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venerdì 30 dicembre 2016


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Nel 1576 Racalmuto assurge a conte e vi si insedia il barone Girolamo Del Carretto, nel frattempo trasferitosi a Palermo [1]. Con riferimento a codesto Del Carretto, assurto dopo tredici anni di baronato racalmutese, al prestigioso titolo di conte - ma lui brigò per il marchesato - Sciascia vibra nelle sue Parrocchie di Regalpetra (pag. 17), le seguenti scudisciate:

«Ammazzato, da due sicari del barone di Sommatino, morì anche il padre di Girolamo, uomo anch’esso vendicativo ed avido. Il primo Girolamo [appunto quello di cui parliamo] fu invece, ad opinione del Di Giovanni, uomo di grandi meriti. Per lui Filippo II datava dall’Escuriale di San Lorenzo, il 27 giugno del 1576, un privilegio che elevava Regalpetra a contea. Ma sui meriti di Girolamo primo non sappiamo molto: fu pretore di Palermo, e non credo dovuta a “bizzarra opinione seu presunzione”, come afferma il Paruta, la sollevazione dei palermitani contro la sua autorità. Né mi pare sia da ascrivere a sua gloria il fatto che per suo ordine, il giorno sedici del mese di marzo dell’anno milleseicento, trentasette facchini abbiano subita la pena della frusta: notizia che senza commento offre il già ricordato erudito racalmutese [cioè il Tinebra Martorana, n.d.r.]»

Per amore di verità, Girolamo, primo conte di Racalmuto non poté avere dato l’ordine delle frustate ai trenta facchini per il semplice fatto che era morto da sedici anni, essendo deceduto nel 1583 [2]. Viveva a Palermo nel 1600 Giovani IV del Carretto, figlio di Girolamo I. Il pasticcio di ritenere pretore di Palermo, nel 1600, Girolamo I del Carretto che era morto da sedici anni, lo confezionò il Villabianca, che a dire il vero, appena se ne accorse cercò di ovviarvi. Ma lo fece in modo così maldestro che ancora nel 1924 il San Martino de Spucches continua nell’errore villabianchiano. Poco male se il Tinebra Martorana non se ne accorse. Forse Sciascia, poteva essere più avveduto: ma per lui - ed è ovvio - la vicenda dei Del Carretto aveva senso solo se suggeriva metafore letterarie.

Un passo della Morte dell’Inquisitore ci pare invece perspicace ai fini dell’inquadramento storico di questa congiuntura racalmutese (pag. 183): «.. dai documenti del Garufi sappiamo che a Racalmuto c’erano, nel 1575, otto familiari e un commissario del Sant’Uffizio; e due anni dopo dieci familiari, un commissario e un mastro notaro: su una popolazione di circa cinquemila (il Maggiore-Perni dà 5.279 abitanti nel 1570, 3.825 nel 1583: per quanto queste cifre siano da accettare con cautela, si può senz’altro ritenere attendibile la flessione [3] ). Vale a dire che il solo Sant’Uffizio aveva una forza quale oggi, con una popolazione doppia, non tengono i carabinieri. Se poi aggiungiamo gli sbirri della corte laicale e quelli della corte vicariale, e le spie, ad immaginare la vita di questo nostro povero paese alla fine del secolo XVI lo sgomento ci prende. Ma di racalmutesi caduti nelle grinfie del Sant’Uffizio, prima di fra Diego, ne troviamo uno solo: il notaro Jacobo Damiano, imputato di opinioni luterane ma riconciliato nell’Atto di Fede che si celebrò in Palermo il 13 di aprile del 1563. Riconciliato : cioè, per manifesto e pubblico pentimento, assolto; ma non senza pena ...».

 

Per quello che si è visto nel corso di questo lavoro, di sacerdoti racalmutesi addetti al Sant’Uffizio, ne abbiamo trovati parecchi, ma solo a partire dai primi anni del ’Seicento sino ad arrivare all’ultimo che è stato don Francesco Busuito, morto il 29 gennaio 1802 all’età di 74 anni.

 

Durante il baronato e la contea di Girolamo I Del Carretto, fu intensa la vita civica a Racalmuto. Era da tempo che i vassalli si erano ribellati alle imposizioni feudali, specie quelle del cosiddetto terraggio e terraggiolo. Da ambo le parti erano state sostenute ingenti spese. Un accordo fu trovato il 15 gennaio 1580 (9^ ind.).

E prima, nell’ anno 1577, al suono della campane i racalmutesi si erano congregati nella chiesa dell’Annunziata per cercare un alleggerimento di imposta da parte viceregia, dati i calamitosi tempi seguiti alla peste di alcuni anni prima. Si era avuto il necessario avallo di Girolamo Del Carretto.

 

Girolamo I Del Carretto non solo, dunque, non fece frustare nel 1600 i facchini di Palermo (diciamo, per precedente morte), ma appare piuttosto benigno verso i suoi vassalli di Racalmuto.

 

Gli subentrava, alla morte, il figlio primogenito Giovanni IV Del Carretto. Questi fu irrequieto e non si astenne persino dall’omicidio. E’ lui il mandante dell’attentato al Cannita, su cui si dilungano gli storici locali. E’ lui che finisce nel carcere di Castellammare di Palermo, ove era detenuto anche il poeta Antonio Veneziano (perirà questi; si salverà Giovanni del Carretto e Sciascia causticamente punzecchia). E’ lui che ha una caterva di sorelle cui garantire il “paragio” (fra le altre la celebre donna Aldonsa del Carretto, la fondatrice del convento di Santa Chiara a Racalmuto); un figlio spurio di nome Vincenzo diventerà arciprete di Racalmuto nel 1608; l’altra figlia illegittima si sposerà con Girolamo Russo, divenuto governatore del Castello racalmutese. E contro di questi si catapulterà, con la sua pingue mole, il vescovo agrigentino, approdato dalla Spagna, Horozco Covarruvias.

Giovanni IV Del Carretto male visse e peggio morì: trucidato in un attentato a Palermo, lasciò  come erede l’infelice Girolamo II Del Carretto, occisus a servo diceva una pergamena custodita entro il sarcofago del Carmine, e suo nipote Giovanni V Del Carretto fu giustiziato a Palermo nel 1650. (Tra quest’ultimo Giovanni e Girolamo II, storici poco accorti hanno intrufolato un altro Giovanni o un altro Girolamo che è solo frutto di confusione e di scarsa avvedutezza nella ricerca storica; anche Sciascia vi casca, ma - ripetesi - lo scrittore non si ritenne mai un erudito di storia locale). L’aneddotica è ricca e non è questa la sede per ripercorrerla. [4]

Nel Cinquecento la storia religiosa racalmutese ha punte di rilievo: inizia nel 1554 un’attività archivistica che risulta oggi un patrimonio unico e mirabile per chi voglia investigare sullo sviluppo demografico del paese. Sono cappellani e preti, eruditi e diligenti che in registri annotano i fatti della vita locale. Una cultura che ravviva la terra misera e tragica del grano e del vino. Sono governatori e rettori delle confraternite che trascrivono nei loro rolli atti e testamenti, disposizioni varie e consegnano alla memoria futura i momenti operosi dei nostri antenati di quel tempo.

Racalmuto conta all’inizio del secolo appena 1670 abitanti ed a chiusura siamo attorno a 4448. Dal 1554, l’evolversi cittadino è segnato passo passo dai tanti deprecati preti: un merito tanto grande quanto misconosciuto. Noi abbiamo spigolato per ricordare di costoro tutto quanto ci è stato possibile sapere.

L’efferata esecuzione antisemita che abbiamo sopra rievocata avvenne nel 1474, quando vescovo di Agrigento era Iohannes de Cardellis seu Cortellis, un benedettino che era stato abbate del Monastero di S. Felice in Bruxelles e che nel 1479 si trasferirà a Patti. Quale peso abbia avuto nel reggere la diocesi, non è dato di sapere. In precedenza, aveva governato la chiesa agrigentina il Beato Matteo de Gimmara, noto per il suo furore nel volere convertire gioco forza gli ebrei agrigentini. Su quell’onda lunga, poté maturare il misfatto contro il povero Sadia di Palermo. Gli ebrei saranno cacciati dall’agrigentino in coincidenza con la scoperta dell’America, nel 1492. La Racalmuto del 1500 era stata dunque ‘epurata’ dei pochi ebrei ivi stanziatisi, forse con una conversione imposta.

 

Ercole Del Carretto vuol apparire devoto alla Madonna; non avrà voluto grane con gli ecclesiastici ed i suoi vassalli di colpo saranno divenuti ferventi credenti, del tutto ignari di che cosa significasse la circoncisione. Neppure si dovevano rinvenire i celebri marrani: tutti credenti, tutti ariani, tutti cristiani di antica data. Nelle grinfie del Sant’Uffizio, il primo racalmutese - che poi era agrigentino - è stato alla fine del secolo il notaio Jacobo Damiano, come afferma Sciascia, per di più sospetto di essere un luterano. Sangue puro, anche lui, dunque.

 

Nel 1537 diviene vescovo di Agrigento il nobile Pietro de Tagliavia de Aragona. Apparteneva alla potentissima famiglia dei Tagliavia signori di Castelvetrano. Passerà a reggere la prestigiosissima chiesa metropolitana di Palermo. Giulio III lo eleverà alla porpora cardinalizia.

Il Prelato, nel 1540, manda i suoi visitatori episcopali a Racalmuto e costoro diligentemente ma in modo angusto e burocratico redigono alcune paginette di relazione. E’ la prima descrizione dello stato delle chiese, o meglio è un elenco delle dotazioni, dei “jocalia” posseduti.

Tre anni dopo, il 9 giugno del 1543, il vescovo Tagliavia si reca in pompa magna in questa nostra terra. Sarà stato senza dubbio ospite nel Castello del nobile Giovanni Del Carretto. Della Visita si fa un processo verbale, ma molto stringato; comunque ne scaturisce un quadro generale del clero e delle confraternite di Racalmuto, basilare per una ricostruzione storica di quel tempo.

Quante chiese fossero aperte a Racalmuto a metà del Cinquecento, come erano dotate, quali sacerdoti avessero ruoli egemoni ed uffici di risalto, quali le rendite, chi aveva le primizie e chi le decime, ecco un contesto che scaturisce dal latino incerto di quel pur notevole documento.

In precedenza nel 1520, quando vescovo di Agrigento era Iulianus Cibo, era scoppiata la grana della successione dell’arciprete Giacomo de Salvo. Questi, morto anni prima, aveva lasciato dei beni. Chi subentrava ne reclamava il possesso. Le postulazioni di prelati e di legati palesano il modo scopertamente simoniaco con il quale l’arcipretura di Racalmuto transitava da un beneficiario all’altro. E la corte papale trovava tempo ed interesse ad assegnare quel lontanissimo e sparuto beneficio a protetti, o raccomandati o forse semplicemente acquirenti nel giro dell’ entourage papalino.

 

Il mercimonio si ripete nel 1561 con la nomina ad arciprete di Racalmuto del sacerdote don Gerlando d’Averna, che, se bene interpretiamo i dati d’archivio della Matrice, era un agrigentino. Prima non abbiamo mancato di riportare ed illustrare i documenti, sinora inediti, che ci rendono edotti di questi spunti di vita ecclesiastica racalmutese. Una caterva di preti piomba da noi, trovando mansioni remunerative. Anche parenti laici seguono il classico ‘zio prete’ e mettono su famiglia; nel tempo il cognome diviene più prosaicamente Taverna. Tra il D’Averna ed il Taverna, i registri della Matrice oscillano per un paio di secoli almeno.

 

 

Al D’Averna subentra, nell’arcipretura, il sac. Michele Romano, che muore il 28 luglio 1597. In vita appare un arciprete diligente ed assiduo. Propendiamo per la sua origine racalmutese. Lascia comunque un cospicuo “spoglio”. Il solito vescovo Horozco ne esige la consegna. Ma, più potente ed ammanigliato, sarà il conte Giovanni Del Carretto ad avere la meglio nella vertenza giudiziaria, potendo questi vantare i suoi diritti feudali.

Si rifece il vescovo nominando arciprete di Racalmuto don Alessandro Capoccio - un napoletano girovago che aveva favorevolmente testimoniato in Spagna nel processo concistoriale per la concessione della mitra vescovile. Divenuto il Capoccio segretario del neo vescovo agrigentino, deve trattare con la curia romana per uscire dalle pastoie delle “relationes ad limina” che il Concilio di Trento imponeva agli ordinari con cadenza triennale. Nelle carte dell’archivio segreto del Vaticano, lo rinveniamo varie volte presente a Roma. Non ha quindi tempo di recarsi a Racalmuto, neppure per prendere possesso del beneficio. Vi manda suoi delegati, dei canonici che appaiono in uno scandaloso processo per sodomia in cui sono coinvolti ecclesiastici di Cammarata.

Mons. De Gregorio, e dopo di lui lo storico Manduca, tendono ad esaltare quest’ordinario spagnolo. Chissà perché i colti sacerdoti, quando fanno storia, credono che debbano fare apologetica. Chiosare le mende di un vescovo indegno che fece arrabbiare il papa (una annotazione pontificia autografa degli archivi vaticani lo attesta inequivocabilmente) non è poi atto riprovevole, se a compierlo è magari un ecclesiastico.

Tra le carte segrete romane, un cappuccino, uomo del celebre vescovo Didacus de Avedo (Haëdo) - il vescovo del Sant’Uffizio, ordinario prima di Agrigento e poi di Palermo, scarnifica il pingue presule spagnolo con staffilate feroci. Un libello mandato al papa lo vorrebbe:

Scandaloso et scommunicato; Disobediente et lascivo; Scandaloso;  (coinvolto in un ) Homicidio; Disobediente della Sede Apostolica; Concurso à laici; Contra il Motu proprio di Sisto; Usurpatore; Subornatore; Scommunicato; Cupido;  (affetto da) Pazzia; Sordido; Cupido - Archimista.

 

E per ognuno di questi epiteti, giù una sfilza di fatti, apprezzamenti, insinuazioni, miserie umane. Non fu certo un caso che lo spagnolo Horozco Covarruvias, imposto dal re Filippo II di Spagna, riuscì a lasciare il vescovado agrigentino per pressioni e raccomandazioni regali e dovette accontentarsi della più angusta diocesi di Cadice, a metà rendita.

Ebbe la beffa di vedersi bruciato un libro, intitolato De Rebus suis, per ordine del Papa, che lo aveva messo all’indice in quanto era un libercolo calunnioso verso la potente famiglia dei Del Porto, ed altri notabili agrigentini. Il Pirri tramanda che il vescovo Didacus de Haedo suum trasmisit vicarium Franciscum Byssum Agrigentum; qui convocato in aede Cathedrali populo die festo coram ipso Episcopo libros flammis vorandis tradidit.

Il Pirri si era prima lasciato andare ad apprezzamenti lusinghieri sul Covarruvias,  dichiarandolo uomo di grande erudizione. Invero, il presule spagnolo si faceva tradurre in latino da Sebastiano Bagolino i suoi claudicanti versi. In compenso beneficiò il fratello del poeta siciliano, che era sacerdote, con i beni di S. Agata di Racalmuto. E così i pii legati dei fedeli del nostro paese servirono per pagare gli uzzoli letterari di uno scervellato, che indegnamente  occupava la cattedra di S. Gerlando.

 

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Il Capoccio fu arciprete di Racalmuto per lo spazio di un mattino: inviati i suoi messi don Vito Bellosguardo e don Antonino d’Amato il 16 luglio del 1598, ben prima del marzo del 1600 deve far fagotto. Gli subentra don Andria Argumento, che prende possesso “di la maiori ecclesia di Racalmuto” appunto il 7 marzo XIII ind. 1600.

Il Capoccio era oriundo napoletano. Come mai, dunque, riesce ad accaparrarsi le pingui “primizie” gravanti sui martoriati contadini racalmutesi? Ci viene in soccorso l’archivio segreto vaticano. Abbiamo curiosato nel processo concistoriale per l’elevazione a vescovo di Agrigento del mezzo ebreo Horozco. Il Capoccio vi appare come un perdigiorno, un avventuriero finito chissà perché in quel di Spagna. Si dà da fare e fornisce la sua testimonianza nel canonico processo che si instaura per la elevazione alla dignità episcopale del toletano. Aveva, questi, una macchia - per l’epoca - da tenere nascosta: pena l’indegnità e la non eleggibilità. Non aveva proprio la cosiddetta  limpeza de sangre: la madre Maria Valero de Covarruvias era di origine giudea. Il prescelto aveva conseguito appena gli ordini minori il 30 aprile 1573 ed eccolo subito canonico priore della cattedrale di Segovia, senza essere ancora sacerdote (l’ordine maggiore lo conseguirà il 12 maggio 1573). Regge il vescovado di Segovia durante la sede vacante e diviene quindi arcidiacono di Cuéllar. I suoi meriti sono solo quelli della sua famiglia che annovera importanti canonisti e umanisti come Diego e Antonino Covarruvias o come Sebastiano che fu cappellano del Sant’Uffizio.

Un siffatto giovanotto è destinato ad una folgorante carriera: il re di Spagna Filippo II lo impone a Clemente VIII che non può fare a meno di elevarlo a vescovo titolare della prestigiosa cattedra di S. Gerlando. Da un borgognone ad un toletano!

Ma la forma è forma: s’imbastisce il rituale processo in Spagna. Tra i testi, riesce a intrufolarsi il napoletano Capoccio il cui unico titolo è quello della pretesa conoscenza delle cose della Cattedrale di Agrigento presso la quale aveva anni prima brigato. La deposizione del Capoccio è vaga, imprecisa, reticente, incompetente; eppure è sufficiente per fugare gli ostacoli del vigente diritto canonico.

Giunto in pompa magna ad Agrigento, il giovanotto toletano, pingue oltre ogni dire, basito, che sa parlare solo in spagnolo e non comprende né latino, né la lingua italiana, né, tampoco, il vernacolo siciliano, viene raggiunto dal compiacente spergiuro d’origine napoletana.

I Napolitani, i cui meriti tutti riconoscono ma i cui difetti non possono ignorarsi, sono come sono: non sarà parso vero al partenopeo Capoccio di ricattare il neo-vescovo per quella testimonianza spagnola, secretata nei suoi particolari, ma ben presente nella memoria dell’Horozco: una resipiscenza, un pentimento del teste spergiuro ed ecco la revoca!

Capoccio viene subito tacitato con la nomina a segretario; gli vengono affidate locupletanti missioni nell’ostile corte papale. Non basta: i benefici arcipretali racalmutesi sono suoi. E’ lo stesso Horozco che nelle sue relationes ad limina a ragguagliarci della molteplicità e cospicuità di tali gravami ecclesiastici sulla disastrata Racalmuto.

 

Scrivevo un tempo (op. cit.):

 

Dalla documentazione vaticana risulta che la “Ecclesia Cathedralis Agrigentina” era in grado di “ingabellare”  9.500 onze di rendita diocesana. In via diretta o indiretta, Racalmuto è così chiamato in causa:

·     al 15° posto risulta censita la “prebenda di Racalmuto che vale di Mensa onze 130”;

·     tra i “Beneficij semplici de Mensa”, al n.° 3 viene rubricata “la prebenda Teologale [che] si dà al Teologo quale eligino il Vescovo ed il Capitulo: è titulo di Sta Agata [che sappiamo di Racalmuto, come sappiamo che talora il vescovo la utilizzava non per remunerare teologi ma il fratello di un letterato, per come abbiamo sopra visto, n.d.r]: [vale] onze 100[5];

·     l’arcipretura di Racalmuto è segnata al n° 12 e “vale de mensa onze 250”.

Tirando le somme, i racalmutesi a fine secolo XVI erano chiamati per decime religiose e tasse episcopali a qualcosa come onze 480, senza naturalmente includervi tutti gli oneri di battesimo, matrimonio morte e simili, da conteggiare a parte. Era un gravame misurabile in tarì 3 e 5 grana annui pro-capite.

Ma, allora - come del resto anche oggi - le pubbliche autorità, civili e religiose, non amavano riscuotere direttamente le loro tasse: le davano in appalto (in gabella, recita il documento) e gli aggi esattoriali Dio solo sa a quanto ascendessero. Pensare ad un 25% d’aggravio è forse da ottimisti.

 

Il Capoccio non é però uomo di valore: lo scontro con gli eventi - che sono aspri, scorticanti, tragici - lo spoglia ed il re appare nudo: uno spettacolo avvilente. L’Horozco lo caccia via e del napoletano non si sa più nulla.

 

L’appetibile arcipretura di Racalmuto viene affidata a tal Andria Argumento: non racalmutese, di certo; siciliano ad ogni buon conto. Costui si insedia a Racalmuto, come detto, il  7 marzo XIII ind. 1600. Lo troviamo nel sinodo di Giovanni Horozco del 1600-1603: al n.° 7 dei nuovi esaminatori sinodali viene eletto il nostro arciprete che può vantare un dottorato in entrambi i diritti.

In quel sinodo fa capolino don Vito Belguardo che era venuto a Racalmuto come mandatario del Capoccio: ora è canonico con la dotazione della seconda rendita del porto. Dagli incarichi sinodali è puntigliosamente bandito il Capoccio (morto o cacciato via da Agrigento?).

 

Se Racalmuto ha mantenuto una fede profonda ed incontaminata nonostante l’aggrovigliarsi di siffatti poco commendevoli episodi che sanno per noi moderni di simonia,  si deve agli umili sacerdoti autoctoni che sommessamente, ubbidientemente, senza orpelli onorifici, hanno predicato la parola del Signore ed hanno saputo inculcare nel popolo l’insegnamento della Chiesa. A costoro va la perenne gratitudine. Abbiamo cercato di riesumare le poche notizie che su di loro sono ancora reperibili nei polverosi archivi (della Matrice di Racalmuto, o dell’Archivio Vescovile di Agrigento o dell’Archivio di Stato di Agrigento). Il nostro dilungarci su tali aspetti, dovrà essere giustificato da tale intento gratificatorio.

 

 

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La microstoria racalmutese del Secolo XVII è fitta di notizie: anche l’esigente Sciascia ammette che ora, sia pure per una felice congiuntura, la storia locale diviene da appena avvertibile in “narrabile”. Nell’aprire la mostra di Pietro d’Asaro, lo scrittore racalmutese, non mostra soverchia considerazione della tanta storia presecentesca e concede la sua attenzione solo a quattro personaggi secenteschi: « ... ora voglio parlare - ebbe a dire - di un piccolo paese, “lontano e solo”, come sperduto nel val di Mazara, diocesi di Girgenti, che dall’oscurità dei secoli emerge, nella prima metà del XVII, a una vita che Américo Castro direbbe “narrabile”, da “descrivibile” che appena e soltanto era, grazie alla simultanea presenza di un prete che vuole una chiesa “bella” e vi profonde il suo denaro, di un pittore, di un medico illustre, di un teologo; e di un eretico.»

E’ una visione troppo riduttiva, ai nostri occhi, ma è di sicuro mirabilmente provocatoria. 

Non pensiamo che il prete Santo d’Agrò sia quello in preda a “deliri erotici”, ad “alumbramiento”; né che Pietro d’Asaro sia stato più un confidente del Sant’Uffizio che un pittore (anche se la sua arte non può essere magnificata, come oggi è di moda); né che Marco Antonio Alaimo sia stato un grande medico (ebbe più celebrità di quanto meritasse); né che Pietro Curto vada al di là di una qualche infarinatura di “scienze metafisiche”; né, tanto meno, che Diego La Matina, cui va la nostra umana pietà, sia stato un eretico di grande statura intellettuale e morale, (per noi:  modesto gaglioffo, nerboruto e sensuale, che non sapendo assuefarsi alla rigida regola del periferico convento di S. Giuliano - specie in materia di alimentazione quotidiana - trasmigra a Palermo, sull’onda della rivolta di Giovanni V del Carretto, e vi trova sgherri, carcerazione e la esiziale attenzione del Sant’Uffizio).

 

Povero fraticello dell’ordine centerupino dei sedicenti  riformati di S. Agostino. Ebbe la sventura di finire in un convento che già nel 1667 ([6]) si tentava di scardinare, almeno in quel di Racalmuto, per disposizione vescovile. Visse da brigante ma finì sul rogo a S.Erasmo in Palermo per un atto inconsulto di rabbia omicida. Morì con ignominia, ma da tre secoli e mezzo non trova più pace, oggetto di letterarie e fantasmatiche mistificazioni.

 

Lo si dice di Racalmuto, sol perché di sfuggita tale lo indica il suo accusatore dell’Inquisizione. Gli si attribuisce un atto di battesimo rinvenuto nei registri dell’Archivio della locale Matrice, ma per una imperdonabile svista lo si fa nascere un anno dopo: nel 1622 anziché nel 1621 e, palesemente, non si ha consuetudine con le datazioni indizionarie, ché diversamente si sarebbe saputo che la chiara annotazione della quarta indizione corrispondeva appunto al 1621. E dire che in tal modo tornava l’età di 35 anni assegnata al La Matina dal Matranga per il tragico anno della fine raccapricciante del frate, avvenuta nel 1656. Ma lungi da noi il sospetto che in tal modo Sciascia non avrebbe potuto sproloquiare sui vezzi astrologici del Padre Matranga ([7]).

Lo si vuole ad ogni costo di ‘tenace concetto’ in materia di fede per farne un martire del pensiero e si trascura quanto l’inquisitore Matranga dice circa i vagabondaggi e le  ladronerie del monaco agostiniano: scrive da cane il frate della Santa Inquisizione - si dice - ma se deve definire il valore dell’eretico frate racalmutese “la penna gli si affina, gli si fa precisa ed efficace”. E così a Racalmuto è ora ‘fino’ attribuire a qualcuno - a proposito e non - quella locuzione matranghesca.

Si deve credere all’Inquisitore quando arraspa nel retorico addebito al frate di colpe dello spirito (bestemmiatore ereticale, dispreggiatore delle Sagre Imagini, e de’ Sagramenti  .. superstizioso ... empio ... sacrilego .. eretico non solo, e Dommatista, ma di sfacciatissime innumerabili eresie svirgognato, e perfido difensore). Non è invece più consentito dargli credito quando accenna alle tendenze di fra Diego a vivere da ‘fuoriscito, e scorridore di campagna, in abito secolaresco’ tanto da finire nella maglie della giustizia ‘laicale’.  Ora il nostro grande Sciascia ama fare lo ‘sprovveduto’ e risponde di no al quesito: «se nell’anno 1644, in Sicilia, un individuo pervenuto al secondo degli ordini maggiori ma dedito a scorrere le campagne in abito secolaresco, dedito cioè ai furti e alle grassazioni, potesse invocare, una volta catturato dalla giustizia ordinaria, il foro del Sant’Uffizio; o dalla  giustizia ordinaria essere rimesso al Sant’Uffizio come a foro a lui competente; o dal Sant’Uffizio, per uguale considerazione, essere sottratto alla giustizia ordinaria.»

Bazzicando l’archivio segreto del Vaticano si possono acquisire notizie sul vescovo spagnolo di Agrigento Horozco Covarruvias y Leyva, finito all’indice nel 1602 per avere scritto un’operetta in latino, ove malaccortamente il  presule si era sbilanciato ai fogli dal 119 al 230 «in diverse figure et proposizioni» risultate indigeste alla potente e prepotente famiglia dei Del Porto del capoluogo agrigentino.([8]) Da un contesto di canonici libertini e concubini, maneggioni e corrotti, affiora la figura di un canonico cantore e dottore, imposto dalla curia papale per l’esercizio della giustizia della lontana diocesi di Sicilia. Non è personaggio gradevole, ma della giustizia del suo tempo - che è poi tanto prossimo a quello messo sotto accusa da Scaiascia - doveva pure intendersene. Dalle sue querule relazioni alla Congregazione sopra i vescovi ci va di stralciare questo illuminante passo: «Nella Diocese, che è molto grande, vi sono molti chierici, e molti di essi si sono ordenati per godere il foro ecclesiastico, già che alcuni hanno chi trenta e chi quaranta anni e chi più, et hanno il modo ed habilità per ordenarsi, e tutta volta non si ordinano, e quel che è peggio ogni dì ci fanno incontrare con li superiori temporali e laici per defenderli delli errori che commettono e disordini che fanno, vorrei sapere se conviene à costoro assegnarci un tempo conveniente acciò si ordinino, e, non lo facendo, dechiararli non essere più del foro ecclesiastico che sarebbe liberarsi da molti inconvenienti.» ([9]).

Alla luce di queste considerazioni coeve, ci pare che avesse proprio ragione Leonardo Sciascia a autodefinirsi nella « Morte dell’Inquisitore» uno ‘sprovveduto’ sull’argomento.

Un contemporaneo ebbe, pure, ad interessarsi di fra Diego, il dottor Auria di Palermo nei suoi notissimi diari di Palermo. Sciascia lo infilza «come uomo talmente intrigato al Sant’Uffizio, e così ben visto dagli inquisitori, che era riuscito a far diventare eresia l’affermazione che il beato Agostino Novello fosse nato a Termini». L’intrigato dottore acquista, però, tutta intera fiducia quando ci vuol far credere che il frate di Racalmuto sia finito nel 1647 (a ventisei anni) tra le grinfie dell’Inquisizione per avergli trovato nelle “sacchette” “un libro scritto di sua mano con molti spropositi ereticali”. Ma di un tal crimine - veramente grave per l’Inquisizione - l’accusatore Matranga tace. Per Sciascia, l’accorto inquisitore avrebbe taciuto «ché sarebbe apparso strano il fatto che un “ladro di passo” avesse scritto un libro». E dire che gli sarebbe tornato oltremodo comodo per la sua accusa, anziché abbarbicarsi a tortuosità per conclamare la competenza del Sant’Ufficio.

Lo scrittore di Racalmuto cercò quel libro per tutta la vita: non ebbe fortuna. «Volentieri - scrisse con tòcco blasfemo - [si sarebbe dato] al diavolo con una polisa, avesse potuto avere quel libro che fra Diego scrisse di sua mano con mille spropositi ereticali, ma senza discorso e pieno di mille ignoranze». Credette che «gli atti del processo, e il libro scritto di sua mano agli atti alligato come corpus delicti, si consumarono tra le fiamme, nel cortile interno dello Steri, il Venerdì 27 giugno del 1783».

Molto più semplicemente, invece, se un libro eretico fosse stato rinvenuto, sarebbe stato bruciato con tanto d’intervento della Sacra Congregazione dell’Indice. Ma Diego La Matina - erculeo, sanguigno, ‘ladro di passo’, appena ventiseienne - non pare tipo da scrivere libri. Arriva al secondo grado degli ordini maggiori, il diaconato: è quindi ad un passo dal sacerdozio che, tra messe e prebende, era all’epoca anche un invidiabile traguardo economico. Non procede, però: si ferma ed a ventitré anni si dà alla macchia da ‘fuoriuscito’ e diviene ‘scorridor di campagna, in abito secolaresco’. Sembrerà un’amenità, ma non lo è: la fuga dal convento di S. Giuliano per l’avventura palermitana sarà stata una fuga dallo scarso cibo del convento (e dalla dura disciplina) con cui il gigantesco giovanottone, tutto appetito (in ogni senso) e scarso cervello (non approda al terzo ordine maggiore), non riesce a convivere. Per rendersene conto, basta scorrere la rigida regola degli agostiniani del tempo. A quei tempi, essere sorpresi a “scorridar campagne” non era una bazzecola. Sempre in Vaticano, tra gli atti del processo di beatificazione del contemporaneo p. La Nuza, gesuita, si rinviene la descrizione di un evento che si attaglia al caso nostro.

 Alcuni compagni di religione del padre La Nuza, dagli altisonanti nomi aristocratici, battevano le campagne dell’Alcantara, in Messina, per loro cosiddette Missioni che erano poi qualcosa di molto simile alle nostre predicazioni del mese mariano. Si imbatterono in briganti di passo, alla fin fine benevoli con loro, a riverbero della fama di santità del celebre padre La Nuza. Presero, sì, qualcosa, ma i padri, in cambio di una solenne promessa di non sporgere denuncia alcuna, ebbero salva la vita. I gesuiti non mantennero la promessa. Appena incontrati i militari di pattuglia, rivelarono la loro avventura. La caccia all’uomo fu immediata e proficua. I ‘ladri di passo’ ebbero subito segnata la loro sorte: furono senza indugio giustiziati sul posto. ([10])

Il latrocinio di passo era crimine da condanna a morte. E tale rimase anche ai primi dell’ottocento, sotto i Borboni, ad Inquisizione cessata, pur dopo lo scioglimento del Sant’Uffizio da parte del conclamato Marchese Caracciolo. Negli archivi della Matrice di Racalmuto leggesi un atto di morte di un brigante datosi alla macchia (così ce lo accredita Eugenio Napoleone Messana) che desta tuttora grande raccapriccio: era il 23 novembre 1811 ed il ‘miserandus’ - un uomo di 42 anni  di nome Nalbone - «susceptis sacramentis penitentiae et viatici, necato capite multatus a Tribunali nostrae regiae Curiae Criminalis, animam in patibulo expiravit, in medio plateae et resecatis capite et manibus: corpus per me D. Paulo Tirone sepultum [fuit] in ecclesia Matricis, in fovea Communi», come a dire che il “povero disgraziato, confessato e ricevuto il Viatico, dopo essere stato condannato alla decapitazione dal Tribunale penale della nostra regia Curia, spirò sul patibolo in mezzo alla piazza, avendo avuto tagliate testa e mani: il suo corpo, con l’accompagnamento di me Sac. D. Paolo Tirone, fu seppellito in Matrice, nella fossa comune.” ([11])

 

Il Matranga sostiene che il frate di Racalmuto aprì i suoi conti con la giustizia, non certo, per questioni ideali, per eresia o per le sue idee, ma solo perché datosi al brigantaggio in abiti secolari, pur essendo già un diacono. A prenderlo fu la Corte Laicale che ebbe a passarlo, per lo stato religioso del monaco al Tribunale del Santo Ufficio. Non abbiamo elementi per non credere al Matranga. Anzi, la vicenda appare del tutto plausibile. Fu dunque una fortuna per fra Diego La Matina potersi avvalere del Tribunale dell’Inquisizione, diversamente i suoi giorni li avrebbe finiti subito, a 23 anni, nel 1644. I crimini commessi sono per l’accusatore P. Girolamo Matranga fatti delittuosi ascrivibili alla ‘crudeltà’ del frate agostiniano (giudizio che lo si rigiri come meglio aggrada,  resta sempre di censura morale) e a ’libertà di coscienza’, locuzione oggi adoperata più per esaltare che per condannare. E Sciascia vi si appiglia per la glorificazione di quel tipo di reo. Nel linguaggio del tempo, quel modo di dire alludeva, però, solo alla sfrenatezza dei costumi, a non avere coscienza morale, o ad averla sfrenata, libertina.

«Siamo convinti, - scrive Sciascia, nella “Morte dell’Inquisitore” op. cit. pag. 222 - convintissimi, che nel giro di quattordici anni il Sant’Ufficio poteva ben riuscire  a fare di uomo religioso, che dentro la religione in cui viveva mostrava qualche segno di libertà di coscienza (l’espressione è del Matranga) un uomo assolutamente religioso, radicalmente ateo». Lo snaturamento del pensiero del Matranga è fin troppo scoperto. L’intento polemico e l’idea preconcetta giocano un brutto scherzo allo scrittore, peraltro sempre molto circospetto. Il Tribunale dell’Inquisizione  non era migliore degli altri organi di giustizia dell’epoca, ma neppure peggiore se si faceva a gara nell’invocarne la competenza per sfuggire alle corti laicali. Si leggano le pagine del Di Giovanni in “Palermo Restorato” così lapidarie nel descrivere le manfrine del conte di Racalmuto Giovanni del Carretto per sottrarsi alle grinfie del Viceré, conte d’Albadalista,  e darsi in pasto all’Inquisizione. La fece franca da un irridente assassinio. [12]

E la misera storia di fra Diego si chiude con un omicidio: del suo aguzzino, si dirà, ma sempre uccisione era. Una tragica legge del taglione venne applicata. Stigmatizziamo quell’esecuzione capitale, ma, per favore, parlare di martirio, è blasfemo.

La mamma di fra Diego non ebbe motivo di scagliarsi contro la chiesa: terziaria francescana, fu di tanta pietà cristiana. Morì, assistita dai frati racalmutesi, con esemplare forza d’animo e tanto attaccamento al Cristo, senza alcuna voglia di ribellismo eretico. Pianse, sì, il figlio, ma lo pianse come un infelice peccatore, giammai come un eroico martire, dal “tenace concetto”. L’archivio della Matrice è pieno di testimonianze al riguardo. Andava opportunamente consultato. Ma era lettura ostica.

 

*   *   *

 

Altri, comunque, sono per noi i protagonisti della storia (o microstoria), civile e religiosa, della Racalmuto del Seicento: i dieci arcipreti che si sono succeduti nel secolo; i tanti umili sacerdoti che si sono contraddistinti nelle opere di carità in quei calamitosi tempi, divenuti memorabili (e narrabili) per pesti, morte, miseria, sfruttamenti feudali, e talora neghittosità prelatizia; gli artefici delle sordide pretese dei signori del Castello; ed altri.

Chi furono di dieci arcipreti? Il seguente elenco è tratto dagli studi del Nalbone:

 

1600
ANDREA
D ' ARGUMENTO
ARCIPRETE
1602
ANDREA
D ' ARGUMENTO
ARCIPRETE
1608
VINCENZO
DEL CARRETTO
 ARCIPRETE E NEL 1622 BENEFICIALE E
1613
PIETRO
CINQUEMANI
RETTORE  e  poi  nel 1614  ARCIPRETE
1615
FILIPPO
SCONDUTO
ARCIPRETE  "incipit januari 14 ind. 1615"
1616
FILIPPO
SCONDUTO
ARCIPRETE
1632
GIUSEPPE
CICIO
ARCIPRETE
1634
ANTONINO
MOLINARO
VICARIO -ARCIPRETE ,PRENDE POSSES-
1645
TOMMASO
TRAJNA
ARCIPRETE D.S.T.
1645
PIETRO
CURTO
ARCIPRETE DI VENTIMIGLIA (DIOCESI PA)
1649
POMPILIO
SAMMARITANO
ARCIPRETE
1654
POMPILIO
SAMMARITANO
ARCIPRETE S.T.D.
1654
GIUSEPPE
TRAINA
PRO-ARCIPRETE SETTEMBRE 1652
1668
VINCENZO
LO BRUTTO
ARCIPRETE
1677
VINCENZO
LO BRUTTO
ARCIPRETE  a  41
1697
FABRIZIO
SIGNORINO
ARCIPRETE

 

Come si vede, il sacerdote Pietro Curto vi figura come arciprete di Ventimiglia (diocesi di Palermo) e non come colui «che si distinse - parola di Sciascia - a Palermo nelle scienze metafisiche, e che nel 1656 pubblicò un Corso filosofico che spiegavasi in quei tempi nel Collegio massimo dei Gesuiti, che crediamo essere stato quello di Palermo». En passant, il sacerdote Pietro Curto morì il 30 giugno 1647 (cfr. il vario volte citato Liber in quo adnotata ...della Matrice, colonna 3 n.° 52).

 

Racalmuto, dunque, si affaccia al cupo XVII secolo con una popolazione di 4500 abitanti circa e ne esce con cinquemila fedeli (parola del vescovo Francesco Ramirez, quello che travolse Racalmuto nell’interdetto fulminato per la celebre controversia liparitana). Una crescita limitata, forse per le angherie dei Del Carretto, come vorrebbe Sciascia, ma forse per le due tremende pesti, quella del 1624, molto nota, e quella che dura dal settembre del 1671 all’agosto del 1672 e che sterminò un quarto della popolazione; i morti furono 1260 ed il povero arciprete Lo Brutto, in un momento di profondo sconforto, annotò sul libro dei morti:

 

INCIPIT INDICTIO Xa AMARISSIMA - In anno milleximo sexcentesimo spetuagesimo primo -   INFAUSTISSIMO

 

La Chiesa racalmutese esordiva sotto la sconcertante giurisdizione del vescovo Horozco e finiva il secolo con una esplosione di preti, conventi, e religiosi del Benefratelli che insediatisi per predilezione di Girolamo III Del Carretto nell’ospedale di S. Giovanni di Dio, scialacquavano le rendite e lasciavano i malati abbandonati a loro stessi.[13]

 

La pagina del vescovo Ramirez sui preti-esattori dei baroni colpisce ancora: vi sono rappresentate le stigmate dei mafiosi - purtroppo, quelli vecchi - nell’esordio del loro affermarsi nelle plaghe dell’agrigentino: una consacrazione, una profanazione del sacro ordine, un ascendente sacerdotale sul succubo mondo contadino, un potere mutuato dalle autorità dal barone dal politico dal banchiere, l’esercizio di un potere feudale, da un lato; un’organizzazione criminale, un’ abitudine alle armi ed a sapersene servire per intimidazione, assoggettamento, estorsione. Un sincretismo (blasfemo ed agghiacciante) tra religione, crimine, affarismo e prossenetismo politico e giudiziario. Mafia e antimafia messe assieme. Veste sacra e schioppo omicida al servizio del feudatario per lo sfruttamento delle masse contadine. Abbiamo gli embrioni di un’organizzazione che si equipara e sostituisce lo Stato; un ordinamento - direbbe Sante Romano - che sa acquisire quasi l’eticità hegeliana.

L’analisi del Ramirez - per quel che ci risulta - non è stata mai considerata dai colti della mafia e dell’antimafia. Va segnalata.


 




[1]) Cfr. questo passo del Villabianca: «Girolamo nel retaggio di questo Stato dopo la morte di Giovanni suo genitore, lo ridusse egli all'onor di Contea per provilegio del serenissimo  Rè Filippo Secondo, dato nell'Escuriale di S. Lorenzo a dì 27.Giugno 1576 (a) [Pirri, Sic. Sacr. Agrig. f. 758, c. 1], esecutoriato in Palermo a 28 Giugno 1577 (b) [R. Cancell. ann. 1577. f. 476]. Fu pretore di Palermo nell'anno 1559 (a) [DI GIOVANNI, Palermo Ristor. lib. 4. f. 242 retr.], e Don Vincenzo Di Giovanni nel suo PALERMO RISTORATO lib. 2 f. 138. giustamente l'annovera fra 'l chiaro stuolo de' Padri della Patria mercé il lodevolissimo governo, ch'egli fece, procacciato avendone gloria, ed ornamento. Presedette altresì la Compagnia della Carità di essa Città di Palermo nel 1549., e adorno videsi di distintissimi elogi fattigli da Rodolfo Imperatore con le sue Imperiali lettere al Rè Filippo II. negli anni 1580 e 1598., rapportate per extensum da BARONE loc. cit. lib. 3. c. 11 De Majest. Panormit.
 
[2]) Per i diffidenti, citiamo questo passo dell’investitura:  Ponit qualiter Cadaver prefati ill. don Hieronimi del Carretto  sepultum et defunctum fuit in ecclesia Santae Mariae de Jesu extra moenia felicis urbis Panormi die 9 mensis Augusti XI^ Ind. 1583 pro ut patet per fidem authenticam parochialis ecclesiae Sancti Jacobi Maritime eiusdem urbis felicis Panormi die 14 Julii XII Ind. 1584.
E questo è l’atto di morte:
 
Die nono Mensis Augusti XI^ Ind. 1583
Fu sep.to in S.ta Maria de Giesu extra moenia lo Ill.mo s.or Do’ Geronimo Lo Carretto conte de Racalmuto.
 In quorum fidem, et testimonium predictam notam nostra propria manu subscripsimus suis die loco, et tempore valituram.
dat. Pan: die precalendato
+ P. Raphael de Natale Capp.us ut supra
+ P. Dionisius de Martina Capp.us ut supra
 
[3]) Come dimostrano il Nalbone ed il Taverna nel loro lavoro Racalmuto in Microsoft, la flessione non vi fu.
[4] ) Cfr. il ns. lavoro sulla signoria racalmutese dei del Carretto.
 
[5]) Con 100 onze donna Aldonza del Carretto poteva un decennio dopo fondare a Racalmuto un intero convento:  quello di S. Chiara.
[6]) Vedasi la nota apposta nel Libro dei Morti del 1667 presso l’Archivio della Matrice di Racalmuto. Il 26 agosto del 1667 muore il padre fra’ Giovan Battista FALLETTA  dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino della Congregazione di Sicilia all’età di 63 anni. Ad assisterlo è il confratello P. Salvatore da Racalmuto, agostiniano, un frate in odore di santità, che solo in questi ultimi tempi si cerca di farlo emergere dalle nebbie di un colpevole oblio. Per volontà del vescovo agrigentino frà Ferdinando Sancèz de Cuellar, invero in esecuzione di disposizioni pontificie, il Convento di S. Giuliano di Racalmuto andava chiuso, per carenza di uomini e di mezzi.  Fra’ Giovan Battista Falletta veniva pertanto sepolto nella Chiesa Madre, anziché a S. Guliano, dato che, come viene annotato: «stante soppressione conventui Sacre Congregationis per decretum sub die 26 augusti 1667 ». Ma il Convento riaprì e sopravvisse per un altro secolo almeno.
[7]) Leggasi quanto elucubrato in Morte dell’Inquisitore a pag. 182 dell’edizione Laterza 1982. Per inciso, è tutt’altro che provata la storia del priore agostiniano mandante dell’omicidio di Girolamo del Carretto, avvenuto il 2 (e non 6) maggio del 1622, ammesso che di omicidio si sia trattato e non della stroncatura per “un morbo” del venticinquenne conte di Racalmuto. I documenti in nostro possesso ci fanno propendere per quest’ultima congettura.
[8]) Archivio Segreto Vaticano - Sacra Congregazione dei Vescovi e Religiosi - Anno 1602: positiones D-M.
[9]) ASV - SCVR -  anno 1601: positiones G-M.
 
[10]) ARCHIVIO VATICANO SEGRETO - SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI - PROCESSI nn. 28; 2169; 2170.
[11]) ARCHIVIO PARROCCHIALE DELLA MATRICE DI RACALMUTO - LIBER MORTUORUM 1811. Dove fosse quella piazza ove veniva eretto il patibolo non sappiamo con certezza: da alcuni elementi documentali sembra trattarsi di Piazza Castello.  
 
[12]) Vincenzo Di Giovanni - Palermo Restorato - Palermo 1989,  libro quarto, pag. 335. Per un approfondimento si leggano le splendide pagine di C.G. Garufi: Fatti e personaggi dell’Inquisizione in Sicilia - Palermo, Sellerio  - pp. 255   e 262-263. 
[13] ) E’ sempre il vescovo Ramirez che nella sua relatio ad limina del 1699 così raffigura la parrocchia di Racalmuto:
RECALMUTUM
Oppidum animarum quinque millium sub Archipresbyteri cura, cuius electio, et institutio prout de Iure Communi, habetque pro sui sustentatione prope ducenta scuta. 
In Maiori  Ecclesia per Sacerdotes Almutijs insignitos quotidie horæ Canonicæ recitantur.
Regularium Virorum domus quinque.   
        1. Carmelitarum: Sacerdotibus tribus, cum duobus Laicis.      
        2. Minorum Conventualium: Sacerdotibus tribus, cum uno Laico.  
        3. Minorum Regularis Observantiæ: quatuor Sacerdotibus, et tribus Laicis.  
        4. Reformatorum S. Augustini: tribus Sacerdotibus, et laicis duobus.  
        5. Domus Hospitalis, in qua fratres S. Jonnis Dei: uno Sacerdote, et duobus Laicis.  
Hinc representandum censui, quod postquam  hi Fratres Hospitale pro suo Instituto exercendo acceperunt, nunquam Instituto vacant, sed  redditus Hospitalis ipsi consumunt, et cum ab Ordinarij sint  Iurisdictione exempti, non sunt vires ad cogendum, ut, vel Instituto vacent, vel domum relinquant.    
Monialium Monasterium sub Regula Tertij Ordinis S. Francisci, ubi Deo famulantur decem et octo Professæ Chorales, duæ  Novitiæ, et quinque Conversæ.
Ecclesiæ, ultra Maiorem, et præfatas, quindecim. Sacerdotes quadraginta septem, Clerici triginta sex. 
 
Crediamo un erompere di bilioso astio - che sembra suffragare le pesanti accuse sabaude contro il prelato Ramirez - queste note d’indole generale che non possono non riferirsi anche a Racalmuto:
 
Quia vere paucis ab hinc Mensibus totius Dioecesis visitationem integre absolvimus, et plura, eaque graviora mala animadvertemus, oportet nos Sanctam Sedem certiorem facere, ut dignetur pro reparatione validam porrigere manum: aliter enim  putamus nos insufficientes ad tantum onus: ne si remedium adhibere velimus, malum eat in peius cum animarum detrimento.   
 In Clero Seculari hoc malum inter alia reperimus, quod cum totum ferme Regnum, eiusque oppida sub immediata iurisdictione Baronum, abusus inolevit, quod hi assumunt sibi viros sacerdotali caractere insignitos pro temporalium rerum administratione. Hos Sacerdotes secretos appellant, nomen impositum ad significandum ministerium, nempè, ut sint exactores frumenti, hordei, vini, olei, aliarumque frugum ad Barones spectantium. Præfatorum Baronum terras dividunt inter Oppidanos ad excolendum,ut plurimum non sine pauperum iniuria, dum eos cogunt ad conducendas terras præfatas,  non quas possunt excolere, nec pro pensione, super qua deberent  pacisci, sed pro beneplacito Baronum.
Custodes sunt Iurisdictionis Laicalis, tam Criminalis, quam Civilis. Et quamvis designatos teneant Laicos Ministros, quorum nomine causæ iudicantur: nihil tamen illi disponunt absque interventu, aut certe dispositione præfatorum Sacerdotum, qui tam Capitaneis, quam Birruarijs præcipiunt; hunc, verbi causa, modo carceribus addicendum, illum e carceribus extraendum, hunc aut illum, hac vel illa pæna plectendum, sive ab ea absolvendum, atque sæpius homines criminosos proprijs ipsorum manibus capiunt carceribus mancipandos, non sine irregularitatis periculo. Incedunt armis onusti, venationibus clamorosis, et venationibus dediti sunt, atque ut milites sclopis (?), alijsque similibus armati comitantur Barones, quando iis hinc inde commigrari contingit. Hinc plura audent contra Ecclesiasticas personas, et Iurisdictionem Ecclesiæ, sicut et contra locorum Sacrorum Immunitatem, quibus in gratiam Baronum infestissimi sunt.
Cogunt sæpissime cæteros Sacerdotes, at alias Ecclesiasticas personas oppidorum, sicut diximus de Vassallis laicis, ad acceptandum terras ad seminandum pro pensione sibi benevisa, atque solvere gabellas, ad minus eas quas in sui favorem imponunt Barones. Horum Sacerdotum ministerio usque ad Sacratissimas functiones Ecclesiasticas se ingerunt, præscribunt Ritus, et Cæremonias intra Ecclesias. Plurimi sunt qui nec permittunt Sacramenta administrare in illorum oppidis, nisi illis Sacerdotibus, de quibus sciunt omnia ad beneplacitum eorum ordinaturos; aliter tot mala contra eosdem machinatur, etiam per carcerationem, et exilium parentum, vel coniunctorum, quod compelluntur Ministerio renunciare. Atque similiter faciunt contra Vicarios foraneos, si omnia ad eorum  nutum non moderentur. Nulli licet pro negotio aliquo ad Episcopum recurrere, non obtenta prius ab eis venia. Ipsi Causas Spirituales sæpius decidere faciunt per se, vel per suos ministros oretenus. Sacerdotes, et alias Ecclesiasticas personas mulctant et carceribus addicunt. Ecclesiarum bona, et aliorum piorum locorum pro illorum placito administrantur, lites insurgentes dirimunt, quod relictum fuit pro una Ecclesia, vel pro aliquo opere  applicant alteri Ecclesiæ, vel pro alio ministerio, atque inventi sunt qui bona stabilia Ecclesiarum concesserunt Laicis ad meliorandum. Nec audent ita vexati Ecclesiastici ad Prælatum recurrere, tum quia impossibiles sunt iuridicæ probationes, cum contra dominos, et potentes, quin etiam eorum ministros laicos, Vassali ullo  pacto ad deponendum adigi non possint; tum quia si aliquam super negotio inquisitionem faciant Prælati, statim suspicio oritur quod querelis Ecclesiasticorum permoti hoc agant, quamquam pro Fisco Causa formetur, et tunc mala, quæ imminent, graviora sunt hac misera servitute. Sæpe voluimus  mittere manum pro Ecclesiasticorum defensione; at  vero illi poplite flexo rogaverunt, ut manum retraheremus, scientes quam certo  defensionem cessuram in maximam illorum ruinam, quorum libertati consulebamus: unde miserrimam tolerant servitutem; tutant enim, et iactant Barones se in proprijs Oppidis esse rerum tam prophanarum, quam ecclesiasticarum, ut supremos  moderatores. His accedit quod anno proxime elapso  per omnes Civitates, et Oppida promulgatum fuit Laicale proclama, quo monebantur omnes  ministri Iurisdictionis Temporalis, nullum familiarem aut        ministrum Laicum Episcoporum  debere gaudere privilegio fori Ecclesiastici; Et cum oporteat  tenere ad minus ministros  inferiores, quales sunt Birruarij, Laicos; ut primum isti pro defensione Iurum Ecclesiarum, vel Ecclesiasticorum, nomine Curiæ Spiritualis monent aliquem, ut desistat ab offensione, vel citant  pro præfata tuitione, carceribus mancipant, si monitio, aut citatio sit contra aliquem Laicum Ministrum, aut contra ab eis dependentes. Nec datur (tam longe, lateque in hoc Regno gravaminum patet campus)  in propriam defensionem  aliquid moliri; cum non solum actus iuridicos efformare, sed  nec verbum quidem proferre liceat, quod statim aditum non  præstet gravamini  decidendo … Iudice qui pro Regula Iudicandi habet præfatum laicale proclama.
Hinc Ecclesiastica disciplina prolapsa, Prælatorum Iurisdictio enervis, Subditorum audacia petulantior, in quibus nec obedientia, nec modestia, personarum Deo Sacratarum propriæ reperiuntur, quippe sæpissime in delinquendo seculares facinorosos enormiter excedunt. Augentur hæc  mala ex nimia facilitate obtinendi  exemptionem … Prælatis, quæ tanta promptitudine occurrit, ut nullus eam pro libito non consequatur. Si autem nolit exemptionem  generalem circa omnes causas, et in aliquo delinquat, sufficit ut non possit corrigi … Prælato, dicere se esse gravatum. Vel oportebit Prælatum in alio Trubunali facere partes actoris tot causarum quot habet subditos. Unde modo Prælati nihil agere possunt præterea, quæ ut in plurimum facere possunt alibi, in villulis Vicarij foranei Episcoporum.
Regularium Virorum res non fælicius se habent, quia similia patiuntur, vel potius eadem tam subditi, quam Superiores illorum: Patiuntur tamen Regularium res aliud notabile malum contra Regularem Observantiam, et disciplinam quam, etiam si vellent amplecti, non possent ad præscriptum Regulæ vivere ob paucitatem fratrum commorantium in Conventibus. Plures enim sunt Conventus in quibus duo tantum habitant fratres, in alijs tres, aut quatuor ad summum. Unde nec Ecclesiæ decenter tenentur, neque horæ Canonicæ in Choro in similibus domibus recitantur, et sæpius potius scandalo, quam exemplo populi sunt; Quapropter prudentiores, laicorum, immo et Regularium  putant,  putant consultissimum fore, si præfati supprimerentur conventus, et Fratres in eisdem existentes ad alios, in quibus ob maiorem numerum posset institui Regularis Observantia,  trasferrentur. 
***
Monialium Monasteria plures conservant tenaciter abusus. Inter  quos non inferioris momenti est, quod in eis commorantur plurimæ feminæ seculares aliquando ingressæ titulo amplectendi institutm monasticum, quod noluerunt, vel non potuerunt amplecti. Aliquando ingressæ titulo educationis, quæ ab  infantia usque ad finem vitæ durat. Et sæpissime atque ut in plurimum, cum notabili monasteriorum damno non solvunt alimenta, vel quia non possunt, vel quia nolunt; Et cum sint frequenter sorores, vel proximiores consanguineæ Monialium, istæ ob gratiam parentum, et consanguineorum exigere rationesalimentorum nolunt, quinimmo impediunt exationem. Et cum aliunde Monasteria non sint valde opulenta, quam (per il  Copista: quæ, n.d.r.) sæpe egestate laborant, et sustentare nequeunt tot Moniales, et seculares, unde opus habent consumere pecunias destinatas  pro emptione stabilium, censuum, et aliorum annualium reddituum, ne perire fame cogantur. Ob quam causam iam minus curant seculares de monachandis filiabus, aut sororibus invenerunt quidem modum exonerandi familias absque dispendio. Hinc exceptis paucis Monasterijs, in quibus exactissime Regula, quam profitentur, observatur, in cæteris nec umbra apparet Regularis Observantiæ, sicut nec votorum paupertatis, et obedientiæ, sed vivunt non aliter quam si seculares essent sub clausura custoditæ.
Præterea pene in omnibus Monasterijs conversæ sunt feminæ seculares, nec volunt eas Moniales recipere ad habitum et professionem regularem, ut possint libito … Monasterio eicere.
Quod rare, etiam quando inhabiles fiunt pro Monasteriorum servitio, faciunt.
* * *
 Omnia ferme præfata possent obtinere optatum remedium ab ordinaria potestate si vires haberet hac vero civibus evacuata, cogimur cum dolore cordis potius mala videre, et plangere, quam tolerare.  Videmus navim iactatam fluctibus, remigamus laborantes, contrarij venti concutiunt, atque his agitati procellis pene submergimur. Unde solum remanet, ut cum illis clamemus, quorum personam et ministerium gerimus, Domine, salva nos, primus sperantes ab eo qui Christi vices habet vocem audire. Confidite. Ego sum nolite timere, utque ventis, et mari imperio facto tranquillitas magna fiat. Et hæc de statu Ecclesiæ, et Dioecesis Agrigentinæ, quam sub Obedientia Sanctæ Sedis et EE. VV. protectione humiliter collocamus, atque sub ea vivere velle, et mori toto corde protestamur.
Datum Agrigenti die 20 septembris 1699.            
 
 
 

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