mercoledì 5 settembre 2018

La visita in Sicilia (e a Racalmuto) di du Mazel si colloca nel quadro degli eventi sopra abbozzato.  In particolare occorre tener presente che all’inizio del 1373, dopo laboriosi negoziati, il re Federico IV di Sicilia e la Regina Giovanna di Napoli concludevano la pace sotto l’egida del papato. Riconosciuto come sovrano legittimo della Trinacria, Federico IV accettava la signoria di Giovanna I, e quella di Gregorio XI. Egli si impegnava a pagare un censo di 3.000 once alla regina che doveva trasmette alla Santa Sede questo canone. I siciliani dovevano giurare la pace e prestare giuramento di fedeltà al re. La Chiesa riacquistava tutti i diritti e privilegi che godeva prima del Vespro del 1282. Il papa prometteva di levare l’interdetto che gravava nell’isola da lunghi anni.


L’accordo si rendeva necessario per le ristrettezze finanzierie pontificie a seguito della lotta contro i Visconti di cui abbiamo detto. Si è anche visto come i “sussidi caritativi” chiesti al clero di molti paesi fossero risultati fallimentari.. In Sicilia la percezione di tale sussidio fu decisa prima della ratifica della pace, nel dicembre del 1372; la promessa di abolire l’interdetto è uno strumento di pressione fiscale. Vengono chiamati anche i laici a contribuire. Si decidono madalità di esazione contemplanti censure ecclesiastiche per gli evasori o per i riottosi. Le bolle del dicembre del 1372, chiedendo un aiuto per la lotta contro i nemici della Chiesa in Italia, imponevano che questo venisse dato “prima dell’abolizione dell’interdetto”. Evidente l’intento dissuasivo.In virtù di una clausola apparentemente anodina, i delegati pontifici potevano esigere da chi si voleva liberare dall’interdetto, non solamente il giuramento di rispettare la pace e d’essere fedele al re, secondo i termini del trattato, ma anche un aiuto pecuniario alla Chiesa. Il sussidio “caritativo” e volontario si trasformava in imposta pura e semplice. Bertrand du Mazel non esita a parlare della tassa riscossa “ratione amotionis interdicti”, come nel caso di Racalmuto, ove invero si parla ancora più esplicitamente di  “subsidio auctoritate apostolica imposito . E ci siamo dilungati proprio perché in definitiva ciò ci illumina sulla storia “narrabile” del nostro paese.


Illuminato Peri  chiarisce gli aspetti storici di siffatta atipica tassazione pontificia. «La esazione fu affidata a collettori pontifici, e fu convenuto che 1/3 sarebbe andato alle finanze regie. Nella forma Federico IV si presentò mediatore fra popolazione e autorità ecclesiale. Tanto che l’atto del maggio del 1374, con il quale egli fissò la misura della sovvenzione, fu dichiarato “moderatio regia”. Con tale atto si cercò di sedare le reazioni piuttosto violente suscitate dalla prima richiesta (“rumori, rivolte, novità, assembramenti e molte indicibili e turpi parole contro la chiesa romana e noi”, sintetizzava il collettore Bertrand du Mazel). Il sussidio fu ripartito in ciascun abitato per case, in rapporto alla condizioni economiche: 1 tarì per le famiglie povere, 2 per le “mediocri”, 3 per le agiate (“qualsiasi fuoco di ricchi abbondanti in facoltà”). Si computarono in ciascuna località metà delle famiglie nella categoria inferiore, ¼ nella mediana, ¼ tra le benestanti: se le condizioni economiche fossero omogenee, sarebbe stata distribuzione equa. Furono esentati i preti, i giudei e i tatari “che sono nell’isola infiniti” e le “miserabili persone” che non era prefigurato fossero.»


Intensa è la fase preparatoria del sussidio. Il papa scrive a destra e a manca per spingere i notabili siciliani ad accedere alle nuove istanze impositive della Santa Sede. Da Avignone invita, nel 1372, giurati ed università a recarsi presso “Federico d’Aragona” - non lo chiama re - perché lo convincano a fare pace con “la regina di Sicilia”, cioè Giovanna di Napoli. Gli inviti sono mandati a Calascibetta, Licata, Agrigento e Sciacca  (reg. Vat. 268, f. 295-297).


Sempre da Avignone, il 1° ottobre del 1372, si officia Guglielmo affinché interponga “partes suas consolidationi Agrigentinae civitatis efficaciter et, cum consummata fuerit, Francisco de Aragonia impendat obedientiam et reverentiam, sicut decet.” (Reg. Vat. 268, f. 298 v.° 299 v.°). Si ripristini ad Agrigento la fedeltà a Francesco d’Aragona, che risultava infranta.


Vediamo questo diploma: «Al nostro diletto figlio, nobiluomo Guglielmo di Peralta, conte di Caltabellotta della diocesi di Agrigento, salute. Ed al magnifico  diletto figlio, nobiluomo Giovanni Chiaramonte, signorotto (domicellus) della diocesi di Agrigento, nonché ad Emmanuele Doria, signorotto (domicellus) della diocesi di Mazara, a Manfredi Chiaramonte, (domicellus) della diocesi di Siracusa, a Benvenutode Graffeo, signore di Partanna della diocesi di Mazara.» Il pontefice mostra di conoscere molto bene la mappa del potere feudale in quel frangente storico, come dimostra il dosaggio dei titoli nobiliari nella missiva di cui abbiamo citato l’indirizzario.


Ma particolare attenzione viene rivolta a Giovanni Chiaramonte che ancora nel 1372 è vivente e domina sull’intera provincia agrigentina, Racalmuto compreso (il papa ignora i Del Carretto, argomento ex silentio, quanto si vuole, ma pur sempre circostanza rivelatrice). Sottolineamo questa lettera del 20 gennaio 1372: «a Giovanni Chiaramonte per i suoi buoni offici tra la Regina di Sicilia e Federico d'Aragona - secondo il tenore delle lettere per Nicolò de  Messana, Pietro d'Agrigento custodi delle custodie di Messina e di Agrigento dell' O.F.M.» (Reg. Vat. 268, f. 247). In ben sei lettere papali a Giovanni Chiaramonte, questi viene chiamato “domicellus panormitanus”. Nello stesso periodo sono sette le missive papali a Manfredi Chiaramonte. I due sono dunque personaggi di rilievo sino alle soglie del 1374. Il 6 febbraio 1372, per il papa avignonese Giovanni Chiaramonte è cresciuto d’importanza: viene chiamato “domicello dell’isola di Sicilia”.  In appendice citami altri diplomi vaticani ad ulteriore esemplificazione dell’importanza rivestita dai due Chiaramonte, succedutisi nella signoria di Racalmuto in quel torno di tempo tra il 1371 ed il 1375.


Il 9 febbraio 1375, da Caccamo, Manfredi Chiaramonte, nella sua qualità anche di ammiraglio di Sicilia ordina ai suoi ufficiali di percepire nelle sue terre il denaro del sussidio dovuto alla Chiesa e di consegnare il frutto della loro raccolta al collettore apostolico che subito toglierà l’interdetto. Il precedente 18 novembre 1374, Menfredi è a Mussomeli nel suo castello che ora si denomena dal suo nome “Manfreda”: là si redige un processo verbale che attesta che egli, ammiraglio del regno di Trinacria, presentandosi davanti al re Federico III gli ha prestato fedeltà e devoto omaggio. Il ribellismo del conte, di illegittimi natali, si era dunque quietato. Al vescovo di Sarlat, nunzio apostolico, che accompagnava il re, Manfredi ha solennemente promesso sul Vangelo di osservare il trattato di pace, come è stato steso nelle lettere reali sigillate con una bolla d’oro e finché il re l’osserva lui stesso.



Egli ha promesso di fare versare il sussidio dovuto alla Chiesa dagli abitanti delle su terre di Spaccaforno, Scicli, Modica, Ragusa, Chiaramonte, Comiso, Dirillo, Naro, Delia, Montechiaro, Favara, Racalmuto, Guastanella, Muxaro, Sutera, Gibellina, Castronovo, Mussomeli, Camastra, Bivona, Prizzi, S. Stefano, Caccamo, Misilmeri, Cefalà, Palazzo Adriano, Calatrasi, Cazonum (?), Camarina, la torre di Capobianco, Pietra Rossa e Misilendino. Osserva il Glénisson: «si è potuto dire delle proprietà dei Chiaramonti che esse formavano un piccolo regno nel grande. Le proprietà di Manfredi Chiaramonte colpiscono veramente per la loro estensione. Esse sono distribuite in quattro gruppi principali: 1) Esse comprendono buona parte dell’attuale provincia di Ragusa, con Ragusa stessa, Modica, Spaccaforno, Scicli, Comiso, Camariano, Dirillo; 2) Nella regione di Agrigento e di Caltanissetta, Manfredi possiede Mascaro, Racalmuto, Montechiaro, Camastra, Naro, Delia, Favara, Sutera. 3) Le località del centro: Mussomeli, S. Stefano, Castronovo, Prizzi, Cefalà, Palazzo Afriano ... 4) Le proprietà della regione di Palermo: Misilmeri, Caccamo ...»  Il processo verbale è stato redatto su domanda del re e del nunzio apostolico nella casa dove risiede il re da Francesco da Treviso, notaio apostolico e imperiale «presentibus reverendo padre Rostagno abbate monasterii Sancti Severini Majoris de Neapoli et nobilibus et circumspectis viris Jacobo Pictingna de Messana milite, Georgio Graffeo de Mazaria, Bonaccursio Maynerii de Florencia, Manfredo de la Habita de Panormo, Raynerio de Senis, Reynerio Pictngna de Messana et aliis.» [Copia di Bertrand du Mazel: Reg. Av. 192. Fol. 4.]


Dalla lettera circolare che Manfredi Chiaramonte dirama da Caccamo il 9 febbraio 1375 riusciamo a cogliere alcuni tratti della veridica storia di Racalmuto: esclusa ogni effettiva ingerenza dei Del Carretto, il casale è evidentemente assoggettato al Chiaramonte, nell’occasione conte di Chiaramonte, signore e ammiraglio del regno di Trinacria. L’Universitas ha un suo governo locale che fa capo ad un capitano, ad un baiulo, a dei giudici, a degli ufficiali subalterni ed ha una popolazione che costituiisce un soggetto giuridico (universi homines). Rientra tra le terrae nostrae, cioè di Manfredi. Se dovessimo credere agli araldisti (ed agli storici locali), Racalmuto sarebbe dovuta essere terra di Antonio II del Carretto: il diploma in esame smentisce in pieno.


«Cum zo sia cosa ki - soggiunge il conte di Chiaramonte con un siciliano cancelleresco che ha il suo fascino - a nuy sia debitu procurari vostru beneficiu et universali saluti, cossì di l’anima comu di lu corpu, idcirco vi significamu ki pir tali ki vuy putissivu aviri lu divinu officiu et la celebracioni di li missi, sì comu ànnu la plu parti di li altri terri di quistu Regnu, et maxime per consideracioni di la malvasa epithimia ki vay discurrendu per diversi terri et loki, in presencia di lu R[e]... prestamu et fichimu juramentu di observari la pachi facta per lu signur Re comu [illu] ... observirà et hannu juratu li altri baruni, et lu simili avimu factu fari a la universitati di Palermu et di Girgenti; per la quali concordia esti commisu a lu venerabili misser Bertrandu, capellanu et nunciu apostolicu et collecturi deputatu per nostru signuri lu papa di lu subsidiu impostu per la relaxioni di lu interdictu, ki pagandu vuy chauna universitati oy locu la taxa imposita et consueta, comu ànnu pagatu li altri terri di lu predictu Regnu, ipsu per la auctoritati a ssì commissa relassi lu dictu interdictu et restituiscavi lu divinu officio et la celebracioni di li missi, ut predicitur; et impirò vulimu et comandamu ki vuy, officiali predicti, ordinati tri boni homini un chascuna terra et locu predicti ki aianu a recogliri la dicta munita, et ki incontinenti si pagi a lu dictu collecturi perkì puzati consiquiri tanta gratia et beneficiu supradictu. Et pirkì siati plu certi di la supradicta nostra voluntati, fachimu fari quista nostra patenti lictera, sigillata di lu nostru sigillu consuetu, cum li nomi di li terri et loki infrascripti. Datum in  castro nostro Cacabi, VIIII° Februarii XII indictionis [rectius: XIII indictionis = 1375].


«Nomina terrarum et locorum sunt hec, videlicet:


 


Spackafurnu -         Naru  -               lu Mucharu -    Sanctu Stephanu -        la Petra d’Amicu


Sicli -                       la Delia -            li Glubellini -   Perizi -                          Calatrasi


Modica -                  la Favara -         Sutera -            lu Palazu Adrianu -      lu Misilendinu


Ragusa -                  Monticlaru -      Manfreda -       Cacabu -                       Camarana


Claromonti -            la Licata -         Camastra -        Chifalà -                       Petra Russu


Odorillu -                Rachalmutu - Castrunovu -    Misilmeri -                       ________


Terranova -             Guastanella -      Bibona -           la turri di Capublancu -    Et cetera


 


Copia di B. du Mazel: Reg. Av. Fol. 431-431v.»


 


Ancora una volta le singole università dievono dunque nominare tre probiviri (tri boni homini) i quali devono assolvere il poco gradito compito di spillare denari a tutti gli abitanti (nelle diverse misure che prima abbiamo detto). Non sappiamo chi siano stati i prescelti di Racalmuto: ma sappiamo che vi furono e svolsero a puntino la ficcante tassazione.


L’elenco delle università ha una sua logica: Racalmuto si trova in mezzo ad un itinerario che, partendo da Gela (Terranova) punta su Naro, da qui a Delia e da lì si torna a Favara (ammesso che si tratti dell’attuale Favara e non di un centro nel nisseno); da Favara a Palma di Montechiaro, quindi a Licata per convergere sul nostro Racalmuto. Da qui a Guastanella (una rocca sul monte omonimo a poco più di 2 km. A Nord di Raffadali), per toccare S. Angelo Muxaro. Da qui per una località vicina: Gibillini (Glubellini) che non può essere Gibellina (come si ostinano a dire anche storici di alto livello) ma che potrebbe essere davvero il nostro Castelluccio, al tempo chiamato Gibillini. Se è così, la storia del paese di arricchisce di unaltro importante tassello. Da Gibillini si va a Sutera e quindi a Mussomeli. Si passa a Camastra. Ma subito dopo tocca a Castronovo e quindi a Bivona, Santo Stefano, Prizzi, Palazzo Adriano. E’ quindi la volta di Caccamo e di altri centri, ma a questo punto il nostro interesse per la dislocazione trecentesca dei paesi diviene nullo.


Fin qui si è trattato di maneggi burocratici: ora è il tempo delle tasse vere. L’arcidiacono du Mazel decide di tassare l’agrigentino a partire dai primi di marzo del 1375. Inizia da Palma di Montechiaro (6 marzo);  il 18 dello stesso mese può togliere l’interdetto a Bivona; il 19 a Santo Stefano; il 20 a Pietra d’Amico; il 21 a S. Angelo Muxaro; il 29 a Guastanella.


Lo stesso giorno è la volta di Racalmuto.  Dal nostro paese si passa a Castronovo (8 aprile 1375). La raccolta del sussidio s’interrompe e verrà ripresa l’8 giugno con la rimozione dell’interdetto che incombeva su Castellammare del Golfo: altra regione, lontana da Agrigento. Per noi ha particolare rilievo ovviamento Racalmuto.


Disponiamo di un paio di annotazioni che riguardano il nostro paese e che naturalmente svelano tratti storici diversamente ignoti. Il Reg. Coll. N. 222 dell’Archivio Segreto Vaticano ci degna della sua attenzione al foglio 249 con questa nota:


«Item eadem die fuit amotum interdictum in casali Rahalmuti dicte Diocesis in quo fuerunt domus coperte palearum CXXXVI que ascendunt et quas habui VII uncias XXVII tarinos.» Traducendo: «Del pari lo stesso giorno (29 marzo 1375) fu rimosso l’interdetto nel casale di Racalmuto della predetta diocesi, nel quale furono rinvenute 136 case coperte di paglia; queste hanno reso una tassa da me percetta che ascende ad onze 7 e 27 tarì.» Ad essere precisi la tassa avrebbe dovuto essere di onze 7 e tarì 27 (anziché 27) dato che così andava ripartita:


 
 
quota individuale
totale in tarì
pari ad onze
e tarì
numero fuochi
136
 
238
onze 7
tarì 28   
ceto medio (1/4)
34
2 tarì
68
 
 
benestanti (1/4)
34
3 tarì
102
 
 
poveri (1/2)
68
1 tarì
68
 
 


 


 Con i suoi 136 fuochi Racalmuto aveva dunque una popolazione abbiente di circa 544 (in media 4 componenti per ogni nucleo familiari): ma bisogna considerare i non abbienti (i miserabili), i preti (tassati a parte), gli ebrei, gli immancabili evasori e quelli che dipersi per le campagne non era possibile includerli nel censimento; un venti per cento, come abbiamo calcolato per l’analoga tassazione del Vespro. Nel 1375 Racalmuto contava dunque circa 650 abitanti.


Come si è visto le case erano di paglia: segno di grande indigenza. Eppure i racalmutesi o per solerzia degli scherani pontifici o per vero timore di Dio (e della peste) furono solerti e puntuali nel dare il sussidio caritativo al papa. Non così in altre zone della Sicilia, come ebbe a lamentarsi quello straniero di Francia, Bertrando du Mazel.


Le carte del du Mazel non vanno minimamente confuse con rilievi censuari. Abbiamo solo muneri simboli da cui possiamo dedurre solo qualche ipotesi di lavoro di carattere demografico. Non è dato asserire che nel 1375 a Racalmuto vi erano davvero 136 case con tetto a paglia; che 34 di queste (1/4) erano abitate da benestanti in grado di corrispondere la tassa pontificia in misura massima (3 tarì a fuoco); che altre 34 appartenevano a ceti medi (tassati per 2 tarì a famiglia); la metà (n.° 68) ospitava famiglie di dignitosi coltivatori e mastri, in grado solo di corrispondere il minimo (1 tarì per ogni nucleo). Evidente è la tecnica della tassazione induttiva, per stima aprioristica. Certamente in misura più limitata dovette essere la densità delle famiglie veramente facoltose. Più estesa quella del ceto medio; ancor più vasta quella della classe che oggi chiameremmo operaia. E poi i tanti religiosi (tassati a parte, come rivelano le stesse carte del du Mazel), i “miserabili” (nullatenenti e non imponibili per le legge o per dato di fatto), gli irrecuperabili che si occultavano nelle vicine zone inaccessabili o nei contigui boschi all’epoca molto folti, coloro che con gli armenti vivevano in stato di relativo benessere ma al di fuori di ogni reperibilità impositiva. Possiamo, però, dire che almeno 136 fuochi c’erano davvero a Racalmuto nel 1375, che il centro (snodantesi nelle scoscesi avvallamenti sotto le grotte dell’ordierno Calvario Vecchio) raccoglieva non meno di 600 abitanti, che tutto considerato non si può andare oltre il numero di mille abitanti (ricchi e poveri, tassati ed esenti, stanziali e saltuari, preti e “miserabili”). Una popolazione già falcidiata dalle tante ondate della ricorrente peste trecentesca ed ancora non incisa dagli sconvolgimenti che con l’avvento dalla Catalogna del duca di Montblanc ebbero a verificarsi, come vedremo.

Nessun commento: