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mercoledì 16 dicembre 2015


ssù taverna

Un qualcuno nel telefonarmi, quasi per acquisire meriti, mi viene a dire che lui è un eroe perché parla (rectius: parlava ed ora non più per mio volere), nonostante che gli avevano detto: ma chi ti minti cu su taverna: lassalu stari.

Non so che pensare? Non è la prima volta che anche chi si professa mio amico a Racalmuto poi, fingendo di riferire cose altrui, mi spiattella cose non proprio carine.

Così dall’albatro sono passato alla ragliata dell’asino cervantesiano in versione Sciascia, pronubo un tal Scimé.

I miei paesani devono sapere che forse perdono ma dimenticare mai. Ed al momento opportuno la mia non proprio benevola vendetta, scatta. Come dicono i cinesi, quella lì è un patto che è meglio gustare freddo.

A Racalmuto sono e mi vanto di essere lu figliu di Peppi Taverna: a Roma – purtroppo per loro - sono chi sono. Già gli storici sanno che qualche mia ispezione a Milano nel 1974,che qualche libro foriero addirittura di una inchiesta parlamentare, quella sul caso Sindona, certi subdoli incroci di fissati bollati (roba da supertecnici) hanno determinato una svolta epocale nei corsi e ricorsi della supremazia bancaria.

Mi pare di leggere che i miei testi sulle figure dei Del Carretto vanno al macero perché novelli microstorici la sanno meglio di me l’evolversi della dinastia carrettescha a lu Cannuni. Sono curioso di leggere i miei superamenti e le obsolescenze delle mie ricerche. Spero però che non si bleffi. Un tal Messana montedorese, non sapendo quanto sono perfido di coda, credo che si stia leccando le piaghe fatte dalle mie frustate (letterarie).

Mi dispiace per lor signori: è certo che la polemica salace, e spesso il sarcasmo denigratorio sono pane per i miei denti. Credo che a Racalmuto l’hanno capito da qualche tempo e mi lasciano in pace con i loro abituali commenti stronzi. Nonostante che mi esponga qui e là ed in tanti luoghi. Spero che non ci riprovino adesso.

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