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sabato 10 ottobre 2015

Pubblicavo allora su Malgrado Tutto


 
                                                                                 Calogero Taverna 
 
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                                                 RACALMUTO         PREISTORICO
 
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(Articoli pubblicati da  Malgrado Tutto)
 
 
 
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[PRIMO  ARTICOLETTO]

RACALMUTO PREISTORICO - ZOLFO, GRANO E SALE

di Calogero Taverna
 
 
Racalmuto sorge, si popola e si accresce per due grandi vocazioni economiche: l'agricoltura e le risorse minerarie.
Già nella preistoria sono presenti due flussi migratori diversi: uno a sfondo agricolo che da Licata tocca le falde del versante sud del Serrone e l'altro,  in cerca del sale, contiguo agli insediamenti che dalla Rocca di Cocalo si espandono verso Milena, Montedoro, Bompensiere.
L'immigrazione agricola di popoli che vengono fatti risalire al XVIII secolo a.C. venne documentata durante i lavori della ferrovia nel 1879. (Cfr. L. Mauceri: Notizie su alcune tombe  .. scoperte fra Licata e Racalmuto, in Ann. Inst. Corr. Arch., 1880). I pochi reperti fittili finirono dispersi nei sotterranei di un qualche museo siciliano. Le tombe a forno dei pressi della stazione ferroviaria di Castrofilippo sono del tutto sparite per la distruzione delle successive cave di pietra.
L'altro insediamento è quello che l'ingenuità delle cartoline illustrate locali definisce 'tombe sicane', site attorno alla grotta di Fra Diego. In mancanza di ufficiali campagne di scavi - che le competenti Autorità continuano a denegare, anche se la patria di Sciascia le imporrebbe - dobbiamo accontentarci delle intuizioni dilettantesche e delle tante segnalazioni che dal '700 in poi si rincorrono. Il cospicuo numero di tombe a forno dimostra l'esistenza di gruppi estesi, dediti ai culti mortuari dell'inumazione in forma fetale, con i cadaveri forse spolpati a bagnomaria e forse legati per la paura di una vendicatrice resurrezione che i nostri antenati pare nutrissero. (Cfr. S. Tine': L'origine delle tombe a forno in Sicilia, in Kokalos 1963, p. 73 ss.).
Quei cosiddetti antichi Sicani, installandosi attorno alla grotta di Fra Diego, avranno trovato il salgemma delle vicinanze e fors'anche lo zolfo, all'epoca sicuramente reperibile anche in superficie. Risale alla tarda età romana lo strambo passo di Solino che il Tinebra Martorana riferisce - a nostro avviso fondatamente - al territorio di Racalmuto. Ma rispecchia, di certo, una tradizione millenaria. Solino scrive che il sale agrigentino, se lo metti sul fuoco, si dissolve bruciando; con esso  si effigiano uomini e dei (C.I. Solinus, 5\ 18;19). Ancora nel '700 il viaggiatore inglese Brydone andava alla ricerca di quei fenomeni. Sommessamente pensiamo che v'è solo confusione tra sale e zolfo, entrambi già conosciuti dai nostri preistorici antenati. Con lo zolfo si foggiavano statuette del tipo dei 'pupi', dei 'cani', delle 'sarde' di 'surfaro' che ai tempi della mia infanzia circolavano ancora.
Sale, zolfo e gesso Racalmuto li avrebbe ereditati dagli sconvolgimenti del Miocene, quando alle «grandi lacune terziarie progressivamente evaporate <sarebbe seguito> un processo di sedimentazione che avrebbe avuto per protagonisti non solo i principi della fisica e della chimica, ma addirittura  uno straordinario microscopico batterio, il desulfovibrio desulsuricans capace di nutrirsi di petrolio greggio e di rubare ossigeno al solfato di calcio dando luogo ad idrogeno solforato che, attraverso una normale ossidazione, avrebbe partorito lo zolfo nativo» (Pratesi e Tassi, Guida alla natura della Sicilia, Milano 1974, p. 21 ss). Ci diverte alquanto l'idea che le ricchezze della rampante borghesia ottocentesca di Racalmuto si debbano a quel geologico vibrione.


 
[SECONDO ARTICOLETTO]

RACALMUTO DA TERRA ANELLENICA A DOMINIO GRECO

 di Calogero Taverna
 
Se qualche abitante vi fu a Racalmuto durante il Paleolitico Superiore, fu la grotta di Fra Diego ad ospitarlo: quell'antro per esposizione, per capienza e per vicinanza a luoghi fertili ed a valli boschive adatte alla cacciagione,  si attaglia all'ospitalità troglodita.
Le testimonianze archeologiche più antiche sono però di gran lunga posteriori e ci portano in piena cultura della 'Conca d'Oro' con le caratteristiche «tombe  del tipo a forno», ove è presente il corredo di vasi e oggetti fittili (Tusa-De Miro, Sicilia Occidentale, Roma 1983, p. 14).
Da quell'era sino al sesto secolo a. C. i nostri progenitori - siano sicani o altro - riuscirono  a sormontare gli sconvolgimenti epocali dell'età del Bronzo e di quella del Ferro in condizioni di relativo benessere, piuttosto pacifici ed alquanto prolifici, come il diffondersi delle tombe per tutto il crinale collinare sta a testimoniare. Caccia e risorse minerarie, ma soprattutto cerealicoltura e pastorizia consentirono sopravvivenza ed anche sviluppo.
Ma quando, per l'aridità della loro terra, i greci sciamarono per il Mediterraneo e le genti rodiese e cretese, via Gela,  si insediarono nella valle agrigentina,  per i sicani di Racalmuto fu il prodromo dello sconquasso.
I moderni storici  si accapigliano per stabilire tempi, modalità e drammi di quell'esodo geco cui non si attaglierebbe neppure il termine di colonizzazione, trattandosi di un'espulsione senza ritorno. Sono però propensi a ritenere che quei greci subirono la violenza della scacciata dalle loro famiglie contadine e, mancando di mogli, la scaricarono sulle donne indigene di Sicilia, violandole con  nozze coatte.
Un doppio dramma - si dice - che, ci pare, Racalmuto non subì né nella prima ondata di immigrazione greca, né in quella della seconda generazione. Racalmuto era lungi dal mare e lungi dalle rive sabbiose, preferite dai greci per trarre in secco le loro imbarcazioni, magari come semplice auspicio per un (improbabile) ritorno in patria.  I rodiesi ed i cretesi  di Gela fondarono, accrebbero e consolidarono la città akragantina. Per qualche secolo ancora Racalmuto poté restare libero territorio anellenico.
Ma  giunti i mitizzati tempi della famigerata tirannide di Falaride,  nel sesto secolo a.C., per le popolazioni di Racalmuto fu l'inizio di una devastante denominazione greca. I cadetti greci di Agrigento, privi di terra e di beni per il costume del maggiorascato del loro popolo, cercarono fortuna e dominio nei dintorni e così anche Racalmuto cadde nelle loro mani. Si attestarono certo nelle feraci contrade tra Grotticelle e Casalvecchio. I radi reperti numismatici con la  riconoscibile effigie del granchio akragantino  non attestano  solo l'inclusione di quel territorio nella circolazione monetaria  delle varie tirannidi dell'antica Agrigento, ma soprattutto l'insediamento dei nuovi padroni. Da quell'epoca la civiltà sicana indigena sfuma sino a non lasciare più le testimonianze delle caratteristiche sepolture in tombe a forno. I nuovi padroni venuti da Agrigento presero certo la più gagliarda gioventù per trasferirla , schiava, nella titanica costruzione del tempio a Zeus che si attribuisce a Falaride. La gran parte, se non resa schiava, fu senz'altro assoggettata ad una sorta di servitù della gleba. Taluni, scacciati o fuggitivi, si ritirano con i loro sparuti armenti negli inospitali valloni  siti a tramontana. E divennero pastori randagi e rudi, feroci ma liberi, anarchici e  misantropi ma irriducibili ed incoercibili, simili a quei pastori che ancor oggi sembrano mantenere le prische connotazioni di uomini fieri e  liberi. In tutto ciò sono da rinvenire le radici della storia sociale racalmutese. La classe agro-pastorale nasce e si evolve lungo millenni con rimarchevole continuità e peculiarmente autoctona. Sono i vertici ed i dominatori che vengono da fuori, arroganti e estranei. Si pensi che un ricambio in senso classista Racalmuto l'ha potuto registrare solo ai nostri giorni. Soltanto gli anni ottanta del XX secolo sono propizi ad un rivoluzionario avvento di amministratori con genuine ascendenze locali e d'autentica estrazione popolare.


 
[TERZO  ARTICOLETTO]

I GRECI A RACALMUTO

 di Calogero Taverna
 
 
Tra il 570 ed il 555 a. C. Racalmuto diviene pertinenza rurale della polis di Akragas, sotto la tirannide di Falaride: costui, nobile di origine ma politicante demagogico in esordio, assurge al potere cavalcando la tigre dei ribellismi sociali e plebei dell'Agrigento di allora. Fu questo fenomeno tipico dei silicioti greci di quel periodo.
Racalmuto vi fu travolto di riflesso, per via dei greci nobili che si erano appropriati delle terre del nostro altopiano. Frattanto nelle nostre plaghe ebbero a moltiplicarsi i kyllyrioi, i semi schiavi di cui parla Erodoto: gente che doveva lavorare per la vicina polis di Akragas, senza libertà di movimento, senza diritti civili se non quelli di non potere essere venduti o allontanati dalla terra che lavoravano, potendo conservare la propria famiglia e la propria vita comunitaria. I reperti numismatici che talora si sono rinvenuti a Racalmuto sono i soli indici della loro presenza.
E' certo che sino a quando non vi saranno sul nostro territorio scavi come quelli che gli Adamesteanu e gli Orlandini ebbero a condurre sul circondario di Gela attorno agli anni cinquanta, a noi non resta che avventurarci in malcerte congetture. Solo 'MALGRADO TUTTO' nell'ottobre del 1990 riporta il pensiero di Rosalba Panvini che reputa la scoperta archeologica degli operai dell'ENEL in contrada Grotticelle 'molto interessante' e pensa che «siamo in presenza di due strati archeologici che coprono un arco di tempo che va dal III secolo avanti Cristo al II dopo Cristo». Dopo - a quanto ci consta - un silenzio arcano da parte delle autorità archeologiche.
Nell'accennata campagna di scavi del 1960, le importanti scoperte presso Vassallaggi, in S. Cataldo, portavano a attribuire a quella località la nota cittadina di Motion della Biblioteca di Diodoro Siculo (Kokalos, VIII 1962 ). Tramontava definitivamente il sogno accarezzato da Serafino Messana nel secolo diciannovesimo di assegnare quel nome greco all nostro paese. La sua teoria della 'metatesi' di Mothio (Mothion) che diventa «Casalmotyo e perciò Casalvecchio» - e dire che Serafino Messana ignorava le teorie linguistiche del Ciaceri che vuole Mothion una grecizzazione del preesistente 'Mutuum' - sfiorisce in un patetico dilettantismo di un intellettuale di paese di fine ottocento. Tinebra Martorana già rifiutava quella teoria con l'elegante 'non liquet'  (non risulta) di Filippo Cluverio. Oggi, liquet (risulta)  l'inattribuibilità di Motion a Racalmuto e dintorni e la sua ubicabilità attorno a S. Cataldo.
Quando vi fu dunque l'attacco di Ducezio all'avamposto di Akragas, Motion, nel  451 o nel 450 a.C., l'onta dell'invasione non riguardò il territorio dell'attuale Racalmuto: per quei tempi, S. Cataldo era a distanza considerevole: quei nostri antenati dovettero però fornire grano e vettovaglie e vite umane in quella guerra tra Akragas, sostenuta dai siracusani, e l'esercito di Ducezio, il siculo-ellenizzato di Mineo. Per Racalmuto passavano di sicuro gli opliti agrigentini. La rete viaria di allora non doveva essere granché diversa da quella della fine del secolo scorso. Nel settembre del 1874, ai tempi della Giunta d'inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche di Sicilia, l'on. Gerra denuncia involontariamente la precarietà delle strade di Sicilia  quando riferisce: «Mi recai .. nelle altre provincie, muovendo per mare da Palermo a Trapani e da Trapani a Girgenti. Di dove per Racalmuto e Canicattì mi portai a Caltanissetta, discendendo per Castrogiovanni e Leonforte a Catania. Quindi fui a Siracusa .....» (Atti Parlamentari. 1874-75, n. 24bis, All. M.). Come avveniva ai tempi dei viaggiatori del settecento, o in quelli dei viaggiatori arabi sotto i Normanni, o come - 25 secoli prima - doveva verificarsi nelle campagne militari contro Ducezio.
Frattanto Racalmuto, territorio rurale di Akragas, perdeva usi e costumi sicani, dimenticava la madre lingua per storpiare una aliena lingua dorica, e si dedicava alla coltivazione dell'ulivo, alle vigne, alla vinificazione per i padroni di Agrigento. Insieme naturalmente al grano, merce di scambio per i traffici agrigentini con la madre patria greca o con i vicini cartaginesi. La continuità degli autoctoni - pastori e contadini - persisteva certo, ma in via sotterranea e ovviamente subalterna, priva di ogni esteriorità e senza lasciare alcuna testimonianza per i posteri.


 
[QUARTO  ARTICOLETTO]

 RACALMUTO NELLA STORIA GRECA DI SICILIA (V-III secolo a.C.)

[Prima parte]
 di Calogero Taverna
 
 
Al tempo dei greci, Racalmuto riflette sbiaditamente la vicenda storica di Agrigento. Resta pertinenza rurale, piuttosto disabitata, senza monumenti ragguardevoli, con una popolazione sfruttata in agricoltura. Periferia agricola della Polis, dunque, al tempo degli splendori di Terone, il tiranno agrigentino legato anche con vincoli di parentela con il tiranno di Siracusa Gelone. Pindaro esaltava, a pagamento, Agrigento come la più bella città dei mortali. Racalmuto doveva fornire grano e tributi per consentire ai tiranni agrigentini di equipaggiare le costosissime corse dei carri a quattro cavalli nei giochi olimpici della lontana Grecia.  Dopo, chi vinceva commissionava le famose odi a Pindaro, statue a scultori greci e profondeva doni ai santuari di Olimpia. Sappiamo che quando Terone s'impadronì di Imera, il granchio di Akragas comparve sulle monete  di quella città.
 A Racalmuto, sulla cui economia agricola quegli eventi ebbero a pesare, giunse, sì e no, una flebile eco, se qualche signorotto di Agrigento ebbe a recarsi nelle proprie terre per refrigerarsi in qualche sua villa sulle pendici del Serrone dalla canicola estiva. Alcuni versi delle Olimpiche di Pindaro su quella vittoria col carro di Terone nel 476 a. C. ebbero ad incantare qualche nostro antenato, incolto ma sensibile all'alta poesia.: «certo per i mortali non sta/ fissa una soglia di morte,/ né quando un giorno figlio del sole/ s'acquieterà alla fine in pura felicità:/ flutti diversi, momenti alterni/ di gioia e d'affanno vengono agli uomini» eran poi versi da avvincere anche l'animo del contadino greco, intento a riverire il suo padrone, specie se questi li recita mirando le stelle cadenti del cielo senza fine dell'estate racalmutese.
E a Racalmuto circolavano anche le monete col granchio agrigentino, testimonianza di commerci, esportazioni di grano e presenze greche.
Sfiora la  società contadina racalmutese la nebulosa vicenda di Trasideo, figlio di Terone, «violento ed assassino», per Diodoro Siculo.  La sua cacciata da Akragas, per il passaggio ad un regime democratico, fu forse neppure avvertita.  Non sapremo però mai se Racalmuto fu coinvolto nella successiva confusione che venne a determinarsi per lo sconvolgimento nella distribuzione su nuove basi delle terre.
Dopo il 427 a. C., Akragas si acquieta, entra nella riservatezza. Se Siracusa coinvolge Imera, Gela e forse Selinunte nella sua guerra contro Lentini, a sua volta sostenuta da Camerina, Catania e la piccola Nasso, Akragas si mantiene neutrale e fa affari con tutti vendendo il suo grano ad entrambe le parti contendenti e lucrandovi sopra per un benessere economico, di cui ebbe a goderne anche Racalmuto. Sono queste, certo, ipotesi, ma attendibili.
Atene - con Alcibiade che, come il moderno Mussolini, credeva di potere fagocitare la Sicilia in un guerra lampo ritenendola una terra di imbelli popolazioni bastarde - si avventura, nel 415 a. C., nella guerra contro Siracusa. Subisce, l'esercito d' Alcibiade, una disastrosa sconfitta. Atene, con 40.000 uomini agli ordini del suo più esperto generale, Demostene, ritenta l'impresa. Siracusa trova alleati a Sparta, a Gela, Camerina, Selinunte Imera e persino tra i siculi di Kale Akte. Quelle tragiche vicende che portano alla tremenda disfatta degli ateniesi trovano risalto nelle memorabili pagine di Tucidide. Akragas, come al solito, sta a guardare; ancora una volta è neutrale, alla stregua di Cartagine e del settore fenicio della Sicilia. In quel trambusto, Akragas ha modo  per prosperare con i profitti di guerra (quella altrui, s'intende). Racalmuto, come sempre propaggine rurale di quella polis, ne segue le sorti, intensificando l'agricoltura e la pastorizia. Ma, attorno al 406 a. C., con l'ascesa di Dionisio I alla tirannide di Siracusa, per Akragas fu l'inizio del declino. Per converso, Racalmuto poteva affrancarsi dal giogo della vicina polis akragantina. 


 
[QUINTO  ARTICOLETTO]

 RACALMUTO NELLA STORIA GRECA DI SICILIA (V-III secolo a.C.)

[Seconda parte]
 di Calogero Taverna
 
 
Nel 406 a.C., fallito il tentativo di Ermocrate di impossessarsi di Siracusa, Akragas iniziò il suo ciclo storico di colonia punica. Un esercito africano numeroso e potente - anche se ben lontano dall'astronomica cifra di 120.000 uomini, come vorrebbe Diodoro - ebbe come primo bersaglio l'opulenta Agrigento. Gli aspri combattimenti tra siracusani e cartaginesi durarono sette mesi, nell'imbelle indifferenza dei greci agrigentini. Nel dicembre del 406, per Akragas fu la fine: fuggirono i cittadini a Leontini e la città fu abbandonata.
I cartaginesi si diedero ai saccheggi ed alla spoliazione delle tante opere d'arte, ivi compreso - pare - il toro di bronzo di Falaride. Racalmuto dovette essere per quei tempi terra lontana: niente saccheggi dunque, anzi un afflusso di cittadini agrigentini dovette verificarsi. Le disgrazie agrigentine finirono col dare enfasi ad un risveglio demografico nel vecchio centro sicano sito nel nostro fertile altipiano. Quegli agrigentini che vi avevano fattorie e ville, ebbero di certo a preferire le note località racalmutesi all'angustia dell'esilio in quel di Lentini.
Dionisio il giovane, un ventiquattrenne rampante, si impossessava frattanto di Siracusa. Trattava con i cartaginesi ed Akragas cadeva nella mediocrità dell'epikrateia africana. La popolazione poteva ritornare a casa, ma per una umiliante sudditanza punica. Dal 405 al 264 a.C. la storia di Agrigento emerge solo per qualche barlume che le vicende siracusane vi riflettono.  E' comunque un ruolo subalterno alla politica ed alle fortune di Cartagine: da una parte, Commercio, relativo benessere, vivacità economica, ma sudditanza politica e remissività verso la civiltà africana d'oltremare, dall'altra. Una tassazione che incideva la popolazione cittadina - ora blanda, ora esosa, a seconda delle esigenze cartaginesi.
Crediamo che in tale contesto Racalmuto ebbe tempi non duri: i nuovi dominatori africani erano gente di mare per penetrare nelle impervie e infide vallate racalmutesi. Per i commerci agrigentini e per la tassazione decumana, a Racalmuto si apriva un mercato proficuo per quei tempi ed i suoi prodotti agricoli potevano trasformarsi in moneta contante, idonea ad un'economia vivace, se non addirittura prospera. Il male di Akragas si ribaltava in buoni affari per Racalmuto.
L'archeologia e la numismatica attestano qualcosa di più delle fonti letterarie: sappiamo che artigiani greci e non greci furono chiamati a coniare le cosiddette monete siculo-puniche nella parte occidentale, appunto, dell'isola. Tinebra Martorana scrive di monete con effigie di improbabili scheletri e potrebbe trattarsi degli oboli di Motya o delle monete con la spiga. Per noi, quei reperti numismatici attestano proprio la presenza dello scambio cartaginese nelle terre racalmutesi di quei secoli della cosiddetta epikrateia (provincia) cartaginese.
Sempre il Tinebra Martorana  ci testimonia del rinvenimento di monete «di argento [aventi] da una parte un cavallo alato ed al rovescio il capo armato di un guerriero». Trattasi senza dubbio di pegasi siracusani che ci richiamano le dittature siracusane di Dione  o di Timoleonte (357-317 a.C). In quel periodo, il territorio racalmutese non fu durevolmente assoggettato a Siracusa. I segni monetari palesano dunque un libero scambio: grano, orzo, ma anche vino, olio e prodotti caseari del paese prendevano la via dell'oriente siciliano oltre a quella del mare africano. Ne derivò un tenore di vita evoluto da consentire tumulazioni di lusso ed alla greca. Non possiamo non credere al Tinebra Martorana quando scrive: «In contrada Cometi,  ....  si rinvennero sepolcreti d'argilla rossa, resti di ossa, lumiere antiche, cocci di vasi» e le monete di cui abbiamo detto sopra.
I pegasi, col cavallo alato, destarono un interesse forse un po' balzano in  un avvocato degli anni cinquanta di questo secolo: nel guidare una vociante jacquerie di stampo paesano e destrorso volle a proprio simbolo il cavallo alato di quei pegasi che i nostri antenati di due millenni fa  inseguivano con ingordigia. Da parte sua, l'avvocato racalmutese del XX secolo pensò maschilisticamente di dover superdotare il quadrupede volante del pagaso greco.


 
[SESTO  ARTICOLETTO]

LA CONQUISTA ROMANA

di Calogero Taverna
 
 
Attorno al 282 a.C. si affaccia sul proscenio della storia un tiranno agrigentino di un qualche rilievo: Finzia. Fu lui a radere al suolo Gela e a trasportarne la popolazione nell'attuale Licata: in questa località il tiranno costruì una città in puro stile greco, cinta di mura e dotata di agorà e di templi. Racalmuto dovette essere terra subalterna a Finzia e dovette contribuire quindi al sostegno finanziario delle mire egemoniche del tiranno agrigentino. Fu però vicenda storica di  breve respiro. Sparisce ben presto Finzia e Akragas, ritornata debole e faccendiera, non sa ostacolare l'egemonia di Siracusa.
Nel 280 a. C. Siracusa sconfigge Akragas. Cartagine, vigile ed interessata, arma un imponente corpo di spedizione che presto raggiunge le porte di Siracusa. Akragas  ed il suo territorio -  ivi compreso Racalmuto - si estraniano, come sempre, dalla lotta armata ed assistono piuttosto indifferenti all'intrusione di Pirro, quel re dei molossi, passato alla storia per le sue risibili vittorie.
Akragas e Racalmuto, quale sua pertinenza, rientrano nella zona di influenza di Cartagine e  vi restano per quasi un ventennio fino a quando la Sicilia fenicia entra inspiegabilmente nelle grinfie espansionistiche della repubblica romana. Ancor oggi gli storici non riescono a spiegarsi perché i romani armarono uomini e navi contro i cartaginesi di Sicilia.
Nel 264 a.C. scoppia la prima guerra punica e la vicenda siciliana si avvia melanconicamente a divenire un'oscura appendice della lontana e suprema Roma. Per la Sicilia si creano le premesse per  l'infame detto ciceroniano: «prima docuit maiores nostros quam praeclarum esset exteris gentibus imperare». Già, la Sicilia ebbe l'ingrato compito di far gustare per prima ai Romani quanto fosse bello soggiogare popoli stranieri. A distanza di un secolo e mezzo, Sicilia, Akragas (e ancor più Racalmuto): tutto ciò era per i romani - anche se, come Cicerone, erano chiamati a difesa dei conculcati diritti da un tremendo Verre - nient'altro che «extera gens» [straniera gentucola] da dominare e da proteggere solo perché «ornamentum imperi».
Roma conquistò Akragas nel 261 e fu una crudelissima vicenda bellica romana: dopo un assedio di sei mesi, le bestiali furie dei romani si sfogarono ignominiosamente sui poveri cittadini agrigentini. Né beni, né donne e neppure gli stessi uomini furono risparmiati:  25.000 dei suoi abitanti furono venduti come schiavi.
Sette anni dopo, sono i cartaginesi a rimpadronirsi della città, dopo avere distrutto la flotta romana che ritornava dall'Africa. A farne le spese è ancora una volta la città di Akragas: i cartaginesi bruciano ogni cosa, abitazioni e mura.
Riteniamo che la terra di Racalmuto dovette essere alquanto decentrata per subire direttamente le atrocità di quella guerra punica. Ma i riflessi dovettero esserci, dolorosi e devastanti. Lutti fra i parenti che si erano stanziati nella vicina polis; distruzione di beni; spoliazioni, rapine, banditismo, vandalismi ed altro infestarono le campagne racalmutesi, con più che probabile ferocia e con sgomento degli sparuti abitanti locali.
Le antiche fonti nulla ci dicono sui successivi due decenni: verso lo spirare del secolo, Akragas  e la vicina Eraclea Minoa  appaiono saldamente in mano dei cartaginesi. Tra il 214 e il 211 a.C. un massiccio movimento di uomini armati - si parla di 40.000 militari tra i quali 6.000 cavalieri - su 200 navi parte da Cartagine per raggiungere la Sicilia. Punto di approdo è Akragas: sulle colture racalmutesi si abbatte il gravame di apporti alimentari a quegli eserciti tutto sommato stranieri. Nel 212 a. C. tocca a Siracusa cadere nelle mani dei romani ed il grande Archimede finisce ucciso per mano militare. Per i cartaginesi, nel grande scontro con i romani, le sorti belliche volgono al peggio: i fenici ripiegano su Agrigento, ultimo baluardo delle loro difese. Mercenari numidi consumano l'ennesimo tradimento. Akragas cade ancora una volta in mano dei romani; ancora una volta popolazione e beni diventano bottino di guerra per una vendita sui mercati del mondo e la triste sorte di cittadini akragantini, finiti schiavi da alienare,  ha il suo ricorso storico, sempre a vantaggio dei conquistatori di Roma. Levino a Roma  fa il suo trionfale rapporto. Per Racalmuto inizia l'epoca di agro ferace per le distribuzioni di grano nella lontanissima Roma.


 
[SETTIMO  ARTICOLETTO]

I SECOLI DEL DOMINIO ROMANO

di Calogero Taverna
 
 
Finite le guerre puniche, il console Levino avvia la Sicilia  al suo secolare sfruttamento agricolo da parte di Roma.
Dall'originaria Siracusa i gravami fiscali della legge Ieronica si estendono all'intera Isola, a tutto vantaggio delle neghittose plebi dell'Urbe: quell'estensione avviene con  la  lex Rupilia del 132.
E così sotto il cielo di Roma una società di pubblicani appaltava la riscossione delle tasse sul pascolo (scriptura) e sui trasporti marittimi (portorium). Ma erano il grano, l'orzo, il vino, l'olio e i legumi di Sicilia che, decimati, prendevano la via del mare per Roma. Ancora, nel primo secolo dopo Cristo, un mosaico in bianco e nero delle Terme di via dei Vigili di Ostia Antica, mostrava la Sicilia, assieme a Spagna Egitto e Africa, quale simbolo dello sfruttamento agrario romano. E siamo al tempo dell'imperatore  Claudio.
 
Ma per uno dei soliti paradossi della storia, Racalmuto in quel regime coloniale romano ebbe occasione e modo di sviluppo economico e demografico: il suo suolo ferace ed anche la sua vocazione alla viticoltura furono di sprone all'insediamento contadino. Niente grandi opere e neppure edifici; non si ebbe manco un toponimo che resistesse all'oblio dei tempi. Eppure, i segni di quel consorzio umano e sociale nel territorio di Racalmuto sono giunti sino a noi: resti fittili, anfore, monete romane e vaghe testimonianze archeologiche sono diffusamente noti in vari tempi della storia locale da almeno  tre secoli.
Nella contrada di S. Anna  agli inizi del secolo furono rinvenute anfore in gran numero - forse proprio quelle che servivano agli esattori romani per trasportare il grano o l'orzo a Roma - e mi si dice che i proprietari dei poderi dell'epoca si affrettarono a farle sparire nelle voragini del monte Castelluccio per il timore di espropri o molestie da parte delle Autorità.
E' tuttavia noto un reperto di grande interesse che fu trovato  da tal Gaspare Vaccaro nel 1782: esso ci attesta della organizzazione esattoriale delle decime agrarie a Racalmuto da parte di Roma. Trattasi di una iscrizione latina pubblicata nel 1784 da Gabriele Lancellotto Castello, principe di Torremuzza, nel suo rinomato "Siciliae et adiacentium insularum veterum inscriptionum - nova collectio..". A pag. 237  il principe archeologo c'informa che l'anfora fittile rinvenuta a Racalmuto era una "diota" (anfora per vino) nel cui manico [«in manubrio diotae fictilis erutae»] poteva leggersi la seguente epigrafe:
C* PP. ILI* F* FUSCI
      RMUS. FEC.
 
 
 
 
 
 
Il  Mommsen diede credito al Torremuzza e pubblicò tale e quale quell'epigrafe nei suoi ponderosi volumi  (C.I.L. X, 8051, 40, pag. 870) ma amputandola del riferimento alla diota  ed eludendo ogni commento prosopografico.
Chiaro appare, comunque, il richiamo ad un personaggio di nome FUSCO, del tutto ignoto alla storia di Sicilia ma ben presente alla prosopografia romana.
Marziale augura al potente Fusco che «le smisurate sue cantine diano ottimi mosti» (VII, 28); Giovenale  ironizza sui ricchi Fusco della Roma del suo tempo; un Fusco fu console romano con Domizio Destro ed abbiamo anche un Cn. Pedanius Fuscus Salinator e via di seguito. Ma una famiglia Fusco siciliana non sembra plausibile.
Quello del vaso fittile di Racalmuto era dunque un romano o in ogni caso un cittadino di Roma: un probabile esattore dunque e forse un esattore delle decime sul vino di Racalmuto se ci fidiamo del Torremuzza quando accenna a diote fittili e cioè ad anfore per il trasporto a Roma del vino, prelevato in natura dal fisco romano sino a tarda età,  come si evince dalle Verrine di Cicerone.

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