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lunedì 2 aprile 2018

LE INTERVISTE IMPOSSIBILI -(TESTO DI LEONARDO SCIASCIA)

Maria_Sofia_di_Baviera

Intervista a Maria Sofia, ultima regina di Napoli 
(Testo di Leonardo Sciascia)
“Le Interviste Impossibili sono un esperimento unico nella storia della radio Rai: dialoghi fantasiosi e coinvolgenti con grandi personaggi del passato, ricchi anche di riferimenti storici, ideati e realizzati da intellettuali prestigiosi e letti da attori famosi. Furono trasmesse sul primo e sul secondo canale radiofonico negli anni 1973, 1974 e 1975 con grande successo.
Sono tutte conservate nell’audioteca, da cui abbiamo tratto alcuni brani come, ad esempio, un passaggio del colloquio fra Umberto Eco e Muzio Scevola (la voce di Scevola è di Enzo Tarascio, la regia di Marco Parodi), l’inizio dell’intervista fra Maria Bellonci e Lucrezia Borgia (la voce è di Anna Maria Guarnieri, la regia di Vittorio Sermonti, uno degli ideatori del programma), un passo del dialogo fra Nelo Risi e Giosuè Carducci (la voce è del grande Romolo Valli, la regia dello stesso Risi), il delizioso duetto fra Umberto Eco e la Beatrice di Dante (con la voce di Isabella Del Bianco). 50 interviste impossibili sono state riproposte nel 1998 in un programma di RadioRai e Teche. È stato trasmesso anche un testo inedito di Leonardo Sciascia, ritrovato nelle teche radiofoniche, che intervista Maria Sofia ultima Regina di Napoli. Le voci sono quelle di Adriana Asti e Andrea Camilleri, con la regia di Mario Martone.”
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D. Signora … Mi consente di chiamarla semplicemente signora, vero?
R. Dopo Edoardo, Faruk e Costantino; dopo le tante Marie, Margherite e Anne di cui si rallegreranno, tra tanta tristezza, le cronache: proibirei persino al mio lacchè di chiamarmi maestà.
D. Ho indovinato che lei non volesse più sentirsi regina: ma credevo per il fatto che ormai da quasi trent’anni l’Italia è una repubblica.
R. Ha sbagliato, invece: mi sento ancora regina, e la repubblica mi è indifferente … Vede: io sono stata educata a un significato della parola repubblica come sinonimo di disordine, che è poi lo stesso significato che alla parola davano, e forse lo danno ancora, le popolazioni dell’Italia meridionale. In questo senso, l’Italia è stata sempre una repubblica: anche sotto la monarchia.
D. Allude a quella dei Savoia?
R. Ma no, anche alla nostra: la monarchia dei Borboni di Napoli non era meno repubblica di quella dei Savoia. Anzi, a dirla francamente, lo era di più.
D. Immagino che con questo paradosso, dell’Italia sempre repubblica perché sempre nel disordine, lei si spieghi perché appunto dopo la proclamazione della repubblica, dopo che l’Italia – almeno formalmente, secondo il suo punto di vista – è passata dalla monarchia alla repubblica, sia venuta fuori una certa nostalgia e rivalutazione dei Borboni di Napoli.
R. Esattamente. Repubblica per repubblica, cioè disordine per disordine, meglio quello antico che il nuovo: si era talmente assestato da somigliare all’ordine. E poi era così pittoresco, così festoso, così splendido. Tutto era spettacolo: anche la forca, anche la carestia …
D. A proposito di forca: lei avrà letto “La fine di un regno” di Raffaele de Cesare …
R. Ho letto tutti i libri che riguardano la dinastia dei Borboni di Napoli, e specialmente, con più attenzione, quelli che ne raccontano la fine.
D. Ricorderà dunque, del de Cesare, la descrizione dell’ultima giornata napoletana sua e di suo marito …
R. Ricordo: ma della mia seppe ben poco. Tutto sommato, tirando a immaginare, ci andò vicino quel vostro insopportabile D’Annunzio.
D. Insopportabile anche per lei?
R. Soprattutto per me. Lei non immagina quanto siano insopportabili, per le regine, gli scrittori che amano le regine, l’eterno femminino reale, e così via …
D. Ma il poeta dell’eterno femminino reale lei sa che fu caro a una regina.
R. Lei dice: una regina, un poeta. Ma lui era poeta quanto lei una regina.
D. Né lui poeta né lei una regina, dunque …
R. Proprio così: di nome, di insegne. La regalità e la poesia vanno oltre, sono ugualmente ineffabili … Ma lei mi domandava del de Cesare.
D. Si, ecco: de Cesare descrive l’ultimo omaggio dei ministri a Francesco II, registra le frasi che il re rivolge a ciascuno e si ferma su quella che rivolge a Liborio Romano, ministro dell’interno …
R. Ah, don Liborio …
D. Don Liborio … Vedo che il ricordo di Don Liborio la diverte.
R. Moltissimo. E malignamente … Si, mi ricordo della frase che il de Cesare riporta, me ne ricordo anche perché mio marito, tornando da quell’ultima cerimonia, me la riferì: “Don Libò, guardat’ u cuollo”.
D. Questa frase, piuttosto ambigua, il de Cesare ebbe il dubbio volesse intendere “se torno faccio la festa”, cioè ti faccio afforcare; mentre don Liborio la interpretò come affettuosa raccomandazione a guardarsi da Garibaldi e dal nuovo corso delle cose.
R. Ha ragione il de Cesare: Francesco II si proponeva, tornando, di farlo impiccare … Poveretto, ci credeva davvero che avrebbe riguadagnato il suo regno … Ma in quanto a fare impiccare don Liborio, non ne avrebbe mai avuto il coraggio. L’avrebbe fatto di nuovo ministro, anzi: Don Liborio era così divertente … Più che divertente: irresistibile … In Italia i traditori, i ladri di passo e i ladri di tavolino, gli assassini persino, sono tutti divertenti, tutti irresistibili … Passa una repubblica, ne viene un’altra: e sono sempre al loro posto. “Ruba, ma è così divertente”. “Ha fatto ammazzare il tale, ma è così simpatico”. “So quello che è, forse mi tradisce: ma è irresistibile”. La conversazione degli italiani abbienti e potenti è tutta intessuta di frasi simili. E alle frasi corrispondono personaggi, fatti.
D. Lei esagera.
R. Le assicuro che no. Io forse conosco l’Italia meglio di lei.
D. L’Italia del sud, se mai, e quand’era regno di Napoli.
R. Non c’è altra Italia che quella del sud: e mi meraviglio che proprio lei non lo sappia. E non solo nella nozione in cui il napoletano e il siciliano cancellano il piemontese e il lombardo al punto che non ne resterebbe traccia se Stendhal non si fosse dichiarato milanese e la contessa di Castiglione non fosse finita nell’alcova di Napoleone III; ma in concreto, effettivamente … Io mi sono fatta questa immagine dell’Italia: un piccolo e innocuo serpente d’acqua che nelle convulsioni del 1860 è diventato un nodo. Tenta di sciogliersi, e il risultato è che si dà dei morsi senza riuscirvi. Quel nodo è il sud. Scioglietelo e avrete l’Italia. Ma credo che nessuno lo scioglierà mai.
D. E prima delle convulsioni del 1860?
R. Un piccolo e innocuo serpente d’acqua. Se le aggrada posso anche dire: un’anguilla. E non solo per il suo sgusciare, per il suo sfuggire, per i suoi letarghi; ma anche per i corsi e ritorni misteriosi della sua civiltà, dei suoi inutili splendori … Ma stavamo parlando di don Liborio …
D. Mi pare di capire che lei, tornando a regnare, avrebbe fatto di tutto perché suo marito lo facesse impiccare.
R. Ma no, don Liborio divertiva anche me … O forse si, l’avrei fatto impiccare … E’ un problema che non mi sono mai posta, quello di ciò che bisognava fare se fossimo tornati a Napoli, se fossimo tornati a regnare. E per il semplice fatto che non ho mai creduto che si potesse tornare … Ricordo nitidamente l’episodio che mi diede la certezza che non saremmo tornati e la coscienza, anche, che non valeva la pena tornare. E’ stato il giorno precedente alla nostra partenza da Napoli per Gaeta: eravamo usciti dalla reggia in una carrozza scoperta, per la passeggiata, come ogni giorno: per ostentare che tutto fosse immutato, che l’avanzare di Garibaldi non ci preoccupava … Ma lei questo episodio lo avrà letto nel de Cesare.
D. Sì, e l’ho trascritto nei miei appunti … Eccolo … L’ho trascritto perché volevo chiederle quali fossero stati i suoi sentimenti: realmente, al di là delle apparenze …
R. Mi legga il suo appunto.
D. ” … il re uscì dalla reggia in un legno scoperto, insieme con la regina e due gentiluomini. Non appariva impensierito; anzi Maria Sofia, quasi ilare, discorreva con vivacità ora con lui ora con i due gentiluomini … In una delle prime botteghe sotto la Foresteria, oggi prefettura, stava allora la farmacia reale Ignone, la quale sull’insegna aveva i gigli borbonici, ed il cui esercente era stato un furioso reazionario. Una scala, poggiata all’insegna, impediva il transito delle vetture. Il re si fermò e vide che alcuni operai, saliti sulla scala, staccavano dalla tabella i gigli; additò con la mano a Maria Sofia la prudente operazione del farmacista, e nessuno dei due se ne mostrò commosso, anzi ne risero insieme”.
R. Verissimo. Ma il re fingeva di divertirsi: stava soffrendo maledettamente. Io invece finii di soffrire proprio in quel momento: come se fosse calato il sipario su un dramma lacrimoso e si fosse rialzato immediatamente su una farsa. Ho riso veramente, forse anche con una certa volgarità: improvvisamente libera, leggera, senza responsabilità, senza doveri … Niente più valeva la pena, la nostra pena: tutto sarebbe mutato perché nulla mutasse, con noi o senza di noi, contro di noi o contro i Savoia che stavano per succedere a noi. Le vere dinastie erano quelle dei farmacisti Ignone, dei don Liborio: le dinastie a due anime. Dinastie immutabili, dinastie eterne. In un solo corpo, due anime: una reazionaria e una progressista, una fascista e una anarchica, una massimalista e una riformista, una che si confessa e una che bestemmia, una che va alla messa di mezzogiorno e l’altra che frequenta le riunioni massoniche di mezzanotte, una fedele e una che tradisce …
D. Una frase che ha detto poco fa, mi fa pensare che ha letto “Il gattopardo”.
R. No, non l’ho letto. Parodiando una battuta di Disraeli, le dirò che quando voglio leggere un romanzo come “Il gattopardo”, non ho che da scriverlo. Naturalmente, ne ho sentito tanto parlare. Dicono sia un bel libro, scritto molto bene. Io, si capisce, non sarei stata in grado di scriverlo così bene: nemmeno in francese.
D. Perché non l’ha letto?
R. Perché non ho mai letto un romanzo. Il romanzo è una sconvenienza, una volgarità. E ancora di più se è un aristocratico a scriverlo.
D. Ma prima mi diceva di D’Annunzio: quel brano che la riguarda si trova in un romanzo.
R. Quel brano me l’hanno letto una sera, a Parigi, in una casa di borghesucci.
D. In casa dei Verdurin?
R. Non so come si chiamassero. Qualche volta un mio cugino riusciva a trascinarmi tra gente inverosimile.
D. Mi sa che per una serata tra gente, come si dice, inverosimile, lei è diventata personaggio di uno di quei grandi libri …
R. Lo so. Ma non l’ho letto questo grande libro. Non lo leggerò. E non voglio nemmeno parlarne.
D. Ha qualche ricordo dell’autore?
R. Nessuno. Pare fosse un uomo del tutto insignificante, a parte il suo tremendo snobismo … Eppure, tutti sembravano essere dell’avviso che io debba rendere conto di tutta la mia vita solo su questo punto: se ricordo o non ricordo Marcel Proust. Anche in certi luoghi alti, che lei ancora non conosce, e dove mi aspettavo di dover rispondere dell’amore e dell’odio, la prima e sola domanda che mi hanno fatto è stata questa: “si ricorda di Marcel Proust?”. No, non mi ricordo: sono un’anima persa.
D. Interessante: la letteratura come cosa dell’altro mondo.
R. Sembra di si: almeno per quanto riguarda questo signor Proust. Mi pare di aver capito che la sua operazione si sia svolta ai confini di un segreto, di un mistero; che abbia tentato, non so, di vivere due volte.
D. Forse quello che lei ha definito tremendo snobismo è appunto questo: un voler vivere due volte, uno sdoppiamento dell’esistenza.
R. Può darsi, ma non me ne importa. A me è bastato vivere una: troppe regole, troppa fatica … E in quanto agli scrittori: mi ricordo benissimo, invece, di Anatole France e di Alphonse Daudet.
D. Ma non ha letto libri né dell’ uno né dell’altro.
R. Di France, qualche discorso funebre. E di Daudet qualche articolo polemico in difesa della monarchia … No, sto sbagliando: il polemista monarchico era suo figlio Lèon, quello che ha bollato come stupido il secolo XIX. E con quanta ragione!
D. Ma di un libro del padre deve almeno aver sentito parlare …
R. Ma si, un romanzo diventato poi commedia: “I re in esilio”. Pare che la protagonista, la regina Federica di Illiria, mi somigli … Stupidaggini, cose da romanzi.
D. Credo proprio che le somigli. Se si leggessero in continuità, il romanzo di Daudet e le pagine di Proust che la riguardano, non ci sarebbe dubbio che il personaggio è lo stesso. E non può essere un caso: i due scrittori hanno conosciuto lei, parlano di lei.
R. Può darsi.
D. La cosa più interessante, nel romanzo di Daudet, è l’amore silenzioso, rispettoso fino al sacrificio, del giovane intellettuale monarchico per la giovane regina. E’ possibile, mi consenta di chiederglielo, che Daudet abbia saputo di un amore simile, ispirato da lei nei primi anni dell’esilio parigino?
R. Tanti mi hanno amata; e anche meno rispettosamente del giovane monarchico di Daudet. Nella storia della fotografia, lei forse non lo sa, su di me è stato consumato l’ignobile esperimento di uno dei primi forse, certamente dei più riusciti, fotomontaggi. L’immagine di me nuda è corsa per l’Europa, ha avuto un mercato … La regina nuda: immagini gli effetti, in un paese monarchico e cattolico … Certo, non ci voleva molto a capire che quel corpo non era il mio, ma di una di quelle ciociare che scendevano a Roma a fare le modelle o le balie. Un corpo italiano, un corpo romano: di quelli che subito si sfasciano … Ma credo sia piaciuto a tutti credere che fosse il mio, anche ai più devoti difensori della nostra causa, anche ai parroci e ai cardinali.
D. E lei che effetto ne ha avuto?
R. Di indignazione, naturalmente. Ma anche di una certa soddisfazione: i nostri nemici erano ignobili quanto i nostri amici; e avevo creduto fossero invece i migliori. Poi, anche, una sensazione di libertà: poiché quasi tutti credevano che quel corpo nudo fosse il mio, era il mio. Insomma: ero libera fino alla nudità. In questa sensazione, in questo sentimento, si insinuava la tentazione di farmi davvero fotografare nuda: per cancellare con il mio corpo giovane, esile, leggero quel corpo pieno e sul punto di sformarsi … Ma parliamo d’altro: o lei finirà col pubblicare questa intervista in una rivista per uomini soli o per soli uomini.
D. Parliamo d’altro, se vuole. E cioè ancora del regno delle due Sicilie, dell’Italia … Ecco: c’è un fatto che l’ha colpita particolarmente, nelle sue brevi vicissitudini di regina, nel suo lungo esilio di ex regina?
R. Non parlerei d’esilio: Parigi non era l’esilio, per me; forse l’esilio sarebbe stato il regnare a Napoli. O, tout court, il regnare … Comunque: una cosa che mi ha colpita particolarmente … Ecco: i fatti di Bronte … Lei mi pare ne sappia qualcosa.
D. Si, qualcosa …
R. Noi eravamo assediati a Gaeta, quando ci giunse notizia di quello che era accaduto in quel piccolo paese della Sicilia dove il bisnonno di mio marito aveva insediato come duca l’ ammiraglio Nelson. La notizia era questa: che delle popolazioni a noi fedeli si erano sollevate contro Garibaldi e Garibaldi aveva mandato lì, a fucilare, quel suo generale Bixio. La commozione di Francesco II fu grande, e anche la mia. Per anni il nome di quel paese ebbe nel cuore del re lo splendore della fedeltà, del martirio. Del resto, lo dicevano anche gli storici e i memorialisti garibaldini e sabaudi: in quel paese si era accesa ed era stata subito spenta la reazione borbonica … Più tardi, leggemmo la storia di quel paese scritta da un padre cappuccino: e i fatti, apprendemmo, avevano avuto tutt’altro senso. Quei contadini avevano sentito che Garibaldi portava la rivoluzione, e l’avevano fatta. Semplicemente. Ma per aver fatto la rivoluzione erano stati fucilati dai rivoluzionari. Non le sembra incredibile?
D. Eh si, incredibile.
R. Eppure, da altri libri che son venuti dopo quello del padre cappuccino, non c’è dubbio: le cose sono andate effettivamente così. E allora?
D. E allora?
R. Niente. Voglio dire: la forca di Francesco II, se fossimo tornati, sarebbe stata più rivoluzionaria: a prendervi sarebbe stato don Liborio.
Fonte: http://www.teche.rai.it/

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