Casuccio era uomo di grande ritegno. Carte familiari come queste se le teneva strette nel suo bell'ufficio parrocchiale; ma dopo il suo defenestramento vescovile finirono malamente nelle umide sacrestie e quindi credo che si siano disperse. Né a padre Puma e né a padre Martorana (figurarsi!) interessavano.

Nelle mie discrete sortite negli archivi parrocchiali ho avuto modo di farne copia e ve la sto mostrando. Non domandatemi come finì la causa. Non lo so. Sospetto negletta dopo la riforma mussoliniana degli anni Venti, allorché il sottosuolo fu dichiarato di esclusiva pertinenza statale.  Ma ricerche in tal senso non ne ho fatte. Non posso fare tutto io. Chi ha voglia i limarmi proceda.

Calogero Taverna





 

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