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mercoledì 23 agosto 2017

[Contra Omnia Racalmuto] 1/11/2016 07:38:00 AM
 
lun 11/01/2016, 07:38

Saghe antiche e storie moderne nella Regalpetra ritornata Racalmuto


Si dà il caso che son trent’anni e più che mi dedico a rinvenire ogni e più piccola notiziola della cronaca antica di Racalmuto. Non la chiamo né  storia né microstoria per non turbare i risvegli di un certo Leonardo da Regalpetra  che dall’avello di Santa Maria sussurra: ce ne ricorderemo di questo paese. Ho ben presente come giubilò il suo pur caro amico E.N. Messana il cui ponderoso volume di memorie racalmutesi erano per lo schizzinoso Leonardo niente di più che una fitta accolta di insense notizie; cosa diversa era la sequela di rimembranze contenuta nel libricino introvabile di un tal Tinebra che gli parve di nobilitarsi aggiungendo al proprio il cognome della mamma per fare apparire che poteva vantare un doppio cognome. Qualcosa del genere sta succedendo in questi giorni con un tal Fabrizio, teatrante.

In questo paese non mancano i plagiari : non è raro che cose mie già da tempo pubblicate appaiono in recenti libercoli sotto altro nome. A richiesta di giustificazioni, mi si risponde candidamente: ma io sapevo che queste erano cose che il Professore aveva girato a padre Puma. E lo stile? Sì, è evidente è suo!

Sì, io sono fiero di essere capace di scrivere IPOTATTICO adottando ed abusando di termini ”desueti ed antiquati” come ebbe a censurarmi un fiero desueto ed antiquato.  Così sono inconfondibile e chi si appropria dello scritto mio appare nella sua risibile pochezza.

Sennonché mio fratello mi mostra un libricino stampato nel 1764 che parla della vinuta di la bedda matri di lu munti: una ghiottoneria. Sua moglie abitava in una vecchia casa che ha tutta l’aria di essere stata la pretensiosa dimora dell’arciprete Mantione, promosso poi a canonico per essere rimosso dal più lucroso ministero parrocchiale. Quel libricino – prezioso – si trovava tra vecchissime carte ammucchiate in soffitta.

Rarità libraria, preziosità per quanto attiene alla saga del Monte. Lo sbircio, lo studio, ne apprezzo il valore storico, comprendo che i preti non è vero che avevano voglia di fabbricare fanfaluche per far piacere a Voltaire  e a Sciascia degli amici della noce pubblicati dallo Sciandrelli. Faccio fotocopia di alcuni squarci e li passo a padre Mattina.  Un signore ne viene in possesso e ne fa una sua felice pubblicazione attribuendo la proprietà della rarità bibliografica a un rinomato ingegnere della sua orbita familiare. A richiesta di rettifica …. Campa cavallo.

A me di parlare della Madonna del Monte non va troppo perché … porta sfiga. Non ci credete?  Il primo vero autore P.F. EMMANUELLO MARIA CATALANOTTO, poeta dialettale non spregevole, finì presto ignoto. Il Caruselli che gli voleva fare le pulci finì malato di cuore e stizzoso persino col Pitrè. E. N. Messana non ebbe lunga vita. Tinebra Martorana, neanche. Il prof. Macaluso che ebbe voglia di ammodernare il testo non po’ dirsi che sia morto vecchio. E poi – spaventoso – padre Salvo morì come morì e manco padre Morreale S.J. godette dei tristi affanni della vecchiaia. Che dire di Sciascia? Meglio tacere: forse doveva tacere nelle Parrocchie, forse non doveva celiare negli AMICI DELLA NOCE.  I tristi affanni della vecchiaia invero li sta facendo durare il Professore Nalbone, ma non credo che sia da invidiare. Per ora ci salviamo quelli che qualcosa abbia modetto ma con molta moderazione o parlando d’altro e così né io né la professoressa Martorana possiamo lamentarci.

Ma a questo punto il dovere di storico mi impone di rischiare: che Belzebù me la mandi buona.

Mi limito alla statua marmorea. In una gita con la Banca d’Italia scopro che in effetti uno scultore artigiano a nome Massa vi fu davvero in Toscana e ciò suffraga la tesi di un storico illustre che ne parla come di un abile sbozzatore di Madonne venuto dai dintorni di Viareggio. Una copia di copie finì dunque a Racalmuto e posta in una chiesa che giammai si dedicò a Santa Lucia.
Nel1608 è fuori di dubbio che in quella chiesa sul monticciolo a Nord-Ovest del paese quella “imago” ci stava e stava sopra l’altare maggiore. Un vescovo fece una delle sue visite d’obbligo a seguito dei dettami del Concilio di Trento e dettò al suo amanuense questa sorta di inventariazione: “ visitavit altare maius super quo est imago marmorea S.mae Virginis, ornata ed admodum deaurata”.

Che una statua di marmo ricoperta di un ampio manto di seta e ricolma di monili aurei facesse colpo sui derelitti villani di una Racalmuto in declino per vicende di terraggio e di terraggiolo è più che spiegabile. I miracoli o le dicerie di portenti divini si moltiplicarono tanto da far dire in un’altra visita pastorale del 1686 che la sacra effigie era per il vescovo “miracolosissima imago” e il superlativo assoluto era arditezza anche per un Ordinario che fosse rispettoso del Cadice di Diritto Canonico.

Ci dispiace per Messana o per Tinebra Martorana , ma nel 1760 un tal Francesco Vinci nulla ebbe a scrivere di suo sulla Madonna. Poetò invece a San Giuliano il foresto agostiniano CATALANOTTO che aveva voglia di propiziarsi i favori (economici) della Signora D. RAFFAELLA MARIA GAETANI, E BUGLIO, duchessa Gaetani, e contessa di Racalmuto, a quella insomma che Nino Vassallo vorrebbe, non si sa perché, demonizzare. Qui tanto pia mi appare.

La tanto conclamata saga di una Madonna recalcitrante ad andarsene da Racalmuto ha contorni più contenuti, più credibili. Scrive in versi siciliani il buon padre Catalanotto “che un CERTO devoto dotto, santo e pio, il quale doveva portare a Castronovo la Bedda Matri di lu grandi Diu, si trovò a passare per Racalmuto. Questo devoto s’era infiammato di un certo simulacro di Maria, tanto bello da fare innamorare anche il nobile conte di questa contea. Questo signore lo voleva lasciato (il simulacro)  disposto a dare al Devoto tutto quanto possedeva.  Ma avendo rifiutato il tutto, si voleva portare via la Statua. Ma il meschino nulla poté fare e restò sconsolato in mezzo alla via, perché i buoi non poterono tirare il bel simulacro di Maria, segno evidente che voleva restare con i racalmutesi in compagnia. Di fatto non si volle allontanare da Racalmuto la Statua pia. Vedendo il Devoto questo stupore fece altri nove buoi raddoppiare, affinché con gran forza e con vigore la statua potessero portare. Ma restò il Meschino con dolore che manco loro poterono tirare. E ciò permise alla fine il Signore e perse il simulacro ed i denari.”

Rappresentata così la Venuta del Monte si resta forse con la bocca asciutta: niente conte Ercole del Carretto, niente Eugenio Gioene, non vi può essere il meneghino Ambrogio, Arsenio servo Racalmutese del conte è alquanto funesto, meglio perderlo. Fernando è invece nome aulico di certa crestomazia racalmutese dell’ottocento e del novecento, non ce lo vedo però nelle umili vesti del servitore sia pure comitale.

Che resta dunque? Abbiamo i bei versi del nostro Piero Carbone: godiamoceli ogni seconda domenica di Luglio. Non ditemi però che è devota pagina di storia (micro) di Racalmuto.
Racalmuto prefascista




Dal 1860 al 1923, Racalmuto è un centro minerario ed agricolo totalmente dominato da alcune famiglie medio-borghesi qualcuna delle quali cerca di accreditare titoli persino nobiliari. I Tulumello, ad esempio, vantavano il fregio baronale, ma si era trattato dell’astuta acquisizione di due terzi del feudo di Gibillini da parte di un prete loro antenato, piuttosto traffichino, tra il Settecento e l’Ottocento, in piena soppressione dei diritti feudali. I Tulumello, già ricchi per il possesso di vaste terre a Villanova, tra Racalmuto e Montedoro, locupletarono molto con le miniere di zolfo nello scorcio finale del secolo scorso. Soppiantarono i concorrenti ottimati dei Matrona e dei Savatteri e si insediarono nella sindacatura locale praticamente per un ventennio, dal 1889 al 1909. Intorno al 1909 ebbero rovesci finanziari, decaddero economicamente e sparirarono dalla scena politica locale. Subentrarono nella gestione della cosa pubblica avvocati e medici appartenenti a famiglie borghesi che avevano fatto fortuna con lo zolfo. Per un settantennio erano stati dunque gli ottimati locali, i cosiddetti "galantuomini", con la loro boria di nuovi ricchi a dominare lo scenario politico racalmutese, con le loro beghe, le loro risse, le loro clientele. Col 1924 tutto ciò scompare e può dirsi definitivamente, visto che dopo il 1943 la storia dei locali sindaci ha altre peculiarità, profondamente intrisa degli umori delle masse, in termini, cioè a dire, di moderna domocrazia popolare. Con 1926, si affaccia e - come si dirà - trova consensi di massa la figura del podestà della riforma fascista.



Racalmuto si consegna alla gestione podestarile con una fisionomia economica e sociale segnata da turbolenza sociali, specie tra gli zolfatai. Sono gli zolfatai che hanno una più avvertita coscienza sociale ed è appunto fra loro che sorge a Racalmuto il primo nucleo fascista. Ne sono animatori gli avvocati Agostino Puma e Salvatore Burruano. L’11 dicembre 1922 il prefetto di Girgenti (poi Agrigento) il dott. Raffaele Rocco () partecipa al Ministro degli Interni che l’associazione «Racalmuto - Lega di miglioramento fra zolfatai» aveva pochi giorni prima cambiato titolo in «Sindacato Nazionale Zolfatai» aderendo al fascismo. () Siamo, come si vede, a pochi giorni dalla "marcia su Roma": avvedutezza degli zolfatai (la cui loro lega risaliva ai Fasci ed era stata dominata dal socialista Vella) o opportunismo di due giovani avvocati appartenenti alle famiglie emergenti di Racalmuto? Non è facile rispondere, ma entrambe le cose sono plausibili. Una sezione fascista - la prima - risulta costituita a Racalmuto il 26 dicembre 1926. ()



Racalmuto si affaccia al secolo XX con connotati che possiamo cogliere dall’Annuario d’Italia - Calendario generale del Regno" del 1896 pag. 318 e segg. «Mandamento di Racalmuto - Comuni 2 - Popolazione 22.648, Tribunale, Conservatorie delle ipoteche e Ufficio metrico in Girgenti, Ufficio di P.S. e Uff. Reg. In Racalmuto. Magazzino Privative e Agenzia delle imposte a Canicattì - Racalmuto - Collegio elettorale di Canicattì, diocesi di Girgenti. Ab. 13.434 Sup. Ett. 4.237 - Alt. Su livello del mare m. 460 - Grosso borgo, fabbricato sulla sinistra di un affluente del Platani. Corsi d’acqua: un affluente del Platani. Prodotti: cereali, viti, olivi, frutta. Miniere: Miniere di zolfo greggio e varie miniere di salgemma. Fiere: ultima Domenica di maggio (bestiame e merci). Sindaco: Tulumello barone Luigi. Segret. Comunale: Rao Liborio. - Agenti di assicurazione: Macaluso Vincenzo (Venezia), Rao Liborio. Albergatori: Martorana Alfonso - Valenti Giuseppe. Bestiame: (negoz.) Borsellino Calogero - Borselino Giovanni - Pavia Giulio - Piazza Gio. E Giuseppe. Caffettieri: Esposto Pio; Farrauto Gioacchino; ved. Licata. Cappelli (negoz.): Conigliaro Francesco - Martorana Nicolò. Cereali: (negoz.) Bartolotta Giuseppe - Bartolotta Salvatore - Bartolotta Nicolò - Scimè Salvatore - Nalbone F.lli. Cordami: (fabbric.) Greco Salvatore - Scimè Salvatore. Farine: (negoz.) Falcone Gioacchino - Geraci Calogero - Scimè Gregorio - Scimè Alfonso - Scimè Pasquale - Schillaci Ventura - Taibbi Gioacchino. Ferro: (negoz.) Cutaia Luigi - Macaluso Salvatore. Formaggi: (negoz.) Denaro Calogero - Denaro F.lli - Giuffrida Gaetana - Iovane Antonio. Legnami: (negoz.) Macaluso Francesco - Macaluso Salvatore - Napoli Carmelo - Cutaia Luigi. Merciai: Alessi Salvatore - Di Rosa Giuseppe. Miniere di salgemma: (eserc.) Bartolotta Giuseppe - Denaro Giovanni - Lauricella Nicolò - Licata Salvatore. Miniere di zolfo: (eserc.) Argento Michelangelo - Argento Santo - Bartolotta Diego - Bonomo Giuseppe e Figli - Brucculeri Michelangelo - Buscarino Pietro - Cavallaro Giuseppe - Cavallaro Luigi - Cino Calogero - Cutaia Salvatore - Farrauto cav. Alfonso - Farrauto Francesco - Franco Gaspare - La Rocca Salvatore - Liotta Calogero - Lo Jacono Vincenzo - Macaluso Stefano di Calogero - Macaluso Stefano di Francesco - Mantia Giuseppe - Mantia Michele - Mantia Salvatore - Martorana Salvatore - Martorana Vincenzo - Matrona comm. Gaspare - Matrona cav. Paolino - Matrona cav. Michele - Matrona Napoleone - Messana Calogero - Morreale Carmelo - Munisteri Pinò Nicolò - Picone Salvatore - Puma Carmelo - Romano Calogero fu Luigi - Romano Giuseppe - Romano dott. Salvatore - Salvo Giuseppe - Schillaci Diego - Schillaci Giuseppe - Schillaci Pietro - Schillaci Ventura F.lli - Sciascia Leonardo - Scibetta Diego - Scibetta avv. Giuseppe e F.lli - Scimè Pasquale - Sferlazza Salvatore e Figli - Tinebra Luigi - Tinebra Salvatore; Serafino; Vincenzo - Tulumello Arcangelo - Tulumello b.ni Luigi - Tulumello Nicolò - Tulumello Salvatore - Vella Antonio e Volpe Calogero. Mode: (negoz.) Conigliaro F. - Molini: (eserc.) Burruano Giuseppe - Falcone Gioacchino - Farrauto Salvatore - Palermo Nicolò - Scimè Pasquale - Scimè Sferlazza Salvatore. Molini (a vapore) : (eserc.) Alfano Giuseppe - Farruggia Gerlando - Grillo e Picataggi - Scimè Arnone Giuseppe. Olio d’oliva: Cinquemani Alfonso - Cinquemani Dom. - Cinquemani Salvatore - Leone Diego - Licata Salvatore - Liotta Pietro e Patti Leonardo. Panettieri: Genova Pietro - Rizzo Nicolò - Romano Ignazio. Paste alimentari: (fabbric.) Franco Vincenzo - Giudice Nicolò - La Rocca Francesco - La Rocca ved. Carmela - Mattina Salvatore - Mattina Vincenzo - Picataggi Federico (a vapore) - Pitruzzella Angelo; Diego. Pellami: (neg.) Alessi Salvatore. Pizzicagnoli: Denaro Salvatore - Iovane Antonio. Sommacco :(negoz.) Denaro Giovanni - Flavia Giuseppe - Grillo Raffaele - Mantia Giuseppe - Martorana Luigi - Mendola Calogero - Pantalone Giosafatte. Tessuti: (negoz.) Collura Salvatore - Franco Gaspare - Petruzzella G.B. - Puma Gerlando - Romano Calogero - Scibetta Giuseppe. Vini: (negoz. Ingrosso) Mazttina Carmelo - Mendola Santo - Puma Giov. - Puma Michelangelo - Salvo Giuseppe - Taverna Carmelo - Zaffuto Angelo. ProfessioniAgrimensori: Amato Calogero. Agronomi: Busuito Alfonso Falletta Luigi - Grisafi Calogero - Terrana Giuseppe. Farmacisti: Baeri Angelo - Cavallaro Giuseppe - Scibetta Luigi - Presti Cesare - Romano Giuseppe - Tulumello Salvatore. Medici-chirurghi: Bartolotta Giuseppe - Burruano Francesco - Busuito Luigi - Busuito Giuseppe - Busuito Salvatore - Cavallaro Erminio - Falletta Gaetano - Romano Salvatore - Scibetta-Troisi Alfonso - Scibetta-Troisi Diego - Macaluso Luigi. Notai: Alaimo Michelangelo - Gaglio Ferdinando - Vassallo Giuseppe Antonio.



Il quadro economico che se ne trae è molto variegato ed esplicativo. Oltre 63 esercenti di miniere di zolfo (per converso solo 4 esercenti di miniere di salgemma) attestano l’importanza del settore. L’agricoltura è piuttosto fiorente: 5 grossisti in cereali; 7 spacci di farine; 6 molini e 4 a vapore; paste alimentari e pane vengono smerciati in vari punti di vendita; opera anche un pastificio a vapore; 7 commercianti all’ingrosso in vino; 7 grossisti di sommacco; 7 grossisti di olio di oliva. Il secondario, in un centro effervescente per occupazione industriale e per sviluppo agricolo, è congruo: negozi di ferro, di pellami, di legname, di cordami non mancano; e poi merciai ed empori di mode, di tessuti, di cappelli; quindi trovano lavoro i caffettieri (ben tre). La pastorizia è discreta: negozi di formaggio e quattro macelleria lo comprovano. Nutrita la serie dei professionisti: diversi agrimensori ed agronomi, segno della rilevanza della proprietà terriera; tre notai (di cui solo uno veramente racalmutese); stranamente i tanti avvocati del tempo non ci vengono segnalati; e poi tanti (troppi) medici (ma molti sono fra loro strettisimi parenti ed è da pensare che la laurea fosse più un orpello che lo studio propedeutico ad una effettiva professione medica). Il quadro ‘borghese’, "agrario" ed il profilo degli esercenti di miniere di zolfo - che un ruolo avranno nell’avvento del fascismo a Racalmuto - sono ben delineati a decifrare fra i cognomi delle famiglie che figurano le arti ed i mestieri. Destinati ad uno squallido tramonto le tre famiglie in qualche modo titolate: i Tulumello, i Matrona ed i Farrauto; presenti nell’agone politico prefascista i vari Cavallaro, Bartolotta, Scimé, Baeri, Mantia, Vella, etc. E’ arduo rinvenirvi i ceppi d’origine di quelle che saranno le figure dominanti del fascismo: Giovanni Agrò, il dott. Enrico Macaluso, il prof. Giuseppe Mattina di Gaetano, il maestro Macaluso, Antonio Restivo: una rotazione dirigenziale, in senso popolare, il fascismo a Racalmuto senza dubbio finì col determinarla, una sorta di redenzione sociale delle classi meno abbienti, una retrocessione dalle funzioni pubbliche dei ‘galantuomini’ racalmutesi dell’Ottocento.



Luigi Pirandello ne I vecchi e i giovani ( accenna alle condizioni - avvilentissime - dei ceti infimi racalmutesi. Vi include ovviamente gli zolfatai. Triste la sorte dei ‘mafiosi’ incastrati dalla giustizia: miseranda la vita delle loro donne.

«..s’affollavano storditi i paesani zotici di Grotte o di Favara, di Racalmuto o di Raffadali o di Montaperto, solfaraj e contadini, la maggior parte, dalle facce terrigne e arsicce, dagli occhi lupigni, vestiti dei grevi abiti di festa di panno turchino con berrette di strana foggia: a cono, di velluto; a calza, di cotone; o padavovane; con cerchietti o cateneccetti d’oro agli orecchi; venuti per testimoniare o per assistere i parenti carcerati. Parlavano tutti con cupi suoni gutturali o con aperte pretratte interjezioni. Il lastricato della strada schizzava faville al cupo fracasso dei loro scarponi imbullettati, di cuojo grezzo, erti, massicci e scivolosi. E avevan seco le loro donne, madri e mogli e figlie e sorelle, dagli occhi spauriti o lampeggianti d’un’ansietà torbida e schiva, vestite di baracane, avvolte nelle brevi mantelline di panno, bianche o nere, col fazzoletto dai vivaci colori in capo, annodato sotto il mento, alcune coi lobi degli orecchi strappati dal peso degli orecchini a cerchio, a pendagli, a lagrimoni; altre vestite di nero e con gli occhi e le guance bruciati dal pianto, parenti di qualche assassinato. Fra queste, quand’eran sole, s’aggirava occhiuta e obliqua qualche vecchia mezzana a tentar le più giovani e appariscenti che avvampavano per l’onta e che pur non di meno tavolta cedevano ed eran condotte, oppresse di angoscia e tremanti, a fare abbandono del proprio corpo, senz’alcun loro piacere, per non ritornare al paese a mani vuote, per comperare ai figlioli lontani, orfani, un pajo di scarpette, una vesticciuola.»



Forse un tantinello oleografica, ma pur sempre molto pertinente, la raffigarazione che Nino Savarese () fa delle zolfare e dei zolfatai che ben si attaglia alla Racalmuto dell’avvento fascista. «I fazzoletti di seta sgargiantissimi, i pantaloni a campana, gli scarpini di pelle lucida con lo scricchiolìo, il berretto sulle ventitre e il grumoletto giallo dei semprevivi all’occhiello, sono distintivi della classe zolfilfera, non solo ignorati, ma ironizzati, dalla gente di campagna. Dopo di essere stati mezzo nudi come selvaggi, grondanti sudore anche di pieno inverno, nelle gallerie e nei pozzi afosi o sotto il peso delle corbe nei trasporti, per i quali spesso non esistono mezzi animali o meccanici, quelle vistose gale sono come una rivincita, una specie di commemorazione domenicale, di fatto, non tanto naturale e prevedibile, di essere ancora in vita e con le tasche piene di danaro ben guadagnato. E fra i proprietari e dirigenti di zolfare e proprietari di terre, c’è ancora, una netta distinzione di modi, di vita, di gusti e persino una certa differenza nel linguaggio: gli uni sempre intenti a tentare nuove avventure di pozzi e di gallerie, con l’animo sospeso sulle incognite degli abissi e degli improvvisi disastri dei crolli e del grisù, gli altri con gli occhi pacificamente rivolti al cielo a scrutare i cambiamenti del tempo. [...] L’isola è ancora ricchissima di zolfo. Specie nella parte centrale, le miniere, in certe contrade, si seguono a brevissima distanza.

«Dalla profondità delle loro viscere esse hanno mandato ricchezze enormi: intere generazioni di padroni vi si sono arricchite; intere generazioni di operai vi hanno logorato la loro esistenza, ed eccole che fumano ancora, che è il loro modo di dire che esistono, che producono ancora e vogliono nuove braccia e nuovi sacrifici, in cambio di nuove promesse di ricchezza e di felicità! La fumata di una miniera altera le linee del paesaggio di una contrada, come per l’avvertimento che, in quel punto, la terra si sta consumando in una dissoluzione e in uno struggimento innaturali: c’è qualcosa che richiama la vampata di un incendio o di un disastro irreparabile. Non vedi le poche colonnine di fumo delle ciminiere di una fabbrica, le quali hanno sempre qualche cosa di simmetrico e di preordinato, ma centinaia di colonne di fumo che salgono, ora altissime, ora basse, ora a larghe volute come veli di nebbia densa e giallastra. [...]


«I molli pascoli, gli orti grassi, le vigne sembrano girare al largo da questi luoghidove la terra si è resa maledettamente infeconda. [...]


«Qua e là, tra le distese grige del tufo e i mucchi rossastri dei detriti della fusione, sbocciano improvvisamente come grandi fiori gialli, i mucchi dello zolfo già fuso ed accatastato, pronto per essere spedito. Queste cataste vengono fatte in prossimità dei forni e dei calcheroni, che sono i luoghi della fusione; a sistema moderno, i primi, a modo antico, i secondi. I calcheroni, mucchi di minerale più minuto, a cono, sembrano piccolissimi vulcani a catena; i forni, piatte costruzioni in muratura hanno nell’interno la forma di botti da vino, col mezzule e la spina e l’ampio cocchiume aperto, dal quale, per certi soppalchi praticabili, viene versato il mineralegrezzo. Lo zolfo, acceso all’interno, filtra attraverso i residui che non fondono, e viene fuori dalla spina, in un liquido scuro, ancora denso, sfrigolante di fiammelle azzurrognole, tra vapori acri ed irrespirabili. Le operazioni che si vedono in una miniera sembrano allora quelle di una vendemmia diabolica condotta nel centro della terra, e questo il vino di Mefistofele!


«Di notte la miniera è appena segnata da grappoli di lampadine. Ma nel suo grembo infuocato il lavoro non si arresta nemmeno durante la notte. Squadre di minatori non lasciano il piccone. Si suda ancora e si impreca mentre nelle campagne intorno, i lumi delle casette campestri si spensero assai per tempo, e i contadini aspettano il nuovo soleper riprendere la loro fatica. E i campanacci dei bovi e delle pecore levano sui campi silenziosi il loro suono di pace e di tranquillità.»




Quanto al contrasto contadini-zolfatai che affiora dalla pagina di Savarese, per Racalmuto dovremmo fare un qualche distinguo se già nel lontano 1885 il pretore locale così riferiva alla Giunta per l’Inchiesta Agraria sulle condizioni della classe agricola (): «Il contadino di questi luoghi non è un servo della gleba, non è scarsamente pagato come in altri luoghi: se non gli è ben pagato il suo lavorosui campi, trova sicuro lavoro e ben retribuito nelle miniere e perciò non è misero, ha di che vivere e può mantenere la sua famiglia [...], veri contadini, individui che attendono esclusivamente alla cultura dei campi, non ve ne sono: lavorano alternativamente, ora in miniera di zolfo, ora nei campi.»

L. Hamilton Caico, l’irrequita moglie di uno dei membri dell’importante famiglia Caico di Montedoro (paese finitimo con Racalmuto), commentando vicende e costumi di un paese agricolo-minerario attorno al primo decennio del secolo, in pieno riferimento, quindi, al centro che qui interessa, scriveva: «Il lavoro al quale il piconiere è sottoposto corrode e disgrega la sua personalità, fino alla perdita totale di ogni senso morale. Imbroglia e deruba il pur severo sorvegliante, durante il lavoro della miniera; e quando rientra in paese, non fa altro che bere e gioca d’azzardo, sperperando così tutto quello che ha guadagnato durante la settimana [...]. E’ rispettoso e sottomesso ai superiori durante le ore di lavoro, ma appena ritorna in paese diventa prepotente e litigioso, con un atteggiamento sprezzantee provocatorio [...]. E i carusi? Le infelici creature vengono ingaggiate per lavorare all’aperto non appena compiono dieci anni e, quando hanno compiuto i quattordici anni, per lavorare dentro la miniera [...] questo genere di vita li predispone al rachitismo e alla deformità e, moralmente, sopprime in essi ogni istinto di umana bontà, poiché crescono avendo a loro modello i piconieri, anzi con un più completo e generale disfacimento della dignità umana [...], mentre nell’animo nascono e crescono istinti violenti di ribellione e di malvagità, i sensi di un odio inconscio, le tendenze più perverse.» ()

Gli zolfatai di Racalmuto furono politicamente e sindacalmente vivaci. Abbiamo visto come subito passarono al fascismo, ma con un ribellismo sindacale che fu domato molto tardi dallo stesso fascismo. Ancora, nel 1931, osavano scioperare per contestare la riduzione della paga unilaterlmente decisa dagli esercenti. () Prima di tale - sospetta - conversione al fascismo, erano stati socialisti sotto l’egida di una strana figura d’avvocato locale, Vincenzo Vella, figura che illustreremo dopo. Non crediamo proprio che avessero gradito lo sproloquio moralistico che ebbe a propinargli un noto socialista dell’epoca, il geom. Domenico Saieva. Costui, organizzatore di minatori a Favara fra fine secolo ed i primi del ‘900, in un comizio agli zolfatai di Racalmuto del 12 marzo 1905 redarguiva i locali zolfatai in questi termini: «Io ho sentito il dovere di dirvi ... che se volete andare avanti occorre educarvi, abbandonare il vizio, le bettole e dare una contingente inferiore alla criminalità [...] le statistiche criminali parlano chiaro e fanno spavento [..]. Ignoranti, viziosi e disorganizzati come siete oggi, vivrete sempre nella più orribile abiezione morale ed economica [..].» ()

Quanto alla vexata quaestio dei carusi, il moralismo era antico, ma in fondo cinico. Richeggiano le scriteriate parole che un sindaco di Racalmuto, Gaspare Matrona, tanto conclamato da Leonardo Sciascia, ebbe a pronunciare nel 1875 davanti alla Giunta per l’Inchiesa sulla Sicilia: «A domanda: E l’affare fanciulli nelle zofare? Risponde: E’ questione grave, ci è l’umanità da una parte e l’interesse economico dall’altra. A domanda: Produce danni fisici e morali: Risponde Non quanto si crede. Per le zolfare credo che ci vorrebbe una specie di consorzio. Qui la proprietà è divisa. Tutti siamo nella commodità generale. Per togliere l’acqua occorrerebbe potersi avvalere per costruzione di acquedotto dei terreni sottostanti; una specie di servitù di acquedotto o meglio consorzio.» ()



Racalmuto si consegnava al fascismo dopo una freneteca corsa allo zolfo. Un indice è quello demografico che è bene qui segnare:

Abitanti di Racalmuto


Anno



N.ro abit.



Indici 1825 =100



1825



7.170



100



1831



7.806



108,87



1852



9.030



125,94



1869



12.252



170,88



1894



13.384



186,67



1901



16.029



223,56



1911



14.398



200,81



1921



13.045



181,94



1931



14.044



195,87



1936



13.061



182,16



1951



12.623



176,05



1961



11.293



157,50



1980



10.000



139,47





In quasi un secolo, dal 1861 al 1951, i quozienti medi annui dell’incremento totale, di quello naturale ed il saldo emigratorio sono stati:

Comune di Racalmuto

    
    

Periodi




Incremento totale



incremento naturale



saldo migratorio



1861 -1 871



3,6



8,86



-5,26



1871 - 1881



20



18,43



1,55



1881 - 1901



09,65



13,26



-4,64



1901 - 1911



-10,8



11,32



-22,12



1911 - 1921



-14,6



4,19



-18,79



1921 - 1931



11,4



9,93



1,47



1931 - 1951



-06,72



9,97



-16,69







Nel periodo 1861-1871 l’incremento totale della popolazione è inferiore a quello naturale, il che comporta una emigrazione netta del 5,26 per mille; in quello successivo tra il 1871 ed il 1881 il saldo migratorio s’inverte ed abbiamo una immigrazione netta dell’1,55 per mille; dopo l’emigrazione prende il sopravvento e nel periodo 1881-1901 è del 4,64 per mille, nel decennio successivo di ben il 22,12 per mille e tra il 1911 ed il 1921 è ancora del 18,79 per mille; dopo - nel primo decennio fascista - abbiamo un’inversione di tendenza: il flusso diviene immigratorio per l’1,47 per mille; quindi il flusso emigratorio riprende il sopravvento ( 16,69 per mille nel ventennio 1931-1951). ()

Rispetto alla provincia di Agrigento, lo sviluppo demografico di Racalmuto ha avuto il seguente andamento:


Anno




abit. Racalmuto (A)




N.ro ind.
(B).




abitanti prov. Ag. (C)




N.ro ind.
(D)




Rapporto %
A/C




Rapporto % B/D




1901




16.029




100




371.638




100




4,313




100




1911




14.398




89,825




393.804




105,96




3,656




84,77




1921




13.045




90,603




369.856




93,92




3,527




96,47




1931




14.044




107,658




398.886




107,85




3,521




99,82




1936




13.061




93,001




407.759




102,22




3,203




90,98




1951




12.623




96,647




461.660




113,22




2,734




85,36




1961




11.293




89,464




447.458




96,92




2,524




92,30




1980




10.000




88,550




449.699




100,50




2,224




88,11






Rispetto al territorio del’intera provincia di Agrigento, la popolazione di Racalmuto scema sempre più d’importanza passando dal 4,313% del 1901 al 2,224% dei tempi d’oggi: un vero dimezzamento d’importanza. Eugenio Napoleone Messana (, uno storico locale degli anni sessanta, da prendersi molto con le pinze, è alquanto malizioso quando scrive: «Osservando i dati dell’Istituto Centrale di statistica [...] balza evidente una crescente flessione demografica dal 1936 al 1961». Quasi si trattasse di un fenomeno inziato in pieno fascismo. Era invece, come abbiamo visto, un deflusso che affondava le radici alla fine dell’Ottocento.



La lezione di Leonardo Sciascia e la storia del fascismo racalmutese.



Scrive in Occhio di Capra, Leonardo Sciascia, il grande scrittore che a Racalmuto è nato: «Isola nell’isola, ...la mia terra, la mia Sicilia, è Racalmuto.. E si può fare un lungo discorso su questa specie di sistema di isole nell’isola: l’isola-vallo .. dentro l’isola Sicilia, l’isola-provincia dentro l’isola-vallo, l’isola paese, dentro l’isola-provincia, l’isola-famiglia dentro l’isola-paese, l’isola-individuo dentro l’isola-famiglia ...». I ricercatori di storia locale non si mostrano però tutti d’accordo. Annota, ad esempio, uno di loro: «Se il passo ha un valore metafisico, filosofico, di incomunicabilità esistenzialistica, non oso addentrarmici, ma se vuol essere nota storica su Racalmuto, ebbene mi pare proprio inattendibile. Racalmuto è solo uno scisto della storia ma questa tutta quanta vi si riverbera.» () Quanto a storia fascista, ci pare che bisogna dar prorio ragione più ai locali ricercatori che a Sciascia.

Leonardo Sciascia, nato nel 1921, qualche sapida nota sul fascismo racalmutese, qua e là, ce la fornisce. Affermatosi come scrittore alla fine degli anni cinquanta, si professa antifascista ed il suo rievocare non è quindi contrassegnato da obiettività. Bisogna depurare, ma alla fine un nucleo di verità emerge.

Qualche volta accenna al consenso delle masse al fascismo e può cogliersi un riferimento a Racalmuto, ove trascorse infanzia e giovinezza ed ebbe a frequentare con devozione quasi filiale la famiglia di una sua zia materna, famiglia di spicco nel fascismo locale.

Si riferisce a Brancati ventenne, ma in sostanza od anche a se stesso e quindi a Racalmuto, in questo passo molto efficace (): «Nato nel 1907 ... aveva dodici anni al momento in cui Mussolini fondava i fasci (di combattimento: parola che è mancata, negli anni nostri, alla pur possibile resurrezione del fascismo, d in fascismo) e quindici quando i fasci marciavano su Roma; tra adolescenza e giovinezza visse, come noi tra infanzia e adolescenza, quello che lo storico chiama "gli anni del consenso": un consenso che, pieno e fervido nella classe borghese (e specialmente nella piccola ed infima, poiché mai lo stipendio del travet, del questurino, del maestro di scuola, è stato come allora sufficiente in rapporto al bisogno e a quel tanto di superfluo - pochissimo - cui si poteva limitatamente accedere), arrivava alla classe operaia , cui la "carta del lavoro" aveva dato, un po' in concreto un po’ d’illusione, quel che decenni di lotte sindacali e socialiste non avevano ottenuto. E c’erano le parole, che dal Poeta erano passate al regime: eroiche, solenni, vibranti. E l’adunarsi, l’aggregarsi: insopprimibile istanza giovanile oggi d’altro squallore. E i riti. Tutto era allora fascismo, insomma, intorno ad un uomo di vent’anni. E perché un uomo di vent’anni cominciasse a non sentirsi fascista, a detestare quelle parole, quei riti, quella violenza, quella unanimità, occorreva insorgesse "una strana quanto benefica mancanza di rispetto": verso i padri, le madri, i parenti tutti, le autorità tutte, la scuola, il Poeta, la Chiesa. Sicché, paradossalmente, il guadagnare buona salute d’intelligenza, di giudizio, finiva col riscuotere una condizione di malattia: l’isolamento (alla mercé dei delatori, anche fisico), la solitudine, l’esilio»


Sui rapporti tra fascismo e mafia, pubblicava, in quei tempi, un articolo sul Corriere della Sera, destinato a suscitare un vespaio polemico, ancora oggi non sopito. Vi riecheggiano i precedenti moralismi a sfondo storico. Commentando un lavoro di Christopher Duggan () «L’idea, - scrive Sciascia - e il conseguente comportamento, che il primo fascismo ebbe nei riguardi della mafia, si può riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo stenta a sorgerelà dove il socialismo è debole; in Sicilia la mafia ha impedito che il socialismo prendesse forza: la mafia è già fascismo. Idea non infondata, evidentemente: solo che occorreva incorporare la mafia nel fascismo vero e proprio. Ma la mafia era anche, come il fascismo, altre cose. E tra le altre cose che il fascismo era, un corso di un certo vigore aveva l’istanza rivoluzionaria degli ex combattenti , dei giovani che dal partito nazionalista di federzoni per osmosi quasi naturale passavano al fascismo o al fascismo trasmigravano non dismettendo del tutto vagheggiamenti socialisti ed anarchici: sparute minoranze, in Sicilia; ma che, prima facilmente conculcate, nell’invigorirsi del fascismo nelle regioni settentrionali e nella permissività e protezione di cui godeva da parte dei prefetti, dei questori, dei commissari di polizia e di quasi tutte le autorità dello stato; nella paura che incuteva ai vecchi rappresentanti dell’ordine (a quel punto disordine) democratico, avevano assunto un ruolo del tutto sproporzionato al loro numero , un ruolo invadente e temibile. Temibile anche dal fascismo stesso che - nato nel Nord in rispondenza agli interessi degli agrari, industriali e imprenditori di quelle regioni e, almeno in questo, ponendosi in precisa continuità agli interessi "risorgimentali" - volentieri avrebbe fatto a meno di loro per più agevolmente patteggiare con gli agrari siciliani, e quindi con la mafia. E se ne liberò, infatti, appena dopo il delitto Matteotti, consolidatosi nel potere: e ne fu segno definitivo l’arresto di Alfredo Cucco [arresto mai avvenuto, n.d.r.] (figura del fascismo isolano, di linea radical-borghese e progressista, per come Duggan e Mack Smith lo definiscono, che da questo libro ottiene, credo giustamente, quella rivalutazione che vanamente sperò di ottenere dal fascismo, che soltanto durante la repubblica di Salò lo riprese [invero Cucco fu riabilitato nel 1939 divenendo vicesegretario del PNF, subito dopo la caduta in disgrazia di Starace, n.d.r.] e promosse nei suoi ranghi. Nel fascismo arrivato al potere, ormai sicuro e spavaldo, non è che quella specie di sillogismo svanisse del tutto: ma come il fascismo doveva, in Sicilia, liberarsi delle frange "rivoluzionarie" per patteggiare con gli agrari e gli esercenti delle zolfare, costoro dovevano - a garantire al fascismo almeno l’immagine di restauratore dell’ordine pubblico - liberarsi delle frange criminali più inquiete e appariscenti. E non è senza significato che nella lotta condotta da Mori, contro la mafia assumessero ruolo determinante i campieri [...]: che erano, i campieri, le guardie del feudo, prima insostituibili mediatori tra la proprietà fondiaria e la mafia e, al momento della repressione Mori, insostituibile elemento a consentire l’efficienza e l’efficacia del patto. [...] Rimasto inalterato il suo [di Mori] senso del dovere nei riguardi dello stato, che era ormai lo stato fascista, e alimentato questo suo senso del dovere da una simpatia che un conservatore non liberale non poteva non sentire per il conservatorismo, in cui il fascismo andava configurandosi, l’innegabile successo delle sue operazioni repressive (non c’è, nei miei ricordi, un solo arresto effettuato dalle squadre di Mori in provincia di Agrigento che riscuotesse dubbio o disapprovazione nell’opinione pubblica) nascondeva anche il gioco di una fazione fascista conservatrice e di vasto richiamo contro altra che approssimativamente si può dire progressista, e più debole. Sicché se ne può concludere che l’antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile E incontrastabile non perché assiomaticamente incontrastabile era il regime - o non solo: ma perché innegabile appariva la restituzione all’ordine pubblico che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come "mafioso". Morale che possiamo estrarrre, per così dire, dalla favola (documentatissima) che Duggan ci racconta. E da tener presente: l’antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando.)» ( )

Qualche giorno dopo (il 26 gennaio 1987, sempre sul Corriese della Sera), sull’onda della polemica con Scalfari e Pansa, Sciascia ha modo di aggiungere: «Respingere quello che con disprezzo viene chiamato "garantismo" - e che è poi un richiamo alle regole, al diritto, alla Costituzione - come elemento debilitante nella lotta alla mafia, è un errore di incalcolate conseguenze. Non c’è dubbio che il fascismo poteva nell’immediato (e si può anche riconoscere che c’è riuscito) condurre una lotta alla mafia molto più efficace di quella che può condurre la democrazia: ma era appunto il fascismo, al cui potere - se messi alla stretta - alcuni italiani avrebbero preferito che la mafia continuasse a vivere. Dico alcuni: poiché non soltanto per aver letto De Felice so del consenso dei più, ma per preciso e indelebile ricordo. Da ciò è venuta, in certe pagine di Brancati () la rappresentazione del mafioso buono, del mafioso di ragione - e cioè del mafioso antifascista.» ()

In altri tempi e con più serenità, con una sintassi meno labirintica - che stranamente emerge nei passi citati, segno forse del tormentato delinerasi del pensiero - Sciascia ragguagliava sull’epilogo del fascismo, scrivendo: «"avanti che cambia bandierà"! Questo era lo stato d’animo dei siciliani: l’attesa che "cambiasse bandiera", nel senso di un rovesciamento della situazione interna. Tale rovesciamento era impensabile non avvenisse per il non delinearsi o per il realizzarsi di una vittoria anglo-americana. Cos’ americani ed inglesi erano attesi; magari vagamenti, che pur nutrendo la più grande fiducia per il colonnello Stevans, la voce di Palazzo Venezia manteneva una sua tenue ragnatela d’incanto. [ ... ] Quando [...] sirene e campane a martello annunciarono l’emergenza, la cosa apparve diversa. Dalla proclamazione dello stato di emergenza ha inizio quella che senza ironia e senza risentimento, ha tutti i caratteri di una kermesse. S’intende che cadenze tragiche non mancarono; che città e paesi interi assunsero un pietoso volto di morte sotto la violenza, spesso inutile e sciocca, dell’invasore . Ma un’aria di festa popolare accompagnò da Gela a Messina il cammino delle armate anglo-americane. Ci auguravamo allora fosse la Kermesse della libertà. Forse lo era. Ma quel che dopo è accaduto, fino ad oggi, ci fa diversamente credere. Era la kermesse dei servi che finalmente si liberano da un padrone ed un altro ne attendono che sperano più largo, più generoso, più stupido. Era la festa che degnamente terminava un ventenniodi diseducazione, di adorazione alla forza, di culto al proprio stomaco. Era giusto che la più balorda e cieca primogenitura che un capo abbia mai offerta ad un popolo, venisse dal popolo cambiata per una scatola di ‘ragione K’ dell’esercito nemico. [...] Eravamo al 14 luglio. Nel pomeriggio si diffuse la notizia che gli americavano arrivavano. Il podestà, l’arciprete e un interprete si avviarono ad incontrarli. La popolazione, in attesa, si preoccupò di bruciare, ciascuno nella propria casa, tessere, ritratti di Mussolini, opuscoli di propaganda. Dagli occhielli i distintivi scivolarono nelle fogne. [....] cinque soldati col lungo fucile abbassato sbucarono improvvisamente nella piazza, indecisi. Videro, davanti una porta semiaperta, qualche uomo in divisa; e si mossero sicuri. I carabinieri si trovarono puntati addosso i fucili senza ancora capire che gli americani erano finalmente arrivati. Le loro pistole penzolavano nelle mani di uno della pattuglia. Un applauso scoppiò. Una voce chiese sigarette; e il caporale americano tastò le tasche del brigadiere dei carabinieri, ne tirò un pacchetto di Africa e lo lanciò agli spettatori. Come in un salotto quando fiorisce una battuta di spirito, un senso di amenità si diffuse al gesto del caporale. La festa era cominciata. Da tutte le strade la popolazione affluiva. Non si sa come, ‘cannate’ di vino passate di mano in mano sorvolarono la folla, bicchieri si arrubinarono, pieni e grondanti venivano offerti con dolce violenza alla pattuglia che li rifiutava. L’inglese degli emigranti sciamava goffo e servile intorno a quei cinque uoministupefatti: tutti coloro che in America avevano guadagnato quel po’ di denaro che in patria era divenuto casa e podere, erano corsi come ad un appuntamento felice. Una enorme bandiera di seta lacera, la bandiera degli Stati Uniti, fu totla di mano a quel prover’uomo che l’aveva tirata fuori: passò saldamente nelle mani di un altro che per caso, proprio in quei giorni, aveva lasciato le carceri regie. Fu allora il momento di pensare alle insegne della casa del fascio. Tirate giù, furono accompagnate a calci per tutte le strade: e l’indomani si trovarono galleggianti dentro un abbeveratoio. Sembravano di bronzo, ma in realtà erano di latta. [...] Il segretario politico, il podestà, il maresciallo dei carabinieri furono l’indomani prelevati: e loro notizie giunsero alle famiglie, qualche mese dopo da Orano. In fondo nemmeno il segretario politico era quel che agli americani fu riferito su tutti e tre. Si può dire anzi che aveva una qualità che, in un gerarca, potrà sembrar strana al lettore: non era ladro. Ma qualcuno bisognava proprio mandarlo in galera, almeno per dare un segno dei tempi nuovi. Il fascismo lasciava una pingue eredità di spie di ladri di odio di diffidenza. Chi qualche giorno dopo si trovò a calcolarne un inventario, dovette proprio cominciarlo col cittadino che gli americani subito predilessero.» ()

A voler adattare la lezione sciasciana del fascimo alla storia locale di Racalmuto, potremmo rimarcare i seguenti aforismi e la relativa periodizzazione:

1°) l’inconsistente forza del socialismo racalmutese aveva svilito ogni forma di fascismo nel paese per quella "specie di sillogismo" mutuabile dalla "favola (documentatissima)" del giovane studioso di Oxford, Duggan;

2°) in loco l’antidoto al socialismo era costituito dalla mafia legata agli agrari del luogo, mafia che pertanto "è già fascismo";

3°) ma il fascismo, come la mafia, "era .. anche altre cose";

4)° "era l’istanza rivoluzionaria degli ex combattenti"... che trasmigrano al fascismo "non dismettendo del tutto vagheggiamenti socialisti ed anarchici". (Si dà il caso che uno dei fondatori del fascismo racalmutese, l’avv. Salvatore Burruano, fosse un ex ardito e che l’altro fondatore, l’avv. Agostino Puma, s’interessasse alla lega zolfatai d’ispirazione socialista, convertendola, come si è visto, al fascismo):

5°) ma il fascismo "volentieri avrebbe fatto a meno di loro (gli ex nazionalisti) per più agevolmente patteggiare con gli agrari siciliani, e quindi con la mafia". Qui invero la costruzione sciasciana stride con l’evolversi degli eventi locali. Calogero Vizzini, che se ne stava a Racalmuto per essere gabellotto dell’importante miniera di Gibillini, figura in consorteria, piuttosto ambigua, con i pretesi puri del fascismo degli ex-nazionalisti;

6°) degli ex-nazionalisti il fascismo "se ne liberò .. dopo il delitto Matteotti"; "ne fu segno definitivo l’arresto di Alfredo Cucco". Questa però appare lettura affrettata (e poco documentata). Ad Agrigento (e provincia) è il segretario della federazione fascista Galatioto (e con lui Puma, Burruano e Calogero Vizzini) che ha la peggio. Risulta vittorioso l’on. Abisso che ebbe trasformista lo era stato da tempo e che a seconda dei casi può considerarsi legato alla mafia o appartenente agli ex-combattenti;

7°) giunto il fascismo al potere, "ormai sicuro e spavaldo", nel liberarsi delle sue frange "rivoluzionarie" chiede in contropartita agli agrari ed agli esercenti le zolfare di "liberarsi delle frange criminali più inquiete ed appariscenti". Questa fase, invero, risulta così nebulosa per Racalmuto da considerala inesistente;

8°) inizia la repressione Mori contro la mafia che incotra il favore delle masse nell’agrigentino ("non c’è, nei miei ricordi, - scrive Sciascia - un solo arresto effettuato dalle squadre di Mori in provincia di Agrigento che riscuotesse dubbio o disapprovazione"). A noi risulta qualche elemento di stridore. Si racconta ancor oggi che se i militi di Mori incontravano qualche quieto racalmutese, che in piazza osasse andare "cu lu tascu tuortu" (berretto storto), procedevano a raddrizzarglielo con sputi di scherno. Sciascia limita la lotta alla mafia alla sola azione di Mori - piuttosto inconsistente in provincia di Agrigento - ed alla sua folkloristica politica dei campieri (che a Racalmuto potevano ridursi ad una sola unità e riguardante il feudo di Villanova degli "ex-clericali" Nalbone);

9°) l’azione di Mori sarebbe equivalsa alla moderna antimafia; siffatta antimafia sarebbe stata "strumento di una fazione all’interno del fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato ed incontrastabile". Tesi invero letterariamente suasiva; storicamente dubbia;

10°) vengono quindi "gli anni del consenso dei più": Sciascia ne è convinto sia perchè l’afferma "lo storico" sia perché lo sa "non soltanto per aver letto De Felice [....], ma per preciso e indelebile ricordo";

11°) è un consenso che ben si attaglia a Racalmuto: esso è «pieno e fervido nella classe borghese ... [e arriva] alla classe operaia , cui la "carta del lavoro" aveva dato, un po' in concreto un po’ d’illusione, quel che decenni di lotte sindacali e socialiste non avevano ottenuto»; e qui non si può non essere d’accordo con lo scrittore racalmutese;

12) è un consenso che a Racalmuto si protrae sino al 1943, in definitiva sino al luglio di quell’anno, come la splendida pagina di Kermesse illustra e spiega.



La storia nazionale del fascismo e suoi (flebili) echi sulla vicenda locale prima del 1925.




Quando il 18 ottobre 1914 Benito Mussolini pubblicò sull’ «Avanti!» lo storico articolo «Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante», è molto dubbio che qualcuno a Racalmuto ebbe a leggerlo. Poteva, eventualmente, averne presa visione l’unico socialista di cultura di Racalmuto: l’avv. Vincenzo Vella. Il suo fascicolo che la P.S. da tempo approntava ce lo mostra assiduo lettore di «La Lotta di classe», «La Giustizia sociale», di «Riscossa» e di certi «opuscoli editi dal Comitato Regionale della Federazione socialista Ligure» .() Per il questore di Girgenti, il Vella - così annota il 20 ottobre 1913 - «è laureato in legge, ma la sua cultura non va oltre gli studi fatti e le molte pubblicazioni socialiste lette e ben poco ben assimilate». Fose fra quelle letture c’era l’ «Avanti!», ma possiamo essere certi - a prescindere dalle malevoli note del questiore ‘girgentano’ - che non afferrò di certo che la storia d’Italia prendeva in quell’ottobre 1914 una radicale svolta nella storia dei partiti politici d’Italia. La successiva velenosa polemica tra il partito socialista e Benito Mussolini, il Vella, però, sicuramente la dovette seguire in quel di Racalmuto. E quando - dopo il delitto Matteotti - finì sul serio negli schedari politici del fascismo e ne fu perseguitato ancor più pressantemente di quanto non lo fosse stato prima dalle questure antisocialiste dei governi liberali.

A noi pare che la lezione di Ernst Nolte () abbia maggiore vigore di quanto leggesi tra i detrattori () del fascismo e i suoi coevi esaltatori(): non sembri quindi ozioso se ci permettiamo di riportare il seguente stralcio dell’opera dello studioso tedesco. «L’articolo fu in effetti l’ultimo scritto da Mussolini in veste di direttore dell’ «Avanti!». Il giorno dopo, il direttorio del partito si riuniva a Bologna, e qui la posizione di Mussolini non trovava neppure un difensore; e, benché si cercasse di fargli dei ponti d’oro, dovette immediatamente dimissionare dalla direzione dell’ «Avanti!». Le spiegazioni, che egli ne ha dato all’epoca, permettono di affondare lo sguardo nei suoi moventi: «Io capirei la nuova neutralità assoluta qualora avesse il coraggio di arrivare fino in fondo e cioè di provocare un’insurrezione; ma questa a priori la scartate, perché sapete di andare incontro ad un insuccesso. E allora dite francamente che siete contrari alla guerra ... perché avete paura delle baionette ... Se lo volete, se vi sentite, io sono alla vostra testa: neutralisti fuori della legalità ... ebbene, bisogna essere decisi. Ma la neutralità assoluta nella legalità ormai è divenuta insostenibile.»

«Non viene addotto alcun motivo di natura contenutistica: qui non si parla di democrazia, delle necessità vitali dell’Italia, dei territori irredenti; l’impossibilità di una radicale coerenza spinge il rivoluzionario su una strada, sulla quale avrebbe dovuto procedere assieme ai suoi avversari più decisi. A quanto sembra, tuttavia Mussolini sperava di portare dalla sua il partito ovvero cospicue frazioni di esso. Pochi giorni gli sono sufficienti per togliergli le illusione: il 25 ottobre, Mussolini scrive all’amico Torquato Nanni «Ho voluto aprire il vicolo cieco nel quale si era ficcato il partito, ma nell’urto sono caduto»


«Mussolini non era uomo da sottomettersi alla disciplina di partito; si sarebbe potuto aspettarsi da lui che tacesse o, per lo meno, che non scrivesse contro il partito, e a quanto pare una premessa del genere è stata da lui fatta ai compagni della direzione. Ma egli non riuscì a tenersi chiuso dentro quella che riteneva la sua verità, e nel giro di poche settimane tra Mussolini e gli antichi amici si scavò un abisso di incomprension, disprezzo e odio, che mai più sarebbe colmato.


«Pare che alla fine di ottobre, Mussolini abbia concepito l’idea di crearsi un proprio organo di stampa: già il 15 novembre, apparve il primo così numero del «Popolo d’Italia. E’ perfettamente comprensibile che i socialisti annusassero odor di «tradimento», che sospettassero che Mussolini si fosse «venduto»: sembrava impossibile che un uomo completamente privo di mezzi potesse, con le sue sole forze e nel giro di pochi giorni, far sorgere dal nulla un quotidiano. Effettivamente Mussolini, ancora in veste di direttore dell’ «Avanti!» aveva avuto degli abboccamenti col direttore di un foglio bolognese, che sapeva organo degli agrari; da costui, egli ebbe, anche in seguito, un valido appoggio di carattere tecnico-tipografico. Ma da dove venissero i capitali è, oggi ancora, cosa non sufficientemente chiarita. Si parlò quasi subito di denaro francese, supposizione che però non si riuscì mai a provare. L’ipotesi più probabile è che organi governativi si siano assunti il compito di finanziatori indiretti; numerosi erano infatti i circoli, in Italia, interessati a un indebolimento del partito socialista. Indubbiamente dunque Mussolini nel momento in cui si fece dare un giornale, divenne una carta in mano di qualcuno. Affatto infondata è invece la supposizione che il denaro, il giornale proprio fossero il
motivo per il suo passaggio in campo interventista. Ma proprio questo lasciò supporre l’ «Avanti!», ponendo, immediatamente dopo l’apparizione del nuovo giornale, e instancabilmente, la domanda: «Chi paga?». Nel giro di poche settimane, l’ex-beniamino del partito era divenuto un «venduto alla borghesia» e un «transfuga», che meritava «il sacrosanto odio del proletariato italiano». Allorché, il 24 novembre, Mussolini si presentò alla riunione dei membri della sezione milanese, chiamati a decidere in merito alla sua espulsione, il suo discorso fu sommesso da un uragano di ingiurie, fischi e minacce. Il partito socialista compì un linciaggio morale nei confronti del «traditore»; nessuno dei fogli socialisti italiani si schierò dalla sua parte, e Mussolini non riuscì a tirare dalla sua parte neppure una minima frazione del partito. Era la sua prima sconfitta, e insieme quella che avrebbe avuto le maggiori conseguenze. Mussolini era solo.»

Da qui «prese le mosse una polemica della massima violenza e spesso bassamente ostile, nel corso della quale furono poste le basi per l’interpretazione socialista del fascismo e per l’interpretazione fascista del socialismo. In ogni caso, la dissociazioneera compiuta. Mussolini era adesso un generale senza esercito, un credente senza fede. Un piccolo gruppo di individui, per i quali egli era il «duce», naturalmente gli si raccolse ben presto attorno. Già nell’ottobre, quando ancora Mussolini lottava con se stesso, dalle file dei sindacalisti e socialisti si erano costituiti i fasci interventisti, sotto la guida di Filippo Corridoni, Michele Bianchi, Massimo Rocca, Cesare Rosssi e altri. In dicembre questi si fusero coi seguaci di Mussolini nel «fascio d’azione rivoluzionaria», la cellula germinale del fascismo. L’unico punto programmatico sostanziale è il proposito di provocare l’intervento a fianco dell’Intesa; per il resto, Mussolini pone un postulato non facilmente superabile: «Riaffermare le idealià socialiste rivedendole a lume della critica sotto l’attuale terribile lezione dei fatti» [...]».

Ma tra fascismo e vicenda personale di Mussolini qual è la differenza? Si dovrebbe essere d’accordo col Nolte quando afferma: «il fascismo è la propria storia e questa storia è indissolubilmente connessa alla biografia di Mussolini» (op. cit. pag. 226).

Le vicende richiamate erano però faccende dei lontani e brumosi territori di Milano e Bologna perché se ne possano cogliere significatiche rispondenze nella solatìa Racalmuto, alle prese con lo zolfo, la mano d’opera contadina, gli agrari liberali e gli esercenti di miniere che in parte con i primi si confondevano e si parte se ne diversificavano. La guerra in ogni caso non era appetibile: contadini e zolfatai che andavano soldati erano braccia sottratte alla terra ed alle miniere, e ciò significava crisi. Quanto alle masse esse erano ostili alla guerra, andandone di mezzo la vita della loro migliore gioventù (la guerra del 1915-18 comporterà la morte di 196 racalmutesi oltre a 33 dispersi: a scorrerne i nomi, i figli dei "galantuomini" erano riusciti quasi totalmente a farla franca; forte fu la corruzione per esoneri di comodo). Quanto agli agrari e ai titolari delle miniere, la guerra era un guaio per il diradarsi della mano d’opera. Una volta tanto, padroni e proletari erano d’accordo nel professare il non interventismo. Eugenio Napoleone Messana propende per una qualche presenza locale degli interventisi. Se vi fu, fu comunque molto limitata, anche a credere a quello storico locale, cui invero accordiamo poca credibilità: tutto si sarebbe limitato a questa singolare vicenda: «L’interventismo, che fece leva sulla politica italiana e condusse alla guerra la nazione, a Racalmuto fu rappresentato da Vincenzo Tulumello di Giovanni , giovane ardente dalla parola suasiva e convincente, il quale però, a guerra scoppiata, fece di tutto per non andarvi e la voce popolare vuole che anche sia morto perché si provocò il diabete.» ()

In ogni caso, siamo certi del fatto che il «Popolo d’Italia» giunse a Racalmuto solo al tempo della completa affermazione del fascismo e i «fasci d’azione rivoluzionaria» i racalmutesi non seppero neppure cosa fossero.

Ben diverso è il discorso per la fondazione dei fascismo ed in particolare del primo Fascio di combattimento in data 19 marzo 1919. Un racalmutese il notaio Giuseppe Pedalino di Rosa sarebbe stato nientemeno che un "sansepolcrista". Il personaggio, sul quale sono disponibili alcune fonti che però sono di segno divergente, rassomiglia a quello del Rubè di A.G. Borgese, anche se qui la storia può dirsi a lieto fine. Nato a Racalmuto il 3.11.1879, si laurea in giurisprudenza a Palermo nel 1901 e si trasferisce a Milano per esercitarvi la professione di avvocato fino al 1925, e dopo quella di notaio sino. Morì a Merate il 15\10\1957. Risulta iscritto al P.N.F. dal 23.3.1919. E.N. Messana così ce lo descrive: «Fra i socialisti divenuti interventisti si ricorda il notaro Giuseppe Pedalino di Rosa, finito poi al fascio e divenuto un sansepolcrista. Questi fu anche un poeta in vernacolo, un tipo bizzarro, che amò molto il paese. Scrisse «Lu cantastorie d’America» in cui cantò luoghi e persone di Racalmuto nell’aulico dialetto siciliano. Visse molti anni a Milano e vi morì». () Salvatore Restivo riscrive, palesemente agiografico, così la biografia nel giornaletto locale del maggio 1993 () « ... Fin dalla prima giovinezza appartenne al partito socialista; in Sicilia con Giuseppe Lauricella della vicina Ravanusa, a Milano con il gruppo di cui facevano parte tra gli altri Pietro Nenni ed Emilio Caldara. [ ..] Il 23 marzo 1919 partecipò alla fondazione dei fasci di combattimento, dai quali si allontanò progressivamente fino ad essere "eliminato per diserzione". [...] Nel 1934 organizzò a Racalmuto un raduno di poeti siciliani a cui parteciparono anche Luigi Natoli e Ignazio Buttitta [..]». Il Pedalino ebbe, invero, la sventura di una sorella che andò sposa ad un appartenente alla celebre famiglia di anarchici di Grotte: i Vella. Il casellario politico centrale registra alla busta 5342 gli anarchici: 1°) Vella Antonio (fasc. N.° 6504) nato a Grotte il 6.9.1886; 2°) Vella Giuseppe (fasc. N.° 3908) nato a Grotte il 10.11.1895; 3°) Vella Diego (fasc. N.° 22144) nato a Racalmuto il 15.2.1901, 5°) Vella Dante Nunziato (fasc. N.° 4621) nato a Racalmuto il 24.3.1908, ed alla busta n.° 5344, il più celebre di tutti, 5°) Vella Randolfo (fasc. 17912) nato a Grotte il 2o.4.1893. Non è questa la sede per accennare, anche brevemente, all’affascinante storia di questa famiglia di anarchici, socialisti, antifascisti, ma anche in rotta con gli esuli comunisti. Ai nostri fini, il richiamo al C.P.C. dell’Archivio Centrale dello Stato (busta n.° 5342) ci serve per inquadrare la figura del notaio Pedalino. Il 27 dicembre 1937, le questure d’Italia sono alle prese con un dei suddetti schedati: Vella Dante Nunziato. Scoprono che è parente del notaio milanese. Chiedono informazioni . Ecco la risposta: «27 dicembre 1937 - anno XVI. Oggetto: Vella Dante fu Giuseppe e fu Concetta Pedalino, nato a Racalmuto il 24/3/1908 residente a Lugano ... Prefettura di Milano ... "comunico che l’avv. Pedalino Giuseppe fu Fedele e di Rosa Maria Vita, nato a Racalmuto il 3.11.1879 (e non 1895) risiede in questa città dal paese di origine, ed abita in via Pergolesi n.° 23 con studio in via Monforte n.° 14.

«Coniugato con Passoni Maria di Emilio e Speranza Rosa nata a Milano il 29.9.1897 ha una figlia a nome Vitamaria Alfonsina, nata a Milano il 2.10.1926. Il Pedalino è zio materno del Vella Dante. Il Pedalino risulta di regolare condotta in genere ed è iscritto al P.N.F. dal 23.3.1919. Il prefetto: (G. Mangano).»
( )

Fino al 1937, il Pedalino è dunque ancora un "regolare fascista" che può vantare la prestigiosa tessera dei primordi fascisti. Recante la data dei sansepolcristi. Certo, fu tessera presa a Milano e Racalmuto c’entra solo per un fatto anagrafico del Pedalino. Non è da escludere che questi ebbe guai dopo quella richiesta d’informazioni della polizia poltica del 1937. I due suoi nipoti, per parte della sorella, Dante Nunziato e Rodolfo Vella, proprio in quell’anno si erano arruolati nelle "milizie rosse" della guerra di Spagna.

Ma davvero il Pedalino partecipò a quella adunata tenuta la sera del 23 marzo 1919, fra le mura di un vecchio palazzo milanese in Piazza San Sepolcro, donde uscì il primo Fascio di combattimento? Non va dimenticato che quella fu una adunata che poi si tinse di un’aura veramente leggendaria. () Lo stesso Mussolini non ricordava più quanti veramente fossero. Una volta parla di cinquantadue che "giurarono che la lotta che avevano intrapresa - quella sera del 23 marzo 1919 - non poteva finire se non con una trionfale vittoria", ed altra volta rettifica in cinquantatre (12 febbraio 1925) () Il Pedalino, in quello ristretto stuolo, forse non fu mai. Una qualche piccola astuzia (o menzogna), forse utilizzato al tempo del concorso a notaio. Era un avventuroso siciliano, dopo tutto! Quei nipoti, della III Internazionale, finiti nelle milizie rosse di Spagna ebbero fose a guastargli quella vantata primogenitura politica.

Ma il Pedalino - a conferma della validità di certe valutazioni storiche - potè aderire all’adunata di San Silvestro per lo sfumato socialismo che si riverberava. Le sue origini socialiste ed anarchiche racalmutesi poterono spingerlo in tal senso. Con il Nolte () bisogna ammettere che, fondato il 23 marzo 1919 a Milano, nel corso di una non mumerosa assemblea, in massima parte da ex-inyterventisti di sinistra, vuole essere inteso come l’inizio di un socialismo nazionale, primo germe della socialdemocrazia ..». E questa tendenza mussoliniana verso un blando socialismo - a mo’ di richiamo delle origini - gli storici la rinvengono puntualmente in varie contingenze, almeno sino al congresso di Roma del 1921. () Non è questa la sede per trattare tale atteggiamento mussoliniano. Vi si inseriscono i travagli della sconfitta elettorale del 1919; l’autunno violento del 1920; l’intrigo con la borghesia agraria emiliana; l’insuccesso dell’astuta manovra di coinvolgimento di Giolitti; la resurrezione elettorale del maggio 1921 (elezioni volute - e perse - da Giolitti); l’accordo firmato con i socialisti il 3 agosto 1921; la retromercia innestata al congresso di Roma (7-10 novembre 1921); la trasformazione in partito del "movimento fascista"; la professione mussoliniana della "tendenza repubblica", etc. Dalla sera di San Silvestro del 23 marzo 1919 all’abbraccio con Dino Grandi nel novembre del 1921 la storia italiana ha le sue stigmate fasciste e la vicenda mussoliniana con collima del tutto con quella del fascismo. Eppure tutto questo sembra, per la Sicilia, ed ancor più per Racalmuto, avvenire in un alienissimo mondo, persino totalmente ignorato. Annota il Nolte (pag. 288):«.. le regioni meridionali (salvo la Puglia) e le isole non ne sapevano praticamente nulla fino a poco prima della marcia su Roma.»

Ma che tipo di partito venne fuori dal Congresso dell’Augusteo del novembre 1921? A questa domanda tenta di rispondere il Ragionieri (). «Non era poi un partito troppo differente dagli altri partiti di massa», afferma lo storico di sinistra e continua: «La sua caratteristica più originale era in foldo rappresentata dal fatto che esso era dotato di un’organizzazione paramilitare [ma trasformatasi nella Milizia solo nel 1923]»; ma era un partito «completamente diverso dalle organizzazioni della borghesia italiana»; in esso «la prevalenza anche quantitativa degli strati della borghesia indica già il processo in atto di ricomposizione di un blocco di forze piccolo e medio borghesi sotto la direzione dei gruppi superiori degli indusrtiali e degli agrari»; «figlio dei tempi nuovi portati dal conflitto mondiale, il fascismo poteva trovare nella massiccia presenza dei giovanissimi nelle sue file una solida garanzia per l’avvenire».

Sarà stato per la mancanza di quei "gruppi superiori degli industriali"; sarà stato per la presenza della mafia (stando al quasi sillogismo sciasciano), fatto sta che neppure sotto la nuova forma di partito il fascismo riesce a diffondersi in Sicilia - tra il 1921 ed il 1922 - e men che meno a Racalmuto (ove peraltro mancava un vero e proprio latifondo perché si ptesse parlare di agrari nel senso del ragionieri, in senso cioè di classe borghese con una propria coscienza di ceto egemone).

Nell’agosto del 1922 - con il fallimento dello sciopero dei giorni 1-3 voluto dal PSI e dalla CGDL - si registra la definitiva sconfitta del socialismo italiano e si apre il viatico per l’avvento di Mussolini al potere (con il suo viaggio a Roma in vagone letto nella notte del 29 ottobre, dopo la Marcia su Roma).

Nulla troviamo che in qualche modo comprovi la minima percezione in quel di Racalmuto che la storia era cambiata, che il cosiddetto stato liberale era spirato, che i padrini della Democrazia Sociale (Guarino Amella a livello strettamente locale, di Giovanni Antonio Colonna di Cesarò per un referente a respiro unpò più vasto, regionale) erano avviati verso uno scialbo tramonto.

Racalmuto, invero, era troppo in periferia, persino rispetto alla storia siciliana, per avere acume di analisi e lungimiranza d’orizzonte. Quel che sorprende che in quel biennio cruciale per la storia nazionale anche filosofi alla Croce, o raffinati giornalisti alla Albertini, o, in particolare, economistti già celebre alla Einaudi non riuscissero a vedere molto lontano, quanto al fascismo che esplodeva sotto i loro occhi. Sorprende, ad esempio, la miopia di Luigi Einaudi. Sfogliando le sue Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), lo vediamo impegnato nel gennaio 1921 in una retriva polemica con i socialisti sull’ «ostruzionismo del pane». Scriveva che «il primo atto concreto dei socialisti unitari e concentrazionisti è stata la deliberazione di intensificare alla camera l’ostruzionismo contro il progetto sul pane. Era facile prevedere che la scisssione tra socialisti e comunisti avrebbe istigato ambedue le frazioni ad una lotta acerba di concorrenza non per fare il bene, ma per dimostrarsi ognuna di esse più accesa, più rossa, più avanzata.» () Sull’argomento tornava con l’articolo dell’11 febbraio "Alla ricerca di una formula definitiva per risolvere il problema del pane" (op. cit. pag. 40 e segg.) e con quello del 24 febbraio "ed ora all’opera!" (op. cit. pag. 44 e segg.). Colpisce il linguaggio insolitamente pugnace contro i socialisti, anche blandi, del suo intervento giornalistico del 13 aprile 1921 (op. cit. pag. 111 e segg.): «Bisogna avere - scrive a pag. 112 - il coraggio di dire che siffatto latte e miele è pernicioso. Costoro, che dopo così recenti esperienze socialistiche dichiarano ancora che tutto il mondo è socialista, sono gente senza idee, o sono semplici procacciatori di voti. Bisogna escluderli dall’onore di fare parte del blocco anticomunista. Non si può combattere il comunismo es eddere disposti ad ogni sorta di socializzazioni, statizzazioni, controlli e simiglianti pesti. Coloro, i quali hanno paura di essere detti "nemici del popolo o del proletariato" e son pronti ad ogni sciocchezza, si dichiarino apertamente socialisti. Provvederanno meglio alla propria dignità e coerenza. Noi non abbiamo bisogno di noverare nelle nostre file siffatti amici del popolo. I quali, alla pari e forse peggio dei comunisti, ne sono i veri nemici.» In una parola occorreva essere solo «liberali» (op. cit. pag. 118 e segg. Articolo del 17 aprile 1921); cioè «L’unica nota veramente distintiva del blocco anticomunista è sempre quella di "liberale". Questa sì è una qualità che né socialisti né comunisti possono far propria. Liberalismo e socialismo sono due concetti contraddittori. Lungo tutti i secoli della storia sempre il concetto della libertà fu in guerra aperta con concetto della tirannia - e socialismo e comunismo altro non sono che asservimento completo dell’uomo alla collettività [ ....]». L’astuzia di Giolitti che quelle premature elezioni del 1921 volle finì male, come ben si sa per doverla qui commentare. Quel blocco "liberale" apriva irrimediabilmente la porta al fascismo della dittatura. Proprio quella dittatura che l’Einaudi non voleva (op. cit. pag. 766 e segg.). Ma siamo già all’8agosto 1922. Troppo tardi.

Cert, a questo punto Einaudi è in grado di fornire una perspicua fotografia dei tempi, anche se ancora scarsamente previggente. Val la pena di riprodurla per ampi stralci.

«Lo spettacolo di incapacità offerto dal parlamento e dal governo, le agitazioni continue, la guerriglia civile fra partiti ed organizzazioni armate hanno avuto, fra gli altri disgraziati effetti, quello di aver reso popolare in una parte notevole dell’opinione pubblica una parola: "dittatura". Si parla da molti oggi dittatura come della sola via di salvezza dal disordine e dalla crisi profonda che attraversiamo. Gli uominiai mali di cui soffrono vogliono trovare un rimedio semplice, preciso, definitivo. Il governo dei molti, il governo dei partiti, il governo dei chiacchieroni e degli ambiziosi di Montecitorio appare una cosa talmente disgustevole, vana, impotente che a poco a poco l’idea della dittatura ha finito per perdere quella nebbia di terrore e di tirannia da cui era circondata. Si crede che l’uomo forte, che l’uomo sapiente saprà trarre il paese dall’orlo della rovina. Mettiamo al posto di quindici ministri provenienti da parti politiche opposte, neutralizzandosi gli uni gli altri, alla mercè continua di un voto politico incerto, impotenti a concepire qualunque piano d’avvenire e più ad attuarlo, costretti a render favori agli elettori ed agli eletti per trascinare innanzi la loro vita quotidiana; mettiamo al posto di questa parvenza di governo un uomo solo, fornito di poteri illimitatiper un tempo limitato, il quale possa e sappia porsi una meta, il quale sia libero di scegliere a suoi collaboratori i migliori tecnici nei vari rami di governo e noi saremo in grado di arrestarci sulla china spaventevole lungo la quale precipitiamo verso l’anarchia.




«Contro questa tesi non non torniamo a citare la vecchia sentenza di Cavour: la peggiore delle camere essere preferibile alla migliore delel anticamere:; noi non diremo ancora una volta che la dittatura è il rimedio degli impotenti e degli incapaci. Noi non ricorderemo che l’esperienza contemporanea è tutta contraria ai governi addoluti e dittatoriali [..]





«Lasciamo pure da parte le massime dettate dall’esperienza ed i precedenti e gli esempi stranieri. Chiediamoci soltanto: dove sono gli uomini capaci di essere i dittatori dell’Italia contemporanea? Per quale ragione non si sono fatti innanzi così da accogliere intorno a sé il consenso dell’opinione pubblica? Degli uomini chiamati negli ultimi tempi a capo della politica italiana alcuni sono a mala pena considerati degni di essere presidenti costituzionali di un consiglio; intorno a nessuno di essi esiste tale favore di pubblico, non diciamo parlamentare, da farli ritenere capaci di governare il paese con poteri dittatoriali. Possibile che, se esistesse, l’uomo superiore, il Napoleone, poiché a questo si pensa quando si parla di un dittatore capace di salvare il paese, non si sarebbe fatto in qualche modo conoscere? E se c’è, ma non è conosciuto come tale, quale probabilità vi è che egli e non altro sia scelto?





« [..] Ridotta alla sua semplice espressione, la dittatura è una qualche cosa che noi conosciamo molto bene, di cui abbiamo parlato molto male fino a ieri: è il governo per mezzo di decreti-legge.





« [ ...]





« [ ...] Il problema da risolvere non è già di trovare dei grandi insustriali disposti a governare la cosa pubblica con la mentalità industriale. Essi non potranno fare che del male. Saranno degli straordinari improvvisatori. Chi può immaginare quali stravaganze è capace di compiere un giovane audace e fidente in sé, un uomo d’azione, un industriale abituato a decidersi rapidamente da solo, quando si troverà dinanzi a problemi complessi e terribili come il disavanzo, le imposte, il cambio, il latifondo, la giustizia? L’impulso primo che viene dagli audaci è di tagliare i nodi gordiani, di mandare a spasso il giudice che non decide un processo in ventiquattro ore, di ordinare ai direttori delle banche di emissione di far scendere il cambio del dollaro a 10 lire e così via. [...]





«La verità è che la capacità e la pratica di governo non sono innate e non si acquistano facendo grandi cose negli altri campi dell’attività umana.
Orator fit; così l’uomo di governo si fa governando gli uomini, discutendo con gli avversar, cercando di convincerli del loro errore e rimanendo anche persuaso dagli avversari della necessità di mutare parzialmente la propria strada. [...]




«Insistiamo oggi su queste considerazioni fondamentali perché le vicende di questi giorni hanno avuto per effetto, come si diceva in principio, di render popolare presso una parte del pubblico l’idea di forme più o meno larvate di governo autocratico, e da molte parti si è parlato di spedizioni fasciste su Roma per prendere possesso del potere, di colpi di stato, di dittature o di direttori nazionali, e via dicendo. Lo stesso direttorio del partito fascista si è affrettato a smentire una parte di queste chiacchiere, il che non impedirà che certe fantasie continuino a correre basandosi sui «si dice» immancabili nei momenti agitati come questo, e sulla riserva fatta dall’on. Mussolini durante l’ultimo discorso alla camera circa la scelta che il partito fascista si riservava di fare fra la legalità e l’insurrezione.





«Ora noi non vogliamo ammattere neppure per un momento che le voci correnti possano corrispondere a reali propositi e che propositi di tal genere possano trovare il consenso di coloro che hanno la responsabilità del movimento fascista.





«Oggi i fascisti hanno ragione di credersi sorretti dalla pubblica opinione; hanno probabilmente ragione di credere che la loro rappresentanza parlamentare è assai inferiore al consenso che essi riscuotono nel paese. Appunto per ciò essi non hanno nessun interesse ad imporre agli altri le loro opinioni con l’ordine secco e perentorio, con la facile arma della dittatura. Attraverso alla discusssione ed alle vie legali essi possono ottenere tutto. Un parlamento di neutralisti diede durante la guerra il voto a Salandra ed a gabinetti di guerra, perché esso sentiva che l’opinione pubblica era per la guerra. Domani, il parlamento attuale darà il proprio voto ad un gabinetto in cui entri come uomo rappresentativo il leader del fascismo ed in cui qualche altro fascista sia a capo di dicasteri importanti ed il fascismo impronti di se stesso e dei suoi ideali l’azione intiera del governo. Il paese è ora favorevole ai fascisti perché essi hanno dato il colpo decisivo che lo ha salvato dalla follia e dalla tirannia bolscevica. Ed è pronto a consentire ad essi per le vie legali l’ascesa al potere quando essi dimostrino di essere atti ad esercitarlo. Sinora sappiamo che essi hanno fervore d’azione, che essi amano intensamente la nazione, che essi la vogliono salva dalle malattie distruttive; che essi vogliono ridare a tutti i cittadini la libertà di vivere e di agire e di pensare, fuori della mortificante cappa di piombo della tirannia socialista. Per quanto essi hanno fatto per ridare tonalità al paese, per trarlofuori dal brutto materialismo ventraiolo denigratore della guerra combattuta, della vittoria ottenuta, dei valori spirituali della nostra stirpe, tutti siamo loro grati.





«Ora si aprono ad essi le porte del potere, le vie dell’azione immediata e diretta. Non più lotta per vincere, ma traduzione in atto dei principii per cui si è vinto. Due vie si aprono a loro dinanzi: quella rapida della dittatura, via brillante, senza avversari costretti alla fuga, senza critiche dei giornali, soggetti a censura, con uomini fidi di governo, dotati di poteri illimitati; e quella noiosa, fastidiosa, minuta della legalità costituzionale, dinanzi ad un parlamento di scettici e di ambiziosi, attraverso le lungaggini della procedura parlamentare, e sotto al maligno vaglio di giornali avversari ed infidi.





«Ma la prima via, così attraente e promettente, conduce fatalmente alla tirannia ed alla rovina del paese. Con un re devolto al suo giuramento di fedeltà alla costituzione come è Vittorio Emanuele III, essa vuol dire proclamazione della Repubblica; vuol dire l’inizio di un periodo convulsionario di sperimenti politici, di contrasto fra le varie tendenze aristocratiche e demagogiche a cui una nuova costituzione repubblicana potrà essere informata; vuol dire necessità di giustificare ‘razionalmente’ i nuovi sistemi costituzionali; vuol dire oscillare tra un governo di generali, un consiglio dei dieci aristocratico od un consiglio di commissari socialisti. A che scopo, quando non si vedono i generali ed i geni capaci di governare dittatorialmente e quando i nostri comunisti sono goffe imitazioni di quei Lenin che, nonostante il loro fanatismo, trassero la Russia alla morte?





«Quanto più gloriosa e feconda, agli occhi degli uomini amanti del paese, è la seconda viadel rispetto alla costituzioneed alla legalità! La costituzione e la monarchia valgono non per sé, ma come incarnazione di tre quarti di secolo di vita nazionale e di un millennio di sforzi verso l’egemonia e la formazione di uno stato unitario nella penisola italiana. In quest’ora decisiva, tutti coloro i quali attribuiscono un pregio ai valori spirituali, alla tradizione, alla continuità della storia nazionale, tutti coloro i quali sentono che in politica le creazioni nuove non hanno probabilità di vita, ma che ogni più audace novità può essere innestata nel vecchio tronco e suggere dalla linfa di questo una vita assai più vigorosa e lunga di quanta possa derivare dall’improvvisazione di dittature incapaci, devono contrastare l’avvento della dittatura! [..]»




Einaudi raggiunse quei livelli di «gratitudine» alle lotte politiche dei fascisti - se essa fu sincera e non strumentale al suo regionamento - molto tardi, alla vigilia della "marcia su Roma". Prima aveva sottovalutato il fenomeno fascista. In quel biennio, rarissimamente aveva accennato al fascismo sulle colonne del Corriere della Sera. Il 14 gennaio 1922, polemizzando con i socialisti, aveva accordato loro «causa vinta» «contro ai casi singoli di violazione dei diritti degli operai, verificatisi sporadicamente ad opera di qualche nucleo fascista.» A parte il lungo articolo citato, sembra - a scorrere le cronache einaudiane di quel torno di tempo - che non esista una questione fascista. L’articolo «per lo stato» del 4 novembre 1922 (op.cit. pag. 926 e segg.), con tutta la sua dose di supponenza, con il suo tono arrogantemente monitorio, sbuca fuori inopinato, arcano, inspegabile che non si sapesse aliunde della capitolazione del re di fronte agli ultimatum di Mussolini del 28 ottobre. (). Ottusità della pur colta alta borghesia o miopia politica di un economista? Sottovalutazione di un fenomeno di massa o marginalità effettiva della realtà politica del partito fascista, prima della scelta di Vittorio Emanuele III, improvvisa e sollecitata da gruppi di pressione (borghesia agraria, corpi militari dello stato, etc.)? Domande cui non è dato qui dare ponderate risposte, se non altro per economia di lavoro. Un approccio alla storia del fascismo di tal fatta non pare, però, che sinora sia stato mai tentata. Quel che anoi preme qui rimarcare è che se ad un osservatore del calibro di Einaudi sfuggiva l’importanza del fascismo ante-marcia, ben speigabile è che - come avverte Nolte - nelle plaghe sperdute di Sicilia (e noi appuntiamo il nostro osservatorio su quelle di Racalmuto) non venisse neppure percepita.



Attorno al 1922, a Racalmuto premeva in sommo grado la questione della crisi finanziaria del settore zolfifero.

Nel settembre del 1922 una commissione degli esercenti le miniere di zolfo della Sicilia si era recata a Roma per premere al fine di ottenere un decreto-legge autorizzante l’emissione di obbligazioni per 120 milioni di lire garantite dallo stato. Vagava tra la camera ed il senato un disegno di legge in tal senso. A dire il vero la camera l’aveva approvato, ma il senato ancora no, per via della crisi ministeriale. Si cercava, con il decreto-legge, di ovviare al pericolo che la legge naufragasse in quel bailamme parlamentare. Pronubo il sottosegretario Lo Piano.

La crisi zolfifera era allo stremo. La concorrenza degli Stati Uniti era stata micidiale. Solo che con la guerra, si era estratto zolfo a prezzi politici. Si era costituito il «consorzio obbligatorio per l’industria zolfifera siciliana» al quale il produttore era obbligato di consegnare il minerale estratto. Il consorzio, aveva accumulato uno stock di zolfo invenduto. Al 30 aprile del 1922 erano giacenti nei magazzini consortili 270.000 tonnellate di zolfo. Su tale quantitativo le banche avevano anticipato 85 milioni di lire e si rifiutavano di accordare altre anticipazioni sullo zolfo che frattanto si era continuato a produrre. Si profilava un blocco nella produzione dello zolfo. Gli industriali chiedavo di togliere - con l’emissione obbligazionaria - di togliere lo stock dalla circolazione e di rendere quindi possibile la immediata vendita della nuova produzione. ()

Einaudi era sferzante ed irriducibile: «Chi ha stock da vendere, - rintuzzava (pag. 887) - si arrangi. Può darsi che il modo migliore di arrangiarsi sia di accantonare lo stock, facendo un’operazione con istituti bancari, nella speranza di poterlo vendere in tempi migliori. E’ accaduto parecchie volte che l’operazione è riuscita bene. Riuscirà tanto meglio, quanto meno lo stato ci ficcherà dentro il naso. [...] Ma - si obietta - il consorzio fu creato dallo stato; i prezzi li fissa il consorzio, col consenso del governo. Quindi il governo o mantenga le sue promesse o sciolga il consorzio. Parliamoci chiaro. A chi vuol dare ad intendere l’ing. Raverta questa solennissima bubbola che il governo osi sciogliere di sua iniziativa il consorzio solfifero? Il consorzio rimarrà finché lo vogliono deputati, rappresentanze, industriali solfatai siciliani. Essi lo hanno creato ed essi lo vogliono. Il resto d’Italia non ci ha messo bocca e non osa metterci bocca, per timore di far cosa spiacevole ai siciliani. E’ uno di quei casi di leggi, in cui deputati e senatori delle altre regioni hanno ritegno di parlare, temendo, se parlano contro, di suscitare delicate recriminazioni regionali. Tutta la responsabilità del cosiddetto ‘governo’ è qui: nel non avere osato, se aveva un’opinione contraria al consorzio, di farla valere per timore di dire o di fare cosa spiacevole ai siciliani. Se ora questi si persuadono, e sarebbe tempo, che il consorzio è stato un errore, che la sua esistenza nuoce alla Sicilia, ed è una minaccia all’industria solfifera, lo dicano chiaro e netto; e lo dicano tutti. Troveranno governo e parlamento disposti a mandare a carte quarantotto un esperimento tollerato solo per reverenza al volere che sembrava unanime di quella grande e patriottica e nobile regione.»

Quel numero del Corriere della Sera sarà arrivato a Racalmuto e letto dagli interessati. Einaudi era anche senatore. Sarà stato considerato alla stregua del nostro Bossi. Negli ambienti degli esercenti sarà corso un brivido; forse una fibrillazione. Intanto saliva al potere quel Mussolini di cui si era appena sentito dire. A lui si guardò certo con acuto interesse in quel di Racalmuto, più in speranzosa attesa che con timore politico. Il «liberismo» di Einaudi non era proprio un’appetibile scelta politica!



Lo storico locale E.N. Messana (op. cit. pag. 358) retrodata sentimenti antifascisti del dopoguerra con evidente falsificazione della realtà, quando storicizza le sue personali fantasie sul tiennio racalmutese 1919-1922. «A Milano intanto, - annota - nel marzo dello stesso anno [1919], fu fondato il fascio di combattimento. La borghesia e specialmente i capitalisti presero respiro di quella forza antirivoluzionaria e violenta che subito cominciò a bravacciare nelle città e nei comuni. A Racalmuto, il partito nazionalista, di già menzionato, aveva accampato le pretese di rappresentare la conservazione contro la evoluzione affiorante, sebbene con metodi inesperti e puerili. Le notizie dei fasci e dello squadrismo si raccontavano al circolo Unione ed al circolo degli Amici. Qualche do’ esultava a quelle nuove e non nascondeva il desiderio che anche a Racalmuto venissero i prodi in camicia nera a bastonare gli zolfatai e i contadini.» Ma la questione - come vedremo in seguito - era ben altra, più complessa e più gravida di conseguenze sociali.




 

Il biennio 1923-1924 è denso di avventimenti che sicuramente moficano lo scenario nazionale: è però erroneo ritenere che si apra una parentesi destinata a chiursi a conclusione della guerra, adottando il criterio interpretativo del Croce. La storia non procede per salti. Solo alcuni processi modificativi hanno sussulti di accelerazione. E la consegna dei pieni poteri a Mussolini alla fine del 1922 è una di queste fase. Peculiare diventa l’acquisizione di una sensibilità delle masse in senso nazionale che, sicuramente prima difettava, specie in Sicilia.

Per il pensiero ufficiale del fascismo del tempo si iniziava una Rivoluzione; ma è da credere allo stesso Mussolini se nel drammatico discorso al Senato del 1924 precisava: «all’indomani della Rivoluzione, io mi trovai di fronte a questo quesito: creare una nuova legalità o innestare la Rivoluzione nel tronco, che io non ritenevo affatto esausto, della vecchia legalità? Fuori la Costituzione o dentro la Costituzione? Io scelsi e dissi; dentro la Costituzione. Questo vi spiega la composizione del mio primo Ministero, e vi spiega la serie dei successivi atti politici». Il 12 giugno del 1924, in un altro discorso al Senato, Mussolini aveva ancor più puntualmente aveva ben raffigurato questo processo di «normalizzazione costituzionale» del primo fascismo: «Si trattava di riassorbire la illegalità nella Costituzione ... di rimettere grado a grado ... nell’alveo della legalità la vasta fiumana che aveva rovesciato gli argini. [...] Chiamai al governo uomini di tutti i partiti. Riapersi il Parlamento, e ne ebbi, dopo regolari discussioni, i pieni poteri. Affrontai e risolsi di lì a poche settimane il problema gravissimo degli squadristi. Ho esercitato i pieni poteri per un anno. Potevo chiedere la proroga ... Vi rinunciai. Non avevo proposte leggi eccezionali e mi proponevo di fare un altro passo innanzi sulla strada della legalità .... Sciolta regolarmente la Camera, furono nei termini prescritti dalla legge, indetti i comizi elettorali. La lista nazionale ha raccolto circa 4 milioni ottocentomila voti ... Ottenuto il suffragio del popolo, le necessità della politica interna si delinearono ancor più chiaramente nel mio spirito, precisate in questi capisaldi fondamentali:

«1° far funzionare regolarmente l’istituto parlamentare come organo del potere legislativo ...; 2°) regolare dal punto di vista della Costituzione la situazione della Milizia Volontaria; 3°) reprimere i superstiti illegalismi del Partito; 4°) chiamare all’opera di ricostruzione tutte le forze vive della Nazione ... Tutte le mie manifestazioni politiche dal 6 aprile in poi tendono a questa mèta: ad accelerare l’entrata definitiva del Fascismo nell’orbita della Costituzione». E ritornando al discorso al Senato del 5 dicembre, Mussolini, alla domanda rivolta a se stesso: «Da allora ad oggi c’è stato o non c’è stato un processo di riassorbimento della Rivoluzione nella Costituzione?», affermava «Rispondo nettamente: c’è stato: faticoso, lento, difficile, ma c’è stato ...». ()

Siamo propensi a credere che - ad onta delle autorevoli affermazioni del Valiani e del Ragioneieri () - ben diverso sarebbe stato il corso della storia nazionale se non ci fosse stato il delitto Matteotti (10 agosto 1924) e l’irrigidimento aventiniano. Ciò - s’intende - tenendo presente che la storia non ammette ipotesi.



Come veniva ricostruita quella tragica crisi seguita al delitto Matteotti, all’interno del fascismo coevo? Stralciamo dallo studio dell’Ercole () i seguenti passaggi:

«Mussolini pareva esser riuscito ... «a ristabilire i termini necessari di quella convivenza politica e civile che è più necessaria fra le parti opposte della Camera ...» (V, p. 10),»; eppure «"mentre nel Paese si era diffusa la sensazione che un nuovo periodo di tranquillità e di pace stava per iniziarsi [si aveva] l’episodio tragico, che è costata la vita all’on. Matteotti" (IV, 24 giugno al Senato p. 195). Quella sciagurata beffa del giugno, come Egli la chiamerà in Gerarchia, in uno articolo scritto alla fine di ottobre ‘25, "diventa orribile tragedia indipendentemente, anzi contro la volontà degli autori", la quale determinerà nello sviluppo della Rivoluzione la "sosta di un semestre"(v. Elementi di storia in Gerarchia, p. 179)»

«Perché dal delitto Matteotti le opposizioni credettero subito di poter trarre il pretesto per tentare di "annullare tutto quello che significa, dal punto di vista morale e politico, il Regime che è uscito dalla Rivoluzione dell’ottobre" (IV, 25 giugno 1924, alla maggioranza parlamentare, p. 207), inscenando la secessione parlamentare cosidetta dell’Aventino e abusando di una persistente eccessiva libertà di parola e di stampa, per chiedere, e per proprio conto iniziare, il processo al regime, alla Marcia su Roma e alla Rivoluzione ... (‘il Regime non si fa processare se non dalla storia ‘.. (IV, 22 luglio ‘24: al Gran Consiglio, p. 214, e v. anche 7 agosto ‘24: al Consiglio Nazionale del Partito, p. 242), in nome di una pretesa normalizzazione, dietro cui non si nascondeva che la speranza di potere agganciare Mussolini, isolare materialmente e moralmente, disarmandolo, il Fascismo e i Fascisti nel Paese, creare una situazione tale da permettere il ritorno alla paralisi parlamentare, sbarazzarsi del Governo fascista con un semplice voto di maggioranza della Camera dei Deputati: come se il Fascismo fosse arrivato al potere per la via ordinaria, e questo gli fosse stato dato da un ordine del giorno: come, cioè, se esso potesse considerarsi "alla stregua di tutti i Partiti e considerare il Parlamento come l’unico ambiente, nel quale tutte le situazioni politiche di una Nazione in momenti eccezionali potessero trovare la loro soluzione ordinaria e regolare" (IV, all’Associazione Costituzionale di Milano, 4 ottobre ‘24, p. 290).»

«Alla quale speranza Mussolini darà la definitiva risposta, parlando il 29 ottobre 1924, al Popolo di Cremona:

«"Noi siamo qui a dire che .. non siamo dei vanitosi e nemmeno dei prepotenti, ma siamo dei soldati fedeli alla consegna, e la consegna ci è stata data dal Re e dalla Nazione. Solo al Re, solo alla Nazione noi dobbiamo rendere atto del nostro operato; non a coloro, che ad ogni gesto, ad ogni provvedimento, ad ogni legge, vorrebbero intentarci il loro ridicolo processo, mentre sono gli esclusie i condannati dalla nuova storia" (IV, p. 335): onde la dichiarazionedel 5 dicembre in Senato: ... "Si è detto: voi voleterestare al potere ad ogni costo. Non è vero. Nella grande piazza di Cremona, ad una moltitudine immensa di Popolo, ho detto che riconoscevo i diritti della Nazione e i diritti imprescrittibili di Sua Maestà il Re. Se Sua Maestà al termine di questa seduta mi chiamasse e mi dicesse che bisogna andarsene, mi metterei sull’attenti, farei il saluto militare e obbedirei. Dico Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III di Savoia; ma, quando si tratta di Sua Maestà il Corriere della Sera, allora no" (IV, p. 411).»

«[ ...] "La maggioranza cominciò a perdere alcuni dei suoi elementi in margine: liberali, democratici, combattenti. Credo che nella seduta del 16 dicembre - la seduta di tre ex-presidenti - questo processo di erosione ai margini abbia toccato il punto estremo" (V, Elogio ai gregari, p. 23)».



Il tentativo parlamentare di far crollare il fascismo non ebbe successo «perché dall’altra parte stava il Fascismo "con i suoi ottomila grusppi in ogni angolo d’Italia, con le sue forze politiche, sindacali, amministrative, sempre imponenti": il Fascismo che era stato "percosso, non abbattuto", e a cui il colpo aveva finito per giovare, facendogli perdere "le scorie funeste" (IV, p. 197). [..] "Se il Regime rapidamente potè essere in grado di sferrare il contrattacco - il che avvenne il 3 gennaio di quell’anno (1925) - il merito -- va alle masse rurali del Fascismo, che non si sbandarono, a me, che rimasi tranquillo al mio posto nell’imperversare delle molte bufere, e al Popolo italiano, che non fu dimentico del passato e non disperò dell’avvenire" (V, Elementi di Storia, p. 179).»



Non crediamo che fra quelle "masse rurali" era da includere il ceto contadino racalmutese. Nulla ce lo lascia intravedere. E’, però, certo che agrari locali, esercenti delle miniere di zolfo racalmutese, gabellotti, contadini e braccianti ed il piccolo ceto dell’infima borghesia di Racalmuto ebbero modo di disaffezionarsi ai loro referenti politici sia della Democrazia Sociale di Guarino Amella e Colonna di Cesarò, sia allo stesso partito democratico-riformista di Enrico La Laggia, cui ultimamente aveva aderito una frangia degli ottimati racalmutesi. Mussolini parlava dell’ «Aventino» quale epicedio dello stato demo-liberale. Non cìera cultura greca a Racalmuto bastevole per apprezzare l’immagine classica. Vi era molto buon senso (ed pressanti interessi del quotidiano) per dissentire dai loro deputati eletti nel listone "nazionale" del 1924 che ora facevano l’«Aventino». In definitiva, nepppure Gramsci mostra di apprezzare questi rappresentanti degli agrari siciliani con i quali, inopinatamente, si trovava in sodalizio.

«Ho visto in faccia la "piccola borghesia " con tutti i suoi tipici caratteri di classe - scriveva Gramsci alla moglie il 22 giugno 1924 commentando i primi lavori dell’Aventino (). - La parte più ributtante di essa era costituita dai popolari e dai riformisti (per non parlare dei massimalisti, povera gente di cascia andata a male; i più simpatici erano Amendolae il generale Bencivenga dell’opposizione costituzionale che si dichiaravano favorevoli in principio alla lotta armata e disposti anche (almeno a parole) a porsi agli ordini dei comunisti, se questi fossero in grado di organizzare un esercito contro il fascismo. Un deputato democratico-sociale (è questo un partito siciliano che unisce latifondisti e contadini) che è duca Colonna di Cesarò, ministro di Mussolini fino al mese di marzo, dichiarò di essere più rivoluzionario di me perché fa la propaganda del terrore individuale contro il fascismo. Tutti, naturalmente, contrari allo sciopero generale da me proposto e all’appello alle masse proletarie ... ».



Colonna di Cesarò - è certo - non riuscì a propagandare "il terrore individuale contro il fascismo", a Racalmuto. I locali suoi aderenti dovettero disorientarsi non poco: già amavano molto poco i blandi socialisti racalmutesi agli ordini dell’avv. Vella; figuriamoci se potevano dare credito a chi osava associarsi con i bolscevichi del 1921.



A livello locale il problema centrale restava sempre quello dei finanziamenti per lo zolfo invenduto. La faccenda del 1922 veniva ricordata ancora. I più avvertiti avevano l’odiato senatore Einaudi per quello che scriveva allora sulle colonne del Corriere della Sera. Il governo di Mussolini diede quel decreto invocato sotto Facta (D.L.n. 202 dell’11/1/1923). Nel nuovo corso fascista si potevano dunque riporre attese meridionalistiche e di intervento statale. Tra le varie provvidenze del decreto, lo stato garantiva lo smaltimento a prezzi remunerativi dello stock e si impegnava nel finanziamento del Consorzio, ma su obbligazioni dell’ente garantite sugli esercizi futuri. «Insomma - scrive Salvatore Lupo - a pagare sarebbe stata la futura produzione». Vi era - è vero - chi come Carlo Sarauw, forse per opposto interesse, aveva di che ridire su quanto si riusciva a conbiare in provincia di Agrigento e di Caltanissetta. «Io posso spiegarmi che un’accolta di maffiosi ignoranti delle province di Girgenti e di Caltanissetta abbia potuto premere a Palermo sull’amministrazione del Consorzio [...] ma non posso ammettere che essa potesse allungare i suoi tentacoli fino a Roma o piegasse il Governo alle direttive di quegli organi del Consorzio che subivano la sua azione». () In quel di Racalmuto, ove gli interessi zolfiferi passavano trasversalmente per tutti i ceti sociali, vi fu soddisfazione per il provvedimento mussoliniano del gennaio 1923 ed iniziava quel consenso che dopo il 1926 si consoliderà penetrantemente, in profondità, in maniera totalizzante. Le bizzedell’Aventino dei propri deputati dovettero apparire atteggiamenti incomprensibili, sospetti, fedifraghi, da non approvare, da rimuovere.



Il delitto Matteotti, invero, non lasciò indifferente l’intera comunità civica racalmutese. Se dobbiamo credere a E.N. Messana, il socialista Vella si diede da fare: «Fu lui - scrive il Messana () - che in seguito all’uccisione di Giacomo Matteotti si presentò con la guantiera a raccogliere il contributo per la corona. Entrò nel salone di Salvatore Rizzo, Paparanni, e là Luigi Scimè, giovane figlio del Dr. Nicolò, gli diede L. 0,50, altri uguale cifra o meno. Contribuirono molti racalmutesi, oltre i summenzionati si ricordano il comm. Giuseppe Bartolotta consigliere provinciale in carica, il sindaco Scimè, Pio Messana, Salvatore Falcone, Calogero Mattina fu Gaetano, Carmelo Schillaci Ventura, Giuseppe Cutaia, i fratelli Luigi e Giuseppe Lo Bue. Questi furono segnati a dito e perseguitati dal fascismo. Luigi Scimè, ufficiale effettivo dell’esercito, non avanzò più di grado.»

L’emozione per l’efferato delitto dovette essere una momentanea reazione, non coinvolgente la stima verso Mussolini. Questo, almeno a Racalmuto. A più ampio raggio, ancor oggi non crediamo che sia stata stabilita la verità storica. Troppi risentimenti, molti condizionamenti ideologici. A distanza di settant’anni, in riviste storiche pur autorevoli, la vicenda Matteotti viene così rievocata, passionalmente, con evidenti pregiudizi di valore:

«Giacomo Matteotti - leggesi nell’editoriale del n. 1-2 del 1994 di Storia e Civiltà ( ) - segretario del partito socialista unitario, capo - con Giovanni Amendola - dell’opposizione al fascismo, [..] mentre dalla sua abitazione, per il lungotevere Arnaldo da Brescia, si dirigeva, attorno alle 16, verso il Parlamento, era sequestrato, costretto a entrare in un’automobile ed, essendosi difeso, ucciso. [Fu] uno dei più esecrandi delitti che la storia ricordi. [Ad eseguirlo, c’erano] una brutale figura di squadrista toscano, Amerigo Dumini e suoi quattro complici.



«Come sarebbe emerso, dal memoriale Rossi, e da altre ammissioni, se anche Mussolini non era stato il diretto mandante, vi aveva dato il suo tacito consenso. La commozione popolare fu così profonda, che avrebbe dovuto avere per sbocco, con quale vantaggio per l’Italia è inutile dire, l’immediato tracollo del fascismo. Mancò una forza organizzata a dirigere la rivolta. Non vi fu, da parte della Monarchia, come nel ‘22, la coscienza del dovere. Al governo venne lasciato il modo, con pochi ritocchi alla sua compagine, di sopravvivere, e al fascismo di consolidarsi, più per l’altrui debolezza che per virtù propria, profittando anzi dell’irrimediabile errore delle opposizioni, di astenersi dalla presenza in Parlamento (l’«Aventino»), che avrebbe consentito, nel gennaio ‘26, di farne deliberare la decadenza. Non mancò la "trahison des clercs", in un’ora straordinariamente feconda per la cultura: e Giovanni Gentile, pur surrogato come ministro dell’istruzione, ad assicurarsi maggior potere, si assunse la responsabilità d’un manifesto degli intellettuali a favore del fascismo, cui, con un numero minore di firme, se ne sarebbe contrapposto un altro, redatto dal Croce.



«[Il processo venne trasferito] alla lontana e più tranquilla Chieti, [e si ebbe] l’arrogante difesa di Farinacci (cui si consentì di dichiarare di assumerla "prima come segretario del partito, e poi come avvocato" e che il processo non si sarebbe fatto "né al regime né al partito"). Esclusa dalla stessa pubblica accusa, la premeditazione ed ammessa la preterintenzionalità, la sentenza, del 24 marzo 1925, condannava solo tre degli imputati a cinque anni, undici mesi e venti giorni, che, col condono di ben quattro anni per una opportuna amnistia, e tenuto conto della carcerazione preventiva, li rendeva, di fatto, liberi.»