giovedì 18 ottobre 2018

Questo vuol essere un devoto (anche se tardivo) tributo ad uno dei più grandi arcipreti racalmutesi: mons. Alfonso Puma, mio carissimo e compianto amico sin dal 10 ottobre 1945. Prete, poeta, oratore, piacevole affabulatore, pittore di vaglia, meriterebbe tanto: invece emblematicamente qualcuno l'ha voluto relegare in una squallida lapide messa ad altezza dei piedi di chi entra nella Chiesa Madre, occultata subito dalla porta lignea del paravento del ferreo portone dell'Ottocento. Tanto sardonico simbolismo promana da chi non l'ha mai amato. E si sa i preti tra loro sono più astiosi delle comari della fontana di un tempo.





Cerco qui di pubblicare alcuni stralci di un'intervista di diciassette anni fa: ho cercato ospitalità in un blog parrocchiale: nulla: vi era solo uggiosa adulazione verso il prevosto del momento. Mi sono dato da fare con un altro blog locale, ma il blogger pare che sia tutto intento a bardare muli per la scalinata del Monte, tentare di azzopparli pur di montarvi su e farsi compiacentemente fotografare, a perenne ricordo. Per la festa era da un anno in programma una giornata a ricordo del prete pittore assurto alla fine al monsignorato. Nulla. Si era distratti da orpelli societari ad honorem verso che ci ha flagellato come un universo infiltrato dalla più degenere mafia omicida. Vero è che anch'io ho disertato. Sono del popolo e non amo il risibile scimmiottare la minuscola nobiltà dei galantuomini di un tempo. Nessuno ha voluto sostituirmi, in tutt'altre faccende affaccendato come era.








Pochi stralci a titolo di demo. L’intera lunghissima intervista quando e se il Taverna riuscirà a raccattare qualche aiuto finanziario … cioè mai]


Arc. Alfonso PUMA


L’Arciprete a domanda risponde


(Intervista di Calogero Taverna) Racalmuto, 5 luglio 1995


  • Calogero Taverna estorce al suo amico carissimo P. Puma odiose, scabrose, genuine verità sul … gregge racalmutese.Cenni autobiografici



0Domanda: Per rompere il ghiaccio, iniziamo con alcuni cenni autobiografici. Arciprete Puma, che mi racconta della sua vita?


Risposta: Sono nato il 21 novembre 1926. Sono stato ordinato sacerdote nel 1950, anno santo. Sono stato eletto parroco del Carmelo nel 1961 e vi sono rimasto sino al 1966. Come parroco-arciprete della Matrice, sono stato chiamato il 1° dicembre 1966: rimanendovi sino al presente.


D.: I suoi genitori - che io ricordo: sua madre soavissima; suo padre molto benevolo - come se li ricorda?


R..: Li ricordo non solo come genitori, ma come amici. Mia madre è stata addirittura la mia prima direttrice spirituale. Mio padre, un uomo sodo, un uomo temprato, molto parco nel parlare ma saggio, diceva: «voi non vi preoccupate: se faccio sacrifici o non ne faccio, a voi non interessa. Ricordate che starò sempre vicino a voi.» E del resto, sia io come mio fratello, il tenore, abbiamo studiato con questa fiducia che qualcuno ci sosteneva e ci stava sempre a fianco.


D.: Io ricordo che nel 1945, quando sono entrato anch’io in seminario - e lì l’ho incontrato - mio padre come suo padre erano costretti a portare in seminario il frumento comprato al mercato nero, per la nostra alimentazione.


  • I militi fascisti a rovistare nelle cantine del seminario di Agrigento



R.: Rammento che una sera sono venuti due militi inviati dal regime fascista per ispezionare se in seminario si detenessero illegalmente farina, frumento ed altre vettovaglie. Invero tenevamo qualcosa nascosta, ma era roba nostra. I nostri genitori facevano dei sacrifici, si toglievano il pane di bocca per dare da mangiare ai figli che stavano in seminario. In quel controllo, anch’io fui chiamato perché ero il prefettino più grande. I nostri genitori rischiavano, invero, la galera per portarci la farina. E quando il vescovo chiese a Mons. Jacolino: come fate a dare da mangiare ai seminaristi? Costui rispose: siamo sempre pronti ad andare a San Vito! (S. Vito era un vecchio convento, adattato a carcere mandamentale di Agrigento).


Quella volta pure gli stessi inquisitori furono benevoli e furono invitati alla cena e fecero una relazione più positiva che negativa nei confronti del rettore del seminario.


Sciascia, i seminaristi e gli aspiranti gesuiti


D.: Sciascia - a dire il vero, irritandomi - scrive che a Racalmuto si era furbi nel senso che si andava gratis in seminario o dai gesuiti per fare un certo iter di studi e poi gabbare il rettore del seminario o i gesuiti ed andarsene via. Trascura il fatto che molti siamo andati, cambiando magari dopo intenti, perché convinti. Comunque non era gratis andare a studiare in seminario: costava e costava forse più che restare a studiare in paese ove tutto sommato le scuole c’erano.


R.: Tutti sanno quali erano i rapporti tra me e Leonardo Sciascia. Sciascia un tempo avversò visceralmente la Chiesa e quindi anche i sacerdoti. Amava criticare preti, religiosi e pie istituzioni. Ma poi, conoscendo meglio la realtà della Chiesa attenuò i suoi toni. Del resto amava dire di sé: contraddisse e si contraddisse.


Non è vero che si andava in seminario o dai gesuiti solo per sfruttare ed essere agevolati negli studi. I genitori facevano grandi sacrifici. Anche quelli che andavano dai gesuiti, pur se poveri, erano chiamati a pagare una certa retta. Certo, da ragazzi, non si può essere sicuri della propria vocazione al cento per cento: c’è chi la perde e c’è anche chi non l’aveva e c’è anche chi la cercava. Quindi, quello di Sciascia non è un argomento valido. E’ vero invece che tanti sono andati in seminario o dai gesuiti e ci sono restati. E quelli che sono rimasti sono una vera gloria per il paese. Quello che Sciascia ha scritto non può, quindi, essere preso per oro colato.


D.: Ai miei tempi vi erano tre seminaristi oggi sacerdoti: padre Curto, padre Salvo e ... padre Puma. Ricordo il padre Salvo per la sua scienza, ma padre Puma lo ricordo per la sua grande bontà, per la sua grande affabilità, per la sua capacità di intessere dei dialoghi con i giovani. Che mi risponde?


R. : Ogni sacerdote cerca di fare del suo meglio. Io son vissuto sempre fra i giovani. Sono stato nell’Azione Cattolica sin da bambino; in seminario, il vice rettore di allora, Mons. Di Marco - attualmente Vicario Generale del Vescovo - ed io abbiamo portato avanti l’Azione Cattolica, per preparare i futuri sacerdoti alla vita associativa. Tutta la mia vita è stata spesa per i giovani. Poi sono sorte anche ACLI e vi ho aderito perché la mia aspirazione è stata anche quella di venire incontro al bisogno sociale della gente. Racalmuto è (o meglio era) un paese prettamente minerario. La miniera costituiva che so .. il petrolio, .. la ricchezza .. l’oro. Nell’Ottocento, Racalmuto raggiunse la quota di 18.000 abitanti per l’occupazione nelle miniere di zolfo. Poi il minerale si è svilito e Racalmuto ha contratto la sua intensità abitativa. La mia missione è stata svolta al servizio degli zolfatari, dei salinai, dei lavoratori di Racalmuto.


[omissis]


D.: Non è detto che debba rispondere a questa domanda. Può anche non rispondere. Ricordo che alla fine degli anni quaranta la sua famiglia fu contraddistinta da un evento molto increscioso: il sequestro di suo cognato. Questo fatto ha creato in lei dei traumi? Ha visto i racalmutesi nello stesso modo? O si è insinuato in lei il dubbio che non tutti i racalmutesi fossero delle brave persone?


D.: E’ vero! Era l’anno 1946: venendo dal seminario per le vacanze ho avuto l’amara sorpresa di sapere che un mio cognato era stato sequestrato. Era il primo sequestrato in Italia. Certo è stato traumatizzante pensare che quest’uomo poteva non tornare più. Erano tempi di grande miseria; mancava persino il pane. Erano tempi di grande bisogno. I sequestratori erano andati per altre persone. Ma poi, fallendo, si erano accontentati di qualcuno che poteva disporre di qualche migliaio di lire, perché lavorava. Comunque, fu restituito ai familiari: evidentemente c’era stato qualcuno che si era mosso in soccorso di chi in fondo era un pover’uomo sfornito di grandi mezzi. L’hanno rilasciato con una piccola cauzione. Tutto questo ha destato in me un’avversione verso la malavita, locale o nazionale che sia. Ecco perché in questi fatti luttuosi che si sono di recente verificati a Racalmuto ho assunto una posizione rigida, in quanto motivata. Sono stato dalla parte dei più deboli, evangelicamente. [omissis. Chiedo ua risposta su questi due punti:]


a) una fede religiosa del popolo di Racalmuto molto profonda, che si accompagna, però, ad un anticlericalismo piuttosto viscerale. C’è la battuta a Racalmuto che dice: «monaci e parrini, vidici la missa e stoccaci li rini».


b) un’abitudine all’interclassismo, quasi l’interclassismo alla De Gasperi. Forse nasce da qui se a Racalmuto mai vi sono stati contrasti sociali atti a suscitare moti rivoluzionari, diversamente, ad esempio, da Grotte.


Dall’alto della sua quarantacinquennale esperienza pastorale, lei che ne pensa?


R.: Prima di tutto debbo precisare che la frase «monaci e parrini, vidici la missa e stoccaci li rini», è diffusa dappertutto in Sicilia. Nasce nei tempi in cui la stampa era espressione della massoneria e del suo anticlericalismo. Erano i tempi delle leggi eversive: quando furono soppressi i monasteri e la manomorta dei conventi. A Racalmuto, in definitiva, non vi sono state tensioni sociali acute anche perché il popolo poté appropriarsi agevolmente dei beni della Chiesa. Peraltro, il clero locale ha sempre parteggiato per la classe meno abbiente. Vedasi la bella figura di padre Elia Lauricella. Abbiamo avuto anche, a dire il vero sacerdoti alla Savatteri - nati magari in famiglie di massoni - ma furono eccezioni, e comunque ininfluenti. I racalmutesi sono stati anticlericali subendo l’astiosa propaganda massone, ma nel profondo sono stati vicini ai loro sacerdoti, almeno quelli migliori come il padre Elia Lauricella, morto in fama di santità.


Figure singolari di sacerdoti racalmutesi si ebbero, ad esempio, a fine dell’Ottocento. Guardiamo all’arciprete Tirone, uomo inflessibile, di profonda cultura anche giuridica, sagace difensore dei diritti della Chiesa. Tanti beni si sono salvati dall’espoliazione governativa per suo merito. E nello stesso tempo, così legato alle autorità ecclesiali da venire prescelto nella salvaguardia della fede fra i fedeli di Grotte, messi in subbuglio da taluni preti finiti nello scisma, non tanto per ragioni di fede, quanto per interessi materiali, legati al gius-patronato della locale arcipretura. Alla fine quei sacerdoti scismatici tornarono nel grembo di madre chiesa e ad accoglierli è stato proprio il padre Tirone.








  • Che vuol dire essere arciprete a Racalmuto?



D.: Essere arciprete a Racalmuto è identico che esserlo in qualunque altra parrocchia dell’agrigentino?





R.: Bisogna intendersi. Una volta l’arciprete era quasi un mezzo vescovo. Al suo presentarsi ci si doveva togliere la “scazzetta” o la “birritta”. Era il grande datore di lavoro del luogo. Era il distributore di messe ai tanti sacerdoti che non disponevano neppure di una piccola chiesa (ed a Racalmuto di chiese ce ne erano tante). Oggi, l’arciprete è alla stregua di tutti gli altri parroci. Un primus inter pares, magari, ma niente di più. E questo a Racalmuto, come altrove.


  1. Il belato delle pecorelle



D.: Nei confronti della Chiesa, le “pecorelle” racalmutesi belano più o meno rispetto a quelle delle altre parti?.


R.: Beh! se le pecorelle “belano” perché bramano pascoli più ubertosi, allora è ben giusto che belino. Se poi è vezzo critico - molto diffuso in questo nostro paese - allora bisogna rintuzzare quelle critiche. Oggi si parla molto di dialogo. Quindi, con spirito di carità, la dialettica con il popolo di Dio deve essere fervida, reciprocamente rispettosa, missionaria. Diceva papa Giovanni «chi è dentro deve sforzarsi di guardare a quelli che stanno fuori; chi è fuori deve sforzarsi di guardare meglio dentro. » Forse, se Sciascia si fosse sforzato di guardare meglio dentro, non sarebbe incorso in quelle critiche... diciamo, esagerate. Sciascia guardava alla Chiesa dal lato esterno. Anche la Chiesa è un’istituzione, che nella sua componente terrena può venire migliorata. Comunque, quelli che dall’interno ci produciamo, talora, in critiche, tentiamo di migliorarla. A Sciascia, forse, di migliorare la Chiesa con le sue critiche non importò granché. Diceva madre Teresa di Calcutta, a chi parlava male della Chiesa: «Lei che cosa ha fatto per la Chiesa? Niente! Ed allora?».


  1. Sciascia e gli eretici di Racalmuto: fra Diego La Matina, il notaio Jacopo Damiano e la strega Isabella Lo Voscu.



D.: Detto, tra parentesi, che Leonardo Sciascia, immenso scrittore, è stato secondo me, un pessimo politico ed un massacratore della storia locale di Racalmuto, ho da precisare che nei miei studi storici su Racalmuto, che modestia a parte, credo che abbiano una qualche valenza, non ho mai riscontrato moti locali che sapessero di eresia. La vicenda di fra Diego La Matina è tutta da studiare e va totalmente revisionata rispetto all’abbozzo forzato di un testo come Morte dell’Inquisitore. Il notaio Jacopo Damiano - notaio di fiducia del barone Giovanni del Carretto negli anni sessanta del 1500 - ridonda, nei suoi rogiti, di fervore religioso ed irreprensibile ortodossia. Ora si parla di una certa Isabella Lo Vosco (o Bosco) come eretica. Costei, murata viva per dieci anni dall’Inquisizione, appare più che un’eretica, una mondana che ai suoi tempi destava scandalo, specie fra i famigli del Sant’Uffizio. Una questione dunque di morale sessuale e l’ortodossia c’entrava ben poco. Quindi Racalmuto può definirsi un popolo fedele alla Chiesa. Concorda?


R.: Racalmuto è stato sempre fedele alla Chiesa e quando vi è stato il famoso scisma di Grotte, nessun racalmutese è stato coinvolto. Né vi fu, da parte di un qualche sacerdote o di un qualche laico, moto alcuno di simpatia o di fiancheggiamento a quella ribellione di ecclesiastici grottesi. Quanto al protestantesimo - che qua e là nell’agrigentino un qualche proselitismo è riuscito ad avere - qui a Racalmuto esso è stato sempre rigorosamente bandito. Qualche elemento viene ora da Agrigento, ma è fatto trascurabile. Il motivo? Diceva il grande padre Parisi, eccelso predicatore - anche il Circolo Unione si sentì in dovere di accoglierlo come socio onorario -, diceva dunque il padre Parisi: è grazia della Madonna del Monte. La devozione alla Madonna a Racalmuto è stata sempre profonda e radicata. Ciò l’ha preservato dall’apostasia. La bontà, l’attaccamento alla chiesa ed altre doti del popolo di Racalmuto restano comprovati dai tanti documenti d’archivio, che anche tu ed il prof. Giuseppe Nalbone state studiando, con risultati conformi a questa valutazione.


[omissis]


D.: Ma questo è un atto di fede, o di speranza o di carità verso i racalmutesi?


R.: Credo solo che sia un atto di giustizia e di sincerità. Alla carità gratuita, non bisogna indulgere. Cerco solo di essere obiettivo e sincero. Ma i momenti di smarrimento che per avventura vi siano stati a Racalmuto vanno presentati con altrettanta sincerità ed obiettività. Non sono comunque uno storico per avere di siffatti problemi. Tocca a chi cerca la verità storica, essere veridici, a qualunque costo. Amicus Plato, sed magis veritas, mi pare che un tempo si dicesse, quando era di moda il latino. Ed oggi Sciascia appare tanto Plato!


Vuol commentare?





R.: Io non oso mettermi, sia pure lontanamente, a confronto con tali giganti della Chiesa. Cerco di imitarli quanto più posso, essendo noi i continuatori della loro missione. Quando faccio qualche battuta del tipo «cchiù mi cuociu, cchiù duru mi fazzu» intendo sottolineare la mia ostinazione, il mio attaccamento, il mio volere essere sempre più fedele al , a quell’eccomi pronunciato al tempo della mia consacrazione sacerdotale. Voglio perseverare nella grazia che Dio concede giorno per giorno, perché nell’amore di Dio si cresce giorno per giorno. Nessuno può presumere di essere arrivato. Nessuno deve adagiarsi. Ed allora ecco il cammino, che può essere un cammino nel deserto, che può portare incontro al proprio Calvario. Sono tappe, anche dolorose, che vanno ostinatamente raggiunte e superate, ad imitazione di Cristo. Con l’andare degli anni, si riflette maggiormente. Ci si accorge di avere avuto dei difetti. C’è bisogno di maggiore ostinazione, ma non basta la buona volontà: occorre la grazia di Dio.


  • Come è cambiato Racalmuto in quest’ultimo cinquantennio.



D.: In questi quarantacinque anni, Racalmuto, sotto il profilo della fede, di quello morale e di quello sociale, è migliorato o peggiorato?


R.: Anche Racalmuto, come tutto il resto del mondo, ha subito l’influenza generale. Se Berlino piange, Roma non ride e viceversa. Siamo in epoca di cosiddetta planetarietà. Il mondo è diventato, davvero un paese. Il nostro paese è diventato, in certa misura, il mondo, nel bene e nel male. A Racalmuto - possiamo dirlo - un miglioramento c’è: lo Spirito Santo soffia dove vuole e sta soffiando un po’ dovunque, anche a Racalmuto. Quindi i movimenti che nascono, gli oratori che rinascono. Il bisogno di pace, il bisogno di associarsi, il bisogno anche di rinnovarsi. Si avverte, e questo è già molto. Ma Racalmuto subisce anche l’ondata deleteria del rilassamento dei costumi, del consumismo, del materialismo.


[omissis]


D.: Racalmuto, il popolo di Dio di Racalmuto, è sincero con i sacerdoti, o no?


R.: Beh! Se vedono un sacerdote che si muove, che agisce con serietà, con purezza d’intenti, sì. Non si guarda più tanto al grado di cultura del prete, perché la gente vuole ed esige un servizio all’insegna della charitas, dell’amore. Dove non c’è amore, scatta la critica. Del resto il Vangelo lo dice: se il sale è insipido, lo si calpesta; se il sale è buono, lo si apprezza.


D.: A Racalmuto la fede è diversa a seconda del sesso, dell’età, delle classi sociali?


R.: Sì. La gioventù, ad esempio, è stata un poco più lontana. Ma qualcosa si muove in senso positivo. Si è costituito un oratorio, si è costituita una consulta giovanile. Cresce il richiamo associativo tra i giovani. Le donne sono più vicine: ciò è stato sempre scontato. Una qualche indifferenza religiosa è atavica fra gli uomini anziani. E qui l’asino zoppica. Dovremmo trovare la maniera come mobilitare anche gli uomini. Abbiamo trovato delle difficoltà anche con questi Centri d’ascolto familiari. Non solo qui a Racalmuto, ma anche in tutta la diocesi. Mi ero permesso di suggerire qualcosa per interessare gli uomini, specialmente la sera.


La morale sessuale di Racalmuto


D.: Ho l’impressione che la morale sessuale a Racalmuto sia stata una cosa molto relativa e talora inquinata. Si levano dai documenti d’archivio sussurri e grida che fanno intuire scelleratezze consumate qualche volta persino nel chiuso delle famiglie. E’ un mio pessimismo o lei non intende accedere ad una provocazione del genere?


R.: I misfatti di sesso sono capitati ovunque. La verità è un’altra: siamo portati a scandalizzarci oltre misura quando i fatti di sesso investono la vita religiosa. Siamo portati a credere che tutto un edificio crolli.


D.: Ma io non mi riferisco alla sessualità dei preti. E’ un problema troppo grosso e troppo grande per affrontarlo io. Mi riferisco, però, alla morale sessuale corrente del cosiddetto popolo di Dio, che in questo mi sembra troppo poco popolo di Dio, per quanto riguarda Racalmuto. E non tanto per un certo tipo di sessualità, diciamo così sfrenata che può rientrare nell’ordine umano delle cose, quanto per quell’andare al di là, oltre il pentagramma e pigliare certe stecche. E non sono, secondo me, fatti isolati, ma palesano un certo costume di vita che non va criticato - perché nulla che è umano è criticabile - ma sicuramente non va ammirato.


R.: La prevenzione è sempre il problema più difficile. Là dove la prevenzione è stata praticata, si è evitata la frana. Laddove si è fatto di meno, certamente la frana si avverte. Ora qui a Racalmuto occorre praticare un metodo preventivo - ed io come sacerdote credo di averlo fatto nella scuole. Per quanto riguarda il passato gli antichi nostri non ci davano un contributo, per premunirci dai mali che oggi sovrastano. E’ certo, però, che la gioventù di oggi è più preparata e più attenta rispetto al passato. Le coppie degli sposi sono più preparate. Vi sono i corsi di formazione. Certo si suol dire che male comune, mezzo gaudio. E l’opera nefasta dei mass-media, del materialismo dilagante, si fa sentire. E’ in atto una scristianizzazione subdola. La famiglia è stata minata nelle sua fondamenta: vedi divorzio, aborto, etc. che per noi cristiani sono piaghe e piaghe anche sociali.


D.: Racalmuto ebbe certamente una cultura contadina, quindi chiusa e sessualmente repressa e tendente agli eccessi. Questo, però, vale per la Racalmuto antecedente agli anni ’50-’60. Dopo, in coincidenza con la sua arcipretura, Racalmuto - se debbo giudicare dall’esterno - ebbe un salto di qualità. Certe repressioni della società contadina non ci stanno più. Oggi, ci saranno ... peccati, ma normali; prima, i peccati potevano invece apparire ... anormali.





R.: Io, nei primi anni di sacerdozio, ebbi infatti a notare un periodo, definiamolo, preconciliare. Vigeva allora quella moralità antica. Sembrava che stesse bene per tutti. Ma apparvero subito le prime avvisaglie dell’incombente grande corruzione. Abbiamo dovuto provvedere. In Azione Cattolica ed in altre associazioni cattoliche abbiamo intrapreso ad affrontare problemi di morale che prima era azzardato toccare. La questione sessuale, nelle scuole, io l’ho affrontata, naturalmente con le dovute cautele e ... con le pinzette. Allora c’erano le denunzie che si facevano con estrema facilità. Nelle scuole medie - ricordo - c’è stata una preside che mi diceva: meno male che c’è lei a trattare questi argomenti, perché gli insegnanti sono ostili a trattarli, per paura delle denunzie. Il paese nostro era, comunque, un paese chiuso, un paese di montagna. Appena si è affacciato, con i ragazzi che andavano a scuola, non appena cominciarono a muoversi, vi furono le prime vittime che finirono subito ... segnalate. Due periodi a confronto si ebbero, in ogni caso: quello preconciliare e quello successivo in cui le cose cominciarono a vedersi con altra ottica.


  1. Vi è stata una doppia morale matrimoniale?



D.: Durante l’arcipretura Puma, ho avuto l’impressione - naturalmente sono un osservatore non qualificato ed esterno - che le due morali matrimoniali, quella dei ricchi e quella dei poveri, si siano finalmente unificate. Non posso dire altrettanto per l’arcipretura del suo predecessore.


R.: Beh! .. il mio predecessore ha avuto grandi virtù: sono stato con lui una vita. Carattere forte, duro, qualche volta, ma a volte era necessario prendere atteggiamenti e decisioni dure. Bisognava creare una certa coscienza. Andare ai Sacramenti senza una preparazione, accostarvisi con leggerezza, erano malvezzi da correggere, anche con durezza. Quell’arciprete andava giustificato. Avrei preferito, invece, meno severità e più disponibilità verso la gente. A ciò ci stiamo uniformando io ed i miei confratelli. Bisognava più convincere che reprimere. Con l’amore si ottiene di più, come diceva don Bosco, della rigidità.


  1. 2 Ricchi e poveri, tutti uguali?



D.: Perché negli alti prelati c’è una sorta di diffidenza nei confronti dei poveri ed una sorta di intelligenza con i ricchi? Ci si scorda che nel Vangelo sta scritto «è più facile che un cammello entri nella cruna di un ago che un ricco nel regno dei cieli»? Perché invece i parroci, l’arciprete, il basso clero che sono più a contatto con il popolo, sovvertono quell’atteggiamento?


R.: Diceva il servo di Dio padre Elia Lauricella: «bisogna avvicinare i ricchi e tenerseli vicini perché facciano del bene ai poveri.». Credo che questa sia una strategia intelligente, pastorale. Nel Vangelo non c’è scritto che si devono disprezzare i ricchi. Certo non bisogna affiancarsi ai potenti sol perché sono potenti. Occorre comunque stare in mezzo ai poveri, perché la Chiesa è dei poveri. Lo diceva anche papa Giovanni: Ecclesia pauperum. Essere poveri non va considerata una gran bella cosa. La maggior parte del mondo vive in povertà non per sua scelta. Sorge il problema dell’aiuto che occorre approntare. Un aiuto verso i fratelli poveri.


  • Fede e preti a Racalmuto



D.: Trenta quarant’anni fa, a Racalmuto - mi consenta una battuta - c’erano tanti preti .. e poca fede; ho l’impressione che ora ci stia tanta fede ma pochi preti.


R.: Ih! ...ih! ... ih! [piccolo accenno al riso]. Vuoi forse dire che è scattato un processo inversamente proporzionale? Beh! Io non vorrei giudicare il passato; comunque mi consta che nel passato vi erano uomini di fede granitica. Se la fede si deve misurare dalle opere, allora dobbiamo dire che in passato attività se ne fecero. Le varie chiese che sono state costruite dalle varie maestranze sono l’attestato più bello. Le varie opere caritative come la casa della fanciulla, la Misericordia (quella della mastranza), il maritaggio dell’orfana, furono edificanti iniziative dei nostri padri racalmutesi, atti bellissimi di fede. Ecco, perché mi sembra un po’ azzardato avanzare riserve sulla fede degli antichi di Racalmuto. Col cambiare dei tempi, certo cambiano le manifestazione di fede. Anche oggi abbiamo tante belle manifestazioni di fede .. specie per l’apporto dei laici che suppliscono alle deficienze numeriche di sacerdoti.


[omissis]


Racalmuto, domani.


D.: Questa la storia. E le prospettive di Racalmuto? Quelle morali, quelle religiose, quelle della fede, quelle politiche, quelle economiche, secondo lei quali sono?


R.: Io credo che se il Signore ci assiste - ho molta fiducia nella Provvidenza, nei collaboratori - Racalmuto avrà un futuro migliore. Le chiese stanno per essere tutte restaurate e sono un patrimonio artistico e culturale, con grande vocazione turistica, anche. Dal punto di vista morale c’è da sperare in bene. Guardiamo ai tanti ragazzi, ai tanti giovani che si dedicano ad un meritevole volontariato. Gli oratori - ben quattro - sono segni tangibili di questa buona volontà, della saldezza dell’istituto familiare. Abbiamo, anche, alcune organizzazioni culturali, artistiche. Vedo che diverse mostre sono state organizzate in questi ultimi tempi, segni di una crescita culturale, di una maturità diffusa. Per quanto riguarda il fattore politico, credo che se non cambia qualcosa a livello nazionale, regionale, non riuscirà a cambiare nemmeno un piccolo paese. A Racalmuto, al popolo di Dio di Racalmuto, vada tutto il mio affetto, il sincero augurio del loro parroco, di questo sacerdote prossimo alle nozze d’oro con la Chiesa, alle nozze d’oro di un sacerdozio tutto speso qui, in questa terra del sale e dello zolfo, dei campi e delle vigne, del pavido commercio, della minuscola borghesia; in questo paese talora inverecondamente bagnato di sangue, in questo paese che ad ogni buon conto ha una insopprimibile voglia di redimersi, di migliorare, di essere civile, di avere fede in Dio, nella sua materna Madonna del Monte. Racalmuto, ove la gente nei tempi si è abbarbicata “come erba alla roccia”. Pervicacemente. Ove la gente vuole costruire una città del sole, la città di Dio.

Nessun commento: