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domenica 12 marzo 2017


Archivio  Centrale di Stato  - Roma - "Commissione Parlamentare d'inchiesta - 1875-76"

 

«Vi è una lettera di Nalbone Francesco di Racalmuto - rimessa al Prefetto di Girgenti e quindi non figutante agli atti - contro il Sindaco di Racalmuto - cfr. Fascicolo 5 - sf. 3 lettera N - n. 1»

 

«Fascicolo 11 sott. 8 -

[V. acclusa fotocopia]

[Cfr. Fascicolo 66 per la trascrizione del resoconto stenografico]

 

 

 

 

[Archivio Centrale dello Stato - Giunta per l'inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia 1875, SCATOLA 7 FASCICOLO 5 - sf. 2 LETTERA  "A" n. 15]

 

da Racalmuto, 20 dicembre 1875 (anonimo)

«Illustrissimi Signori Onorevoli

Componenti la Commissione

d'inchiesta parlamentare

Canicattì

 

«Illustrissimi Signori,

«Racalmuto, che in questi ultimi tempi dà lo spettacolo di un anormale stato, stava ansante appettando una visita delle Signorie loro ill.mi per dare una forma  di esistenza che fosse conforme a giustizia, alla riparazione ed alla concordia secondo le promesse potenti inaugurate dal nostro Augusto Sovrano .

«E però l'allarme si rincrudelisce nel venire a conoscenza che le loro Signorie hanno preso altra rotta, lasciando Racalmuto. S'addolora dippiù sentendo che ga chiamato una Commissione scelta dal seno d'un partito che vuole a forza imporsi con violenze, con prepotenze e con illegalità e ch'è in urto alle ispirazioni pubbliche. L'ultima cronaca del paese è bastante delineata dalla stampa, che per ultimo risultato pose al silenzio i nemici pubblici.

«Dei reclami si sono presentati alle Autorità superiori della Provincia, senza risultati. Signori Onorevoli! Racalmuto per più versi non è paese che merita essere abbandonato! ...E' perciò pubblica anzia [sic] di far sentire i proprii lamenti alla Commissione d'inchiesta Dalle Signorie loro bene rappresentata; e si è sicuri che si convincerebbero che sotto la vernice di un lusinghiero quadro, esistono piaghe cancerrose per Racalmuto che solo la loro sennata Autorità potrebbe sanare.

«Si chiede quindi che fossero chiamati cittadini di qualunque gradazione; meno  fratelli Matrona, Cammillo Picataggi, Alfonso Farrauto, Giuseppe Grillo Cavallaro, Carlo Lupi, fratelli Salvatore e Michiele Mantia, Arciprete, Michiele Alaimo, Gioachino Savatteri, ed impiegati tutti comunali, i quali hanno saputo collidersi e colludersi in più o in meno; e formano i gaudenti dell'azienda Comunale.

«Con ogni sicurezza allora le SS.LL.II. si potrebbero fare giusta es adequata [sic] immagine delle condizioni attuali lacrimevoli del paese, per promuoversi gli opportuni e giusti provvedimenti.

«Si spera giustizia.

«Racalmuto 20 Dicembre 1875»

 

Nella "Rubricella" contenuta nella Scatola 7[Renato GRISPO- L'Archivio della Giunta per l'inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia - Inventario - Cappelli Editore 1969 porta [5] - L'archivio usa questo testo per inventario, ma la numerazione non corrisponde alle scatole] e che riguarda le "petizioni", alla lettera  N risulta la seguente annotazione che ci porta se non all'autore, almeno all'ispiratore delle precedenti lettere non firmate:

«                                                                N.ro ordine

«Nalbone Francesco                       1             "al prefetto di Girgenti"

 

e nell' «Elenco dei Reclami e petizioni» [Stessa scatola 7, stesso fascicolo 5, ma sottofascicolo 3, elenco ben diverso dalla Rubrucella p.c.] vine meglio precisato come così di seguito:

1 Nalbone Francesco di Racalmuto      «Reclamo contro il Sindaco di Racalmuto»

 

 

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Archivio di Stato di Agrigento

Da Inventario n. 32

 

Conto di Racalmuto del 1878 presentato da Nalbone Luigi.

 

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 Fascicolo n. 403 (Inventario n. 32)

 - Conti Racalmuto 1869-1887

«Conto entrata ed uscita per l'esercizio 1886.

reso dal Tesoriere Comunale Nalbone Giuseppe.»

 

- Anno 1885

 

reso dal Tesoriere Comunale Nalbone Giuseppe.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[Archivio Centrale dello Stato - Roma - Ministero Interno - Pubblica Sicurezza (P.S.) - Busta 80 sf. C 1]

Archivio Centrale dello Stato - Roma - Ministero Interno - Pubblica Sicurezza (P.S.)  1925 - Busta 80 sf. C 1]

Espresso del 30 luglio 1925.

«il 15 andante circa 120 operai della miniera di zolfo Terrana di racalmuto e Grotte si astennero dal lavoro pretendendo l'aumento del salario in seguito dell'avvenuto aumento del prezzo dello zolfo. Alle ore 9,30 dello stesso giorno operai predetti recaronsi quello scalo ferroviario assistere passaggio On. Farinacci, che fermatosi pochi minuti promise suo intervento favore operai stessi. Però giorno 20 successivo tutti zolfatai bacino minerario Racalmuto e Grotte, segno solidarietà e per analogo scopo si astennero pure lavoro. Di seguito laboriose trattative .... fu raggiunto accordo sulla base  ... dell'aumento del 10 % sui salari attuali a decorrere dal 1° Agosto p.v. ..»

Testo accordo:

«L'anno 1925 addì 28 luglio nell'Ufficio di P.S. di racalmuto alle ore 12.

 «Sono presenti i sigg: Comm. Angelo Nalbone esercente miniera Cozzotondo, Cav. Rosario Falzone esercente miniera Giona G. e P. Galleria, Mattina Salvatore di Gaetano in rappresentanza degli esercenti della miniera Giona-Salinella N.°3-6; il cav. Baldassare Terrana esercente della miniera Dammuso, il Cav. Vassallo Ernesto esercente miniera Quattrofinaiti  Vassallo, il sig. Ricottone Giuseppe fu Giuseppe in rappresentanza  per la  sua parte della miniera Gubellina  ... e dall'altra parte il sig. Lo Sardo Giuseppe fu Nicolònella qualità di presidente del locale Sindacato Fascista Zolfatai, Piazza Salvatore di Salvatore nella qualità di Vice Presidente, il sig. La Mastra Giuseppe di Nicolò nella qualità di Segretario, i sigg. Guastella Vincenzo fu Antonino, Taibi Salvatore fu Giovanni, Mattina Giuseppe di Nicolò, Bartolotta Michelangelo fu Raffaele, Arturo Gioacchino fu Gioacchino nella qualità di consiglieri di detto Sindacato, i quali per non prolungare uno stato di cose nocivo ai reciproci interessi e anche alla Economia Nazionale sono di pieno accordo addivenenti mercè l'opera del locale funzionario di P.S. con l'ausilio dell'Avv. Burruano Salvatore membro del Direttorio Provinciale fascista alle seguenti convenzioni da avere vigore in tutte le forme di legge a datare dal 1° Agosto 1925.

«Gli esercenti tenuto conto presente l'ultimo listino del Consorzio zolfifero siciliano n. 118 ove è segnato un aumento del prezzo di vendita in ragione di L. 5 a quintale, concedono alle maestranze, che accettano, un aumento del 10% sul prezzo base pagato sin oggi.

«Tale aumento unito ai precedenti aumenti dell'8 e del 6 per centosommano un totale del 24% sul prezzo base.

«[.......]

«I rappresentanti delle maestranze si impegnano a fare riprendere il lavoro a cominciare da domani 29 andante.»

 

 

Archivio Centrale dello Stato - Roma - Ministero Interno - Pubblica Sicurezza (P.S.)  1932 - Busta 41 sf. C 1]

 

 

30.6.1932

«29 corrente Racalmuto - Nalbone Luigi proprietario esercente miniera Cozzotondo - per nota crisi industria zolfifera - ha sospeso estrazione minerale lasciando disoccupati 74 operai Racalmuto - Comandante Tenenza Ten. Lo Monaco.»

 

 

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Da una lista a stampa dell'Archivio di Stato di Agrigento

«Lista della sezione elettorale di Racalmuto.

«N.ro d'ordine  - Elettori Cognomi e nomi - PATERNITA' - data nascita - titolo o qualità che gli

lista   lista                                                                                                                        conferisce il diritto  

com  politica                                                                                                                  elettorale commer-

mer   comuna                                                                                                                le

ciia    le

le    

--------------

181     316       - Nalbone Giuseppe      di Luigi     - 28 marzo 1857 - negoziante di zolfo.

182     317       - Nalbone Angelo          di Luigi      - 2 giugno 1863

 

F.M. EMANUELI e GAETANI - Della Sicilia Nobile - parte IV - Forni Editore

 

 

[Copia anastatica dell'edizione Palermo 1759] - RAGALMUTO - [pag. 199 e ss. Parte II Libro IV]

 

Il nome di RAGALMUTO vuol dire in lingua Araba, cioè DISTRUTTO(i) MASSA - Sic. in Prospett. p. 2 C.E. f.282 -; e questo fa credere essere stata fabbricata dai Saraceni su le rovine di qualche estinta Città. Ella è Baronale con mero e misto imperio, luogo ottenendo tralle mediterranee della Valle di Mazara [a) - ARETII, Liber de situ Sic. ex Bibliot., CARUSII t I f. 22 c. 2], ed ivi fra le piu' belle che abbondino di grano, e di ogni sorte di biade. Fu di ragione di Ruberto MALCOVANAT Signore di Busacchino, il cui figlio Guglielmo adorno videsi dell'eccelsa carica di Maestro Giustiziere del Regno sotto il Conte Ruggieri, come notò Pirri nella sua Cron. de' Rè, f. 38, e nella SIC.Sac. not. Montisreg. fog. 460 c. 2. e 461 c. 1., e la tenne pur anche la Famiglia ABGRIGNANO, se diam fede a MINUTOLO - Mem. Prior. lib. 8, f. 273. Credesi indi concessa dal Rè Ruggieri Normanno figlio del liberatore testé accennato ad ABBO BARRESE in consuso con quelle Terre, che sotto l'aggettivo di pleraque oppida per conto di esso Barrese numera FALZELLO nella sua Stor. di Sic. dec. 2. lib. 9. cap. 9 f. 184 avvegnachè sullo spirare del secolo decimoterzo stava ella in potere di Giovanni BARRESE, il quale al riferire del Padre APRILE Cron. Sic. f. 144 c. 1 fu il primo tra i Baroni del nostro Regno, che nelle guerre fatte dall'armi dei Collegati Angioini in quest'Isola passasse al loro partito col suo vassallaggio consistente nelle Terre di PIETRAPERZIA, NASO, RAGALMUTO, CAPO D'ORLANDO, E MONTEMAURO, terra oggi disfatta, situata in quel monte, che si alza fra la Città di Piazza e 'l MAZZARINO presso il fiume Braeme. Sicché dichiarato fellone esso Giovanni, cadde Tal Baronia nelle mani del Reg. Fisco, da cui l'ottennero i CHIARAMONTESI,  possedendola primieramente Giovanni B. del Comiso, il quale per essa prestò servigio militare sotto il Rè Federigo II, così costando dalla seguente nota della Sic. Nob. di MUSCIA f. 23  D. Joannes de Claramonte pro Casali Comachi, quod emit a Beringario de LUBERA, PETRAMUSUNICHI, MUSARO, RACHALIANATO, S. JOANNIS, ET FABARIA

Quindi acquistandola successivamente FEDERIGO secondo di quedto nome, terzo genito di Federigo primo Chiaramonte, e di Marchisia Prefolio, e fratello di Manfredo Conte di Modica, e del chiarissimo Giovanni il Vecchio, l'accrebbe egli con la fabbrica di una forte Rocca, o sia Castello, che quivi sin oggi si vede in piedi, siccome ce 'l conferma Fazello dec. 1. lib. 10. cap. 3. fog. 468. Inveges nella sua Cartagine Siciliana  lib. 2 cap. 6. f. 230. e Pirri Sic. Sac. not. Agrig. fog. 758 c. 1 colle  seguenti parole; Propè  Gruttas ad duo  hinc p. m. RAYHALMUTUM Sarracenicum oppidum occurrit: ub arx est a Federico Claramontano olim eius Domino erecta. Fu sua mugliera Giovanna, siccome si legge nel testamento di esso Barone Federigo, che vien citato quì sotto: Item eligo meos fidecommissarios Dominum Bertoldum de Labro Episcopum Agrigentinum, Dominam Joannam consortem meam  etc. ma di qual famiglia si fosse, a noi non palese. Da questa Dama nacque Costanza unica di lor figliola, che nel 1307, nobilmente si sposò ad Antonio del Carretto Marchese di Savona, e del Finale [p.201] provieniente dalla Real Famiglia del Carretto derivata da Aleramo figliolo di Vitichindo Secondo Duca di Sassonia, e madre feconda di Pontefici di Porporati (a) [Ciacconio Vite de'Papi, e Cardinali ediz. Vaticana del 1630 t.2. f. 1376.], e Principi Sovrani, come notò Crescenzi par. 1. narraz. 20. cap. I f. 568, Barone nel suo Anfit.  Sic. Nob. lib. Proc. f. 5., e Sansovini Case Illustr. d'Italia  ediz. di Venezia del 1670 f. 317 e 319, celebrandosi tal maritaggio nella Città di Girgenti per gli atti di Notar Bonsignor Tomasio Terrana di Girgenti a dì 11 settembre  1307, ratificato in Finale l'istesso anno, come riferisce Barone ragionando di quella Casa Carretto nel suo libro De Maiest. Panorm. lib. 3. c. 11. lit. C., l'istesso anche confermando il testamento testè cennato di esso Barone Federigo fatto  nel 1311. a 27. di Dicembre 10 Ind., e poscia pubblicato a 22. di Gennajo del 1313. negli atti di Notar Pietro di Patti  con tali parole: Item instituo, facio, et ordino haeredem meam universalem in omnibus bonis meis Contantiam fialiam meam, consortem nobilis Domini Antonini Marchionis Saonae, et Domini Finari. Cui Dominae Contantiae haeredi meae, eius filios, et filias in ipsa haereditae substituo; ita tamen, quod si forte, [quod absit] dicta Domina Constantia absque liberis statim annos impleverit; quod ipsa haereditas ad Dominum Manfridum Comitem Mohac, et Joannem de Claromonte milites fratres meos, legitimè, et integrè revertatur. Venne essa Constanza per la morte di Federigo suo padre ad esser Signora, e Padrona dell'opulenta di lui eredità; e dal suo matrimonio nascendo Antonio del CARRETTO primogenito, fece a lui libera, e graziosa donazione del retaggio di questa Terra, come appare negli atti di Notar Ruggieri d'Anselmo in Finari a 30 . Agosto 12 Ind. 1344. Rimase però Ella fra breve spazio d'anni Vedova del suo consorte Antonino, morto nella Città  del Finale, e per ritrovarsi bella, nel fiore della sua gioventù , e ricca, passò quivi alle seconde  nozze con Branca, altrimenti detto Brancalione d'Auria (b) [Ansalone, de sua Fam. digress. ult. f. 256] [PICONE lo confonde con un personaggio di DANTE - Inferno canto XXXIII] cioè DORIA, Famiglia nobilissima di Genova, che nell'anno 1335. fu Governatore della Sardegna. Riuscì cotal matrimonio fecondo di prole, generando essa 1. Manfredo, da cui  discese Mazziotta,  2. Matteo, 3. Isabella moglie di Bonifacio figlio di Federigo ALOGNA; da cui nacquero Ciancone, e Vinciguerra ALAGONA.  Se ne morì finalmente in Girgenti , avendo prima fatto il suo testamento, pubblicato negli atti di Not. Giorlando di Domenico a 28.  Marzo 5  Ind. 1350 [ma il 1350 è 3 e non 5 Ind. - Notizia che sembra tratta da Inveges, v. Picone p. 480 nota 3], transuntato dopo in Catania ad istanza di Manfredo d'Auria  di lui primogenito negli atti di Not. Filippo Santasofia a 24. di Novembre 1. Indiz. 1361., nominando in quello molti esecutori di sua volontà, e fidecommissari, cioè il Vescovo di girgenti, allora Ottaviano di LABRO  Palermitano [p. 202] il suddetto Manfredo d'Auria suo primogenito, ed il Priore del Convento di S. Domenico della Città di Girgenti. E quì finalmente sepolta, essa venne nella Cappella di Federigo Chiaramonte suo genitore, fabbricata nel convento testè cennato di S. Domenico. Fece molti e pii legati, ordinando che si spedisse la fabbrica del suddetto Convento da suo padre cominciata, come anche nella Chiesa del Monasterio delle monache di S, Spirito di Girgenti, che si fabricasse una cappella, e sepoltura per la sua madre Giovanna (a) [Inveges, Cartag. Sic. lib. 2 cap. 6 f. 228  e segg.]. Ammogliossi il riferito Antonio del CARRETTO e CHIARAMONTE figlio primogenito di essa Costanza, come sopra accennai, con SALVASIA, di cui non si fa il cognome per l'antichità dei secoli, e con essa diede i natali a GERARDO, il quale servito avendo il Rè MARTINO nel 1398. contro i Baroni di lui ribelli in questo Regno, come dice SURITA Ann. Arag. par. 2 lib. 10 cap. 67 f. 429. c. 1 volle ritornare in Genova a godere gli antichi suoi vassallaggi degl'incliti suoi predecessori, e gli antichi domini della Città di Savona, e del Finale; sicché per far questo, quasi obbligato videsi a far rinunzia del presente Stato di RAGALMUTO a MATTEO DEL CARRETTO suo fratello germano, accompagnato co' Feudi di Sigliana, o sia Siculiana, Garriolo, e Concietto, ricevendo da lui a titolo di prezzo fiorini 3250 negli atti di Notar Antonio de ROSATA  in Agosto 1399, come dice INVEGES nel suo Palermo Nob. Famiglia del Carretto fog. 55 c. 1 e SAVASTA Caso di Sciacca tratt. 2 cap. 14 fog. 42. Ciò non ostante voglio credere essere stato fatto tale atto tra essi due fratelli in vim actus di divisione de' beni loro paterni, e materni, e di atto finale di accordo piuttosto, che di vendizione, avvegnaché esso MATTEO ottenuto avea prima l'invest. dello Stato di RAGALMUTO per privilegio di Rè MARTINO data in Palermo a dì 4. Giugno 4. Ind. 1392 (b) [R. CANCELL. lib. an. 1391. fog. 71], e per regie lettere di esso a 5. Frebbraro di detto anno, nelle queli viene egli chiamato da esso Sovrano col titolo di B. di RAGALMUTO, e con il trattamento, che più importa, di Marchese di Savona (c) [PROT. an. 1392. Sign. lit. E. f. 95]. Ed in quest'anno appare altresì aver liberato esso stesso C. MATTEO la Città di Palermo dalla tirannide de i CHIARAMONTANI, restituendola al real Demanio coll'opera insieme di Francesco VALGUARNERA giuniore B. del Godrano, e di Raimondo de Aptilia Pretore di essa città, come dice BARONE nel suo lib. De Majest. Panorm. lib. 3 cap. 11. Fam. Valguarnera, e del Carretto. Quindi è, che in considerazione di tali servigi fu a lui data da esso Sovrano l'eccelsa carica di Vicario Generale del regno, col'altra insieme di Camerlengo, e Maestro Razionale, notandosi da Pirri CHRON. REGUM f. 81. tra i personaggi piu' grandi della Città di Palermo, benemeriti di esso Rè Martino. Fu egli Signore delle Terre di Siculiana, e Calatabia[203]no, come si legge in BARONE loc. cit., ed in tutti i predetti Stati ebbe successore il figlio GIOVANNI, che di essi investissi jure haereditario nel 1401, sotto li 5. Agosto 9. Indiz. per privilegio del summontovato  rè Martino (a) [R. CANCELL. an. 1399. f. 177. - MINUTOLO, Mem. Prior. lib. 9. f. 294 - BARONE, loc. cit.], scorgendosi per essi ancora arruolato nel s ervizio militare de' Feudatari del regno, così presso MUSCIA, Sic. Nob. f. 69. «D. Joannes de CARRETTO pro Casali RAGALMUTI, et Feudis Columbuden, et mediate Sigliane ..7...Aggiunge egli al retaggio paterno i Feudi di Cabacia, Rjava, e Salamone, come appare sulla nota del detto real servizio f. 114 «D. Joannes de Carretto tenet feudum Cabariae, annui redditus unciarum XXXX. Feuda Rayavae, et Salamuni unciarum LXX». E da esso finalmente respirò vita il Barone FEDERIGO che investissi di questo Stato nell'anno 1453 (b) [R. CANC. an. 1453. f. 565. - MINUTOLO loc. cit.], genitore rendendosi di GIOVANNI giuniore, da cui venne ERCOLE (c) [Vien rammentato da Don VINCENZO DI GIOVANNI nel suo PALERMO RISTOR. lib. 4. f. 229. retr. nel famoso caso occorso tra i BONROSI con Paolo del Carretto fratello del Summenzionato Ercole][v.pagg.296-297] e da questo altro GIOVANNI, che col nome di terzo nei Baroni di RAGALMUTO prese sua investitura per essa Baronia nel dì 31 Gennaro 7. Indiz. 1519 (d) [R. CANC. an. 1518. 7. Ind. f. 462 - MINUTOLO, loc, cit.]. Di questo Cavaliere, scrive BARONE lib. cit, Fam. del Carretto, essere stato egli  onorato dall'Imperadore Carlo quinto quando fu un Palermo nel 1535. Con atti di distintissima estimazione  «hunc Carolus V Imperator, dice egli, cum Panormum  accessit miris affecit honoribus, ut pote qui tum propria, tum avita nobilitate dignus, qui susciperetur, quique inter Dynastas omnes precipuo honore habetur». Di esso fu nobile prole GIROLAMO , che fu lo stipite della presente investitura, come diremo appresso, e le due femmine MARIA e PORZIA; la prima delle quali si vede sepolta nella Chiesa del Monastero di Santa Caterina di Palermo dentro un tumolo marmoreo adorno della seguente iscrizione:

 

MARIAE de CARRETTO Joannis Domini RAHALMUTI filiae antiquissina, et

praeclarissima SAXONIAE Ducum stirpe, et quadam animi probitate

excellenti foeminae, quae annum aetatis agens septimum se ad Divae

Catharinae Coenobium religiosissimum aggregavit vixitqie singu-

lari probitatis exemplo itaque anno 1566 Coenobii Antistita dele-

cta familiam meliore vitae ratione informandam curavit, eiusdem

deinde Coenobii Templo, quod condere inceperat absoluto, vitam omni

laude cumulatam explevit D. PORTIA de CARRETO uxor D. Gasparis

de Barresio illustris vir carissimae sorori hoc amoris, et doloris

monumentum posuit. Vixit annos 70. Antistita annos 30. Obiit

anno 1598.

 

Scorgendosi la seconda cioè PORZIA testè avvisata dentro un altro tumolo, eretto nella Cappella di Nostra Signora della Grazia della Chiesa de' Padri di S. Cita di Palermo col seguente epitaffio:

 

 

Conditur hoc tumulo BARRESIS PORTIA, paris

CARRETTI illustris, candida progenies.

Vivit nobilitas, vivit post funera virtus.

Sic moriens Coeli gaudia laeta subit.

Obiit anno 1607 mense Julii die 25.

Accanto di questo tumolo se ne vede un altro appartanente ad essa casa CARRETTO, ove si legge:

 

CARRECTI genere et claro jacet orta Beatrix

virtutum ardenti lumine splendior.

Vixit cara viro moriens, coeloque recepta est,

Inde Beatricis nomen, et homen habet.

D. ARDENTIA ARCAN D. Betricis CARRETTOS PHILADELPHI olim Baro-

nissae matri suae suavissemae tumulum propriis expolitum la-

crymis moestissima

 

Succedono quindi

GIROLAMO nel retaggio di questo Stato dopo la morte di Giovanni suo genitore, lo ridusse egli all'onor di Contea per provilegio del serenissimo  Rè Filippo Secondo, dato nell'Escuriale di S. Lorenzo a dì 27.Giugno 1576 (a) [Pirri, Sic. Sacr. Agrig. f. 758, c. 1], esecutoriato in Palermo a 28 Giugno 1577 (b) [R. Cancell. ann. 1577. f. 476]. Fu pretore di Palermo nell'anno 1559 (a) [DI GIOVANNI, Palermo Ristor. lib. 4. f. 242 retr.], e Don Vincenzo Di Giovanni nel suo PALERMO RISTORATO lib. 2 f. 138. giustamente l'annovera fra 'l chiaro stuolo de' Padri della Patria mercé il lodevolissimo governo, ch'egli fece, procacciato avendone gloria, ed ornamento. Presedette altresì la Compagnia della Carità di essa Città di Palermo nel 1549., e adorno videsi di distintissimi elogi fattigli da Rodolfo Imperatore con le sue Imperiali lettere al Rè Filippo II. negli anni 1580 e 1598., rapportate per extensum da BARONE loc. cit. lib. 3. c. 11 De Majest. Panormit. - Da esso fu dato al mondo [p. 205] GIOVANNI del CARRETTO, quarto di questo nome. il quale fu il secondo C. di RAGALMUTO, e Pretore di Palermo nel 1600. (a) [Lapidi Senatorie che si veggono a porta di VICARI, e porta di MACQUEDA] di non minor merito di quello del genitore come vuole il citato DI GIOVANNI nell'istesso luogo notato di sopra, avvegnachè fu egli dotato d tanta prudenza, valore, ed abilità, che nella onorevol carriera di reggere gli affari pubblici avanzò tutti gli altri cavalieri suoi pari, e magnati suoi contemporanei. Quindi prevalse appo il detto di Macqueda  Vicerè di Sicilia, a segno tale che lo fece strategoto di Messina, qual ufficio però non potè egli esercitare, per essere stato provveduto contro la forma de' Privilegi de' Messinesi, che ammetteano  solamente colui, il quale ne avea la real patente. Trascelto videsi Governatore della Compagnia de' Bianchi di Palermo negli anni 1597., 1601. e 1605., e fu Diputato del Regno nel 1600. Festeggiò suo sposalizio con Margherita d'Aragona Tagliavia e Marinis figlio di Giovanni D'Aragona, e di Maria Marinis della Favara, e D. di Terranova jugali (b) [PIRRI Chron. Regum f. 22]; parto della quale fu C.

GIROLAMO del CARRETTO ed Aragona, chiamato il giuniore (c) [BARONE, loc. cit.], da cui vide la prima luce

GIOVANNI quinto, che fu il primo P. di VENTIMIGLIA (d) [Notisi, che il succennato GIOVANNI del CARRETTO non  fu Pretor di Palermo, e Diputato del Regno nel 1600, come si disse per errore par. I lib. 1. f. 24. tom. 1, ma bensì lo fu il lui avolo, cioè il quarto GIOVANNI secondo C. di Ragalmuto, come sopra ho notato; percò tal luogo deve correggersi], come narrai nel capitolo di detto Principato par. 2 lib. I. f. 74], ove si vede il rimanente della genealogia di detti principi del CARRETTO e Conti di REGALMUTO, sin tanto che estinti essi in PALERMO colla morte dell'ultimo Principe GIUSEPPE del CARRETTO e LANZA, passando detta contea nelle mani della di lui vedova BRIGIDA SCHITTINI e GALLETTI, che jure crediti, delle sue doti aggiudicossela investendosene a 10. Luglio 1716, se ne vede oggi investita sin dal 1747. del dì 16.Marzo la vivente Principessa di Palagonia GRAVINA Maria Gioachina GAETANI e BUGLIO, e C. di Ragalmuto, la di cui invest. per detto Stato cadde a 7. Agosto 1735., e del titolo di essa a 12. Aprile 1736.

 

 

 

 

PARTE II. libro I - DELLA SICILIA NOBILE [VILLA BIANCA]

 

VENTIMIGLIA - TERRA BARONALE

 

[pag. 74] e vedesi nella Valle di Mazara col mero, e misto Impero, che le fu concesso pe 'l suo governo a dì 3. Novembre 1632.

 

BEATRICE VENTIMIGLIA figlia di Giovanni Principe di Castelbuono. Prima P. ottenne il titolo dal Serenissimo Rè Filippo IV, con suo real Privilegio dato a 7. Maggio 1627. esecutoriato a 31. Agosto di detto anno. Si maritò Ella   a  GIOVANNI del CARRETTO C. di Racalmuto, di già eletto Diputato del Regno, e Pretore di palermo nel 1600, da cui trasse in figlio:

GIROLAMO del CARRETTO e VENTIMIGLIA (e) [MONG. Bibliot. Sicul. tom. I f. 210] che successe in questo Stato pe 'l diritto della Principessa sua madre. Questi fu l'infelice Conte di Racalmuto, che negli ANNALI di SICILIA del secolo 1649, lasciò di sé mesta memoria (a) [CARUSO, STORIA SICIL. par. 3 Vol. 2. lib. 5. f. 132]. I di lui sposalizi celebraronsi con  Beatrice BRANCIFORTE figlia di Giovanni figlio di Fabrizio P. di Butera, e da essa ebbe

 

GIROLAMO del CARRETTO e BRANCIFORTE, investito a 15. Agosto 1656, Fu questi Maestro del Campo nella guerra di Messina (b) [CARUSO, Stor. Sic. par. 3 Vol. 2  l. 5. f. 179] e sostenendo tale carica prese il Casal di Soccorso, avendo difeso coraggiosamente SAMMICI da' Colli di Valdina, ed impedì lo sbarco de' Franzesi presso Melazzo (c) [AURIA Cron. f. 211], onde poi insieme fu eletto Vicario Generale nella Città di Noto, di Girgenti, Licata e Caltagirone (d) [TALAMANCA Enrico f. 171. Mongit. Biblioteca Sic. Tom. I f. 210]. Fu Pretore di Palermo nel 1682, Diputato di questo Regno, e gentiluomo di camera del Ser.mo Rè Carlo II. pubblicato a 10. Agosto 1688 (e) [AURIA Cron. f. 211]. Sposo nelle prime sue nozze MELCHIORRA LANZA e MONCADA figlia di LORENZO C. di Sommatino, e poscia ebbe in moglie COSTANZA di AMATO ed AGLIATA, figlia di ANTONIO P. di GALATI. Dal primo suo letto coniugale venne alla luce

 

GIUSEPPE del CARRETTO e LANZA. Videsi questo nell'onorato impiego di Capitano di Palermo nel 1698, e premorendo al padre senza figli fece estinguere nella sua persona la Famiglia illustrissima del CARRETTO de' Signori di SAVONA, che prendendo origine Reale, stimavasi una delle più cospicue Prosapie di questo Regno (f) [Caso di Sciacca del SAVASTA cap. 15. f. 43]. Fu sua moglie BRIGIDA SCHITTINI e GALLETTI figlia di Gio: Battista primo M. di S. ELIA, la quale per il credito della sua dote avvalorato da una sentenza proferita dalla R. G. Corte nel 1711. pigliò possesso di questo Stato, e insieme di questo Titolo a 10. luglio 1716. Venendo essa a morte succedette in questi feudi sua sorella OLIVA SCHITTINI e GALLETTI maritata a Giacomo  P. Lanza, il di cui figlio

 

ANTONINO LANZA e SCHITTINI se ne investì a 26. Agosto 1739. Questi vive attuale P. Ventimiglia, P. Lanza, B. dello Stato di Calamigna, etc.

 

 

 

 

 

Leonardo SCIASCIA Le parrocchie di Regalpetra - ed. Laterza 1982 Bari U.L.

 

 

[pag. 15] Nella Chiesa del Carmine c'è un massiccio sarcofago di granito, due pantere rincagnate che lo sostengono. Vi riposa «l'Ill.mo don Girolamo del Carretto, conte di questa terra di Regalpetra, che morì ucciso da un servo a casa sua, il 6 maggio 1622».   [...] Girolamo, secondo di questo nome nella famiglia dei conti di Regalpetra, è vestito alla spagnola: mantelletto di broccato di seta, giubbetto verde a rabeschi d'argento, calzoni sbuffati al ginocchio; senza calze, senza scarpe; alto quanto un eroe del West, il volto quadrato in cui il naso piccolo e le labbra spiacevolmente sottili mettono una nota di gelida perfidia, le mani fini leggermente artigliate, le unghie perfette. L'imbalsamatore sapeva il suo mestiere. Vicino alla mano sinistra ha un teschio della grandezza di un'arancia, di un bambino di pochi mesi; tra le gambe un altro teschio poco più grande, di un suo bambino che le [16] le cronache dicono morì incornato da una capra, alla quale per giuoco si era avvicinato. Evidentemente, nel corso di tre secoli, c'è stato qualche parroco che ha avuto un'idea di più immediato profitto sull'Ill.mo don Girolamo del Carretto. Un ricercatore di memorie locali ci certifica di uno spadino con impugnatura d'oro, di bottoni rivacati da pesanti monete d'oro, pure d'oro l'astuccio che racchiudeva una pergamena. Non ci costa sforzo immaginare la scena  [...]  il prete a lavorar di coltello per far saltare i bottoni, a sfilare lo spadino, a togliere le scarpe a quel morto [...] Il conte stava affacciato al balcone alto fra le due torri guardando le povere case ammucchiate ai piedi del castello, quando il servo Antonio di Vita «facendoglisi da presso, l'assassinò con un colpo d'arma da fuoco». [...] Donna Beatrice , vedova del conte, perdonò al servo di Vita. [...] Della voracità di don Girolamo del Carretto una anonima memoria testimoia - «Oltre alle numerose  tasse e donativi e imposizioni feudali, che gravavano sui poveri vassalli di regalpetra, i suoi signori erano soliti esigere, sin dal secolo XV, due tasse dette del terraggio e del terraggiolo dagli abitanti delle campagne e dai borgesi. Questi balzelli i [17] del Carretto solevano esigere non solo da coloro che seminavano terre nel loro stato, benhè le possedessero come enfiteuti, e ne pagassero l'annuale censo, ma anche da coloro che coltivassero terre non appartenenti alla contea, ma che avessero loro abitazioni in Regalpetra. Ne avveniva dunque, che questi ultimi ne dovevano pagare il censo, il terraggio e il terraggiolo a quel signore a cui s'appartenevano le terre, ed inoltre il terraggio e il terraggiolo ai signori del nostro comune... Già i borgesi di Regalpetra, forti nei loro diritti, avevano intentata una lite contro quel signore feudale per ottenere l'abolizione delle tasse arbitrarie. Il conte si adoperò presso alcuni di essi, e finalmente si venne all'accordo, che i vassalli di regalpetra dovevano pagargli scudi trentaquattromila, e sarebbero stati in perpetuo liberi da quei balzelli. Per autorizzazione del regio Tribunale, si riunirono allora in consiglio i borgesi di regalpetra, con facoltà di imporre al paese tutte le tasse necessarie alla prelevazione  di quella ingente somma. Le tasse furono imposte, e ogni cosa andava per la buona via. Ma, allorché i regalpetresi credevano redenta, pretio sanguinis, la loro libertà, ecco don Girolamo del Carretto getta nella bilancia la spada di Brenno  ... e trasgredendo ogni accordo, calpestando ogni promessa e giuramento, continua ad esigere il terraggio e il  terraggiolo, e s'impadronisce inoltre di quelle nuove tasse». [v. TINEBRA, p. 125- 126]

 

Ammazzato, da due sicari del barone di Sommatino, morì anche il padre di Girolamo, uomo anch'esso vendicativo ed avido. Il primo Girolamo fu invece, ad opinione del Di Giovanni, uomo di grandi meriti. Per lui Filippo II datava dall'Escuriale di San Lorenzo, il 27 giugno del 1756, un privilegio che elevava Regalpetra a contea. Ma sui meriti di Girolamo primo non sappiamo molto: fu pretore di Palermo, e non credo dovuta a «bizzarra opinione seu presuntione», come invece afferma il Paruta,[TINEBRA p. 118] la sollevazione dei palermitani contro la sua autorità. Né mi pare sia da ascrivere a sua gloria il fatto che per suo ordine, il giorno sedici del mese di marzo dell'anno milleseicento, trentasette facchini abbiano sibita la pena della frusta: notizia che senza commento offre il già ricordato erudito regalpetrese.[TINEBRA, p. 118]

[...] [19] Nel 1645 della peste restava un ricordo di castigo e di redenzione: Regalpetra contava case milleduecentotrentasei  ed abitanti cinquemilacentosei. [RACALMUTO in T. p. 200]  Il terzo Girolamo, che era andato a cacciarsi in una congiura contro la sovranità di don Filippo IV, grazie ad un servo di nome Mercurio e al gesuita padre Spucces cui il servi svelava la trama, moriva giustiziato a Palermo, in buona compagnia di nobili e di giureconsulti; il figlio, quarto dello stesso nome, veniva investito della signoria di Regalpetra il 15 agosto 1654; fu maestro di campo in guerra e gentiluomo di camera di Carlo II. Con lui si estingueva la famiglia, l'investitura passava ai marchesi di S. Elia, ancor oggi i borgesi di regalpetra pagano il censo agli Eredi dei Sant'Elia: ma certo che fu grande riforma quella che i Sant'Elia fecero centocinquantanni addietro, divisero il feudo in lotti, stabilirono un censo non gravoso, la piccola proprietà nacque, litigiosa e feroce; una lite per confini o trazzzere fa presto a passare dal perito catastale a quello balistico, i borgesi hanno fame di terra come di pane, ciascuno tenta [20] di mangiare la terra del vicino, come una talpa  [...]       

 

 

 

 

Da LA MORTE DELL'INQUISITORE [Pubblicato assieme alle Parrocchie di Regalpetra, prima citato - p. 180]

 

 

Era signore di Racalmuto Girolomo II del Carretto, uomo spietato ed avido: ed appena due mesi dopo, il 6 di maggio, un suo servo, certo Antonio di Vita, lo avrebbe mandato agli inferi con una scoppettata. Pare che ad incaricare il di Vita fosse stato il priore del convento degli agostiniani riformati, in rivalsa di una somma di denaro che il conte era riuscito a sottrargli. Secondo la tradizione locale il priore era riuscito a raccogliere un bel mucchio di quattrini: e con la pia intenzione di ampliare il convento e di abbellire l'annessa chiesa di S. Giuliano. Ma il del Carretto riuscì a farsi consegnare il denaro. Come prova delle intenzioni del priore e del rapace intervento del conte, il popolo indica le colonne che a lato del vecchio convento cominciavano a sorgere, la fornace di calce poco lontana.

Che un fondo di verità sia in questa tradizione, riteniamo confermato dall'epilogo stesso del racconto popolare, che dice il servo di Vita averla fatta franca grazie a donna Beatrice, ventitreenne vedova del conte: la quale non solo perdonò al di Vita, fermamente dicendo a chi voleva fare vendetta che la morte del servo non ritorna in vita il padrone, ma lo liberò e nascose. Ora chiaramente traluce e arride, in questo epilogo, l'allusione a un conte del Carretto cornuto e scoppettato: ma questa viene ad essere una specie di causa secondaria della sua fine, principale restando quella dell'odio del pretore. Insomma: se non ci fossero stati elementi reali a indicare il priore degli agostiniani come mandante, volentieri il popolo avrebbe mosso il racconto dalle corna del conte.

Il priore non era certo uno stinco di santo: ma quel colpo di scoppetta il conte lo riceveva consacrato da un paese intero. Una memoria della fine del '600 (oggi introvabile, ma trascritta in riassunto da Nicolò Tinebra Martorana, autore di una buona storia del paese) dice della vessatoria pressione fiscale esercitata dai del Carretto, e da don Girolamo II in modo particolarmente crudele e brigantesco. Il terraggio e il terraggiolo, che erano canoni e tasse enfiteutiche, venivano applicati con pesantezza ed arbitrio: e non solo si esigevano da coloro che erano effettivamente enfiteuti nella contea di racalmuto, ma anche da coloro che soltanto avevano domicilio  nella contea e avevano enfiteusi fuori del territorio; e non dovevano essere pochi in questa condizione. Per cui la fuga di contadini dai dominî dei del Carretto fu per secoli continua, e in certi periodi addirittura massiccia: e i ripopolamenti coatto o di franchigia non riuscivano a colmare dei tutto i vuoti lasciati dai fuggitivi.

Il documento riassunto dal Tinebra dice che appunto durante la signoria di Girolamo II i borgesi di racalmuto, che già avevano mosso ricorso per l'abolizione delle tasse arbitrarie, subirono gravissimo inganno: ché il conte simulò condiscendenza, si disse disposto ad abolire quei balzelli per sempre; ma dietro versamento di una grossa somma, esattamente trentaquattromila scudi. L'entità della somma, però, a noi fa pensare che non si trattase di un riscatto da certe tasse, ma del definitivo riscatto del comune dal dominio baronale; del passaggio da terra baronale a terra demaniale, reale.

Per mettere insieme una tal somma, il Regio Tribunale autorizzò una straordinaria autoimposizione di tasse: ma appena le nuove e straordinarie tasse furono applicate, don Girolamo del Carretto dichiarò che le considerava ordinarie e non in funzione del riscatto. I borgesi, naturalmente, ricorsero: ma la dolorosa questione fu in un certo modo risolta a loro favore solo nel 1784, durante il viceregno del Caracciolo.

Il priore degli agostiniani e il loro servo di Vita fecero dunque vendetta per tutto un paese, quale che sia stato il pasticciaccio di cui, insieme al defunto e a donna Beatrice, furono protagonisti. (Curiosa è la dicitura di una pergamena posta, quasi certamente un anno dopo, nel sarcofago di granito in cui fu trasferita la salma del conte: dà l'età di donna Beatrice, ventiquattro anni, e tace su quella del conte. Vero è che non disponiamo dell'originale, ma di una copia del 1705; ma non abbiamo ragione di dubitare della fedeltà della trascrizione, dovuta al priore dei carmelitani Giuseppe Poma: e l'originale era stata stilata dal suo predecessore Giovanni Ricci, che forse si permise di tramandare allusivamente una piccola malignità.) [...]

 

Dall'anno 1622, in cui fra Diego nacque, al 1658, in cui salì al rogo, i conti del Carretto passarono in rapida successione: Girolamo II, Giovanni, V, Girolamo III, Girolamo IV. I del Carretto non avevano vita lunga. E se il secondo Girolamo era morto per mano di un sicario (come del resto anche il padre), il terzo moriva per mano del boia: colpevole di una congiura che tendeva all'indipendenza della Sicilia. E non è da credere che si fosse invischiato nella congiura per ragioni ideali: cognato del conte di Mazzarino per averne sposato la sorella (anche questa di nome Beatrice), vagheggiava di avere in famiglia il re di Sicilia. Ma l'Inquisizione vegliava, vegliavano i gesuiti; e, a congiura scoperta, il conte ebbe l'ingenuità di restarsene in Sicilia, fidando forse in amicizie e protezioni a corte e nel Regno. Una congiura contro la corona di Spagna era però cosa ben più grave dei delittuosi puntigli, delle inflessibili vendette cui i del carretto erano dediti. Giovanni IV, per esempio, aveva fatto ammazzare un certo Gaspare La Cannita che, appunto, temendo del conte, era venuto da Napoli a Palermo sulla parola del duca d'Alba, viceré, che gli dava guarentigia. E' facile immaginare l'ira del viceré contro il del Carretto: ma si infranse contro la protezione che il Sant'Uffizio accordò al conte, suo familiare. (Questo stesso Giovanni IV troviamo nella cronaca dello scoppio della polveriera del Castello a mare, 19 agosto 1593: stava a colazione con l'inquisitore Paramo, ché allora il Sant'Uffizio aveva sede nel Castello a mare, quando avvenne lo scoppio. Ne uscirono salvi, anche se il Paramo [Ludovico Paramo o de Paramo è l'autore di quel libro che Voltaire infilza, alla voce Inquisizione, nel Dizionario filosofico. «Luigi [Ludovico] di Paramo, uno dei più rispettabili scrittori e dei più vivi splendori del Sant'Uffizio... Questo Paramo era un uomo semplice, esattissimo nelle date, che non ometteva nessun fatto interessante, e calcolava col massimo scrupolo, il numero delle vittime umane che il Sant'Uffizio aveva immolato in tutti i paesi.»] gravemento offeso. Vi perirono invece Antonio Veneziano e Argisto Giuffredi, due dei più grandi ingegni del cinquecento siciliano, che si trovavano in prigione.)

Della familiarità dei del Carreto col Sant'Uffizio abbiamo altri esempi. Ma qui ci basta notare che a Racalmuto, contro l'eretica pravità e a strumento dei potenti, l'Inquisizione non doveva essere inattiva.  [...] Appunto da documenti pubblicati dal garufi sappiamo che a Racalmuto c'erano, nel 1575, otto familiari e un commissario del Sant'Uffizio; e due anni dopo dieci familiari, un commissario e un mastro notaro: su una popolazione di circa cinquemila (il Maggiore-Perno dà 5.279 abitanti nel 1570, 3.825 nel 1583: per quanto queste cifre siano da accettare con cautela, si può senz'altro ritenere attendibile la flessione). Vale a dire che il solo Sant'Uffizio aveva una forza quale oggi, con una popolazione doppia, non tengono i carabinieri. Se poi aggiungiamo gli sbirri della corte laicale e quelli della corte vicariale, e le spie, ad immaginare la vita di questo nostro povero paese alla fine del secolo XVI lo sgomento ci prende. [190] Di chiese e conventi a Racalmuto ce n'erano in abbondanza: e a Pietro d'Asaro non mancava il da fare, in esecuzione di devote promissioni di borgesi e di legati testamentarî di preti e usurai. Lasciando da parte le chiese, ecco un sommario elenco dei conventi: dei benedettini, dei carmelitani, dei minori osservanti, dei francescani conventuali, delle clarisse, dei riformati di sant'Agostino. In quest'ultimo, esattamente denominato degli agostiniani di sant'Adriano o della riforma centuripina, entrò (giovanissimo, è da presumere) Diego La Matina: non sappiamo se per circostanze familiari o per calcolo o per vocazione.

L'ordine degli agostiniani di sant'Adriano fu fondato nel 1579 da Andrea Guasto da Castrogiovanni: il quale, stabilita coi primi compagni la professione della regola nella chiesa catanese di Sant'Agostino, si trasferì in Centuripe, in luogo quasi allora deserto, e fabbricate anguste celle, pose i rudimenti di vita eremitica, e propagolla in progresso per la Sicilia: notizia che dobbiamo a Vito Amico [Dizionario topografico della Sicilia di VITO AMICO, a cura di G. Di Marzo, Palermo 1859.], e non trova riscontro nelle enciclopedie cattoliche ed ecclesiastiche che abbiamo consultato. Lo stesso Vito Amico dice che il convento di Racalmuto fu dal pio monaco Evodio Poliziense promosso e dal conte Girolamo del Carretto dotato nel 1628. Evidente errore: ché nel 1628 il conte Girolamo era morto da sei anni. Più esatto è il Pirro: S. Iuliani Agustiniani Reformati de S. Adriano ab. an. 1614, rem promovente Hieronymo Comite, opera F. Fuodij Polistensis [R. Pirro, Sicilia Sacra, libro terzo, Palermo 1641].

In quanto al pio monaco Evodio Poliziense o Fuodio Polistense, si tratta senza dubbio alcuno di quel priore cui dalla leggenda popolare è attribuito il mandato per l'assassinio del conte Girolamo. Infatti il Tinebra Martorana, che non si era preoccupato di consultare in proposito i testi del pirro e dell'Amico, cade in equivoco quando dice che al priore di questo convento la tradizione serba il nome di frate Odio, riferendosi con ogni probabilità all'azione da lui commessa. Era semplicemente il nome, piuttosto peregrino, di evodio o Fuodio che nel corso del tempo si era mutato in Odio.

 

 

 

EMANUELI GAETANI VILLABIANCA - SICILIA NOBILE - LIB. IV - PARTE II - [PAG. 2- E 11]

 

        M O D I C A

 

 

....[PAG. 4] entrati che furono  gli Aragonesi nel governo di questo Regno, appare in tal tempo essere stato signore di questo Stato Federigo MOSCA, quello stesso che  fu Governatore della Valle di Noto sotto il Rè Pietro Primo d'Aragona, e con 600 soldati pose a ferro, e fuoco gran numero di Franzesi nelle vicinanze di Reggio (d) [CARUSO, Storia di Sicilia par. 2. lib. I. f.19],[[I. PERI, La Sicilia dopo il Vespro  ... pag. 31: Federico Mosca conte di Modica acquistava benemerenze in guerra. Nel novembre del 1282 passò in Calabria e conseguì buoni successi con una comitiva di 500 almogaveri (le truppe a piedi che nel corso della guerra del Vespro prospettarono la validità dei reimpiego della fanteria, che sarebbe salita a clamore europeo a non lunga distanza di tempo sui fronti di Fiandra). A Federico sembra essere succeduto nel titolo di conte di Modica il genero Manfredo Chiaramonte marito della figlia Isabella.]]  essendo stato anch'egli uno de' quaranta Cavalieri, che associarono Rè Pietro al famigerato duello di Bordeaux; così per fede del Dott. Placido CARAFFA nella sua Modica Illustr. f. 70. «Inter quos - egli dice - Modicae Federicus Musca interfuit, qui Regem Petrum ad monimachium provocatus est: Manfredus Musca fuit vir strenuus, et in arte bellica magnus a consiliis, et semel a Petro missus, ut Scalaeam oppidum reciperet.» Ma se sia stato costui discendente per linea retta da GUALTIERI testè mentovata, o forse da altro modo comissionario di differente Famiglia io non ardisco affermarlo. E' certo però, ch'egli fu l'ultimo Barone della Prosapia Mosca, e da potere di lui, o al certo dalle mani del suo figlio Manfredo, come scrivono   alcuni, passò esso Stato in potere di Manfredo Chiaramonte, e de' suoi successori, come si dirà appresso, negnendogli conceduto dal Ser.mo Rè Federigo, con titolo di Contea in considerazione de' suoi segnalati servizi non meno, che per esser marito d'Isabella Mosca figlia di Federigo, e sorella di Manfredi sopravvisato, che secondo vogliono i detti Autori, fu dichiarato ribelle, e spogliato di essa Contea dal succennato Sovrano, per avere egli seguitato le parti del Rè Giacomo di Aragona di lui fratello (a) [Vedensi le Allegazioni del Dottor don Emanuele lo Giudice fog. 8. e 96. fatte a favore del Principe della Riccia per l'esecuzione della Chiaramontana reintegrazione stampate in Palermo 1755. f. 96]

 

 

 

 

Biblioteca del MONGITORE

pag. 211 - Vol I -

 

Fridericus de CARRETTO Agrigentinus historicus, qui circa annum 1516. claruit. Scrpsit historicam narrationem inscriptam : Expulsio Ugonis de Moncada Siciliae Proregis. Plurimorum manibus tuitur m. s. Panormi, cuius exemplar extat apud me: et ne eius memoria temporis lapsu pereat, hic adnotate opere pretium duxi.

 

 

 

Storia di Sicilia di Gio. Battista CARUSO

 

PUBBLICATA CON LA CONTINUAZIONE SINO AL PRESENTE SECOLO PER CURA DI Gioacchino di MARZO Palermo 1878 - Vol. IV

 

Memorie istoriche di quanto è accaduto in Sicilia dal tempo dei suoi primi abitatori sino alla coronazione del Re Vittorio Amedeo raccolte dai più celebri scrittori antichi e moderni da G. B. CARUSO.

.....parte terza - libro XIII - p. 72 ... Poco abbondante era stato nell'anno 1646 il raccolto de' grani in Sicilia....

 

[p. 78] In Girgenti ancora si rivoltò la plebe contro il proprio prelato incolpato d'avarizia e di voler profittare della penuria comune per vendere a carissimo prezzo il grano conservato ne' suoi magazzini. Fu appiccato il fuoco alla poprta del palazzo vescovile; vi fu dato il sacco con perdita di circa 40.000 scudi, e fu obbligato finalmente il vescovo a ritirarsi fuggitivo fuor della sua cattadrale nella città di Termini.

 

[p. 107] ... Ridotta così alla pristina quiete la capitale del regno, commise il cardinale vicerè al marchese D. Giuseppe Montaperto la cura di sedare i torbidi, che regnavano nella città fi Girgenti. Onde portatosi colà il marchese, assistito da grosso numero di vassalli delle vicine sue terre di raffadali e di Monteaperto, si assicurò di Barcellino, di Filippo Micciché e de' due fratelli Migliorini, ch'erano i più facinorosi ed i capi de' tumultuanti, e condannatili alle forche, ridusse in breve con molta sua lode quella città e la vicina comarca a perfetta quiete.

LIBRO XIV [p. 116] - Rappresentava il Giudice a costoro, che l'accennato conte del Mazzarino (il quale avea nome D. Giuseppe Branciforte), essendo indibitato successore del principato di Butera, che godeva la prerogativa di primo titolo del regno e di capo  del braccio militare, potea con l'appoggio de' suoi parenti e de' suoi amici aspirare ad essere riconosciuto per principe di tutto il regno, e così li persuase facilmente a scuoter dal collo il giogo straniero in tempo, che, mancata la legittima successione degli Austriaci di Spagna, e minorata di forza e di autorità la monarchia spagnuola, poteano i Siciliani ristabilire l'antica gloria della nazione, e godere come prima un re proprio ed interessato al comune vantaggio.

Di tali false lusinghe ingannati gli accennati nobili, e più di ogni altro il conte di Mazzarino, si unirono al consiglio degli avvocati e pensarono davvero all'elezione di un nuovo principe nazionale [tutto ciò per la falsa notizia della morte di re Filippo IV]. Al contempo di due avvocati Giudice e Pesce tramavano [p. 117] in favore del duca di Montalto, personaggio di maggiore importanza e che con più simulazione  aspirava al principato. Seppe gli da D. Pietro Opezzinghi, suo confidente, i dubbi promossi per  la successione al regno di Sicilia ... Introdottone dunque col mezzo dell'istesso Opezzinghi il trattato co' due avvocati e con gli altri lor confidenti, e molto cooperandosi a tal disegno il celebre D. Simone Rao e Requesens, cavaliere, che alla nobiltà della nascita accoppiava una sopraffina politica e grandissima destrezza nel maneggiare gli affari, avvalorossi una tal pratica a segno tale, che si vide in breve accresciuto il numero de' congiurarti con persone di prima qualità, fra le quali il conte di RAGALMUTO, cognato di quel del Mazzarino, D. Giuseppe Ventimiglia, fratello del principe di Geraci, l'abbate D. Giovanni Gaetani, fratello del principe del Cassaro, D. Giuseppe Requesens, fratello del Principe del Cassaro, D. Giuseppe Requesens, fratello del principe di Pantelleria. D. Ferdinando Afflitto, de' principi di Belmonte, D. Pietro Filingeri, fratello del marchese di Lucca, e molti altri.

[p.118] Certo però si è, che, ito egli [il conte di Mazzarino] a trovare il padre SPUCCES, uomo de' più stimati allora fra' Gesuiti, e confidatogli tutto il trattato, lo richiese di consiglio e di aiuto.

 

[p. 118] rispedito il MERELLI [genovese e spia] in Palermo con un ordine [da parte del vicerè Don Giovanni] al capitano di giustizia, che era allora don Mariano Leofante, ed al pretore della città D. Vincenzo Landolina, di assicurarsi prima di ogni altro degli avvocati. Il che riuscito ... servì ai congiurati di porsi in salvo [e cioè] l'Opezzinghi, l'Afflitto, il Filingeri ed il Requesens ... prima che don Giovanni d'Austria colà venisse; il che fu a' 12 di novembre dell'intero anno 1649. Uscì ancor fuori dell'isola il conte di Mazzarino per sua maggior sicurezza.... e ben potea fare l'istesso il conte di RAGALMUTO suo cognato. temendo però egli d'incolparsi maggiormente con la fuga, lusingossi di non venir nominato come complice da' due avvocati e dall'abbate Gaetano, caduti nelle mani de' regi. Mentre però il Vicerè era ancora a Messina, confessarono il Gaetani ed il Giudice tutto ciò, che sapevano dell'accennata consulta; ed ancorché il Pesce ed insieme il procurator Potomia negassero costantemente avervi avuto parte, furono tutti condannati alla morte. Allora il Giudice, che di tanto male si conosceva la prima cagione, dettò in difesa de' compagni una sì eloquente orazione, che dal Ronchiglio consultore del vicerè venne onorato l'infelice suo autore col titolo di Tullio Siciliano.

Né meno dell'eloquenza del Giudice fu ammirata l'intrepidezza e la costanza del  Pesce, il quale pria di morire scrisse alla madre una moralissima lettera. Giustiziati costoro, fu ancor maggiore la discussione del processo del conte di Ragalmuto, e nella corte la compassione. Corse anche voce, che fosse a lui facilitata dal vicerè stesso la fuga, per non macchiarsi le mani nel sangue di un s^ nobile e principalissimo barone: ma non ostando a ciò il segretario Leiva, gli fu concessa almeno la scelta della morte. Contentatosi intanto il vicerè D. Giovanni del castigo di costoro, fu imposto silenzio alle accuse contro gli altri, de' quali il numero era assai grande, e principalmente contro il duca di Montalto, a cui la grandezza della casa, la quantità de' parenti, il numero de' vassalli ed il pericolo di suscitare nuovi torbidi servirono, per così dire, di scudo.

[p. 112] feste a Palermo. terminò fra queste allegrezze l'anno 1652, nel quale pubblicò il pontefice innocenzo allora regnante una bolla in cui sopprimeva in Italia e nella Sicilia i conventi, che alimentar  non potessero più di sei regolari, rimettendo la disposizione delle lor rendite all'arbitrio de' vescovi per impiegarle ad altre opere pie.

[p. 123] ... Consideravano però altri tale soppressione, giacché stimando necessario all'istruzione de' popoli e degli esercizi di pietà il mantenere queste picciole comunità nelle terre, ov'erano state fondate, ed opponendosi all'accennata soppressione i baroni, con il cui aiuto e per di essi fondazione erano stati eretti i conventi nelle lor terre, ne fu a loro istanza sospesa dal vicerè l'esecuzione della bolla Innocenziana, lasciando le cose nell'antico stato e nel piede di prima.

 

 

 

Eugenio Napoleone Messana - Racalmuto nella storia della Sicilia - Atec - Canicattì  - Giugno 1969

 

 

 

I Del Carretto fino al ritorno in fedeltà alla corona[pag. 77]

 

 

A  Racalmuto le cose andavano bene, la popolazione cresceva, sempre attorno al castello. Vista insufficiente la cappella del Palazzo che nei primi tempi dopo il 1355 fu aperta al culto dei pochi superstiti alla calamità, si costruì la chiesa dedicata a S. Antonio Abate, eletto patrono del paese, alla periferia del nuovo centro abitato, verso l'odierno cortile Manzoni. Intanto gli anni passavano, e al barone Antonio Del Carretto erano succeduti i figli Gerardo e Matteo. La baronia di Racalmuto con altri possedimenti era toccata a Matteo, a Gerardo  invece Siculiana col resto dei feudi. I due germani non rimasero estranei agli avvenimenti politico militari del regno. Essi seguirono, come aveva fatto il padre, i loro parenti, i Chiaramonti, anche perché questi avanzavano rivendicazioni sulla baronia, tutte le volte che non vedevano i Del Carretto al loro fianco con entusiasmo e dedizione. Negli anni di grazia tra il 1374 ed il 1377 in più luoghi storici infatti Racalmuto è annoverata fra i beni chiaramontani [Ad esempio si riporta: V. D'Alessandro op. cit. «Nel 1377 nelle mani di Manfredi Chiaramonti si accumularono i beni dell'antico casato e precisamente; Caccamo, Modica, Ragusa, Scicli, Spaccaforno, Adogrillo, Terranova, Licata, Montechiaro, Misilmeri, Mussomeli, Naro, Delia, Camastra, Castronovo, Bivona, S. Stefano, Gibellina, Favara, Sutera, Racalmuto, Guastanella, Muxaro, Prizzi, Adrano, Cefalù, Calatrasi, Capobianco, Misilindini, Pietra D'Amico, Camerana, Pietra Rossa».] E' chiaro che i Del Carretto erano i signori di racalmuto negli affari interni, ma tanto legati e dipendenti dai Chiaramonti che all'esterno apparivano come valvassori dei potentissimi parenti. Gerardo e Matteo, alla caduta di andrea Chiaramonti, che avevano seguito nell'assedio di Palermo, riuscirono a sfuggire all'ira di Martino e ricoverarono  all'interno. L'11 luglio 1393 Enrico Chiaramonte, successo ad Andrea, da Gaeta sbarcò in Sicilia ed occupò Palermo. I Martini, non potendo  da  soli continuare la guerra contro i siciliani ribelli ed ostili, chiesero ed ottennero aiuto al re Giovanni di aragona. I rinforzi giunti, invece di puntare su Palermo, si diressero a Catania marciando verso Enna. I due Del Carretto fecero parte dei resistenti, ma quando videro che i nobili facilmente si piegavano a Martino accettando donazioni di terre, sdegnati rientrarono a Palermo. Enrico li accolse a braccia aperte. Intanto lo stato delle cose della capitale era alquanto critico. Il Chiaramonti, tutto preso ad organizzare la vendetta, vessava il popolo. La società palermitana, per i motivi che innanzi vedremo, si era cambiata. L'artigianato e le maestranze numerosissime erano sempre più riottose alla forza del nobile.

I Del Carretto intuirono l'impossibilità di riuscita di Enrico Chiaramonti e si associarono a Francesco Valguarnera junior, barone di Godrano e Raimondo de Aptilia, pretore di Palermo, i quali tentavano di organizzare la riscossa della città dal gioco chiaramontano per venire a patti onorati con la corona. Re Martino, avuto sentore di ciò il 18 marzo del 1395, fece grazia a Matteo Del Carretto [B.C.P. Diplomi ms. F. 234 doc. del 18 marzo 1395]

La pressione popolare capitanata dai Del Carretto, dal Valguarnera e dallo Aptilia riuscì ad isolare il Chiaramonti, costringendolo a ritirarsi nel suo palazzo, lo Steri, sotto presidio. Un consiglio di reggenza prese le redini della città e mirava a proclamare il libero comune. La corona che aveva incoraggiato l'azione dei palermitani, si rifiutò di venire a patti per non compromettere impegni di concessione, di compensi ai nobili passati in fedeltà e per evitare che prendesse piede il potere oligarchico e borghese. I Del Carretto ritornarono all'opposizione e furono di nuovo dichiarati ribelli.

Intanto i Martini avevano avuto ragione, la Sicilia poco a poco era stata ridotta all'obbedienza. I baroni ad uno ad uno si erano arresi, i Del Carretto resistevano offesi per il mancato impegno della corona. Matteo, intanto, vistosi isolato, ritornò in fedelta e martino il 15 novembre 1396 da Siracusa emise i Capitoli [A.S. P. Protonotaro 4, f, 30 V.: «Item peti, chi a Messer Matteu di lu Carrettu sia fatta plinaria rimissioni, et de novu confirmationi assè et suoi eredi, di tuttu lu sou, tantu castelli quanta feghi, quanto burginsatici, li quali foru e sù di raciuni, et chi li sia cunfirmatu lo uffiziu di lu mastru raziunali, lu quali per serenissun dictu re li fu donatu et concessu, et lu iustiziariato di lu valli di Girgenti». Poiché questo ufficio in Girgenti non era stato ancora istituito nel documento c'è aggiunto: «Placet providere de ufficio iustitiariatus, cum fuerit ordinatus». [[Pedissequa copia dal Tinebra, p. 95, meno dati del documento: in Tinebra si cita GREGORIO - op. cit. pag. 413. Diploma anni 1396 in archivio proton. regest. annorum 1394 e 1396, f. 34. ]] ] , coi quali gli confermava la signoria di Racalmuto e tutti i beni e gli uffici che aveva goduto.

Matteo del Carretto fu l'ultomo barone siciliano ad arrendersi appena 18 giorni prima della partenza di martino il vecchio per la Spagna, avvenuta il 3 dicembre 1396. gerardo non si sentì di arrendersi, nè di vivere più in Sicilia considerato sempre ribelle, nel 1399 cedette tutti i suoi averi al fratello, fra cui i fondi di Siculiana, Garriolo e Concetti per 3250 fiorini e si ritirò a Genova.

 

 

MUGNOS FILADELFIO - Teatro Genologico delle famiglie de Regni di Sicilia ultra e citra.

 

Ristampa dell'edizione di Palermo 1747 - 1670 - Arnaldo Forni editore.

 

pag. 14 libro I (v. pagg. 14. 52. 142. 155. 237)

 

Alfonso Accascina ... fu giurato nel 1560 insieme con Francesco Maria Perdicaro, gerardo d'Afflitto, Luca Cagio, e Francesco di Gioganni, ed Andreotta Abbate, e remediò egli con molta destrezza le revolte di Notar Cataldo nelle quali era restato ferito D. Girolamo del Carretto Baron di Ragalmuto ch'era all'hora Pretore.

 

pag. 142 - Lauria Bologna Beccadelli che fu prima moglie di Giovanni di Bologna, e dopo di Pietro del carretto Baron di Racalmuto.

 

pag. 237-240 - CARRETTO

 

La famiglia  ... prese ella origine da Victechindo Rè di Sassonia, che fiorì nel 785, colui fu fatto christiano dall'imperador Carlo Magno.

.. a ad Antonio il consorzio del Finale.

Dalla quale paterna divisione poco contenti Corrado ed Henrico ricorsero aal'Imperador Carli IV contra Antonio loro fratello, e si fecero investire del Finale, peroche il predetto Antonio renuntiò le sue ragioni alla Signoria di Genova che per forza d0arme s'occupò quel Stato, dando ad Antonio grossa somma di moneta contro delle ragioni cesse, ciò la quale egli se ne passò in Sicilia, ove si casò con Costanza Chiaramonte con la dote di Calatabiano, e Siculiana, ed hebbe per dotazione il Contado di Ragalmuto; costei fu figlia di Federico, Signor di Ragalmuto, fratello del Conte Manfredo di Modica.

Successe ad Antonio suo figlio Antonino, e a costui Matteo figlio primogenito, e Gerardo, che renu8nziò la sua attione, c'haveva ... lo Stato di Ragalmuto con fratello Matteo, ed egli n'hebbe tutti i beni, che possedevano in Genova, per lo che lui se ne passò, e piantò insieme la sua famiglia.

Matteo restò solamente con lo Stato di Ragalmuto; perchè in quei di Calatabiano, e Siculiana, successero i primi fligli8, che ella haveva avuto dal primo matrimonio. Procreò Matteo, Federico, e Giovanni, al predetto Giovanni successe don Hercole primogenito e don Paulo figlio anche del predetto Giovanni seguì in altro beni.

Ne nacque da don Hercole don Giovanni, che procreò il II don Girolamo, dal quale anche ne nacquero don Giovanni, don Aleramo, e don Gioseffo.

Don Giovanni successe nel contado di Ragalmuto, e don Aleramo acquistò la contea di Gagliano, per il matrimonio ch'ei fece con la famiglia Galletti.

Dal predetto don Giovanni ne nacqu8e don Girolamo, padre del vivente [1647 ? data del primo volume dl Mugnos, n.d.r.] don Givanni conte di Ragalmuto.

Furono promossi i Signori di questa famiglia nei maggiori carichi del Regno, e particolar5mente in quello di Pretpre della città di Palermo, peroche don Girolamo Baron di Ragalmuto fu pretore nel 15560, similmente don Aleramo conte di Gagliano nel 1596, e 1604, don Giovanni conte di Ragalmuto nel 1600.

 

[Richiami bibliografici su Racalmuto:

- GRAVINA F. - Suppl. al Blasone in Sicilia.

- AMICO -  Lessico topografico siculo, tomo 2° presso la Lucchesiana di Girgenti;

- DI BLASI - STORIA DI SICILIA

- MINUTOLO - CRONACA DEI RE - [Per Martorana, pag. 56, «il gram re Ruggiero, concesse la baronia di Racalmuto alla nobilissima famiglia degli Abrignano e da questa passò ai Barresi. Degli Abrignano però non è sicura notizia e di certo, se essi governarono Racalmuto, fu per breve tempo, perchè molti cronisti non ne fanno alcun cenno. I Malconvenant dunque tennero la signoria di Racalmuto dall'anno 1087 al 1130.]

- GREGORIO - OP. CIT. DIPLOMA ANNI 1396 IN ARCHIVIO PROTON. REGEST. ANNORUM 1394 e 1396. F, 34.

- SCIASCIA ANTONINO -  Cenno critico su un progetto di riforme del cavaliere Neighebaur nel sistema ipotecario francese. Palermo, stamperia Francesco Lao, 1846.

- SAMPOLO - Contributo alla Storia della R. Università di Palermo.

- MINUTOLO - Memor. Prior. Messan. - lib. 8

- [da Amico - Dalle quali cose si avverte non procedere quel che Francesco Emanuele notò da Muscia, avere cioè posseduto Racalmuto Giovanni di Chiaramonte, essendo che soggetti nello stesso tempo giusta lo stesso Muscia gli eredi di Brancaleone per Racalmuto, leggesi Giovanni tenuto alla curia per Racalianoto. Il regesto del re Federico rammenta gli eredi del fu Brancaleone de Aurea, e venne compilato, come altrove mostrai, dopo l'anno 1320.

- Pirri, CARAFA, MAUROLICO, FAZELLO, AREZIO, BRIEZIO,

- GUGLIELMO CAVALLO - VERA VON FALKENHAUSEN - RAFFAELLA FARIOLI CAMPANATI - MARCELLO GIGANTE - VALENTINO PACE - FRANCO PANVINI ROSATI

 

 

I BIZANTINI IN ITALIA

 

GARZANTI - SCHEIWILLER 1982

 

L'Esarcato in Italia (VI - VIII secolo)

 

Limpero romano d'occidente cadde senza rumore nel 476. Allora Odoacre, condottiero barbaro d'origine scira, depose il giovane ed insignificante imperatore Romolo Augustolo.

 

La riconquista dell'impero romano [da parte di Bisanzio] annenne nel 535 con lo sbarco di Belisario in Sicilia.

 

Finita la guerra [539], la restaurazione del dominio bizantino in Italia fi affidata a Narsete. Soltanto la Sicilia, considerata proprietà privata dellimperatore, ersa esclusa dalla sua competenza. Ancora nel 537 l'isola era sotto posta per quanto riguardava la giurisdizione civile e le competenze fiscali a un praetor responsabile non di fronte al praefectus praetorio d'Italia, ma al quaestor sacri palatii di Costantinopoli, mentre il comando militare era affidato ad un dux sottoposto anch'egli a un superiore costantinopolitano, il magister militum per Orientem. [pag. 6/7 - v. anche L. CRACCO RUGGINI,  La Sicilia fra Roma e Bisanzio, in Storia della Sicilia  III, Napoli 1980, pp.22.23]

Dalla caduta dell'esarcato [751 da parte di Astolfo], l'impero bizantino fu rappresentato in italia dallo stratego di Sicilia.... fino alla conquista araba.

R. SPAHR, Le monete siciliane dai Bizantini a Carlo d'ANGIò (582.1282, zURICH- gRAZ 1976, PP.102 SS.

 

A. GUILLOU, L'habitat nell'Italia bizantina: esarcato Sicilia, catepanato (VI-IX secolo), in ACIAM [ATTI DEL CONGRESSO NAZIONALE DI ARCHEOLOGIA MEDIEVALE] 1974, Palermorist. in Guillou, Culture et société

 

I CONVENTI DI RACALMUTO NEL ‘500

CENNI INTRODUTTIVI


 

Non crediamo che vi siano  stati conventi a Racalmuto nei primi quarant’anni del ‘500: solo attorno al 1545 è di sicuro operante il convento di S. Francesco, ove erano insediati i padri francescani dell’Ordine dei Minori Conventuali. In certi documenti vescovili che riguardano il sac. don Lisi Provenzano abbiamo rinvenuto elementi tali da suffragare questa antica datazione del convento. L’altro cenobio che appare alla fine del secolo, quello dei carmelitani, sorge all’incirca verso il 1575 se diamo credito alla lapide dell’avello del primo priore padre Paolo Fanara, quale ancora si legge nella chiesa del Carmelo (la chiesa sembra invece essere esistita già dal tempo della visita del Tagliavia nel 1540 ed è citata nel testamento del barone Giovanni del Carretto).

Giovan Luca Barberi parla di un convento benedettino presso Racalmuto, ma gli ereduti locali negli ultimi tempi sono propensi a ritenere che il chiostro fosse quello di S. Benedetto, in territorio di Favara.

Quanto all’altro convento francescano, quello dei Minori di Regolare Osservanza, esso, seppure se ne parla già nel 1598, inizia la sua attività nei primi anni del ‘600.

Per tutto il Cinquecento non vi sono conventi femminili a Racalmuto. Il primo - quello di S. Chiara - comincerà ad operare verso il 1645.

Convento di S. Francesco.


 

Sappiamo con certezza che il 21 novembre 1545 il convento di S. Francesco era operante. Noi pensiamo che sin dagli esordi furono i padri minori conventuali ad occupare il convento, sotto l’egida di Giovanni del Carretto. Pietro Rodolfo Tossiniano, vescovo di Senigallia, accenna a questo convento racalmutese nel libro 2° della sua Historia Serafica. Il maltese Filippo Cagliola nel 1644, fa un discorso un poco più articolato e, descrivendo le “Almae sicilienses Provinciae ordinis Minorum Conventualium S. Francisci”, prende in considerazione anche Racalmuto in questi termini:

LOCUS RACALMUTI [custodia agrigentina]. suae fondationis certam non habet notam, cum scripturas omnes grassantis  pestis insumpserit lues. Quam ob rem annus 1576 a THOSSINIANO inscriptus, ad reparationem Ecclesiae, post eliminatum languorem, non ad fundationem referendus; pugnaret siquidem secum Auctor, qui a Comite Ioanne, certam pecuniam pro Ecclesia reparatione, legatam asserit, anno 1560. Ecclesia denuo excitata, imperfecta iacet, locus iuxta arcem a Friderico Claramontano constructa, situs amoenus, qui fabricis non spernendis incrementa suscepit. Ecclesia Divo Francisco dicata.[1]

Dunque non era nota la data di fondazione, per la distruzione dell’archivio nel tempo della grande peste del 1576. Questo stesso anno viene indicato dal Tossiniano come data di fondazione, subito dopo la cessazione del flagello. Ma questi cade in contraddizione con se stesso, dato che afferma che il conte Giovanni [invero era barone] ebbe a lasciare una certa somma nel 1560 per riparare la chiesa. La chiesa, invero, di nuovo eretta, giace ora incompleta vicino al castello edificato da Federico Chiaramonte, in un luogo ameno e con un notevole chiostro. Essa è dedicata a S. Francesco.

Il barone Giovanni del Carretto, a dire il vero non aveva tanto pensato alla chiesa ma alla sua tomba. Egli lasciò cento onze per la sua cappella tombale. Ed altri mezzi per la celebrazione di messe in Conventu Sancti Francisci dictae Terrae, che dunque nel 1560 era attivo.

Francescani conventuali nel 1593


Da una ricerca del prof. Giuseppe Nalbone risulta che nel 1593 stanziassero a S. Francesco i seguenti religiosi:

1
1593
COLA  ANDREA
GAITANO
PADRE PRIORE
2
1593
GIOVANNIANTONIO
TODISCO
FRA
3
1593
SEBASTIANO
D ' ALAIMO
FRA
4
1593
FRANCESCO
BARBERIO
FRA
5
1593
GIO
BARBA
FRA
6
1593
LODOVICO
DI  SALVO                          
FRA
7
1593
GIUSEPPE
LA MATINA
FRA

 

Francamente non conosciamo granché di tutti questi francescani: abbiamo, ad esempio, alcuni accenni nell’atto di donazione di quel singolare personaggio che fu Antonella Morreale, rimasta vedova piuttosto giovane di Leonardo La Licata. Il rogito è datato 9 gennaio 1596 e ad un certo punto stabilisce:

Et voluit et mandavit ditta donatrix quod dittus Jacobus donatarius ...debeat ac teneatur supra dicto ut supra donato solvere uncias decem po: ge: in pecunia fratri Lodovico de Salvo ordinis Sancti Francisci, filio magistri Rogerij consanguineo dittae donatricis infra annos duos cursuros et numerandos a die mortis dittae donatricis in antea hoc est anno quolibet  in fine unc. unam in pacem pro vestito ispius Lodovici pro Deo et eius anima ipsius donatricis et solutis dictis unc. 10 ut supra dictus Jacobus de Poma donatarius per se et successores teneatur et debat pro dittis unc. decem anno quolibet in perpetuum solvere unciam unam  redditus supra dicto loco de supra donato dicto ven.li conventui Sancti Francisci dictae Terrae Racalmuti eiusque guardiano mentionato pro eo et successoribus in ipso conventu in perpetuum legitime stipulante in quolibet ultimo die mensis augusti cuiuslibet anni incipiendo solvere anno quolibet in perpetuum pro Deo et eius anima ipsius donatricis pro celebratione tot missarum celebrandarum per fratres dicti ven. conventus

Fra Ludovico de Salvo era dunque un consanguineo della Morreale. Nella donazione si parla di sussidi per il suo vestiario. Per le messe v’è un altro legato di un’oncia annua in favore del padre guardiano.

Il guardiano padre Cola Andrea Gaitano


 

La Morreale si ricorda di questo priore anche a proposito della sistemazione della non  chiara vicenda del lascito da parte del marito di  un vestito appartenente a don Cesare del Carretto. In dialetto, ella dispone piuttosto prolissamente che:

Item ipsa donatrix pro Deo et eius anima ac pro anima ditti condam Leonardi olim eius viri titulo donationis preditte post mortem ipsius donatricis ... donavit et donat ditto ven. conventui Sancti Francisci  ditte terre uti dicitur: una robba di donna di villuto russo chiaro con li soi passamanu di oro, quali robba ditta donatrichi teni in potiri suo in pegno del sig. don Cesaro il Carretto, la somma dello quali pignorationi ipsa donatrici non si recorda, per tanto essa donatrici voli chè si il detto del Carretto paghira ditto conventu seu suo guardiano la reali summa per la quali robba fui inpignorata, chè in tali casu lu guardiano di detto convento chè tunc forte serra sia tenuto restituiri ditta robba a ditto del Carretto et casu chè il detto del Carretto non si recapitassi detta robba oyvero non declarira la summa per la quali detta robba sta pignorata voli la detta donatrichi chè lu guardiano di detto convento habbia di obtenere lettere di executione et per quella somma chè serra revelato il detto guardiano debbea detta robba per detta somma ad altri personi inpignorarla et quelli denari convertirli et expenderli in   subsidio et bisogno di detto conventi et fari diri tanti missi per l’anima di detta donatrici et il ditto condam Leonardo per li frati di detto convento et quoniam sic voluit ditta donatrix et non aliter nec alio modo.

 

Il nome del padre guardiano doveva essere padre Cola Andrea Gaitano: non è certamente racalmutese, mentre originari del paese appaiono tutti gli altri sei fraticelli.

Fra Ludovico de Salvo


 

 La famiglia cui apparteneva fra Ludovico Salvo è così censita nel rivelo del 1593:

36
360
Salvo (de) Mg. Ruggero, soldato anni 45
Nora de Salvo moglie; Santo anni 14; Ludovico 11; Francesco 7; Ivella; Caterina; Vincenza
confina con  La Lattuca Paulino
abita  al Monte

 

Nel 1602 consegue i quattro ordini minori e pare che non sia andato oltre. Un’annotazione del vescovo Bonincontro del 1608 farebbe pensare che fra Ludovico abbia lasciato il convento e si sia secolarizzato. Lo troviamo infatti fra i chierici sottoposti alla giurisdizione dell’ordinario diocesano:

Ludovico di Salvo an 26 cons. ad 4 m. ord. die 23 martii 1602  ... S. Francisci

Fra Ludovico era nato a Racalmuto nel 1581 come da questo atto di battesimo:

19
7
1581
Lodovico
Rogieri m.o
Salvo
Nora

 

 

Fra Sebastiano d’Alaimo


 

Semplice frate nel 1593 ricevette sicuramente gli ordini sacerdotali. Nella visita del 1608 viene autorizzato alle confessioni per sei mesi:

Frater Sebastianus de Alaimo ordinis S.ti Francisci Convent. ad sex menses

Risulta dai Rolli di S. Maria quale teste in un atto del 28 ottobre 1597. Null’altro ci è dato di sapere su questo francescano, sicuramente racalmutese.

Il Convento del Carmine.


 

Per il Pirro questo convento è nobile ed antico ed ai suoi tempi (1540) contava 10 religiosi con 108 onze di reddito. Ne era stato solerte priore per 46 anni il racalmutese fra Paolo Fanara. La lapide del suo sepolcro fornisce questi dati biografici:

Paolo Fanara innalzò, accrebbe e decorò, dotandolo d’immagini, questo tempio; curò l’edificazione del convento con somma operosità. Visse 71 anni e nell’anno della salvezza 1621, dopo 41 anni di priorato, morì nella pace sel Signore.

Fra Paolo Fanara nacque dunque nel 1550; nel 1575 diviene priore del cenobio carmelitano di cui è fondatore a Racalmuto. Il convento viene edificato accanto alla chiesa periferica del Carmelo, che stando ai documenti disponibili sorgeva invero da tempo, a dir poco dal 1540.

La chiesa, invero, sembra in costruzione al tempo della morte del barone Giovanni del Carretto che così ne accenna nel suo testamento:

Item praefatus Dominus Testator dixit expendisse unceas centum triginta in emptione lignaminum et tabularum  facta per Magistrum Paulum Monreale, et per Magistrum Jacobum de Valenti, de quibus dominus Testator consequutus fuit nonnullas tabulas, et lignamina; voluit propterea, et mandavit quod debeat fieri computum per dictum spectabilem D. Hieronymum heredem particularem, et faciendo bonas uncias viginti septem solutas Ecclesiae Sanctae Mariae de Jesu, et uncias undecim solutas pro raubis; de residuo tabularum et lignaminum compleri debeat tectum Ecclesiae Sanctae Mariae di lu Carminu dictae Terrae Racalmuti, et voluit  quod debeat expendere unceas quindecim in pecunia in dicto tecto, et ita voluit, et mandavit, et hoc infra terminum annorum trium.

 

Nel 1560, dunque, la chiesa di Santa Maria del Carmelo era a buon punto e doveva soltanto completarsi il tetto, cosa che andava fatta entro tre anni. Non è attendibile quindi quel che dice l’avello del p. Fanara, quanto alla chiesa. Certo dopo il 1575 fra Paolo non mancò di farvi fare opere murarie e migliorie ed a ciò è da pensare che si riferisca l’iscrizione della lapide.

I carmelitani racalmutesi del secolo XVI


 

Nel rivelo del 1593, questo era l’orrganico del cenobio carmelitano racalmutese:

1
1593
PAULO
FANARA
PADRE PRIORE
2
1593
RUBERTO
COSTA
PADRE
3
1593
SALVATORE
RICCIO
FRA
4
1593
FRANCESCO
SFERRAZZA
FRA
5
1593
ANGELO
CASUCHIO
FRA
6
1593
GEREMIA
RUSSO
FRA
7
1593
GIUSEPPI
RAGUSA
FRA
8
1593
ZACCARIA
RICCIO
FRA

 

Fra Paolo Fanara


 

Nella visita del Bonincontro del 1608 il priore del carmelo è ricardato fugacemente come confessore approvatoed indicato semplicemente come  “fra Paulo di Racalmuto padre giardiano del Carmine”.

Fra Paolo fu molto attivo anche nelle faccende sociali. Lo incontriamo in un documento del 1614[2]  in cui si briga per consentire una “fera franca” in occasione della festività della Madonna del Carmine.

«Ill.mo Signor Conte di questa terra. Fra Paulo Fanara priore del Convento del Carmine di questa terra, dice a V.S. Ill.ma che per devotione et decoro della festività della Madonna del Carmine quali viene alla terza domenica di giugnetto [luglio] resti servita V.S. Ill.ma concedere ché ogn’anno per otto giorni cioe quattro inanti detta festa et quattro poi, si possa inanti detto convento farci la fera franca di quella di Santa Margarita la quale si transportao in lo conventu di Santa Maria di Giesu per lo decoro della detta festa et della terra di V.S. Ill.ma ché li sarà gratia particolare ultra il merito che per tal causa haverà ut altissimus etc. - Racalmuti Die XX° octobris XIII^ ind. 1614.»[3]

Nel 1596 lo incontriamo come teste in un paio di atti della confraternita di S. Maria di Gesù. Non spesso, ma qualche volta assiste pure alla celebrazione del matrimonio di qualche racalmutese in vista.

Fra Salvatore Riccio di Racalmuto


 


Dalla solita visita del 1608 sappiamo che èsacerdote ed è autorizzato alle confessioni per sei mesi:

Frater Salvator Riccius Carmelitanus ad sex menses.

A dire la verità abbiamo dubbi sulla correttezza della grafia del cognome. Se Racalmutese, ebbe forse a chiamarsi fra Salvatore Rizzo.

Fra Zaccaria Riccio


 

Anche in questo caso, il cognome è forse da correggere in Rizzo. Un chierico a nome Zaccaria Rizzo è presente in vari atti di battesimo ed in atti di trascrizione matrimoniali  della Matrice dal 1598 in poi. Costui è anche citato nella nota visita del 1608:

cl: Zaccaria Rizzo an. 25 cons. ad p. t. die 19 decembris 1597 alias vocatus Leonardus

Tratterebbesi di un racalmutese nato nel 1581 come da seguente atto di battesimo:

5
9
1581
Rizzo
Leonardo
Martino
Norella

 

Ma resta pur sempre da appurare se v’è identità fra il fraticello carmelitano ed il chierico che s’incontra negli atti della matrice e della curia vescovile di Agrigento.

Fra Angelo Casuccio


 

Nel 1608 lo ritroviamo fra i confessori:

P. Angelo Casuchia

Stando al Liber in quo ..  sarebbe morto il 4 febbraio 1636 (c. 2 n.° 45). Certo sorge il dubbio che tra il frate carmelitano del 1593 ed il sacerdote che del 1608  vi sia identità di persona. Noi siamo per la tesi affermativa e pensiamo ad una secolarizzazione del giovane fraticello del Carmine. Il Casuccio che s’incontra in Matrice è chierico tra il 1598 ed il 1600 e figura come diacono in un atto di battesimo del 30 agosto 1600. Il 12 gennaio 1601 è già stato, comunque, ordinato sacerdote.

Fra Francesco Sferrazza


 

Analogo dubbio sorge per questo fraticello, visto che negli atti della Matrice figura un omonimo che però viene indicato nel Liber (c. 2 n.° 38) come don Francesco Sferrazza Fasciotta (ma rectius Falciotta).

A quest’ultimo di certo si riferiscono gli atti della visita del 1608, ove è reiteramente citato. Vengono forniti alcuni dati anagrafici:

D. Franciscus Sferrazza an. 27 cons. ad sacerd. die 17 decembris 1605 Panorm ... quas dixit amisisse

Costui era già protagonista a quell’epoca, come emerge dai seguenti passi di quella relazione episcopale a proposito di S. Giuliano:

Sequitur Cappella transfigurationis S.mi Dni Nostri Iesu Xristi, quae fuit constructa a Don Francisco Sferrazza propriis expensis. et adhuc non est completa. Altare d.e Cappellae est decenter ornatum super quo est Scena trasfigurationis praedictae cum multis imaginibus aliorum sanctorum, est bene depicta et pulchra, est dotata uncias duas redditus relictus a q. Antonino praedicti de Sferrazza pro celebratione unius missae qualibet hebdomada quae celebratur a Cappellano Ecclesiae

Habet etiam dicta Cappella incias X pro maritaggio inius orfanae consanguineae, pariter relictus iure legati a d.o Antonino Sferrazza.

 

Da altri elementi risulta che trattasi di un membro dell’importante famiglia degli Sferrazza Falciotta. Sembrerebbe quindi che si debba escludere l’identità con l’umile fraticello del Carmelo. D. Francesco Sferrazza Falciotta fu peraltro anche Commissario del Tribunale del S. Officio e morì il 7 maggio 1630.

Se fra Francesco Sferrazza, carmelitano nel 1593, fu persona diversa, come sembra, nulla sappiamo all’infuori di quella citazione del rivelo.

Fra Giuseppe d’Antinoro


 

                                          

Dalle brume documentali dell’archivio parrocchiale dell’ultimo scorcio del ‘500 affiorano alcune figure di religiosi racalmutesi o, comunque, operanti a Racalmuto: uno di questi è fra Giuseppe d’Antinoro, sicuramente un carmelitano, che l’11 settembre 1584 è presente nel matrimonio insolitamente celebrato nella chiesa del Carmine. Per questa inusuale celebrazione era occorso il benestare del vescovo agrigentino. Il matrimonio era avvenuto tra certo La Licata Paolo di Paolo e La Matina Antonella di Pietro e di Vincenza. Benedisse le nozze l’arc. Romano. Ne furono testimoni il noto fra Paolo Fanara ed il citato fra Giuseppe d’Antinoro. Ne trascriviamo qui l’atto che si conserva nella matrice.

11  9  1584 La Licata Paolo di Paolo   e di Angela con La Matina Antonella di Petro e di Vincenza.= Sacerdote benedicente:Romano Michele arciprete. Testi: Fanara r. fra Paolo ed D'Antinoro frate Gioseppe. Nota: foro benedetti nella chiesa del Carmine ex concessione Ill.mi et rev.mi n. Epi. Agrigentini  

Due religiosi di fine secolo:


fra Antonino Amato;


fra Pasquale Di Liberto


 

gli atti di matrimonio di fine secolo restituiscono alla memoria questi due monaci, di cui però s’ignora tutto: dall’ordine d’appartenenza ad un qualsiasi altro dato biografico. Quel che conosciamo è tutto contenuto in queste annotazioni d’archivio:

1 9 1588 Gibbardo Berto Vincenzo con Savarino Francesca di Joanne Benedice le nozze: Amato frati Antonino. Testi: Todisco Pietro e Rotulo Pietro

 

30 9 1596 Mendola (la) Leonardo di Angilo e Paolina con Aucello Antonella di Paolo e Minichella. Benedice le nozze: Spalletta don Nardo. Testi: Mulioto Giuseppe e Di Liberto frati Pasquali.

 

Nella visita del 1608 è invero ricordato un francescano a none fra Antonino Amato: che si tratti dello stesso monaco del 1588, non abbiamo elementi per affermarlo. Questi comunque non figura nel rivelo del 1593. Nella relazione episcopale del 1608 è indicato in questo stringato modo:

Notamento di confessori di S.to Francisci:  il p.re guardiano - fra. Antonio di Amato.

 

 

 


 

PARTE PRIMA

RICERCHE PER UNA MICROSTORIA DELL’AVVENTO DEL  FASCISMO A RACALMUTO

 

 

Verso il periodo podestarile

 

*  *  *

 

Criteri periodizzanti

 

L’oggetto della presente ricerca si racchiude nell’evoluzione politica, sociale, organizzatoria di una comunità civica di media dimensione dell’entroterra agrigentino quale è Racalmuto in concomitanza di quella che è stata una profonda riforma di struttura negli esordi dello Stato fascista e che riguarda l’istituto podestarile.

 

Per convenzione, il periodo di ricerca viene limitato al quinquennio 1926-1931. Non è, peraltro, agevole invocare un criterio priodizzante per meglio inquadrare la vicenda storica che qui interessa. Tante sono le ripartizioni temporali che in coincidenza - ma più spesso in prossimità - di quella riforma amministrativa sogliono invocarsi nelle varie sedi o dalle diverse scuole della storiografia, ormai sterminata, sul fascismo.

 

Sono criteri che variano a seconda delle ideologie sottese, delle opzioni cultirali e persino della estrazione territoriale o nazionale degli studiosi. Se il Croce è sbrigativo nel rigettare indistintamente l’intera esperienza fascista definendola «funesto regime che è stato una triste parentesi nella .. storia» d’Italia ([4]), non è neppure univoca la contemporanea cultura fascista nel datare le coeve svolte di quella che all’epoca veniva assiomaticamente dichiarata la “rivoluzione fascista”.

 

Per l’Ercole ([5]), ad esempio, è da parlare di due “tempi della rivoluzione fascista”: A) dalla “marcia su Roma”  al discorso del 3 gennaio 1925; B) da predetto “discorso” alla legge 5 febbraio 1934 sulle “corporazioni”. Vi era stata prima “la vigilia della Rivoluzione Fascista - dalla fondazione del primo Fascio di Combattimento alla Marcia su Roma: 23 marzo-28 ottobre 1922. 

 

Ma nella stessa pubblicista fascista del tempo si indulgeva, talora, ad un succedersi di due “ondate” prima della marcia su Roma  e dopo la “sosta d’autunno” imposta a seguito del delitto Matteotti. Il ricorso ad “una seconda ondata” era stato a dire il vero minacciato dallo stesso Mussolini e Farinacci pensava  nel dicenbre del 1924 che era giunto il momento di darvi esecuzione. Non avvenne o non ce ne fu bisogno, almeno nella valutazione fascista del tempo. Il riferimento era ad una seconda ondata “insurrezionale”, ‘violenta’,  che non è da escludere poteva scoppiare se il re avesse “dimesso” Mussolino  a conclusione della crisi aventiniana. Per l’Ercole (op. cit. pag. 232)  «la reiterata minaccia della cosiddetta seconda ondata» sarebbe stata fatta «non tanto dal Duce, quanto da qualcuno dei gerarchi del Partito, specialmente da Farinacci». Nella valutazione Mussoliniana quella seconda ondata sarebbe stata di ridotti effetti, avrebbe colpito soltanto «bersagli fuggenti ed effimeri» ([6]). Tale suprema stroncatura espluse dalla cultura fascista questa classificazione periodizzante, la quale invero tornò in auge presso certa letteratura antifascista del dopo guerra. ([7])

 

In campo cattolico, Gabriele De Rosa ([8])  adotta la data del 3 gennaio 1925 per una svolta di rilievo nella evoluzione del partito fascista: le successive date caratterizzanti sono, per l’insigne storico, il 21-22 aprile 1927 (carta del lavoro); il 1932 (saggio sulla «dottrina del fascismo» elaborato da Mussolini per l’Enciclopedia Italiana); 17 settembre 1943 (appello di Mussolini agli italiani da Monaco di Baviera).

 

Quanto allo storico moderno, per tanti aspetti acuto crtitico di tanti luoghi comuni sul fascismo, Renzo De Felice, il discorso del 3 gennaio 1925 «non costituì per il regime liberale italiano una rottura vera e propria; il regime fascista sarebbe nato sul piano costituzionale solo tra il dicembre 1925 ed  il gennaio 1926 e si sarebbe perfezionato alla fine del 1926». ([9])

 

In campo marxista, imperando per assioma ideologico l’antifascismo è arduo cogliere un obiettivo inquadramento di questa tutto sommato è una pagina ultraventennale della storia d’Italia. Per Ragionieri (cfr. Op. Cit.) trattasi del “fascio della borghesia” giunto al potere il 28 ottobre 1922 (op. cit. pag. 2120) e cacciatone l’8 settembre 1943 (pag. 2357), sia pure con qualche tragico epigono. Una disamina, la sua, di 237 fitte pagine per dar ragione a Palmiro Togliatti che nelle sue Lezioni sul fascismo del 1935 lo aveva definito “regime reazionario di massa”. Nessuna mutazione culturale né evoluzione politica né conversione sociale avrebbero contraddistinto il fascismo.  Solo «un muoversi a tentoni .. nella persistente fedeltà all’obiettivo di fondo.» Intorno alla svolta del 1924-26 - cesura periodicizzante di risalto ai fini della nostra ricerca - Ragionieri è persino, insolitamente, sferzante. «Si può dire - scrive a pag. 2147 - che lo sbocco dittatoriale era nella logica delle cose, nella logica cioè di una ristrutturazione autoritaria della società italiana messa in opera dai centri decisivi del potere economico, finanziario e politico». ([10])

 

Quanto alla storiografia siciliana sul fascismo regionale, le periodizzazioni del Renda sono molto articolate. A proposito della storia siciliana scrive: «il diciottennio 1925-1943, oltre che storia di un regime, fu anche storia della società che quel regime si era scelto o forse aveva subito. [...] Nell’ambito del diciottennio, per un’analisi più puntuale e precisa, appare utile distinguere quattro fasi, ciascuna comprendente gli anni 1925-29, 1929-36, 1936-39, 1939-43.» ([11]) Il 1929 viene preso come anno di demarcazione vuoi per il  rinnovo del parlamento (piuttosto punitivo nei confronti dei siciliani), vuoi per il concordato, punto di agglutamento intorno al fascismo di consensi episcopali della chiesa siciliana. L’anno 1936 viene ritenuto quello in cui «il fascismo era apparentemente al suo massimo fulgore» (pag. 378). Il 2 gennaio 1940 viene varata la legge contro il latifondo «accompagnata da gran clamore propagandistico [non senza] scoperte intenzioni di demagogia sociale] (pag. 401). 

 

Il Lupo, ([12]) un affermato esponente della scuola storica catanese, vuole la vicenda del fascismo siciliano come “utopia totalitaria”. Teorizza un’iniziale «(breve) trionfo della borghesia» coagulantesi attorno, ma non solo, a Gabriele Carnazza, l’industriale catanese divenuto ministro dei Lavori pubblici nel primo governo Mussolini. Sottolinea che «con la traumatica liquidazione di Cucco, Carnazza e Crisafulli-Mondio, tra il 1927 e il 1929, il regime entra nella sua fase matura. [ ...] Il regime totalitario a lungo vagheggiato si definiva come uno Stato amministrativo che inglobava le istanze del partito, in periferia ancor più che al centro, all’interno di un meccanismo integrato e verticale dove le autonomie  e i conflitti del politico venivano considerati quali inammissibili residui del passato, delegittimati come beghismi, personalismi, espressione di interessi incoffessabili» (v. pag. 429). Un “totalitarismo”, dunque che a partire dal 1927-1929 viene messo “alla prova” fino al 1939, quando esplode «l’ultima impennata del radicalismo fascista», «popolare la campagna» con «un esperimento di ‘ingegneria sociale», cioè a dire «assalto al latifondo».

 

*  *  *

 

Il segmento temporale (1926-1931) che a noi interessa per la nostra ricerca di microstoria comunale esula, ad evidenza, dalle precedenti cesure periodizzanti. Non è però in frizione; anzi, sotto vari aspetti, vi si inquadra piuttosto significativamente, soprattuto sotto l’aspetto dell’aggancio alla dinamica storica nazionale che delitto Matteotti (10 giugno 1924), «aventino», “sosta estiva-autunnale”, discorso del 3 gennaio 1925 e tutta la legislazione istauratrice dello Stato fascista del 1925 scandiscono in termini di salto qualitativo e di cambiamento per tanti versi irreversibile. Si attaglia al 1926 il motto “incipit novus ordo” che poteva leggersi sotto una statua di Mussolini sita nell’androne del palazzo comunale di Racalmuto. Il 1926 è, invero, l’anno della radiazione dal parlamento degli «aventiniani»; dell’ulteriore dilatazione dei poteri del governo  a scapito del parlamento (legge 31 gennaio 1926 sulle «attribuzioni e prerogative del capo del governo primo ministro segretario di Stato»);  del varo della legge del 3 aprile 1926 e del regolamento del 1° luglio 1926 che vietarono lo sciopero e la serrata, istituirono la magistratura del lavoro ed elevarono ed elevarono i sindacati dei datori di lavoro  e dei lavoratori ad organi indiretti  della pubblica amministrazione, di quella riforma, cioè, che - ad usare il linguaggio del tempo “seppellisce lo Stato demoliberale, agnostico di fronte al fenomeno sindacale e crea lo Stato sindacale-corporativo” ([13]) L’anno 1926 è soprattutto l’anno del Regio decreto-legge 3 settembre 1926, n. 1919, «concernente l’estensione dell’ordinamento podestarile a tutti i comuni del Regno». Racalmuto, il paese dei notabili ottocenteschi in lotta fra loro per la conquista del Comune, il centro zolfataro con l’influente ‘lega’ che consentiva  ad un proprio capo-popolo uno scanno al Consiglio comunale, il luogo di ambigue affinità elettorali tra conventicole agrarie e clericali a sfondo vagamente mafioso, il fertile territtorio per clientelari votazioni ‘trasformistiche’ ma anche - bisogna dirlo - l’agone per affinamenti sociali, per prese di coscienza politica, per lotte di redenzione civica, quella Racalmuto, dunque,  finiva con un suggello legale da Gazzetta Ufficiale. Non si sarebbbe votato più (fino al 1946) neppure nei circoli, per le elezioni di cariche sociali. Solo un paio di “referendum” (solo sì oppure no) - e Racalmuto dirà sì al 100% - nel 1929  e nel 1934.

 

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Il 1931 viene assunto come dies ad quem scadendo il quinquennio della carica podestarile ai sensi dell’art. 2 della legge 4 febbraio 1926, n.° 237. Sul piano politico, va registrato che sino al 1931 vi era una certa discrezionalità quanto ad adesione dei ceti impiegatizi e dirigenti al P.N.F. Con una serie di dereti del 1932-33 stabilì l’obbligo dell’iscrizione al P.N.F. per chiunque volesse partecipare ai concorsi per impieghi pubblici  di qualsiasi genere o per impieghi nelle amministrazioni locali e in istituti parastatali. Anche per le libere professioni o per la magistratura l’iscrizione al partito divenne di fatto necessario. Nel 1931 scoppiò  - ma subito si esaurì - la nota controversia tra chiesa e fascismo sull’autonomia dell’Azione cattolica, che a Racalmuto aveva una sua significativa presenza. Il contrasto si concluse con piena soddisfazione del Vaticano.  Qualche storico (Ragionieri, op. cit. pag. 2223) reputa responsabile dell’incidente Giovanni Giuriati, nominato segretario del PNF l’8ottobre 1930.  Egli, in effetti, cercò di rintuzzare la crescente forza organizzativa e politica dell’Azione cattolica. Pare che abbia esagerato e da qui la sua breve permanenza alla segreteria del PNF. Nel dicembre del 1931 veniva sostituito con l’ancor oggi notorio Achille Starace. Con Starace la fisionomia del PNF cambia vistosamente. Gli effetti si registreranno anche nella lontana e periferica Racalmuto. Se prima, non si poteva essere antifascisti, ma essere ‘indifferenti al Regime’ - come recitavano le carte degli schedari della polizia - era in definitiva tollerato, ora occerreva anche un ‘consenso’ come dire, ope legis. Ciò vale a livello nazionale; ciò vale anche sul piano locale. Chiudere il segmento nel 1931 per la storia del fascismo racalmutese ha dunque una sua validità, anche sotto questo aspetto. Si pensi che il vecchio arciprete di Racalmuto amava negli anni ‘50 raffigurarsi come un  eroe per avere vissuto - ed a suo dire ‘combattuto’ - la persecuzione fascista contro l’Azione cattolica. ([14]).

Le cadenze temporali della microstoria racalmutese sono invero alquanto sfasate rispetto al corso politico nazionale di quel periodo.

Il 24 gennaio 1924 ([15]), con lo scioglimento del consiglio comunale eletto nel 1920, si chiude l’era dei sindaci del vecchio stato democratico. Subentra,  un periodo di transizione con un rapido succedersi di commissari straordinari (ben tre: Ernrico Sindico; avv. Salvatore Burruano e Salvatore Curatola). Nel 1926 inzia l’epoca fascista vera e propria, quanto all’ammonistrazione comunale),  che s’impersona nella figura del farmacista dott. Enrico Macaluso per un decennio.

Per un scandalo a carattere sessuale, il dott. Macaluso è costretto a dimettersi il 18 maggio 1936 ([16]). Gli succede un suo fedelissimo, il prof. Giuseppe Mattina fu Gaetano che dura, praticamente, fino all’inizio della guerra. I tempi del fascismo racalmutese sono in effetti cinque:

1°) la vigilia fascista che si chiude con l’estromissione governativa degli amministratori demo-liberali del 1924;

2°) il periodo di transizione che cessa, nel marzo del 1927, con la nomina a primo podestà del dott. Enrico Macaluso;

3°) il decennio del podestà Macaluso che si conclude nel 1936;

4°) la successione del prof. Mattina, che di fatto tiene la carica sino all’entrata in guerra nel 1940;

5°) il periodo della guerra sino al 17 luglio 1943, giorno dell’entrata a Racalmuto dell’esercito americano.([17])

 

 

Racalmuto prefascista

 

Dal 1860 al 1923, Racalmuto è un centro minerario ed agricolo totalmente dominato da alcune famiglie medio-borghesi qualcuna delle quali cerca di accreditare titoli persino nobiliari. I Tulumello, ad esempio, vantavano il fregio baronale, ma si era trattato dell’astuta acquisizione di due terzi del feudo di Gibillini da parte di un prete loro antenato, piuttosto traffichino, tra il Settecento e l’Ottocento, in piena soppressione dei diritti feudali. I Tulumello, già ricchi per il possesso di vaste terre a Villanova, tra Racalmuto e Montedoro, locupletarono molto con le miniere di zolfo nello scorcio finale del secolo scorso. Soppiantarono i concorrenti ottimati dei Matrona e dei Savatteri e si insediarono nella sindacatura locale praticamente per un ventennio, dal 1889 al 1909. Intorno al 1909 ebbero rovesci finanziari, decaddero economicamente e sparirarono dalla scena politica locale. Subentrarono nella gestione della cosa pubblica avvocati e medici appartenenti a famiglie borghesi che avevano fatto fortuna con lo zolfo. Per un settantennio erano stati dunque gli ottimati locali, i cosiddetti “galantuomini”, con la loro boria di nuovi ricchi a dominare lo scenario politico racalmutese, con le loro beghe, le loro risse, le loro clientele. Col 1924 tutto ciò scompare e può dirsi definitivamente, visto che dopo il 1943 la storia dei locali sindaci ha altre peculiarità, profondamente intrisa degli umori delle masse, in termini, cioè a dire, di moderna domocrazia popolare. Con 1926, si affaccia e - come si dirà - trova consensi di massa la figura del podestà della riforma fascista.

 

Racalmuto si consegna alla gestione podestarile con una fisionomia economica e sociale segnata da turbolenza sociali, specie tra gli zolfatai. Sono gli zolfatai che hanno una più avvertita coscienza sociale ed è appunto fra loro che sorge a Racalmuto il primo nucleo fascista. Ne sono animatori gli avvocati Agostino Puma e Salvatore Burruano. L’11 dicembre 1922 il prefetto di Girgenti (poi Agrigento) il dott. Raffaele Rocco ([18]) partecipa al Ministro degli Interni che l’associazione «Racalmuto - Lega di miglioramento fra zolfatai» aveva pochi giorni prima cambiato titolo in «Sindacato Nazionale Zolfatai» aderendo al fascismo. ([19]) Siamo, come si vede, a pochi giorni dalla “marcia su Roma”: avvedutezza degli zolfatai (la cui loro lega risaliva ai Fasci ed era stata dominata dal socialista Vella) o opportunismo di due giovani avvocati appartenenti alle famiglie emergenti di Racalmuto? Non è facile rispondere, ma entrambe le cose sono plausibili. Una sezione fascista - la prima - risulta costituita a Racalmuto il 26 dicembre 1926. ([20])

 

Racalmuto si affacia al secolo XX con connotati che possiamo cogliere dall’Annuario d’Italia - Calendario generale del Regno” del 1896 pag. 318 e segg. «Mandamento di Racalmuto - Comuni 2 - Popolazione 22.648, Tribunale, Conservatorie delle ipoteche e Ufficio metrico in Girgenti, Ufficio di P.S. e Uff. Reg. In Racalmuto. Magazzino Privative e Agenzia delle imposte a Canicattì - Racalmuto - Collegio elettorale di Canicattì, diocesi di Girgenti. Ab. 13.434 Sup. Ett. 4.237 - Alt. Su livello del mare m. 460 - Grosso borgo, fabbricato sulla sinistra di un affluente del Platani. Corsi d’acqua: un affluente del Platani. Prodotti: cereali, viti, olivi, frutta. Miniere: Miniere di zolfo greggio e varie miniere di salgemma. Fiere: ultima Domenica di maggio (bestiame e merci). Sindaco: Tulumello barone Luigi. Segret. Comunale: Rao Liborio. - Agenti di assicurazione: Macaluso Vincenzo (Venezia), Rao Liborio. Albergatori: Martorana Alfonso - Valenti Giuseppe. Bestiame: (negoz.) Borsellino Calogero - Borselino Giovanni - Pavia Giulio - Piazza Gio. E Giuseppe. Caffettieri: Esposto Pio; Farrauto Gioacchino; ved. Licata. Cappelli (negoz.): Conigliaro Francesco - Martorana Nicolò. Cereali: (negoz.) Bartolotta Giuseppe - Bartolotta Salvatore - Bartolotta Nicolò - Scimè Salvatore - Nalbone F.lli. Cordami: (fabbric.) Greco Salvatore - Scimè Salvatore. Farine: (negoz.) Falcone Gioacchino - Geraci Calogero - Scimè Gregorio - Scimè Alfonso - Scimè Pasquale - Schillaci Ventura - Taibbi Gioacchino. Ferro: (negoz.) Cutaia Luigi - Macaluso Salvatore. Formaggi: (negoz.) Denaro Calogero - Denaro F.lli - Giuffrida Gaetana - Iovane Antonio. Legnami: (negoz.) Macaluso Francesco - Macaluso Salvatore - Napoli Carmelo - Cutaia Luigi. Merciai: Alessi Salvatore - Di Rosa Giuseppe. Miniere di salgemma: (eserc.) Bartolotta Giuseppe - Denaro Giovanni - Lauricella Nicolò - Licata Salvatore. Miniere di zolfo: (eserc.) Argento Michelangelo - Argento Santo - Bartolotta Diego - Bonomo Giuseppe e Figli - Brucculeri Michelangelo - Buscarino Pietro - Cavallaro Giuseppe - Cavallaro Luigi - Cino Calogero - Cutaia Salvatore - Farrauto cav. Alfonso - Farrauto Francesco - Franco Gaspare - La Rocca Salvatore - Liotta Calogero - Lo Jacono Vincenzo - Macaluso Stefano di Calogero - Macaluso Stefano di Francesco - Mantia Giuseppe - Mantia Michele - Mantia Salvatore - Martorana Salvatore - Martorana Vincenzo - Matrona comm. Gaspare - Matrona cav. Paolino - Matrona cav. Michele - Matrona Napoleone - Messana Calogero - Morreale Carmelo - Munisteri Pinò Nicolò - Picone Salvatore - Puma Carmelo - Romano Calogero fu Luigi - Romano Giuseppe - Romano dott. Salvatore - Salvo Giuseppe - Schillaci Diego - Schillaci Giuseppe - Schillaci Pietro - Schillaci Ventura F.lli - Sciascia Leonardo - Scibetta Diego - Scibetta avv. Giuseppe e F.lli - Scimè Pasquale - Sferlazza Salvatore e Figli - Tinebra Luigi - Tinebra Salvatore; Serafino; Vincenzo - Tulumello Arcangelo - Tulumello b.ni Luigi - Tulumello Nicolò - Tulumello Salvatore - Vella Antonio e Volpe Calogero. Mode: (negoz.) Conigliaro F. - Molini: (eserc.) Burruano Giuseppe - Falcone Gioacchino - Farrauto Salvatore - Palermo Nicolò - Scimè Pasquale - Scimè Sferlazza Salvatore. Molini (a vapore) : (eserc.) Alfano Giuseppe - Farruggia Gerlando - Grillo e Picataggi - Scimè Arnone Giuseppe. Olio d’oliva: Cinquemani Alfonso - Cinquemani Dom. - Cinquemani Salvatore - Leone Diego - Licata Salvatore - Liotta Pietro e Patti Leonardo. Panettieri: Genova Pietro - Rizzo Nicolò - Romano Ignazio. Paste alimentari: (fabbric.) Franco Vincenzo - Giudice Nicolò - La Rocca Francesco - La Rocca ved. Carmela - Mattina Salvatore - Mattina Vincenzo - Picataggi Federico (a vapore) - Pitruzzella Angelo; Diego. Pellami: (neg.) Alessi Salvatore. Pizzicagnoli: Denaro Salvatore - Iovane Antonio. Sommacco :(negoz.) Denaro Giovanni - Flavia Giuseppe - Grillo Raffaele - Mantia Giuseppe - Martorana Luigi - Mendola Calogero - Pantalone Giosafatte. Tessuti: (negoz.) Collura Salvatore - Franco Gaspare - Petruzzella G.B. - Puma Gerlando - Romano Calogero - Scibetta Giuseppe. Vini: (negoz. Ingrosso) Mazttina Carmelo - Mendola Santo - Puma Giov. - Puma  Michelangelo - Salvo Giuseppe - Taverna Carmelo - Zaffuto Angelo. Professioni: Agrimensori: Amato Calogero. Agronomi: Busuito Alfonso Falletta Luigi - Grisafi Calogero - Terrana Giuseppe. Farmacisti: Baeri Angelo - Cavallaro Giuseppe - Scibetta Luigi - Presti Cesare - Romano Giuseppe - Tulumello Salvatore.  Medici-chirurghi: Bartolotta Giuseppe - Burruano Francesco - Busuito Luigi - Busuito Giuseppe - Busuito Salvatore - Cavallaro Erminio - Falletta Gaetano - Romano Salvatore - Scibetta-Troisi Alfonso - Scibetta-Troisi Diego - Macaluso Luigi. Notai:  Alaimo Michelangelo - Gaglio Ferdinando - Vassallo Giuseppe Antonio.

 

Il quadro economiche che se ne trae è molto variegato ed esplicativo. Oltre 63  esercenti di miniere di zolfo (per converso solo  4 esercenti di miniere di salgemma) attestano l’importanza del settore. L’agricoltura è piuttosto fiorente: 5 grossisti in cereali; 7 spacci di farine; 6 molini e 4 a vapore; paste alimentari e pane vengono smerciati in vari punti di vendita; opera anche un pastificio a vapore; 7 commercianti all’ingrosso in vino; 7 grossisti di sommacco; 7 grossisti di olio di oliva. Il secondario, in un centro effervescente per occupazione industriale e per sviluppo agricolo, è congruo: negozi di ferro, di pellami, di legname, di cordami non mancano; e poi merciai ed empori di mode, di tessuti, di cappelli; quindi trovano lavoro i caffettieri (ben tre). La pastorizia è discreta: negozi di formaggio e  quattro macelleria lo comprovano. Nutrita la serie dei professionisti: diversi agrimensori ed agronomi, segno della rilevanza della proprietà terriera; tre notai (di cui solo uno veramente racalmutese); stranamente i tanti avvocati del tempo non ci vengono segnalati; e poi tanti (troppi) medici (ma  molti sono fra loro strettisimi parenti ed è da pensare che la laurea fosse più un orpello che lo studio propedeutico ad una effettiva professione medica). Il quadro ‘borghese’, “agrario” ed il profilo degli esercenti di miniere di zolfo - che un ruolo avranno nell’avvento del fascismo a Racalmuto - sono ben delineati a decifrare fra i cognomi delle famiglie che figurano le arti ed i mestieri. Destinati ad uno squallido tramonto le tre famiglie in qualche modo titolate: i Tulumello, i Matrona ed i Farrauto; presenti nell’agone politico prefascista i vari Cavallaro, Bartolotta, Scimé, Baeri, Mantia, Vella,   etc. E’ arduo rinvenirvi i ceppi d’origine di quelle che saranno le figure dominanti del fascismo: Giovanni  Agrò, il dott. Enrico Macaluso, il prof. Giuseppe Mattina di Gaetano, il maestro Macaluso, Antonio Restivo: una rotazione dirigenziale, in senso popolare, il fascismo a Racalmuto senza dubbio finì col determinarla, una sorta di redenzione sociale delle classi meno abbienti, una retrocessione dalle funzioni pubbliche dei ‘galantuomini’ racalmutesi dell’Ottocento. 

 

Luigi Pirandello ne I vecchi e i giovani ([21] accenna alle condizioni - avvilentissime - dei ceti infimi racalmutesi. Vi include ovviamente gli zolfatai. Triste la sorte dei ‘mafiosi’ incastrati dalla giustizia: miseranda la vita delle loro donne.

«..s’affollavano storditi i paesani zotici di Grotte o di Favara, di Racalmuto o di Raffadali  o di Montaperto, solfaraj e contadini, la maggior parte, dalle facce terrigne e arsicce, dagli occhi lupigni, vestiti dei grevi abiti di festa di panno turchino con berrette di strana foggia: a cono, di velluto; a calza, di cotone; o padavovane; con cerchietti o cateneccetti d’oro agli orecchi; venuti per testimoniare o per assistere i parenti carcerati. Parlavano tutti con cupi suoni gutturali o con aperte pretratte interjezioni. Il lastricato della strada schizzava faville al cupo fracasso dei loro scarponi imbullettati, di cuojo grezzo, erti, massicci e scivolosi. E avevan seco le loro donne, madri e mogli e figlie e sorelle, dagli occhi spauriti o lampeggianti d’un’ansietà torbida e schiva, vestite di baracane, avvolte nelle brevi mantelline di panno, bianche o nere, col fazzoletto dai vivaci colori in capo, annodato sotto il mento, alcune coi lobi degli orecchi strappati dal peso degli orecchini a cerchio, a pendagli, a lagrimoni; altre vestite di nero e con gli occhi e le guance bruciati dal pianto, parenti di qualche assassinato. Fra queste, quand’eran sole, s’aggirava occhiuta e obliqua qualche vecchia mezzana a tentar le più giovani e appariscenti che avvampavano per l’onta e che pur non di meno tavolta cedevano ed eran condotte, oppresse di angoscia e tremanti, a fare abbandono del proprio corpo, senz’alcun loro piacere, per non ritornare al paese a mani vuote, per comperare ai figlioli lontani, orfani, un pajo di scarpette, una vesticciuola.»

 

Forse un tantinello oleografica, ma pur sempre molto pertinente, la raffigarazione che Nino Savarese ([22]) fa delle zolfare e dei zolfatai che ben si attaglia alla Racalmuto dell’avvento fascista. «I fazzoletti di seta sgargiantissimi, i pantaloni a campana, gli scarpini di pelle lucida con lo  scricchiolìo, il berretto sulle ventitre e il grumoletto giallo dei semprevivi all’occhiello, sono distintivi della classe zolfilfera, non solo ignorati, ma ironizzati, dalla gente di campagna. Dopo di essere stati mezzo nudi come selvaggi, grondanti sudore anche di pieno inverno, nelle gallerie e nei pozzi afosi o sotto il peso delle corbe nei trasporti, per i quali spesso non esistono mezzi animali o meccanici, quelle vistose gale sono come una rivincita, una specie di commemorazione domenicale, di fatto, non tanto naturale e prevedibile, di essere ancora in vita e con le tasche piene di danaro  ben guadagnato. E fra i proprietari e dirigenti di zolfare e proprietari di terre, c’è ancora, una netta distinzione di modi, di vita, di gusti e persino una certa differenza nel linguaggio: gli uni sempre intenti a tentare nuove avventure di pozzi e di gallerie, con l’animo sospeso sulle incognite degli abissi e degli improvvisi disastri dei crolli e del grisù, gli altri con gli occhi pacificamente rivolti al cielo a scrutare i cambiamenti del tempo. [...] L’isola è ancora ricchissima di zolfo. Specie nella parte centrale, le miniere, in certe contrade, si seguono a brevissima distanza.

«Dalla profondità delle loro viscere esse hanno mandato ricchezze enormi: intere generazioni di padroni vi si sono arricchite; intere generazioni di operai vi hanno logorato la loro esistenza, ed eccole che fumano ancora, che è il loro modo di dire che esistono, che producono ancora e vogliono nuove braccia e nuovi sacrifici, in cambio di nuove promesse di ricchezza e di felicità! La fumata di una miniera altera le linee del paesaggio di una contrada, come per l’avvertimento che, in quel punto, la terra si sta consumando in una dissoluzione e in uno struggimento innaturali: c’è qualcosa che richiama la vampata di un incendio o di un disastro irreparabile. Non vedi le poche colonnine di fumo delle ciminiere di una fabbrica, le quali hanno sempre qualche cosa di simmetrico e di preordinato, ma centinaia di colonne di fumo che salgono, ora altissime, ora basse, ora a larghe volute come veli di nebbia densa e giallastra. [...]

«I molli pascoli, gli orti grassi, le vigne sembrano girare al largo da questi luoghidove la terra si è resa maledettamente infeconda.  [...]

«Qua e là, tra le distese grige del tufo e i mucchi rossastri dei detriti della fusione, sbocciano improvvisamente come grandi fiori gialli, i mucchi dello zolfo già fuso ed accatastato, pronto per essere spedito. Queste cataste vengono fatte in prossimità dei forni e dei calcheroni, che sono i luoghi della fusione; a sistema moderno, i primi, a modo antico, i secondi. I calcheroni, mucchi di minerale più minuto, a cono, sembrano piccolissimi vulcani a catena; i forni, piatte costruzioni in muratura hanno nell’interno la forma di botti da vino, col mezzule e la spina e l’ampio cocchiume aperto, dal quale, per certi soppalchi praticabili, viene versato il mineralegrezzo. Lo zolfo, acceso all’interno, filtra attraverso i residui che non fondono, e viene fuori dalla spina, in un liquido scuro, ancora denso, sfrigolante di fiammelle azzurrognole, tra vapori acri ed irrespirabili. Le operazioni che si vedono in una miniera sembrano allora quelle di una vendemmia diabolica condotta nel centro della terra, e questo il vino di Mefistofele!

«Di notte la miniera è appena segnata da grappoli di lampadine. Ma nel suo grembo infuocato il lavoro non si arresta nemmeno durante la notte. Squadre di minatori non lasciano il piccone. Si suda ancora e si impreca mentre nelle campagne intorno, i lumi delle casette campestri si spensero assai per tempo, e i contadini aspettano il nuovo soleper riprendere la loro fatica. E i campanacci dei bovi e delle pecore levano sui campi silenziosi il loro suono di pace e di tranquillità.»

 

Quanto al contrasto contadini-zolfatai che affiora dalla pagina di Savarese, per Racalmuto dovremmo fare un qualche distinguo se già nel lontano 1885 il pretore locale così riferiva alla Giunta per l’Inchiesta Agraria sulle condizioni della classe agricola ([23]): «Il contadino di questi luoghi non è un servo della gleba, non è scarsamente pagato come in altri luoghi: se non gli è ben pagato il suo lavorosui campi, trova sicuro lavoro e ben retribuito nelle miniere e perciò non è misero, ha di che vivere e può mantenere la sua famiglia [...], veri contadini, individui che attendono esclusivamente alla cultura dei campi, non ve ne sono: lavorano alternativamente, ora in miniera di zolfo, ora nei campi.»

L. Hamilton Caico, l’irrequita moglie di uno dei membri dell’importante famiglia Caico di Montedoro (paese finitimo con Racalmuto), commentando vicende e costumi di un paese agricolo-minerario attorno al primo decennio del secolo, in pieno riferimento, quindi, al centro che qui interessa, scriveva: «Il lavoro al quale il piconiere è sottoposto corrode e disgrega la sua personalità, fino alla perdita totale di ogni senso morale. Imbroglia e deruba il pur severo sorvegliante, durante il lavoro della miniera; e quando rientra in paese, non fa altro che bere e gioca d’azzardo, sperperando così tutto quello che ha guadagnato durante la settimana [...]. E’ rispettoso e sottomesso ai superiori durante le ore di lavoro, ma appena ritorna in paese diventa prepotente e litigioso, con un atteggiamento sprezzantee provocatorio [...]. E i carusi? Le infelici creature vengono ingaggiate per lavorare all’aperto non appena compiono dieci anni e, quando hanno compiuto i quattordici anni, per lavorare dentro la miniera [...] questo genere di vita li predispone al rachitismo e alla deformità e, moralmente, sopprime in essi ogni istinto di umana bontà, poiché crescono avendo a loro modello i piconieri, anzi con un più completo e generale disfacimento della dignità umana [...], mentre nell’animo nascono e crescono istinti violenti di ribellione e di malvagità, i sensi di un odio inconscio, le tendenze più perverse.» ([24])

Gli zolfatai di Racalmuto furono politicamente e sindacalmente vivaci. Abbiamo visto come subito passarono al fascismo, ma con un ribellismo sindacale che fu domato molto tardi dallo stesso fascismo. Ancora, nel 1931, osavano scioperare per contestare la riduzione della paga unilaterlmente decisa dagli esercenti. ([25]) Prima di tale - sospetta - conversione al fascismo, erano stati socialisti sotto l’egida di una strana figura d’avvocato locale, Vincenzo Vella, figura che illustreremo dopo. Non crediamo proprio che avessero gradito lo sproloquio moralistico che ebbe a propinargli un noto socialista dell’epoca, il geom. Domenico Saieva. Costui, organizzatore di minatori a Favara fra fine secolo ed i primi del ‘900, in un comizio agli zolfatai di Racalmuto del 12 marzo 1905 redarguiva i locali zolfatai in questi termini: «Io ho sentito il dovere di dirvi ... che se volete andare avanti occorre educarvi, abbandonare il vizio, le bettole e dare una contingente inferiore alla criminalità [...] le statistiche criminali parlano chiaro e fanno spavento [..]. Ignoranti, viziosi e disorganizzati come siete oggi, vivrete sempre nella più orribile abiezione morale ed economica [..].» ([26])

Quanto alla vexata quaestio dei carusi, il moralismo era antico, ma in fondo cinico. Richeggiano le scriteriate parole che un sindaco di Racalmuto, Gaspare Matrona, tanto conclamato da Leonardo Sciascia, ebbe a pronunciare nel 1875 davanti alla Giunta per l’Inchiesa sulla Sicilia: «A domanda: E l’affare fanciulli nelle zofare? Risponde: E’ questione grave, ci è l’umanità da una parte e l’interesse economico dall’altra. A domanda: Produce danni fisici e morali: Risponde Non quanto si crede. Per le zolfare credo che ci vorrebbe una specie di consorzio. Qui la proprietà è divisa. Tutti siamo nella commodità generale. Per togliere l’acqua occorrerebbe potersi avvalere per costruzione di acquedotto dei terreni sottostanti; una specie di servitù di acquedotto o meglio consorzio.» ([27])

 

Racalmuto si consegnava al fascismo dopo una freneteca corsa allo zolfo. Un indice è quello demografico che è bene qui segnare:

Abitanti di Racalmuto

Anno
N.ro abit.
Indici 1825 =100
1825
7.170
100
1831
7.806
108,87
1852
9.030
125,94
1869
12.252
170,88
1894
13.384
186,67
1901
16.029
223,56
1911
14.398
200,81
1921
13.045
181,94
1931
14.044
195,87
1936
13.061
182,16
1951
12.623
176,05
1961
11.293
157,50
1980
10.000
139,47


In  quasi un secolo, dal 1861 al 1951, i quozienti medi annui dell’incremento totale, di quello naturale ed il saldo emigratorio sono stati:

Comune di Racalmuto

 
 
 
 
 
 
 
 
Periodi
 
Incremento totale
incremento naturale
saldo migratorio
1861 -1 871
3,6
8,86
-5,26
1871 - 1881
20
18,43
1,55
1881 - 1901
09,65
13,26
-4,64
1901 - 1911
-10,8
11,32
-22,12
1911 - 1921
-14,6
4,19
-18,79
1921 - 1931
11,4
9,93
1,47
1931 - 1951
-06,72
9,97
-16,69


 

Nel periodo 1861-1871 l’incremento totale della popolazione è inferiore a quello naturale, il che comporta una emigrazione netta del 5,26 per mille; in quello successivo tra il 1871 ed il 1881 il saldo migratorio s’inverte ed abbiamo una immigrazione netta dell’1,55 per mille; dopo l’emigrazione prende il sopravvento e nel periodo 1881-1901 è del 4,64 per mille, nel decennio successivo di ben il 22,12 per mille e tra il 1911 ed il 1921 è ancora del 18,79 per mille; dopo - nel primo decennio fascista - abbiamo un’inversione di tendenza: il flusso diviene immigratorio per l’1,47 per mille; quindi il flusso emigratorio riprende il sopravvento ( 16,69 per mille nel ventennio 1931-1951). ([28])

Rispetto alla provincia di Agrigento, lo sviluppo demografico di Racalmuto ha avuto il seguente andamento:

Anno
abit. Racalmuto (A)
N.ro ind.
 (B).
abitanti prov. Ag. (C)
N.ro ind.
 (D)
Rapporto %
A/C
Rapporto % B/D
1901
16.029
100
371.638
100
4,313
100
1911
14.398
89,825
393.804
105,96
3,656
84,77
1921
13.045
90,603
369.856
93,92
3,527
96,47
1931
14.044
107,658
398.886
107,85
3,521
99,82
1936
13.061
93,001
407.759
102,22
3,203
90,98
1951
12.623
96,647
461.660
113,22
2,734
85,36
1961
11.293
89,464
447.458
96,92
2,524
92,30
1980
10.000
88,550
449.699
100,50
2,224
88,11

 

Rispetto al territorio del’intera provincia di Agrigento, la popolazione di Racalmuto scema sempre più d’importanza passando dal 4,313% del 1901 al 2,224% dei tempi d’oggi: un vero dimezzamento d’importanza.  Eugenio Napoleone Messana ([29], uno storico locale degli anni sessanta, da prendersi molto con le pinze, è alquanto malizioso quando scrive: «Osservando i dati dell’Istituto Centrale di statistica [...] balza evidente una crescente flessione demografica dal 1936 al 1961». Quasi si trattasse di un fenomeno inziato in pieno fascismo. Era invece, come abbiamo visto, un deflusso che affondava le radici alla fine dell’Ottocento.

 

La lezione di Leonardo Sciascia e la storia del fascismo racalmutese.

 

Scrive in Occhio di Capra,  Leonardo Sciascia, il grande scrittore che a Racalmuto è nato: «Isola nell’isola, ...la mia terra, la mia Sicilia, è Racalmuto.. E si può fare un lungo discorso su questa specie di sistema di isole nell’isola: l’isola-vallo  .. dentro l’isola Sicilia, l’isola-provincia dentro l’isola-vallo, l’isola paese, dentro l’isola-provincia, l’isola-famiglia dentro l’isola-paese, l’isola-individuo dentro l’isola-famiglia ...». I ricercatori di storia locale non si mostrano però tutti d’accordo. Annota, ad esempio, uno di loro: «Se il passo ha un valore metafisico, filosofico, di incomunicabilità esistenzialistica, non oso addentrarmici, ma se vuol essere nota storica su Racalmuto, ebbene mi pare proprio inattendibile. Racalmuto  è solo uno scisto della storia ma questa tutta quanta vi si riverbera.» ([30]) Quanto a storia fascista, ci pare che bisogna dar prorio ragione più ai locali ricercatori che a Sciascia.

 Leonardo Sciascia, nato nel 1921, qualche sapida nota sul fascismo racalmutese, qua e là, ce la fornisce. Affermatosi come scrittore alla fine degli anni cinquanta, si professa antifascista ed il suo rievocare non è quindi contrassegnato da obiettività. Bisogna depurare, ma alla fine un nucleo di verità emerge.

Qualche volta accenna al consenso delle masse al fascismo e può cogliersi un riferimento a Racalmuto, ove trascorse infanzia e giovinezza ed ebbe a frequentare  con devozione quasi filiale la famiglia di una sua zia materna, famiglia di spicco nel fascismo locale.

Si riferisce a Brancati ventenne, ma in sostanza od anche a se stesso e quindi a Racalmuto, in questo passo molto efficace ([31]): «Nato nel 1907 ... aveva dodici anni al momento in cui Mussolini fondava i fasci (di combattimento: parola che è mancata, negli anni nostri, alla pur possibile resurrezione del fascismo, d in fascismo) e quindici quando i fasci marciavano su Roma; tra adolescenza e giovinezza visse, come noi tra infanzia e adolescenza, quello che lo storico chiama “gli anni del consenso”: un consenso che, pieno e fervido nella classe borghese (e specialmente nella piccola ed infima, poiché mai lo stipendio del travet, del questurino, del maestro di scuola, è stato come allora sufficiente in rapporto al bisogno e a quel tanto di superfluo - pochissimo - cui si poteva limitatamente accedere), arrivava alla classe operaia , cui la “carta del lavoro” aveva dato, un po' in concreto un po’ d’illusione, quel che decenni di lotte sindacali e socialiste non avevano ottenuto. E c’erano le parole, che dal Poeta erano passate al regime: eroiche, solenni, vibranti. E l’adunarsi, l’aggregarsi: insopprimibile istanza giovanile oggi d’altro squallore. E i riti. Tutto era allora fascismo, insomma, intorno ad un uomo di vent’anni. E perché un uomo di vent’anni cominciasse a non sentirsi fascista, a detestare quelle parole, quei riti, quella violenza, quella unanimità, occorreva insorgesseuna strana quanto benefica mancanza di  rispetto”: verso i padri, le madri, i parenti tutti, le autorità tutte, la scuola, il Poeta, la Chiesa. Sicché, paradossalmente, il guadagnare buona salute d’intelligenza, di giudizio, finiva col riscuotere una condizione di malattia: l’isolamento (alla mercé dei delatori, anche fisico), la solitudine, l’esilio»

 

Sui rapporti tra fascismo e mafia, pubblicava, in quei tempi, un articolo sul Corriere della Sera, destinato a suscitare un vespaio polemico, ancora oggi non sopito. Vi riecheggiano i precedenti moralismi a sfondo storico. Commentando un lavoro  di Christopher Duggan ([32]) «L’idea, - scrive Sciascia - e  il conseguente comportamento, che il primo fascismo ebbe nei riguardi della mafia, si può riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo stenta a sorgerelà dove il socialismo è debole; in Sicilia la mafia ha impedito che il socialismo prendesse forza: la mafia è già fascismo. Idea non infondata, evidentemente: solo che occorreva incorporare la mafia nel fascismo vero e proprio. Ma la mafia era anche, come il fascismo, altre cose. E tra le altre cose che il fascismo era, un corso di un certo vigore aveva l’istanza  rivoluzionaria degli ex combattenti , dei giovani che dal partito nazionalista di federzoni per osmosi quasi naturale passavano al fascismo o al fascismo  trasmigravano non dismettendo del tutto vagheggiamenti socialisti ed anarchici: sparute minoranze, in Sicilia; ma che, prima facilmente conculcate, nell’invigorirsi del fascismo nelle regioni settentrionali  e nella permissività e protezione di cui godeva da parte dei prefetti, dei questori, dei commissari di polizia e di quasi tutte le autorità dello stato; nella paura che incuteva ai vecchi rappresentanti dell’ordine (a quel punto disordine) democratico, avevano assunto un ruolo del tutto sproporzionato al loro numero , un ruolo invadente e temibile. Temibile anche dal fascismo stesso che - nato nel Nord in rispondenza agli interessi degli agrari, industriali e imprenditori di quelle regioni e, almeno in questo, ponendosi in precisa continuità agli interessi “risorgimentali” - volentieri avrebbe fatto a meno di loro per più agevolmente patteggiare con gli agrari siciliani, e quindi con la mafia. E se ne liberò, infatti, appena dopo il delitto Matteotti, consolidatosi nel potere: e ne fu segno definitivo l’arresto di Alfredo Cucco [arresto mai avvenuto, n.d.r.] (figura del fascismo isolano, di linea radical-borghese e progressista, per come Duggan e Mack Smith lo definiscono, che da questo libro ottiene, credo giustamente, quella rivalutazione che vanamente sperò di ottenere dal fascismo, che soltanto durante la repubblica di Salò lo riprese [invero Cucco fu riabilitato nel 1939 divenendo vicesegretario del PNF, subito dopo la caduta in disgrazia di Starace, n.d.r.] e promosse nei suoi ranghi. Nel fascismo arrivato al potere, ormai sicuro e spavaldo, non è che quella specie di sillogismo svanisse del tutto: ma come il fascismo doveva, in Sicilia, liberarsi delle frange “rivoluzionarie” per patteggiare con gli agrari e gli esercenti delle zolfare, costoro dovevano - a garantire al fascismo almeno l’immagine di restauratore dell’ordine pubblico - liberarsi delle frange criminali più inquiete e appariscenti. E non è senza significato che nella lotta condotta da Mori, contro la mafia assumessero ruolo determinante i campieri [...]: che erano, i campieri, le guardie del feudo, prima insostituibili mediatori tra la proprietà fondiaria e la mafia e, al momento della repressione Mori, insostituibile elemento a consentire l’efficienza e l’efficacia del patto. [...] Rimasto inalterato il suo [di Mori] senso del dovere nei riguardi dello stato, che era ormai lo stato fascista, e alimentato questo suo senso del dovere da una simpatia che un conservatore non liberale non poteva non sentire per il conservatorismo, in cui il fascismo andava configurandosi, l’innegabile successo delle sue operazioni repressive (non c’è, nei miei ricordi, un solo arresto effettuato dalle squadre di Mori in provincia di Agrigento che riscuotesse dubbio o disapprovazione nell’opinione pubblica) nascondeva anche il gioco di una fazione fascista conservatrice e di vasto richiamo contro altra che approssimativamente si può dire progressista, e più debole. Sicché se ne può concludere che l’antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile E incontrastabile non perché assiomaticamente incontrastabile era il regime - o non solo: ma perché innegabile appariva la restituzione all’ordine pubblico che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come “mafioso”. Morale che possiamo estrarrre, per così dire, dalla favola (documentatissima) che Duggan ci racconta. E da tener presente: l’antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando.)» ( [33])

Qualche giorno dopo (il 26 gennaio 1987, sempre sul Corriese della Sera), sull’onda della polemica con Scalfari e Pansa, Sciascia ha modo di aggiungere: «Respingere quello che con disprezzo viene chiamato “garantismo” - e che è poi un richiamo alle regole, al diritto, alla Costituzione - come elemento debilitante nella lotta alla mafia, è un errore di incalcolate conseguenze. Non c’è dubbio che il fascismo poteva nell’immediato (e si può anche riconoscere che c’è riuscito) condurre una lotta alla mafia molto più efficace di quella che può condurre la democrazia: ma era appunto il fascismo, al cui potere - se messi alla stretta - alcuni italiani avrebbero preferito che la mafia continuasse a vivere. Dico alcuni: poiché non soltanto per aver letto De Felice so del consenso dei più, ma per preciso e indelebile ricordo. Da ciò è venuta, in certe pagine di Brancati ([34]) la rappresentazione del mafioso buono, del mafioso di ragione - e cioè del mafioso antifascista.» ([35])

In altri tempi e con più serenità, con una sintassi meno labirintica - che stranamente emerge nei passi citati, segno forse del tormentato delinerasi del pensiero - Sciascia ragguagliava sull’epilogo del fascismo, scrivendo: «”avanti che cambia bandierà”! Questo era lo stato d’animo dei siciliani: l’attesa che “cambiasse bandiera”, nel senso di un rovesciamento della situazione interna. Tale rovesciamento era impensabile non avvenisse per il non delinearsi o per il realizzarsi di una vittoria anglo-americana. Cos’ americani ed inglesi erano attesi; magari vagamenti, che pur nutrendo la più grande fiducia per il colonnello Stevans, la voce di Palazzo Venezia manteneva una sua tenue ragnatela d’incanto. [ ... ] Quando [...] sirene e campane a martello annunciarono l’emergenza, la cosa apparve diversa. Dalla proclamazione dello stato di emergenza ha inizio quella che senza ironia e senza risentimento, ha tutti i caratteri di una kermesse. S’intende che cadenze tragiche non mancarono; che città e paesi interi assunsero un pietoso volto di morte sotto la violenza, spesso inutile e sciocca, dell’invasore . Ma un’aria di festa popolare accompagnò da Gela a Messina il cammino delle armate anglo-americane. Ci auguravamo allora fosse la Kermesse della libertà. Forse lo era. Ma quel che dopo è accaduto, fino ad oggi, ci fa diversamente credere. Era la kermesse dei servi che finalmente si liberano da un padrone ed un altro ne attendono che sperano più largo, più generoso, più stupido. Era la festa che degnamente terminava un ventenniodi diseducazione, di adorazione alla forza, di culto al proprio stomaco. Era giusto che la più balorda e cieca primogenitura che un capo abbia mai offerta ad un popolo, venisse dal popolo cambiata per una scatola di ‘ragione K’  dell’esercito nemico. [...] Eravamo al 14 luglio. Nel pomeriggio si diffuse la notizia che gli americavano arrivavano. Il podestà, l’arciprete e un interprete si avviarono ad incontrarli. La popolazione, in attesa, si preoccupò di bruciare, ciascuno nella propria casa, tessere, ritratti di Mussolini, opuscoli di propaganda. Dagli occhielli i distintivi scivolarono nelle fogne. [....] cinque soldati col lungo fucile abbassato sbucarono improvvisamente nella piazza, indecisi. Videro, davanti una porta semiaperta, qualche uomo in divisa; e si mossero sicuri. I carabinieri si trovarono puntati addosso i fucili senza ancora capire che gli americani erano finalmente arrivati. Le loro pistole penzolavano nelle mani di uno della pattuglia. Un applauso scoppiò. Una voce chiese sigarette; e il caporale americano tastò le tasche del brigadiere dei carabinieri, ne tirò un pacchetto di Africa e lo lanciò agli spettatori. Come in un salotto quando fiorisce una battuta di spirito, un senso di amenità si diffuse al gesto del caporale. La festa era cominciata. Da tutte le strade la popolazione affluiva. Non si sa come, ‘cannate’ di vino passate di mano in mano sorvolarono la folla, bicchieri si arrubinarono, pieni e grondanti venivano offerti con dolce violenza alla pattuglia che li rifiutava. L’inglese degli emigranti sciamava goffo e servile intorno a quei cinque uoministupefatti: tutti coloro che in America avevano guadagnato quel po’ di denaro che in patria era divenuto casa e podere, erano corsi come ad un appuntamento felice. Una enorme bandiera di seta lacera, la bandiera degli Stati Uniti, fu totla di mano a quel prover’uomo che l’aveva tirata fuori: passò saldamente nelle mani di un altro che per caso, proprio in quei giorni, aveva lasciato le carceri regie. Fu allora il momento di pensare alle insegne della casa del  fascio. Tirate giù, furono accompagnate a calci per tutte le strade: e l’indomani si trovarono galleggianti dentro un abbeveratoio. Sembravano di bronzo, ma in realtà erano di latta. [...] Il segretario politico, il podestà, il maresciallo dei carabinieri furono l’indomani prelevati: e loro notizie giunsero alle famiglie, qualche mese dopo da Orano. In fondo nemmeno il segretario politico era quel che agli americani fu riferito su tutti e tre. Si può dire anzi che aveva una qualità che, in un gerarca, potrà sembrar strana al lettore: non era ladro. Ma qualcuno bisognava proprio mandarlo in galera, almeno per dare un segno dei tempi nuovi. Il fascismo lasciava una pingue eredità di spie di ladri di odio di diffidenza. Chi qualche giorno dopo si trovò a calcolarne un inventario, dovette proprio cominciarlo col cittadino che gli americani subito predilessero.» ([36])

A voler adattare la lezione sciasciana del fascimo alla storia locale di Racalmuto, potremmo rimarcare i seguenti aforismi e la relativa periodizzazione:

1°) l’inconsistente forza del socialismo racalmutese aveva svilito ogni forma di fascismo nel paese per quella “specie di sillogismo” mutuabile dalla “favola (documentatissima)” del giovane studioso di Oxford, Duggan;

2°) in loco l’antidoto al socialismo era costituito dalla mafia legata agli agrari del luogo, mafia che pertanto “è già fascismo”;

3°) ma il fascismo, come la mafia, “era .. anche altre cose”;

4)° “era l’istanza rivoluzionaria degli ex combattenti”... che trasmigrano al fascismo “non dismettendo del tutto vagheggiamenti socialisti ed anarchici”. (Si dà il caso che uno dei fondatori del fascismo racalmutese, l’avv. Salvatore Burruano, fosse un ex ardito e che l’altro fondatore, l’avv. Agostino Puma, s’interessasse alla lega zolfatai d’ispirazione socialista, convertendola, come si è visto, al fascismo):

5°) ma il fascismo “volentieri avrebbe fatto a meno di loro (gli ex nazionalisti)  per più agevolmente patteggiare con gli agrari siciliani, e quindi con la mafia”. Qui invero la costruzione sciasciana stride con l’evolversi degli eventi locali. Calogero Vizzini, che se ne stava a Racalmuto per essere gabellotto dell’importante miniera di Gibillini, figura in consorteria, piuttosto ambigua, con i pretesi puri del fascismo degli ex-nazionalisti;

6°) degli ex-nazionalisti il fascismo “se ne liberò .. dopo il delitto Matteotti”; “ne fu segno definitivo l’arresto di Alfredo Cucco”. Questa però appare lettura affrettata (e poco documentata). Ad Agrigento (e provincia) è il segretario della federazione fascista Galatioto (e con lui Puma, Burruano e  Calogero Vizzini) che ha la peggio. Risulta vittorioso l’on. Abisso che ebbe trasformista lo era stato da tempo e che a seconda dei casi può considerarsi legato alla mafia o appartenente agli ex-combattenti;

7°) giunto il fascismo al potere, “ormai sicuro e spavaldo”, nel liberarsi delle sue frange “rivoluzionarie” chiede in contropartita agli agrari ed agli esercenti le zolfare di “liberarsi delle frange criminali più inquiete ed appariscenti”. Questa fase, invero, risulta così nebulosa per Racalmuto da considerala inesistente;

8°) inizia la repressione Mori contro la mafia che incotra il favore delle masse nell’agrigentino (“non c’è, nei miei ricordi, - scrive Sciascia - un solo arresto effettuato dalle squadre di Mori in provincia di Agrigento che riscuotesse dubbio o disapprovazione”). A noi risulta qualche elemento di stridore. Si racconta ancor oggi che se i militi di Mori incontravano qualche quieto racalmutese, che in piazza osasse andare  “cu lu tascu tuortu” (berretto storto), procedevano a raddrizzarglielo con sputi di scherno. Sciascia limita la lotta alla mafia alla sola azione di Mori - piuttosto inconsistente in provincia di Agrigento - ed alla sua folkloristica politica dei campieri (che a Racalmuto potevano ridursi ad una sola unità e riguardante il feudo di Villanova degli “ex-clericali” Nalbone);

9°) l’azione di Mori sarebbe equivalsa alla moderna antimafia; siffatta antimafia sarebbe stata “strumento di una fazione all’interno del fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato ed incontrastabile”. Tesi invero letterariamente suasiva; storicamente dubbia;

10°) vengono quindi “gli anni del consenso dei più”: Sciascia ne è convinto sia perchè l’afferma “lo storico” sia perché lo sa “non soltanto per aver letto De Felice [....], ma per preciso e indelebile ricordo”;

11°) è un consenso che ben si attaglia a Racalmuto: esso è «pieno e fervido nella classe borghese ... [e arriva] alla classe operaia , cui la “carta del lavoro” aveva dato, un po' in concreto un po’ d’illusione, quel che decenni di lotte sindacali e socialiste non avevano ottenuto»; e qui non si può non essere d’accordo con lo scrittore racalmutese;

12) è un consenso che a Racalmuto si protrae sino al 1943, in definitiva sino al luglio di quell’anno, come la splendida pagina di Kermesse illustra e spiega.  

 

La storia nazionale del fascismo e suoi (flebili) echi sulla vicenda locale prima del 1925.

 

Quando il 18 ottobre 1914 Benito Mussolini  pubblicò sull’ «Avanti!» lo storico articolo «Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante», è molto dubbio che qualcuno a Racalmuto ebbe a leggerlo. Poteva, eventualmente, averne presa visione l’unico socialista di cultura di Racalmuto: l’avv. Vincenzo Vella. Il suo fascicolo che la P.S. da tempo approntava ce lo mostra assiduo lettore di «La Lotta di classe», «La Giustizia sociale», di «Riscossa» e di certi «opuscoli editi dal Comitato Regionale della Federazione socialista Ligure» .([37]) Per il questore di Girgenti, il Vella - così annota il 20 ottobre 1913 - «è laureato in legge, ma la sua cultura non va oltre gli studi fatti e le molte pubblicazioni socialiste lette e ben poco ben assimilate». Fose fra quelle letture c’era l’ «Avanti!», ma possiamo essere certi - a prescindere dalle malevoli note del questiore ‘girgentano’ - che non afferrò di certo che la storia d’Italia prendeva in quell’ottobre 1914 una radicale svolta nella storia dei partiti politici d’Italia. La successiva velenosa polemica tra il partito socialista e Benito Mussolini, il Vella, però, sicuramente la dovette seguire in quel di Racalmuto. E quando - dopo il delitto Matteotti - finì sul serio negli schedari politici del fascismo e ne fu perseguitato ancor più pressantemente di quanto non lo fosse stato prima dalle questure antisocialiste dei governi liberali.

A noi pare che la lezione di Ernst Nolte ([38]) abbia maggiore vigore di quanto leggesi tra i detrattori ([39]) del fascismo e i suoi coevi esaltatori([40]): non sembri quindi ozioso se ci permettiamo di riportare il seguente stralcio dell’opera dello studioso tedesco. «L’articolo fu in effetti l’ultimo scritto da Mussolini in veste di direttore dell’ «Avanti!». Il giorno dopo, il direttorio del partito si riuniva a Bologna, e qui la posizione di Mussolini non trovava neppure un difensore; e, benché si cercasse di fargli dei ponti d’oro, dovette immediatamente dimissionare dalla direzione dell’ «Avanti!». Le spiegazioni, che egli ne ha dato all’epoca, permettono di affondare lo sguardo nei suoi moventi: «Io capirei la nuova neutralità assoluta qualora avesse il coraggio di arrivare fino in fondo e cioè di provocare un’insurrezione; ma questa a priori la scartate, perché sapete di andare incontro ad un insuccesso. E allora dite francamente che siete contrari alla guerra ... perché avete paura delle baionette ... Se lo volete, se vi sentite, io sono alla vostra testa: neutralisti fuori della legalità ... ebbene, bisogna essere decisi. Ma la neutralità assoluta nella legalità ormai è divenuta insostenibile.»

«Non viene addotto alcun motivo di natura contenutistica: qui non si parla di democrazia, delle necessità vitali dell’Italia, dei territori irredenti; l’impossibilità di una radicale coerenza spinge il rivoluzionario su una strada, sulla quale avrebbe dovuto procedere assieme ai suoi avversari più decisi. A quanto sembra, tuttavia Mussolini sperava di portare dalla sua il partito ovvero cospicue frazioni di esso. Pochi giorni gli sono sufficienti per togliergli le illusione: il 25 ottobre, Mussolini scrive all’amico Torquato Nanni «Ho voluto aprire il vicolo cieco nel quale si era ficcato il partito, ma nell’urto sono caduto»

«Mussolini non era uomo da sottomettersi alla disciplina di partito; si sarebbe potuto aspettarsi da lui che tacesse o, per lo meno, che non scrivesse contro il partito, e a quanto pare una premessa del genere è stata da lui fatta ai compagni della direzione. Ma egli non riuscì a tenersi chiuso dentro quella che riteneva la sua verità, e nel giro di poche settimane tra Mussolini e gli antichi amici si scavò un abisso di incomprension, disprezzo e odio, che mai più sarebbe colmato.

«Pare che alla fine di ottobre, Mussolini abbia concepito l’idea di crearsi un proprio organo di stampa: già il 15 novembre, apparve il primo così numero del «Popolo d’Italia. E’ perfettamente comprensibile che i socialisti annusassero odor di «tradimento», che sospettassero che Mussolini si fosse «venduto»: sembrava impossibile che un uomo completamente privo di mezzi potesse, con le sue sole forze e nel giro di pochi giorni, far sorgere dal nulla un quotidiano. Effettivamente Mussolini, ancora in veste di direttore dell’ «Avanti!» aveva avuto degli abboccamenti col direttore di un foglio bolognese, che sapeva organo degli agrari; da costui, egli ebbe, anche in seguito, un valido appoggio di carattere tecnico-tipografico. Ma da dove venissero i capitali è, oggi ancora, cosa non sufficientemente chiarita. Si parlò quasi subito di denaro francese, supposizione che però non si riuscì mai a provare. L’ipotesi più probabile è che organi governativi si siano assunti il compito di finanziatori indiretti; numerosi erano infatti i circoli, in Italia, interessati a un indebolimento del partito socialista. Indubbiamente dunque Mussolini nel momento in cui si fece dare un giornale, divenne una carta in mano di qualcuno. Affatto infondata è invece la supposizione che il denaro, il giornale proprio fossero il motivo per il suo passaggio in campo interventista. Ma proprio questo lasciò supporre l’ «Avanti!», ponendo, immediatamente dopo l’apparizione del nuovo giornale, e instancabilmente, la domanda: «Chi paga?». Nel giro di poche settimane, l’ex-beniamino del partito era divenuto un «venduto alla borghesia» e un «transfuga», che meritava «il sacrosanto odio del proletariato italiano». Allorché, il 24 novembre, Mussolini si presentò alla riunione dei membri della sezione milanese, chiamati a decidere in merito alla sua espulsione, il suo discorso fu sommesso da un uragano di ingiurie, fischi e minacce. Il partito socialista compì un linciaggio morale nei confronti del «traditore»; nessuno dei fogli socialisti italiani si schierò dalla sua parte, e Mussolini non riuscì a tirare dalla sua parte neppure una minima frazione del partito. Era la sua prima sconfitta, e insieme quella che avrebbe avuto le maggiori conseguenze. Mussolini era solo.»

Da qui «prese le mosse una polemica della massima violenza e spesso bassamente ostile, nel corso della quale furono poste le basi per l’interpretazione socialista del fascismo e per l’interpretazione fascista del socialismo. In ogni caso, la dissociazioneera compiuta. Mussolini era adesso un generale senza esercito, un credente senza fede. Un piccolo gruppo di individui, per i quali egli era il «duce», naturalmente gli si raccolse ben presto attorno. Già nell’ottobre, quando ancora Mussolini lottava con se stesso, dalle file dei sindacalisti e socialisti si erano costituiti i fasci interventisti, sotto la guida di Filippo Corridoni, Michele Bianchi, Massimo Rocca, Cesare Rosssi e altri. In dicembre questi si fusero coi seguaci di Mussolini nel «fascio d’azione rivoluzionaria», la cellula germinale del fascismo. L’unico punto programmatico sostanziale è il proposito di provocare l’intervento a fianco dell’Intesa; per il resto, Mussolini pone un postulato non facilmente superabile: «Riaffermare le idealià socialiste rivedendole a lume della critica sotto l’attuale terribile lezione dei fatti» [...]».



[1])  ALMAE SICILIENSES PROVINCIAE - ORDINIS MINORUM CONVENTUALIUM S.FRANCISCI - a patre magistro Philippo CAGLIOLA - a MILITA.
"Sicilia francescana secoli XIII-XVIII a cura di Filippo ROTOLO" Venetiis, MDCXLIV - Officina di Studi Medievvali - Via del Parlamento, 32 - 90133 PALERMO - 1984. pag. 108 [Petrus Rodulfus THOSSINIANUS, Episcopus Senegallensis ordinis nostri, in Historia Serafica - v. per RACHALMUTUM lib. 2] .
[2]) Archivio di Stato di Agrigento - Fondo 46 - vol. 506 - f. 1.
[3]) Il prosieguo del documento è in latino e recita:
«Cons. Ref., eodem, Ad relationem U.J.D. Francisci la Rizza fuit provisum quod concedatur petitio et fiat actus in curia juratorum, Joannes Gulielmus secretarius etc.».
 
Più complesso il seguito che trascriviamo per gli eventuali cultori della lingua latina in uso nella curia racalmutese del primo Seicento:
 
 «Die XXI ottobris XIII^ Ind. 1614:
 
«fuit provisum et mandatum per Ill.mum Dominum Comitem Don Hyeronimum del Carretto Comitem huius terrae et Comitatus Racalmuti ad relationem U.J.D. Francisci la Rizza consultoris, vigore provisionis fattae in dorso memorialis venerabilis fratris Pauli Fanara prioris venerabilis conventus Sanctae Mariae de Monte Carmelo, eiusdem terrae, sub die 20 praesentis mensis
 
 
«quod otto de numero dierum sexdecim nundinarum quae antiquitus fiebant in hac praeditta terra et in festivitate Divae Margharitae et postea translatae in festivitate divae Mariae Jesu, eiusdem terrae solitae fieri in die in die secundo mensis Julij cuiuslibet anni cum illis franchitijs pro ut hactenus servatum fuerat.
 
«Intelligantur et sint concessae ditto venerabili conventui Sanctae Mariae de Monte Carmelo pro ut vi praesentis actus perpetuo valituri, spectabilis ill.mus Comes per se et suos etc. tribuit et concessit eidem ven: conventui Virginis de Monte Carmelo eiusdem terrae  nundinas praedittas pro maiori decoro et devotione festivitatis dittae Beatae Mariae Virginis de Monte Carmelo celebrandae in dominica tertia cuius libet mensis Julij cuiuslibet anni in perpetuum fiendas ante eccelsiam et conventum praedittum per dies quatuor ante et dies quatuor postea dittum festum
 
«et hoc cum omnibus et singulis franchitijs et alijs pro ut dittae nundinae gaudunt et sunt exemptae ab omnibus gabellis ditti ill.mi domini comitis ut supra dittum est et non aliter.
 
 
«Remanentibus tamen de numero dierum sexdecim nundinarum praedittarum divae Margharitae alijs diebus octo pro ditta ecclesia et Conventu Sanctae Mariae Jesu eiusdem terrae fiendarum quoque antea dittam ecclesiam et conventum dittae Sanctae Mariae de Jesu pro ut hucusque servatum est, in festivitate dittae Beatae Mariae Virginis de Jesu quae celebratur in die secundo cuiuslibet mensis Julij in perpetuum,
 
« hoc est pro diebus quatuor antea et diebus quatuor postea dittam  festivitatem et cum franchitijs et aliis ut supra dittum est e non aliter nec alio modo etc.
 
 
 
 
«Unde ut in futurum appareat fattus est praesens actum in curia juratorum huius terrae praedittae juxta ordinem et provisionem praeditti ill.mi D. Comitis suis die loco et tempore valitures etc.
 
«Unde etc. -
 
«Ex actis Curiae Juratorum huius terrae et Comitatus Racalmuti, extratta est praesens copia - Coll. Sal. - Sanctus Poma, magister notarius.»
[4]) Benedetto Croce, STORIA D’ITALIA dal 1871 al 1915, Bari 1977,  pag. VIII. Una “parentesi”, comunque che bisognerebbe far partire appunto dal 1928; prima il Croce era stato tutt’altro che pregiudizialmente “antifascista”.  Al tempo dell’ «Aventino» il filosofo napoletano affermava che «non si poteva aspettare e neppure desiderare» un’improvvisa caduta del fascismo, sul quale formulava il seguente giudizio:  «esso non è stato un infatuamento o un giochetto. Ha risposto a seri bisogni ed ha fatto molto di buono, come ogni animo equo riconosce. Si avanzò col consenso e tra gli applausi della nazione. Sicché, per una parte, c’è, ora, nello spirito pubblico il desiderio di non lasciare disperdere i benefici del fascismo, e din non tornare alla fiacchezza e all’inconcludenza che lo avevano preceduto; e dall’altra parte, c’è il sentimento che gl’interessi creati dal fascismo, anche quelli non lodevoli e non benefici, sono pur una realtà di fatto, e non si può dissiparla soffiandovi sopra. Bisogna, dunque, dare tempo allo svolgersi del processo di trasformazione  [cit. Da Antonio Spinosa - Vittorio Emanuele III, l’astuzia di un re - Milano 1990, pagg. 264-265]. Risale al  maggio 1925 il Manifesto degli intellettuali antifascisti, attribuibile al Croce,  in risposta al gentiliano Manifesto degli intellettuali fascisti. [Vds. Storia d’Italia - Torino 1976 - volume quarto - dall’Unità ad oggi - pag. 2174].
[5]) Francesco Ercole - La Rivoluzione Fascista - Ciuni Editore Palermo 1936. Per la “vigilia” della “rivoluzione fascista”  cfr.  pagg. 77-154; per il “primo tempo” pagg. 155-274; per il “secondo tempo” pagg. 278- 447.  Dopo il 1934, avremmo lo stato fascista corporativo.  L’Ercole adotta la terminologia dei “due tempi della rivoluzione” nel ligio rispetto del frasario mussoliniano. Mussolini, infatti, in Gerarchia del 1925, p. 120-121 aveva intitolato un suo intervento “Il primo tempo della Rivoluzione” e nella stessa rivista (pag. 44) distingue tra primo e Secondo tempo. Francesco Ercole, professore di storia moderna all’Università di Palermo, fu un ex nazionalista passato nel fascismo sin dalla prima ora di quella nota confluenza. Siciliano di adozione, fu deputato anche nelle speciali elezioni del 1929 e del 1934. Ministro della Educazione nazionale per un breve periodo, tra il 1932 ed il 1934, è una figura d’intellettuale apprezzata anche dalla storiografia di “sinistra” meridionalista. Dice, ad esempio, Francesco Renda (Storia della Sicilia dal 1860 al 1970 - vol. II - Palermo 1990, pag. 362) che il fascismo, con  con l’adesione dei “nazionalisti siciliani” tra i quali l’Ercole,  «si arricchì delle prime personalità politiche e culturali di rilievo, che gli diedero dignità e prestigio di forza di governo pure nella dimensione regionale
[6]) Benito Mussolini - Il 1924 - vol. IV Milano HOEPLI 1934-5, pag  236.
[7]) vedasi ad esempio Ernesto Ragionieri nella cit. Storia d’Italia, pag. 2145.
[8]) Gabriele De Rosa - i partiti politici in Italia - Bergamo 1972. Stralciamo da pag. 280: «Con il discorso del 3 gennaio 1925 Mussolini riprese in mano la situazione politica, neutralizzò ogni possibile e lontana intesa della Corona con l’opposizione aventiniana, dette un giro di vite nella politica interna aggravando i controlli polizieschi sulle opposizioni e sugli stessi fascisti intransigenti, ma impedì ancora una volta, come ormai aveva fatto dalla «marcia su Roma» in poi, che nascesse una seconda ondata sovversiva del fascismo. Con il discorso del 3 gennaio 1925, in altri termini, Mussolini non liberò le mani ai fascisti intransigenti, non li gettò contro gli istituti dello Stato liberale, ma li contenne nell’ambito della collaudata prassi della politica controrivoluzionaria da lui perseguita sin dall’epoca dei «blocchi nazionali», cioè sin dalla partecipazione alle elezioni politiche del 1921 nelle liste liberali. I fascisti intransigenti  si accorsero, impotenti, del guoco di Mussolini, che arrecava un grave colpo anche al ‘fascismo rivoluzionario, legandogli le mani con dei provvedimenti soltanto in apparenza rivolti contro gli aventiniani, e in sostanza rivolti contro le minoranze fasciste decise a tutto’
[9]) Renzo De Felice - Mussolini il fascista, Einaudi, Torino, 1966, p. 729.
[10]) Precedono il passo questi illuminanti passaggi: «La scelta della dittatura aperta era rispondente ad un disegno precostituito, accarezzato da Mussolini fin dal suo avveno al potere, o non fu piuttosto, come talune testimonianze asserirono  e alcuni storici ribadirono in seguito, un evento incidentale, imposto dalle circostanze seguite al delitto Matteotti? Si è scritto che il delitto Matteotti fu gettato tra i piedi di Mussolini [opinione  avanzata  C. Silvestri,   Matteotti, Mussolini e il dramma italiano, Roma 1947, ripresa da R. De Felice, Mussolini il fascista vol. I cit.  e confutata da  L. Valiani, la storia del fascismo nella problematica della storia contemporanea e nella biografia di Mussolini, in ‘Rivista storica italiana’, LXXIX, 1967, pp. 474-79], che esso costituì un intralcio sulla via della normalizzazione e della costituzionalizzazione del fascismo, giungendo a suggerire che la responsabilità prima del 3 gennaio sarebbe attribuibile all’atteggiamento intransigente degli aventiniani che non lasciarono a Mussolini alcuna via d’uscita se quella del colpo di forza.
Affermazioni simili sono, in verità, risibili: tutta l’evoluzione delle vicende successive all’ottobre 1922 ha mostrato sia la sterilità e la strumentalità dei propositi di normalizzazione del fascismo, sia l’introduzione da parte del fascismo nel tessuto istituzionale e sul piano della prassi di governo di elementi che segnavano già una sensibile trasformazione dell’ordinamento costituzionale in senso autoritario. Se non può parlarsi di un disegno coerente ed organico, ché il fascismo mostrò spesso di muoversi a tentoni e con ampi margini di manovra, pu nella persistente fedeltà all’obiettivo  di fondo che Mussolini espresse sinteticamente nel motto ‘durare’, si può dire che lo sbocco dittatoriale era nella logica delle cose ..
[11]) Francesco Renda, op. cit.,  pag. 374.
[12]) Salvatore Lupo - L’utopia totalitaria del fascismo (1918-1942) in  Storia d’Italia - Le regioni - dall’Unità a oggi -  La Sicilia - Einaudi  1987 - pagg. 380- 482.
[13]) Franco Catalano - L’Italia dalla dittatura alla democrazia 1919-1949, Feltrinelli 1970 - vol. I pag. 117.
[14]) In nostre ricerche all’Archivio Centrale di Stato abbiamo, sì, trovato fascicoli su tale atteggiamento del fascismo riguardo ad alcune località dell’agrigentino, ma non investivano in alcun modo Racalmuto.
[15]) R.D. 24 gennaio 1924 pubblicato nella G.U. del Regno d’Italia n. 73 del 26 marzo 1924.
[16]) Archivio Centrale dello Stato - Ministero Interni - Affari generali - Podestà e rettorati provinciali - busta 51.
[17]) Eugenio Napoleone Messana - Racalmuto nella storia della Sicilia - Canicattì 1969 - pag. 401.
[18]) Il prefetto dott. Raffaele Rocco non era di nomina fascista; proveniente da Grosseto fu prefetto di Girgenti dal 18 giugno 1922 al 16 marzo 1923, data in cui viene collocato a disposizion (cfr. Mario Missori - Governi, alte cariche dello Stato, alti magistrati e prefetti del Regno d’Italia - Roma 1989 - pag. 304.)
[19]) Archivio Centrale dello Stato - Ministero Interni - Pubblica Sicurezza - 1925 - busta 115.
[20]) Archivio Centrale dello Stato - Ministero Interni - Pubblica Sicurezza - 1925 - busta 115.
[21]) Luigi Pirandello - I vecchi e i giovani - Oscar Mondadori 1973 - pag. 142-143
[22]) Nino Savarese - La Sicilia nei suoi aspetti poco noti od ignoti - in Delle cose di Sicilia - vol. IV - Sellerio editore Palermo 1986, pag. 254 e segg.
[23]) Cfr. Atti della Giunta per l’Inchiesa Agraria sulle condizioni della classe agricola, vol. XIII, tomo I, fasc. III, Relazione generale, Roma 1885, pp.  661-662.
[24]) Cfr. L. Hamilton Caico, Vicende e costumi siciliani, Epos, Palermo 1983, pp. 118-121.
[25]) Archivio Centrale dello Stato - Ministero Interno - Pubblica Sicurezza - 1930, busta 310 fasc. C1 - Relazione del prefetto Miglio del 16 luglio 1931.
[26]) Cit. in  S. Bosco, Il proletariato a Favara. Lotte scioperi ed altre manifestazioni dal 1860 al 1960, Sicilia Punto L Edizioni, Ragusa. S.d., p. 75.
[27]) Archivio Centrale dello Stato - Giunta per l’inchiesta sulla Sicilia - Fascicolo 66.
[28]) Elaborazione dai dati riportati dallo studio di Mario Cassetti - Fascismo e crollo operaio. I villaggi minerari (1937-1942) in Economia e società nell’area dello zolfo - secoli XIX-XX  - Sciascia Caltanissetta editore 1989 - pag. 456.
[29]) Eugenio Napoleone Messana - Racalmuto nella storia della Sicilia - Canicattì 1969 - pag. 443.
[30]) Calogero Taverna - conferenza tenuta nella Fondazione Sciascia il 18 giugno 1995 - ds. pag. 14.
[31]) Leonardo Sciascia - del dormire con un solo occhio - nota alle Opere 1932-1946 di Vitaliano Brancati - Bompiani, Milano 1987, pagg. XIII e XIV.
[32]) Christopher Duggan - La mafia durante il fascismo - editore Soveria Mannelli, 1987. Sciascia definisce l’autore «giovane ricercatore dell’Università di Oxford ed allievo di Denis Mack Smith»
[33]) Leonardo Sciascia - a futura memoria (se la memoria ha un futuro) - Bompiani, Milano 1989, pagg. 126-128.
[34]) crediamo che si riferisca al racconto il ladro dottore de i fascisti invecchiano in opere cit. pagg. 1118 e segg. Tra l’antifiscismo di Sciascia e quello di Brancati vi sono assonaneze impressionanti, persino sotto il profilo stilistico. Non è questa la sede per approfondimenti. Del resto - si sa - che ad avviare all’ “antifascismo” Sciascia, fu proprio Brancati al tempo in cui era il suo insegnante di italiano all’istituto magistrale di Caltanissetta. I due “antifascimi”, tanto affini da confondersi, appaiono, però, meri atteggiamenti cerebrali, in negativo. Sono due atteggiamenti “contro”. Per converso, entrambi gli scrittori non sanno, non vogliono prendere partito in positivo. La politica come “non valore” riaffiora immancabilmente nei loro scritti. Non per nulla Sciascia si presentò e fu eletto nelle liste di Pannella.
[35]) Leonardo Sciascia - a futura memoria (se la memoria ha un futuro) - Bompiani, Milano 1989, pagg. 138-139.
[36]) Leonardo Sciascia - Una Kermesse - in  Malgrado tutto - periodico cittadino di Racalmuto - settembre 1993 Anno XII n.° 4, pagg. 4-5.
[37]) Archivio Centrale dello  Stato - Casellario Politico Centrale - busta n.° 5344 - fascicolo n.°  16434.
[38]) Ernst Nolte - I tre volti del fascismo - Oscar Mondadori 1978 - pp. 252-254.
[39]) Tra i tanti includiamo l’opera del Ragionieri che abbiamo già citata.
[40]) Valga per tutti il lavoro prima richiamato di Francesco Ercole.

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