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sabato 5 novembre 2016

Ho da raccontarvi una mia grossa birichinata risalente al marzo del 2000. Questo fu un tiro birbone tentato contro il governatore Fazio, la sua corte leguleia, il suo ispettorato vigilanza. Siamo in  Irpinia, come dire la terra del facondo intellettuale di Nusco, quella di Colombo maschiaccio impenitente, del noto disastroso terremoto,  non esclusa una stranissima sede immbiliare dei Parioli facente capo al Baffetto Massimo di quei tempi.

A fine 1998 ero sul finire del mio distaccamento al Secit che iniziato benissimo con il ministro socialista Reviglio  era andati di male in peggio e debbo dire che il peggio non fu Formica ma ora governava il Min. Finanza nientemeno Gava. Io gli avevo distrutto la Fabbrocini. Non mi andava di farmi valutare da codesto signore per il rinnovo di un altro settennio. Decisi di tagliare la corda anzitempo. Mi aveva interpellato Geronzi ma rifiutai. Avevo ispezionato da poco la sua Capitalia. Così per celia e non morire finii trascinato da un collega a codirigente la banca Popolare di Pescopagano dei vari Casamassima Ferrari e Valvano sotto il manto protettore di Colombo e del suo bell'uomo Somma. Durai non più di tre mesi e diedi anche lì il mio addio. La Popolare alla stregua dell'attuale Etruria sfruttate al massimo le provvidenze comunitarie degli aiuti per il recente terremoto barcollava e allora si pensò di tarsaformarla im SPA, la Mediterranea insomma. Non basò però un cambio di sigla per migliorare.  Bankitalia allora la fece capitalizzare dalla claudicante Capitalia di Geronzi. Non  potendo più accordare misure di ristoro alla pre Sindona. Capitalia versò (o finse di versare) cento miliardi come capitalizzazione della Mediterranea. Niente da fare, crollo. Era da oltre un anno che io  me ne stavo da pemsionato a Roma. La cosa mi mette in solluchero. Mi faccio regalare una diecina di azioni e mi metto a bersagliare la nuova amministrazione ove c'era anche un missus di D'Alema.

Si decide di fare una fusione mediante incorporazione. Quei furbetti di amministratori della popolare ora azionaria vendono le proprie azioni alla  loro azienda a prezzi di mercato da loro stessi insuflati. Ed erano azioni prese alla pari se non gratuite. La Capitalia di Geronzi allora cmbina il grosso gioco del concambio e frega maledettamente i piccoli azionisti della Mediterranea. Scrivo una relazione di fuoco per denunciare quel concambio truffaldino. Diffido Fazio, cerco di far capire il trucco ai magistrati del luogo (che però non se ne dettero per intesi bene disorientati da avvocati esuli dalla  Conslenza Legale della Banca d'Italia del tipo Carbonetti). La fusione va in porto e allora faccio un reclamo al CICR di cui si fa cenno nelle sottostanti fotocopie. Quel Comitato Interministeriale afferma di aver visto quanto contestavo alla Banca d'Italia circa l'autorizzazione ai sensi dell'art. 57 d.lgs. 385/93; dichiara il mio ricorso "irricevibile, inammissibile, e improcedibile" e comunque senza neppure averlo guardato lo bolla "infondto nel merito".

Devono passare decenni e il buon Geronzi nel confefssarsi molto candidmente avalla tutte le mie denunce di merito sia pure a proposito della più impressionante manovra dell'Antoveneta che assorbì' la Banca Nazionale dell'Agricoltura preludio del successivo grande imbroglio del MPS sotto l'egida del toscano Ciampi.

C'è da strabiliare per quella considerazione secondo cui "risultando nel registro delle imprese l'atto di fusione, ai sensi dell'art. 2504 quater non è più possibile, neppure dopo l'eventuale annullamento di autorizzazione, pronunciare l'invalidità della fusione". Ma l'autorizzazione della Banca d'Italia ex art. 48 L.B. essendo NULLA in radice e persino truffaldina comportava altro che "invalidità". Ma la magistratura di Potenza, pure adita, non capì. Si sa, i potentissimi non si toccano. Patetico il ministro Vincenzo Visco che delibera firmando un pastrocchio che gli aveva propinato il capo della Segreteria del Comitato interministeriale per il Credito e Risparmio  il dottore A. Loizzo che nient'altro era  che un dirigente superiore della stessa Banca d'Italia e sempre nel suo libro paga. Ne discendeva  che al contempo la BI finiva artefice di un atto nullo, sotto accusa per quell'atto nullo, giudice istruttore di se stessa e poi giudice apicale di un'autoassoluzione  a firna dell'ignaro e distratto ministro Visco.


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