mercoledì 5 settembre 2018

Non è da oggi infatti che scrivo:
«Se vogliamo credere alle letture che si fanno del Fazello, proprio in questo intervallo di pace, un membro cadetto dei Chiaramonte avrebbe avuto voglia di innalzare nell’attuale piazza Castello di Racalmuto una costosissima coppia di torri difensive, apparentemente inutile e dispersiva. Francamente, la cosa non convince molto: le fonti scritte tacciono, quelle archeologiche sono tutte di là a venire.


Il grande Fazello, invero, non è che si sbilanci troppo; si limita ad annotare: «A due miglia da qui [Grotte] si incontra Racalmuto, centro fortificato saraceno, dove c’è una rocca costruita da Federico Chiaramonte, a cui succede, a quattro miglia, la rocca di Gibellina e poi, a otto miglia il villaggio di Canicattini.» [1]


Dal passo si evince che il Fazello comunque non aveva dubbi sul fatto che la rocca racalmutese fosse stata “erecta a Frederico Claramontano”. Ma chi fosse codesto Federico non è poi del tutto chiaro, potendo anche essere Federico Chiaramonte I, il capostipite della famiglia, nel qual caso la datazione della fondazione del Castello retrocederebbe e di molto, ma potrebbe anche trattarsi di Federico III Chiaramonte ed allora la data va postergata ai primi anni della seconda metà del XIV secolo. Di recente, a seguito di tanti indizi documentali, abbiamo dovuto propendere per quest’ultima ipotesi.


  Da dove abbia tratto la notizia il Saccense, non è dato sapere: era comunque storico serio per abbandonarsi a dicerie inconsistenti. Ci ragguaglia, però, in termini circospetti e tanto deve spingere a cautele chi, a distanza di secoli, cerca di investigare quelle vicende così basilari per lo sviluppo del centro abitato di Racalmuto. Tinebra Martorana, ad esempio, ci raffigura improbabili infeudamenti da parte dei Chiaramonte (pag. 63) o impensabili sviluppi edilizi del Castello stesso (capitolo X e in particolare pag. 71).


Se poi diamo credito al San Martino de Spucches, proprio in coincidenza dell’erezione del Castello, Manfredi Chiaramonte avrebbe fatto erigere il vicino Castelluccio - ma qui crediamo che si tratti di un abbaglio: c’è confusione con la rocca di Gibellina in provincia di Trapani. [2] Per il San Martino, dunque,  «Il feudo di gibellini è in Val di Mazzara, territorio di Naro, da non confondersi con l’altro sito in territorio di Girgenti, sul quale sorse poi la terra di Gibellina, eretta a Marchesato. Appartenne per antico possesso alla famiglia Chiaramonte, dove Manfredo vi costruì la fortezza; in ultimo lo possedette Andrea Chiaramonte; questi fu dichiarato fellone, ed in Palermo a giugno 1392 sotto il suo palazzo, detto lo Steri, ebbe tagliata la testa.» Una qualche astuzia stilistica cela la confusione in cui si dibatte il peraltro avveduto araldista. Con franchezza, dobbiamo ammettere che nulla di certo sappiamo sulle origini del Castelluccio: solo a partire dal 1358 possiamo essere sicuri della sua esistenza.»


 


Ed altrove:


« Non c’è ombra di dubbio che il Fazello parlando di un castello costruito da Manfredi Chiaramonte in Gibillina, intende riferirsi alla località del trapanese. «da Misilindini ... verso ponente è lunge tre miglia Saladonne, e poi dopo un miglio si trova Gibellina castello, dove è una fortezza fatta da Manfredi di Chiaramonte,» secondo la vetusta traduzione del P.M. Remigio Fiorentino (Della Storia di Sicilia ... volume primo, pag. 625). E  l’Amico (op. cit. pag. 267) sembra alquanto perplesso ma in definitiva si capisce bene che parla della Gibellina trapanese: «Et paulo infra Sala Donnae et M. postea pass. Gibellina, ubi arx a Manfredo Clamonte erecta adhuc extat.» Non sappiamo perché il T.C.I. nella sua guida della Sicilia del 1968 attribuisca invece il castello a Enrico Ventimiglia, che l’avrebbe edificato nella 2a metà del ’300 (pag. 241). Del pari si attribuisce il castelluccio racalmutese ad Abbo Barresi: «a 5 km. Si sale a d. sul monte, ove si trovano avanzi notevoli di una fortezza del Chiaramonte, del sec. XIV, ma fondata nel ’200 da Abba (sic) Barresi.»


 


 


Ad essere franco, non riesco più a credere che l’edificio vada inserito «nel novero degli edifici svevi».


Un tempo ne ero anch’io straconvinto, ma le indagini paleografiche mi rendono oggi del tutto scettico.


Di un “castrum” a Racalmuto si parla per la prima volta – per quel che ne so io – nel 1395, in un diploma di concessione a Matteo del Carretto. Scrivevo un tempo:


«La turbolenta vita di Matteo del Carretto emerge da un diploma ([3]) del 1395 (die XV° novembris Ve Inditionis) che fu al centro dell’attenzione anche del grande storico siciliano Gregorio ([4]): « Matheus de Carreto miles baro terre et castrorum Rahalmuti - vi si annota in latino - ultimamente si rese non ossequiente verso la nostra maestà.» Certo quel “castra” al plurale starebbe a dimostrare che sia “lu Cannuni” sia il “Castelluccio” erano appannaggio di Matteo del Carretto. Poi, il Castelluccio, quale sede di un diverso feudo denominato Gibillini passa nelle mani di  Filippo de Marino, fedelissimo vassallo del Re (1398); …»


 


Ne svariati documenti relativi a Racalmuto, dal 1271 al 1395, il paese è indicato sempre e solo come “casale”. (si veda il documento angioino del 1271[967 - Petro Negrello de Bellomonte militi, exequtoria concessionis casalium in pertinenciis Agrigenti, videlicet …. casale Rachalchamut …., nec non domus in qua habitat Fredericus Musca        proditor; que casalia Rachalgididi, Rachalchamut et Sabuchetti et dicta domus fuerunt Frederici ….]; i documenti del Vespro [. Il 10 settembre 1282, arriva da Palermo una missiva [5] indirizzata “Universitati Racalbuti” [alias Racalmuti]; quelli vaticani del 1308-1310 [:«presbiter Angelus de Monte Caveoso pro officio suo sacerdotali, quod impendit in Casale Rachalamuti, solvit pro utraque tt. ix.»] ed ancora in quello vaticano del 1375, sia pure con qualche indecisione [notisi quel in casali cancellato con una macchia d’inchiostro:


 





 


 


Dopo il 1375 Racalmuto appare sempre con la specificazione dell’annesso “castrum”.]


Non avrei quindi dubbi a collocare la costruzione del castello tra il 1358 (Vedasi il documento del Cosentino, già segnalato) ed il 1395: rispetto a quest’anno la datazione va comunque di molto anticipata; in altri termini è più plausibile che il Castello chiaramontano sia stato costruito da quel Manfredi Chiaramonte cui si attribuiscono il castello di Mussumeli ed altri: attorno al 1375, dunque.


Gradirei comunque le Sue osservazioni, anche per ipotizzare una datazione che possa trovare entrambi concordi.


Grazie e salutissimi.


Calogero Taverna


(Roma, 2 febbraio 2001).




[1] ) Tommaso Fazello - Storia di Sicilia - Presentazione di Massimo Ganci - Introduzione, traduzione e note di Antonino De Rosalia e Gianfranco Nuzzo - Vol. I - 1990, Regione Siciliana - Assessorato Beni culturali - pag. 482. L’originale recita in latino: « Ad duo hinc p.m. Rayhalmutum sarracenicum oppidum [pag. 231] occurrit: ubi arx est à Frederico olim Claromontano erecta, quam Gibilina  arx ad 4.p.m. excipit. Et deinde 8.p.m. Cannicatinis pagus....» da F. TOMAE FAZELLI SICULI OR. PRADICATORUM - DE REBUS SICULIS DECADE DUAE, NUNC PRIMUM IN LUCEM EDITAE - HIS ACCESSIT TOTIUS OPERIS INDEX LOCUPLETISSIMUS Panormi ex postrema Fazelli authoris recognitione. Typis excudebant, Ioannes Mattheus Mayda, et Franciscus Carrara, in Guzecta via, quae ducis ad Praetorium, sub Leonis insigni, anno domini M.D.LX. mense iunio. Il testo latino distoglie da azzardate ipotesi sulla fortezza “saracena” che la non felice traduzione del passo potrebbe solleticare.
 
 
 
 
 
[3] ) Noi utilizziamo la copia che trovasi nel Fondo Palagonia volume 630.
[4] ) Rosario Gregorio fu storico e paleologo di grandi meriti: non si riesce a capire perché Sciascia ce l’abbia con lui. Ecco alcune denigrazioni contenute nel “Consiglio d’Egitto”: «Un uomo, il canonico Gregorio, piuttosto antipatico, caso personale a parte, fisicamente antipatico: gracile ma con una faccia da uomo grasso, il labbro inferiore tumido, un bitorzolo sulla guancia sinistra, i capelli radi che gli scendevano sul collo, sulla fronte, gli occhi tondi e fermi; e una freddezza, una quiete, da cui raramente usciva con un gesto reciso  delle mani spesse e corte. Trasudava sicurezza, rigore, metodo, pedanteria. Insopportabile. Ma ne avevano tutti soggezione.» (Op. cit. edizione Adelphi Milano 1989, pag. 47).
[5] ) Ci riferiamo al documento VIII che Giuseppe Silvestri pubblicò nel 1882 tra i “Documenti per servire alla storia di Sicilia” - Prima Serie - Diplomatica - vol. V - Palermo 1882 - “De rebus regni Siciliae” (9 settembre 1282-26 agosto 1283). Documenti inediti estratti dall’Archivio della Corona d’Aragona - Documento VIII - pag. 8 (Palermo 10 settembre 1282, ind. XI) - «.... universitati RACALBUTI. Archeorum XV».

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