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domenica 31 maggio 2015

un gogoliano racconto di Calogero Restivo


Racalmuto paradigmatica, senza Sciascia, oltre Sciascia (una gogoliana pagina del poeta Calogero Restivo da Racalmuto)


a dimostrare che Racalmuto non è solo Sciascia, anzi c'è di meglio, eccovi il terzo racconto del poeta Restivo.
 
Quanto è complessa la semplicità! Una tragedia, tragedia per un piccolo uomo senza la camicia nera in temi di cupo vestire eternamente in lutto, che inopinatamente perde il lavoro per avere inconsapevolmente disubbidito alla estemporanea bizzarria del Potere di una ben specifica Era. E ciò in un piccolo per noi noto ed amato paese: Racalmuto.
 
Applaudita la bella grafia del Restivo, ammirato il sommesso musicalissimo tono del racconto, noi pensiamo a quei tempi, a quel nostro paesino digradante  tra i calanchi dell'altipiano Sicano, ai gerarchetti tronfi e panciuti che di nostro rammentiamo, al giummo aborrito da Leonardo Sciascia,  alla Racalmuto fascistissima sino al midollo, come allora si soleva dire.
 
E date le nostre manie scorriamo nelle fluenti musicali pagine del Restivo mirabili pagine di storia, di veridica microstoria locale, della nostra Racalmuto insomma, anche qui paradigmatica senza Sciascia, oltre Sciascia.   
Calogero Taverna
 
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La camicia nera


Calogero Restivo


L’uomo uscì da dietro la scrivania per fare quattro passi e sgranchirsi le gambe.
Aveva lavorato tutta la mattinata senza fermarsi nemmeno per prendere una boccata d’aria. C’era stato un imprevisto andirivieni e, dopo che il movimento era cessato, aveva dovuto raccogliere e rimettere in ordine i fogli sparsi dappertutto sulla scrivania, sullo scaffale e sulla sedia vuota accanto alla sua. Era stata una mattinata pesante ma non straordinaria, una come se ne vedevano tante in quel periodo dell’anno.
Di nuovo, ora, c’era il caldo che non dava requie. Gli venne da ridere pensando al caldo di oggi che faceva una gara con il caldo di ieri.

“Vince quello di oggi” pensò sentendosi la camicia bagnata di sudore appiccicata alla pelle. Ora che tutto era stato messo in ordine ed ogni cosa al proprio posto, si guardò intorno soddisfatto constatando che l’ufficio aveva di nuovo le sembianze di un ufficio, non di quelli importanti, di quelli in cui gli operatori non si limitavano a guardare l’orologio ogni minuto in attesa di vedere scoccare l’ora di uscita come scolaretti in attesa della campanella di fine, dopo aver passato la mattinata in chiacchiere e far niente.


Arrivato davanti alla porta si fermò a guardare in alto il cielo, che stava sempre lì ed era sempre lo stesso, sempre di un azzurro terso e sempre uguale per tutti i giorni della lunga estate isolana. Guardò lungo la strada da cui arrivava qualche folata di vento misto a polvere ed infine rivolse lo sguardo verso il ponte che sempre lo inquietava da quando, una mattina di tanto tempo fa, aveva visto un morto appoggiato ai piloni del ponte vecchio, quello caduto una nottata di bufera che sembrava arrivata la fine del mondo.
Si era sparato per amore, si disse.

Accese una sigaretta e aspirò il fumo acre con visibile soddisfazione.
Il suo non era proprio un vizio, era solo un modo per scandire i ritmi della giornata: una la mattina appena alzato, una dopo pranzo ed una la sera dopo cena.
Quella di oggi, e mancava poco alle cinque di pomeriggio, era un’eccezione.
Rientrò subito dopo e si rimise al lavoro.

Prese dal cassetto della scrivania il registro dei “passaggi” in cui venivano segnate tutte le operazioni in entrata e uscita, che dovevano corrispondere con le bollette emesse e quindi quadrare con la somma incassata.


Questa operazione veniva fatta a fine giornata ma quel giorno di caldo, che toglieva il respiro, preferiva iniziare la chiusura di cassa prima possibile e andare a casa a mettersi in libertà e rinfrescarsi un poco.


L’ufficio daziale chiudeva alle cinque. Ormai mancava solo circa un quarto d’ora.
Era da anni che faceva quel lavoro, non gli piaceva ma lo faceva come meglio poteva e in ogni caso secondo le disposizioni di legge e nel rispetto dei regolamenti.
Puntuale e preciso. Il lavoro era una specie di premio per avere lasciato sul campo di battaglia gli anni migliori della gioventù e una parte non indifferente del corpo. Aveva appena iniziato a fare i conti per la chiusura di cassa, che un’ombra si profilò sulla porta. L’uomo staccò gli occhi dal lavoro e guardò il nuovo arrivato.
Aveva, costui, la barba, i capelli, il berretto, la camicia e i calzoni neri.
Era, come un tempo si diceva, a “lutto stretto” cioè con i segni del lutto come per la morte di un parente stretto; il padre, per esempio. Rassomigliava alla figura dell’uomo che portava sfortuna e disgrazia, lo iettatore, che aveva visto al cinema in un vecchio film comico tanti anni fa.


“Salutiamo, mastro” disse la figura in nero restando sulla porta in modo da dominare la stanza tutta, compreso l’uomo dietro la scrivania.


La pancia davanti al corpo, impettito che era l’unico modo che conosceva, forse, di rappresentare il potere: il tragico ed il ridicolo del potere di cui, certamente, non si rendeva conto. L’uomo del dazio si alzò in segno di rispetto mentre l’uomo in nero veniva avanti fermandosi davanti alla scrivania come un maestro che gira attraverso i banchi guardato con paura ed ammirazione dai bambini anche perché ha in mano una bacchetta robusta che ogni tanto batte contro il banco. L’ Autorità escluse subito di chiedere di vedere il libro dei conti perché avrebbe comportato di sedersi alla scrivania, rivedere le voci una ad una, compito questo che si addice ad un ispettore qualunque non all’Autorità con la A maiuscola, come dentro di sé si pensava, di quelli che si impongono con la solo presenza anche se non sono seguiti da una codazzo di gente servile e sorridente che gli tiene “bastone”. Comunque, risolse, che rivedere conti, cartelle e quant’altro non gli sembrava il caso e non l’avrebbe aiutato ad introdurre l’argomento del vero motivo di quella visita, la mancata presenza alle adunate settimanali che aveva notato da qualche tempo e che rischiava di contagiare anche altre persone e diventare una cosa importante tanto da minare la sua stessa autorità. Si sa come vanno queste cose, qualcuno dei suoi subordinati, così, come per caso, poteva far trapelare qualche parolina, per caso, parlando con i suoi superiori. Bisogna risolvere il caso.


Sempre fermo e in silenzio, perso in questi profondi pensamenti, si rese conto che doveva fare e dire qualche cosa subito oppure la sua autorità sarebbe andata a “scatafascio” senza rimedio, nonostante la divisa ed il berretto con il cordone bianco che lo faceva comandante di qualche cosa.


Non aveva la padronanza della parola di un oratore, né la cultura.
Era solo un prodotto del momento politico e del caso e, se si vuole, del trovarsi nel posto giusto al momento giusto come si soleva dire. Da questo e nient’altro, derivava il suo potere.

Deciso ad entrare subito in argomento “Mastro” disse strascicando quel “mastro” fino a farlo diventare quasi una parolaccia “non siete venuto alla riunione sabato né a sentire il discorso del capo”.

Si dondolò sul corpo passando il peso rimarchevole da una gamba all’altra come aveva visto fare al Capo.

Non era una domanda.

“Il sabato lavoro” rispose l’uomo delle bollette “e quando ho finito vado direttamente a casa” e dopo un po’ di silenzio “non ho tempo” aggiunse guardandolo dritto negli occhi.

Non c’era arroganza nella sua voce ma rispetto senza inutili genuflessioni e la tranquillità di chi è uso fare il proprio dovere, con rigore in primis verso se stessi.
“L’adunata ed il discorso agli operatori si fa la domenica” disse e la voce questa volta aveva perso il tono falsamente mellifluo e si era fatta arrogante ed il tono era quello che usava con chi lo temeva o per innata vigliaccheria o perché era ricattabile.
A questo punto sembrava che l’uomo delle bollette fosse stretto all’angolo come un pugile quasi vinto. “La domenica è per la famiglia …. la Messa…. ognuno di noi ha dei doveri, degli obblighi…” lasciò in sospeso la frase come se si aspettasse una certa comprensione.
“No” disse l’uomo in nero “non capisco… l’adunata… la presenza alle… sono cose importanti. Sono, oserei dire, più importanti del lavoro e della Messa, che Dio mi perdoni. In fondo perdere qualche bolletta non è una cosa tanto grave” disse volgendo uno sguardo tutto attorno e volendo sottintendere chissà che cosa.
“Conviene avere tutto a posto per un eventuale controllo, ma non essere presente all’adunata o quando parla…” e guardava in alto in atteggiamento di rispetto “è una cosa grave… grave assai… quasi… ma voi… la camicia!”


L’uomo del dazio lo guardava perplesso. Che c’entrava la camicia, ora?
“Ma voi… non portate la camicia nera come… ma… non vorrei… fatemi capire… non sarete per caso uno di quelli?…” disse l’autorità tra il sorpreso e l’esterrefatto.
“Quali quelli?” chiese l’uomo delle bollette ancora guardandolo negli occhi.
“Si… di quelli che remano contro, che non credono che…”
“No, non sono né di questi né di quelli, non mi interesso di certe cose, io”
“Voi da domani mattina indosserete la camicia nera per venire al lavoro e controllerò…” disse l’uomo in nero e questa volta era furente.
La sua voce aveva assunto un tono di comando venato d’ isterismo. Con calma, l’uomo delle bollette riprese a parlare dopo avere fatto un profondo respiro per ingoiare la rabbia e rappresentare un’apparente calma.


“Io non sono contro nessuno, anzi… vi dirò che ho tanto rispetto per…” e guardò in alto imitando l’altro “Quando è morto mio padre” continuò “ho portato la camicia nera per mesi ed anni e vi assicuro che… se Lui un domani… dovesse venire a mancare… mi vestirò a lutto, anche la fascia al braccio…”


Non aveva finito di parlare che l’uomo in nero batté un pugno sulla scrivania, quasi a sfondarla, uscì senza salutare, masticando parole incomprensibili e prima di svoltare l’angolo della strada, andava verso il Municipio, si voltò indietro e fece con la mano un gesto come per dire “hai finito… ci penso io a…”


L’uomo delle bollette capì che la giornata di lavoro era finita ed anche il lavoro era finito. Ormai non poteva più rimangiarsi le parole, ne voleva

.
Prese una scatola di cartone e incominciò a sistemarvi dentro le sue cose.
Quando finì diede uno sguardo circolare per assicurarsi che tutto era in ordine e che nell’ufficio non restava altro di suo. Mise in ordine le sedie, chiuse lo schedario e accese la quarta sigaretta della giornata. Guardò l’orologio, era ora di chiudere.


Con la scatola sotto il braccio si avviò verso casa.

Titolo: piccoli_fascisti1


 

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