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giovedì 24 aprile 2014

Una storia vera mai rivelata

Scrivevo a pag. 142 dei SOLDI TRUCCATI: "Nel settembre 1979 il quotidiano 'Lotta continua' pubblica l'elenco degli enti pubblici che hanno depositato soldi presso lo sportello di Via Veneto della Banca Privata Finanziaria, già sede del Credicomin, l'azienda di credito in liquidazione  coatta di cui era presidente il principe nero Junio Valerio Borghese".
Anche così la notizia passò inosservata. Ma a dire il vero SOLDI TRUCCATI visse solo per meno dello  spazio di un mattino. Il 2 gennaio 1980 apparve nelle migliori librerie; dopo manco 8 giorni scomparve del tutto. La casa editrice Feltrinelli, che pure aveva pagato fior di quattrini a Lotta Continua per avere quel ghiotto pamphlet  (sulla terrazza di casa mia avevo consegnato un manoscritto buttato giù in gran fretta ai vari Boato, Deaglio Mimmo Pinto e qualche ragazzotto che ora è nome prestigiosissimo del giornalismo televisivo italiano), non ha più ritenuto di stamparne la seconda edizione pur essendo andata a ruba la prima. C'è ancora da chiedersi chi rastrellò le copie non prontamente vendute e chi costrinse Feltrinelli a non rifarsi neppure degli anticipi cospicui ad una Lotta Continia dai grandi languori finanziari.
La notizia era perfida da vero Malefico come subito venni battezzato nella sgangherata tipografia del Macello romano. Con disarmante ingenuità volevo che si riaccendessero i riflettori sul quel golpe - si disse subito fallito - dell'eroe marino Junio Valerio Borghese, gemente il caduco vecchio Presidente Segni, cugino pare di un tal Cossiga.
Mi risultava che l'eroe della DECIMA MAS deteneva uno sportello bancario in via Veneto a Roma. Suoi finanziatori - tra tanti altri - la Federconsorzi, l'Istituto romano dei Beni Stabili, l'OTOMELARA, l'Istituto Nazionale di Previdenza dei GIORNALISTI, la Sofid, l'Insud Spa.
Fallisce il colpo di stato delle guardie campestri dell'alto Lazio e la banca, rectius la banchetta, dell'audace Valerio Borghese Junio, va a puttane. Alla Banca d'Italia non resta altro - ed allora era cosa rara -che metterla in liquidazione coatta amministrativa ai sensi dell'allora art. 68 L.B.  I depositanti non ci rimettono manco una lira. E perché? Ma perché Carli quella banchetta micidialela rega la a Sindona,sì all'avvocato Michele Sindona originario di Patti. E la documentazione? Io non l'ho trovata nell'ispezione che ho condotto nel 1974 in Banca Privata. Il sospetto che il tir che portava quei faldoni incandescenti da Roma a Milano sia partito ma non sia mai arrivato per me è certezza. La solita storia dello sciacquone. Si tira e tutto sparisce.
Facevo allora il sobillatore del Presidente della Commissione Finanza e Tesoro, don Peppino D'Alema, come dire il padre del Massimo baffetto attuale. Gliene parlavo come mio costume ad abundantiam. Non nego di avere avuto una qualche parte per l'istituzione della Commissione d'inchiesta sul caso Sindona.
Don Peppino D'Alema era tutto l'opposto del grande Massimo: ilare, vociante, incontenibile. Per Visentini era uno che "abbaiava". S'incazzò a morte quella volta Don Peppino D'Alema.
Si insedia la Commissione a San Mancuto in Roma, vicino al Pantheon. Presidente della Commissione un ormai sonnacchioso e distratto on.le De Martino. Vice il nostro conterraneo on.Emmanuele Macaluso - che poi venne persino fagocitato da un giovinotto a nome Lauricella di Racalmuto. In quel tempo però l'Emmanuele era pezzo grossissimo del PCI ed anche Berlinguer gli era di fatto sottomesso.

Era uomo grintoso assai. Impaurito mi seggo sul banco dei testimoni. Iniziano lor signori a beccarsi su quale era la veste di un teste quale il sottoscritto. Non si sapeva manco se farlo giurare o meno. Si disse alla fine che non occorreva il giuramento tanto se mentivo commettevo falso in atto pubblico, penalmente perseguibile insomma.
Inizia il fuoco di fila delle domande. Di turno l'on.le Giuseppe D'Alema. Mi chiede cosa sapevo della banca del fascista Junio Valerio Borghese. Apriti cielo: L'Emmanuele diventa una furia. Aggredisce il suo compagno di partito, don Peppino.  Io resto basito naturalmente. Ma dopo la sfuriata di Emmanuele, il presidente mi ammonisce di non rispondere alla domanda perché fuori tema.
Il povero don Peppino poi la pagò carissima. Era intanto scoppiato lo scandalo della lista dell P2 di Gelli.  Non si sa come, D'Alema padre e un solerte giudice Colombo di Milano arrivano guidati da non si sa chi in una villa  toscana nascosta non so in quale impenetrabile bosco. E vi trovano la famosa lista, mancante però di quattro pagine.
Don Peppino ebbe l'infelice idea di pubblicare quella lista; prontamente la procura di Roma. notoriamente legata ad Andreotti tramite un notissimo procuratore, imputa il gravissimo delitto di violazione dei segreti di Stato al buon D'Alema padre.
Sopraggiungono le elezioni. D'Alema è terrorizzato. Se non rieletto, finisce in gattabuia. Qui scatta l'anatema di Macaluso il siciliano. D'Alema non deve esser messo più in lista per svecchiamento. D'Alema   corre da Berlinguer: "Enrico per favore mettimi in lista, altrimenti in galera finisco". Berlnguer pur commosso gli dice che non può far nulla; Macaluso il grande amico di Andreatti, così ha deciso e non c'è nulla da fare. D'Alema padre allora scappa a Vallo della Lucania ove ha una casetta nascostrta tra i pioppi un piccolo funzionario comunista della Banca D'Italia. D'Alema così evita il carcere ma il suo sistema nervoso va a puttane. Le sue difese immunitarie si sfilacciano e dopo poco muore di cancro piuttosto giovane.
Per sommo di ironia, il D'Alema figlio diviene il leader che tutti sappiamo, le parti si invertono e l'Emmanuele finisce melanconicamente a Palermo beffato persino da un Lauricella racalmutese nella corsa al parlamento. Il giovane funzionario della BI da reietto al Servizio Stabili arriva quasi a Vice Direttore Generale  (ma ad un certo punto fu bloccato da Tremonti in quanto comunista). L'alter Ego del governatore Fazio cade con lui ma trova ampio spazio a fianco del banchiere Geronzi, Anche ora a dire il vero.

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