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lunedì 26 dicembre 2016

giovedì 20 giugno 2013

L'ESPULSIONE DEI GESUITI DALLA SICILIA













L'espulsione dei gesuiti

Da I Mille di Marsala. Scene rivoluzionarie, di G. Oddo, Milano 1863, pp. 558-564

«Altro fatto, che merita un posto nella storia, si avverava in quei giorni, ed era l'espulsione dei gesuiti; sul quale fatto intratterremo un poco i nostri lettori. Ebbimo altrove occasione di parlare dei frati della compagnia di Gesù; ora ci è duopo dir di loro ancora più estesamente.
I gesuiti in Sicilia erano generalmente abborriti, e nel 1848 il governo rivoluzionario li aveva disciolti, e l'Isola tutta aveva applaudito a quell'atto governativo. Ma con la ristaurazione dei borbonici venne la ristaurazione gesuitica, e da quel giorno in poi i frati della Compagnia si diedero ad avversare più fortemente di prima le idee di progresso che specialmente in mezzo alla gioventù di giorno in giorno rapidamente si sviluppavano. D'altra parte adoperavano ogni arte per cattivarsi l'affetto dei cittadini, nella qual cosa non riuscivano. La popolazione palermitana, ghiotta di funzioni religiose, trovava a Casa Professa i più splendidi spettacoli religiosi pei quali i gesuiti non rifuggivano di cangiare il loro tempio in un vero teatro. Nelle funzioni particolarmente della Settimana Santa queste profanazioni erano più mostruose e più frequenti. Quasi sempre poi avevano un qualche bravo predicatore che spiegava il vangelo, o recitava panegirici e novene, attirando gente dinanzi al suo pulpito, sostenendo una certa supremazia nell'Oratoria Sacra, e rendendo così la Compagnia superiore alle altre corporazioni religiose.
Il favoritismo era un altro mezzo di farsi rispettare, e di acquistare proseliti alla Società. Amici come erano delle persone del governo, a loro tornava facile ottenere posti ed impieghi e promozioni pei loro raccomandati; e molti infatti o per viltà di animo, o per estremo bisogno correvano a raccomandarsi ai figli del Lojola.
Il Collegio Massimo, dove i gesuiti istruivano nelle lettere parecchie centinaia di giovanetti palermitani, era anch'esso un argomento di benevolenza che stava continuamente sotto gli occhi dei cittadini. Ma ad onta di tutte queste arti, la popolazione palermitana non amava i gesuiti, e, torniamo a dirlo, li abborriva. Nelle altre città dell'Isola, la loro condizione era la stessa; quindi potevano esser certi che qualunque governo rivoluzionario li avrebbe espulsi come nemici del progresso e della libertà, come amici dei borbonici, fautori di dispotismo, pianta tralignata che non può vegetare che in terra di schiavi.
E Garibaldi il I7 giugno 1860 emanava un decreto così concepito:
Vista la legge del 2 agosto 1848;
Considerando che i Gesuiti e i Liguorini sono stati nel tristo periodo dell'occupazione borbonica i più validi fautori del dispotismo, si decreta:
Art. 1. Le Corporazioni di Regolari, esistenti in Sicilia sotto il vario nome di Compagnie o Case di Gesù e del Santissimo Redentore, sono sciolte. Gli individui che le componevano sono espulsi dal territorio dell'Isola. I loro beni sono aggregati al demanio dello Stato.


XXXVII.
Delle altre corporazioni religiose Garibaldi per allora non si occupò; l'opinione publica non le accusava infatti come accusava il gesuitismo, e poi non era conveniente dare ai nemici della rivoluzione pretesti a svisare il moto nazionale predicandolo quale persecuzione religiosa. Nelle masse ignoranti, preti, frati, conventi, monache, religione, vangelo, templi significano la medesima cosa, nè si può toccare una parte di questo informe tutto senza che la massa del popolo non ti dia dell'incredulo, dell'eretico, dell'ateo. Per altro Garibaldi era già tale uomo che rispettava gli onesti cittadini qualunque abito vestissero, nero o bianco, divisa militare o cocolla da monaco.
Nè vuolsi tacere che le stesse fraterie non fossero in Sicilia affatto corrotte dalle perverse dottrine del dispotismo romano; chè anzi i giovani sacerdoti, preti o frati che fossero, amavano il proprio paese, parteggiavano per la causa italiana, e molti erano pronti ad impugnare le armi e a correre sui campi di battaglia.
Quando i gesuiti si ebbero il decreto di soppressione, comunque se l'aspettassero, ne furono sconcertati, tanto più che alla soppressione aggiungevasi l'espulsione dall'Isola. Adottarono immantinente la politica di temporeggiare, aspettando qualche raggio di fortuna dagli incerti eventi della guerra. Essi non credevano che Garibaldi dovesse veramente vincere e liberar la Sicilia dal giogo borbonico. Così temporeggiando era arrivato il 27 giugno, ed i gesuiti erano ancora in Palermo. In quel giorno, come di sopra narrammo, nuovi uomini erano venuti al potere; Luigi La Porta, chiamato a reggere il ministero della sicurezza publica, erasi seduto a quel posto stesso dove Maniscalco aveva segnati contra di lui tanti ordini di persecuzioni e di arresti!
Primo pensiero di Luigi La Porta fu quello di dare esecuzione al decreto del Dittatore circa le disciolte corporazioni, e l' indomani, 28 giugno, faceva emanare ordinanza dalla questura di Palermo, che ingiungeva ai gesuiti la partenza dall' Isola infra quarantott'ore, non potendo il governo rendersi ancora risponsabile degli effetti dell'odio publico contro di loro.
Reggeva la famiglia gesuitica in quei giorni certo padre Lamelin, francese, scaltro, ipocrita, e, secondo le circostanze, ora umile ed ora superbo, longanime, freddo, riflessivo, insomma gesuita e rettore di gesuiti. Costui alla lettura di quella perentoria ordinanza corse dall'ammiraglio francese, che stava con alcuni legni da guerra nelle acque di Palermo, e supplicollo perché volesse intercedere presso il governo dittatoriale ed ottenere dilazione alla partenza. L'ammiraglio francese accolse la preghiera, si fece protettore dei gesuiti e, recatosi da Garibaldi, ottenne la sospirata dilazione.
Luigi La Porta non approvò in suo cuore la condiscendenza di Garibaldi, e comprendendo quai mali potevan venire alla causa della libertà dalla presenza dei gesuiti in Palermo, giurò di trovare modo ad affrettare la loro espulsione. Non passava giorno che presentandosi a Garibaldi non rapportasse qualcuno di quei fatti propri della Compagnia, fatti tenebrosi, intesi a travisare il senso della trivoluzione per isviare dal suo indirizzo l'opinione publica; ma Garibaldi stringevasi nelle spalle, e con quel segno dicevagli che abbisognava aspettare ancor qualche giorno, e proprio quello in cui il protettore francese sarebbesi allontanato dal poro di Palermo.
Questo giorno finalmente spuntò. L'ammiraglio francese scioglieva le vele; Luigi La Porta recavasi dal Dittatore, e questi appena lo vide, gli disse: « Signor ministro, ora è il tempo per isfrattare i gesuiti. » Contento di quest'ordine, La Porta ritornava al palazzo del ministero, ma non era ancor giunto, che gli fu annunziata una visita del padre Lamelin che chiedeva udienza. Che aspetti; fu questa la risposta di La Porta; ed il rettore dei gesuiti restava in anticamera per ben due ore aspettando. Passavano dinanzi a lui gli uomini del popolo, le vedove dei soldati, tutti coloro che avevano qualche cosa a trattare col segretario per la sicurezza publica, e padre Lamelin soffriva, ostentava pazienza, taceva. Finalmente l'usciere rammentò a La Porta il gesuita, che fu fatto passare in camera d'udienza. La Porta scriveva attentamente, il gesuita s'inoltrava, e fermavasi all' impiedi tutto umiltà e rassegnazione, aspettando che il ministro si degnasse guardarlo ed interrogarlo sui motivi della visita. Il gesuita, il rappresentante della religione asservita alla tirannide,





il predicatore dei diritti dei despoti, il santificatore della schiavitù trovavasi dinanzi all'uomo della rivoluzione vincitrice!
Dopo mezz'ora di profondo silenzio, il ministro levò gli occhi e disse:
- Chi siete voi e che cosa desiderale?
- Vengo pei poveri padri gesuiti.
- Che cosa posso fare pei reverendi padri?
- Desiderano una dilazione alla loro partenza finché giunga un vapore che possa trasportarli in Napoli.
- Bravi i reverendi padri! vogliono andare in Napoli a raggiungere il loro padrone Francesco II? Ebbene, che vadano pure. Vogliono del tempo? sia loro concesso; il governo della dittatura, quando occorre essere rigoroso, non lo è mai sino alla crudeltà. Quanto tempo di dilazione loro bisogna? quindici? venti giorni? un mese? io lo concedo.
Il ministro, ciò detto, scosse il campanello e chiamò il suo capo di ripartimento, Enrico Amato, al quale disse con voce tale che il Lamelin avesse potuto sentire:
- Scrivete una ministeriale alla questura di Palermo, comunicando la sospensione di un mese alla partenza dei reverendi padri gesuiti, i quali passeranno questo tempo entro le Grandi Prigioni di Palermo.
Il capo di ripartimento già si avviava ad eseguire l'ordine, quando il gesuita, tutto convulso e con voce piangente esclamava:
- Signor ministro, quei reverendi padri moriranno entro le Grandi Prigioni; grazia per loro!
E La Porta rispondeva:
- Né io, né i miei fratelli di convinzioni politiche siamo morti in sei anni di dimora nelle Grandi Prigioni, e i gesuiti sel sanno, poiché essi per opera di carità venivano a visitarci onde tentare l'indomabile ostinazione delle anime nostre per una resipiscenza. I reverendi padri non morranno; io li farò convenevolmente trattare. Voi mi avete domandato una dilazione, ed io l'accordo; se il tempo di questa dilazione debbon passarlo in casa o entro le prigioni, ciò è affare che riguarda esclusivamente me e la sicurezza dello Stato.
A queste parole, il gesuita rispondeva:
- Veda, signor ministro, i reverendi padri partirebbero oggi stesso, in questo momento; ma difettano di mezzi, pei quali sto raccogliendo dalla publica carità. Ecco perché le domandava del tempo.
- Allora, rispondeva il ministro, è un altro affare, e, se voi me ne aveste prima parlato, avremmo potuto intenderci sulle prime. Le finanze della dittatura, sebben travagliate da ingenti spese, son però abbastanza fornite per spendere parecchie migliaia di ducati. Signor capo di ripartimento, scrivete una ministeriale al ministro delle finanze per disporre ducati trecento ad ogni gesuita che parte. Scrivete inoltre una ministeriale al questore onde, trattenendo padre Lamelin, mandi delegati ed assessori alle case dei reverendi padri gesuiti, e coi dovuti riguardi perquisiscano e repertino tutti quei valori che rinverranno.
Il padre Lamelin non dava tempo al capo di ripartimento di allontanarsi, s'inginocchiava dinanzi al ministro scongiurandolo a far grazia ai gesuiti che sarebbero partiti all'istante, pregandolo anco a dimenticare l'istanza della dilazione. A questa preghiera La Porta rispondeva, dicendo:
- Allora perchè farmi perdere questo tempo? Ricordatevi però che siete voi, padre Lamelin, che chiedete la partenza dei gesuiti.
Il gesuita era stato pagato della sua stessa moneta. Dopo tre giorni, per le vie di Palermo, vedevansi i gesuiti in vettura, accompagnati da guardie di publica sicurezza, avviarsi al porto, dove un piroscafo li attendeva per trasportarli a Malta. Di questo tratto sono storiche anco le parole».

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