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venerdì 9 dicembre 2016

Mps-Antonveneta, nel mirino il via libera di Bankitalia

La battaglia di un piccolo azionista. Per annullare l'acquisizione di Antonveneta. Fonte dei guai dell'istituto. E su cui pesano i silenzi di Bankitalia. I file riservati.

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Palazzo Salimbeni, sede di Mps a Siena.


Si torna all'origine di tutti i mali: sull'acquisto di Antonveneta da parte di Monte dei Paschi di Siena non è stata ancora detta l'ultima parola.
Quell'operazione costata un'enormità, 17 miliardi di euro quando Mps aveva un capitale residuale di soli 4,8 miliardi, segna a detta di tutti l'inizio della crisi della banca più antica del mondo o, come hanno scritto i consiglieri piddini nella relazione conclusiva della Commissione di inchiesta regionale, «il passaggio determinante».
IL NODO SOFFERENZE. Chi conosce bene Mps si avventura a dire che le sofferenze in pancia alla banca sono collegate all'acquisizione dell'istituto veneto.
E su quell'acquisizione sono accese anche le lenti del tribunale di Roma. Il 13 ottobre si è tenuta l'udienza sul ricorso del piccolo azionista Paolo Emilio Falaschi che ha denunciato la falsità dell'autorizzazione rilasciata da Bankitalia e il gip Ezio Damezia si è riservato di decidere. Forse l'ultima occasione per fare luce sulla vicenda.
Il documento, firmato il 17 marzo 2008 dall'allora governatore Mario Draghi, recita testualmente: «L'acquisizione del complesso aziendale riferito ad Antonveneta comporterà un costo di 9 miliardi di euro».
LA DUE DILIGENCE NEGATA. In realtà, la cifra fu molto più alta perché Antonveneta era indebitata per 7,9 miliardi con Abn Amro come risulta già dal prospetto Consob relativo all'aumento di capitale di Mps del 28 aprile. E, probabilmente, anche per questo Banco Santander, che l'aveva appena acquisita per 6,6 miliardi dall'istituto olandese, era già pronto a disfarsene.
Era il novembre del 2007 quando venne sancito l'accordo e la banca iberica impedì a Mps di realizzare una due diligence, che avrebbe fatto chiarezza sui conti. Ma via Nazionale li conosceva.
Nella relazione della Commissione di inchiesta regionale si dice che tutti gli attori istituzionali avevano espresso giudizio positivo.
Eppure le cronache dell'epoca raccontano un'altra storia.

Il sì condizionato di Bankitalia all'operazione

Mario Draghi, ex direttore generale del Tesoro, ex governatore di Bankitalia e attuale numero uno della Banca centrale europea.


Il giorno dell'accordo il titolo di Mps fece un tonfo in Borsa del 10,5%: il mercato riteneva il prezzo troppo alto. Ed era solo quello ufficiale.
Chi espresse dubbi, come è riportato in quella relazione, furono i piccoli azionisti.
Sta di fatto che via Nazionale diede l'ok condizionandolo a una complessa operazione di ricapitalizzazioni e di emissioni di strumenti ibridi: «Il perfezionamento dell'operazione è subordinato – al fine di garantire il pieno rispetto nel continuo degli istituti di vigilanza prudenziale – alla preventiva realizzazione delle misure di rafforzamento patrimoniale programmate».
LA BATTAGLIA DEL SOCIO FALASCHI. Secondo Falaschi, quel documento sarebbe «falso» perché non esplicitava il costo reale che includeva il debito. E inoltre violerebbe il testo unico bancario, che prevede all'articolo 19 l'autorizzazione preventiva a operazioni di acquisizione «quando ricorrono condizioni atte a garantire una gestione sana e prudente della banca, valutando la qualità del potenziale acquirente e la solidità finanziaria del progetto di acquisizione».
Inoltre, secondo le norme, «l'autorizzazione può essere sospesa o revocata se vengono meno o si modificano i presupposti e le condizioni per il suo rilascio».
E invece via Nazionale la condizionò a un piano di ricapitalizzazione di soli 6 miliardi, anche conoscendo le condizioni a dir poco problematiche dell'istituto veneto.
LA RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE. La denuncia di Falaschi è già stata archiviata una prima volta nel 2015, dopo la richiesta del pm di Roma Giancarlo Cirielli, così come era stata archiviata la posizione di Bankitalia nell'inchiesta di Siena, ma l'avvocato tira dritto: «Se l'autorizzazione fosse ritenuta falsa, per estensione il contratto con Santander sarebbe nullo e potrebbe essere impugnato da chiunque ne abbia interesse, quindi anche dagli azionisti, riportando a casa i miliardi spesi per una banca che non valeva niente».
Insomma, dice, «io voglio salvare 25 mila posti di lavoro».
E a spingere la sua determinazione sono una serie di documenti che vale la pena mettere in fila.

La lettera riservata ad Antonveneta

La sede di Antonveneta AbnAmro in una foto del 2006, prima della cessione della banca veneta a Mps.


Il via libera della vigilanza ha sollevato dubbi anche tra i relatori di maggioranza della Commissione regionale Toscana, che scrivono: «Draghi autorizza l’acquisizione di Antonveneta per 9 miliardi di euro senza tenere conto - comportamento inconsueto per il principale organo italiano di vigilanza degli istituti di credito - dei rischi di tenuta per il Monte dei Paschi». E ipotizzano che abbia pesato il contesto: una fase di aggregazioni bancarie sostenuta da Banca d'Italia e riportano anche la laconica risposta ottenuta dal nuovo governatore di Bankitalia, Ignazio Visco: «L'operazione fu autorizzata perché conforme ai criteri previsti dalla normativa».
VIA NAZIONALE SAPEVA. Nella richiesta di archiviazione del pm Cirielli, però, si spiega anche altro. E cioè che Bankitalia era «certamente a conoscenza» del finanziamento da oltre 7 miliardi ottenuto da Antonveneta. Anzi spiega che, secondo quanto dichiarato dall'ex capo della vigilanza Anna Maria Tarantola, l'elemento del debito «ha fatto parte della complessa istruttoria e valutazione, operata dalla Banca d'Italia, per procedere al rilascio della valutazione».
Di più, «ha costituito il fondamento del rilascio di una autorizzazione condizionata».
Che Bankitalia fosse a conoscenza di tutti i problemi dell'istituto veneto è scritto nero su bianco anche nella lettera inviata dalla vigilanza ad Antonveneta il 9 marzo 2007 in via riservata dopo un'ispezione avvenuta dal 6 luglio al 14 dicembre 2006 (consulta il documento).
NUBI SUL FUTURO. In quella missiva la vigilanza giudica sfavorevolmente tutti i profili dell'istituto di credito, tranne quelli «patrimoniali e di liquidità, anche per effetto del sostegno assicurato dalla capogruppo Abn Amro». Cioè dal famoso prestito.
Ma via Nazionale appunta problemi che possono ipoticare anche il futuro: «Rilevanti anomalie nei profili della rischiosità creditizia e della redditività», «prassi tariffarie particolarmente penalizzanti nei confronti dei clienti con conseguente erosione di quote di mercato».
I sistemi di controllo? Sono «insufficienti». La qualità del portafoglio? «Significativamente deteriorata». Il portafoglio prestiti rischioso. Il «comparto delle segnalazioni alla vigilanza» incompleto.
Il documento rivela anche sofferenze per 3,9 miliardi e partite anomale pari al 15,8% degli impieghi. E aggiunge che rilevazioni a campione hanno fatto emergere posizioni ascrivibili a un maggiore rischio.

Piano industriale inadeguato e stime ottimistiche

La sede di Bankitalia, in via Nazionale a Roma.


Il piano industriale, quindi, risulta inadeguato. Le stime dei risultati ottimistiche. Gli utili frutto di operazioni straordinarie.
Bankitalia specificava che «la natura e la portata degli interventi da realizzare necessitano di un attento monitoraggio della fase attuativa da parte dei responsabili di codesta banca e della capogruppo Abn Amro».
Solo un anno più tardi autorizzava l'acquisizione a Mps.
L'esistenza di quella lettera fu rivelata nel 2013 dalla Reuters.
RAFFORZAMENTO PATRIMONIALE FALSO. Allora l'autorità di vigilanza spiegò all'agenzia di aver avvertito «formalmente la banca senese dei problemi di qualità del credito e della inefficiente struttura di governo della banca padovana in una lettera del marzo del 2008».
Raccomandò alla banca di attenersi al rafforzamento patrimoniale e chiese di modificare il contratto dello strumento finanziario Fresh, attraverso il quale Mps avrebbe dovuto riservare a JpMorgan un aumento di capitale da un miliardo, che come è noto fu in realtà una partita di giro.
Tutte le operazioni di ricapitalizzazione, a cui era condizionato l'acquisto di Antonveneta, risultarono falsate. E della loro inconsistenza, per cui oggi la stessa Montepaschi ha patteggiato e gli ex dirigenti sono rinviati a giudizio per ostacolo alla vigilanza, Bankitalia si era accorta già nel 2012, come risulta da una relazione su un'ispezione realizzata dal 27 settembre 2011 e il 9 marzo 2012 che scoprì i contratti derivati Alexandria e Santorini sottoscritti con Nomura e Deutsche Bank.
GLI EFFETTI DEL VIA LIBERA. Ma anche prescindendo dagli sviluppi successivi, la domanda resta: perché se Bankitalia conosceva la situazione di Antonveneta e le difficoltà di Mps nel portare a conclusione l'acquisto autorizzò un'operazione così rischiosa? E perché non revocarla nel momento in cui Mps si era trovata ufficialmente in casa un tale fardello di debiti da pagare?
Scrive il pm nella richiesta di archiviazione della causa di Falaschi: «In ogni caso, la mancanza di patrimonializzazione non poteva necessariamente ed univocamente comportare la revoca dell'autorizzazione perché avrebbe “provocato” conseguenze finanziarie imprevedibili sul mercato in danno ai risparmiatori, degli azionisti e del complesso del sistema bancario».
Ma Falaschi è convinto che gli effetti del via libera siano stati ben peggiori.
Difficile, oggi, dargli torto.

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