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domenica 21 ottobre 2012

Ducezio chi era costui ?




Mi vien da ridere, mi tocca leggere nella fucina della più accreditata cultura Racalmuto, quella capace di far venire qui da noi carabinieri, finanzieri, poliziotti, congreghe dell’antimafia che prima almanaccano fantasiosi giochi di potere, e poi suffragano la nota TRIADE DI DIOMEDE, ed al contempo il missus panormitano e non basta anche ministre prefiche, femmine al tramonto, pesti galeotti e persino don Filipe de Romana Gente.
Acclarata la cazzabubbola delle infiltrazioni mafiose mi costringono a leggere:

Secondo alcuni antichi storici, la storia di Racalmuto, ha inizio nel regno di Ducezio re dei siculi, che l’avrebbe fondata nel sito di gargilata, sotto il cast...



Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Ducezio (Nea o Mene, 488 a.C.Kalè Aktè, 440 a.C.) fu re dei Siculi dal 460 a.C. al 450 a.C.

Nato nella Sicilia sud orientale forse nella città di Mene, l'odierna Mineo o Nea, l'odierna Noto, Ducezio era un uomo molto carismatico che riuscì a conquistare l'animo dei Siculi che da alcuni secoli erano oppressi dalla dominazione greca. L'influenza della popolazione indigena stava crescendo ed egli sfruttò la situazione per cercare di riaffermare la loro supremazia su quella dei conquistatori. Alla testa del suo esercito, Ducezio dominò la scena militare per più di dieci anni.
La sua prima impresa da generale fu quella di conquistare Aitna (già Inessa, presso l'attuale Paternò), sotto l'influenza siracusana da molto tempo. Nel 460 a.C. venne eletto re del suo popolo.
Nel 459 a.C. ricostruì Mene e distrusse la fiorente città di Morgantina. Nel 453 a.C. fondò Palikè, nei pressi dell'odierna Palagonia, e ne fece la capitale del suo stato. Nel 452 a.C. Syrakos e Akragas gli dichiarano guerra, alleandosi con i greci. Nel 450 a.C. venne sconfitto a Nomai (forse errata trascrizione di Noai) e successivamente a Motyon (vicino San Cataldo). Fu infine esiliato a Corinto.
Nel 444 a.C. rientrò in Sicilia e fondò Kalè Aktè, presso l'odierna Caronia; lì morì quattro anni dopo, nello stesso anno della distruzione di Palikè / Trinakie.


Mi cospargo il capo di cenere e vado a strappare, ad esempio questo mio scritto, qui:


Quell’antro, ubicato a sud-est, poté davvero essere adatta dimora al primo uomo che ebbe il destro di sistemarsi nelle nostre plaghe. Egli poteva essere benissimo del tipo di Cro-Magnon, e la sua periodizzazione non osterebbe ad essere collocata verso una trentina di migliaia di anni fa. La grotta di fra Diego, per noi, è l’impluvio di acque piovane che discendevano dal monte Castelluccio. Sotto, ad un certo momento, ebbe a crollare una enorme volta gessosa; vi fu il formarsi di un esteso zubbio, quello gigantesco ai piedi della grotta, ai fianchi a ridosso. Che cosa sia uno zubbio è detto in testi scientifici. Qui basta accennarvi. Così sotto il costone abbiamo ora ben sette inghiottitoi, a dire del mio amico sig. Palumbo di Milena. E quegli inghiottitoi vanno investigati, esplorati da squadre di speleologi professionisti: più della grotta visto che ivi non è stato trovato granché, almeno sotto il profilo archeologico. Nei sette inghiottitoi a valle vi saranno di sicuro argille cotte ed altro materiale sicano e d’altre culture, a testimonianza del vivere che in Gargilata v’è stato con un continuum che sempre il mio amico Palumbo mi mostrava analizzando i minuscoli cocci che affioravano. Dalla civiltà pre-sicana (quale noi riteniamo vi sia stata in base ai reperti archeologici risalenti ad una decina di migliaia di anni fa, come si è dimostrato nella contermine Milena), a quella delle tombe sicane (coronanti la stessa grotta e che si sogliono datare agli esordi del secondo millennio avanti Cristo), alla successiva della Magna Grecia (dipendenza agragantina) e quindi alla civiltà greco-romana, a quella intermedia del passaggio dei barbari (vandali, goti, etc.), alla restaurazione bizantina, per giungere a certa ceramica araba che andrebbe studiata con molta attenzione per i risvolti nella chiarificazione della dominazione araba (a dire il vero berbera) e del succedersi delle vicende legate a normanni e svevi, sino al 1271. Questo caleidoscopio storico giace negletto in terre un tempo vivificate da una sorgiva cui da bambino andavo ad attingere l’acqua con una minuscola brocca zingata (lanciddruzza); si trovava nello sprofondo di Gargilata. Ora, per incuria delle autorità preposte alla vigilanza la sorgiva è stata sotterrata per un po’ di vigna. Quelli di Agrigento hanno erroneamente invertito le particelle catastali soggette a vincolo ultraprotettivo. Mera disattenzione o censurabile compiacenza? E perché, nonostante le mie segnalazioni, non se ne danno per intesi?

La vita a Racalmuto parte dunque da Gargilata, tanto propinqua a Milena. E citiamo Milena giacché decenni di scavi e ricerche, da parte di superprofessori dell’Università di Catania (indichiamo per tutti: De Rosa) rendono eminente la cultura pre-greca dei Sicani. Quelli che indugiano su Gardutah, o su Casalvecchio, o su lo Judì e via discorrendo peccano di erudizione. Faranno tutto ma non storia o veridica microstoria racalmutese. Se Sciascia incide il bisturi del suo scrivere alato nella locale microstoria per dirci che “Racalmuto … [uguale] Rahal-maut, villaggio morto, per gli arabi: e pare gli abbiano dato questo nome perché lo trovarono desolato da una pestilenza” (Occhio di Capra) ed indulge nella diceria del “paese che esisteva già, un po’ più a valle” (presentazione mostra Pietro d’Asaro), e se giunge persino all’aforisma di un paese (che «profondamente gli pare di conoscere, nelle cose e nelle persone, nel suo passato, nel suo modo di essere, nelle sue violenze e nelle sue rassegnazioni, nei suoi silenzi, da poter dire quello che Borges dice di Buenos Aires. “ho l’impressione che la mia nascita sia alquanto posteriore alla mia residenza qui. Risiedevo già qui, e poi vi sono nato”») la cui vita non si riesce “ad immaginare, a vedere, a sentire… prima che gli arabi vi arrivassero e lo nominassero”, a noi sia concesso il privilegio del dissenso, o almeno dello scetticismo. Si pensi, non era solo nelle anagrafi parrocchiali che si scriveva Xaxa, ma anche nei rolli, nelle carte notarili, negli archivi laici. Ed il nome nulla diceva; pure le etimologie artatamente arabe sono ridevoli. Si pensi, oggi qualcuno, con soldi regionali, ci vuole erudire che tutto ha valenza terminologica araba (anche Montedoro, anche Gallo d’oro, anche … etc. etc.). Vedremo che di mirabilia in mirabilia, per il più grande arabista vivente, Racalmuto deve intendersi come il paese del moggio. (E D’Annunzio non ha fiaccole da nascondervi; a meno che questo non sia pretesto per far scintillare la rutilante poesia dell’Abruzzese sul palcoscenico del locale teatro, costosissimo nella erezione, ancor di più nella ricostruzione e adesso nel mantenimento di nebulose fondazioni.)
Del resto non si potevano aspettare gli arabi per trasformare plaghe ubertose in dimora vitale, autoctona. Racalmutesi da trentamila anni ce ne sono stati anche se non si chiamavano così. E dicevamo che si erano acquartierati a Gargilata, da cui sciamarono lungo il costone del Castelluccio, lungo le alture quasi dentarie del Serrone, da est ad ovest, ed anche giù nel vallone a tramontana, là dove v’era pastura, possibilità di caccia, germogli frumentari, terra atta a vitigni o ferace d’erbe per pascolo. Le testimonianze sono quelle delle tombe (a forno prima, a tholos dopo); o gli incavi funerari bizantini. Le nostre modeste ma irriducibili investigazioni del suolo ci hanno confortato di conferme per significativi manufatti, per ruderi che certificano, che ancor oggi segnalano il vivere antico tramite gli onori della tumulazione nella pietra friabile, là dove era disponibile.

Prima del Pliocene centinaia di milioni di anni fa, ovvio che l’altipiano racalmutese fosse tutto un mare. Cominciato il prosciugamento nel versante dal Castelluccio a tramontana, appena si ebbero a formarsi acquitrini pare – sono sommi scienziati ad attestarlo – che sciami e sciami di vibrioni (li chiamano col termine di Desulfovibrio desulfuricans) pavimentarono il territorio; e si dice vi deposero gli strati solfiferi delle future miniere.  Altri sconvolgimenti geologici subentrarono e proprio nel Pliocene (circa 25 milioni di anni addietro) l’intero effigiarsi del Vallone dal Castelluccio fino al fiumiciattolo  ed oltre sino al sistema collinare della Pernice, da sud a nord, e dalla Montagna giù giù sino allo “Strittu”, divenne come oggi lo vediamo ed amiamo. Il vulnus minerario del paesaggio naturalmente fa eccezione.
L’altro versante, da est a sud e da sud ad ovest, quello che plana sino al mare dalle punte del Castelluccio e del Serrone suole assegnarsi agli esordi del Quaternario, al Pleistocene, ad era recente (ma si fa per dire visto che dobbiamo parlare di sette/otto milioni di anni fa). Qui, da una parte la terra è pigra; Cugni Luonghi, Mangiauomini ed altre lande acquitrinose non hanno destato molto attaccamento alla terra; la moderna costruzione di un autodromo lascia nell’indifferenza i racalmutesi (pur se vi è da congetturare che verranno assordati); altro discorso invece per il versante ovest: se vi si progetta un aeroporto tanti arcigni paesani si ribellano. Terre feraci, humus fertilissimo, terreno intoccabile insomma vogliono rappresentarcelo. Stanno ordendo una rivolta civica. Manco a farlo apposta, a mo’ di torre vi è la contrada Noce ove albergava d’estate Sciascia per scrivervi i suoi non facondi libri. Sapeva raccogliervisi ed ispirarsi e comporre con la sua prosa non scivolosa, ipotattica disse Pasolini. Il silenzio si addice ai dintorni della Noce, scrivono persino gli eccentrici organi di stampa meneghina.

Storia narrabile dunque anche quella preumana delle ere geologiche. (se non vi era l’uomo, vi sarà).

La civiltà sicana che stanziava a Milena, alle Raffe, sotto Mussomeli si irradiò anche nelle contermini terre di Racalmuto. O, come amiamo pensare, da qui, epicentro per fertilità del suolo e vicinanza al mare, passò all’interno sino alla Rocca di Cocalo.  Le note del Mauceri, [1] nelle relazioni al Bullettino romano del 1860, dimostrano un iter sicano che da Licata  si inerpica sino all’interno, sino a Racalmuto. L’ingegnere delle ferrovie, invero, attribuisce al nostro territorio Pietralonga (ove le “pruvulate” per avere pietrame da spalmare per le rotaie della costruenda strada ferrata rivelarono necropoli sicane subito depredate). Apparteneva invece a Castrofilippo. Nel 1980, nel chiosare un piano regolatore racalmutese, l’insigne archeologo De Miro segue pedissequamente l’errore del Mauceri e – qui pro quo – vincola come racalmutese l’estranea località di Castrofilippo. Quando si dice un ricorso storico secolare. Per colmo d’ironia, quel De Miro, proprio Noce, Menta e dintorni – vere miniere di reperti archeologici greco-romani – dimentica di vincolarli. Dimenticanza o atto di devozione verso un nume letterario? Ora, i racalmutesi interessati, invocano la negletta archeologia per impedire l’aeroporto. Speriamo che almeno vi si stendano i vincoli di dovere.

Dal Castelluccio, l’apice del primo deflusso di acque geologiche, scese in declivio terra argillosa che i venti subito coprirono di humus fertile e che la successiva incuria degli uomini affidò alle inclemenze delle piogge capaci di spogliarla (e dire che siamo in tempi successivi alle cure dei monaci centuripini di S. Giuliano, abili invece a terrazzarla). Da lassù iniziarono il loro lento scivolare grandi scisti ed ancora sono in cammino verso il fondo valle. Prima i sicani e poi i bizantini se ne servirono per le loro sepolture.  Un patrimonio archeologico che almeno andrebbe inventariato. Del pari, dalla punta del Loggiato scesero altri massi che scheggiandosi e venendo corrosi dai venti sono ora penduli sui cigli con sembianze quasi umane, paurose eppure ammalianti. Come lo è l’orrido. Come nostrana sembianza, un simbolo, il vero stemma racalmutese. L’abbiamo additato all’attenzione dei nostri concittadini, con i miseri mezzi di una locale televisione, al suono pertinente, suadente di una stagione di Vivaldi. La labilità delle immagini, per i rudimentali mezzi della registrazione, si accentua sempre più e prossima è la fine di quelle immagini. Il Comune non ha attenzione per simili atti di amore, ha da finanziare estranei (ma potenti) o queruli soggetti pluridecorati (ma sono gli  “amici”).


La data di nascita di Racalmuto non è araba; il toponimo lo è ma circolava già da un secolo; Rahal Kamout si chiamava nel 1161 una località di Petralia (che invero nulla aveva a che fare con Racalmuto). Il nostro altipiano ovviamente preesisteva. Non vi era però nessun grosso centro che potesse prefigurare l’attuale paese con il suo cacofonico nome arabo. Se Laterza chiamò il paese di Sciascia Regalpetra e ne invocò le sue parrocchie, fu uzzolo letterario. Regalpetra ci piace ancor meno, e tra il toponimo della letteratura e quello di nebbiosa origina araba preferiamo il secondo. Come per lo stemma racalmutese, il pessimo gusto locale esplode. Quant’era bello l’arcigno simbolo: strisce gialle – tante quante erano le migliaia di abitanti che si andavano man mano censendo – su campo rosso e tutto sotto una corona nobiliare (pare persino regale, sicuramente marchionale – vecchia ambizione dei Del Carretto). E’ lo stemma dipinto in un bruciacchiato quadro dell’Itria. A cominciare da certi sapientoni palermitani dell’Ottocento lo si dice di Pietro D’Asaro; ma è infondata arditezza.

Eppure vi era vita. Se mancava una estesa dimora vitale come oggi siamo abituati a vedere un paese, non si trattava solo di masserie disseminate qua e là, come si crede che sia avvenuto dopo il crollo dell’impero romano; come si va dicendo che sia avvenuto nell’Agrigentino sotto papa Gregorio. Le testimonianze archeologiche ci fanno pensare ad una sorta di cespugli uno qua uno là. Il più consistente sotto fra Diego. Non era Mothion, termine che in lingua pre greca poteva pur significare ‘aiuto’, e che non disdice ad un insediamento di nostri avi. Padre Salvo è acuto – ma troppo fantasioso: vorrebbe Racalmuto un misto di arabo e di antichissima lingua (sicana). «Ben si spiegherebbe la composizione del nome arabo di Racalmuto, che potrebbe risultare dal prefisso arabo Rahal e da Mothion, cioè da Rahal-Mothion corrotto in arabo in Rahal-Maut, ‘Villaggio di Mothion’. In questo caso gli Arabi avrebbero conservato l’antica denominazione del vecchio villaggio presso cui si stabilirono in contrada Casalvecchio-Saraceno.» Il prete è erudito e si vede.
Noi lo stimiamo. Francamente è andato un po’ troppo nel congetturare. Una storia così può soddisfare solo chi se la inventa.

Alla fantasia noi concediamo invece che il primo uomo sapiens sapiens dell’altipiano possa essersi deciso a stabilirvi stabile dimora una trentina di migliaia di anni prima degli arabi. Doveva necessariamente essere troglodita: la grotta di fra Diego, questo inghiottitoio di acque essiccatosi dopo il crollo del gigantesco zubbio, esposto a sud-ovest dovette essergli propizio, accogliente per le sue primordiali esigenze abitative. E dopo?

Dopo una ventina di migliaia di anni, una popolazione autoctona ebbe a diffondersi in tutto il circondario: da lì sino a Mussomeli, ma  anche da lì sino a Pietralonga; a cespugli più che ad estesi agglomerati, a grossi insediamenti. Le tombe di fra Diego sono tante: svelano aggregati umani non spregevoli. Quelle di Ponte Gianfilippo sono anch’esse non sparute. Ma le altre – dietro, sotto, a fianco del Castelluccio, ad esempio – se non solitarie, sono circoscritte: due o tre nuclei familiari conviventi vi trovavano sepoltura se non imperitura, almeno durevole. Anche la pubblicizzata necropoli di Pietralonga aveva dimensioni plurifamiliari, ma limitate.

Quella popolazione autoctona la si chiama sicana. Persino Tucidide vi ha messo del suo per consacrare quel ceppo, quella genia. Risaliva a circa sette cento anni prima della caduta di Troia, riferiva. Ora, per i vicinissimi reperti archeologici di Milena, i laboratori di fisica nucleare di Catania non escludono datazioni risalenti a dieci mila anni fa. La scienza contro la storia antica. Ma fino ad un certo punto, basta sapere coordinare; smussare le discrasie più illogiche. Nulla vieta di chiamare sicani gli antenati racalmutesi che dieci mila anni fa – a Gargilata – sapevano già cuocere materiale fittile per i loro usi domestici. Non siamo come Sciascia; non vogliamo essere arabi a tutti i costi (sol perché i preti scrivevano nei loro registri parrocchiali Xaxa). Ci piacerebbe tanto essere gli eredi di quei sicani di dieci mila anni fa, con il nostro sicilianissimo – come dire racalmutese -  DNA, con le stigmate del sopravvivere in un aprico altipiano, con quel sole che sorge sempre da dietro il Castelluccio e che tramonta dietro la Montagna, con il succedersi di stagioni bizzarre, eppure composte, che ci hanno forgiato nella mente, nel cuore, nel nostro peculiare essere blasfemi, violenti eppure generosi, amabili, sottomessi a leggi, a potenti, a signorie anche straniere con sornioneria, senza suicidi ribellismi.






[1] ) Presso l’Archivio Centrale dello Stato abbiamo rinvenuto la corrispondenza fra il Mauceri ed il Comm. G. Fiorelli di Roma “sulle antichissime tombe fra Licata e Racalmuto nella provincia di Girgenti”. Il Mauceri risulta essere ingegnere e direttore  dell’Ufficio Centrale di Direzione in Caltanissetta delle Strade Ferrate Calabro-Sicule. (cfr. A.C.S. di Roma - Fondo: ANTICHITA' e BELLE ARTI (AA. BB. AA.) 1° versamento – busta n. 21 - Fascicolo 40.5.2 ).









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