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venerdì 18 aprile 2014

futurismo

Il 20 febbraio 1909 sul giornale francese "Le Figaro" appare il Manifesto futurista scritto da Filippo Tommaso Marinetti. Eccolo qua:
1.
NOI VOGLIAMO CANTARE l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità.
2.
Il coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
3.
La letteratura esaltò fino a oggi l'immobilità pensosa, l'estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno.
4.
Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall'alito esplosivo... un'automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bella della Vittoria di Samotracia.
5.
Noi vogliamo inneggiare all'uomo che tiene il volante, la cui asta attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.
6.
Bisogna che il poeta si prodighi con ardore, sfarzo e magnificenza, per aumentare l'entusiastico fervore degli elementi primordiali.
7.
Non v'è bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere conseguita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all'uomo.
8.
Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!... Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell'Impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell'assoluto, poiché abbiamo già creata l'eterna velocità onnipresente.
9.
Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo -, il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.
10.
Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria.
11.
Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l'orizzonte, le locomotive dall'ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d'acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta. È dall'Italia, che noi lanciamo pel mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria, col quale fondiamo oggi il Futurismo, perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d'archeologhi, di ciceroni e d'antiquarii.
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Caro Marinetti, io non so se all'epoca usavi un qualche tipo di sostanza stupefacente.
Ma stupefacente è il fatto che parecchi dei tuoi desideri si avverarono.
Due grandi guerre, dopo il 1909, sconvolsero il mondo con aberrazioni impensabili.
Ora è celebrato tutto un movimento artistico che si fa risalire proprio a questo tuo manifesto agghiacciante.
Ed è celebrato in uno dei musei più tradizionali che ci siano nella capitale, alle Scuderie del Quirinale. Non ho ancora visitato questa mostra, ma di sicuro è interessante e contiene grandi capolavori e molta bellezza.
Ma non è tanto nell'arte che si sono realizzati i tuoi propositi, quanto piuttosto nella realtà che ha usato l'arte - e anche le tue parole che di artistico, perlomeno nel tuo manifesto, non hanno niente - in modo strumentale. Ma perché non ti sei limitato a scrivere poesie? Alcune sono belle, sai.
Ecco, non vorrei che di nuovo accadesse questo inghippo e questa beffa. Ma non accadrà: l'arte e le parole non influiscono più di tanto nel nostro mondo. Non come una volta.
Sai, al giorno d'oggi la gente non ha granché tempo. La velocità di cui parli ci ha travolti tutti. Alcuni di noi lottano, come tu dici, ma anche per preservare la memoria di un passato e per costruire un futuro consapevole e, forse, migliore. E' un'impresa titanica a volte.
Chissà, forse oggi anche tu, per andare controcorrente e per risvegliare gli animi e anche per avere una qualche attenzione, celebreresti con enfasi, con troppa enfasi, la lentezza e la pace.
In ogni caso ogni tipo di enfasi abbiamo capito che è falsa e che gli opposti sono parte della stessa medaglia.
Ma tutto sommato sono una donna e queste mie piane parole le considereresti inferiori e inutili, lo so.

PS: ma l'hai davvero vista la Nike di Samotracia? Dai, non ci credo.


L'intervista di Natalia Ginzburg


 
 
 
Una casa di campagna in Toscana. La casa di un noto intellettuale italiano, Gianni Tiraboschi. Nell'agosto del 1978 arriva lì un giovane giornalista per intervistarlo. Si chiama Marco, è pieno di riccioli e di illusioni. Non trova però Tiraboschi, che è dovuto partire all'improvviso. Si mette a chiacchierare con la compagna dell'intellettuale, Ilaria, che abita lì, quasi sempre da sola, con la sorella di Tiraboschi, Azzurra, una ragazza la cui avvenenza farà perdere ben presto la testa a Marco. Parlano Ilaria e Marco, parlano tanto. Delle loro vite, come forse non avevano mai fatto prima, non avevano mai fatto con nessuno. Ilaria è insoddisfatta di quella vita piena di silenzio e di solitudine, e ha in programma di partire per l'Australia. Marco abita a Roma, a Trastevere, scrive per una rivista, "l'Ariete", il cui primo numero deve ancora uscire. Ma adesso che potrà intervistare il grande Gianni Tiraboschi tutto cambierà... E invece niente, il Tiraboschi non si vede. Marco continua a parlare con Ilaria, che gli racconta della "Grande Stronza", la moglie del Tiraboschi, una vera arpia. Lui le parla dei genitori, delle sue illusioni, della sua grande ammirazione per questo intellettuale che arringa le grandi assemblee politiche degli anni Settanta. Dopo aver consumato un pranzo frugale Marco se ne va... Ritorna in quella casa nell'inverno del 1979. Ritrova Ilaria, seduta nella stessa scassata poltrona in cui l'aveva vista la prima volta. Lei adesso ha i capelli corti, ma la solitudine è la stessa. I silenzi in quella casa sono gli stessi. Lui le parla della sua storia con Azzurra, del loro amore consumato a Roma. Adesso scrive per un mensile "L'asso di fiori", un mensile il cui primo numero avrà al centro l'intervista con Gianni Tiraboschi. Ma anche questa volta Tiraboschi non c'è; è partito la sera prima, per definire a Roma delle cose importanti con la "Grande Stronza" che ha chiesto il divorzio. Ilaria e Marco parlano ancora, parlano tanto. È come se quell'anno e mezzo che li separa dal loro primo incontro non fosse mai passato.
Hanno insieme un'intimità straordinaria. Forse perché si sono annusati subito, hanno annusato le loro rispettive debolezze, le loro sconfitte. Marco se ne va di nuovo... Ritornerà in quella casa nel 1988. Lui adesso non ha più la testa piena di riccioli. E anche le illusioni sono scomparse. Adesso va in giro con una Volvo di seconda mano e scrive per la televisione. Ilaria è rimasta sempre lì, in quella casa di campagna dove niente è cambiato da quella prima volta nel 1978. Lei poi non è più partita per l'Australia, è rimasta con Gianni che adesso vive ritirato nella stanza di sopra, dopo esser stato lasciato dalla "Piccola Stronza", una giovane ragazza conosciuta in un congresso all'estero. I suoi libri non vengono più pubblicati, la sua fama si è ormai persa. Non parla più Gianni Tiraboschi, le folle che lo ascoltavano estasiate negli Anni Settanta si sono oramai dissolte. Marco rivela ad Ilaria che è stato lui a soffiare la "Piccola Stronza" al Tiraboschi. Era tanta l'ammirazione per Gianni, da spingerlo a sedurne l'amante. La "Piccola Stronza", però,  non l'ha fatto felice. È ancora solo, come Ilaria. Azzurra, intanto, è diventata una donna, si occupa di cucina povera. Per qualche giorno rimarrà in quella casa con Gianni ed Ilaria. Le due donne convincono Marco ad intervistare finalmente Gianni. E la frase di Ilaria, alla fine, è una lama che trafigge il cuore di ogni spettatore: "Non lo sai che le cose accadono quando non le si desidera più?"...

L'intervista, in scena al teatro Eliseo fino al 1 marzo, è un testo di Natalia Ginzburg. Un testo che descrive in maniera meravigliosa il "privato" e il "pubblico" di questo paese. Le sue "false partenze", le illusioni e le delusioni, i silenzi, le omissioni. Ma anche le inaspettate tenerezze, le dolcezze e i fatali rimpianti per il tempo che passa e modifica, lui sì, le vite degli uomini. A mettere in scena questo testo ci sono due attori formidabili, eccezionali: Valerio Binasco (che è anche il regista dello spettacolo) e Maria Paiato (un vero mostro di bravura!). Sono loro a dare quel tocco magico, quella forza alle parole che sono tante in questo testo. Perché si vede che hanno un'anima, che non "recitano". Che "sentono", si appropriano delle storie che mettono in scena. È questo che rende grande il teatro, che ne fa un luogo incantato e meraviglioso. 

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