domenica 28 ottobre 2018

VI-prima metà VII secolo d.C. Cucchiaino in osso Frammenti di stilo in osso Collana in oro e castone con cammeo. Sepoltura 54. IV-V secolo d.C. Collana di vaghi di pietre dure, pasta vitrea e ambra. Sepoltura 54. IV-V secolo d.C. IL SALINAS RICORDA SALINAS “DEL MUSEO DI PALERMO E DEL SUO AVVENIRE” 64 Le tegulae sulphuris (o tegulae mancipium sulphuris = tegole degli appaltatori di zolfo) sono dei manufatti laterizi, del tutto simili come forma alle tegole piane a bordi rialzati utilizzate nell’edilizia per le coperture dei tetti, caratterizzati dalla presenza, sulla faccia anteriore, di iscrizioni in caratteri latini, a rilievo in scrittura destrorsa (con andamento da sinistra verso destra) e speculare (leggibili allo specchio) e di uno o più simboli non alfabetici (signa), ottenuti a stampo; la faccia posteriore, grezza, reca spesso tracce del supporto vegetale, sul quale esse venivano stoccate in attesa della cottura nel forno, e talvolta impressioni digitali lasciate dall’artigiano. In alcune serie si registra la presenza di una fascia zigrinata nella porzione superiore o inferiore, probabilmente funzionale ad agevolare l’estrazione del lingotto dalla matrice. Le tegulae rappresentano, in assenza di altre fonti documentarie, un dato di primaria importanza nella ricostruzione storica dell’estrazione e commercializzazione dello zolfo - attiva fino ad epoca moderna - nell’area agrigentina in età antica, dall’età augustea (I secolo d.C.) all’età bizantina (VI secolo d.C.). Lo zolfo, così come attestato già nei poemi omerici, trovava applicazione in molteplici campi: medico (per la preparazione di rimedi e unguenti), militare (per la produzione di armi incendiarie, in composizione con altre sostanze combustibili), veterinario (per la preparazione di pomate), agricolo (come fitofarmaco nella viticoltura), tessile (per la disinfezione e lo sbiancamento di lane e tessuti), religioso (come incenso per purificare l’aria). Merito di Antonino Salinas, cui si devono i primi ritrovamenti presso l’odierno centro di Racalmuto (Agrigento), è stato quello di intuire per primo la funzione di tali manufatti: essi servivano, in analogia con le casseforme impiegate in età moderna, le c.d. “gavite”, anch’esse provviste di scritte (abbreviazioni), come matrici poste sul fondo di stampi, probabilmente lignei, in cui veniva colato lo zolfo fuso. Sul lingotto veniva così impresso in positivo il marchio di fabbrica recante il nome del produttore e i simboli connotativi dell’officina (con questo termine si fa riferimento alla realtà produttiva nel suo insieme, costituita dalla miniera di estrazione e dall’impianto di raffinazione del minerale). Tale indicazione, oltre a costituire una garanzia, in quanto consentiva la tracciabilità del prodotto, doveva avere una valenza fiscale, in quanto legittimava l’esazione del portorium, imposta doganale riscossa per il trasporto delle merci nei porti. L’iscrizione dell’esemplare qui presentato, acquistato per il Museo da Salinas nel 1901, proveniente dal territorio fra Racalmuto (Agrigento) e Milena (Caltanissetta), riporta EX PRAEDIS M. AURELI[O] COMMODIAN[O] ed è riferibile, secondo lo studioso, ai possedimenti dell’imperatore Commodo (180-191 d.C.); i simboli presenti sono un ramo tra due stelle ad otto punte (in alto) e un caduceo (in basso). Allo storico tedesco Theodor Mommsen, al quale Salinas dette comunicazione della scoperta e della sua ipotesi, si deve invece la definizione di questa categoria di manufatti epigrafici con la pubblicazione di quattordici esemplari da Agrigento, molti dei quali assai frammentari, nell’ambito del Corpus Inscriptionum Latinarum (CILX, 2, 8044). Gli studi di Luca Zambito, al quale si deve la ripresa della ricerca sulle tegulae, hanno di recente individuato l’esistenza di due grandi distretti minerari Le tegulae sulphuris Costanza Polizzi IL SALINAS RICORDA SALINAS 65 nell’agrigentino: uno, settentrionale, lungo il medio corso del fiume Platani, presso gli odierni centri di Grotte, Comitini e Racalmuto e un altro, meridionale, lungo il corso del fiume Naro, presso Palma di Montechiaro. Lo studioso, attraverso una attenta lettura del dato archeologico ed epigrafico, ha potuto inoltre identificare le diverse officine: nel sito di Miniera Lucia, in prossimità del corso terminale del fiume Naro, l’Officina Cassiana; presso Racalmuto l’Officina Porciana, l’Officina Ra- e la già citata Officina Commodiana; a Nord di Grotte l’Officina Gelli Pelori. È accertato che il sistema insediativo di epoca romana dell’entroterra risente della vicinanza dei filoni solfiferi ed è in relazione con gli assi viari funzionali al trasporto del minerale grezzo che veniva veicolato verso il porto di Agrigento, per essere da lì esportato. Salinas 1900, 1901a, 1901b; Zambito 2014a; 2014b.

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