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lunedì 22 ottobre 2012

Dilettosi Errori


Aspettando la sera tardi – ad 80 anni non si ha mai sonno, si teme di anticipar l’esodo – di beccare qualche insolente che osasse rimbeccarmi per friggerlo nella padella del mio sarcasmo, mi capita di leggere non so se di signorine o di menopausanti in cerca di acri pulsioni per la notte sterile rammarichi del tipo:
se ci si accorge di non essere orgogliosi della propria vita, bisogna avere la forza d ricominciare da zero.Inizio modulo

Mi va di celiare
Calogero Taverna E come faccio ad ottant'anni?
Mi si rimbecca con tre punti interrogativi (così mi insegnarono nelle mie lontanissime scuole elementari). Cerco di spiegare:
Calogero Taverna ? vuol dire che non è accordato a nessuno di ricominciare da zero. Siamo fieri del male che abbiamo fatto e vergogniamoci del bene che ci dicono di avere compiuto.
Troppo arduo per l’ interlocutrice
Ognuno ha il suo pensiero.
Meglio desistere, urbanamente, con banalità
Ed è vero, ineludibile.
Nel contempo leggevo un commento di Leopardi ad un verso di Saffo (appena posso lo giro al mio amico Alfredo, l’ergastolano ostativo e gusterò le sue ripiccate risposte: in questo campo continuerà a redarguirmi per la mia insipienza in campo letterario di agnazione Magna Grecia.

Ecco di tante Sperate palme e dilettosi errori Il Tartaro m’avanza.

Mi pare assonante con il mio aforismo che mi fa fiero del mio male commesso e tediato per il bene ascritto a mio merito.
Spiega Leopardi: Il Tartaro è forse una palma o un error dilettoso? Tutto l’opposto , ma ciò appunto dà maggior forza a questo luogo, venendoci ad entrare una come ironia. Di tanti beni non m’avanza altro che il tartaro, cioè un male. Oltracciò si può spiegare questo luogo anche esattamente, e non con un senso molto naturale. Cioè, queste tante speranze e questi errori così piacevoli si vanno a risolvere nella morte: di tanta speranza e di tanti amabili errori, non esce, non risulta, non si realizza altro che la morte. Così il di viene a stare molto naturalmente per da o per o cosa simile. Che se la frase è ardita e rara, non per questo è oscura, ma il senso n’esce chiarissimo. E di queste tali espressioni incerte, più incerte ancora di questa n’abbonda la poesia latina. Virgilio, Orazio, che sono i più perfetti: anzi questi due n’abbondano massimamente. E lo stesso incerto, e lontano, e ardito, e inusitato, e indefinito, e pellegrino di questa frase le conferisce quel vago che sarà sempre in sommo pregio appresso chiunque conosce la vera natura della poesia. Insomma il luogo sta bene così, e non bisogna guastarlo. La voce tante è da conservare a tutti i patti, che nessun’altra potrebbe supplire all’effetto suo; effetto che appartiene all’intima natura del cuore umano, e deriva dall’indeterminatezza di questa voce, ossia della quantità ch’ella significa; come ho notato altrove (10 maggio. Domenica 1822).
Se una signora che tanto mi avversa, che non vuol camiare mai, ma che forse mi vuol bene mi accusa di sprecar tempo ed intelligenza a parlar così e a parlare di cose così in FB, divagazione per signorine lettrici un tempo di Liala, non ha voglia ancora di capirmi, sappia almeno stasera –se mi legge – che in quel che dico e come lo dico c’è anche il rammarico che né preti al tempo del mio ginnasio né reduci, laureatisi in divisa, al liceo ebbero mai a farmi amare Saffo, non per pruriginose curiosità sul suo ambiguo tiaso, ma per l’incanto della sua soave poesia.
 Forse, stasera con questa insolenza alla giovanile imbecillità di chi frastorna la nostra bella lingua con segni matematici per cui X vuol dire per, un messaggio un invito un soffio giunge là dove i sacristi piazzati dalla Curia per insegnar religione, diventano docenti delle belle lettere, perché avevano conseguito laurea con rette pagate ad istituti della truffa legalizzata

E così divento moralista, ma non grillino, dopo che avevo iniziato a leggere Leopardi che blasfemava: Iddio, o per se, o ne’ suoi Angeli, non isdegnava ne’ principi del mondo di manifestarsi agli uomini e di conversare in questa terra colla nostra specie ….. Ma cresciute le colpe e l’infelicità degli uomini, tacque la voce di Dio, e il suo sembiante si nascose agli occhi nostri, e la terra cessò di sentire i suoi piedi immotali, e la sua conversazione cogli uomini fu troncata. V. Catullo nel principio del poema de Nuptiis.  … 

Finisce la vita pastorale: incomincia la cortigiana e cittadinesca: nasce la fame dell’oro, la sfrenata e ingiusta ambizione, e d’indi in poi la storia dell’uomo è una serie di delitti, e di meritate infelicità.

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