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venerdì 30 dicembre 2016


 

L’arciprete Lo Brutto fu in eccellenti rapporto col vescovo Rini: si fece elevare a chiese “sacramentali” S.Anna, S. Michele Arcangelo, il Monte. In altra sede abbiamo riportata la bolla di elevazione della chiesa di S. Anna in chiesa “sacramentale”. Del tutto analoghe sono  le altre, come quella: Datis Agrigenti die 17 Junii 1686 - fr. Franciscus Maria Episcopus Agrigentinus - Can Lumia Ass. - Vincentius Calafato M.r notarius.

Del pari fece autorizzare l’istituzione della speciale congregazione dei Filippini a Racalmuto, di cui parla il padre Morreale, ed al presente oggetto di studio da parte del prof. Giuseppe Nalbone. Costituisce la Comunia e ne ottenne la nomina di mansionari.

Contro la devastante peste del 1671 nulla poté fare il povero arciprete racalmutese della fine del Seicento, se non annotare in bella calligrafia la iattura capitata tra capo e collo;  e fu iattura per tanti versi: da quello economico a quello sociale; da quello dell’umano vivere a quello del decomporsi morale e spirituale; per il clero con tanti fedeli in meno e quindi tante primizie assottigliate, per l’arciprete stesso, il cui gregge veniva drasticamente ridimensionato; per l’Universitas che non sapeva dove andare a racimolare le onze occorrenti, essendosi rastremata la tassa del macinato per morte di un un quarto della popolazione in un anno; per i suoi giurati che rispondevano dei tributi alla Spagna con la clausola “solve et repete”; per il neo conte Girolamo III Del Carretto, salassato dal re per il tradimento del padre Giovanni V Del Carretto, dalla mala gestione dei  suoi antenati che non pagando i debiti di “paragio” erano finiti sotto la mannaia delle condanne giudiziarie del pagamento degli arretrati e della capitalizzazione degli interessi di mora relativi; ed in più una sortita beffarda dell’uterina virago donna Aldonza del Carretto e delle sue similissime sei sorelle, aveva dato in pasto allo spietato convento di S. Rosalia di Palermo ([1]) l’intero patrimonio dei conti di Racalmuto.

Girolamo III Del Carretto, esasperato, si rivale sui ricchi preti di Racalmuto - su quelli poveri, che erano tanti, nulla poteva: a sua chiamata finiscono sotto il torchio della giustizia palermitana:

 contra ed adversus Reverendos Sacerdotes

 don Fabritium Signorino;

 don Sanctum de Acquista;

 don Joseph Casucci;

 don Joannem Battistam Baera;

 don Petrum Casucci;

 don Calogerum Cavallaro;

 don Franciscum de Agrò;

 et don Michaelem Angelum Rao,

indebitos possessores;  [2]

 

Girolamo III Del Carretto sembrò benevolo verso la locale Chiesa quando fece venire i padri Benefratelli perché accudissero presso S. Giovanni di Dio ai malati di Racalmuto e li dotò: ma a ben guardare si limitò ad assegnare loro le vecchie rendite del vetusto ospedale racalmutese, la cui memoria si perdeva nella notte dei tempi. Forse non si astenne dall’incamerare alcuni lasciti che a suo avviso erano di dubbia origine.

Girolamo III Del Carretto aveva contratto matrimonio con una Lanza di Mussomeli, di cui parla il Sorge nel suo studio su quella cittadina. Era una Lanza decrepita per anni che riesce a partorire il figlio maschio Giuseppe, quello che premuore al padre, ed una figlia femmina i cui discendenti dopo un secolo consentono ai Requisenz di impossessarsi dell’esangue - ma litigiosa - contea di Racalmuto. Quella Lanza muore a Racalmuto a 70 anni come dal seguente atto rinvenibile in Matrice:

10.4.1701
D. MELCHIORRA
LANZA
UXOR HIERONIMI
LANZA DEL CARRETTO
RINCIP.A COMITISSA RACALMUTI
70

 

Viene seppellita in “s.maria de iesu in venerabili cap. ss. rosarii”: era stata assistita nella sua ultima ora dall’arciprete d. Fabrizio Signorino.

Quanto fosse addolorato l’ancor giovane marito non sappiamo: di certo, passò subito a nuove nozze.

 

 

*   *   *

L’arciprete Lo Brutto morì nel 1696 come da atto in Matrice:

 

5.2.1696
VINCENZO
S.T.Dr. SACERDOS DON
LO BRUTTO
ARCHIPRESBITER
69
MATRICE
.
FALLETTA PAOLINO CONF. PROB
 
DA OBLIG.
 

 

In calce ad un libro dei morti del tempo trovasi questa nota:

Victoria figlia di Giaijmo LO BRUTTO  e della quondam Melchiora, entrò nel monastero di Santa Clara per monacharsi di questa terra di Racalmuto a 24 giugno 8.a Ind. 1685 in presenza dell'Ecc.mi Sig.ri d. Geronimo e Donna Melchiora del CARRETTO conte e contessa di detta terra, dell'ecc.mo Prencipino don Gioseppe et ill.mi donna Maria e donna Gioseppa figli di d.i sig.ri eccell.mi - Dr don Vincenzo LO BRUTTO Archip. di detta terra.

A questo si abbarbica un Savatteri del XIX secolo per vantare un’ascendenza nobile ed esigere la proprietà del beneficio del Crocifisso. Ebbe però pane per i suoi denti imbattendosi nel formidabile duo, don Calogero Matrona (che quel beneficio volle ed ottenne) e l’agguerrito in utroque arciprete Tirone. La storia del beneficio è lunga: inizia nei primi quarant’anni del ’Seicento e resta scandalosamente in sospeso ancora oggi. Beneficio nato per ‘recupero crediti’ - si direbbe ora - fu da vescovi compiacenti trasformato in appannaggio di un ragazzino della potente famiglia Cavallaro, sotto condizione che divenisse e restasse prete. Don Ignazio Cavallaro morì vecchissimo, a 84 anni, il 25 novembre 1874. Il nipote Calogero Savatteri che lo teneva in casa voleva mantenere la cospicua proprietà terriera, ma la curia l’aveva assegnata a don Calogero Matrona. Il Savatteri vanta un diritto di successione affermando che i beni fondiari nient’altro erano che una dote dei Del Carretto ad un’antenata che aveva vincoli di sangue con quei nobili: ne sarebbero derivati anche titoli nobiliari che sarebbero spettati a lui ed a sua moglie: donna Concetta Matrona (le omonimie si spiegano con i tanti matrimoni tra cugini, anche di primo grado che la chiesa del tempo non solo non osteggiava, ma incoraggiava; diversamente per i poveracci erano sanzioni con umilianti atti pubblici di riparazione). Eugenio Napoleone Messana riecheggia nel suo libro queste amene vicende nobiliari, nella benevola versione tramandata in famiglia da vecchissime zie. L’arciprete Tirone, in memorie a stampa (deliziose) che si conservano in Matrice rintuzza, da par suo, quella rappresentazione dei fatti. La vertenza giudiziaria si risolve a favore del duo Tirone-Matrona. Don Calogero Matrona può prendere possesso del Crocifisso. Deve però celebrare tante messe per l’anima dei pii leganti. Vive sino all’11 gennaio 1902. Sul letto di morte un terrore l’assale: quelle messe lui non le ha mai celebrate ritenendo di potere fare una compensazione occulta con le pesanti spese sostenute contro Savatteri-Matrona. Si confida con l’arc. Genco: lascia cospicui legati come atto riparatore. L’arc. Genco interessa le autorità ecclesiali. Sostiene che il lascito, andando in conto spese per la riparazione della Matrice, ripara alla grave inadempienza del Matrona. Le autorità trovano un compromesso: una metà alla Matrice e l’altra per la celebrazione di messe per l’anima dei secenteschi benefattori.

Nella varie bolle pontificie e vescovili, il beneficio del Crocifisso deve essere volto al sostentamento di un coadiutore della Matrice. L’ignota origine - in effetti si trattava di terre rientranti nei beni allodiali della Noce spettanti ad un ramo cadetto dei del Carretto e dall’ultima erede di tale ramo rivenduti a donna Maria Del Carretto, dopo il 1650 - era stata bene strumentalizzata dall’arciprete Tirone per riavere dal governo le terre che nel frattempo erano state vendute a profittatori delle leggi dell’eversione garibaldina. Alla morte dell’arciprete Genco, quando sorse la controversia tra il Casuccio ed il padre Farrauto, il Crocifisso fu assegnato a quest’ultimo a ristoro del torto subito con la preferenza del vescovo per il primo nella nomina ad arciprete. P. Farrauto ebbe anche il contentino di una parrocchia creata dal nulla, tutta per lui: quella della Madonna della Rocca, il 26 giugno 1923. Trasferito alla parrocchia del Carmelo, gli fu consentito di conservare a titolo personale il beneficio. Quando diviene parroco del Carmine don Giovanni Arrigo, il Crocifisso viene da lui preteso e ne esige il mantenimento anche quando nuovo parroco del Carmine è don Alfonso Puma. La gestione delle appetibili terre della Noce avviene in modo ... arrighiano. Contadini amici vi si insediano ed oggi nessuno ha più titolo per allontanarli. Già perché alla morte di padre Arrigo, è la curia vescovile che ne rivendica la titolarità. Come gestisca quegli ingenti beni immobiliari, chi scrive è e vuole mantenersi all’oscuro.


 

 

 

 

DAL SETTECENTO AI NOSTRI GIORNI

 

IL SECOLO DEI LUMI

 

Premessa

 

Siamo giunti al Settecento: il secolo dei lumi, quello tanto caro a Sciascia, quello di Voltaire cui lo scrittore ammiccava persino quando intese stroncare il pio p. Morreale che si era permesso di cercare la verità storica della venuta della Madonna del Monte, quel secolo, dunque, passa per Racalmuto senza propri eretici, con stravolgimenti tutti interni alla vicenda araldica dei successori dei Del Carretto, con l’equivoco del terraggiolo, con vicende insomma tutte minime, tutte paesane, tutte antieroiche, “non narrabili”, direbbe Amérigo Castro.

Per celebrare Sciascia alle prese col XVIII secolo, la omonima Fondazione invita nel 1996 storici, letterati e cattedratici a Racalmuto. Veniamo a sapere da Antonio Grado che la domanda del Caracciolo: «Come si può essere siciliani?» può attanagliarsi allo Scrittore come «un’affermazione, un disincantato epitaffio, che attraversa come un liet-motiv, come una frase musicale ossessivamente reiterata nella partitura di un requiem, l’intera opera di Leonardo Sciascia: dal Consiglio d’Egitto a Fatti diversi di storia letteraria e civile. E proviene, quella domanda, o meglio quella sconsolata constatazione, dal «secolo educatore», o meglio dal Settecento siciliano di Meli e Tempio, di Gregorio e Cagliostro, di Vella e Di Blasi, di Matteo Lo Vecchio e del Marchese di Villabianca: dunque, da un grumo di contraddizioni, di eresie e di raggiri, di speranze accese da quei remoti «lumi» d’oltralpe, di sconfitte accumulate nella buia stiva del disincanto.» [3]

Che tutto ciò si attagli al tetro Leonardo, è pur plausibile, ma che riguardi la storia del paese di Sciascia, ne dubitiamo fortemente. Più pianamente – e significativamente – Orazio Cancila ci erudisce, dopo, [4] «Il Settecento siciliano si apre con la notizia della morte a Madrid nel novembre del 1700 di re Carlo II, causa di una lunga guerra di successione al trono spagnolo che coinvolgeva la Sicilia ponendo fine alla plurisecolare dominazione spagnola; e si chiude con la presenza a Palermo nel 1799 di re Ferdinando di Borbone, fuggito da Napoli dove era stata proclamata la Repubblica Partenopea. Cento anni nei quali la Sicilia cambiava ben quattro padroni.»

A Racalmuto, la scansione degli eventi settecenteschi può essere così schematizzata, in una sorte di quadro sinottico:

-         9 marzo 1710: muore Girolamo III del Carretto, sopravvissuto al figlio, e suo unico erede, Giuseppe del Carretto, e così si estingue la locale casata carrettesca;

-         3 settembre 1713: Die 3 7bris 1713 VII Ind.Vigilia Sanctae Rosaliae hora vigesima fuit affixum interdictum generale locale in hac terra Racalmuti: l’interdetto – riflesso racalmutese della sciasciana controversia liparitana – ha tragici scoramenti sui locali, per non potere più seppellire i propri morti nelle proprie chiese, che ben travalicano lo smarrimento di quel cambio di padroni, dagli spagnoli ai Savoia, che gli implicati nella politica dovettero provare, in quello stesso periodo;

-          1715: il regio commissario generale d. Domenico Damiani e Scammacca della città di Randazzo, in nome di S. Maestà, chiama a raccolta i notai di Racalmuto e chiede il dettagliato resoconto di tutti gli atti pubblici del clero locale e dei beni delle chiese: immaginabili il terrore e  lo sgomento dei tanti nostri preti e monaci;

-         10 luglio 1716: Brigida Scittini e Galletti, vedova di Giuseppe del Carretto, si aggiudica, jure crediti, per diritto di credito dotale, la contea di Racalmuto. Chissà se la notizia giunse in paese;

-         27 agosto 1719: sospiro di sollievo: «L’interditto fu imposto dall’Ill.mo e Rev.mo Signor D. Francesco Remirens Arc. E Vesc. di Girgenti con il consenso della S. Sede nella Chiesa Cathedrale di Girgenti e in tutta la Diocesi fu sciolto la domenica di Agosto al dì 27 [1719] dell’ora vigesima seconda dal rev.mo Sig. Dr. D. Giuseppe Garucci , Can. Teo. e Vic. Generale Apostolico con l’Autorità della S. Sede.»;

-         1736: Panormi die duodecimo mensis aprilis 14 ind. 1736 Fuit prestitum juramentum debitae fidelitatis et vassallagij e pertanto servatis servandis concedatur investitura  .... tituli Comitatus Racalmuti in personam ill.s D. Aloysij Gaetano ducis Vallis Viridis. Don Luigi Gaetani  - che doveva pur rifarsi delle enormi spese sostenute in questa usurpazione feudale - non si aspettava una situazione così deteriorata come quella rinvenuta. Cerca innanzitutto di ripristinare il patto del 1580 sul terraggio. Si dichiara “mosso da pietà per i suoi vassalli” ma le due salme di frumento per ogni salma di terra coltivata le vuole tutte;

-         1738:  in quest’anno, sorge una controversia feudale su Racalmuto, con tutti i crismi (e con tutti i costi). Il duca trova pretermessi anche i suoi diritti di terraggiolo sui coltivatori racalmutesi dei feudi di Aquilìa e Cimicìa: gli abili benedettini di San Martino delle Scale di Palermo erano risusciti a farsi confezionare un decreto di esonero dal vescovo di Agrigento. Don Luigi Gaetani è costretto ad adire le vie legali: premette che è stato già magnanimo accontendandosi della  metà di quanto dovuto per terraggiolo (pro terraggiolo dimidium consuetae praestationis exegit). Non può pertanto tollerare che i benedettini usufruiscano di un falso esonero, fallacemente accordato dal vescovo di Agrigento, il noto Ramirez, in data 16 settembre del 1711;

-         1741: il 22 giugno 1741 i benedettini risultano soccombenti, con compenso di spese, però;

-         1747: la contea di Racalmuto passa alla principessa di Palagonia Maria Gioacchina Gaetani e Buglio;

-          7.1.1754; SCIASCIA LEONARDO M.°, di m.° Giovanni ed Anna Scibetta; sposa ALFANO INNOCENZA di m.° Bartolomeo e Caterina olim fugati.  -  Matrimoni 1751-1763 - 67 – Nota: d. Albertus Avarello -- Cl. Mario Borsellino e Cl. Giuseppe Lipari, testi; furono benedetti da d. Giuseppe Pirrera; gli atti della Matrice ci ragguagliano su questo antenato di Leonardo Sciascia che va ben al di là del «nonno di suo nonno» che lo Scrittore voleva come suo capostipite racalmutese, oriundo, per giunta, da Bompensieri;

-          1755: nasce a Racalmuto il Sac. Giuseppe Savatteri e Brutto (1755-1802)  -

-         1756: il 19 febbraio viene nominato arciprete di Racalmuto d. Stefano Campanella: sarà colui che passerà alla microstoria locale come l’arciprete che debellò il terraggio ed il terraggiolo;

-         1759: all’Itria viene fondata la Confraternita della Mastranza (26 luglio 1759);

-         1767: l’arciprete Campanella completa la costruzione del «cappellone grande» della Matrice;

-         1771: i Requesens si appropriano di Racalmuto il 28 gennaio 1771. Girolamo III del Carretto aveva contratto matrimonio con una Lanza di Mussomeli, di cui parla il Sorge nel suo studio su quella cittadina. La Lanza – pur avanti negli anni - riesce a partorire il figlio maschio Giuseppe, quello che premuore al padre, ed una figlia femmina i cui discendenti dopo un secolo consentono ai Requesens di impossessarsi dell’ormai esausta  contea di Racalmuto. Annota il San Martino de Spucches: «Giuseppe Antonio REQUISENZ di Napoli, P.pe di Pantelleria, s'investì, a 28 gennaio 1771, della Terra, Castello e feudi di Racalmuto; successe in forze di sentenza pronunziata a suo favore dal Tribunale del Concistoro e Giudici aggiunti, per voto segreto, contro Maria Gioacchina GAETANO e BUGLIO, P.ssa di Palogonia, già c.ssa di Racalmuto; quale sentenza porta la data 2 ottobre 1765 e fu pubblicata, in esecuzione degli ordini del Re, da detto Tribunale li 20 giugno 1770 (Conserv. Reg. Invest. 1172 [o 1772?], f. 143, retro).  [...] Detto P.pe Francesco a sua volta, fu figlio del P.pe Antonino Requisenz e Morso e di Giuseppa del CARRETTO. Questa Dama fu infine figlia del Conte di Racalmuto GIROLAMO di cui è parola di sopra al n. 4. E' da questa discendenza che i signori REQUISENZ reclamarono ed ottennero i beni tutti ereditari della famiglia del CARRETTO;

-         1776: lo stesso arciprete continua nei lavori di abbellimento della Matrice; dicono le cronache: «Nel 1776 si perfezionò con stucchi ed oro fino, si fecero i due campanili ed arricchì la chiesa di arredi sacri nel 1783.»;

-         1782: «E' noto - abbiamo già scritto - un reperto di grande interesse che fu trovato da tal Gaspare Vaccaro nel 1782: esso ci attesta della organizzazione esattoriale delle decime agrarie a Racalmuto da parte di Roma. Trattasi di una iscrizione latina pubblicata nel 1784 da Gabriele Lancellotto Castello, principe di Torremuzza, nel suo "Siciliae et adiacentium insularum veterum inscriptionum - nova collectio.."»;

-         1783: inizia la causa – intentata dal sac. Figliola presso il Tribunale di Napoli – contro il «terraggiolo»;

-         1785: « Soprusi praticati dal sac. Giuseppe Savatteri, arrendatore di Racalmuto, verso i poverelli.» Non parve vero a Leonardo Sciascia di rigonfiare quell’appunto per una delle sue solite tiritere anticlericali.  Nessuna ricerca storica, da parte sua; nessun approfondimento; nessuno spunto critico;

-         1785-1786 : ma è Giuseppe Tulumello ad affermarsi in paese: nel 1785-86 egli figura tra i giurati dell’Università di Racalmuto, insieme agli ottimati Lo Brutto, Scibetta, e Gambuto. Il sindaco è Antonino Grillo. Il collettore risulta don Giuseppe Amella.

-         1786: il sac. Figliola  « … ottenne dal Re, che questa terra di Racalmuto si reluisse il Mero e Misto Imperio, che di più di centinaia d’anni ne godeva il Conte. Morì in corso di causa, con pianto e dolore universale, nell’infermeria dei RR.PP. del Terz’Ordine di S. Francesco nel convento della Misericordia, in cui sta sepolto il di lui cadavere, in Palermo. 14 luglio 1787 d’anni 38.»;

-          1787: D. Stefano Campanella prosegue nella controversia antifeudale intentata dal Figliola e  così  « … con altri primari del paese incominciarono a proprie spese la causa per il Terragiolo nel Tribunale di Palermo  e dopo quattro anni di strepitosa lite dal Tribunale rotondamente si determinò a 28 Settembre 1787. “Jesus= Jus Terragii, et Terragiolii tam intra, quam extra territorium declaratur non deberi.”;

-         1791-92 :  forte dell’ascesa dello zio sacerdote don Nicolò Tulumello, don Giuseppe di quella famiglia di gabelloti,  fa il grande salto nella scala dei valori sociali del luogo: ora il tesoriere comunale è lui. A lui la borsa. L’apice del Comune può restare agli altisonanti “magnifico rationale Impellizzieri Santo”, al “magnifico Baldassare Grillo”, al “magnifico Salvatore Lo Brutto”, a “Francesco Amella”, a “Paolo Baeri e Belmonte” - che sono sindaco e giurati -, ma è lui che tiene i cordoni della borsa e così, improvvisamente, i fogli ufficiali della Curia panormitana lo designano con il nobilitante appellativo di “don”. Finalmente! Ancora non barone come il nipote Giuseppe Saverio, ma il primo tassello, quello più difficile, è tutto nel carniere di famiglia;

-         1793: la vecchia. Gloriosa chiesa di S. Rosalia viene smantellata; era riuscita a resistere sino al  3 giugno 1793 quando viene ceduta al sac. Salvadore Grillo che ha intenzione di farne una stalla: fu barattata  dal can. Mantione in cambio di  un altare con statua alla Matrice;

-         1796: il feudo di Gibellini viene venduto con rogito del «Not. Salvatore SCIBONA di Palermo li 22 luglio 1796 a D. Giovanni SCIMONELLI, pro persona nominanda annue onze 157, tarì 14, grana 3 e piccioli 5 di censi sopra salme 57, tumoli 11 e mondelli 2 di terre, dovute sul feudo di Gibellini; e ciò per il prezzo in capitale di onze 3500 pari a lire 44.625. Il detto Scimoncelli dichiarò agli atti di Notar Giuseppe ABBATE di Palermo che il vero compratore fu il Sac. D. Nicolò TOLUMELLO. Per speciale grazia accordata dal Re a 29 aprile 1809 fu confermato lo smembramento di dette onze 157 e rotte dal feudo di GIBELLINI già effettuate senza permesso Reale (Conservatoria, libro Mercedes 1806-1808, n. 3 foglio 77)». Passeranno 13 anni prima che emerga la persona nominanda. Eccola: «D. Giuseppe Saverio TOLUMELLO» che « s'investì a 7 giugno 1809 per refuta e donazione a suo favore fatte dal Sac. D. Nicolò sudetto agli atti di Notar Gabriele Cavallaro di Ragalmuto li 22 aprile 1809 (Conservatoria, libro Investiture 1809 in poi, foglio 40). Questo titolo non esce nell'«Elenco ufficiale diffinitivo delle famiglie nobili e titolate di Sicilia» del 1902. L'interessato non ha curato farsi iscrivere e riconoscere.»;

-         1799: Il secolo dei lumi si chiude tristemente per Racalmuto: necessita il paese dei vessatori mutui della locale Comunia della Matrice – cui con sussiego accondiscende il famigerato vescovo Ramirez – onde i preposti all’Annona racalmutese possano riuscire ad approvvigionarsi delle più urgenti vettovaglie. Ecco il diploma vescovile del 23 febbraio 1799: «XAVERIUS  Rever. Archipresbitero et deputatis ...terrae Racalmuti, Salutem. Ci rappresentano codesti Giurati, Proconservatori, e Sindaco le gravi pressanti urgenze, che si sperimentano in codesta Popolazione, a segno che si teme molto della furia della Popolo perché pressato dalla fame, e dalla miseria. Onde sono in penziero di occorrere quanto si può con mutui, eccedono, e chiedono che per conto di Codesta matrice Chiesa vi sia nella Cassa una certa somma, che la reputano sufficiente ad impiegarla nelle presenti istanze, bastevole a soccorrere la indigenza comune. Noi dunque avendo in considerazione l'espressati sentimenti del Magistrato, e volendo per quanto ci sarà permesso anche aiutare codesto Publico, venghiamo colle presenti ad eccitare la vostra carità , il vostro zelo ed il vostro patrimonio acché concorriate per quanto si può a sollevarlo nelle urgenti angustie e miserie. Essendovi dunque nella Cassa la indicata somma, qualora si appronta una sufficiente bastevole fideiussione di restituirla nell’imminente Agosto e riposta in Cassa, potrete apprestarla a beneficio comune per distribuirsi in mutuo secondo le intenzioni del Magistrato. Nostro Signore vi assista. Datum Agrigenti die 23 februarii 1799. = Canonicus Thesaurarius Caracciolo Vicarius Generalis = Canonicus Trapani Cancell». [5]

 

 

-         Il Settecento a Racalmuto sorge con le diatribe tra padre e figlio degli ultimi del Carretto; cessata quella casata più o meno dannosa per il paese agrigentino, subentrano altre diatribe feudali che schiariranno l’opaco svolgersi della vicenda umana dei nostri antenati in quel torno di tempo, tutto sommato sino al 1787; dopo i tempi sono tutt’altro che felici: i rampanti gabelloti sono peggiori dei loro nobili dante-causa ed in mano di questi emergenti borghesi (i Tulumello in testa, ma anche i Grillo, gli Amella, i Matrona, i Farrauto) la sorte del contado è sempre quella: triste e subalterna. A fine secolo, si verifica addirittura un fenomeno che, nella ferace terra del grano, non si era mai registrato: la fame. Vendono impegnati gli iogalia delle chiese per il panizzo quotidiano.

 

DOPO I DEL CARRETTO

 

Il seguito della storia dei del Carretto di Racalmuto mostra ombre ancora non del tutto dissolte. Noi disponiamo del testo di una procura rilasciata da don Luigi Gaetano per l’occorrente investitura della contea di Racalmuto; vi è riepilogata la faccenda della singolare acquisizione feudale: uno strano ed antigiuridico passaggio dai del Carretto ai Gaetano attraverso la popolaresca intermediazione di una tale Macaluso. L’evento poté verificarsi per il trambusto di quel periodo con quell’alternarsi dei Savoia e degli austriaci in Sicilia fino alla venuta dei Borboni.

E in un atto del 6 marzo del 1736 si raccontano le peripezie della vedova di don Giuseppe del Carretto, donna Brigida Schettini, alle prese con la curia nel tentativo di rinviare gli esborsi per l’investitura della contea di Racalmuto, cadutale addosso dopo la morte del suocero don Girolamo del Carretto.

 




[1]) Se non vuol credere a noi, il lettore (eventuale) vada a dilettarsi nella lettura del greve e grave documento del fondo Palagonia del 1645 che esordisce: «Jesus Maria Rosalia
Die decimo octobris decimae quartae indictionis millesimo sexcentesimo quatragesimo quinto.
Cum sit quod inter ill.mum Joannem del Carretto comitem Ragalmuti et principem de XXlijs  ex una U.J.d. Joseph Bonafante  uti procuratorem generalem et protectorem Venerabilis Monasterij Sanctae Rosaliae h. c. per acta not. Joannis Antonij Chiarella Panormi fuerit et sit factus et stipulatus contractus tenoris sequentis videlicet:
Die decimo quinto mensis Julij XJ ind. 1643. Quia per ill.m d. Didacum de Uzeda consultorem E.S. fuit facta provisio in dorso memorialis d. Joseph Bonafante Protectoris et Procuratoris generalis venerabilis monasterij sanctae Rosaliae h.c. nominibus pro ut in scripturis et omni alio meliori nomine et modo  tenoris sequentis, videlicet:
Die quinto maj XJ ind. 1643. Stante ista communicatione E.S. cogantur ill.s Comes Regalmuti solvere infra mensem .....
[2] ) E prosegue in latino:
 
 cuiusdam clusae cum terris scapulis, vineis, arboribus, palmento et alijs in ea existentibus, sitae et positae in pheudo Racalmuti et in contrata nominata di Bovo, confinantis cum vinea ditti rev.di sacerdotis don Petri Casucci, cum vinea Honuphrij Garlisi et cum clusa Francisci La Matina, alias Inbuccaquagli et alios confines, nulliter possessae per dictum Rev.dum Sacerdotem d. Fabritium Signorino.
 Item cuiusdam clusae cum vineis existentis in dicto pheudo Racalmuti et in contrada nominata di Pinnavaira, confinantis cum clusa  et vineis Bartholomei de Acquista et cum clusa Petri Mulè alias Paruzzo et cum clusa Joseph Mantione, nulliter possessae per dictum don Sanctum de Acquista.
 Item alterius clusae cum terris scapulis exstentis in dicto pheudo Racalmuti et in contrata nominata di Bovo, confinantis cum clusa Joseph Torretta, cum vineis Stephani Bruno et cum clusa Augustini de Beneditti, nulliter possessae per dictum reverendum sacerdotem d. Joseph Casucci.
 Alterius clusae cum terris scapulis cum vineis, arboribus et alijs exstentis in dicto pheudo Racalmuti et in contrata nominata di Bovo seu Montagna confinantis ex una parte cum vineis et terris ditti de Signorino, cum clusa noatarij Francisci de Puma et cum clusa don Antonini Bartholotta, nec non cuiusdam vineae cum terris scapulis exstentis in dicto pheudo Racalmuti et in contrata nominata della Fontana della Fico confinantis cum vineis quondam Antonini Vassallo, cum vineis Isidori Lauricella Erarij et cum vineis Pauli Bucculeri alias Gialì, indebité  possessarum per dictum Sacerdotem don Petrum Casucci.
 Item alterius clusae cum vineis, palmento et alijs existentis in dicto pheudo Racalmuti, in contrata nominata della Rina seu Scavo Morto, confinantis cum clusa magistri Stephani Pino, cum clusa Joseph Nalbone et cum vinea Antonini Pagano;
 item alterius clusae exstentis in dicto pheudo Racalmuti in contrata Fontanae Fici, confinantis cum vinea Sancti La Matina, cum loco U.J. doctoris don Antonini Bisacci et cum terris Pasqualis de Agrò;
 item alterius clusae cum vineis intus exstentis in dicto pheudo Racalmuti in contrata nominata della Difisa, confinantis cum clusa Joseph Alaymo, alias Rovetto, et cum vinea Vincentij Petrozzella et cum vallone nominato della Difisa;
 item alterius vineae cum palmento exstentis in ditto pheudo Racalmuti in contrata nominata di Jacuzzo, confinantis cum vinea Alberti Avarello, alias Nigro, et cum terris dicti rev.di sacerdotis don Michaelis Angeli Rao et cum terris Francisci de Piazza;
 item unius clusae exstentis in dicto pheudo Racalmuti in contrata nominata di Zimmulù confinantis cum terris don Antonini de Amico et cum terris Petri Pagano, alias Pernice, et cum via publica;
 item alterius clusae existentis in dicto pheudo Racalmuti in contrata nominata del Caliato, confinantis cum clusa don Francisci Curti, cum clusa Vincentij de Marsala et cum vinea Societatis Anumarum Sancti Purghatorij;
 item salmarum duarum terrarum exstentium in dicti pheudo Racalmuti in contrata nominata del Serrore cum suis stantijs, confinantium cum Salvatore Petruzzella, Barholomeo de Acquista et Francisco Mulè;
 item alterius clusae cum suis arboribus exstentis in dicti pheudo Racalmuti in contrata nominata di Pietravella, confinantis cum heredibus magistri Sebastiani Savatteri, cum Deco Bucculeri alias Campanella, cum Petro [126] La Licata Jacobi;
 item unius vineae consistentis in miliarijs duabus et dimidio exstentis in ditto pheudo Racalmuti et il contrata della Rina, confinantis cum Nicolao Busuito, cum Josepho Bucculeri alias Campanella, quae est cum via publica;
 item binorum viridariorum nominatorum Sancti Gregorij exsistentium in ditto pheudo Racalmuti, secus terram confinantium, scilicet unius cum Francisco et Joanne La Nuoara et Ignatio de Falco et alterius cum vinea don Pauli Rizzo et cum vinea magistri Alexandri Picone et cum via publica nulliter possessorum per dittum rev.dum sacerdotem d. Joannem Battistam Baera.
 Item cuiusdam clusae cum flumaria exstentis in ditto pheudo Racalmuti in contrata dello Saracino seu Molino dell’Arco, confinantis cum terris Joannis Curto alias Cirame et cum terris et flumaria Michaelis Angeli Lauricella et cum molino noncupato di Immenzo;
 item alterius clusae exstentis in ditto pheudo Racalmuti in ditta contrata dello Saracino confinantis cum clusa Gasparis Barone et cum clusa Hieronymi Cinquemani et cum clusa sororis Annae à Panormo;
 item alterius clusae existentis in ditto pheudo et in ditta contrata di Bovo confinantis cum clusa Antonini Bartholotta et cum clusa heredum quondam Dominici Curto et cum via publica;
 item unius vineae cum arboribus exstentis in ditto pheudo Racalmuti ex parte ut dicitur delli Piamontisi, confinantis cum vinea Philippi Costa, cum vinea Sancti la Matina alias Calello et cum via publica nulliter possessorum per dictum reverendum sacerdotem don Calogerum Cavallaro.
 Item clusae existentis in ditto pheudo Racalmuti, in contrata nominata di Bovo confinantis cum clusa Annae de Agrò et cum vinea Pasqualis de Agrò;
 item alterius vineae cum palmento intus existentis in ditta contrata nominata di Bovo, confinantis cum vinea ditti Pasqualis de Agrò et cum vinea don Petri de Agrò;
 item alterius vineae cum terris scapulis exstentis in ditto pheudo et in contrata [127] nominata delli Menziarati confinante cum clusa Vincentij Gulpi et cum terris Raphaelis Monreale et cum terris Pauli de Falco nulliter possessarum per dictum rev.dum don Franciscum de Agrò.
 Item alterius clusae cum terris scapulis exstentis in ditto pheudo Racalmuti et in contrata nominata di Culmitelli confinantis cum terris Hieronymi Lo Brutto, cum Terris Joseph Mulé alias Paruzzo, et cum vineis Nimphae Baera;
 item alterius clusae cum vineis arboribus et alijs in ea existentibus sitae et positae in dicto pheudo Racalmuti et in contrata nominata di Jacuzzo, confinantis cum vinea Calogeri de Alaymo, alias Xiortino, cum vineis Angeli Pecuraro et cum vinea magistri Antonini Valenti;
 item alterius vineae cum palmento, baleo, arboribus et alijs in ea existentibus sitae et positae in ditto pheudo Racalmuti et in contrata predicta di Jacuzzo, confinantis cum vinea ditti rev.di sacerdotis don Joannis Battistae Baera, via publica et alijs confinibus;
 item cuiusdam tenutae terrarum cum vinea exstentis in ditto pheudo Racalmuti et in ditta contrata di Jacuzzo, confinantis cum vinea Marci de Alaymo et cum vinea Didaci de Alaymo nulliter et indebité possessarum per dictum Michaelem Angelum Rao.
[3] ) AA.VV., Leonardo Sciascia ed il Settecento in Sicilia, Caltanissetta 1998, p. 5.
[4] ) ibidem, p. 9.
[5] ) ARCHIVIO VESCOVILE DI AGRIGENTO - REGISTRO 1798.99 (PAG. 304-305)
 
 

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