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domenica 12 marzo 2017


Lo storico locale E.N. Messana (op. cit. pag. 358) retrodata sentimenti antifascisti del dopoguerra con evidente falsificazione della realtà, quando storicizza le sue personali fantasie sul tiennio racalmutese 1919-1922.  «A Milano intanto, - annota - nel marzo dello stesso anno [1919], fu fondato il fascio di combattimento. La borghesia e specialmente i capitalisti presero respiro di quella forza antirivoluzionaria e violenta che subito cominciò a bravacciare nelle città e nei comuni. A Racalmuto, il partito nazionalista, di già menzionato, aveva accampato le pretese di rappresentare la conservazione contro la evoluzione affiorante, sebbene con metodi inesperti e puerili. Le notizie dei fasci e dello squadrismo si raccontavano al circolo Unione ed al circolo degli Amici. Qualche do’ esultava a quelle nuove e non nascondeva il desiderio che anche a Racalmuto venissero i prodi in camicia nera a bastonare gli zolfatai e i contadini.» Ma la questione - come vedremo in seguito - era ben altra, più complessa e  più gravida di conseguenze sociali.

 

 

Il biennio 1923-1924 è denso di avventimenti che sicuramente moficano lo scenario nazionale: è però erroneo ritenere che si apra una parentesi destinata a chiursi a conclusione della guerra, adottando il criterio interpretativo del Croce. La storia non procede per salti. Solo alcuni processi modificativi hanno sussulti di accelerazione. E la consegna dei pieni poteri a Mussolini alla fine del 1922 è una di queste fase. Peculiare diventa l’acquisizione di una sensibilità delle masse in senso nazionale che, sicuramente prima difettava, specie in Sicilia.

Per il pensiero ufficiale del fascismo del tempo si iniziava una Rivoluzione; ma è da credere allo stesso Mussolini se nel drammatico discorso al Senato del 1924 precisava: «all’indomani della Rivoluzione, io mi trovai di fronte a questo quesito: creare una nuova legalità o innestare la Rivoluzione  nel tronco, che io non ritenevo affatto esausto, della vecchia legalità? Fuori la Costituzione o dentro la Costituzione? Io scelsi e dissi; dentro la Costituzione. Questo vi spiega la composizione del mio primo Ministero, e vi spiega la serie dei successivi atti politici». Il 12 giugno del 1924, in un altro discorso al Senato, Mussolini aveva ancor più puntualmente aveva ben raffigurato questo processo di «normalizzazione costituzionale» del primo fascismo: «Si trattava di riassorbire la illegalità nella Costituzione ... di rimettere grado a grado ... nell’alveo della legalità la vasta fiumana che aveva rovesciato gli argini. [...] Chiamai al governo uomini di tutti i partiti. Riapersi il Parlamento, e ne ebbi, dopo regolari discussioni, i pieni poteri. Affrontai e risolsi di lì a poche settimane il problema gravissimo degli squadristi. Ho esercitato i pieni poteri per un anno. Potevo chiedere la proroga ... Vi rinunciai. Non avevo proposte leggi eccezionali e mi proponevo di fare un altro passo innanzi sulla strada della legalità .... Sciolta regolarmente la Camera, furono nei termini prescritti  dalla legge, indetti i comizi elettorali. La lista nazionale ha raccolto circa 4 milioni ottocentomila voti ... Ottenuto il suffragio del popolo, le necessità della politica interna si delinearono ancor più chiaramente nel mio spirito, precisate in questi capisaldi fondamentali:

«1° far funzionare regolarmente l’istituto parlamentare come organo del potere legislativo ...; 2°) regolare dal punto di vista della Costituzione la situazione della Milizia Volontaria; 3°) reprimere i superstiti illegalismi del Partito; 4°) chiamare all’opera di ricostruzione tutte le forze vive della Nazione ... Tutte le mie manifestazioni politiche dal 6 aprile in poi tendono a questa mèta: ad accelerare l’entrata definitiva del Fascismo nell’orbita della Costituzione». E ritornando al discorso al Senato del 5 dicembre, Mussolini, alla domanda rivolta a se stesso: «Da allora ad oggi c’è stato o non c’è stato un processo di riassorbimento della Rivoluzione nella Costituzione?», affermava «Rispondo nettamente: c’è stato: faticoso, lento, difficile, ma c’è stato ...». ([1])

Siamo propensi a credere che - ad onta delle autorevoli affermazioni del Valiani e del Ragioneieri ([2]) - ben diverso sarebbe stato il corso della storia nazionale se non ci fosse stato il delitto Matteotti (10 agosto 1924) e l’irrigidimento aventiniano. Ciò - s’intende - tenendo presente che la storia non ammette ipotesi.

 

Come veniva ricostruita quella tragica crisi seguita al delitto Matteotti, all’interno del fascismo coevo? Stralciamo dallo studio dell’Ercole ([3])  i seguenti passaggi:

«Mussolini pareva esser riuscito ... «a ristabilire i termini necessari di quella convivenza politica e civile che è più necessaria fra le parti opposte della Camera ...» (V, p. 10),»; eppure «”mentre nel Paese si era diffusa la sensazione che un nuovo periodo di tranquillità e di pace stava per iniziarsi [si aveva] l’episodio tragico, che è costata la vita all’on. Matteotti” (IV,  24 giugno al Senatop. 195). Quella sciagurata beffa del giugno, come Egli la chiamerà in Gerarchia, in uno articolo scritto alla fine di ottobre ‘25, “diventa orribile tragedia indipendentemente, anzi contro la volontà degli autori”, la quale determinerà nello sviluppo della Rivoluzione la “sosta di un semestre” (v. Elementi di storia in Gerarchia, p. 179)»

«Perché dal delitto Matteotti le opposizioni credettero subito di poter trarre il pretesto per tentare di “annullare tutto quello che significa, dal punto di vista morale e politico, il Regime che è uscito dalla Rivoluzione dell’ottobre” (IV, 25 giugno 1924, alla maggioranza parlamentare, p. 207), inscenando la secessione parlamentare cosidetta dell’Aventino e abusando di una persistente eccessiva libertà di parola e di stampa, per chiedere, e per proprio conto iniziare, il processo al regime, alla Marcia su Roma e alla Rivoluzione ... (‘il Regime non si fa processare se non dalla storia ‘.. (IV, 22 luglio ‘24: al Gran Consiglio, p. 214, e v. anche 7 agosto ‘24: al Consiglio Nazionale del Partito, p. 242), in nome di una pretesa normalizzazione, dietro cui non si nascondeva che la speranza di potere agganciare Mussolini, isolare materialmente e moralmente, disarmandolo, il Fascismo e i Fascisti nel Paese, creare una situazione tale da permettere il ritorno  alla paralisi parlamentare, sbarazzarsi del Governo fascista con un semplice voto di maggioranza della Camera dei Deputati: come se il Fascismo fosse  arrivato al potere per la via ordinaria, e questo gli fosse stato dato da un ordine del giorno: come, cioè, se esso potesse considerarsi “alla stregua di tutti i Partiti e considerare il Parlamento come l’unico ambiente, nel quale tutte le situazioni politiche di una Nazione in momenti eccezionali potessero trovare la loro soluzione ordinaria e regolare” (IV, all’Associazione Costituzionale di Milano, 4 ottobre ‘24, p. 290).»

«Alla quale speranza Mussolini darà la definitiva risposta, parlando il 29 ottobre 1924, al Popolo di Cremona:

«”Noi siamo qui a dire che .. non siamo dei vanitosi e nemmeno dei prepotenti, ma siamo dei soldati fedeli alla consegna, e la consegna ci è stata data dal Re e dalla Nazione. Solo al Re, solo alla Nazione noi dobbiamo rendere atto del nostro operato; non a coloro, che ad ogni gesto, ad ogni provvedimento, ad ogni legge, vorrebbero intentarci il loro ridicolo processo, mentre sono gli esclusie i condannati dalla nuova storia”  (IV, p. 335): onde la dichiarazionedel 5 dicembre in Senato: ... “Si è detto: voi voleterestare al potere ad ogni costo. Non è vero. Nella grande piazza di Cremona, ad una moltitudine immensa di Popolo, ho detto che riconoscevo i diritti della Nazione e i diritti imprescrittibili di Sua Maestà il Re. Se Sua Maestà al termine di questa seduta mi chiamasse e mi dicesse che bisogna andarsene, mi metterei sull’attenti, farei il saluto militare e obbedirei. Dico Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III di Savoia; ma, quando si tratta di Sua Maestà il Corriere della Sera, allora no” (IV, p. 411).»

«[ ...] “La maggioranza cominciò a perdere alcuni dei suoi  elementi in margine: liberali, democratici, combattenti. Credo che nella seduta del 16 dicembre - la seduta di tre ex-presidenti - questo processo di erosione ai margini abbia toccato il punto estremo”  (V, Elogio ai gregari, p. 23)».

 

Il tentativo parlamentare di far crollare il fascismo non ebbe successo «perché dall’altra parte stava il Fascismo “con i suoi ottomila grusppi in ogni angolo d’Italia, con le sue forze politiche, sindacali, amministrative, sempre imponenti”: il Fascismo che era stato “percosso, non abbattuto”, e a cui il colpo aveva finito per giovare, facendogli perdere “le scorie funeste” (IV, p. 197). [..] “Se  il Regime rapidamente potè essere in grado di sferrare il contrattacco - il che avvenne il 3 gennaio di quell’anno (1925) - il merito -- va alle masse rurali del Fascismo, che non si sbandarono, a me, che rimasi tranquillo al mio posto nell’imperversare delle molte bufere, e al Popolo italiano, che non fu dimentico del passato e non disperò dell’avvenire” (V, Elementi di Storia, p. 179).»

 

Non crediamo che fra quelle “masse rurali” era da includere il ceto contadino racalmutese. Nulla ce lo lascia intravedere. E’, però, certo che agrari locali, esercenti delle miniere di zolfo racalmutese, gabellotti, contadini e braccianti ed il piccolo ceto dell’infima borghesia di Racalmuto ebbero modo di disaffezionarsi ai loro referenti politici sia della Democrazia Sociale di Guarino Amella e Colonna di Cesarò, sia allo stesso partito democratico-riformista di Enrico La Laggia, cui ultimamente aveva aderito una frangia degli ottimati racalmutesi. Mussolini parlava dell’ «Aventino» quale epicedio dello stato demo-liberale. Non cìera cultura greca a Racalmuto bastevole per apprezzare l’immagine classica. Vi era molto buon senso (ed pressanti interessi del quotidiano) per dissentire dai loro deputati eletti nel listone “nazionale” del 1924 che ora facevano l’«Aventino». In definitiva, nepppure Gramsci mostra di apprezzare questi rappresentanti degli agrari siciliani con i quali, inopinatamente, si trovava in sodalizio.

«Ho visto in faccia la “piccola borghesia “ con tutti i suoi tipici caratteri di classe - scriveva Gramsci alla moglie il 22 giugno 1924 commentando i primi lavori dell’Aventino ([4]). - La parte più ributtante di essa era costituita dai popolari e dai riformisti (per non parlare dei massimalisti, povera gente di cascia andata a male; i più simpatici erano Amendolae il generale Bencivenga dell’opposizione costituzionale che si dichiaravano favorevoli in principio alla lotta armata e disposti anche (almeno a parole) a porsi agli ordini dei comunisti, se questi fossero in grado di organizzare un esercito contro il fascismo. Un deputato democratico-sociale (è questo un partito siciliano che unisce latifondisti e contadini) che è duca Colonna di Cesarò, ministro di Mussolini fino al mese di marzo, dichiarò di essere più rivoluzionario di me perché fa la propaganda del terrore individuale contro il fascismo. Tutti, naturalmente, contrari allo sciopero generale da me proposto e all’appello alle masse proletarie ... ».

 

Colonna di Cesarò - è certo - non riuscì a propagandare “il terrore individuale contro il fascismo”, a Racalmuto. I locali suoi aderenti dovettero disorientarsi non poco: già amavano molto poco i blandi socialisti racalmutesi agli ordini dell’avv. Vella; figuriamoci se potevano dare credito a chi osava associarsi con i bolscevichi del 1921.

 

A livello locale il problema centrale restava sempre quello dei finanziamenti per lo zolfo invenduto. La faccenda del 1922 veniva ricordata ancora.  I più avvertiti avevano l’odiato senatore Einaudi per quello che scriveva allora sulle colonne del Corriere della Sera. Il governo di Mussolini diede quel decreto invocato sotto Facta (D.L.n. 202 dell’11/1/1923). Nel nuovo corso fascista si potevano dunque riporre attese meridionalistiche e di intervento statale. Tra le varie provvidenze del decreto, lo stato garantiva lo smaltimento a prezzi remunerativi dello stock e si impegnava nel finanziamento del Consorzio, ma su obbligazioni dell’ente garantite sugli esercizi futuri. «Insomma  - scrive Salvatore Lupo [5]- a pagare sarebbe stata la futura produzione». Vi era - è vero - chi come Carlo Sarauw, forse per opposto interesse, aveva di che ridire su quanto si riusciva a conbiare in provincia di Agrigento e di Caltanissetta. «Io posso spiegarmi che un’accolta di maffiosi ignoranti delle province di Girgenti e di Caltanissetta abbia potuto premere a Palermo sull’amministrazione del Consorzio [...] ma non posso ammettere che essa potesse allungare i suoi tentacoli fino a Roma o piegasse il Governo alle direttive di quegli organi del Consorzio che subivano la sua azione». ([6]) In quel di Racalmuto, ove gli interessi zolfiferi passavano trasversalmente per tutti i ceti sociali, vi fu soddisfazione per il provvedimento mussoliniano del gennaio 1923 ed iniziava quel consenso che dopo il 1926 si consoliderà penetrantemente, in profondità, in maniera totalizzante. Le bizze dell’Aventino dei propri deputati dovettero apparire atteggiamenti incomprensibili, sospetti, fedifraghi, da non approvare, da rimuovere.

 

Il delitto Matteotti, invero, non lasciò indifferente l’intera comunità civica racalmutese. Se dobbiamo credere a E.N. Messana, il socialista Vella si diede da fare: «Fu lui - scrive il Messana ([7]) - che in seguito all’uccisione di Giacomo Matteotti si presentò con la guantiera a raccogliere il contributo per la corona. Entrò nel salone di Salvatore Rizzo, Paparanni,  e là Luigi Scimè, giovane figlio del Dr. Nicolò, gli diede L. 0,50, altri uguale cifra o meno. Contribuirono molti racalmutesi, oltre i summenzionati si ricordano il comm. Giuseppe Bartolotta consigliere provinciale in carica, il sindaco Scimè, Pio Messana, Salvatore Falcone, Calogero Mattina fu Gaetano, Carmelo Schillaci Ventura, Giuseppe Cutaia, i fratelli Luigi e Giuseppe Lo Bue. Questi furono segnati a dito e perseguitati dal fascismo. Luigi Scimè, ufficiale effettivo dell’esercito, non avanzò più di grado.»

L’emozione per l’efferato delitto dovette essere una momentanea reazione, non coinvolgente la stima verso Mussolini. Questo, almeno a Racalmuto. A più ampio raggio, ancor oggi non crediamo che sia stata stabilita la verità storica. Troppi risentimenti, molti condizionamenti ideologici. A distanza di settant’anni, in riviste storiche pur autorevoli, la vicenda Matteotti viene così rievocata, passionalmente, con evidenti pregiudizi di valore:

«Giacomo Matteotti  - leggesi nell’editoriale del n. 1-2 del 1994 di Storia e Civiltà ( [8]) - segretario del partito socialista unitario, capo - con Giovanni Amendola - dell’opposizione al fascismo, [..] mentre dalla sua abitazione, per il lungotevere Arnaldo da Brescia, si dirigeva, attorno alle 16, verso il Parlamento, era sequestrato, costretto a entrare in un’automobile ed, essendosi difeso, ucciso. [Fu] uno dei più esecrandi delitti che la storia ricordi. [AM1] [Ad eseguirlo, c’erano] una brutale figura di squadrista toscano, Amerigo Dumini e suoi quattro complici.

 

«Come sarebbe emerso, dal memoriale Rossi, e da altre ammissioni, se anche Mussolini  non era stato il diretto mandante, vi aveva dato il suo tacito consenso. La commozione popolare fu così profonda, che avrebbe dovuto avere per sbocco, con quale vantaggio per l’Italia è inutile dire, l’immediato tracollo del fascismo. Mancò una forza organizzata a dirigere la rivolta. Non vi fu, da parte della Monarchia, come nel ‘22, la coscienza del dovere. Al governo venne lasciato il modo, con pochi ritocchi alla sua compagine, di sopravvivere, e al fascismo di consolidarsi, più per l’altrui debolezza che per virtù propria, profittando anzi dell’irrimediabile errore delle opposizioni, di astenersi dalla presenza in Parlamento (l’«Aventino»), che avrebbe consentito, nel gennaio ‘26, di farne deliberare la decadenza. Non mancò la “trahison des clercs”, in un’ora straordinariamente feconda per la cultura: e Giovanni Gentile, pur surrogato come ministro dell’istruzione, ad assicurarsi maggior potere, si assunse la responsabilità d’un manifesto degli intellettuali a favore del fascismo, cui, con un numero minore di firme, se ne sarebbe contrapposto un altro, redatto dal Croce.

 

«[Il processo venne trasferito] alla lontana e più tranquilla Chieti, [e si ebbe] l’arrogante difesa di Farinacci (cui si consentì di dichiarare di assumerla “prima come segretario del partito, e poi come avvocato” e che il processo non si sarebbe fatto “né al regime né al partito”). Esclusa dalla stessa pubblica accusa, la premeditazione ed ammessa la preterintenzionalità, la sentenza,  del 24 marzo 1925, condannava solo tre degli imputati a cinque anni, undici mesi e venti giorni, che, col condono di ben quattro anni per una opportuna amnistia, e tenuto conto della carcerazione preventiva, li rendeva, di fatto, liberi.»

 

 

L’avvento del fascismo nell’area provinciale di Agrigento.   

 

Nella Sicilia - scrive Salvatore Leone ([9]) - in cui il fascismo ebbe “natura ricettiva e non radiante”, schematizzando possiamo dire che l’aristocrazia agraria aderì al regime nei tardi anni ‘20, quando si renderà contodella sostanziale convenienza ad appoggiare il nuovo gruppo di potere. La piccola borghesia cittadina darà il suo consenso agli inizi degli anni ‘20 con uno spirito fortemente protestatario nei confronti di quello Stato liberale che l’aveva schiacciata al basso al livello contadino. L’adesione al nuovo regime della media borghesia e degli intellettuali, parecchi dei quali avevano alle spalle una consistente tradizione autonomista, avvenne mediante comportamenti incerti e talora contraddittori che si protrassero fino ai primi anni ‘30».

 

La provincia di Agrigento (allora Girgenti) rispecchia grosso modo siffatta diversa datazione del consenso al fascismo, anche se è difficile rinvenire intellettuali di spicco che tardino nel concedere il loro accondiscendimento al nuovo regime. Luigi Pirandello aderisce tempestivamente al fascismo; Enrico La Loggia se ne mantenne sempre fuori; ed anche Giovanni Guarino Amella. Francesco Renda vuole come nemico del fascismo padre Michele Sclafani «che diede filo da torcere ai fascisti dell’Agrigentino [..] seppure anche lui non fu alieno dal cercare l’intesa e la collaborazione con essi  e ddirittura dal proporre soluzioni impossibili, come la costituzione di un grande partito siciliano clerico-fascista». ([10]) Per non parlare dei socialisti rimasti coerenti, è difficile inquadrare figure come i fratelli Ambrosini di Favara, o l’avv. Cesare Sessa, o l’avv. Bonfiglio. Fortemente caratterizzata in termini di pronta adesione al fascismo è la figura dell’on. Abisso, che alla fine, però, si guarda bene dall’aderire alla Repubblica sociale di Salò. Analogo discorso potrebbe farsi per il narese on. Riolo.

 

Francesco Renda ha ben ragione quando dichiara che le origini dei fasci di comattimento di Girgenti (e di quei radi della provincia nel periodo 1919-20) sono «avvolte nella nebbia». ([11]) Nell’agrigentino, il fascismo ebbe davvero, dai suoi esordi sino al consolidamento del Regime, “natura ricettiva, e non radiante.”

 

Quando nel 1942, in piena guerra, vari autori - spesso maldestri, o ingenui o disinformati - redassero i «Panorami di realizzazioni del Fascimo» che dovevan essere una ricerca delle primissime origini del fascismo delle varie province, non avevano molta carne al fuoco, per quanto riguarda il Meridione e la Sicilia. L’autore agrigentino - tal Vincenzo Agozzino - deve proprio arrmpicarsi sugli specchi per reperire esaltanti «cronache della vigilia rivoluzionaria fascista nella provincia di Agrigento» ([12])

«Agrigento sempre più bella e suggestiva», aveva detto Mussolini al popolo di Agrigento il 15 agosto 1937.  E’ frase lapidaria che l’Agozzino invoca in premessa. Ci racconta poi del fascio di Agrigento nel 1919. «..La Camera del lavoro di Agrigento, - narra - aderente al Partito Socialista Ufficiale, con rapida azione agganciò le masse delle zone industriali prima e poi delle zone minerarie ed agricole, creando una forte organizzazione che presto si mosse alla conquista delle amministrazioni comunali. Così in Canicattì, Ravanusa e Palma Montechiaro si ebbero maggioranze socialiste e quasi ovunque le minoranze furono rosse. [..] In questi ambienti [..] solo un manipolo di giovanissimi intese il richiamo dei valori spirituali della stirpe fondando nel maggio del 1919 il primo Fascio dell’agrigentino. La riunione avvene in una stanza dell’Albergo Centrale dove si costituisce un nucleo di azione contro il sovversivismo locale di vario colore, dal rosso, al nero e al verde, che assume il nome di Fascio Futurista di Azione [..]

«1920- 21 - 22

«Si forma poi il Fascio di Combattimento che in un secondo tempo viene intitolato al Caduto Pierino Del Piano. Solo il 20 novembre 1920 avviene il riconoscimento ufficiale del Fascio di Combattimento di Agrigento. Viene anche ad Agrigento la propagandista rossa Maria Giudice. Migliaia e migliaia di persone sono adunate all’Arena Bonsignore [..] La propagandista non doveva parlare e non parlò. Aveva appena pronunciato la parola ‘Compagni’ che ebbe inizio una fitta sassaiola [da parte di piccoli bene appostati sulla terrazza di villa Garibaldi]. [Ne seguì]  un fuffi fuggi generale, mentre la stessa oratrice veniva colpita al viso. Legnate da orbi furono distribuiti agli uscenti dalla arena, mentre la lotta si spezzettava in singoli episodi dai quali però risultava la coraggiosa fuga dei rossi e il primo assalto alla Camera del lavoro [..] [Si trattava] di pochi squadristi, circa quaranta, che [cominciarono a] sgominare le forse rosse, nere e verdi.

«[Altra aggressione.] La Camera del lavoro viene assalita e devastata, mentre mobilio e carte son dati alle fiamme fra il canto di Giovinezza. Successivamente  dopo un comizio tenuto dai combattenti, vien dato un nuovo assalto alla Camera del lavoro con la completa distruzione del mobilio, delle carte e di una bandiera rossa che è poi bruciata in piazza Gallo. La stessa sera avviene un conflitto con un gruppo di guardie regie, risoltosi con una brillante fuga degli agenti di Cagoia [Nitti, n.d.r.]. [..] Altre azioni repressive, di ritorsione e di propaganda vennero eseguite in tutta la provincia: vengono impediti alcuni comizi; venne incendiato il circolo ferroviario; [talora] vengono a dar loro man forte i camerati dei fasci di Porto Empedocle, Canicattì, Palma Montechiaro e Sciacca. Il 24 aprile del 1921 una squadra agrigentina partecipò alle azioni di rappresaglia in Caltanissetta in occasione dell’uccisione di Gigino Gattuso. Alla Marcia di Roma [..] partecipò una squadra, mentre le altre rimasero mobilitate in sede.

«In provincia agirono in periodo ante marcia i fasci di Canicattì, Licata, Palma Montechiaro, Porto Empedocle, Ravanusa, Raffadali, Naro, Sambuca, Grotte, Bivona. Il fascio di Canicattì venne riconosciuto il 4 dicembre 1920; il Fascio di Licata, il 1° febbraio 1921; quello di Montechiaro fu fondato il 1° marzo 1921; quello di Porto Empedocle fu riconosciuto nel marzo 1921; quello di Ravanusa, il 15 ottobre 1920. Altri fasci venero fondati nella seconda metà del 1922 e fra questi Raffadali, Sambuca di Sicilia, Naro, Grotte e Bivona. Naro soprattutto, fondatosi il fascio nel luglio del 1922 e riconosciuto il 18 ottobre successivo, si segnalò in vivaci interventi locali contro i sovversivi, che culminarono con la devastazione della sezione socialista.»

Il volume dei “Panorami” riporta a questo punto un’altro squarcio del discorso che Mussolini pronunciò “dalla terrazza del Palazzo Reale di Palermo - 5 maggio 1924”: “C’è forse una pietra del Carso, pietra di quelle doline dove non abbiano sofferto e dove il popolo è diventato grande, c’è forse zolla di tutto l’arco di trincee che andava dallo Stelvio al mare che non sia stata bagnata da stille di purissimo sangue siciliano?»

Prima della marcia su Roma, il quadro del fascismo agrigentino è rado e sfilacciato. Iprefetti del luogo non vedevano di buon occchio il nuovo movimento politico; lo tolleravano appena e se potevano lo disperdevano. Rivelatrice è questa missiva al Ministero degli Interni del sostituto del prefetto Vergara del 20 giugno 1922 ([13]): «Significo che al 31 maggio 1922 esistevano in questa provincia le seguenti sezioni del Fascio di combattimento: Girgenti con 50 aderenti; Canicattì 20; Ravanusa 80; Sciacca 80. A Palma Montechiaro la sezione è stata sciolta, ma esistono tuttavia una diecina di simpatizzanti del partito fascista. La sezione di Naro, segnalata con mia nota dell’11 maggio 1921 n. 225, è composta da ex-combattenti e non fascisti. Anche la sezione di Porto Empedocle è stata sciolta».

 



[1]) cit. in ERCOLE, op. cit. pag. 206 e segg.
[2]) Cfr. Nota n.° 7.
[3]) Francesco Ercole - La Rivoluzione Fascista - Ciuni Editore Palermo 1936, pag. 234 e segg.
[4]) 2000 pagine di Gramsci, vol. II: Lettere edite e inedite 1912-1937, a cura di G. Ferrara e N. Gallo, Milano 1964, p. 45.
[5]) Salvatore Lupo, La crisi del monopolio naturale. Dal Consorzio obbligatorio all’Ente Zolfi, in Economia e società nell’area dello zolfo - secoli XIX-XX - Salvatore Sciascia editore, Caltanissetta-Roma, 1989, pag.  354.
[6]) Lettera ad A. Di Nola  in Archivio Carnazza, fasc. 28, III 37, busta “C” ; Industria zolfifera e legge mineraria. Cit. in Lupo, op. cit. pag. 354.
[7]) Eugenio Napoleone Messana - Racalmuto nella storia della Sicilia - Canicattì 1969 - p. 234.
[8]) Editoriale “Il delitto Matteotti” di Storia e Civiltà - gennaio-giugno 1994 - Edizione del Lavoro - Roma - a. X, n. 1-2 - a firma P.F.P. (Pier Fausto Palumbo, direttore responsabile), pag. 7-9.
[9]) Salvatore Leone - Per una storia delle strutture culturali: le Società di storia patria - in Storia d’Italia - Le Regioni: dall’Unità ad oggi - la Sicilia - Einaudi editore 1987 - pagg. 876-877.
[10]) Francesco Renda - Storia della Sicilia - dal 1860 al 1970 - Vol. II - Sellerio Editore Palermo, 1985, pag. 365.
[11]) ibidem pag. 354.
[12]) Vincenzo Agozzino - Cronache della Vigilia rivoluzionaria fascista nella provincia di Agrigento - in Panorami di realizzazioni del Fascismo - Il movimento delle squadre nell’Italia meridionale e insulare - Vol. VI -  Roma, 1942 , pag. 167 e segg.
[13]) Archivio Centrale dello Stato - M.I. - P.S. - 1925 - busta 115 G1


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