Profilo

lunedì 13 marzo 2017



NERSAE, CITTA' DEGLI EQUI

di  NICOLA CARIELLO



Home Page   Dark Ages   Conversio in latinum sermonem     Rome et le Latium au Moyen Age    Hochmittelalter     La alta Edad Media     Idade Média
     
Раннее  Средневековье   I Saraceni nel Lazio    Ioannes   Bisanzio  Roma e Kiev    Stato e Chiesa    Il secondo Municipio di Roma   Articoli pubblicati 
                                                                                                                    Cronaca di Psamatia   Links    L'autore   Immagini











nescie


Una delle più celebri menzioni di Nersae si trova nei versi dell'Eneide
Et te montosae misere in proelia Nersae
Ufens, insignem fama et felicibus armis;
horrida precipue cui gens adsuetaque multo
venatu nemorem, duris Aequicula glaebis:
armati terram exercent semperque recentis
convectare iuvat praedas et vivere rapto (1),
dove il poeta mantovano fa una sintetica e colorita descrizione degli Equicoli o Equi, presentandoli come un popolo di rozzi e feroci montanari, un po' cacciatori e un po' predatori. Nersae, la loro città capitale o, comunque rappresentativa, appare qui quasi una sineddoche della nazione equa, che nell'occasione affidava al suo eroe Ufente l'incarico di marciare, insieme con gli alleati laziali, contro Enea.
Naturalmente la rappresentazione poetica di Virgilio non aveva alcuna pretesa di osservazione realistica. Oltre a piegare il suo racconto alla fantasia ed alle esigenze metriche, il cantore dell'Eneide, com'è noto, doveva sviluppare la narrazione della storia romana secondo uno schema che rispondeva a precise scelte politiche cui era costretto ad uniformarsi. Si trattava, infatti, di celebrare degnamente la patria e la casa Giulia con un poema nel quale sarebbero stati illustrati i miti che costituivano la base dell'Impero romano. Nei piani di Ottaviano Virgilio era il cantore “ufficiale” destinato a rivelare le radici mitologiche e religiose del grandioso organismo politico cui aveva dato vita la potenza di Roma, le cui sorti, pertanto, dovevano apparire legate a un disegno divino.
Forse Virgilio non aveva mai visitato di persona la cittadina di Nersae, né, magari, aveva mai calcato le “dure zolle” del territorio equicolano. Però ben conosceva la lunga storia dei difficili rapporti che erano intercorsi tra Romani ed Equi, eterni nemici dell'Urbe (2), contro i quali quest'ultima aveva dovuto combattere per secoli. Si rendeva necessario, perciò, dipingerli insistendo sui tratti bellicosi che li avrebbero contraddistinti: selvaggi agricoltori-soldati, abituati a girare armati di tutto punto perfino mentre lavoravano la terra! Tanto più, di conseguenza, ne sarebbe risultata glorificata la superiorità di Roma, la quale, nonostante tutto, era riuscita ad avere infine ragione di tali indomabili nemici.
Ma i discendenti degli Equi che ancora popolavano le terre avite verso la fine del I secolo a.C., epoca in cui Virgilio componeva il suo poema, erano ben lungi dal presentarsi come dei feroci guerrieri – ammesso che lo siano mai stati – quali li immaginava il grande poeta. Proprio in quegli anni Ottaviano ordinava la divisione amministrativa dell'Italia in undici regioni, secondo le informazioni che ci fornisce Plinio (3) e la quarta, dove, a detta dell'autore, si trovavano i popoli più coraggiosi d'Italia (4), era abitata appunto dalla gente Aequiculanorum accanto a quella Albensium, ai Cliternini e ai Carseolani. La pax romana, in fin dei conti, aveva smorzato del tutto le velleità indipendentiste dei vari popoli italici, i quali andavano ormai definitivamente perdendo la loro identità nel processo di “globalizzazione” intrapreso dalla città vincitrice. Gli Equi o Equicoli dovevano ora dimostrare la loro valentìa di guerrieri combattendo piuttosto nel nome di Roma contro i nemici della res publica populi Romani. Inoltre, se è vero che con Ottaviano un reticolo giuridico-amministrativo copre ed uniforma interamente l'Italia alle leggi romane, è pure evidente, nello stesso tempo, che Roma non può più continuare a svolgere il ruolo isolato di città-guida e modello repubblicano. Il territorio sul quale estende la sua sovranità si è ampliato enormemente. Ben presto, infatti, andrà trasformandosi in capitale di un Impero e in grandioso agglomerato urbano, dove le più importanti funzioni pubbliche e perfino il massimo potere di governo verranno assunti dai “provinciali” che a mano a mano acquisteranno sempre maggiori privilegi e diritti fino alla nota Constitutio antoniniana con la quale nel 212 Caracalla concedeva la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell'Impero e non solo dell'Italia. Era, in fondo, la conclusione logica della storia di una città, che già fin dall'inizio, quando era formata da un esiguo numero di villaggi di pastori appollaiati su delle colline tra le quali scorreva il Tevere, accoglieva fuggiaschi e forestieri nel suo Asylum (5) e che apertamente non vantava nobili natali ma la discendenza da progenitori “figli di nessuno”. Probabilmente questa innegabile apertura verso gli altri e questo universalismo, per cui a Roma nessuno si sentiva straniero (6), più che la soverchiante potenza militare o l'efficiente macchina amministrativa, consentirono all'Urbe di vivere e prosperare costituendo una sorta di patria comune nella quale si potevano adattare a vivere stirpi diverse. Mentre, al contrario, città e popolazioni orgogliosamente chiuse nei loro confini ed ostili a ciò che si presentava come nuovo ed estraneo, andarono inesorabilmente incontro, condannate da un misoneismo che rinnegava la stessa natura delle cose, ad un'inevitabile estinzione.
Anche dal punto di vista religioso Roma si mostrava sempre pronta ad accogliere e perfino ad appropriarsi di credenze e culti stranieri. Tanto più questo sincretismo appare straordinario quando si tiene presente che nelle cività antiche, in cui prevale la mentalità sacrale, non esiste il criterio di distinzione fra “laico” e “religioso” e la regola sociale ovvero la norma si presenta allo stesso tempo sia come obbligo giuridico che come precetto morale (jus, giusto = fas, lecito), la cui violazione mette in pericolo l'esistenza stessa della comunità. Pertanto anche riti estranei al mondo latino contribuirono, già nel periodo più antico, alla formazione dell'ordinamento giuridico romano. È il caso dello jus fetiale. Un apposito collegio sacerdotale, quello dei fetiales, aveva l'incarico, dopo aver espletato un rito di carattere sacro, di dichiarare guerra. Tale atto rispondeva ad un obbligo di diritto internazionale nel quale era insito anche un imperativo morale, poiché l'omicidio doveva necessariamente trovare una giustificazione in una norma che lo consentisse esplicitamente. Secondo la testimonianza di Dionigi di Alicarnasso e Tito Livio (7) il collegio dei feziali con i suoi riti per la risoluzione delle controversie internazionali sarebbe stato istituito a Roma adottando le relative norme che vigevano presso gli Equi. In campo dottrinario sono state sollevati, però, parecchi dubbi circa le affermazioni dei due scrittori, in base, ad esempio, alla considerazione che i Romani ebbero contatti con gli Equi solo in epoca abbastanza tarda, verso la fine del periodo monarchico o all'inizio di quello repubblicano; altri autori (es. Cn. Gellio, Servio), d'altronde, attribuiscono l'istituzione dei feziali a Roma all' influenza degli Ardeati o dei Falisci. In generale, comunque, si ritiene che la ricostruzione storica effettuata in età augustea abbia risentito del clima dell'epoca: la storia romana veniva narrata secondo schemi precostituiti e piani prestabiliti da autori che, in realtà, non avevano precise notizie delle età più antiche (8). E le stesse critiche sono state rivolte allo scrittore latino Valerio Massimo, il quale cita Septimus Modius quale primo re degli Equi e Sertor Resius, come colui che avrebbe istituito la normativa feziale (9).
n proposito esiste anche un'iscrizione latina sul colle Palatino, secondo la quale:
Ferter Resius
rex Aequeicolus
is preimus
ius fetiale paravit
inde p(opulus) R(omanus) discipleinam excepit (10).



Si tratta, però, anche qui, di un'azione di recupero delle tradizioni diretta alla riscoperta ed all'esaltazione delle istituzioni romane arcaiche. L'età augustea, come si è notato, commemora il passato di Roma e lo glorifica per nobilitare l'antichità e la ricchezza della storia della città. Questa testimonianza epigrafica va, quindi, inserita nel clima dell'epoca e pare che possa essere datata tra l'età augustea e la claudia (11).
In ogni caso l'opera di interazione tra vincitori e vinti proseguiva, che si trattasse di Equi o di altri popoli (12). Tra gli scrittori romani Tito Livio, nella sua monumentale storia di Roma, è colui che cita più spesso gli Equi poiché le ostilità con i Romani durarono per secoli. Solo intorno al 304 a.C., benché in seguito si siano verificati ulteriori tentativi di ribellione, Roma riesce ad includere definitivamente nei confini della res publica Romanorum tutto il territorio da essi abitato. E, come accadeva abitualmente, le città più importanti furono popolate da coloni inviati da Roma (13): Tito Livio ricorda Carsoli e Alba, che complessivamente contavano diecimila abitanti. Ambedue ben difese, erano disposte lungo la via Valeria, continuazione della Tiburtina, antica consolare di rilevanza strategica. La sistemazione delle zone conquistate, imposta dalla necessità di inquadrare istituzionalmente la popolazione, composta da indigeni e coloni romani, si concretò nell'assetto amministrativo fondato sull'urbanizzazione o, meglio, sulla riorganizzazione municipale. Tuttavia, la vasta area a nord della linea Carseolis-Alba, cioè il vero e proprio Ager Aequiculanus, il sito più interno e geograficamente appartato, solcato dal Turano e dal Salto nel cuore dell'Appennino centrale, sembrava meno suscettibile di interventi riorganizzativi. La culla del popolo degli Equi, con la sua ardua orografia, non si prestava né a grossi insediamenti urbani né a facili collegamenti viari, benché, in realtà, fosse abitata da tempi immemorabili e finanche costellata di villaggi.
“La valle stessa del Salto ha una lunghezza di circa 36 miglia, e dal nono miglio in là, venendo da Rieti, si chiama ora il Cicolano: una delle più belle e romantiche valli alpestri per la magnificenza e l'amenità che gli diè a larghe mani la natura, la quale pare avere qui congiunte le bellezze proprie dell'Italia e della Svizzera. I suoi abitanti, distinti anche fra gli ospitali Abbruzzi, per antica semplicità ed ospitalità, sono sparsi per infiniti piccoli paesi, che in parte stanno nella più fertile campagna, in parte sopra orridi sassi o in mezzo a foreste di quercia”. Così scriveva il Bunsen (14) nel 1834, aggiungendo: “Sulla riva sinistra del fiume (Imelle), passando questo ponte si trova un sito ricco di ruderi, e precisamente vicino a Civitella, o Civitella di Nesce, così chiamata perché si trova in una pianura sotto un alto monte, in cima di cui sta il paese di Nesce. Martelli chiama questa stessa valle Valle Nersia. Questo scrittore nella storia de' Sicoli vuole riconoscere nel nome di Nesce una corruzione di quello di Nursae (o piuttosto Nersae), di cui parla Virgilio nel celebre passo dell'Eneide come città antichissima degli Equicoli “ (15).
È del tutto probabile che la Nersae cui si riferisce Virgilio, individuata da Martelli presso Civitella di Nesce, rappresentasse il centro principale di quella costellazione di vici abitati dagli Equicoli ancora in epoca augustea e detta res publica Aequiculorum (16). Nella zona non erano state dedotte colonie romane, ma ormai anche i piccoli municipi italici, inclusi definitivamente nell'orbe politico romano, si reggevano secondo le regole dell'ammnistrazione imposte dal vincitore. Esiste, in proposito, una ricca documentazione epigrafica ed archeologica che fornisce un quadro alquanto interessante della vita che si svolgeva nella cittadina di Nersae. Ed occorre rammentare che le prime indagini in tal senso risalgono già ai primordi dell'archeologia moderna; oltre il citato Martelli, sono da ricordare in particolare Raffaele Garrucci e Francesco Saverio Gualtieri (17). Il compito di tali pionieri non fu molto facile anche perché nella letteratura latina le menzioni di Nersae sicuramente non abbondano ed alla fine dell'Impero il Cicolano, come molte altre località, assistette ad una forte contrazione demografica con il conseguente abbandono di diversi centri abitati. Ma già in epoca classica sembra incerta la stessa grafia del nome della cittadina equa: ad esempio, Plinio il Vecchio, vissuto nel I secolo, nella “Storia Naturale” accenna ad un vicum Nervesiae, che dovrebbe riferirsi proprio a Nersae (18).
Nel secolo scorso un apporto decisivo venne, però, dal Lugini. “Domenico Lugini continua ad essere un riferimento unico per studiosi e ricercatori interessati al Cicolano e alla Valle del Salto, per aver dato un grande contributo alla conoscenza della storia della sua terra. A distanza di quasi un quarto di secolo dai capitoli LXXXVIII e LXXXIX del Corpus Inscriptionum Latinarum riservati da Theodor Mommsen all'edizione delle iscrizioni latine degli Aequiculi e di Cliternia, per cui si era giovato dell'autorevole autoscopia di Heinrich Dressel, Lugini volle nuovamente ripercorrere l'itinerario intrapreso dalla scuola tedesca, riconsiderando quanto era stato già trasmesso dalla scuola epigrafica berlinese e portando a conoscenza quei documenti iscritti che solo la sua conoscenza di quella zona era in grado di compiere “ scrive un noto studioso (19).
Nella prima parte del suo libro “Memorie storiche della regione equicola ora Cicolano”, infatti, il Lugini pubblicò i testi di molte epigrafi rinvenute nel territorio già degli Equicoli (o Cicoli o Cicolano), alcune delle quali pertinenti a Nersae ovvero Vicus Nervesiae (pagg. 20-78: XXXIV-LXIV). In precedenza, come si è accennato, altri appassionati ricercatori si erano prodigati, raccogliendo e studiando reperti in loco, come il Colucci, che aveva pubblicato anche il testo di una lapide in lingua osca trovata presso Nesce (20), segno della antichissima frequentazione della località.
In epoca repubblicana e imperiale il municipio di Nersae era amministrato, come d'altronde, il vicino abitato di Cliternia, dai duoviri, che, secondo alcuni studiosi, rappresenterebbero “la continuazione, con nome mutato, della coppia osca dei meddiss” (21); erano presenti, inoltre, tutti i vari magistrati, i decuriones, i quaestores, gli aediles, i praefecti e così via, incaricati di sovrintendere al disbrigo delle faccende riguardanti l'amministrazione cittadina. Risultano di particolare interesse, tuttavia, i resti e le iscrizioni concernenti gli aspetti religiosi della vita dell'antica cittadina. Tra i culti emergono quelli di Giove Ottimo Massimo, Giunone, Marte Ultore, Ercole e soprattutto quelli, diffusisi successivamente, legati alle divinità orientali quali Mitra o Iside e Serapide. Esisteva, infatti, un Mitreo. Ma soprattutto, verso gli anni 90, nei sotterranei della chiesa cimiteriale di S. Angelo di Nesce (Comune di Pescorocchiano) la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio ha rinvenuto i resti di un santuario italico contenente depositi votivi risalenti al periodo repubblicano. Nell'interno dell'edificio sono stati trovati molti oggetti: bronzetti, fibulae e monete. Attualmente è ben visibile, accanto al moderno cimitero, il recinto del tempio che insiste su un grosso muraglione in opera poligonale: secondo gli studiosi il santuario doveva essere legato ad un culto idrico ovvero ad una fonte dalla quale sarebbe stato possibile ottenere una guarigione miracolosa o l'agognata maternità. Purtroppo la grossa parete muraria, che nel punto più alto raggiunge i 5 metri dal suolo, è soggetta ad un progressivo deterioramento per l'azione delle cause naturali. Tra l'altro essa sostiene un terrapieno il cui volume diviene sempre più consistente e che potrebbe pertanto abbatterla, nel caso in cui non si intervenisse in tempo, decretandone la fine nel giro di pochi anni. Con l'ovvia conseguenza dell'ulteriore perdita di una memoria in un Paese che pare abbia imboccato la via dell'autodistruzione.
Le campagne di scavo, diligentemente curate dall'archeologa Giovanna Alvino, sono proseguite finché è esistita la possibilità di reperire i fondi pubblici necessari. È augurabile che in futuro siano completate, poiché le ricerche effettuate finora hanno fatto comprendere quale grandissimo patrimonio culturale possa venire alla luce. La storia degli Equicoli costituisce un'eredità che appartiene non solo ad una comunità locale ma all'intera umanità e la storia di Nersae è la storia di tutti. Di tale ricchezza ha assolutamente bisogno la nostra società, soprattutto in un momento in cui perfino gli autentici valori spirituali vengono sovvertiti e mercificati.
(1) “Te pur mandò l'alpestre Nersa in guerra,

Chiaro per fama e sorte d'armi, Ufente;

Che l'Equicolo hai teco, orrido, e a lunghe

Cacce boschive e a dure zolle avvezzo:

Cole armato le terre, e ognor gli giova

Nuove prede ammassar, campar di ratto”.

(Eneide, Libro VII, vv. 743-748, traduzione di Giuseppe Solari, Stamperia Giossi, Genova 1810, tomo II, pag. 55). A titolo di curiosità, nella versione dialettale del poeta secentesco napoletano Giancola Sitillo (anagramma di Niccolò Stigliola) i versi virgiliani suonano così:

Da li munte Norcine eccote Ufente,

Cala, Marte noviello, a la campagna

Co' l'Equicole suoje, che brutta gente!

Brutta da capo per 'nfi a le ccarcagna.

So famuse a la caccia, e so' baliente

A zzappare a le ccoste de montagna,

Zappano armate, e abbuscano quatrine

Mo' co la zappa, e mo' co li rampine.

(“L'Eneide di Virgilio Marone trasportata in ottava rima napoletana da Giancola Sitillo”, stamp. Porcelli, Napoli 1784, tomo III, pag. 99. In merito cfr. Carmine Jannacco-Martino Capucci, Storia letteraria d'Italia-Il Seicento, a cura di A. Balduino, ed. Piccin-Nuova Libraria, Padova 1986, pag. 306).
(2) “Aeterni hostes Vulsci et Aequi” (Titi Livii, Rerum Romanarum ab Urbe condita Liber III, a cura di C.F.S. Alschefski, ed. F. Dümmler, Berlino 1841, vol. I, pag. 237); e Cicerone: “Aequorum magnam gentem et ferocem” (M. Tulli Ciceronis, De re publica librorum reliqua, imp. A. Marci, Bonn 1828, liber II, pag. 67).
(3) Caii Plinii Secundi Historiae Naturalis libri XXXVII (edizione a cura C. Herm. Weis, ed. C. Tauchnitz, Lipsia 1841), Libro III.
(4) “Sequitur regio quarta gentium vel fortissimarum Italiae”. Ibidem , libro III, XVII, pag. 61.
(5) Asylum era il nome della “sella” o depressione del colle capitolino posta tra l'Arx ed il Capitolium propriamente detto e corrisponde all'attuale piazza del Campidoglio, dove, secondo la tradizione, già ai tempi di Romolo veniva dato rifugio a chiunque lo avesse chiesto.
(6) Sono fin troppo noti usati ed abusati i versi di C. Rutilio Namaziano nel “De Reditu suo”: “Fecisti patriam diversis gentibus unam”.
(7) Titi Livii, op. cit., Liber I, XXXII, pag. 25: “ indicerentur bella aliquo ritu, jus ab antiqua gens Aequiculis, quod nunc fetiales habent”. Cfr. Marta Sordi, Guerra e diritto nel mondo greco e romano in “Contributi dell'Istituto di storia antica”, ed. Vita e Pensiero, Milano 2002, vol. XXVIII, pag. 4 e Fabio Mora, Il pensiero storico-religioso antico. Autori greci e Roma: I. Dionigi di Alicarnasso, ed. L'Erma di Bretschneider, Roma 1995, pag. 253.
(8) Cfr., in particolare, Claudine Auliard, Les Fétiaux, un collège religieux au service du droit sacré international ou de la politique extérieure romaine? in “Mélanges Pierre Lévêcque”, Centre Nationale des Lettres, Laboratoire associé au CNRS 338, Analyse des formations sociales de l'antiquité, Paris 1992, pag. 1 e Christiane Saulnier, Le rôle des prêtres fetiaux et l'application du “jus fetiale” à Rome, in “Revue historique du droit français et étranger 58 (1980)”, pagg. 171-193.
(9) C. Valeri Maximi, Factorum et dictorum memorabilium libri novem, a cura di K. Kempf, ed. G. Reimer, Berlino 1844, pagg. 742-743.
(10) Vale a dire: “Ferter Resius / re equicolo /per primo / istituì il diritto dei feziali / da cui il popolo romano trasse la normativa”. Il cippo (CIL VI, 1302) contenente l'iscrizione è conservato nel Museo Palatino.
(11) Cfr. Claudia Cecamore, Palatium: topografia storica del Palatino tra III sec. a.C. E I sec. d. C., L'Erma di Bretschneider, Roma 2002, pag. 144.
(12) Si rammenti anche, sotto altri aspetti, l'oraziano Graecia capta ferum victorem cepit.
(13) Titi Livii, op. cit., Liber X, I, pagg. 138-139: “... Albam in Aequos sex milia colonorum scripta … simul Marsos agrum vi tueri, in quem colonia Carseoli deducta erat quattuor milibus hominum scriptis
(14) Christian K.J. von Bunsen (1791-1860), diplomatico e studioso, fu ambasciatore prussiano presso la Santa Sede dal 1823. Autore di varie opere di carattere storico-filosofico, pubblicò molti scritti sulle opere d'arte e sulle antichità italiane. I brani citati sono trattti dall'articolo “Esame corografico e storico del sito dei più antichi stabilimenti italici nel territorio reatino e le sue adiacenze”, in “Annali dell'Instituto di corrispondenza archeologica”, Parigi 1834, tomo VI, pagg.110-116.
(15) Ibidem, pag. 116. Felice Martelli (1759-1843), nato da agiata famiglia di Fiamignano, di volta in volta filoborbonico e filonapoleonico (organizzò i possidenti del Cicolano per contrastare la banda di Fra' Diavolo fino a diventare capo battaglione della Guardia Civica del distretto di Cittaducale, ma fu anche eletto dal governo borbonico consigliere provinciale nel biennio 1817-1819), si dedicò ad indagini storiche ed archeologiche sul territorio del Cicolano. Pubblicò nel 1819 all'Aquila uno studio su “Dissertazione sull'antica Cliternia” e nel 1830, in due tomi, “Le antichità de' Sicoli primi e vetustissimi abitatori del Lazio e della provincia dell'Aquila”.
(16) Cfr. R.S. Conway, The italic dialects, University Press Cambridge 1897, vol. I, pag. 300
(17) Raffaele Garrucci (1812-1885), gesuita, fu nusmismatico, archeologo e storico dell'arte cristiana. Francesco Saverio Gualtieri, nato a Lucoli (1740-1831), vescovo dell'Aquila nel 1792 e poi vescovo di Caserta dal 1818, fu studioso di epigrafia e condusse le sue ricerche di archeologia insieme con il conterraneo Venanzio Lupacchini. Fu socio dell'Accademia di Ercolano (cfr. Carlo Botta, Storia d'Italia dal 1789 al 1814, Baudry, Parigi 1837, pag. 256). Venanzio Lupacchini (1730-1775) medico, letterato e scienziato, si occupò anche di epigrafia ed archeologia (cfr. G. Lodovico Bianconi, Opere, Tip. Classici italiani, Milano 1802, vol. II, pag. 241).
(18) Caii Plinii Secundi Historiae Naturalis Libri XXXVII a cura di L. Desfontaines, Lemaire, Parigi 1830, vol. VII, pars prior, Lib. XXV, cap. XLVIII, pag. 581: “Nostra aetas meminit herbam in Marsis repertam. Nascitur et in Aequicolis circa vicum Nervesiae: vocatur consiligo. Prodest, ut demonstrabimus suo loco, deploratis in phthisi”. Vale a dire: “La nostra epoca ricorda un'erba che è stata trovata nella Marsica. Cresce anche presso gli Equi, non lontano dal villaggio di Nerse e viene chiamata consiligo. È utile, come dimostreremo successivamente, nei casi più gravi di tisi”. Nel libro XXVI, cap. XXI, infatti, Plinio specifica: “Peculiariter autem pulmonibus, et quos ab his phthsisis tentat, radix herbae consiliginis, quam nuper inventam diximus: suum quidem et pecoris omnis remedium praesens est pulmonum vitio ...”. Stando allo scrittore, pertanto, la radice di quella pianta, scoperta di recente, pareva utile per curare le malattie delle vie respiratorie del bestiame. Per i botanici si tratterebbe dell'Helleborus foetidus L., ranunculacea perenne con proprietà vermifughe e narcotiche, ma sconsigliata per l'automedicazione in quanto velenosa. Proveniente dal Caucaso, aveva cominciato a diffondersi evidentemente in quel periodo per tutta l'Europa ed attualmente è molto comune in Italia. Di diverso avviso, tuttavia, Fernando Tammaro, del Dipartimento di Scienze Ambientali dell'Università dell'Aquila (Biosistematica e corologia delle piante, in “Medicina e Magia”, edizione digitale http://www.coppodellorso.it), secondo il quale nella medicina popolare abruzzese quell'erba viene ancora utilizzata come cicatrizzante soprattutto per gli animali. La consiligo pliniana, però, sarebbe piuttosto da identificare nella Pulmonaria Vallarsae Kerner (pulmonaria della Vallarsa), che può essere impiegata nella cura delle malattie dei polmoni.
(19) Marco Buonocore “Cento anni dopo l'esperienza epigrafica di Domenico Lugini. Quale futuro?”, in “Atti della Giornata di Studio promossa e organizzata da www.valledelsalto.it, S. Lucia di Fiamignano 1 dicembre 2007-Quaderno valledelsalto.it a cura di Rodolfo Pagano e Cesare Silvi”, pag. 85. Il Buonocore, insigne studioso, è Scriptor Latinus e Direttore della Sezione Archivi della Biblioteca Vaticana.
Domenico Lugini (1857-1922), nato a Santa Lucia di Fiamignano, abbandonò gli studi ecclesiastici per dedicarsi alla medicina. Laureatosi all'Università di Napoli, esercitò la professione nel Comune di Fiamignano, che comprendeva allora 27 frazioni. Nonostante gli impegni lavorativi e le cure familiari (dal matrimonio con Carolina Mozzetti nacquero 13 figli), si dedicò con passione agli studi della storia e delle tradizioni del Cicolano. Profuse tutte le sue conoscenze nel libro “Memorie storiche della regione equicola ora Cicolano”, pubblicato a Rieti nel 1907.
(20) Giuseppe Colucci, Gli Equi o un periodo della storia antica degli Italiani, Firenze 1866, vol. I, pag. 17. L'iscrizione fu pubblicata in Bullett. Archeol. Napolit., Nuov. Ser. VII, pag. 90.
(21) Umberto Laffi, Studi di storia romana e di diritto, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2001, pag. 127.

Nessun commento:

Posta un commento