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venerdì 14 ottobre 2016

giovedì 13 ottobre 2016



 
 
   Lettera seconda) a Patrizia 

Torno a Balla, critico serio, uomo di raffinatissima cultura pittorica. Per vivere, venne di straforo in Banca d’Italia. Lì lo conobbi, addirittura nell’agone sindacale. Ovviamente eravamo in CGIL: duri, malefici, irriducibili: ce la dovevano vedere con il figlio adottivo di Acerbo … e Persiani Acerbo era – buon’anima, si dice – un fascistone inflessibile. Mentre qualcuno si costruiva una piscina sul tetto di uno storico palazzo di Fontanella Borghese, sfondandolo, l’Acerbo fascista moralizzava per qualche notturno colloquio in Bankitalia con artisti d’Oltre Oceano. Una bazzecola che cercai di cassare da rappresentante sindacale di sinistra, in una commissione interna d’inchiesta. Vinsi allora, ma Alessandro tagliò la corda. Con il cipiglio di chi viene da una inattingibile schiatta di eccelsa pittura, tornò a riguardarsi i quadri delle sue due bisbetiche zie, come questo:
 
Se fossi pittore, da tutti mi farei ponderare meno che da Alessandro Balla, salvo a chiamarmi Guttuso, perché siciliano, o Cagli, come preferiva un mio grande sodale comunista di La Spezia (on. Varese Antoni). Apparentemente, da non temerlo molto; ed è poi soavemente galante specie con belle donne in fiore. Mi consta, monogamo, quasi quanto me: ma poi vatti a fidare di un bell’uomo come lui.

Di Poce dipinge, o almeno allora dipingeva, con geniale allegrezza, forse esuberantemente come avviene quando prorompono ancor giovanili ardori. Coloristicamente (con i colori di Roma?... Bah! Un mio amico di Bankitalia – anche lui pittore, ma soprattutto scultore che senza essere Bernini seppe, una volta, cogliere quello spasimo femminile del momento terminale dell’amore, ciarlava con me della inesistenza a Roma di cieli e colori vividi). Poverino, fu schiacciato dalla P2 osteggiata da Pertini. Non aveva neppure firmato l’adesione a Gelli. Ma questi – su segnalazione di un compaesano del Nostro – lo aveva allibrato; così apparve nei famosi elenchi trovati inopinatamente dal padre di Massimo d’Alema e dal giudice Colombo in una – per loro – estraneissima villa toscana. Il Ciampi, prima misericordioso, poi astioso, (d’un tratto era diventato antimassonico e persino bizzochero; e dire che noi in B.I. lo credevamo laico con cazzola e triangolo) umiliò il meschinello piduista, destituendolo nel prestigioso incarico ispettivo di vigilanza bancaria. Era il dottor Aronadio: supplichevole una volta ebbe a telefonarmi perché intercedesse con il terribile on. Giuseppe D’Alema, credendomi ancora suo collaborazionista. Purtroppo avevo avuto il mio bravo disguido con il sullodato onorevole rosso, non alieno dal credere ad una congiura ai miei danni; si tentò giornalisticamente di accreditarmi come quinta colonna di qualche pingue mio paesano d’America: uno scagnozzo molto remunerato da Sindona per millantato credito presso la cupola nuiorchese di Cosa Nostra. Favola ridicola davvero, ma ebbe facile credito presso le autorità nostrane e straniere, necessitate di trovare diversivi credibili a loro non commendevoli orchestrazioni valutarie. Povero Aronadio: non ne ho saputo più nulla. Credo che sia morto. Dopo una vecchiaia comunque triste e vizza. Ecco una tragedia che non mi risulta vivificata da pittori ed artisti. Senza futura memoria, quindi, e non dobbiamo scomodare Sciascia per qualche introverso diniego di ciò che in avvenire sarà storia “narrabile” alla Castro.


 

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