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venerdì 3 maggio 2013

Una lapide ci insulta... qualcuno ci impone ambigue solidarietà.

Qualcuno, qualcosa, qualche mentore, qualche predicatore, qualche sussiegoso moralista, qualche dicitore della carta stampata mi vorrebbero imporre di essere "solidale" con chi ha la sventura di essere una "vittima". Mai ipocrisia fu più grande. Immaginate un mercante che prima svuota il suo negozio e dopo gli fa dare fuoco da sodali a pagamento per incassare laute assicurazioni, a costui - senza che nulla io sappia - avrei il dovere civico di ricompensarlo anche con la mia "solidarietà". Assurdo, no? In Sicilia questo non succede? A no! A Roma sì e nel catenese no? Diciamo poi che può anche succedere che qualcuno una stangata alla sua macchina la dà sia per riscuotere l'assicurazione sia per incassare "solidarietà" proficua elettoralmente. E che debbo fare il suo gioco e dargli solidarietà? Giriamola così e credo che potremmo essere tutti d'accordo: niente solidarietà per le vittime ma esigere che la giustizia sia più ficcante, solerte e ritrovi l'autore del criimine e sia feroce la gogna per chi infrange la legge, specie se poi dovesse risultare che vittima e malfattore coincidano. Racalmuto paese della ragione non lo è mai stato, ma neppure perfidamente lontano "dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione" come in un momento di appannameto ebbe a scrivere Sciascia e come insensatamente si continua ad epigrafare sotto la centrale in lettere scolpite nel marmo.

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