Profilo

venerdì 4 novembre 2016

A Racalmuto, nella cura delle anime, allo Sconduto era succeduto il sac. dott. Giuseppe Cicio che dopo un quinquennio cessò i suoi giorni terreni (+ 6 novembre 1636). Il successore nell’arcipretura, D. Antonino Molinaro (28 febbraio 1637) dura ancor meno. Subito dopo muore don Santo d’Agrò (+ 22 luglio 1637) cui infondatamente Tinebra Martorana, Sciascia e qualche altro ricercatore ancor oggi vuole assegnare il merito della moderna Matrice sub titulo S. Mariae Annunciationis.
Il Vescovo Traina, frattanto, seduto sulla sponda del fiume aspetta il momento della sua vendetta. Finalmente può arraffare l’arcipretura di Racalmuto, vi manda un suo parente da Cammarata: è anche per quei tempi un giovanotto e risulterà di scarso discernimento. Si chiama Tommaso Traina. Vanta un dottorato, chissà se effettivo. Ha solo 24 anni. Lo segue una caterva di parenti. Molti sono religiosi e qualcuno finirà la sua vita terrena a Racalmuto come don Filippo Traina (+ dopo il 1643); altri, i più, finita la pacchia veleggeranno verso altri lidi, come Giuseppe e Michele Traina. Particolare menzione merita codesto don Giuseppe Traina che nel 1939 figura come economo della Matrice, incarico che ricopre nel 1645 e nel settembre del 1652 viene indicato come pro-arciprete. Era stato nel frattempo costruito il convento di Santa Chiara con il lascito di donna Aldonza del Carretto, che vi aveva destinato parte dei pretesi diritti mora per mancata corresponsione del “paragio” da parte del fratello Giovanni IV e dei suoi eredi Girolamo II, prima; e Giovanni V, dopo. Il convento dovette però sorgere e completare per la dotazione di altri benefattori che ignoriamo, e soprattutto per interessi di mora capitalizzati, dovuti dalle Tavole di Palermo.
Don Giuseppe Traina, pronubi l’arciprete ed il vescovo, diviene l’esoso cappellano e confessore di quelle pie monache. Nei libri contabili, reperibili presso l’archivio di Stato di Agrigento, v’è quasi un pianto per le continue erogazioni che il convento è costretto a subire in favore di questo prete venuto dai monti di Cammarata.
Varrebbe la pena spulciare le varie note spese che appaiono nei libri contabili dell’archivio di Stato di Agrigento, presentate dal Traina al Convento per l’immediata liquidazione, pronto cassa; ma non è questa la sede per siffatte ricerche di sapore ragioneristico.
Il giovane arciprete Tommaso Traina s’impania nella transazione con gli eredi di don Santo d’Agrò: sobillatore ci appare l’esecutore testamentario, don Dn. Franciscus Sferrazza, dichiaratosi Legatarius dicti quondam Dn. Sancti de Agrò. Che cosa abbia disposto in favore della Matrice don Santo d’Agrò, non mi è ancora dato di sapere, non essendo stato rinvenuto il suo testamento, nonostante le tante ricerche. Disposizioni in favore della sua tumulazione nella chiesa madre - che in quel tempo risulta allargata dagli altari centrali a quelli laterali, entrambi i primi a sinistra ed a destra dell’attuale edificio - non dovevano mancare, ma dovevano essere ambigue ed indecifrabili. Familiari diretti del defunto, sacerdote, l’esecutore del testamento ed il giovane arciprete addivengono ad una transazione. Il rogito cadde sotto l’attenzione di Tinebra Martorana, procuratogli pare - guarda caso - da tal signor Salvatore Sferlazza. Come da quel magari incerto latino notarile, il Tinebra abbia potuto raffazzonare quel po’ po’ di fandonie che leggiamo a pag. 143 delle sue Memorie è arcano che non manca di sorprenderci. A dire il vero l’alumbramiento più che nel casto sacerdote Santo d’Agrò sembra di coglierlo nei nostrani scrittori, passati e presenti.
Tralasciamo qui di scrivere su Pietro d’Asaro, su Marco Antonio Alaimo - che pure qualche attinenza, non foss’altro, d’indole temporale, con il Traina ce l’hanno - perché divagheremmo troppo, esulando appieno dai limiti del presente lavoro, volto alla ricostruzione della storia ecclesiastica di Racalmuto. Non mancherà tempo per restituire a Pietro d’Asaro quello che è di Pietro d’Asaro e togliere a Marco Antonio Alaimo quello che secolare letteratura agiografica ha su di lui profuso in superfetazioni.
Il 30 agosto l’arciprete Traina muore a soli 35 anni. Gli atti della Matrice segnano:

1648 TRAIJNA Arc. Thomaso Matrice
gratis

ed il cappellano detentore dei libri annota:
Il d.re D. Thomaso Traijna Sacerdote et Arciprete di. questa Terra di Racalmuto d’età' d'anni 35 et mese cinque si morse et fu sepellito in questa Matrice chiesa di detta terra. Gratis
Ove giaccia in Matrice, si è persa la memoria.
Il 4 ottobre 1651, il vescovo Traina, dopo tante peripezie, fra le quali una fuga notte tempo a Naro, cessa di vivere. Nella macabra cappella funeraria della Cattedrale fece incidere, in orripilanti caratteri bronzei, peracri ecclesiasticae libertatis studio administravit. Chiamò libertà della chiesa il suo pervicace attaccamento alle cose di questo mondo, come la giurisdizione sui racalmutesi. Anche da morto non si smentì. Denis Mack Smith, un protestante, non si esime, a distanza di secoli, dal punzecchiarlo nella sua Storia della Sicilia.

* * *
Al Traina subentra nell’arcipretura don Pompilio Sammaritano, un semplice dottore in teologia. Porta con sé un parente sacerdote, don Pietro Sammaritano. Lo nomina subito suo cappellano ed il racalmutese p. Antonino Morreale viene giubilato e deve emigrare. Lo segue uno stretto parente, forse un fratello, un tal Francesco Samaritano sposato con Gerlanda e con una figlia, come ci tramanda il primo censimento di Racalmuto conservato in Matrice. Già nel 1649, il nuovo arciprete risulta dai registri della Matrice già in opera. Nel 1660 è felicemente insediato in paese, ove ha messo su casa servito da “un famulo” di nome Giuseppe ed una fantesca chiamata Lizzitella. (il solito censimento è impertinente). Durante la sua arcipretura piombarono a Racalmuto la moglie e la mamma dell’infelice Giovanni V Del Carretto. Si annota in censimento:

LA CARRETTA XXa ECCELLENTISSIMO SIG. DON GERONIMO C.TO ECC.MA SIGNORA DONNA MARIA C.TA ILLUSTRISSIMA DONNA BEATRICI CARRETTO C.TA

La contessa ha i suoi guai: deve risolvere i problemi del riottenimento dei beni feudali che sono stati requisiti dal re per l’alto tradimento del marito. Vi riuscirà. I fondi Palagonia contengono gli atti di questa emblematica vertenza feudale. Il dottore in teologia è prodigo di consigli e sa essere di supporto morale.
Frattanto giunge ad Agrigento il nuovo vescovo Ferdinandus Sanchez de Cuellar. Il 28 novembre 1654 visita Racalmuto e subito mette in mora l’arciprete per il latitare dei lavori della fabbrica della chiesa della Matrice. Il giorno dopo si apre la contabilità dei lavori edili, il cui pregevole rollo si conserva in Matrice: LIBRO D'INTROITO ED ESITO di denari per conto della fabrica della Matrice Chiesa di Racalmuto incominciando dalli 29 di novembre 8a Ind. 1654, reca in esordio per la penna di don Lucio Sferrazza. Il depositario è il dott. don Salvatore Petruzzella, futuro arciprete. I primi soldi, cioè le prime 12 onze, sono dal vescovo. Ma è un modo di dire: si tratta delle feroci molte comminate dal vescovo in corso di visita. E pensare che sotto il vescovo Traina le autorità diocesane avevano latitato. A noi fa un certo senso leggere:
Dall'Ill.mo et rev.mo Monsignor frà Ferdinando Sancèz de Cuellar Vescovo di Girgenti hò ricevuto per mano di D. Alonso de Merlo suo mastro notaro onze dudici quali d.o Ill.mo Signore ha dato d'elemosina alla fabrica di d.a matrice chiesa dalle .. pene esatte in discorso di visita in Racalmuto d. ........ onze -/ 12.

La pia contessa, vedova sconsolata, è la più munifica nel contribuire alle spese per la costruzione della Matrice: oltre 100 onze. Ma essa è la nuova contessa di Racalmuto, a titolo personale: il figlio Girolamo III riacquisterà la contea il 28 ottobre 1654, ma ne avrà il diploma solo il 5 novembre 1655, previo pagamento di 200 onze e 29 tarì. Donna Maria Del Carretto e Branciforte è indebitata sino al collo: il 15 dicembre 1654 può dare solo un’onza e 18 tarì delle cento onze promesse. Annota il contabile:
15.12.1654: dall'Ecc.ma sig.ra D. MARIA DEL CARRETTO e Branciforte Contessa di Racalmuto hò ricevuto onza una e tt.ri (tarì) dicidotto in conto delle onze cento have promesso d'elemosina et l'ho ricevuto per mano di Giuseppe di Chiazza e di Antonino Morreale di Lucio d........-\ 1 18

La posa in opera delle colonne - quelle di cui si parlava nella transazione con gli eredi di don Santo Agrò del 1642 - avverrà nel marzo del 1655. L’iter dei lavori è seguito passo passo e studenti di architettura potrebbero utilizzare i rolli della “Fabrica” per avvincenti tesi sulle chiese del Seicento siciliano, quelle minori dell’entroterra contadino, come Racalmuto.
Il Samaritamo muore il 6 gennaio 1664 a 66 anni. Gli atti della Matrice riportano:

1664 SAMMARITANO Pompilio
ARCHIPRESBITER 66 huius matricis Ecclesie

Viene sepolto in Matrice, presente clero. Aveva avuto l’estrema unzione da P. Antonio ord. S. Marie Carmeli.
Gli succede don Salvatore Petruzzella, finalmente un racalmutese; ma vive poco: muore il 29 maggio 1666. Non ha il tempo per lasciare tracce durevoli del suo apostolato.
E’ ora la volta dell’altro arciprete racalmutese: il dott. sac. Vincenzo Lo Brutto e costui di tempo ce ne ha per lasciare un segno profondo, al di là della lapide funerea che ancora è visibile nella cappella centrale della navata laterale di sinistra (per chi entra) della Matrice. Vanta un elmo chiomato, come se fosse stato un nobile milite: debolezza del nipote che quella tomba volle.
Il vescovo agrigentino Sanchez - si pensi quale ofelimità potesse legare uno spagnolo all’ amaro vivere contadino di Racalmuto - regge la diocesi dal 26 maggio 1653 sino alla sua morte (+ 4 gennaio 1657). Subentra Franciscus Gisulpfus (Gisulfo) - dal 30 settembre 1658 sino alla morte (17 dicembre 1664); e poi Ignatius Amico ( 15 dicembre 1666 - + 15 dicembre 1668); Franciscus Ioseph Crespos de Escobar (e ci risiamo con gli spagnoli) - 2 maggio 1672, + 17 maggio 1674. Finalmente un buon vescovo per una cattedra durata vent’anni: Franciscus Maria Rini (Rhini) - 10 ottobre 1676, + 14 agosto 1696. Chiude il secolo un vescovo nefasto: 26 agosto 1697 - + 27 agosto 1715 (fuori Agrigento, essendone stato espulso dalle autorità civili per il suo atteggiamento provocatorio scaturente dalla nota questione liparitana). Su tale controversia ebbe a scrivere Sciascia. Il valore storico di quel pezzo teatrale fu denegato da Santi Correnti: comunque, oltre al valore - indubbio - sotto il profilo letterario, il testo sciasciano ci immerge nel clima politico e sociale, ma anche religioso e morale di quel tempo. Fu davvero una iattura il vezzo di preti e religiosi fedelissimi a Roma che negavano il sacramento della confessione ai moribondi, sol perché operava un interdetto dovuto all’incauto comportamento di alcuni catapani che avevano tentato di applicare l’imposta di consumo ad un munnieddu di ceci o di fagioli - non si è capito bene - del vescovo di Lipari (nominato, pare, al solo scopo di provocare un incidente per consentire al Papa di rimangiarsi la medievale concessione della Legazia Apostolica). Se un moribondo - ossessionato dalla sola paura dell’inferno per i suoi tremendi peccati - in stato di semplice attrizione, dunque, avesse chiesto un confessore e non l’avesse avuto per l’interdetto dei fagioli, era destinato alla dannazione eterna? Certa intelligenza della curia agrigentina forse è in grado di dare una risposta. Ci serve per giudicare i tanti, troppi, nostri antenati che tra il 1713 ed il 29 settembre 1728 morirono in tale ambasce a Racalmuto (cfr. registro dei morti della Matrice).
Annotava il canonico Mongitore - tanto sgradito a Sciascia - «a 13 agosto 1713. Il vescovo di Girgenti D. Francesco Ramirez, d’ordine del pontefice, dichiarò scomunicati alcuni regi ministri, che concorsero al sequestro delli beni del vescovo di Catania.» E soggiungeva: «a 13 settembre. Partì da Palermo D. Isidoro Navarro, canonico della cattedrale, delegato della Monarchia, per levar l’interdetto dalla città e diocesi di Girgenti. Entrò egli non da ecclesiastico, ma da capitano; e armata mano levò il vicario generale il padre Pietro Attardo, come pure altro vicario Giuseppe Maria Rini, che mandò altrove carcerati. Mandò lettera circolare per la diocesi, che s’aprissero le chiese e non s’ubbidisse a detti vicarii.» Le carte della Matrice ci svelano che il clero racalmutese rimase ligio ai dettami del vescovo Ramirez e snobbò il canonico-capitano di Palermo. Più abile l’arciprete del tempo - Fabrizio Signorino - che in cambio di una bolla della crociata (anche con effetto retroattivo) poteva consentire cristiana sepoltura in chiesa: per i non abbienti, pazienza, l’ultima dimora era quella all’aperto a li fossi. Solo che quelli erano tempi davvero calamitosi e tantissimi nostri antenati morirono con la paura dell’al di là per un interdetto che non capivano ( e di cui non avevano responsabilità alcuna) ed una sepoltura dissacrata dal vento, dal sole e dai cani randagi.

Quelli che venivano sepolti in chiesa “gratis pro Deo” godevano di particolari privilegi: ma gli altri - la gran parte come si è visto - finivano sepolti all’aperto, anche se ‘prope ecclesiam’ (vicino, ma non dentro); per di più i loro parenti erano talmente poveri da non potere dare l’elemosina o il c.d. diritto di stola all’immalinconito cappellano che accampagnava il feretro in quel derelitto cimitero incustodito: “gratis, pro Deo”, la formula latina, che era comunque un parlare e scrivere poco ... latino (nell’accezione sciasciana).

L’arciprete Lo Brutto fu in eccellenti rapporto col vescovo Rini: si fece elevare a chiese “sacramentali” S.Anna, S. Michele Arcangelo, il Monte. In altra sede abbiamo riportata la bolla di elevazione della chiesa di S. Anna in chiesa “sacramentale”. Del tutto analoghe sono le altre, come quella: Datis Agrigenti die 17 Junii 1686 - fr. Franciscus Maria Episcopus Agrigentinus - Can Lumia Ass. - Vincentius Calafato M.r notarius.
Del pari fece autorizzare l’istituzione della speciale congregazione dei Filippini a Racalmuto, di cui parla il padre Morreale, ed al presente oggetto di studio da parte del prof. Giuseppe Nalbone. Costituisce la Comunia e ne ottenne la nomina di mansionari.
Contro la devastante peste del 1671 nulla poté fare il povero arciprete racalmutese della fine del Seicento, se non annotare in bella calligrafia la iattura capitata tra capo e collo; e fu iattura per tanti versi: da quello economico a quello sociale; da quello dell’umano vivere a quello del decomporsi morale e spirituale; per il clero con tanti fedeli in meno e quindi tante primizie assottigliate, per l’arciprete stesso, il cui gregge veniva drasticamente ridimensionato; per l’Universitas che non sapeva dove andare a racimolare le onze occorrenti, essendosi rastremata la tassa del macinato per morte di un un quarto della popolazione in un anno; per i suoi giurati che rispondevano dei tributi alla Spagna con la clausola “solve et repete”; per il neo conte Girolamo III Del Carretto, salassato dal re per il tradimento del padre Giovanni V Del Carretto, dalla mala gestione dei suoi antenati che non pagando i debiti di “paragio” erano finiti sotto la mannaia delle condanne giudiziarie del pagamento degli arretrati e della capitalizzazione degli interessi di mora relativi; ed in più una sortita beffarda dell’uterina virago donna Aldonza del Carretto e delle sue similissime sei sorelle, aveva dato in pasto allo spietato convento di S. Rosalia di Palermo ( ) l’intero patrimonio dei conti di Racalmuto.
Girolamo III Del Carretto, esasperato, si rivale sui ricchi preti di Racalmuto - su quelli poveri, che erano tanti, nulla poteva: a sua chiamata finiscono sotto il torchio della giustizia palermitana:
contra ed adversus Reverendos Sacerdotes
don Fabritium Signorino;
don Sanctum de Acquista;
don Joseph Casucci;
don Joannem Battistam Baera;
don Petrum Casucci;
don Calogerum Cavallaro;
don Franciscum de Agrò;
et don Michaelem Angelum Rao,
indebitos possessores;

Girolamo III Del Carretto sembrò benevolo verso la locale Chiesa quando fece venire i padri Benefratelli perché accudissero presso S. Giovanni di Dio ai malati di Racalmuto e li dotò: ma a ben guardare si limitò ad assegnare loro le vecchie rendite del vetusto ospedale racalmutese, la cui memoria si perdeva nella notte dei tempi. Forse non si astenne dall’incamerare alcuni lasciti che a suo avviso erano di dubbia origine.
Girolamo III Del Carretto aveva contratto matrimonio con una Lanza di Mussomeli, di cui parla il Sorge nel suo studio su quella cittadina. Era una Lanza decrepita per anni che riesce a partorire il figlio maschio Giuseppe, quello che premuore al padre, ed una figlia femmina i cui discendenti dopo un secolo consentono ai Requisenz di impossessarsi dell’esangue - ma litigiosa - contea di Racalmuto. Quella Lanza muore a Racalmuto a 70 anni come dal seguente atto rinvenibile in Matrice:
10.4.1701 D. MELCHIORRA LANZA UXOR HIERONIMI LANZA DEL CARRETTO RINCIP.A COMITISSA RACALMUTI 70

Viene seppellita in “S.MARIA DE IESU IN VENERABILI CAP. SS. ROSARII”: era stata assistita nella sua ultima ora dall’arciprete d. Fabrizio Signorino.
Quanto fosse addolorato l’ancor giovane marito non sappiamo: di certo, passò subito a nuove nozze.

* * *
L’arciprete Lo Brutto morì nel 1696 come da atto in Matrice:

5.2.1696 VINCENZO S.T.Dr. SACERDOS DON LO BRUTTO ARCHIPRESBITER 69
MATRICE . FALLETTA PAOLINO CONF. PROB DA OBLIG.

In calce ad un libro dei morti del tempo trovasi questa nota:
Victoria figlia di Giaijmo LO BRUTTO e della quondam Melchiora, entrò nel monastero di Santa Clara per monacharsi di questa terra di Racalmuto a 24 giugno 8.a Ind. 1685 in presenza dell'Ecc.mi Sig.ri d. Geronimo e Donna Melchiora del CARRETTO conte e contessa di detta terra, dell'ecc.mo Prencipino don Gioseppe et ill.mi donna Maria e donna Gioseppa figli di d.i sig.ri eccell.mi - Dr don Vincenzo LO BRUTTO Archip. di detta terra.
A questo si abbarbica un Savatteri del XIX secolo per vantare un’ascendenza nobile ed esigere la proprietà del beneficio del Crocifisso. Ebbe però pane per i suoi denti imbattendosi nel formidabile duo, don Calogero Matrona (che quel beneficio volle ed ottenne) e l’agguerrito in utroque arciprete Tirone. La storia del beneficio è lunga: inizia nei primi quarant’anni del ’Seicento e resta scandalosamente in sospeso ancora oggi. Beneficio nato per ‘recupero crediti’ - si direbbe ora - fu da vescovi compiacenti trasformato in appannaggio di un ragazzino della potente famiglia Cavallaro, sotto condizione che divenisse e restasse prete. Don Ignazio Cavallaro morì vecchissimo, a 84 anni, il 25 novembre 1874. Il nipote Calogero Savatteri che lo teneva in casa voleva mantenere la cospicua proprietà terriera, ma la curia l’aveva assegnata a don Calogero Matrona. Il Savatteri vanta un diritto di successione affermando che i beni fondiari nient’altro erano che una dote dei Del Carretto ad un’antenata che aveva vincoli di sangue con quei nobili: ne sarebbero derivati anche titoli nobiliari che sarebbero spettati a lui ed a sua moglie: donna Concetta Matrona (le omonimie si spiegano con i tanti matrimoni tra cugini, anche di primo grado che la chiesa del tempo non solo non osteggiava, ma incoraggiava; diversamente per i poveracci erano sanzioni con umilianti atti pubblici di riparazione). Eugenio Napoleone Messana riecheggia nel suo libro queste amene vicende nobiliari, nella benevola versione tramandata in famiglia da vecchissime zie. L’arciprete Tirone, in memorie a stampa (deliziose) che si conservano in Matrice rintuzza, da par suo, quella rappresentazione dei fatti. La vertenza giudiziaria si risolve a favore del duo Tirone-Matrona. Don Calogero Matrona può prendere possesso del Crocifisso. Deve però celebrare tante messe per l’anima dei pii leganti. Vive sino all’11 gennaio 1902. Sul letto di morte un terrore l’assale: quelle messe lui non le ha mai celebrate ritenendo di potere fare una compensazione occulta con le pesanti spese sostenute contro Savatteri-Matrona. Si confida con l’arc. Genco: lascia cospicui legati come atto riparatore. L’arc. Genco interessa le autorità ecclesiali. Sostiene che il lascito, andando in conto spese per la riparazione della Matrice, ripara alla grave inadempienza del Matrona. Le autorità trovano un compromesso: una metà alla Matrice e l’altra per la celebrazione di messe per l’anima dei secenteschi benefattori.
Nella varie bolle pontificie e vescovili, il beneficio del Crocifisso deve essere volto al sostentamento di un coadiutore della Matrice. L’ignota origine - in effetti si trattava di terre rientranti nei beni allodiali della Noce spettanti ad un ramo cadetto dei del Carretto e dall’ultima erede di tale ramo rivenduti a donna Maria Del Carretto, dopo il 1650 - era stata bene strumentalizzata dall’arciprete Tirone per riavere dal governo le terre che nel frattempo erano state vendute a profittatori delle leggi dell’eversione garibaldina. Alla morte dell’arciprete Genco, quando sorse la controversia tra il Casuccio ed il padre Farrauto, il Crocifisso fu assegnato a quest’ultimo a ristoro del torto subito con la preferenza del vescovo per il primo nella nomina ad arciprete. P. Farrauto ebbe anche il contentino di una parrocchia creata dal nulla, tutta per lui: quella della Madonna della Rocca, il 26 giugno 1923. Trasferito alla parrocchia del Carmelo, gli fu consentito di conservare a titolo personale il beneficio. Quando diviene parroco del Carmine don Giovanni Arrigo, il Crocifisso viene da lui preteso e ne esige il mantenimento anche quando nuovo parroco del Carmine è don Alfonso Puma. La gestione delle appetibili terre della Noce avviene in modo ... arrighiano. Contadini amici vi si insediano ed oggi nessuno ha più titolo per allontanarli. Già perché alla morte di padre Arrigo, è la curia vescovile che ne rivendica la titolarità. Come gestisca quegli ingenti beni immobiliari, chi scrive è e vuole mantenersi all’oscuro.




DAL SETTECENTO AI NOSTRI GIORNI

IL SECOLO DEI LUMI

Premessa

Siamo giunti al Settecento: il secolo dei lumi, quello tanto caro a Sciascia, quello di Voltaire cui lo scrittore ammiccava persino quando intese stroncare il pio p. Morreale che si era permesso di cercare la verità storica della venuta della Madonna del Monte, quel secolo, dunque, passa per Racalmuto senza propri eretici, con stravolgimenti tutti interni alla vicenda araldica dei successori dei Del Carretto, con l’equivoco del terraggiolo, con vicende insomma tutte minime, tutte paesane, tutte antieroiche, “non narrabili”, direbbe Amérigo Castro.
Per celebrare Sciascia alle prese col XVIII secolo, la omonima Fondazione invita nel 1996 storici, letterati e cattedratici a Racalmuto. Veniamo a sapere da Antonio Grado che la domanda del Caracciolo: «Come si può essere siciliani?» può attanagliarsi allo Scrittore come «un’affermazione, un disincantato epitaffio, che attraversa come un liet-motiv, come una frase musicale ossessivamente reiterata nella partitura di un requiem, l’intera opera di Leonardo Sciascia: dal Consiglio d’Egitto a Fatti diversi di storia letteraria e civile. E proviene, quella domanda, o meglio quella sconsolata constatazione, dal «secolo educatore», o meglio dal Settecento siciliano di Meli e Tempio, di Gregorio e Cagliostro, di Vella e Di Blasi, di Matteo Lo Vecchio e del Marchese di Villabianca: dunque, da un grumo di contraddizioni, di eresie e di raggiri, di speranze accese da quei remoti «lumi» d’oltralpe, di sconfitte accumulate nella buia stiva del disincanto.»
Che tutto ciò si attagli al tetro Leonardo, è pur plausibile, ma che riguardi la storia del paese di Sciascia, ne dubitiamo fortemente. Più pianamente – e significativamente – Orazio Cancila ci erudisce, dopo, «Il Settecento siciliano si apre con la notizia della morte a Madrid nel novembre del 1700 di re Carlo II, causa di una lunga guerra di successione al trono spagnolo che coinvolgeva la Sicilia ponendo fine alla plurisecolare dominazione spagnola; e si chiude con la presenza a Palermo nel 1799 di re Ferdinando di Borbone, fuggito da Napoli dove era stata proclamata la Repubblica Partenopea. Cento anni nei quali la Sicilia cambiava ben quattro padroni.»
A Racalmuto, la scansione degli eventi settecenteschi può essere così schematizzata, in una sorte di quadro sinottico:
- 9 marzo 1710: muore Girolamo III del Carretto, sopravvissuto al figlio, e suo unico erede, Giuseppe del Carretto, e così si estingue la locale casata carrettesca;
- 3 settembre 1713: Die 3 7bris 1713 VII Ind.Vigilia Sanctae Rosaliae hora vigesima fuit affixum interdictum generale locale in hac terra Racalmuti: l’interdetto – riflesso racalmutese della sciasciana controversia liparitana – ha tragici scoramenti sui locali, per non potere più seppellire i propri morti nelle proprie chiese, che ben travalicano lo smarrimento di quel cambio di padroni, dagli spagnoli ai Savoia, che gli implicati nella politica dovettero provare, in quello stesso periodo;
- 1715: il regio commissario generale d. Domenico Damiani e Scammacca della città di Randazzo, in nome di S. Maestà, chiama a raccolta i notai di Racalmuto e chiede il dettagliato resoconto di tutti gli atti pubblici del clero locale e dei beni delle chiese: immaginabili il terrore e lo sgomento dei tanti nostri preti e monaci;
- 10 luglio 1716: Brigida Scittini e Galletti, vedova di Giuseppe del Carretto, si aggiudica, jure crediti, per diritto di credito dotale, la contea di Racalmuto. Chissà se la notizia giunse in paese;
- 27 agosto 1719: sospiro di sollievo: «L’interditto fu imposto dall’Ill.mo e Rev.mo Signor D. Francesco Remirens Arc. E Vesc. di Girgenti con il consenso della S. Sede nella Chiesa Cathedrale di Girgenti e in tutta la Diocesi fu sciolto la domenica di Agosto al dì 27 [1719] dell’ora vigesima seconda dal rev.mo Sig. Dr. D. Giuseppe Garucci , Can. Teo. e Vic. Generale Apostolico con l’Autorità della S. Sede.»;
- 1736: Panormi die duodecimo mensis aprilis 14 ind. 1736 Fuit prestitum juramentum debitae fidelitatis et vassallagij e pertanto servatis servandis concedatur investitura .... tituli Comitatus Racalmuti in personam ill.s D. Aloysij Gaetano ducis Vallis Viridis. Don Luigi Gaetani - che doveva pur rifarsi delle enormi spese sostenute in questa usurpazione feudale - non si aspettava una situazione così deteriorata come quella rinvenuta. Cerca innanzitutto di ripristinare il patto del 1580 sul terraggio. Si dichiara “mosso da pietà per i suoi vassalli” ma le due salme di frumento per ogni salma di terra coltivata le vuole tutte;
- 1738: in quest’anno, sorge una controversia feudale su Racalmuto, con tutti i crismi (e con tutti i costi). Il duca trova pretermessi anche i suoi diritti di terraggiolo sui coltivatori racalmutesi dei feudi di Aquilìa e Cimicìa: gli abili benedettini di San Martino delle Scale di Palermo erano risusciti a farsi confezionare un decreto di esonero dal vescovo di Agrigento. Don Luigi Gaetani è costretto ad adire le vie legali: premette che è stato già magnanimo accontendandosi della metà di quanto dovuto per terraggiolo (pro terraggiolo dimidium consuetae praestationis exegit). Non può pertanto tollerare che i benedettini usufruiscano di un falso esonero, fallacemente accordato dal vescovo di Agrigento, il noto Ramirez, in data 16 settembre del 1711;
- 1741: il 22 giugno 1741 i benedettini risultano soccombenti, con compenso di spese, però;
- 1747: la contea di Racalmuto passa alla principessa di Palagonia Maria Gioacchina Gaetani e Buglio;
- 7.1.1754; SCIASCIA LEONARDO M.°, di m.° Giovanni ed Anna Scibetta; sposa ALFANO INNOCENZA di m.° Bartolomeo e Caterina olim fugati. - Matrimoni 1751-1763 - 67 – Nota: d. Albertus Avarello -- Cl. Mario Borsellino e Cl. Giuseppe Lipari, testi; furono benedetti da d. Giuseppe Pirrera; gli atti della Matrice ci ragguagliano su questo antenato di Leonardo Sciascia che va ben al di là del «nonno di suo nonno» che lo Scrittore voleva come suo capostipite racalmutese, oriundo, per giunta, da Bompensieri;
- 1755: nasce a Racalmuto il Sac. Giuseppe Savatteri e Brutto (1755-1802) -
- 1756: il 19 febbraio viene nominato arciprete di Racalmuto d. Stefano Campanella: sarà colui che passerà alla microstoria locale come l’arciprete che debellò il terraggio ed il terraggiolo;
- 1759: all’Itria viene fondata la Confraternita della Mastranza (26 luglio 1759);
- 1767: l’arciprete Campanella completa la costruzione del «cappellone grande» della Matrice;
- 1771: i Requesens si appropriano di Racalmuto il 28 gennaio 1771. Girolamo III del Carretto aveva contratto matrimonio con una Lanza di Mussomeli, di cui parla il Sorge nel suo studio su quella cittadina. La Lanza – pur avanti negli anni - riesce a partorire il figlio maschio Giuseppe, quello che premuore al padre, ed una figlia femmina i cui discendenti dopo un secolo consentono ai Requesens di impossessarsi dell’ormai esausta contea di Racalmuto. Annota il San Martino de Spucches: «Giuseppe Antonio REQUISENZ di Napoli, P.pe di Pantelleria, s'investì, a 28 gennaio 1771, della Terra, Castello e feudi di Racalmuto; successe in forze di sentenza pronunziata a suo favore dal Tribunale del Concistoro e Giudici aggiunti, per voto segreto, contro Maria Gioacchina GAETANO e BUGLIO, P.ssa di Palogonia, già c.ssa di Racalmuto; quale sentenza porta la data 2 ottobre 1765 e fu pubblicata, in esecuzione degli ordini del Re, da detto Tribunale li 20 giugno 1770 (Conserv. Reg. Invest. 1172 [o 1772?], f. 143, retro). [...] Detto P.pe Francesco a sua volta, fu figlio del P.pe Antonino Requisenz e Morso e di Giuseppa del CARRETTO. Questa Dama fu infine figlia del Conte di Racalmuto GIROLAMO di cui è parola di sopra al n. 4. E' da questa discendenza che i signori REQUISENZ reclamarono ed ottennero i beni tutti ereditari della famiglia del CARRETTO;
- 1776: lo stesso arciprete continua nei lavori di abbellimento della Matrice; dicono le cronache: «Nel 1776 si perfezionò con stucchi ed oro fino, si fecero i due campanili ed arricchì la chiesa di arredi sacri nel 1783.»;
- 1782: «E' noto - abbiamo già scritto - un reperto di grande interesse che fu trovato da tal Gaspare Vaccaro nel 1782: esso ci attesta della organizzazione esattoriale delle decime agrarie a Racalmuto da parte di Roma. Trattasi di una iscrizione latina pubblicata nel 1784 da Gabriele Lancellotto Castello, principe di Torremuzza, nel suo "Siciliae et adiacentium insularum veterum inscriptionum - nova collectio.."»;
- 1783: inizia la causa – intentata dal sac. Figliola presso il Tribunale di Napoli – contro il «terraggiolo»;
- 1785: « Soprusi praticati dal sac. Giuseppe Savatteri, arrendatore di Racalmuto, verso i poverelli.» Non parve vero a Leonardo Sciascia di rigonfiare quell’appunto per una delle sue solite tiritere anticlericali. Nessuna ricerca storica, da parte sua; nessun approfondimento; nessuno spunto critico;
- 1785-1786 : ma è Giuseppe Tulumello ad affermarsi in paese: nel 1785-86 egli figura tra i giurati dell’Università di Racalmuto, insieme agli ottimati Lo Brutto, Scibetta, e Gambuto. Il sindaco è Antonino Grillo. Il collettore risulta don Giuseppe Amella.
- 1786: il sac. Figliola « … ottenne dal Re, che questa terra di Racalmuto si reluisse il Mero e Misto Imperio, che di più di centinaia d’anni ne godeva il Conte. Morì in corso di causa, con pianto e dolore universale, nell’infermeria dei RR.PP. del Terz’Ordine di S. Francesco nel convento della Misericordia, in cui sta sepolto il di lui cadavere, in Palermo. 14 luglio 1787 d’anni 38.»;
- 1787: D. Stefano Campanella prosegue nella controversia antifeudale intentata dal Figliola e così « … con altri primari del paese incominciarono a proprie spese la causa per il Terragiolo nel Tribunale di Palermo e dopo quattro anni di strepitosa lite dal Tribunale rotondamente si determinò a 28 Settembre 1787. “Jesus= Jus Terragii, et Terragiolii tam intra, quam extra territorium declaratur non deberi.”;
- 1791-92 : forte dell’ascesa dello zio sacerdote don Nicolò Tulumello, don Giuseppe di quella famiglia di gabelloti, fa il grande salto nella scala dei valori sociali del luogo: ora il tesoriere comunale è lui. A lui la borsa. L’apice del Comune può restare agli altisonanti “magnifico rationale Impellizzieri Santo”, al “magnifico Baldassare Grillo”, al “magnifico Salvatore Lo Brutto”, a “Francesco Amella”, a “Paolo Baeri e Belmonte” - che sono sindaco e giurati -, ma è lui che tiene i cordoni della borsa e così, improvvisamente, i fogli ufficiali della Curia panormitana lo designano con il nobilitante appellativo di “don”. Finalmente! Ancora non barone come il nipote Giuseppe Saverio, ma il primo tassello, quello più difficile, è tutto nel carniere di famiglia;
- 1793: la vecchia. Gloriosa chiesa di S. Rosalia viene smantellata; era riuscita a resistere sino al 3 giugno 1793 quando viene ceduta al sac. Salvadore Grillo che ha intenzione di farne una stalla: fu barattata dal can. Mantione in cambio di un altare con statua alla Matrice;
- 1796: il feudo di Gibellini viene venduto con rogito del «Not. Salvatore SCIBONA di Palermo li 22 luglio 1796 a D. Giovanni SCIMONELLI, pro persona nominanda annue onze 157, tarì 14, grana 3 e piccioli 5 di censi sopra salme 57, tumoli 11 e mondelli 2 di terre, dovute sul feudo di Gibellini; e ciò per il prezzo in capitale di onze 3500 pari a lire 44.625. Il detto Scimoncelli dichiarò agli atti di Notar Giuseppe ABBATE di Palermo che il vero compratore fu il Sac. D. Nicolò TOLUMELLO. Per speciale grazia accordata dal Re a 29 aprile 1809 fu confermato lo smembramento di dette onze 157 e rotte dal feudo di GIBELLINI già effettuate senza permesso Reale (Conservatoria, libro Mercedes 1806-1808, n. 3 foglio 77)». Passeranno 13 anni prima che emerga la persona nominanda. Eccola: «D. Giuseppe Saverio TOLUMELLO» che « s'investì a 7 giugno 1809 per refuta e donazione a suo favore fatte dal Sac. D. Nicolò sudetto agli atti di Notar Gabriele Cavallaro di Ragalmuto li 22 aprile 1809 (Conservatoria, libro Investiture 1809 in poi, foglio 40). Questo titolo non esce nell'«Elenco ufficiale diffinitivo delle famiglie nobili e titolate di Sicilia» del 1902. L'interessato non ha curato farsi iscrivere e riconoscere.»;
- 1799: Il secolo dei lumi si chiude tristemente per Racalmuto: necessita il paese dei vessatori mutui della locale Comunia della Matrice – cui con sussiego accondiscende il famigerato vescovo Ramirez – onde i preposti all’Annona racalmutese possano riuscire ad approvvigionarsi delle più urgenti vettovaglie. Ecco il diploma vescovile del 23 febbraio 1799: «XAVERIUS Rever. Archipresbitero et deputatis ...terrae Racalmuti, Salutem. Ci rappresentano codesti Giurati, Proconservatori, e Sindaco le gravi pressanti urgenze, che si sperimentano in codesta Popolazione, a segno che si teme molto della furia della Popolo perché pressato dalla fame, e dalla miseria. Onde sono in penziero di occorrere quanto si può con mutui, eccedono, e chiedono che per conto di Codesta matrice Chiesa vi sia nella Cassa una certa somma, che la reputano sufficiente ad impiegarla nelle presenti istanze, bastevole a soccorrere la indigenza comune. Noi dunque avendo in considerazione l'espressati sentimenti del Magistrato, e volendo per quanto ci sarà permesso anche aiutare codesto Publico, venghiamo colle presenti ad eccitare la vostra carità , il vostro zelo ed il vostro patrimonio acché concorriate per quanto si può a sollevarlo nelle urgenti angustie e miserie. Essendovi dunque nella Cassa la indicata somma, qualora si appronta una sufficiente bastevole fideiussione di restituirla nell’imminente Agosto e riposta in Cassa, potrete apprestarla a beneficio comune per distribuirsi in mutuo secondo le intenzioni del Magistrato. Nostro Signore vi assista. Datum Agrigenti die 23 februarii 1799. = Canonicus Thesaurarius Caracciolo Vicarius Generalis = Canonicus Trapani Cancell».


- Il Settecento a Racalmuto sorge con le diatribe tra padre e figlio degli ultimi del Carretto; cessata quella casata più o meno dannosa per il paese agrigentino, subentrano altre diatribe feudali che schiariranno l’opaco svolgersi della vicenda umana dei nostri antenati in quel torno di tempo, tutto sommato sino al 1787; dopo i tempi sono tutt’altro che felici: i rampanti gabelloti sono peggiori dei loro nobili dante-causa ed in mano di questi emergenti borghesi (i Tulumello in testa, ma anche i Grillo, gli Amella, i Matrona, i Farrauto) la sorte del contado è sempre quella: triste e subalterna. A fine secolo, si verifica addirittura un fenomeno che, nella ferace terra del grano, non si era mai registrato: la fame. Vendono impegnati gli iogalia delle chiese per il panizzo quotidiano.

DOPO I DEL CARRETTO

Il seguito della storia dei del Carretto di Racalmuto mostra ombre ancora non del tutto dissolte. Noi disponiamo del testo di una procura rilasciata da don Luigi Gaetano per l’occorrente investitura della contea di Racalmuto; vi è riepilogata la faccenda della singolare acquisizione feudale: uno strano ed antigiuridico passaggio dai del Carretto ai Gaetano attraverso la popolaresca intermediazione di una tale Macaluso. L’evento poté verificarsi per il trambusto di quel periodo con quell’alternarsi dei Savoia e degli austriaci in Sicilia fino alla venuta dei Borboni.
E in un atto del 6 marzo del 1736 si raccontano le peripezie della vedova di don Giuseppe del Carretto, donna Brigida Schettini, alle prese con la curia nel tentativo di rinviare gli esborsi per l’investitura della contea di Racalmuto, cadutale addosso dopo la morte del suocero don Girolamo del Carretto.


Brigida Schittini

Nessun commento:

Posta un commento