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lunedì 22 maggio 2017

Banca d’Italia in mano a soci privati. ‘Conflitto d’interesse’. ‘No, è indipendente’

di | 20 giugno 2013
Banca d’Italia in mano a soci privati. ‘Conflitto d’interesse’. ‘No, è indipendente’
Economia & Lobby
Il presidente Adusbef Elio Lannutti e Franco Barani, docente della Bocconi, rispondono (con punti di vista molto diversi) sul tema della governance dell'istituto centrale. E affrontano il tema dell'eterno rinvio del decreto attuativo sull'assetto proprietario Di chi è la Banca d’Italia e quali interessi fa, dei cittadini o delle banche? Dell’Italia o dell’Eurozona? E importa davvero visto che il pallino del sistema lo tiene ormai la Bce? La questione torna alla ribalta ogni volta che i fondamentali dell’economia traballano o esplode uno scandalo che investe il mondo della finanza. Abbiamo posto queste domande a due interlocutori che dell’argomento si sono occupati  a lungo giungendo a conclusioni diametralmente opposte. Elio Lannutti è presidente Adusbef ed ex parlamentare Idv, autore dei saggi “La Repubblica delle banche”, “Bankster” e “Peggio di Al Capone, i vampiri di Wall Street”. L’altro è il prof. Franco Barani, docente all’Università Bocconi di teoria e politica monetaria internazionale, vice presidente dell’Ispi (Istituto di studi di politica internazionale), membro italiano dell’European Shadow Financial Regulatory Committee, comitato ombra per le politiche di regolamentazione finanziaria. Il primo attacca a muso duro, contestando gli effetti deteriori dello strapotere dei privati. Il secondo la vede all’opposto, additando il vero pericolo proprio in quella politica che sogna di notte di mettere le mani sopra i forzieri dell’istituto, con effetti pericolosissimi per la stabilità. Ecco le ragioni di due visioni difficilmente conciliabili ma fatalmente costrette a ragionare di lobby, potere e interesse nazionale. 
Le grandi banche e assicurazioni private posseggono la maggioranza delle azioni di Bankitalia. C’è un problema di conflitto di interessi?
LANNUTTI (ADUSBEF) – Quel 95% di partecipazioni private è un gigantesco conflitto di interesse che si è rafforzato con l’istituzione dell’Ivass, presieduto dal direttore generale di Bankitalia che assegna all’ex Isvap la vigilanza sul settore assicurativo. Il capitale di Bankitalia, che ammonta a 156.000 euro, è costituito da 300.000 quote di partecipazione nominative di 0,52 euro ciascuna, la cui cessione – recita lo Statuto – avviene solo previo consenso del Consiglio Superiore e su proposta del Direttorio “nel rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza dell’Istituto e di una equilibrata distribuzione”. Consumatori, risparmiatori, clienti, azionisti, pmi non hanno avuto mai alcuna tutela da Bankitalia, che ha perseguito la stabilità (presunta) del sistema bancario a danno della concorrenza. Hanno subito abusi, vessazioni ed ordinari soprusi (dall’anatocismo ai mutui usurari, al risparmio tradito), con i costi dei conti correnti pari a 295,66 euro, assai più elevati della media Ue a 27 (pari a 114 euro), ed i tassi sui mutui più alti di 1,29 punti base, con l’effetto di 27.100 euro in più per un mutuo trentennale di 100.000 euro.
BRUNI (BOCCONI) – Io non vedo alcun conflitto d’interessi. Il governo della banca centrale per legge è del tutto indipendente dalla proprietà, che ha dei ruoli nel consiglio ma nessuna influenza sulla politica monetaria che è garantita anche dalla partecipazione della BI al sistema europeo. Ha ceduto i suoi poteri sostanziali alla banca centrale. Finora inoltre aveva una funzione quasi indiscussa di sorveglianza e di regolamentazione finanziaria, ora è stata interamente ceduta agli organi comunitari e la vigilanza sta per esserlo con l’unione bancaria che è stata già approvata da commissione, consiglio e parlamento. Quindi non c’è alcuna relazione tra la banca centrale e gli interessi in gioco.
Bankitalia risponde alle critiche sostenendo che la governance è comunque indipendente in quanto espressione del governo. E’ una risposta convincente?
LANNUTTI (ADUSBEF) – Dagli atti e dalle sentenze, che Adusbef ha ottenuto in tutte le sedi giudiziarie (Tribunali, Corte di Appello, Sezioni Unite di Cassazione, Corte Costituzionale), non esiste una sola prova dell’indipendenza della Banca d’Italia dalle banche azioniste: al contrario è evidente una contiguità con il sistema bancario suo azionista, con il malinteso obiettivo di perseguire la stabilità. Segnalo in proposito la famosa circolare dei tassi soglia, che escludeva dal calcolo usurario ai sensi della legge 108/96 il “pizzo” della commissione di massimo scoperto. E’ stato calcolato che tale presunta ‘stabilità’ del sistema costa ogni anno a correntisti e risparmiatori da 5 ai 7 miliardi di euro di maggiori oneri.
BRUNI (BOCCONI) – Non vedo conflitti neppure dal punto di vista della governance interna, perché tutte le cariche rilevanti come il direttorio sono di nomina non delle banche ma del Tesoro. Certo, abbiamo avuto l’episodio di Fazio in cui in qualche misura il Consiglio della Banca d’Italia ha rallentato la situazione per pressioni della politica. Inoltre chi siede ai vertici deve essere gradito alle autorità internazionali, lo si è visto con la nomina di Draghi sul quale non c’è stata discussione. Poi c’è stato Visco, scansando le pressioni esterne.
Da otto anni si attende il regolamento attuativo che ridefinisca l’assetto proprietario della Banca d’Italia con l’obiettivo di farla ritornare sotto il controllo pubblico. Doveva essere fatta entro tre anni, come stabilisce la legge del 2005. Perché secondo lei quella legge non è mai stata attuata? Quali novità dovrebbe contenere?
LANNUTTI (ADUSBEF) – Dopo le dimissioni dell’ex Governatore Antonio Fazio del dicembre 2005, caduto per le vaste complicità con i furbetti del quartierino, le scalate estive e l’amico Fiorani, il banchiere del bacio in fronte alla consorte del capo della Popolare di Lodi, che elargiva fior di regali alla signora Tarantola (ex capo della vigilanza ed oggi presidente Rai), e dopo la nomina di Mario Draghi, la legge ha ridefinto gli assetti proprietari della Banca d’Italia abrogando tra l’altro la carica a vita. Le Disposizioni per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari imponevano entro la fine del 2008 alle banche azioniste di Bankitalia di cedere le proprie partecipazioni, affinché il capitale dell’istituto di vigilanza tornasse in mano pubblica, così come previsto dall’articolo 19, comma 10, della l. 28 dicembre 2005, n. 262. Tra le 65 proposte di legge che ho presentato quand’ero parlamentare, ho depositato un disegno di legge recante “Norme sulla proprietà della Banca d’Italia e sui criteri di nomina del Consiglio superiore della Banca d’Italia” (Atto Senato n. 929), per riformare gli assetti dell’azionariato Bankitalia e avere un istituto centrale indipendente, sottratto alla longa manus dei banchieri e rispettoso dei diritti dei clienti e dei risparmiatori, mettendo in mora il Governo con numerosi atti di sindacato ispettivo per sanare una vera e propria «anomalia» istituzionale.
BRUNI (BOCCONI) – La legge imponeva il ritorno del controllo pubblico. Ma credo abbiano prevalso altre emergenze che ci vedono ancora orientati sulla politica economica più che sugli assetti. La mia interpretazione è che, nonostante la legge, ci sia una preferenza istituzionale e internazionale affinché la banca centrale sia posseduta in modo molto formalistico dalle banche come negli Usa e non dal governo. Perché l’indipendenza, questa la convinzione prevalente ormai in Europa, è violata più facilmente dai governi. Quindi è vero che c’è la legge ma è meglio che la Banca d’Italia abbia un azionariato bancario diffuso con un sistema di governance sostanzialmente neutralizzato piuttosto che un governo che allora dovrebbe garantire indipendenza per il Trattato di Maastricht e in modi molto speciali, come fa la Banca d’Inghilterra che è di proprietà del Tesoro ma ha un apposito consiglio per l’autonomia monetaria o come ha fatto la Francia tra il 1992 e il 1999, finché è entrata in funzione la Bce. Quindi tanto vale lasciar le cose come sono. Mi rendo conto di dire una cosa contra legem, e mi rendo conto che è forse possibile realizzarla senza violare il trattato: sono questioni di tecnica giuridico-istituzionale. Ma la sostanza non cambia.
Com’è stata esercitata negli ultimi anni la funzione di vigilanza e indirizzo da parte di Bankitalia? Si potevano prevenire i vari scandali?
LANNUTTI (ADUSBEF) – Una pessima vigilanza di banchieri a braccetto dei controllori ha determinato il fenomeno del risparmio tradito con i crack finanziari e industriali che hanno colpito un milione di famiglie, bruciando almeno 50 miliardi di euro di sudato risparmio, i casi Cirio, Parmalat, Tango Bond, Lehman Brothers, le cui obbligazioni venivano pubblicizzate come sicure sul sito dell’Abi Patti Chiari, assieme ad altri 50 titoli tossici. Abbiamo ricordato a Draghi e Visco, che per giustificarsi lamentavano la mancanza dei poteri, il caso Italease. Bankitalia il 24 luglio 2007, al fine di assicurare «la sana e prudente gestione» del gruppo, ha ordinato «il rinnovo degli organi e la convocazione delle assemblee» in sede ordinaria e straordinaria nonchè «la ricapitalizzazione» dell’istituto, il rinnovo del collegio sindacale, il divieto di effettuare operazioni in derivati con conseguente segnalazione alla Procura di Milano, che dopo qualche mese arrestò l’ex ad di Banca Italease Massimo Faenza, poi condannato per gravissimi reati. Lo scandalo Mps, che ha provocato un enorme buco di bilancio, costringendo il governo a emettere Monti bond per 4,1 miliardi di euro, l’esatto ammontare Imu prima casa, è avvenuto per l’assoluta mancanza di controlli di Consob, per quanto attiene ai bilanci, ma soprattutto per la mancata vigilanza di Bankitalia, che nonostante le ispezioni rilevassero gravissime anomalie di gestione, non ha voluto procedere all’azzeramento del consiglio di amministrazione e del collegio sindacale, come aveva fatto in altri casi, per non disturbare l’avv. Giuseppe Mussari, l’Abi, il Mps e i partiti di riferimento e uno status quo che avrebbe frustrato, rallentato e forse ostacolato le avide ambizioni del Governatore Mario Draghi, proiettato verso la presidenza della Bce.
BRUNI (BOCCONI) – Non posso sapere se si possono prevedere degli scandali e non credo tocchi alla Banca d’Italia farlo. Certo, vedo che sulla questione dell’indipendenza della Banca d’Italia si stanno dando da fare due lobby contrapposte che apparentemente non c’entrano nulla tra loro e sollevano un problema a mio giudizio inutile o peggio dannoso. C’è chi vorrebbe mettere le mani sulla Banca a livello politico, addirittura pensando che prima o poi si sfascia l’euro e torna la lira e che mettendoci sopra le mani sia possibile accelerare la cosa… Poi ci sono i banchieri che vorrebbero rivalutare le azioni in bilancio, dicendo che sono importanti, che hanno in mano la Banca centrale, che c’è dentro l’oro. Non vogliono potere ma mettere una posta di bilancio positiva per aumentare il capitale e i coefficienti di Basilea senza metterci i soldi, che poi son quelli che contano. Il rischio, dal mio punto di vista, è che se la visione anti-euro si sposa alla prima lobby, la Banca rischia davvero di diventare strumento della politica anziché garanzia dei cittadini. Ora che salta la vigilanza e va in Europa non sarà più possibile fare pressione sulle banche perché comprino titoli di Stato. E dal mio punto di vista, questo è un bene per tutti.

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