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sabato 22 agosto 2015

Sant'Attanasio San Vincenzo Baccarecce ed io

 
 
 

Sant'Attanasio Baccarecce ed io

Oggi si festeggia (ed anche domani) sant'Attanasio in quel di Baccarecce. Per far soldi, incurante la curia vescovile di Rieti, avviene l'asta delle sacre immagini. Statue, gonfaloni, quadri di madonne, le più variopinte, persino un  desueto quadro di papa Woytila tutto messo all'asta, prezzo base a seconda del valore e qualità della sacra immagine o del venerando simulacro. In alto Sant'Attanasio (ma stranamente un coreografico quadro su gonfalone della santissima trinità tallona quel santo vescovo bizantino).

Quest'anno la mia singolare padrona ha recuperato ereditariamente la villa rustica dei Benedetti. A tale famiglia apparteneva San Vincenzo. Come potete vedere in foto quel santo ha un dito che anche se non è il medio, come dire il più lungo. è sempre un indice che può significare le porte del paradiso ma anche quel banale va' un tempo caro  al destituito Bossi.

Su questo io che scherzo  su santi preti fanti e bagasce ho fatto pesante  e greve ironia da scandalizzare persino la più scaltrita delle donne che magari per questo mi dà del maleducato.

Il santo dei Benedetti oltre ad essere da me dileggiato è stato negletto nelle annuali aste dalla famiglia di appartenenza per disamore verso queste loro centenarie terre di arricchimento.

Sarà per questo sarà per il mio dileggio, fatto sta che quel santo me l'ha fatta pagare cara più di Ciampi. Il dito medio me lo ha livellato all'altezza dell'indice con una caduta micidiale. Avevo certi lunghi e pesanti pali in mano e data la mia precaria stabilità di ultraottantenne su cui irride una mia novella nemica quei pali divennero la cesoia del mio dito medio.

Mi potrebbe capitare di peggio e così oggi tanto ho fatto tanto ho strillato (io o chi per me) che l'asta l'ho vinta sia pure a caro prezzo e penso di ottenere il gran perdono da parte del santo dal dito osceno mentre qualche mia vecchia  amica continua a sputacchiarmi.

 

Sant'Attanasio Baccarecce ed io


Sant'Attanasio Baccarecce ed io

Oggi si festeggia (ed anche domani) sant'Attanasio in quel di Baccarecce. Per far soldi, incurante la curia vescovile di Rieti, avviene l'asta delle sacre immagini. Statue, gonfaloni, quadri di madonne, le più variopinte, persino un  desuetoSnt'Attanasio Baccarecce ed io quadro di papa Woytila tutto messo all'asta, prezzo base a seconda del valore e qualità della sacra immagine o del venerando simulacro. In alto Sant'Attanasio (ma stranamente un coreografico quadro su gonfalone della santissima trinità tallona quel santo vescovo bizantino).
Quest'anno la mia singolare padrona ha recuperato ereditariamente la villa rustica dei Benedetti. A tale famiglia apparteneva San Vincenzo. Come potete vedere in foto quel santo ha un dito che anche se non è il medio, come dire il più lungo. è sempre un indice che può significare le porte del paradiso ma anche quel banale va' un tempo caro  al destituito Bossi.
Su questo io che scherzo  su santi preti fanti e bagasce ho fatto pesante  e greve ironia da scandalizzare persino la più scaltrita delle donne che magari per questo mi dà del maleducato.
Il santo dei Benedetti oltre ad essere da me dileggiato è stato negletto nelle annuali aste dalla famiglia di appartenenza per disamore verso queste loro centenarie terre di arricchimento.
Sarà per questo sarà per il mio dileggio, fatto sta che quel santo me l'ha fatta pagare cara più di Ciampi. Il dito medio me lo ha livellato all'altezza dell'indice con una caduta micidiale. Avevo certi lunghi e pesanti pali in mano e data la mia precaria stabilità di ultraottantenne su cui irride una mia novella nemica quei pali divennero la cesoia del mio dito medio.
Mi potrebbe capitare di peggio e così oggi tanto ho fatto tanto ho strillato (io o chi per me) che l'asta l'ho vinta sia pure a caro prezzo e penso di ottenere il gran perdono da parte del santo dal dito osceno mentre qualche mia vecchia  amica continua a sputacchiarmi.

venerdì 21 agosto 2015

Il dottore Carmine Falsarone Sindaco (l'anno prossimo) di Fiamignano

Il dottore Carmine Falsarone Sindaco (l'anno prossimo) di Fiamignano

Il dottore Falsarone ha rotto gli indugi: si candida a sindaco di Fiamignano. Il suo programma? ambiziosissimo.
 
Nel campo della SALUTE sviluppo di quella già mirabile iniziativa di cui al recente convegno medico nella Sala dei Convegni di Santa Lucia.
Ecco il senso della prima lettera la S.
 
L'ambiente nella sua più lata accezione, dalla archeologia al recupero del patrimonio edilizio di tutta Fiamignano per un rilancio della cultura, del turismo,  della salvaguardia del patrimonio immobiliare  sia degli stanziali sia degli emigrati.
 
A quindi sta per AMBIENTE.
 
In cima ai pensieri del candidato Carmine Falsarone il lavoro. Tanti studi,  approfondite ricerche, individuazione di prospettive per rinfocolare l'occupazione redditizia in tutto il contado di Fiamignano.
 
Ecco la terza lettera L.
 
Il tutto in un contesto ampio, coordinato, ponderato, dalla finanza alla trasparenza dei  bilanci comunali, dalle supplenze del Comune in campo di nuove managerialità economiche, in una parola per una novella ECONOMIA del  Cicolano fiamignanese.
 
Abbiamo così esplicato l'acronimo SALE.
 
La locandina è esplicita. Unico errore , l'orario. Non alle nove ma alle sette e mezza. Tutti presenti nei locali della chiesa di Santa Lucia. Pronti  a votare per Carmine Falsarone Sindaco di Fiamignano.

cosa significa autoschediasmi

 
 
 
 
 
 
 
Stasera, per zittire una cara amica che mi stava tediando oltre le mie grame capacita' di sopportazione (a 81 anni l' arteriosclerosi e' galoppante) rimbeccai: ma non ti avventurare in autoschediasmi. il termine,  non lo trovate in nessun vocabolario manco nel Treccani (almeno ai miei tempi). Io l'avevo trovato nel Mommsen (nei miei studi postscolastici. Nelle scuole non ti insegnano nulla). Era successo che in banca d'italia ero in rotta di collisione con Ciampi. Io gliene avevo detto ma lui poi me ne ha date, mi dimisi e passai al SECIT di Reviglio. Mi vendico e faccio una verifica alla mia ex banca di Italia di Ciampi. Chiedo tutta la contabilita' dei costi della Vigilanza bancaria dei precedenti 5  anni. Per me erano costi indeducibili ai sensi di un articolo della precedente legge bancaria che l' ABI sine titulo aveva dichiarato desueto. Apriti cielo! Incaricano il re dei professori tributaristi il prof. ANTONINI. Questi mi aggredisce dichiarando l'amministrazione delle finanze imbelle di fronte alla tecnologia della intoccabile Banca d' Italia. Cosa poteva saperne un povero ispettorucolo del Fisco di modd. 31 Vig. o di Fabi o di matrice dei conti. Replicai: non si avventuri in autoschediasmi. Quanto si incazzo' Antonini! Credette di vendicarsi dandomi del borghese gentiluomo di Moliere.
La favola significa che almeno allora la scuola un po' di greco lo insegnava. Io l'avevo appreso dai preti. L'Antonini che credo avesse la cattedra universitaria provenendo dalla ragioneria ne era digiuno. Pote' forse avvalersi del francese che aveva cercato di insegnargli il collega di Orso. Oggi questa scalcinatissima scuola pubblica non insegna piu'  ne' greco ne' latino ma poi i poveri medici italiani usano termini come ideopatico senza saperne il significato greco. .
 
E qualcuno vorrebbe farmi credere che se qualche medico italiano ha un qualche successo all'estero è' merito della scuola italiana. Ma va la'!

cosa significa autoschediasmi

Stasera, per zittire una cara amica che mi stava tediando oltre le mie grame capacita' di sopportazione (a 81 anni l' arteriosclerosi e' galoppante) rimbeccai: ma non ti avventurare in autoschediasmi. il termine,  non lo trovate in nessun vocabolario manco nel Treccani (almeno ai miei tempi). Io l'avevo trovato nel Mommsen (nei miei studi postscolastici. Nelle scuole non ti insegnano nulla). Era successo che in banca d'italia ero in rotta di collisione con Ciampi. Io gliene avevo detto ma lui poi me ne ha date, mi dimisi e passai al SECIT di Reviglio. Mi vendico e faccio una verifica alla mia ex banca di Italia di Ciampi. Chiedo tutta la contabilita' dei costi della Vigilanza bancaria dei precedenti 5  anni. Per me erano costi indeducibili ai sensi di un articolo della precedente legge bancaria che l' ABI sine titulo aveva dichiarato desueto. Apriti cielo! Incaricano il re dei professori tributaristi il prof. ANTONINI. Questi mi aggredisce dichiarando l'amministrazione delle finanze imbelle di fronte alla tecnologia della intoccabile Banca d' Italia. Cosa poteva saperne un povero ispettorucolo del Fisco di modd. 31 Vig. o di Fabi o di matrice dei conti. Replicai: non si avventuri in autoschediasmi. Quanto si incazzo' Antonini! Credette di vendicarsi dandomi del borghese gentiluomo di Moliere.
La favola significa che almeno allora la scuola un po' di greco lo insegnava. Io l'avevo appreso dai preti. L'Antonini che credo avesse la cattedra universitaria provenendo dalla ragioneria ne era digiuno. Pote' forse avvalersi del francese che aveva cercato di insegnargli il collega di Orso. Oggi questa scalcinatissima scuola pubblica non insegna piu'  ne' greco ne' latino ma poi i poveri medici italiani usano termini come ideopatico senza saperne il significato greco. .
 
E qualcuno vorrebbe farmi credere che se qualche medico italiano ha un qualche successo all'estero è' merito della scuola italiana. Ma va la'!

giovedì 20 agosto 2015

autoschediasmi

Stasera, per zittire una cara amica che mi stava tediando oltre le mie grame capacita' di sopportazione (a 81 anni l' arterio sclerosi e' galoppante) rimbeccai: ma non ti avventurare in autoschediasmi. il termine,  non lo trovate in nessun vocabolario manco nel Treccani (almeno ai miei tempi). Io l'avevo trovato nel Mommsen (nei miei studi postscolastici. Nelle scuole non ti insegnano nulla). Era successo che in banca d'italia ero in rotta di collisione con Ciampi. Io gliene avevo detto ma lui poi me ne ha date, mi dimisi e passai al SECIT di Reviglio. Mi vendico e faccio una verifica alla mia ex banca di Italia di Ciampi. Chiedo tutta la contabilita' dei costi della Vigilanza bancaria dei precedeni 5 a anni. Per me erano costi indeducibili ai sensi di un articolo della precedente legge bancaria che l' ABI sine titulo aveva dichiarato desueto. Aprti cielo! Iincaricano il re dei professori tributaristi il prof. ANTONINI. Questi mi aggredisce dichiarando l'amministrazikne delle finanze imbelle di fronte alla tecnologia della intoccabile Banca d' Italia. Cosa poteva saperne un povero ispettorucolo del Fisco di modd. 31 Vig. o di Fabi o di matrice dei conti. Replicai: non si avventuri in autoschediasmi. Quanto si incazzo' Antonini! Credette di vendicarsi dandomi del borghese gentiluomo di Moliere.
La favola significa che almeno allora la scuola un po' di greco lo insegnava. Io l'avevo appreso dai preti. L'Antonini che credo avesse la cattedra universitaria provenendo dallavragioneria ne era digiuno. Pote' forse avvalersi del francese che aveva cercato di insegnargli il colega di Orso. Oggi questa scalcinatissima scuola pubblica non insegna piu'  ne' greco ne' latino ma poi i poveri medici italiani usano termini come ideopatico senza saperne il significato greco. .

E qualcuno vorrebbe farmi credere che se qualche medico italiano ha un qulalche successo all'estero è' merito della svuola italiana. Ma va la'!

tombe a iosa per Racalmuto, il paese dei morti.

 
 
Cari miei EX CORESIDENZIALI quanto siete cerimoniosi. Povero Emilio solo ciarle può fare. La corte dei conti non gli permette di muovere un dito. I disastri di bilancio dei suoi precedeccori compresi i commissari gli hanno lasciato gli occhi per piangere. E allora? Io proponevo certe soluzioni. Esasperato ho cambiato residenza. Astustamente Emilio sta facendo funzionare una triplice lettera. Festa (di la beddra matri di lu munti) farina (quegli spiticchi a pagamento degli ex aimisti) e TOMBA (ma questa ancora solo a parole).- Geniale questa ultima lettera - in piena consonanza con l'etimologia se davvero (cosa che nego) Racalmuto è il paese dei morti!.

tombe a iosa per Racalmuto, il paese dei morti.

 
 
Cari miei EX CORESIDENZIALI quanto siete cerimoniosi. Povero Emilio solo ciarle può fare. La corte dei conti non gli permette di muovere un dito. I disastri di bilancio dei suoi precedeccori compresi i commissari gli hanno lasciato gli occhi per piangere. E allora? Io proponevo certe soluzioni. Esasperato ho cambiato residenza. Astustamente Emilio sta facendo funzionare una triplice lettera. Festa (di la beddra matri di lu munti) farina (quegli spiticchi a pagamento degli ex aimisti) e TOMBA (ma questa ancora solo a parole).- Geniale questa ultima lettera - in piena consonanza con l'etimologia se davvero (cosa che nego) Racalmuto è il paese dei morti!.

tombe a iosa per Racalmuto, il paese dei morti.

Cari miei EX CORESIDENZIALI quanto siete cerimoniosi. Povero Emilio solo ciarle può fare. La corte dei conti non gli permette di muovere un dito. I disastri di bilancio dei suoi precedeccori compresi i commissari gli hanno lasciato gli occhi per piangere. E allora? Io proponevo certe soluzioni. Esasperato ho cambiato residenza. Astustamente Emilio sta facendo funzionare una triplice lettera. Festa (di la beddra matri di lu munti) farina (quegli spiticchi a pagamento degli ex aimisti) e TOMBA (ma questa ancora solo a parole).- Geniale questa ultima lettera - in piena consonanza con l'etimologia se davvero (cosa che nego) Racalmuto è il paese dei morti!.

tombe a iosa per Racalmuto, il paese dei morti.



Cari miei EX CORESIDENZIALI quanto siete cerimoniosi. Povero Emilio solo ciarle può fare. La corte dei conti non gli permette di muovere un dito. I disastri di bilancio dei suoi precedeccori compresi i commissari gli hanno lasciato gli occhi per piangere. E allora? Io proponevo certe soluzioni. Esasperato ho cambiato residenza. Astustamente Emilio sta facendo funzionare una triplice lettera. Festa (di la beddra matri di lu munti) farina (quegli spiticchi a pagamento degli ex aimisti) e TOMBA (ma questa ancora solo a parole).- Geniale questa ultima lettera - in piena consonanza con l'etimologia se davvero (cosa che nego) Racalmuto è il paese dei morti!.

Cara Profumo, non avventurarti in autoschediasmi!

Mia cara Profumo mi attribuisci demeriti che non ho e mi amputi merit che ho. Non mi sono mai ritenuto un genio, solo uno che anela alla verità (irraggiungibile anche perché Cristo non seppe che rispondere a Pilato). I miei nipoti sono quasi tutti bene appostati perché liberandosi degli impacci della scuola italiana dei precari hanno fatto corsi all'estero, sono andati talora persino in scuole specialistiche del vaticano (supplet ecclesia),Io stesso se non avesi frequentato un corso di nove mesi in via Ulisse Seni ove una tappetta non accademica mi ha insegnato l'econiia politica che il politico e assenteista prof. Mitrabella di Palermo non era stato capace di insegnarmi, non vincevo il concorso in Banca d'Italia e a quest'ora un pensionato a pensione non pagata e maggiorata quale ex docente precario di francese presso la scuola media di Racalmuto- Mia cara non ti avventurare in AUTOSCHEDIASMI. Non sono cose che conosci e sei presuntuosa se ti reputi alk'altezza di giudìcare da una tua impacciata telefoinata i direttori dei misei di Venezia (da te promosa) e di Firenze (da te bocciata). Quanto ad Orso che dire? Difende a spada tratta la sua pensione d'oro regalatagli dalla SCOLASTICA. Ora davvero mi avete infastidito!

mercoledì 19 agosto 2015

una estenuante rissa

Profumo Di Terra
Stranieri alla direzione dei nostri musei.
 Sarà mica una bufala che piace tanto a quei di destra?
 Sarà mica fantascienza?
 Sarà mica vero!! Caxxo ma , extraterrestre portami via! !!!

Sergio Zandonella Golin è transumanza...
Profumo Di Terra Ma fino a dove arriveremo ?
Sergio Zandonella Golin fino al mare...
Orso Grey White A giudicare dalle notizie direi proprio che NON è una bufala. Prima o poi dovremo rassegnarci alla esilità dei confini territoriali. I tedeschi costruiscono su progetti italiani e noi affidiamo i musei a stranieri. L'importante è che li rendano più "utili" anche sotto l'aspetto economico.
Lillo Taverna Cara Profumo, magari si cacciasse via tutta questa teppaglia che pascola nei nostri musei, nei nostri archivi storici (tolto l'ACS di Roma o quello dell'Aquila e qualche altro)- Ne ho una certa esperienza per frequentazioni piuttosto assidue- Nell'agrigentino abbiamo tante braccia sottratte alla terra da Mannino e C. che al massimo il lunedì fanno frastornante cnciliabolo calcistico. Una sovrabbondanza di personale squalificato e un declino della grande scienza museale e archivistica che ha contraddistinto l'Italia. L'abbiamo esportata questa scienza, mi auguro che vi sia un ritorno che magari abbia come lingua madre il tedesco o l'inglese ma sappia di greco e di latino senza di che né archeologia né paleografia risulktano accessibili.
Orso Grey White La national gallery a Londra è diretta da un italiano. Il Louvre da un'italiana. Così, tanto per puntualizzare.
Profumo Di Terra Franceschini...il ferrarese che non si è mai evoluto .
Se ne esce con l'iniziativa del secolo.
Orso, ma un minimo di intelligenza logica dovrebbe essere richiesta e pretesa.
Ma stiamo scherzando?
A cosa mi devo rassegnare?
MAI!
Orso Grey White Manuela, se pensi a come finora è stato gestito Pompei, se pensi che tanti musei stranieri sono fonti di guadagno per le città e le regioni, se pensi che due italiani dirigono i due più importanti musei d'Europa, penso che risulti chiaro che, finora, le scelte dei dirigenti non siano state fatte in base ai meriti ma in base - come al solito - alle amicizie politiche. Non amo Franceschini, lo ritengo uno dei tanti omuncoli della politica democristiana - ma, in questo caso, preferisco sospendere il mio giudizio fino a verifica di risultati.
Profumo Di Terra Così tanto per puntualizzare, se la national o louvre sono gestiti da italiani, ci sarà un motivo?
E Calogero, se alla direzione del nostro patrimonio ci sono persone squalificate, ma non ti viene di pensare di sostituirle con nostre qualificate?
No dico! Il volerci per forza tirare la zappa sui piedi, c'è l'ha ordinato il medico?
O piuttosto è tutto un bel giochetto politico e sporco e inaccettabile in fase di confezionamento?
Mai mi rassegnero' ad una tale evidenza fingendo di non capire suonandomi un violino di ingiustificate giustificazioni campate per eludere la verità.
E maiiii! Sostituirei la mia gente brava,capace, preparata con chicchessia!
Non vi pare almeno una decisione a dir poco x retina?
Fan culo i tedeschi! Oh

Lillo Taverna in questo campo il nostro personale qualificato trova più conveniente andare a dirigere scavi o a organizzare musei in tutte le parti del mondo non perché in Italia non siano apprrezzati (molti di loro occupano e mantengono cattedre italiane che disertano per aggiungere lucro estero a lucro italico). Cara mia non amo fare il delatore.-
Lillo Taverna I nostri più grandi direttori d'orchestra vanno a dirigere grandissime orchestre mondiali e grandissimi direttori d'orchestra esteri vengono graditissimi all'Auditorium di Roma- Nel campo dell'arte della scienza della clutura della medicina il becero nazionalismo è stupidità o gretto calcolo elettoralistico. Le osmosi sono sempre auspicabili e le ibridazioni gli innesti elemento di crescita umana e culturale Io divento nazionalista solo per il calcio: ma è per calcolo economico: sperperar soldi per fusti esteri che san dare calci ad una palla mi fa rabbrividire. .

Profumo Di Terra Quanti giovani escono dalle università e poi, stanno un attimo li, a capire se mai ci fosse bisogno di loro...ma basta con sta storia dell'italiano oh!
A me, la vostra presunzione di avere capito tutto mi fa imbestialire e da intelligente quale sono mi prendo la libertà di non ascoltarvi.
Alle fusioni di intelligenze, agli innesti, alle collaborazioni sono d'accordo.
Ma è un discorso diverso.
Orso Grey White Manu fattene una ragione: i politici che abbiamo li abbiamo (li hanno) votati in massa milioni di italiani.
Profumo Di Terra Mi spiace ma io no.
E se a te van bene, tienili
Li state giustificando con tanto di applauso.
Lillo Taverna Caro Orso, non sono d'accordo con te. Io i politici li ho frequentato dal vivo e ne ho una eccellente opinione. Chi mi dovesse dire che Garavini era un niente gli sparo- Certo c'è poi il teatrino della politico e a quell'uditorio becero incolto prepotento drogato e fannullone bisogna dispensare l'avanspettacolo (una volta le donnine nude ora con il ribaltamento della morale sessuale i maschioni con i grandi rigonfiamebti sotto la pancia) Ma attenzione io esulto per questa grande liberazione dei corpi e delle anime
Profumo Di Terra Stendo un velo pietoso.
Adios
Lillo Taverna stattene lì: oggi l'università italia è in decomposizione putrescente. Baronati immondii democristianamente foraggiati. Chi esce da una nostra università fa ridere i polli. E chi li vuole? Chi esce da una università cinese è un portento. Questa è un'altra realtà che si ama ignorare. Come è bello gridare : la fuga dei cervelli italianil

Profumo Di Terra Calogero? Stamane sei offensivo.
Mi par che tu, la tua pagnotta qua in Italia te la sei gustata bene!
Lascia spazio ai giovani italiani ora, perché c'è ne sono tanti di bravi! E il tuo atteggiamento è irritante
Lillo Taverna A me la scuola italiana (di ogni ordine e grado) non mi ha insegnato un fico secco. Meno male! Non mi ha guastato. Poi poi mi sono acculturato da me Vi è solo una vera università: quella della vita. Quella in cui tu cara Manu ti sei brillantmente laureata. Voglio vedere dove Orso ha imparato l'inglese che conosce bene (forse chiavandosi le vichinghe: beato lui). Che i giovani d'oggi siano bravi più bravi di noi lo penso lo dico lo scrivo ed irrito i parrucconi (se mi hai seguito una certa mia rissa canicattinese). Ho non ho figli ma tanti nipoti: tutti brillantemente occupati in Italia- A me mi chiedo una sola raccomandazione: di non raccomandarli. E' finità l'Italia assistenziale oggi comincia a consolidarsi l'Italia mitteleuropea che giustamente guarda più al rigido razionalismo della Merckel che al comico puaperismo di papa Cicciu. Ti debbo poi correggere: io non mi sono gudagnato la pagnotta ma il companatico ed altro ancora, m credimi senza raccomandazione alcuna. Ero eccezionale anche in Banca d'Italia anche in Vigilanza. Figurati c'è stato un momento in cu mi strapagavano purchè non facessi nulla. Ogni qualvolta mi davano un incarico ispettivo gli creavato tanti di quei grattacapi che peferivano tenermi j n quiescenza anzi tempo- Capriccio scriveva nel mio gascicolo personale "irrefrenabile e imprevedibile". Sarcinelli ebbe a dirmi che le mie erano bolle di sapone ed io gli risposi " se per lei il peculato, il pecxulato semplice, il falso in bilancio, la grande copertura dell'evasione fiscale - quella che in qualche modo cerchi anche tu di far passare come cosa lecita perchè non di omssa fatturazione si tratta ma di fatturazione prodromica) allora vuol dire che di siamo di opposta idea, ma sixccome io appartengo ad una certa chiesa marxista le permetto di avere una opinione diversa dalla mia). Cose che ti ho detto mille altre volte spesso IRRITANDOTI.Ma se non ti irritassi non mi degeresti neppure di uno sguardo (dovevo essere più crudo ma non posso: le donne cominciano a darmi del volgare perch° schietto. Torno bene educato).
Thomas Behering considerando le ottime carriere degli italiani che gestiscono i musei all'estero, dove non c'è la mafia nello stato, forse mettendoci stranieri meno avvezzi alle furberie sì potrà spender meno ottenendo di più. Non che mi faccia piacere, la mia è solo una constatazione

Profumo Di Terra Thomas che è intervenuto qua sopra, è un artista restauratore.
S'incazza spesso,giustamente, per come vengono lasciate alla berlina le opere storiche del nostro paese...
Disoccupato. .ma forse non sono aggiornata, spero non più.
Si presta a ridar luce e vita quando lo chiamano saltuariamente. Usa tecniche studiate e collaudate che mai ci svelerà. ..
Ma dai siiiii! !! Avanti lo straniero!

Lillo Taverna Bravo. Senza dubbio. Pochi sanno quale e' lo stacomatoso delle soprintendenze dei c.d. beni culturali. I ricatti che si consumano etc. Pochi sanno cisa sono i sotterranei dei museimitalini. Quanta roba non inventariata diviene miniera d'oro per locupletanti trafugamenti dabparte di custodi ignoranti ma rapaci? E i direttori, anzi ora le direttrici non ne sanno nulla? Non sono conniventi? Dicendo questo sono irritante? Sono fiero di esserlo!
Profumo Di Terra Sei irritante si.
Lo straniero forse costa meno, e magari non di meno dell'italiano la bocca gliela si può chiudere.
Ma che vantaggione!
Avanti lo straniero!!!
potere e siamo ligi al dovere.È che l'uomo è fragile,debole e corruttibile a qualsiasi longitudine appartenga.
Profumo Di Terra Infatti Francesca. ..
Non comprendo purtroppo la logica dello straniero e fino ad ora, nessuno è riuscito a spiegarmelo. ..pensa te!
Oh! ! fior di professori la sopra eh!...
Lillo Taverna Cara Manu ti staimincazzando con me e non capisco perche' . In fin dei conti non stiamomlitigando pernla vis grata puellis che non vuoi ammetttere manco se ti portano al Collosseo in pasto ai leoni. Dammi un chiarimento. Cosa intendi per straniero? Il francese il tedesci0o il rumeno il greco? Scusami ora siamo CE. Anche un tempo noi credevamo e dicevamo stranieri i polentoni e voi a noi sudisti ci dileggiavate come sudici. Non si affitano case a meridianali e a gente ckn cane.
Profumo Di Terra Lo straniero per me Calogero, è chiunque non sia italiano.
E bada che per me non c'entra la cittadinanza.
Io non mi sento appartenere alla CE.
LA DETESTO, LA RINNEGO, LA MALEDICO
Lillo Taverna Pensa per me e' straniero chi non e' siciliano ma no, chimnon e' agrigentino (come direnpresicano sicano greco romano arabo catalano svevo normanno borbonico) anzi no! Chi non e' racalmutese preferibilmente fontanaro. Mio nonno ci ha rimesso la pelle in Slovenia per rendere italiane Trento e Trieste e questa tua italietta manco un ceppo a memoria vuole dedicargli unitamente a quegli altri 31 racalmutesi figli delmpopolino siciliano ritenuti ancora disoersi in guerra magari pensando che erano stati codardi disertori. Sai quanto cazzo a me me ne frega della tua italia! Sono cittadino del mondo e comebesserinumani tutti gki uominimsono mieimfratelli.

Lillo Taverna Oh! Quanto mi piacerebbe veder cacciar via la sicula direzione della Soprintendena agrigentina e vederla affidata ad arcigni teutonici o a culi grossi alla Merkel. Non piu' contigui slla mafia, non piu' ignari della grande civilta' sicana di Racalmuto, xolerti nel perseguire chi ha capovolto il vincolo archeologico della grotta di fra diego apposto dalla fiorentini, chi ha ricoperto il sito grco romano delle grotticelle per darlo in pasto ai tombaroli, cbi omette di apporre vicolinalla noce e dintorni per non dar fastidi a sciascia o al padre del sindaco o ai geandi giirnalisti racalmutesi del momento, chi fingendi non sapere che un elmo punico trovato al serrone e' stato venduto in svizzera per 25 mila dollari, chi restringe quasi a zero i varinsiti arvheoligici delle stationes romane per darbdar fastidi alle copperativebrosse dinravenna e ai patrocinatori della collabente suoerstrada degli scrittori. Nonostante cio' io debbo gridare viva l' italia! No cara manu io grido via litalia daimoatrimoni dell'umanita'

Profumo Di Terra Tuo nonno eroe della Patria aveva una visione dell'italietta molto simile alla mia.
Onore e gloria!
Lillo Taverna Mio nonno se ne fotteva dell'italia. Ero un abbraccio. E analfabeta i suoi confini erano quelli della confina con grotte. Nel 1917 non voleva assolutamente andare alla guerra. Aveva cinque figli picciliddri cui pensaree aveva comprato una mula per divenire mezzadro, aveva una giovane bella moglie con la quale credo che a 37 anni piacesse fare all'amore (5 figli in pochi anni di matrimonio). Ho pubblicato le cartoline postali che mandava dal fronte ove facendosele scrivere invocava la madre di adooerarsi per farlo tornzre a casa liberandolo dalle topaie delle doline slovene. Un cecchino austriaco lo fulmino' in quelle folli ritirate della Catanzaro dello sgangherato esercito del criminale cadorna che indignarono persino l vate d'annunzio. Mio nonno se ne fotteva del tuo parruccone nazionalismo ormai pesrino fuori moda. Noi ormai siamo cittadini comunitari ci piaccia o meno e a me puace da morire, meglio che essere italiani.
Profumo Di Terra Ma secondo te, il nonno che è stato costretto a una guerra che non voleva e non capiva, ma secondo te! Che cazzo gliene potrebbe interessare di questa ridicola CE.
Stacci tu nel marasma dell'insesato magna magna!
Io e tuo nonno andremo altrove.
Un altrove che è casa nostra , né di uno di più e né di uno di meno..
Scio Germania dittatrice! Ti sei già abbondantemente fatta conoscere..
Pussa via!
Lillo Taverna Mio nonno aveva già superato lo shock che Garibaldi e Nino Bixio avevano prodotto in Sicilia dopo lo sbarco dei Mille. Mio nonno non credo che sapesse di once tarì e picciuli sbaraccati da certi briganti savoiardi con l'introduzione della MONETA UNICA la spregevole liretta del cosiddetto re galantuomo per quei baffi donnaioli. Non so se da fanciulletto avesse partecipato ai Fasci Siciliani di Colajanni e di Viciu Vella (ti la mangiasti la ciambella) . Forse non seppe niente di Crispi. Poi ecco, quel Giolitti là un certo respiro ebbe a darlo e mio nonno poté comprarsi una mula. E fare cinque figli. Ma ecco che Cadorna visto che i figli dei galantuomini si erano fatti dichiarare tutti riformati a Racalmuto va a rompere le scatole a mio nonno (trentasettenne e con due fratelli già suicidati nella guerra) e te lo manda con l'estranea Brigata Catanzaro al fronte e in un mese ci rimette le penne per un cecchino austriaco in quel della montagnosa Slovenia. A mio nonno non gli avevano dato manco la possibilità di andare alle elementari e le cartoline nella dolina del fronte non so chi gliele scrivesse.
A suo nipote omonimo cioè a me Calogero invece mi han fatto studiare e ho persino conseguito la laurea all'università di Palermo. Diciamo che so leggere e scrivere- Non solo ma per intelligenza e conoscenze tecnico giuridiche economiche sono potuto entrare nell'esclusiva Banca d' Italia e raggiungere persino alti gradi nella strategica vigilanza sulle aziende di credito. Così diciamo non me la possono dar da bere in materia valutaria finanziaria creditizia e fiscale. Così so che se non ci fosse quel baluardo della Merkel poveri noi manco il petrolio potremmo comprare e andremmo a piedi come successe negli anni '70 e credo che la mia diletta Manu non so come avrebbe fatto a portare Diego a scuola pare lontana 20 km. Ma di più. Cosa hanno capito codesti patetici nazionalisti italici dello tsunami cinese dei giorni scorsi. Anche qui se le banche tedesche per ordine della Merkel non avessero cimentato la borsa di Milano di rinculo alla speculazione al ribasso di Scianghai i ciarlieri clienti della mia diletta Manu dove andavano a finire? Credo falliti e addio incassi per la mia diletta Manu. Io non ho motivo alcuni di essere grato a quel culo grosso della Merkel , manco guido, ma la mia amica vada a portare un cero a quella bella Madonna del Guercino per grazia (tedesca) ricevuta

mio nonno io e la Merkel

Mio nonno aveva già superato lo shock che Garibaldi e Nino Bixio avevano prodotto in Sicilia dopo lo sbarco dei Mille. Mio nonno non credo che sapesse di once tarì e picciuli sbaraccati da certi briganti savoiardi con l'introduzione della MONETA UNICA la spregevole liretta del cosiddetto re galantuomo per quei baffi donnaioli. Non so se da fanciulletto avesse partecipato ai Fasci Siciliani di Colajanni e di Viciu Vella (ti la mangiasti la ciambella) . Forse non seppe niente di Crispi. Poi ecco,  quel Giolitti là un certo respiro ebbe a darlo e mio nonno poté comprarsi una mula. E fare cinque figli. Ma ecco che Cadorna visto che i figli dei galantuomini si erano fatti dichiarare tutti riformati a Racalmuto va a rompere le scatole a mio nonno (trentasettenne e con due fratelli già suicidati nella guerra) e te lo manda con l'estranea Brigata Catanzaro al fronte e in un mese ci rimette le penne per un cecchino austriaco in quel della montagnosa Slovenia. A mio nonno non gli avevano dato manco la possibilità di andare alle elementari e le cartoline nella dolina del fronte non so chi gliele scrivesse.
A suo nipote omonimo cioè a me Calogero invece mi han fatto studiare e ho persino conseguito la laurea all'università di Palermo. Diciamo che so leggere e scrivere- Non solo ma per intelligenza e conoscenze tecnico giuridiche economiche sono potuto entrare nell'esclusiva Banca d' Italia e raggiungere persino alti gradi nella strategica vigilanza sulle aziende di credito. Così diciamo non me la possono dar da bere in materia valutaria finanziaria creditizia e fiscale. Così so che se non ci fosse quel baluardo della Merkel poveri noi manco il petrolio potremmo comprare e andremmo a piedi come successe negli anni '70 e credo che la mia diletta Manu non so come avrebbe fatto a portare Diego a scuola pare lontana 20 km. Ma di più. Cosa hanno capito codesti patetici nazionalisti italici dello tsunami cinese dei giorni scorsi. Anche qui se le banche tedesche per ordine della Merkel non avessero cimentato la borsa di Milano di rinculo alla speculazione al ribasso di Scianghai i ciarlieri clienti della  mia diletta Manu dove andavano a finire? Credo falliti e addio incassi per la mia diletta Manu. Io non ho motivo alcuni di essere grato a quel culo grosso della Merkel , manco guido, ma la mia amica vada a portare un cero a quella bella Madonna del Guercino per grazia (tedesca) ricevuta

Indietro vada la teppaglia italica, avanti lo straniero

Cara Profumo, magari si cacciasse via tutta questa teppaglia che pascola nei nostri musei, nei nostri archivi storici (tolto l'ACS di Roma o quello dell'Aquila e qualche altro)- Ne ho una certa esperienza per frequentazioni piuttosto assidue- Nell'agrigentino abbiamo tante braccia sottratte alla terra da Mannino e C. che al massimo il lunedì fanno frastornante cnciliabolo calcistico. Una sovrabbondanza di personale squalificato e un declino della grande scienza museale e archivistica che ha contraddistinto l'Italia. L'abbiamo esportata questa scienza, mi auguro che vi sia un ritorno che magari abbia come lingua madre il tedesco o l'inglese ma sappia di greco e di latino senza di che né archeologia né paleografia risultano accessibili.

postfazione ad una rissa erotica canicattinese

voi avete un fiore fra le gambe e noi un uccello fra le gambe, Di norma si attraggono. Qualche volta generano. Ma al di là di codeste naturali funzioni procreative vi è una vita sessuale, un eros mirabile che  spesso fustighiamo depraviamo negligiamo. E sbagliamo. Tu non mi rendi giustizia se credi che io possa minimamente pensare che una donna sia un cuscinetto di piacere per un voglioso maschio. Non  mi passa per l'anticamera del cervello. Credo in una assoluta parità erotica tra maschio e femmina che superfetazioni pseudoetiche e morbose mistificazioni parareligiose hanno frastornata creando infelicità nelle donne e devianze nei maschi. Credo che un grosso processo liberatorio specie nelle donne sia  esploso in questo nuovo millennio ed io grido viva la LIBERTA', viva la parità tra uomini e donne anche  e soprattutto quella sessuale della terza vita di un essere umano (la fisica, la mentale e quella sessuale). Vita cara mia, gioia d vivere. Di norma amore è sesso oppure amore e sesso. Ciò che veramente distingue l'uomo dalle bestie. Loro sesso senza amore, noi amore con tanto sesso- Non so se hai seguito la mia rissa col dottore Silvano Messina. Questo il succo della mia tesi, stellarmente lontano dal tardo moralismo  da impensato parruccone.

martedì 18 agosto 2015

Beppe Cino kafkiano regista d'altri tempi

 
Ho visto, ho puntato il mio più aguzzo sguardo ispettivo - deformazione professionale - non capii capii apprezzai: plaudo. Beppe Cino torna grande, aspro, ineffabile, crudo, onirico. Il titolo era fallace. Storpiare il nome sacro di Mozart disorienta, ma è paravento ironico di un timido irriducibile. Queste foto ora sono rivelatrici. La fanciulla ha volto insolito, fuorviante. Non è bella ma avvenente per inestricabile riesumazione di sogni repressi, demoniaci, evanescenti. Dotata di sfingici richiami lussuriosi ha apparente castità contrapposta alle sepolte assurdità esistenziali del suo pigmalione: sogni tenebrosi, incubi, fracassi dell'anima, occidua cantilena del venir meno, del non essere più, del sentir prossimo l'ultimo esodo. Certe foto di kafkiani ambienti di un palazzo spallato. chiuso al traffico, di una crestomazia finita male in quel di Racalmuto, mi hanno colpito, e a modo mio anche illuminato. Certe altre di codesta assurda giovane donna appoggiata ad un muro di una scalinata per muli con sacchi granari da portare in chiesa sacrilegamente ha evidenti segni emblematici, allusivi, allucinati. Beppe Cino, consumato intellettuale ormai globalizzato - non riesce più a scrivere se non in estranee lingue - non girerà più il film di una Racalmuto imbellettata tra estinte parrocchie di Regalpetra e neppure si cimenterà in cronache paesane alla Ben Morreale. Lui ha tagliato quelle radici - se mai le ha avute - nelle lande di uomini sale e zolfo ed anche caciummo. Ci sorprenderà, ci abbacinerà. Ed io - che non gli sono certo affine - plaudirò e onorerò questo figlio di una Terra dalle eterne contraddizioni, eretica e bigotta, reazionaria e libertaria, drogata ed astemia.

ho preso una cantonata colossale: niente primule nel mio giardino ex conventuale solo ciclamini in questi giorni post ferragosto.

ho preso una cantonata colossale: niente primule nel mio giardino ex conventuale solo ciclamini in questi giorni post ferragosto.

lunedì 17 agosto 2015

nostalgie bigotte

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Dunque una collabente dittatura del millennio scorso si è frantumata. Ai giovani questa etica flaccida gesuitica clerical-fascista oggi non fa né freddo né caldo- Quanto ammiro ed apprezzo questta novella giovinezza del terzo millennio protesa a costruire non più la Città di Dio ma quella umanissina e gioiosa del nuovo mondo. Noi del millennio scorso siamo ormai fuori gioco. Le nostre prediche destanto soltanto il loro beffardo sogghigno. Niccianamente ad di là del bene e del male!
 
 
 

nostalgie bigotte

Dunque una collabente dittatura del millennio scorso si è frantumata. Ai giovani questa etica flaccida gesuitica clerical-fascista oggi non fa né freddo né caldo- Quanto ammiro ed apprezzo questta novella giovinezza del terzo millennio protesa a costruire non più la Città di Dio ma quella umanissina e gioiosa del nuovo mondo. Noi del millennio scorso siamo ormai fuori gioco. Le nostre prediche destanto soltanto il loro beffardo sogghigno. Niccianamente ad di là del bene e del male!

domenica 16 agosto 2015

Pesculi castrum


Per una storia del Castrum di Pescorocchiano

di CALOGERO TAVERNA

Pescorocchiano

Se noi, venuti da fuori ed incantati da questa aprica “rocca”, siam curiosi di sapere qualcosa sulla storia di Pescorocchiano e consultiamo Internet, poco o nulla riusciamo a sapere: tolta sorse la segnalazione i una interessante saga delle castagne, restiamo a bocca asciutta. Ecco perché questa paginetta di una visita pastorale del 1574 è cosa davvero ghiotta.

Un vescovo, arcigno metodico inflessibile, mons. Pietro Camaiani. Preso disacro furore nei prodromi della riforma tridentina, ecco ad esempio come folgora il prevosto di Pescorochiano: frater Franciscus Antonius de Arce Ranisii [ordinis S. Francisci] imperitus ac ineptus in confessionibus audienis, quare inhibitum sibi fuit. – INEPTUS. Il francescano, dunque, era fin troppo birichino specie quando a confessarsi erano le donne. Giudicato addirittura INETTO lo si interdice dalla somministrazione del sacramento della Penitenza. Per il resto, inesperto e carente, il vescovo Camaiani lo stronca con un aggettivo dequalificante: INEPTUS, come dire INSUFFICIENTE, come nelle pagelline dei miei tempi della scuola elementare.

Ma chi era questo grifagno visitatore apostolico? In fondo una lunga nota su di lui lui per chi abbia ben più di una semplice curiosità storica.

CAMAIANI, Pietro

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 17 (1974)

di Gerhard Rill

CAMAIANI, Pietro. - Di famiglia patrizia, nacque ad Arezzo il 1º giugno 1519. Della sua immediata parentela sono noti i fratelli Onofrio e Bernardino, imprigionato nel 1548 nel carcere romano di Tor di Nona. Nulla sappiamo dei suoi anni giovanili e della sua formazione culturale; poiché in seguito gli venne rinfacciata la sua scarsa conoscenza del latino, possiamo assumere che fosse privo di una solida formazione umanistica. Entrato nel 1539 al servizio di Cosimo I de' Medici, divenne nel 1545 segretario del Consiglio di stato col compito precipuo di sottoporre al segretario ducale Cristiano Pagni le relazioni degli ambasciatori.

Già nel maggio 1545 cioè ancor prima dell'inizio della prima fase del concilio, Cosimo aveva inviato a Trento suoi agenti perché gli riferissero gli eventi della sede conciliare. Inviato dal duca, il C. giunse a Trento nel febbraio 1546, inizialmente era stato incaricato di proseguire per Regensburg, ove doveva assistere alle discussioni tra cattolici e protestanti, ma apparentemente questa missione fu revocata, ed egli rimase a Trento quale agente fiorentino, cioè relatore e non rappresentante ufficiale del duca. I rapporti che inviò regolarmente dalla metà di febbraio si distinguono per precisione e sicurezza di giudizio oltre che per l'esattezza delle informazioni, che egli doveva in primo luogo alla sua dimestichezza con Angelo Massarelli, segretario del concilio. Quando questo decise, l'11 marzo 1547, di trasferirsi a Bologna, il C. rimase inizialmente a Trento con la minoranza imperiale, ma ben presto riconobbe l'inutilità di una ulteriore resistenza, per cui Cosimo, alla fine di maggio, lo inviò su sua richiesta a Bologna. Qui conobbe il cardinale Giovanni Maria Del Monte, successivamente papa Giulio III e protettore del Camaiani. La definitiva partenza del C. da Bologna, il 4 giugno 1549, offrì il pretesto al Del Monte per riferire a Roma sull'inutilità di una prosecuzione del concilio. Nel settembre 1549 il C. ritornò ancora a Bologna, ma era solo di passaggio per Venezia, ove fu per breve tempo "secretarius et agens" del duca Cosimo.

Giulio III affidò ripetutamente al C. missioni di rilievo politico, anzitutto in connessione col conflitto parmense. Quando Ottavio Farnese, che aveva riconosciuto la sovranità feudale del papa su Parma, cercò di ottenere in Francia un appoggio contro le minacce sue e dell'imperatore, Giulio III affidò al C. la missione di dissuadere il suo vassallo dal ricercare tale alleanza.

Le istruzioni impartite al C. il 16 febbr. 1551 stabilivano che l'impegno scritto del duca a revocare l'alleanza con la Francia avrebbe dovuto essere controfirmato dai suoi fratelli, i cardinali Alessandro e Ranuccio. Ottavio dichiarò al C. che non poteva revocare gli impegni contratti senza il consenso del re di Francia, e anche tre brevi in data 27 febbraio indirizzati a Ottavio, Paolo Vitelli e Ranuccio Farnese rimasero senza effetto, per cui il C. ritornò a Roma e l'8 marzo fece il suo rapporto.

Dalla fine di marzo ai primi di aprile il C. si recò nuovamente a Siena presso l'oratore imperiale Diego de Mendoza per la questione parmense, e con lui ritornò a Roma per colloqui con il papa. Dalla fine di maggio agli inizi di giugno soggiomò a Bologna nella veste di commissario pontificio, per raccogliere informazioni sulla situazione finanziaria e gli apprestamenti difensivi della città, oltre che sulla situazione militare di Parma. A metà giugno compì un altro viaggio informativo a Urbino, da dove inviò dettagliati rapporti sulle intenzioni dei Farnesi e del duca di Urbino, e sulla disposizione degli animi a Fano, Rimini ed Ancona. Quale plenipotenziario pontificio concluse ai primi di luglio col comandante delle truppe imperiali Ferrante Gonzaga un accordo inteso a coordinare le iniziative degli alleati contro Parma e Mirandola. Il 25 agosto Giulio III nominò il C. - tornato a Roma l'8 agosto - "cubicularius secretus" e "continuus commensalis", dotandolo anche di benefici a Firenze, Fiesole e Arezzo.

Il papa, che aveva inviato ai primi di settembre 1551 il cardinale Verallo a trattare la questione parmense con Enrico II di Francia, decise di inviare presso l'imperatore un nunzio straordinario che lo tenesse al corrente delle trattative, e destinò per questa missione il cardinale Rodolfo Pio da Carpi e infine, quando questi si ammalò, il Camaiani. Dato il modesto rango del C. - non era neppure vescovo - questa designazione attesta la particolare considerazione in cui egli era tenuto dal pontefice.

In base alle istruzioni in data 10 ottobre, il C. doveva addurre le ristrettezze finanziarie e l'amor di pace del papa a giustificazione delle trattative con la Francia, ed assicurare contemporaneamente l'imperatore che Roma non avrebbe concluso una pace separata. Inoltre, nonostante le trattative condotte dal Verallo, egli doveva concordare le ulteriori misure da intraprendere contro Parma.

Il C. passò per Firenze, ove conferì con Cosimo, e giunse ad Augusta il 21 ottobre; il giorno successivo accompagnò Carlo V a Monaco; ritornò a Roma il 5 novembre. La sua missione riuscì solo parzialmente, poiché l'imperatore, mentre acconsentiva a procedere energicamente contro Parma, si dichiarava ora disposto a pagare soltanto la metà dei 100.000 scudi precedentemente promessi. Pur continuando le trattative con Enrico II, Giulio III permaneva scettico nei confronti della Francia e il 21 dicembre inviava di nuovo il C. presso la corte imperiale, con l'ordine di attendere colà i risultati della missione Verallo e, se necessario, concordare un piano di azioni contro Parma. Prima della sua partenza, il C. ottenne l'ulteriore incarico di trattenere a Trento gli elettori di Magonza e di Treviri, che volevano partirne a causa dei disordini in Germania; era anche latore di brevi pontifici che dovevano facilitargli il compito. Assolto con successo questo incarico straordinario il 30 dicembre, giunse ad Innsburck il 1º genn. 1552, accolto amichevolmente dal nunzio ordinario alla corte imperiale, Pietro Bertano, presso il quale fissò la sua dimora. Ma la loro collaborazione, inizialmente buona, diede ben presto luogo a divergenze.

Il C., abituato ad agire autonomamente, vedeva nel cauto e malaticcio Bertano un ostacolo alla sua libertà d'azione; inoltre voleva avere al più presto una propria dimora e domestici (li ebbe solo alla fine di febbraio). Finalmente trattò con l'imperatore e col Granvelle all'insaputa del Bertano - cui tenne celata persino la chiave della cifra - sicché il Bertano era costretto nel corso delle trattative a simulare di fronte agli interlocutori di essere a conoscenza di quanto il C. gli aveva consapevolmente nascosto. Il modesto Bertano ne trasse le conseguenze, e chiese il proprio richiamo.Il 10 febbr. 1552 il C. veniva nominato nunzio ordinario e, contemporaneamente, vescovo di Fiesole; il 26 marzo il Bertano partì da Innsbruck.

Il C. aveva ottenuto così la desiderata autonomia, ma si era suscitato anche molte inimicizie. Persino diplomatici di solito divisi da aspro antagonismo, quali il rappresentante di Cosimo alla corte imperiale Piero Filippo Pandolfini e l'ambasciatore di Ferrara Ercole Rangoni, furono concordi nel giudicarlo: il C. ambiva soprattutto a conquistarsi il maggior prestigio possibile nel minor tempo possibile; epperò era "huomo senza lettere et poco pratico de' negoti"; parlava e scriveva molto, ma in un latino scadente, il che gli era valso il nomignolo derisorio di "il dicevolo". Con questo giudizio concordava il Granvelle, che lo definiva vanitoso, incostante e verboso.

Questi giudizi sono confermati in parte dai rapporti del Camaiani. Il nunzio vi criticava violentemente Carlo V e la sua corte; né dall'uno né dall'altra v'era da aspettarsi aiuto o comprensione perché essi, mancando di discernimento politico, badavano soltanto al vantaggio immediato. L'imperatore desiderava ardentemente la pace universale, perla quale aveva bisogno del papa, e pertanto non era necessario che questi si sforzasse di adempiere ai propri doveri di alleato. Conseguentemente il C. consigliava che la Curia, pur senza rescindere del tutto "il filo dell'amicitia" con l'imperatore, non si impegnasse in iniziative belliche e rimanesse in contatto con la Francia almeno tanto quanto bastasse per non porre in pericolo lo Stato della Chiesa e l'obbedienza della Chiesa francese. A quanto sembra il C. ebbe l'imprudenza di esternare le sue opinioni anche ad altri. Carlo V, quando venne a conoscenza della sua asserzione che l'elettore di Sassonia avrebbe violato i patti qualora si fosse accordato con l'imperatore, biasimò aspramente il nunzio, all'inizio di maggio 1552, e il C. chiese il proprio richiamo. Ma Giulio III rigettò la sua richiesta, e gli espresse nuovamente la propria fiducia.

Il C. pertanto rimase ancora alla corte imperiale, che seguì nella sua fuga dinanzi a Maurizio di Sassonia da Innsbruck, fino a Strasburgo. Qui, come gli altri ambasciatori, si separò da Carlo V che si recava in Lorena, e si stabilì a Spira (settembre 1552). I suoi rapporti avevano corroborato l'opinione del papa che l'imperatore fosse stanco della guerra e fosse perciò facile convincerlo a una azione di pace. Conseguentemente tanto più grande fu la delusione quando il 7 ottobre a Landau l'imperatore oppose un reciso rifiuto al C. che era latore di una proposta in tal senso.

Anche dopo questo insuccesso il C. consigliò di ripetere il tentativo entro due-tre mesi, ché l'imperatore - secondo lui vecchio, malato, avaro e stanco della guerra - e la Francia si ostinavano un contro l'altro come cani intorno ad un osso e tutto ciò avveniva probabilmente per volere di Dio, che così allontanava dalla Chiesa una seria minaccia. Che il papa aspettasse perciò l'ora in cui avrebbe potuto inserirsi, invocato terzo, tra i due esausti contendenti. Questo consiglio del C. peccava contemporaneamente di cinismo e utopia, in quanto non prendeva in considerazione né la missione della Chiesa né la situazione politico militare in Italia che non permetteva al Papato di assumere un ruolo di spettatore.

Dal gennaio ai primi di settembre 1553 il C. rimase a Bruxelles con gli altri ambasciatori accreditati alla corte imperiale. Quando venne a sapere del progettato invio di un cardinal legato, prima cercò di impedirlo, poi sperò che il papa scegliesse il giovane ed inesperto cardinal nepote Innocenzo Del Monte. Finalmente non fu neppure avvisato dell'invio del cardinale Girolamo Dandino, che giunse a Bruxelles nel maggio del 1553. Se ne può dedurre una diminuzione del prestigio del C. in Curia; in effetti egli, offeso, chiese il proprio richiamo.

Il Dandino si lamentava della sua scontrosa riservatezza nei rapporti personali, e della scarsa disposizione del C. alla collaborazione ed alla cortesia. Contrastava con questo e con i precedenti giudizi negativi il parere di Girolamo Seripando, che ebbe frequenti rapporti col C. a Bruxelles nell'estate 1553. Egli, come il duca Cosimo, lo stimava "propter ingenii acumen, fidem, diligentiam ac dexteritatem", e, come i padri conciliari a Trento prima di lui, per la sua intelligenza superiore e per i suoi modi piacevoli. Il contrasto col Dandino si concluse formalmente con una rappacificazione, ma in agosto il C. fu autorizzato a intraprendere il viaggio di ritorno, e il 2 settembre partiva da Bruxelles.

Il 12 ott. 1554 il C. fu nominato alla nunziatura di Napoli, nella quale succedeva al collettore pontificio Fabio Cupellato. Questa designazione ad una nunziatura di scarsa importanza, denotava una nuova diminuzione del prestigio del Camaiani. In realtà la sua attività a Napoli si ridusse alle funzioni di rappresentanza e ad alcuni interventi nei contrasti relativi a questioni di proprietà tra l'abbazia di Passitano e gli abitanti di Rieti e Civita Ducale. Con la morte di Giulio III, il 23 marzo 1555, il C. perdette il suo ultimo sostegno in Curia, come ebbe a riconoscere anche il Seripando, che gli scrisse una lunga lettera consolatoria. Richiamato in agosto, scomparve per alcuni anni dalla scena diplomatica.

Il 6 ott. 1561 il C. giungeva a Trento per partecipare alla terza fase del concilio. Cosimo, pur non conferendogli alcun incarico ufficiale, desiderava ricevere regolarmente rapporti dal C. che questi in effetti gli inviò fino alla fine di marzo 1562. Questo incarico venne poi assolto dall'inviato ufficiale del duca presso il concilio, Giovanni Battista Strozzi, che giunse a Trento in febbraio e fu subito coinvolto in una disputa di precedenze con l'inviato svizzero; il C. sostenne energicamente le pretese fiorentine. Anche ora egli appariva sempre ben informato e intervenne più volte nei dibattiti sull'Indice, sull'eucarestia, sul matrimonio dei preti. In questioni concernenti la Riforma, si espresse in favore della visita episcopale a spese del vescovo, per regolari sinodi diocesani, per l'obbligo ai parroci dell'esegesi biblica nei giorni festivi; sulla questione della residenza si schierò col partito del "ius divinum", ammonì contro decisioni precipitate sulla questione della concessione del calice ai laici e prese in considerazione un regolamento speciale per l'Ungheria e la Boemia.

Quando il cardinale di Lorena assunse la guida dell'opposizione, gli si unì anche un gruppo di vescovi italiani, tra cui il Camaiani. All'invito rivoltogli da Cosimo assieme a Spinello Benci vescovo di Montepulciano, di mutare tale atteggiamento, il C. rispose nel gennaio 1563 con una dichiarazione coraggiosa ma poco diplomatica: egli non ammetteva ingerenze in questioni puramente ecclesiastiche e, poiché si occupava di questioni conciliari da ben diciassette anni, era capace di decidere autonomamente secondo la propria coscienza. Nell'estate 1563 avrebbe dovuto comparire in un processo dinanzi al duca ma rifiutò di assentarsi dal concilio, benché il papa fosse disposto a dispensarlo. Caduto in disgrazia presso il duca, benché il papa avesse dichiarato, nell'ottobre 1563, a lui e agli altri vescovi dell'opposizione che non avrebbe tenuto conto nella loro carriera del loro atteggiamento, il C. non fu più chiamato, durante il pontificato di Pio IV, ad assolvere incarichi diplomatici.Finalmente Pio V gli affidò di nuovo una delicata missione. Richiamato a Roma nel settembre 1566, il C. ripartiva il 4 ottobre nunzio straordinario presso Filippo II. Le sue istruzioni contemplavano tre punti: doveva convincere il re a recarsi personalmente nei Paesi Bassi. doveva ottenere il trasferimento a Roma di Bartolomeo Carranza, l'arcivescovo di Toledo da anni prigioniero dell'Inquisizione spagnola; doveva infine persuadere il re che l'indiscriminato esercizio della monarchia sicula (le prerogative della Corona spagnola a Napoli ed in Sicilia) determinava la condizione di abbandono in cui versava il clero.

Il 7 ott. 1566, mentre viaggiava alla volta della Spagna, il C. fu nominato vescovo di Ascoli Piceno, ma con le entrate della mensa episcopale ridotte a 1.000 ducati annui.

Nel frattempo l'ambasciatore spagnolo a Roma aveva avvertito Filippo II di diffidare del C.; egli dubitava che il re ne sarebbe rimasto contento, comunque Carlo V non lo era stato. Filippo manifestò sdegno per la missione che sembrava mettere in dubbio la sua precedente promessa di comparire personalmente nei Paesi Bassi. Vari colloqui preliminari condotti insieme col nunzio ordinario Giovanni Battista Castagna e alcune argomentazioni presentate per iscritto condussero alla fine a un parziale successo: l'impegno vincolante di consegnare il Carranza (la consegna ebbe effettivamente luogo alla fine di aprile 1567). Sugli altri punti delle istruzioni il C. non riuscì ad ottenere alcun risultato. Egli si adoperò anche per la proibizione delle corride in Spagna. Il 12 febbr. 1567 fu richiamato a Roma.

Al suo arrivo nella sua nuova diocesi il C. trovò un clero prevalentemente simoniaco; non pochi erano coloro che si erano anche macchiati di gravi delitti. Egli si dedicò in primo luogo a mutare questa situazione, e ad attuare i decreti conciliari. Il 28 giugno 1567 annunziava la riforma del clero mediante un decreto affisso alla porta del duomo; seguirono le prime visite pastorali, nel luglio del 1567 e del 1568. I successi ottenuti dal C. nella sua diocesi convinsero Pio V, e poi Gregorio XIII, ad affidargli ripetutamente, nel periodo 1571-74, visite apostoliche, soprattutto in Umbria (1573-74). Il C. ricorse a norme particolarmente severe durante una visita della sua diocesi iniziata il 23 genn. 1575: controlli dettagliati dell'amministrazione e dell'edilizia del duomo; emanazione (25 febbraio) di rigorose disposizioni per la riforma del clero. Contemporaneamente alle visite, il C. aveva dato inizio alla regolare celebrazione dei sinodi. Il primo sinodo diocesano ebbe luogo il 22apr. 1568, e i risultati furono fissati nelle Constitutiones Synodales S. Ecclesiae Asculanae... (Romae 1568).Seguirono altri sinodi nel 1571 e 1572.

Particolarmente meritevole la fondazione, all'inizio del 1571, del seminario, con impiego di benefici vacanti e anche di proprie risorse. Negli ultimi anni il C. tentò anche di influire sull'amministrazione cittadina, ma la morte lo colse prima che egli potesse vedere i risultati di questa come di altre sue iniziative, come per esempio l'introduzione in Ascoli dei cappuccini, perseguita sin dall'anno 1567.

Morì ad Ascoli il 27 luglio 1579, e fu sepolto nella chiesa di S.Biagio, da lui fatta rinnovare, e presso la quale aveva istituito una Confraternita "Corporis Christi".

Fonti e Bibl.: Correspondance de Philippe II sur les affaires des Pays-Bas, a cura di L. Gachard, I, Bruxelles 1848, p. 487; G. Frascarelli, Monumenti lapidarii delle chiese esistenti nella città di Ascoli nel Piceno, Ascoli 1853, p. 24; Briefe und Akten zur Geschichte des sechzehnten Jahrhunderts mit bes. Rücksicht auf Bayerns Fürstrnhaus, a c. di A. v. Druffel, I, München 1873, pp. 582 s., 777; II, ibid. 1880, pp. 44 s., 49, 82, 167, 266, 782; III, 1, ibid. 1875, pp. 238-256; Concilium Tridentinum, ed. Soc. Goerresiana, I, Friburgi Brisgoviae 1901, passim;II, ibid. 1911, passim, III, 1, ibid. 1931, p. 12; V, ibid. 1911, p. XVI; VIII, ibid. 1919, passim;IX, ibid. 1924, passim;X, ibid. 1916, pp. 380, 435, 450, 497;XI, ibid 1937, passim; Nuntiaturberichte aus Deutschland, s. 1, XII, a C. di G. Kupke, Berlin 1901, passim;XIII, a c. di H. Lutz, Ubingen. 1959, passim;XIV, a cura di H. Lutz, ibid. 1971, p. XVII, 7; Die röm. Kurie und das Konzil von Trient unter Pius IV. Aktenstücke zur Gesch. des Konzils von Trient, a C. di J. Šusta, III, Wien 1911, pp. 156 s.; IV, ibid. 1914, pp. 96, 98, 340; Corresp. diplom. entro España y la S. Sede durante el pontif. de S. Pio V, a C. di L. Serrano, I, Madrid 1914, passim;II, ibid. 1914, pp. XLV, 7 s., 37 s., 81, 88; Hieronymi Seripandi "Diarium de vita sua", a C. di D. Gutiérrez, in Analecta Augustiniana, XXVI (1963), pp. 96, 98, 100, 107 ss.; Il carteggio degli ambasciatori e degli informatori medicei da Trento nella terza fase del Concilio, a C. di A. d'Addario, in Arch. stor. ital., CXXII (1964), pp. 14, 17-70, 74-81, 83-88, 91-97, F. Ughelli-N. Coleti, Italia sacra, I, Venetiis 1717, col. 472; III, ibid. 1718, col. 264;G. I. Ciannavei, Compendio di memorie istoriche spett. alle chiese parrocchiali della città di Ascoli, Ascoli 1797, pp. 11 s.; G. Cappelletti, Le Chiese d'Italia, VII, 2, Venezia 1848, pp. 773 s.; L. Gachard, Don Carlos et Philippo II, II, Bruxelles 1863, p. 372;Id., Les archives du Vatican, Bruxelles 1873, pp. 55 s.; Ch. Ruelens, Notes sur les bibliothèques de Milan, Rome, Florence, in Bull. de la Comm. [belge] royale d'histoire, s. 3, IX (1866-67), pp. 245 s.; G. de Leva, La guerra di Papa Giulio III contro Ottavio Farnese, in Riv. stor. ital., I (1884), pp. 663 s.; Id., Storia documentata di Carlo V in correlazione all'Italia, V, Bologna 1894, pp. 197s., 214 ss.; G. Zippel, Una questione di precedenza al concilio di Trento , Firenze 1890;A. Pieper, Die päpstlichen Legaten und Nuntien in Deutschland, Frankreich und Spanien seit der Mitte des sechzehnten Jakhunderts, I, Münster W. 1897, passim;L. v. Pastor, Geschichte der Päpste, VI, Freiburg i.B. 1913, pp. 71 s., 101 s., 104;VIII, ibid. 1920, pp. 152, 286-89, 345 ss.; IX, ibid. 1923, p. 59; G. v. Gulik-C. Eubel, Hierarchia catholica..., III, Monasterii 1923, pp. 119, 196;B. de Meester, Le Saint-Siège et les troubles des Pays-Bas, 1566-1579, in Recueil de travaux publ. par les membres des conférences d'histoire et philologie. Louvain, s. 2, XXVIII (1934), pp. 29-34;H. Jedin, Girolamo Seripando. Sein Leben und Denken imGeisteskampf des 16. Jahrunderts, Würzburg 1937, I, pp. 477, 483; II, pp. 33, 36 ss., 41 ss., 304, 595-602;Id., La politica conciliare di Cosimo I, in Rivista storica italiana, LXII (1950), pp. 345-48, 350-52, 354-57, 484 s.; Id., Geschichte des Konzils von Trient, II, Freiburg 1957, pp. 75, 415, 440, 461, 518, 529; III, Freiburg-Basel-Wien 1950, passim;Id., in Lexikon für Theologie und Kirche, II, Freiburg i.B. 1958, col. 898; C. Tihon, in Dict. d'Hist. et de Géogr. Ecclés., XI, Paris 1949, coll. 504-509; M. Marseletto, in Enc. Catt., III, Città del Vaticano 1949, col. 420; G. Fabiani, Sinodi e visite pastorali ad Ascoli dopo il concilio di Trento, in Riv. di storia della Chiesa in Italia, VI (1952), pp. 265-279; Id., Ascolinel Cinquecento, I, AscoliPiceno 1957, ad Ind.;P. Villani, Origine e carattere della nunziatura di Napoli (1523-1569), in Annuario dell'Ist. stor. ital. per l'età moderna e contemporanea, IX-X (1958), pp. 315 s., 411-422; H. Lutz, Christianitas afflicta. Europa, das Reich und die päpstliche Politik im Niedergang der Hegemonie Kaiser Karls V. (1552-1556), Göttingen 1964, ad Ind.;D. Gutiérrez, Testi e note su l'ultimo quadriennio del generalato di Seripando, in Analecta Augustiniana, XXVIII (1965), pp. 361, 379-82.




Il sullodato vescovo visitatore, appena giunto “a lu Pescu”, viene subito attratto da un rudere: sono i resti della chiesuola dedicata a S. Massimo e S. Pietro. In tempi remotissimi chissà chi (ma certo un facoltoso) aveva eretto quel piccolo tempio per farmi recitare un paio di messe all’anno per la salvezza dell’anima sua. L’aveva dotata con tre salme di frumento annue. Si trattava di un non cospicuo beneficio perpetuo che nelle carte del vescovo inquisitore risulta un paio di simplex beneficium (simplicia beneficia, nel gergo del Camaiani). Il diruto tempietto del “territorio Pesculi”, va ora abbandonato ed i benefici vanno trasferiti “in ecclesia S. Andree, parocchialem intus dictum castrum Pesculi”. Ma qui va eretto un altare dedicato ai predetti S. Massimo e San Pietro. Esiste ancora quest’ara?

Quanto alla demolizione della chiesetta, per il vescovo va eretta una “crux lapidea”, nella forma ora imposta dal Concilio di Trento. Esiste ancora questa croce in pietra? dove è (o era) collocata”? Non sono uzzoli archeologici, ma voglia di far emergere da tali brume le testimonianze di questa nostra simpatica (ed obliata, almeno storicamente) cittadina

Si affaccia così il rettore parroco, un francescano dai costumi non proprio esemplari: il visitatore lochiama con nome e cognome anche se francescano: d. Joannes Antonus Petronius. Fruisce dei citati benefici (edi quelli più congrui, come vedremo). Da ventidue anni gestisce questo lembo del Cicolano, di qua e di là del fiume. Lo ha legittimato con tanto di bolla autorizzatoria il vescovo di Rieti del tempo, il 7 novembre del 1548.



Pescorocchiano vien chiamato molto più semplicemente (e per noi più simpaticamente) PESCULUM. Per noi Pescorocchiano significa Rocca a Picco. Parafrasiamo Benedetto Croce:

Il nome Pescorocchiano sembra derivare da "Pesculum Roccae", cioè roccia sorgente a picco (dal tardo latino "pensulum"), o masso che serra, così come Benedetto Croce definiva la sua Pescasseroli "Pesculum ad Sorolum", cioè masso presso il piccolo Sangro (le sorgenti), fiume il cui nome richiama alla memoria antiche trasmigrazioni pelasgiche. La parte più antica dell'abitato sorge ai piedi dello sperone roccioso «pesco») su cui si trovano i resti di Castel Mancino. Nella leggenda marsicana il poeta pastore Cesidio Gentile fa derivare la fondazione di Pescasseroli dalla vicenda drammatica di un giovane cavaliere crociato, Serolo, figlio del Conte Maracino, signore del castello. Serolo, partecipando alla I° Crociata, incontra in Palestina la bella saracena Pesca, della quale si innamora e che sposa. In compagnia di un santo anacoreta, che aveva con se la statuina lignea della Madonna nera, Pesca viene mandata da Serolo al castello. Una volta al castello, il vecchio Conte si invaghisce di Pesca che, fuggendo, viene raggiunta ed uccisa in prossimità di una sorgente.

Con qualche ritocco e qualche innocente arbitrio quella favola della bella saracena PESCA la potremmo ritagliare per la nostra località: non per nulla tra le ville di Pescorocchiano si annovera GIRGENTi dall’ammiccante ma equivoco toponimo arabo.



L’abbiamo già visto: svetta una grande chiesa che è dedicata a S. Andrea. La nostra cittadina è un “castrum”: un castello dunque, che conferisce prestigio ed importanza a Pescorocchiano, essendo stato nel tempo punto nevralgico di difesa. Parroco è sempre il citato francescano don Giovanni Antonio Petronio. Sembra secolarizzato per quel fregio, per aver ripreso il suo cognome di famiglia e di non essere indicato con il modesto e francescano titolo di “frater”.

La chiesa viene visitata in pompa magna. È sotto la giurisdizione della illustrissima donna Virginia Sabelle (Savelli). Il vescovo ostentatamente elude il termine giurisdizione per parlare (qui ed altrove) di ditio, ditionis, che vuol dire tanto se h peso giuridico, se no, nulla. La famiglia Savelli (o Sabelli) è quella celebre nella storia medievale romana del Gregorovius per doverne qui parlare. Solo che nel 1574 era definitivamente decaduta. Questa Virginia chi è allora? Forse un rompicapo per gli st. Escludiamo che orici. Ci pare per il momento ignota: appare nelle carte del vescovo quale residuato feudale come magari erede per via femminile di un castello non più egemone. Gli epigoni della famiglia sono questi:

Di questa nobile casata faceva parte anche la principessa Carlotta Savelli (1608-1692), donna dall'animo pio, che regalò ad alcuni terremotati, fuggiti dalle loro terre, il feudo di Savelli, in Calabria, dove ora si erge l'omonimo comune. Il simbolo stesso del comune di Savelli è lo stemma della nobile famiglia romana.

La famiglia si estinse con Giulio Savelli, morto il 5 marzo 1712, con l'eccezione del ramo cadetto dei Giannuzzi Savelli (Baroni di Pietramala, Principi di Cerenzia, Patrizi di Cosenza), nel Regno di Napoli come condottieri dal 1421, discendenti da Giannuzzo di Antonio Savelli (Roma, XV secolo).



Possiamo pensare che la nostra Virginia rientri in una delle tante ramificazioni cadette, come dire una ramificazione cadette del sunnominato Giannuzzo Savelli che mise radici nel Napoletano e ricordiamoci che dopo tutto il Cicolano cade nell’area del Regno delle due Sicilie.



Sarà per rispetto ai Savelli, sarà perche la chiesa madre di Pescorocchiano non era proprio da disprezzare, Fatto sta che il signor vescovo visitatore stavolta si limita a dire che essa non è “improbanda”, purché però si proceda all’assestamento del tetto: “implanelletur aaut intabuletur”, occorre dunque rifare il soffitto oppure farne in tavole uno nuovo. Altri lavori da fare sono: intonacare con la calce alcune parti delle pareti ed imbiancarle; ammattonare in pietra il pavimento; costruire nuove tombe per la sepoltura dei cadaveri dei defunti. Per tutte le disposizioni viene fissato un termine. La prossima raccolta delle messi. Trascorso inutilmente tale termine, sia proibito inumare sotto il pavimento della chiesa sotto pena di scomunica.

Il vescovo resta inorridito da una statua in bella vista nella chiesa madre di Pescorocchiano: posta su un altare costruito con la calce gli appare “satis deforme ac vestuste”. Un orribile “monumentum” dunque deforme, mutilato, cadente “vetusto”: questo prelato cinquecentesco il latino lo domina, magari quello ecclesiastico della tarda latinità, e la lingua latina è per sua natura paratattica, essenziale, efficacissima. La statua va demolita quanto prima “quamprimum”, ma trattandosi sempre di una sacra effigie occorrono cautele per evitare impressioni sacrileghe presso il popolino di Pescorocchiano ( e non saremo certo qui lo sprezzante spirito aristocratico dell’alto clero del tempo) invero propenso a pratiche superstiziose atte a utilizzare i resti di una immagine sacra solennemente benedetta. Allora quella statua va demolita bruciandola e le ceneri vanno conservate nel “sacrarium”, sottratte dunque alle tentazioni degli incolti fedeli del luogo, pronti a abbandonarsi malefici riti.

Vi è un’altra statua che si ergeva su un piccolo altarino, abbisogna di una mano di pittura: che vi si provveda, statuisce il prelato visitatore , venuto da Ascoli. Come potessero fare i pescorocchianesi a trovare un decente pittore che riabbellisse la vecchia statua, non sappiamo e siamo in grado di ipotizzarlo.

La sacrosanta eucarestia va – impone sempre il vescovo – va custodito (asservatur) in un degno tabernacolo: evidentemente quello che c’era non era per i gusti del vescovo visitatore “condecente”.Si trovasse uno di codesti tabernacoli ben testimonierebbe in un antiquarium “condecens” questo passaggio epocale della chiesa pescorocchianese. E il nuovo tabernacolo all’interno doveva essere foderato in seta color purpureo. Il sacro fonte battesimale andava accomodato secondo le disposizioni che avrebbe impartito il commissario a ciò deputato cioè il canonico reatino d. Pietro Cappelletti. Questi è il numero nove della curia, è dottore in utroque, è ritenuto un lodevole canonico versato nella dottrina della Chiesa e di lui ampiamente si tratta in positivo nella “camparitione facta sub die 27 decembris 1573”: in una parola “laudandus”.

I rilievi ispettivi sono ora consueti, ripetitivi: il vasetto dell’olio santo per l’estrema unzione sia separato da quello dei catecumini (che a Pescorocchiano vi potessero essere dei catecumini, noi ne dubitiamo fortemente) e venga custodito in una nicchia chiusa con una fenestrella, anche se in comune; l’icona dell’altare maggiore venga restaurata e resa più lucida; gli altari sprovvisti di reliquie ne vengano dotati e si provveda a tutto quanto difetta erigendosi in particolare una croce nel mezzo dei due candelabri.

Quanto ai paramenti, ornamenti e alle altre suppellettili sacre nulla da raccomandare se non la disposizione a dotare la chiesa di una casula o pianeta violacea con stola e manipolo, se non di seta almeno di tessuto di Fiandra, nonché di un pallio bianco; il tutto entro il prossimo raccolto delle messi..

In conclusione: come si diceva il rettore è don Giovanni Antonio Petronio, nativo del luogo; insediato con nomina vescovile il 7 novembre del 1548; il suo reddito è di scuti venti annui, è il pastore di quaranta famiglie (quasi duecento abitanti) e sarà da imporre loro di corrispondere tale sussidio, quello generalizzato e quello particolare almeno in due rate. La pignoleria ecclesiastica nel tassare i fedeli dalla culla alla tomba fa qui capolino.

Vi sono poi due confraternite di Santa Maria e di Sant’Atanasio che non possiedono rendite certe; salvo gli apporti che i confratelli danno in frumento per il cibo dispensato ai poveri. Senonché il vescovo non approva questi atti caritatevoli e impone loro di astenersene per provvedere invece all’olio della lampada e comprare il baldacchino per accompagnare il sacerdote quando va a portare il sacramento dell’eucarestia agli inermi. Un divieto non scandaloso per quei tempi, ma a noi laici e moderni un certo effetto lo fa. Speriamo che almeno si rinvenga quel baldacchino per il nostro agognato Antiquarium, a ricordo di usi e costumi del passato con un tocco di rammarico: niente pane per i poveri ma olio per la lampada votiva e semmai un parasole di broccato per il prete dell’estrema unzione.

In Pescorocchiano vi erano ovviamente altre chiesuole. Vi era il beneficio semplice dotato a don Giovanni Antonio di San Nicola. La fabbrica poteva andare sempreché si rifaceva il soffitto oppure lo si intavolava; le pareti le si intonacava con la calce e si imbiancavano; il pavimento veniva lastricato; l’altare lo si restaurava con i debiti requisiti e nella parete di fondo vi si dipingevano i canonici tre quadri del crocifisso, della Vergine Maria e del santo titolare San Nicola. Il rettore fra’ Giovanni Antonio vantava la provvista vescovile sin dal 13 giugno del 1561, e per questa rettoria percepiva di reddito cinque giulii annui. Il termine monetario GIULIO usato nello stato pontificio nel 1574 ci disorienta alquanto. Di sicuro vi sarà chi saprà ben spiegare questo aspetto, non irrilevante per la storia della moneta.



L’altro beneficio semplice è dedicato a Santa Maria “Montis Falconis” sito sempre all’interno del CASTRUM di PESCULI. Qui la fabbrica appena restaurata non è “improbanda”. Bontà sua! Il pavimento tuttavia va lastricato e vnno costruite nuove tombe “pro sepeliendis cadaveribus”; nell’altare maggiore vada eretta unna croce e non altro dipinta e gli altri altari siano corredati di icone nonché di scabelli e siano rimossi certi vilissimi panni pendenti.

Per l’ulteriore beneficio di Santa Maria <de monumento>, un tempo esistente all’interno del paese ed ora diruto, si ricorda che andava instaurato nel termine di unno, sotto pena di quindici scudi da devolvere al seminario reatino. Il rettore è ancora don Desiderio di Colle Alto e vanta n reddito annuo di ei selmae di frumento. Permane l’onere di celebrare due messe ogni mese di domenica. Di don Desiderio di Collealto non sappiamo null’altro in questa sede.