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giovedì 17 marzo 2016

Giuliano quanto colpevole a Portella della Ginestra?

Questa qui vuol essere una provocazione molto birbantella: fare uscire dal guscio Calogero Castronovo.

Calogero Castronovo è persona di impareggiabile cultura, intellettuale di vaglio, presente in politica. Lo stimiamo da lunga pezza.

Ci ha commissionato ricerche sulla malavita favarese presso l'ACS di Roma. Gli abbiamo recapitato fascicoli scottantissimi. Mi pare che oggi prudenze politiche lo stiano spingendo verso silenzi che mi turbano.

Ha un bel mettere le mani avanti Lupo: "E' difficile dire se la sua tesi sui responsabili del delitto possa conside­rarsi provata"


Più provata dai documenti che Gero Castronovo ha rinvenuto?

M se il Lupo vuol essere storico "avalutativo" dovrebbe esplicitare un suo concetto che è condivisibile se dall'astratto scende sul concreto, ai personaggi e agli autori veramente cercati e trovati.

Dice il Lupo che necessita: "la chiarificazione dei contesti ambientali che hanno reso possibile la compenetrazione tra potere occul­to e potere palese".


Giusto!  Ma chi era il potere occulto e chi il potere palese? Danno qualche risposta il Castronovo coraggioso storico del crimine Guarino e Tano Savatteri inventore del "Silenzio dei loquaci", che incappa in una topica storica colossale magari deviato da uno Sciascia non so se ignaro (difficile a credersi) o omertoso trattandosi dell'allora potentissimo don Calogero Vizzini.

Chissà se questa mia provocazione non porti ad un bell'incontro-scontro tra Tanu Savatteri, Calogero Castronovo e me.

Il Vinciguerra stragista fascista, ma conoscitore profondo di storia siciliana di quell'epoca in cui maturarono due delitti omologhi: Guarino a Favara e Tinebra a Racalmuto,  mi ha folgorato su un Messana, che io stimo oltre ogni dire per triennale e obiettiva ricerca storica;  in effetti latitante in queste due esecuzioni una delle quali. quella del Tinebra, postava senza ombra di dubbio al gibillinaro don Calogero Vizzini.

Perché mi sono chiesto? E al momento ho solo una risposta: il vero potere occulto con buona pace di Lupo non era né la DC né il PCI, né Scelba né Messansa (idea balzana riportata in caldo da un defunto Casarrubea o magari ora da Malgrado Tutto con l'avallo autorevole dell'ex sindaco i Sutera).

Ora riemerge l'ombra criminale dell'OSS americana  e dei suoi scherani della X mas di Borghese.

Traspare ciò dalle  ancora non adeguatamente  indagate carte del NARA americano  che pur giacciono sia pure parzialmente a Partinico.

E dovremmo prendere nota del fatto  che allora se la Sicilia non era divenuta formalmente  l'ennesima stella  USA agli ordini di Fiorello La Guardia era di fatto qualcosa di più avvilente, terra di conquista americana su cui poteva padroneggiare criminalmente Valerio Borghese Junio con la sua raccogliticcia Decima MAS.

E Decima mas e OSS trasformarono la manifestazione intimidatrice ma non sanguinaria di Giuliano a Portella delle Ginestre in un tragico imperdonabile eccidio di uomini donne e bambini.


E scusatemi se è poco e non scusate gli indolenti storici alla Lupo o alla Tranfaglio e forse alla Coco che non se ne danno carico.

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SALVATORE LUPO, Prefazione a "Favara. L'assassinio di Gaetano Guarino"
Calogero Castronovo, Favara. L'assassinio di Gaetano Guarino,

Edizione Compostampa, Palermo 2005.
Prefazione di Salvatore Lupo







PREFAZIONE


La storia qui narrata è una delle tante del dopoguerra siciliano. Essa si incentra su uno dei paesi più turbolenti della parte centro-occidentale dell'isola, Favara; un paese nel quale la ricerca di un riscatto (da un ventennio di oppres­sione politica fascista, da fenomeni di oppressione sociale, miseria e sfruttamen­to ben più antichi) si accompagnò in quegli anni all'ennesima riproduzione del fenomeno mafioso. La mafia a Favara, d'altronde, era antica già nel 1943-45. II paese nel periodo postunitario fornì alle cronache il caso del bandito Sajeva, che le fonti ci descrivono impegnato nella tipica funzione mafiosa di "fare le vendet­te" per conto dell'una o dell'altra fazione paesana. Di lì a pochi anni, nel 1885, la mafia di Favara apparve all'opinione pubblica anche nazionale nella forma del sodalizio criminale strutturato, compattato da tenebrosi rituali, grazie al proces­so contro la locale "Fratellanza" (1885), composta in maggioranza da zolfatari. Sembra un'applicazione della famosa teoria di Eric Hobsbawm sulla mafia come forma primitiva della lotta di classe. Su questo versante agrigentino d'altronde Luigi Pirandello ambientò nel 1910 una novella su una lega contadina che inizia­va col promuovere le lotte popolari per un migliore riparto dei prodotti agricoli e finiva con l'organizzare l'abigeato, con l'usuale taglieggiamento dei proprietari legato al meccanismo della protezione-estorsione. Mobilitazione popolare e feno­menologia mafiosa si intrecciavano dunque in quest'area ben più di quanto fosse nel grande palcoscenico del Palermitano, dove, come diceva Franchetti, la fenome­nologia mafiosa si riferiva piuttosto ai "facinorosi della classe media", alla gran­de impresa agricola e pastorale dei gabellotti, alla stessa classe dirigente del capoluogo.
Calogero Castronovo qui ricostruisce con impegno conoscitivo e passione civile la storia di una mafia antica, passata attraverso il fascismo, pronta a but­tarsi all'attacco del potere politico locale - o, per meglio dire, determinata a con­servare il potere locale - anche infiltrandosi nei partiti di sinistra. II caso dell'as­sassinio del sindaco Guarino, delitto politico-mafioso a parere dell'autore matura­to all'interno del locale "blocco del popolo", gli serve per entrare in questi intrec­ci e per cogliere questa continuità dei gruppi di potere e delle pratiche criminali nel paese. E' difficile dire se la sua tesi sui responsabili del delitto possa conside­rarsi provata; è invece probabile che la notevole documentazione da lui raccolta avvalori pienamente l'idea di una continuità di gruppi mafiosi quanto meno dai primi anni Venti. II secondo aspetto mi sembra comunque in ogni caso più rile­vante, perché a mio parere compito dello storico della mafia non è la ricerca dei responsabili di delitti remoti, insoluti e forse insolubili, ma la chiarificazione dei contesti ambientali che hanno reso possibile la compenetrazione tra potere occul­to e potere palese. In questo senso si può comprendere il perché in un centro di irradiazione del fenomeno mafioso, come F'avara, tutte le forze politiche siano state oggetto dell'attenzione più o meno strumentale dei gruppi di mafia. Ciò vale per la Democrazia cristiana, partito unico del potere in età repubblicana, e dun­que oggetto privilegiato degli appetiti mafiosi; come per altri partiti, come per i comunisti, relativamente alla fetta di potere locale di cui essi eventualmente abbiano usufruito. Questa è la considerazione realistica che viene accreditata da ricerche come quella che qui si presenta.
Mi resta però da fare un'ultima considerazione. Il riconoscimento della lati­tudine della capacità corruttrice del potere mafioso non implica l'equiparazione tra le responsabilità dei partiti politici. La Democrazia cristiana ha avuto una responsabilità incomparabilmente superiore a tutti gli altri: non solo perché tutti i grandi mafiosi sono stati democristiani, ma perché in quel partito il livello dell'inquinamento è giunto a toccare, in certe aree, in certe situazioni, in certi grup­pi locali o sovralocali, i vertici. D'altro canto, tutto il peso della resistenza alla mafia è ricaduto nella Sicilia degli anni Cinquanta e Sessanta sulle spalle dei due partiti di sinistra,- ed è sempre là che, non a caso, vanno cercati i caduti sotto il piombo mafioso. Credo che dobbiamo tornare, ma per volgerla in positivo, alla frase celebre del cardinale Ruffini, secondo il quale la mafia era un'invenzione dei comunisti: mentre così si esprimeva la più alta autorità "morale" dell'isola, men­tre gli inquirenti affermavano che i delitti mafiosi erano attribuibili a questioni di corna, mentre i giudici assolvevano tutti e sistematicamente, mentre negli ambienti governativi era fragoroso il silenzio, solo grazie a politici, intellettuali, giornalisti di sinistra il discorso contro la mafia restò vivo per essere consegnato a tempi migliori.

Salvatore Lupo
Università di Palermo, 23 dicembre 2004

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