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sabato 28 settembre 2013

Per rinfocolare una non sopita polemica di questo inverno contro denigratrici anglo-montedoresi, ripubblico miei post del blog CONTRA OMNIA RACALMUTO.

Per rinfocolare una non sopita polemica di questo inverno contro denigratrici anglo-montedoresi, ripubblico miei post del blog CONTRA OMNIA RACALMUTO. Risibili certe elucubrazioni difensiviste: non la Caico ma lo stalliere ebbe l'esilarante espressione contro un prete e contro l'intera cittadinanza racalmutese. Già, se la signora non ne faceva compiaciuta narrazione e per giunta in anglosassone di...re (così tutto il mondo poteva sogghignare sul paese del sale) chissà come ne avremmo saputo alcunché. Quanto a cervice loica i nostri vicini di casa (peregrino quell'ancor residua acredine contro Leonardo per non avere voluto chiosare un libro che non apprezzava - e quando mai Sciascia chiosò qualcosa che non fosse alla sua altezza!), beh! avremmo di che a ridire, certo punti da un apprezzamento a noi ostile. Personalmente secondo il loro metro di valutazione sarei aduso a "grotteschi scivoloni storici" (rectius microstorici). Peccato che a far loro da bordone talora indulge certa ingegnosa intellighenzia mia compaesana.

lunedì 18 febbraio 2013


Sempre a proposito della Caico e di padre Giuseppe Bufalino.

La mia notoria imperizia in queste diavolerie informatiche è la colpevole della volatizzazione di un commento anonimo - ma credo che sia del dottore Messana di Montedoro. L’autore crederà che abbia voluto censurarlo perché il post conteneva un appuntino un po’ critico. Manco per niente. Anzi lo prego di rinviarmi il post così lo faccio pubblicare come merita, contenendo note ed osservazioni pregevolissime. Mi chiama storico; mi sento solo microstorico di Racalmuto. Aggiungo che non ho esaltato la figura del “montedorese” padre Giuseppe Bufalino Maranella, ex francescano secolarizzato. Anzi l’ho chiamato “prete quasi burduni”, una categoria quella dei preti burduna prosperosa in senso negativo tra il 1820 e il 1930 a Racalmuto. Un campione fu padre Burruano, i cui figli (persino dotati) gli gridano vicino l’ite missa est: papà chi cciamma ddiri a la mamma: ditici ca cala la pasta ca ora viegnu [nostre successive ricerche dimostrano invece che codesto padre Burruano - più padre carnale che prete di casta vita - fu figura di spicco nel rilancio dell'industria solfifera a Racalmuto]

Il padre Giuseppe Bufalino Maranella, nato in quel di Montedoro e stanziatosi a Racalmuto dopo aver lasciato il convento francescano di Girgenti non lasciò nè scrusciu né sciauru: solo parenti stretti che oggi onorano Racalmuto.

La Caico in vena di sensazionalismo scrisse quello che scrisse. Non credo che sia stato lo stalliere di lady Chatterley – che ora mi si dice chiamarsi prosaicamente Augello – a parlare male di padre Bufalino. Quello che scrive la Caico di certo ebbe a stizzire Sciascia. Leggere quello che commenta Nanà chiosando il non pregevole testo storico del Tinebra Martorana. Ho allegato la fotocopia del lungo (per Sciascia) acidulo commento, sottilmente sfottente Montedoro (che io adoro). Dissento totalmente da Sciascia. Debbo però giustificare Sciascia: questi di Montedoro lo avevano preso per un chiosatore di piccole paesane cose. Sciascia fu un grande (il mio disprezzo va per i nocini, come dire quelli della noce). Gli volevano presuntuosamente quelli di Montedoro (e questo vizietto ce l’hanno: mancano di autocritica, figurarsi poi l’autoironia!), fagli fare prefazioni a parti o storici o letterari di non eccelsi maestri elementari del loro paese o di codesta sosia anzitempo di Lady Chatterley. Sciascia dribblò e poi infierì. Ho letto qualche altra deliziosa cosa in parodia di una commentatrice della Caico. A Montedoro aveva comunque già dato in Galleria negli anni ’50.

Quanto ai preti di Racalmuto, aggiungo che uso per celia definirmi CATTOLICO, CLERICALE ma fervente NON CREDENTE (in toto). Si dà il caso che sono nel cuore e nella mente un ghiottissimo mangiapreti. L’altro giorno mi raccontavano che un prete ancora non morto ma manco vegeto nei confessionali è un tantinello sporcaccione. Ad una quasi bambina domanda: ma ti spuntà l’orticello? La quasi bambina non capì e chiese spiegazioni alla famiglia. Aveva padre e fratelli nerboruti; andarono in case del prete vivo ma non vegeto e lo riempirono di botte. Il prete dovette ricorrere alle cure dell’ospedale. Versione dei fatti: dei ladri non solo mi rubarono, ma anche mi picchiarono. Andrà all’inferno per avere detto una bugia grave o perché peccò de sexto et de nono; qui ci vuole Pietro l’Aretino per avere il verdetto d’insegnamento per i confessori. Solo che non siamo più in quei secoli ove si invocava: sudate o fuochi a preparar metalli.

SEMPRE A PROPOSITO DELLA CAICO ED ANCHE PER DIMOSTRARE AL DOTTOR MESSANA DI MONTEDORO E AL DOTTOR LIOTTA CHE SONO PROPRIO DI "TENACE CONCETTO" CHE VUOL DIRE INVECE "TESTARDO COME UN MULU CALAVRISI", RITRASCRIVO:

Della signora Caico, che mi richiama un celeberrimo romanzo inglese con signora insoddisfatta e stalliere pronto a tutto, una cosa apprezzo: le fotografie. Senza la signora Caico non avremmo più alcuna memoria della chiesa accanto al Castelluccio.Una chiesa di grande importanza storica per Racalmuto. Distrutta, pressoché rasa al suolo. Signori che pur vogliono passare per illuminati cultori delle cose della religione a Racalmuto hanno colpe imperdonabili. Quella chiesa la potremmo ricostruire, ne faremmo una restitutio in pristinum. Cosa centrale per il turismo a Racalmuto, s'intende il turisno d'élite, e non quello paninaro sporca strade che ci vogliono propinare.

Quelli che dovessero avere foto di quella storica pieve di li castiddruzzara ne facciano pubblicazione, a futura memoria, perché appunto la memoria ha un futuro; è il futuro. Nessun ipse dixit può dissolverlo nelle brume del suo occiduo pessimismo. Noi siamo per la vita, per una ridente Racalmuto. La lugubre REGALPEPRA la lasciamo a chi la vuole ed ai contigui pennivendoli.

E tanto per essere ligio alla trasparenza la più totale, trascrivo anche il dialogo riservato con mio cugino Nicolò Falci da Montedoro.

Da:

Nicolò Falci. Questo mittente è nel tuo elenco contatti.


Inviato:

domenica 17 febbraio 2013 22:35:01


A:

'Calogero taverna' (calogerotaverna@live.it)


No Lillo carissimo,

la mia non era una richiesta di excusatio o difesa, bensì il consiglio di unire le forze e i documenti (tuoi e di Federico) per tenere vivo il ricordo (nel bene e nel male) della vita dei nostri due paesi, Montedoro quello in cui sono nato io e i miei genitori e Racalmuto quello dei miei parenti, nonno Nico, in primis, e tutti gli altri, Falci e Taverna.

Un abbraccio Lillì.

Nicolò

a:

Calogero taverna (calogerotaverna@live.it)


A:

Nicolò Falci

Carissimo Nicolò,
Sui Messana di Montedoro il mio assoluto rispetto e la mia incondizionata stima. Ci mancherebbe altro. Anche nel mio post sul vostro compaesano il francescano padre Giuseppe Bufalino Maranella. l'ossequio c'è e rimane. Io non sono sciasciano e quindi faccio finta di non avere letto quello che subdolamente scrisse Sciascia contro di voi montedoresi in risposta delle panzane scritte da questa inglese sposata (infedelmente?) Caico, E ciò perché io amo Montedoro, i montedoresi, lu zzi Tanu, la zza Caluzzedda, ma zzi Nicu e voi tutti omonimi di mia nonna, Giovanna Falci. Non sono campanilista; non posso esserlo. E Sciascia contro Montedoro si può leggere nella fotocopia che ho messo a corredo del post su padre Bufalino..
Ti abbraccio Calogero

Documenti

Caro Lillo,

forse in altro “luogo” leggerai la precisazione di Federico (montedorese, fratello di quel Calogero che a Montedoro ha installato un museo di immagini e documenti antichi, visitati dai racalmutesi Carbone e Cutaia) sulla Hamilton Caico. Federico, che ci legge in copia, è un mio amico abitante anche lui a Milano, è persona onestissima culturalmente e attentissima a queste cose e, su quello che scrive, documentatissima, essendo egli in possesso di documenti originali. Con lui (mi pare che vi abbia già messo in contatto) potrai scambiare interessantissime opinioni, non solo sulla querelle Caico.

Un abbraccio,

tò cuscinu Nicu Fanci

venerdì 27 settembre 2013

Padre Giusppe Bufalino, l'ex francescano della Caico di cui Sciascia non sa

mercoledì 13 febbraio 2013


Padre Giusppe Bufalino, l'ex francescano della Caico di cui Sciascia non sa

Di questi tempi è di moda un'inglesina frizzante, fedifraga forse che sì forse che no, che il nostro impagabile Piero Carbone sta facendo resuscitare dall'oblio cui sono dannati i pettegolezzi dell'Ottocento. Di Montedoro per giunta, con buona pace del mio carissimo cugino Nicolò Falci (e... di altri ingegnosissimi intellettuali di stanza in Lombardia e di altre gentilissime ragazze figlie di monteduoriiii...se). Noi saltiamo di pie' pari ogni romanticheria della Caico e ci soffermiamo su un preteso prete brigante: padre Bufalino.
Ci si era intignato - a dire il vero - anche il nostro sommo regalpetrese NANA'. "nessuno in paese ha ricordo o[ne] ha sentito parlare". L'arciprete Casuccio nel 1982 era ancora vivo; Sciascia lo interpella su codesto padre Bufalino, l'arciprete Casuccio non era tipo da fare confidenze, dei suoi fratelli nel sacerdozio pubblicamente mai si sarebbe arrisicato di dire motto. Avrebbe farfugliato, gesticolato e il discorso sarebbe caduto lì. Ne seppe qualcosa il grande nostro compaesano, il gesuita p.Sferrazza Papa. Cercò di intervistarlo: non cavò un ragno dal buco. Padre Adamo di Delia, storico del suo paese, volle qualche dato sull'arciprete Macaluso, il racalmutese fatto arciprete della cittadina nissena e noi che sappiamo tutto anche di quel famoso "passavo di ccà" ce la ridiamo ancora sulla reazione dello storico deliano a fronte dell'imbarazzatissimo arciprete Casuccio che gesticolando come suo costume ebbe a mormorare: è ormai nella pace del Signore .. è ormai nella pace del Signore.
L'abbiamo riportato sopra il necrologio riservato di padre Bufalino che si conserva in Matrice come di ogni prete morto.
E' riservato ma noi ne abbiamo la fotocopia. Dunque padre Giuseppe Bufalino era anche un Maranella, ma non era racalmutese; guarda caso era di Montedoro. La Caico non seppe, l'informatore la babbiava: Non so se al Castelluccio quella discesa da cavallo tra le braccia di codesto stalliere era stato un atto gentile o uno strusciamento bello e buono. Nè gli storici di allora, né i suoi ardenti estimatori compaesani del nobile marito, né i riesumatori di oggidì ce lo sanno né ce lo potranno dire. Certo all'epoca molto si mormorò. E quando si parla, e quando si sparla, qualcosa di vero dove esserci. E non può tutto ridursi a uno sparlattiari di gente ottusa e villana.
Il marito aveva ben altri guai anche giudiziari, mi pare, per qualche omicidio. Non seguo la storia di Montedoro, ma qualche fotocopia mi si impiglia fra le mani. Per cortesia, di questa inglesina a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento non facciamone una santuzza. Queste nordiche che vengono nelle nostre arse terre e scrivono di noi e ne scrivono male mi fannu rudiri gli zebedei, meno comunque dei giornalai nostrani.
Mettete a confronto i cenni bioografici della Matrice su padre Giuseppe Bufalino Maranella fu Salvatore da Montedoro, morto il 1° Settembre 1910, Minore Conventuale di san Francesco d'Assisi in Girgenti, nato il 25 gennaio 1824", e le ciarle della Caico, anche se in versione nientemeno che sciasciana. La calligrafia ci pare dell'arciprete Casuccio, appunto e figuratevi se quell'austero (in vecchiaia) sacerdote, con una memoria di elefante, non si ricordava di questo francescano secolarizzato. Tacque, perché nel suo costume. Chi lo conobbe a fondo non può che essere d'accordo cone me.

Dite tutto quel che volete ma che fosse un brigante non mi risulta. Una infamia,dunque; meglio una di quelle ciarlate contadine in cui una certa classe della zappa di Racalmuto eccelle.

La Caico ebbe a intravederlo quando questo famigerato ex frate-brigante era settantenne. Troppo vecchio per manigolderie, non troppo decrepito per non apparire quello che era sempre stato: uno di quei preti quasi "burduna", intento più a coltivare la terra, a rimpinguare il peculio mensile con l'obolo di qualche messa e di qualche accompagnamento al cimitero del solito "galantuomo" che ad accoltellare uomini: se nessuno se ne ricorda è perché non era stato un consacrato del Signore di durevole ricordanza.

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N-B.

La mia notoria imperizia in queste diavolerie informatiche è la colpevole della volatizzazione di un commento anonimo - ma credo che sia del dottore Messana di Montedoro. L’autore crederà che abbia voluto censurarlo perché il post conteneva un appuntino un po’ critico. Manco per niente. Anzi lo prego di rinviarmi il post così lo faccio pubblicare come merita, contenendo note ed osservazioni pregevolissime. Mi chiama storico; mi sento solo microstorico di Racalmuto. Aggiungo che non ho esaltato la figura del “montedorese” padre Giuseppe Bufalino Maranella, ex francescano secolarizzato. Anzi l’ho chiamato “prete quasi durduni”, una categoria quelle dei preti burduna prosperosa in senso negativo tra il 1820 e il 193° a Racalmuto. Un campione fu padre Burruano, i cui figli (persino dotati) gli gridano vicino l’ite missa est: papà chi cciamma ddiri a la mamma: ditici ca cala la pasta ca ora viegnu.

Il padre Giuseppe Bufalino Maranella, nato in quel di Montedoro e stanziatosi a Racalmuto dopo aver lasciato il convento francescano di Girgenti non lasciò nè scrusciu né sciauru: solo parenti stretti che oggi onorano Racalmuto.

La Caico in vena di sensazionalismo scrisse quello che scrisse. Non credo che sia stato lo stalliere di lady Chatterley – che ora mi si dice chiamarsi prosaicamente Augello – a parlare male di padre Bufalino. Quello che scrive la Caico di certo ebbe a stizzire Sciascia. Leggere quello che commenta Nanà chiosando il non pregevole testo storico del Tinebra Martorana. Ho allegato la fotocopia del lungo (per Sciascia) acidulo commento, sottilmente sfottente Montedoro (che io adoro). Dissento totalmente da Sciascia. Debbo però giustificare Sciascia: questi di Montedoro lo avevano preso per un chiosatore di piccole paesane cose. Sciascia fu un grande (il mio disprezzo va per i nocini, come dire quelli della noce). Gli volevano presuntuosamente quelli di Montedoro (e questo vizietto ce l’hanno: mancano di autocritica, figurarsi poi l’autoironia!), fagli fare prefazioni a parti o storici o letterari di non eccelsi maestri elementari del loro paese o di codesta sosia anzitempo di Lady Chatterley. Sciascia dribblò e poi infierì. Ho letto qualche altra deliziosa cosa in parodia di una commentatrice della Caico. A Montedoro aveva comunque già dato in Galleria negli anni ’50.

Quanto ai preti di Racalmuto, aggiungo che uso per celia definirmi CATTOLICO, CLERICALE ma fervente NON CREDENTE (in toto). Si dà il caso che sono nel cuore e nella mente un ghiottissimo mangiapreti. L’altro giorno mi raccontavano che un prete ancora non morto ma manco vegeto nei confessionali è un tantinello sporcaccione. Ad una quasi bambina domanda: ma ti spuntà l’orticello? La quasi bambina non capì e chiese spiegazioni alla famiglia. Aveva padre e fratelli nerboruti; andarono in case del prete vivo ma non vegeto e lo riempirono di botte. Il prete dovette ricorrere alle cure dell’ospedale. Versione dei fatti: dei ladri non solo mi rubarono, ma anche mi picchiarono. Andrà all’inferno per avere detto una bugia grave o perché peccò de sexto et de nono; qui ci vuole Pietro l’Aretino per avere il verdetto d’insegnamento per i confessori. Solo che non siamo più in quei secoli ove si invocava: sudate o fuochi a preparar metalli.

Pubblicato da Calogero Taverna a 22:51
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Etichette: Montedoro, P.Sferraza Papa, Padre Giuseppe Bufalino, Piero Carbone




1 commento:



Ettore Liotta ha detto...
Interessante la scoperta dei dati anagrafici di questo padre Giuseppe.
Comunque Sciascia accredita quanto viene scritto proprio dalla Caico nel suo libro e cioè che tale padre era stato "fedele amico e compagno di briganti", "pittoresco" e chiamava il coltello "il mio crocefisso".
Infatti proprio per questo, pensa Sciascia, era stato rimosso dalla memoria collettiva dei racalmutesi e solo l'ex arciprete se ne ricordava nel 1982.
La rimozione, continua Sciascia nella prefazione del libro di Nicolò Tinebra Martorana " Racalmuto- Memorie e Tradizioni", è come quella avvenuta con Fra Diego La Matina, che in tale libro non viene nemmeno citato.
A suo tempo ricevetti un anonimo che io eliminai perché non pubblico anonimi (salvo eccezioni). Ma dopo tempo mi va qui di pubblicare l'improvvida accusa di essere caduto in grotteschi scivoloni:

In riferimento al testo pubblicato da Calogero Taverna in data 13 febbraio 2013 Ho letto con attenzione l’accorata difesa dello storico Taverna di questo famoso (come dice lui) o famigerato (come da tradizione) padre Bufalino. A me pare che, come successe a Sciascia, anche Taverna sia stato pizzicato nel vivo, quando il campiere Augello riferisce a Luisa Caico che quel prete, padre Bufalino, che aveva fatto da guida al castello, non fosse certo in odore di santità e che era la persona più intelligente di Racalmuto! Uno scivolone grottesco perché, a mio giudizio, la Caico, non essendo del posto né tantomeno una storica, ha riferito ciò che la guida gli suggeriva: e di lui si fidava ciecamente, “strusciamenti” a parte. Quando un po’ prima del 1980 (se non ricordo male) andammo a trovare Sciascia alla Noce per sottoporgli parte della traduzione del libro della Caico, nel caso volesse scriverne una prefazione, prese tempo e poi non fece nulla. Pubblicò invece la prefazione al libro su Padre Giusppe Bufalino, l'ex francescano della Caico di cui Sciascia non sa

Come si vede il testo resta sospeso, credo che si debba al fatto che quando un commento è troppo lungo vi è automatica amputazione. L'occasione mi è propizia per significare al figlio di Gino Caprara che se il suo commento è tronco non è stato per mia callida manipolazione, ma per ragioni possiamo dire tecniche che mi sono sfuggite. Non so cosa c'era scritto, ma meglio così: avrei rincarato la dose.

giovedì 26 settembre 2013

ITRIA - Questa chiesetta all'angolo con l'arco di Don Illuminato venne costruita nei primi decenni del'600 da don Vincenzo del Carretto.

ITRIA - Questa chiesetta all'angolo con l'arco di Don Illuminato venne costruita nei primi decenni del'600 da don Vincenzo del Carretto. Figlio bastardo di Giovanni del Carretto, conte di Racalmuto, visse prima come tutore del gracile fanciullino il fratellastro don Girolamo del Carretto morto a 25 anni secondo le mie conoscenze che smerntiscono i padri carmelitani del 1765, e poi come 'mundualdo' assiduo della vedova donna Beatrice con la quale nessuno mi leva della testa peccò intensamente de sexto et de nono. Divise l'arcipretura di Racalmuto con il fratello di Pietro D'Asaro, don paolino D'Asaro. Ma neppure alla morte del mezzadro di anime malvolentieri ebbe voglia di far da parroco ai racalmutesi. Alla fine dei suoi giorni lo prese terrore per le pene dell'inferno e si costruì questa chiesetta-tomba ben dotandola. Grande Pietro Tulumello, vero artista. che scattò questa bella foto della vezzosa chiesa, passata dopo tante vicissitudini alla settecentesca Maestranza.

 

Mi pare ben più grave di un atto di mafia. Nessuno controlla? Non esiste ipotesi di reato, ma reato perseguibile di ufficio?

Com'era, com'è.
Addetti alla conservazione hanno diramato foto-trucco per dimostrarci che ora sì il castello chiaramontano di fine piazza Castello è bello. Lucente, lustrato impiastricciato di moderne tinture chimiche. Com'era, guardate ben...e la foto austera della torre: avevamo una testimonianza di un manufatto di fine Trecento, ce lo siamo giocato. Lo stucchevole rifacimento pare ora una
Fotoscimmiottatura castellana moderna. Venne un tempo, mio ospite, il presidente della CGA siciliana, grande intenditore e giudice in vertenze molto specialistiche in materia di recupero di edifici storici. Lo volevano ammaliare con la appariscenza delle colle parietali. Un piccolo graffio col dito: buon ducotone, mi disse. Le malte dovevano essere ben altre. molto consone ai tempi di edificazione. Il castello di Racalmuto non esisteva quando qui venne l'arcidiacono Du Mazel a tassarci. Era il 1356. FotoDopo una ventina di anni, nell'archivio segreto vaticano il paese comincia a venir chiamato CASTRUM. Racalmuto aveva costruito il suo bel castello medievale. Le carte vaticane sono dense di missive con il DOMICELLUS Claramons. Documenti ben precisi che però fanno subito apparire "cervellotiche congetture", anticipi di datazione che talora sono sprofondati sino a Federico II. Lascio la questione agli eruditi. A me preme chiedere: ma tutti i soldi (miliardi di vecchie lire) buttati per elidere una importante testimonianza medievale non destano sospetto alcuno? Mi pare ben più grave di un atto di mafia. Nessuno controlla? Non esiste ipotesi di reato, ma reato perseguibile di ufficio?

 
 

Questo è il terzo ed ultimo foglio del cartiglio che si trovava "nella chiesa del Carmine [in] un massiccio sarcofago di granito, due pantere rincagnate che lo sostengono ....L. Sciascia Parrocchie ...

Questo è il terzo ed ultimo foglio del cartiglio che si trovava "nella chiesa del Carmine [in] un massiccio sarcofago di granito, due pantere rincagnate che lo sostengono ....L. Sciascia Parrocchie ...

Ora vi spiego come a Racalmuto finiamo col confezionare le più grosse patacche storiche e credere che si tratti addirittura di vangelo indutabile. Non si può ora mandare a lu "cuddararu" chi osa dubitare, ma lo si farebbe ben volentieri. Guardate questo documento.



Foto: Ora vi spiego come a Racalmuto finiamo col confezionare le più grosse patacche storiche e credere che si tratti addirittura di vangelo indutabile. Non si può ora mandare a lu "cuddararu" chi osa dubitare, ma lo si farebbe ben volentieri. Guardate questo documento.
Ora vi spiego come a Racalmuto finiamo col confezionare le più grosse patacche storiche e credere che si tratti addirittura di vangelo indutabile. Non si può ora mandare a lu "cuddararu" chi osa dubitare, ma lo si farebbe ben volentieri. Guardate questo documento.


Hic est Ill.mus Dom.us D. Hjeronymus a Carretto Comes huius T.rae Racalmuti

Tutti a Racalmuto dicono che latino epigrafia e paleografia sono noccioline rispetto alla loro ultra assodata erudizione (magari l'ultimo libro serio l'hanno letto cinquant'anni fa ed erano i quesiti per la patente). Ciò nonostante mi permetto di trascrivere.
"Hic est Ill.mus Dom.us D. Hjeronymus a Carretto Comes huius T.rae Racalmuti qui obiit occisus a Servo domus suae SEXTO mensis Maji quintae Ind.is 1622. Fuit Pater duorum Filiorum D.nae Dorotheae et Ill.mi D.ni D. Joannis successoris in Statu, Aetatis vero suae 23.
Et Kalendis Maji Aetatis 24 octavae indictionis 1625 Ill.ma D,na D. Beatrix eius uxor transferri mandavit ad monumentum lapideum per manus R.di Patris Salvatoris Ricci Prioris et ommnium patrum consensu et praedicta Ill.ma D,na D, Betrix quae suum prestitit consensum ipsamet adfuit
Praesentibus Pampalo Nuaro gubernatore et Joanne Hjeronymo Salamone Secreto, et aliis Ill,mae domus familiaribus scripsit pater Joannes Batt.sta Ricci. Tandem ab exemplari in monumento existenti fidelissime trascriptum a p.tre Josepho [Poma a o a Racalmutensi Carmelitarum ordinis die 12 Aprilis 13 indictionis anni vero 1765 ad perenne sui obsequi monumentum ]


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Gino Caprera fu nel 1950 regista teatrale raffinato, frizzante, abile tanto da obnubilare quell'altro paesanuzzu un tal Leonardo Sciascia.

Avrete notato che nel mio Blog CONTRA OMNIA RACALMUTO ho dovuto rabberciare questo piccolo post:

La filodrammatica della Madrice di Racalmuto del 1950 al gran completo. Anche l'austero arciprete Casuccio posa per noi. Modestissimo aiuto regista io, di un vero regista prima (il fascisstissmo Gino Caprera che qui invero non appare, essendo in prestito) e del successivo regista improvvisato in "La p...atorale" di padre Fedele da San Biagio, il futuro altissimo dirigente dell'INPS, dottor Guid0 Picone. Invero, saccentello e presuntuosetto ero più di impiccio che di aiuto. Finii in rotta di collisione con Guido perché volevo insegnargli a recitare. Ma dopo mi perdonò tutto e siamo divenuti e siamo grandissimi amici.


Mi si impone la censura perché come microstorico di Racalmuto non potrei citare un personaggio storico del 1950 come Gino Caprera senza prima chiedere il permesso alla figlia che all'epoca credo manco ci fosse. Gino Caprera fu nel 1950 regista teatrale raffinato, frizzante, abile tanto da obnubilare quell'altro paesanuzzu un tal Leonardo Sciascia. Ne ho parlato varie volte con stima, con affetto, persino con nostalgia. Come si addice ad un vecchio come me cui grettamente si rimprovera di non avere neppure la mano ferma nel battere per il tempo giusto la "s" della tastiera del "computer" o per frenesia non solo non mettere i puntini sulle "i" ma addirittura ometterle. Orsù via, proprio vecchiaia è questa o semplice imperizia di chi ha dovuto dismettere l'usata e abusata penna stilografica!

Bronzino : Allegoria della lussuria

Bronzino : Allegoria della lussuria
L'Allegoria del trionfo di Venere è un dipinto a a olio su tavola (146x116 cm) di Agnolo Bronzino, databile al 1540-1545 circa e conservato dal 1860 alla National Gallery di Londra.
È considerato uno tra i più raffinati capolavori del primo Manierismo italiano [1].

Storia [modifica | modifica sorgente]

Il dipinto venne inviato come regalo di Cosimo I de' Medici al re Francesco I di Francia, ed era quindi innanzitutto un oggetto politico: il neonato Ducato di Toscana era in cerca di alleanze strategiche per evitare di venire fagocitato dal grande impero di Carlo V (come era avvenuto per il Ducato di Milano). Per questo cercava di ingraziarsi la Francia inviando preziosi doni come questo mentre, per allearsi con la Spagna, Cosimo I sposò la figlia del viceré di Napoli, Eleonora di Toledo; per ingraziarsi il papato infine consegnò a Pio V Pietro Carnesecchi, un suo amico intimo accusato di eresia, che finì per questo bruciato al rogo.
Nell'Ottocento la sensualità erotica del dipinto destava imbarazzo: per questo il pube di Venere fu coperto da un panno giallo e le natiche di Cupido da un ramo di mirto, tolti solo successivamente durante un restauro novecentesco eseguito con ottimi risultati.

Descrizione [modifica | modifica sorgente]

Essendo un quadro prodotto da una élite a beneficio di un'altra élite, il soggetto, suggerito sicuramente da qualche personaggio erudito della corte medicea, è estremamente complesso e dà la possibilità, alla mano di Bronzino, di realizzare uno dei capolavori più famosi del manierismo in auge all'epoca. Lo stile è molto idealizzato, sensuale ma anche freddo, quasi marmoreo, sublimemente idealizzato.
La tela presenta più livelli di lettura. Il soggetto in generale è quasi sicuramente un'allegoria dell'amore sensuale, del sesso. Venere in primo piano (identificata dal pomo d'oro del giudizio di Paride), bacia sensualmente il figlio Cupido, il quale, mostrando vistosamente la sua nudità attraverso le natiche, le solletica un capezzolo. Più complessa è l'interpretazione delle figure sul retro. Il putto con i campanelli alla caviglia, che sparge petali di rosa, ben illuminato sulla destra, simboleggia il riflesso più immediato del piacere carnale, la Gioia; ma, al contempo, si è ferito i piedi con delle spine. Dietro di esso una fanciulla appena in ombra si presenta con un grazioso volto, ma è una figura molto ambigua: la sua natura ingannatrice è testimoniata dall'inversione della mano destra con quella sinistra e dal corpo di mostro appena visibile in basso; è infatti l'Inganno; dopotutto anche Venere e Cupido si stanno ingannando a vicenda: lei sta rubando una freccia dalla sua faretra, lui le sta sfilando il diadema di perle. Le stesse maschere da teatro, presenti in basso a destra sono un simbolo della realtà celata dagli inganni.
Sul lato opposto le due figure grottesche sono la Disperazione e la Follia (in basso), che sono le conseguenze di medio e lungo periodo dell'amore sensuale. Infine un vecchio in alto a destra scosta un pesante velo che scopre la scena: è il Tempo, accompagnato dalla Verità (in alto a sinistra), che svela; infatti l'altro titolo del dipinto, e forse quello più azzeccato, è proprio la Lussuria smascherata.

Note [modifica | modifica sorgente]

  1. ^ "La tavola è uno dei gioielli della National Gallery di Londra e anche uno dei quadri più importanti del primo Manierismo italiano. [...] Si tratta di una elaboratissima allegoria, molto cerebrale, dell'Amore, delle sue bellezze, dei suoi pericoli e della sua fine. [...] il modo con cui il Bronzino stesso l'ha elaborata, perché la composizione è di quelle che non nascono di getto ma è il frutto di una lunghissima, interminabile, [...] estrema elaborazione intellettuale." da, Federico Zeri, Un velo di silenzio, Milano, Rizzoli, 1999. ISBN 8817863521

Collegamenti esterni [modifica | modifica sorgente]

"La lussuria È una piaga misteriosa nel fianco della specie - scrive Bernanos -.

Io venni in luogo d'ogni luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti È combattuto.
La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina:
voltando e percotendo li molesta.
(Inf. V, 28-33)

Intesi ch'a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.
(Inf. V, 37-39)

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fe' licito in sua legge
per tòrre il biasmo in che era condotta.
Ell'È Semiramìs, in cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra [Egitto] che 'l Soldan corregge.
L'altra [Didone] È colei che s'ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo [re di Tiro];
poi È Cleopatràs lussurïosa.
Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi il grande Achille,
che con amore al fine combattÈo.
Vedi Parìs [Paride], Tristano"; e più di mille
ombre mostrommi, e nominommi, a dito
(Inf. V, 55-68)

"Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui della bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense".
(Inf. V, 100-107)

E quella [Francesca] a me: "Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
nella miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.
Ma s'a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
(Inf. V, 121-126)

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse:
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disïato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi baciò tutto tremante.
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante".
(Inf. V, 127-138)

Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
e la cornice spira fiato in suso
che la reflette e via da lei sequestra;
ond'ir ne convenìa dal lato schiuso
ad uno ad uno; e io temea il foco
quinci, e quindi temea cader giuso.
(Purg. XXV, 112-117)

e vidi spirti per la fiamma andando;
(Purg. XXV, 124)

Indi al cantar tornavano; indi donne
gridavano e mariti che fuor casti
come virtute e matrimonio imponne.
(Purg. XXV, 133-135)

la nova gente: "Soddoma e Gomorra";
e l'altra: "Nella vacca entra Pasife,
perché 'l torello a sua lussuria corra".
(Purg. XXVI, 40-42)

Nostro peccato fu ermafrodito;
ma perché non servammo umana legge,
seguendo come bestie l'appetito,
(Purg. XXVI, 82-84)

come l'angel di Dio lieto ci apparse.
Fuor della fiamma stava in su la riva,
e cantava "Beati mundo corde!"
in voce assai più che la nostra viva.
(Purg. XXVII, 6-9)
opera

Pittura fatta di misura, equilibrio e purezza anche quando raffigura il vizio della Lussuria. L'insieme si ordina come un gruppo scolpito in scorci audacissimi di corpi ravviciati in un sensuale groviglio di gambe. Spazio risonante di gemiti. Espressione perduta, di chi si È perduto nella lussuria. Il serpente vi si annida avido. L'atto sessuale, per sé sacro, viene così inserito nel contesto del male a causa dell'abuso di chi segue "come bestie l'appetito".

"La lussuria È una piaga misteriosa nel fianco della specie - scrive Bernanos -. Che dico, nel suo fianco? Alla fonte stessa della vita". Riserva tutto il piacere al corpo. Ma il corpo, separato dallo spirito, si preclude quella pienezza di gioia dell'anima capace di appagare anche il corpo. La rivoluzione sessuale del nostro secolo sta ancora volando basso tra piaceri occasionalmente consumati, talvolta offerti dal mercato o garantiti da un farmaco. È ancora lontana dalla capacità di armonizzare anima e corpo mentre l'esasperata idolatria della bellezza esteriore e della giovinezza ci aliena dal nostro corpo personale imperfetto, non meno importante dello spirito come meravigliosamente scrive il poeta inglese John Donne (1572-1631): "Così debbono le anime elevate / degli amanti adattarsi agli affetti / che si posson raggiungere coi sensi: / altrimenti un gran bene andrà perduto. / Rivolgiamoci ai corpi e concediamo / anche ai meno virtuosi un po' d'amore. / I misteri d'amore sono nell'anima / ma È nel corpo ch'È posta la sua essenza".

Ma ora mi domando: Racalmuto è ancora il paese del sale per quel che si intende paese del sale?

Quando son umile, rarissimamente, canto con Omero i versi dei vecchioni che dicono di essere ormai solo frivoli uccellini (non i riddilii di Totò) che sulle cime degli alberi cinguettano saggezza vetusta, dopo scarnificanti aggressività dell’età che si dice matura. Ma di ciò in altro tempo. Spero nel mio blog, tutto mio, senza censori, senza censure.

Ma ora mi domando: Racalmuto è ancora il paese del sale per quel che si intende paese del sale?
Mi è sembrata idiozia pura la pretesa di una suppongo vezzosa signorina che esigeva il nulla osta per potere io fare microstoria. Nell'aprile del 1950 giovani spasimanti di signorine use ad affacciarsi troppo al balcone per farsi "taliare" decisreo di metter su una filodrammatica. Interdetto il teatro ricorsero alla sacrestia della matrice di Racalmuto. Pur di fare proseliti l'arciprete ed arcigno Casuccio acconsentì. In scena ovvio cose di Dio. Ho ucciso mio figlio fu scelto, un monito per chi osa frapporre ostacoli alle chiamate del Signore che pare sussistano ancora. Bisognava scegliere un regista. I maghi erano Giugiu Agrò e Toto Falbo; ma non si dimostrarono disponibili, presero però uno della loro cerchia, ufficialmente MSI ma notoriamente covo di fascistissimi (nostalgici, di diceva) e ce lo prestarono. Mi si dice ora che non posso fare il nome e non posso svelare che pur "fascistissimo" fu ammesso dal Casuccio a fare il regista. Fu molto bravo, apprezzato. Ne canto le lodi. La famiglia mi vuole persino querelare per averne parlato non bene ma benissimo. Ma c'è dell'intelligenza ancora a Racalmuto?

mercoledì 25 settembre 2013

Dicevo tempo fa ...... è cambiato qualcosa?



  • Dicevo tempo fa ...... è cambiato qualcosa?

    Venni da Roma convinto che le strutture comunali agrigentine avessero torto al 100 per 100 nel reclamare in limine tarsu precorsa aggravando i loro atti di balzelli usurari e sanzioni enfiate di responsabilità soggettive e patrimoniali. Cifre ballerine fioccavano, due mila, no sei mila; 14 mila, sì ma per l’intera provincia. Mazzate individuali per centinaia di euro moltiplicabili per sei o forse sette esercizi.
    Arrivato a Racalmuto: una babele tributaria. I maestri, i legali, i persuasori (ed anche gli incettatori) pullulavano. Le pubbliche autorità? In quiescenza. Finalmente Rizzo aggancia una avvenente signora e tra poche cose giuste spara di grosso. Una chicca: è Racalmuto che ha chiesto questo castigo di dio tributario. Lo stesso Rizzo aggancia poi il Responsabile massimo dell’ufficio tributi del Comune che dovrebbe smentire l’avvenente signora. Risultato:un paio di excursus fuori tema,una qualifica azzardata della Tarsu come imposta patrimoniale, una voglia di sostituirsi al Legislatore per avere leggi di comodo (per il suo disorientato ufficio). Non vero che era stato il Comune che aveva postulato la tassazione retroattiva. Solo vi era stata una AUTORIZZAZIONE nell’agosto del 2010 da parte dell’autorità allora al vertice del Comune. La Gesa Ato spa aveva avuto un’altra AUTORIZZAZZIONE nel gennaio del 1995 a gestire tutto essa l’intera baracca della Tarsu a Racalmuto.
    I miei scarni ricordi universitari mi mettono in forse: ma forse si voleva dire affidamento di pubblico servizio nel caso del 1995 e affidamento di indagini accertative nell’agosto del 2010. Quindi l’avvenente signora finiva coll’avere ragione e a dir poco la censura politica ricadeva sui politici racalmutesi.
    Essendo notoria la mia voglia di far polemica comunque e dovunque, avrei qui voglia di sbizzarrirmi nel punzecchiare questo o quello, ma essendo la cosa seria e talora anche drammatica, me ne astengo. Vengo a sapere che un contadino riceve una cosa per cui gli si chiede una super tarsu per una sua robba lontana non so quanti chilometri, estesa quattrocento metri. Sicuro un baglio collabente. Né acqua, né luce né gas, ma sciaguratamente dichiarato al catasto un paio di anni fa. A quello gli viene l’infarto, tutti quei soldi non ce l’ ha! Non ci si può ridere sopra.
    Ma non tutto è così: mi sono accorto che il mio 100% scende forse al 70%, ma è un 70% esiziale per la pubblica amministrazione o meglio per politici, dirigenti, impiegati, incaricati di pubblico servizio che da un lato temono giustamente di subire le mannaie della corte dei conti (a dire il vero mi pare molto quieta in Sicilia) e dall’altro sono astuti a cautelarsi inventandosi evasori ed elusori (hanno imparato questo termine e ne fanno uso ed abuso).
    Poveri racalmutesi. Si aggiungono falsi profeti (a dire il vero più promessi che acquietanti). Lo sconcerto sta per essere totale. Commissari, ministri, prefetti, questori procuratori della repubblica qualcosa dovrebbero fare. Se Bisanzio brucia, bloccano la via Roma per far passare mastodontici TIR della RAI e riprendere il giorno della civetta del nipote del grande nonno. Il comune si indebita per oltre 29 mila euro per aprire e rendere agibile (per lo spazio di una sera?) un teatro costosissimo ma nato morto. Se Bisanzio brucia, la ministra non se ne accorge o nessuno l’avverte e fa disporre un imponente servizio d’ordine per potere venire ad assistere all’ennesima replica a Racalmuto di un obsoleto lavoretto su una civetta che canta di giorno (a Racalmuto invero a cantare sono ora tanti e non sono civette , ma pentiti a pagamento).
    Frattanto là dove nulla si sente al castello chiaramontano, nelle sale d’attesa dei legali, nei blog datori di libertà paesana, nei nonostante cari a Sciascia si pontifica, si discetta, si teorizza, si suppone e dissennatamente talora si consiglia.
    A me vien fatto di pensare che:
    Quelle che arrivano o sono notifiche bonarie o sono accertamenti afflittivi; se notifiche bonarie non v’è interruzione di decadenza (decadenza e non prescrizione mi fa acutamente osservare l’avvocato Carmelo Brucculeri e gli devo dar ragione per quello che ho appreso al SECIT). Se sono accertamenti e contengono solo indimostrati sospetti di evasione o di elusione, nel momento in cui si azzardano gli accertatori (pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio ) a farne afflittiva contestazione, la cosa diviene scottante sfiorandosi – ma solo sfiorandosi? – il falso in atto pubblico o la pretesa del non dovuto . Se, come pare, si sono presi i dati catastali del 2011 e si sono incrociati con le realtà impositive del 2006, quali pastrocchi possono venire fuori? quali pastrocchi sono venuti fuori?
    Se obbligo di denuncia c’era essa scattava al momento del licenziamento del regolamento del 1995; le sanzioni per omessa denuncia retrocedono a quell’anno e sono belle e andate per decorrenza di termini; volere applicare siffatte denunzie al 2006 è un bell’arbitrio che può uscire dalla bocca di qualche dirigente loquace ma che non avrebbe accoglimento presso organi tutori; se l’obbligo di denuncia è di annua ricorrenza, allora per ogni anno scatterebbe l’obbligo e quindi se del caso la sanzione;
    Con il varo del regolamento del 1995 il comune doveva attivarsi per la definizione del perimetro cittadino e per le indicazioni delle aree extra cinta comunale soggette a riduzioni di fascia A e quelle di fascia B etc. e non pensare che un cittadino si metta a misurare i metri di distanza dal cassonetto più vicino che oggi è qui e domani è là: In caso di inadempienze delle autorità competenti comunali chi paga? I responsabili dinanzi alla corte dei conti e le loro colpe la Gesa ATO non può obliare, non ha le chiavi di san pietro di sciogliere o di legare e soprattutto non può essa stabilire sanzioni solo a partire da 2006.
    Il regolamento è cosa strana; rimartella la legge o meglio il decreto nazionale; vago questo ancor più vago quello: ne discende una interpretazione di comodo come agevolmente si può dimostrare chiedendo cosa hanno combinato sindaci, assessori, consiglieri comunali e soprattutto dirigenti degli uffici competenti: mi risulta che tanti di loro stanno subendo gli avvisi de quo (o avrebbero dovuto notificarglieli) per avere agito come tutti i contribuenti racalmutesi in base ad interpretazioni di comodo (seconde case, magazzini, garage, case di campagna). Costoro non sono in mala fede, solo hanno applicato i criteri interpretativi di norme e regolamenti che ora una azionaria non accetta. Ex nunc? No! Ex tunc? Se ex nunc rimodulino i regolamenti e non si rompano le scatole ai contribuenti, se ex tunc si proceda contro dirigenti ed amministratori in evidente conflitto di interessi.
    Si mettano d’accordo e dicano: le carte che hanno inviato sono accertamenti o sono notifiche bonarie: tutte e due le cose non possono coesistere coevamente. Un mio consiglio non si faccia nulla: si aspetti la cartella: arrivando fuori tempo massimo si proceda presso la commissione tributaria per la parte fiscale chiedendone la sospensione o sgravio che dir si voglia e presso le autorità giudiziarie per gli abusi riscontrabili. Basterebbe un certificato catastale STORICO che evidenzi differenze tra il 2006 e il 2011 ed il pubblico ufficiale è bello e fritto. E i commissari? Certo se fossero politici avrebbero già impedito questo deleterio deflagare di atti nulli se non indebiti, come burocrati credono di potersene lavare le mani? E no! Signori .. per lo mano una culpa in vigilando scatta.




martedì 24 settembre 2013

La filodrammatica della Madrice di Racalmuto del 1950 al gran completo


La filodrammatica della Madrice di Racalmuto del 1950 al gran completo. Anche l'austero arciprete Casuccio posa per noi. Modestissimo aiuto regista io, di un vero regista prima (il fascistissimo G.... C....[la famiglia o la sedicente famiglia mi sta censurando, visto che io parlo di un FASCISTISSIMO con un certo nome o pseudonomo ed invece mi si tira un altro nome e cognome, ma terrorizzato dalle minacce di querela obbedisco: Zeus rende folli quelkli che vuol perdere ma dagli imbecilli ci guardi Iddio) che qui invero non appare, essendo in prestito) e del successivo regista improvvisato in "La patorale" di padre Fedele da San Biagio, il futuro altissimo dirigente dell'INPS, dottor Guid0 Picone. Invero, saccentello e presuntuosetto ero più di impiccio che di aiuto. Finii in rotta di collisione con Guido perché volevo insegnargli a recitare. Ma dopo mi perdonò tutto e siamo divenuti e siamo grandissimi amici.

Non so chi mi invita a rettificare il nome del regista prestatoci dal MSI di Racalmuto. Penso che si tratti invero di pseudonimo. Tutti lo chiamavamo Gi.... C...., così voleva essere chiamato  [naturalmente nel 1950 quando io c'ero e chi mi tedia no!] Perché mutargli nome post mortem?

HO UCCISO MIO FIGLIO, da noi messo in scena nel teatrino credo oggi sventrato della Sagrestia della Madrice di Racalmuto.

Aprile del 1950, credo nei giorni di festa della Pasqua, alla Matrice, in quel simpatico teatrico che allora occhieggiava nel giardino della sacrestia, avevamo messo in scena un lacrimosissimo"ho ucciso figlio"  una pièce   clericale per soli attori maschi, di tal che si poteva recitare anche in seminario. Faccenda stucchevole e inverosimile: un padre che si oppone, contro la volontà della defunta madre, alla vocazione del figlio. La vendetta divina giunge feroce: il figliuolo devia e si perde e muore. Sulla scena di Racalmuto, versione sagrestia della madrice, gigioneggia Guido Picone, sornione un il bel Pino Agrò, comicizza Cosimo La Rocca, imponente Bellomo, Luigi Giudice secondario ma altezzoso, Barba ridotto a cameriere ma la Traviata in sottofondo gli fa strappar lacrime alle gentili signorine assepate nelle sgangherate sedie della platea raffazzonata, fingendo di ignorare che sono oggetto di tante cupide taliate dei giovani attori filodrammatici.
 In questa foto potete mirare attori protagonisti, comprimari, persino un quattordicenne mio fratello che si limita a portare il caffè.
Ne è passata di acqua sotto i ponti. 65 anni non sono poi così pochi. Io facevo da aiuto regista, di un regista che però non ammetteva intrusioni, il bravo fascistissimo Gino Caprera. L'impresario era Giugiu Di Falco, già impiegato al Fisco; aveva soldi da buttare e quindi poté comprare da mio padre tutto il residuo di matapollo per le quinte che ben vedete in foto. L'arredo, prestato da Ernesto Di Naro. Per i tempi  di sicuro una filodrammatica di lusso.  Il mio amico dottore davvero bravo Carmelino Rizzo vuol fagocitare l'evento tra le glorie dell'Azione Cattolica, la Virtus. Ma reputo il suo un atto di pirateria clericale.
Passavo ieri sera davanti al circolo degli anzianotti a lato dell'ex bottega fantasma di Daniele Ciciruni e vi noto il mio carissimo vecchio amico (dal 10 ottobre 1945) Liddru Curtu. Vecchio sì ma non socio, ora continua ad essere il parroco di San Giuliano anche se deve barcollare tra due alte grucce rivestiste di panno bianco. E abbiamo ricordato proprio quell'evento, la storica recita di HO UCCISO MIO FIGLIO  alla Matrice. Quella recita aizzò ancor più la ruggine tra Padre Arrigo e l'arciprete Casuccio, tanto da spingere il focoso don Giovanni Arrigo a chiamare alle armi teatrali il mio parente Totino Scimé e il mio (dopo) sodale anticasucciano Viciu  Farrautu   e mettere in scena in una stalla del Carmine niente meno che la Pastorale del settecentesco padre Fedele. Ferveva ardore filodrammatico in quei tempi nei vari e contrapposti meandri clericali racalmutesi.
 


Liddru Curtu ieri sera un altro po' si metteva a lagrimare commosso ancora per quel padre ostativo di una chiamata del Signore. Ma io che storico pignolo sono, gli dicevo che non poteva essere presente alle rappresentazioni essendo queste avvenute nell'aprile del 1950,  e Liddru Curto, essendo entrato in seminario nel 1943, doveva vedersela con gli astrusi studi del secondo liceo, sia pure in versione seminario vescovile di Agrigento, non so quale anno dell'impero vescovile di Mons.  Peruzzo.



Ma LiddruCurtu, insisteva; ricordava particolari, insieme abbiamo ravvisato come primo attore Guido Picone, fornitore del disco della Traviata che consentì al cameriere, futuro maresciallo Barba, di declamare tra le lagrime di tanti e soprattutto tante: "quella sera, quando la signora Elena moriva, mi chiamò vicino a sé e mi disse, Beppe, mio caro Beppe .... " Il futuro maresciallo Barba fu molto credibile e sembrò a  tutti saper recitare bene .. ma non fece dopo né il cameriere né l'attore, si limitò a fare, se non erro, il capitano di marina.
Dati tutti questi precisi indizi sono arrivato alla conclusione che quell'anno, contro la tradizione, i seminaristi vescovili furono mandati a casa per le feste pasquali e così  il pio Liddru Curtu, oggi canonico don Calogero Curto parroco ultratrentennale della parrocchia di San Giuliano di Racalmuto, poté commuoversi per il dramma dell'Osvaldo, prete mancato, dell' HO UCCISO MIO FIGLIO, da noi messo in scena nel teatrino credo oggi sventrato della Sagrestia della Madrice di Racalmuto.
 
 
Mi si scrive in dileggio della mia senescenza quel che ora riporto qui non essendo io aduso alle imbecillità moderne. Sì la mia scarsa abilità a controllare la tastiera dopo avere abbandonata la penna stilografica è nota e confessata. Vero, senectus ipsa morbus (e non glielo traduco perché mi sta sui coglioni) o per dirla con Luchino Visconti: la vecchiaia è immonda, infatti non gliela AUGURO. Certo io sono vetero comunista tutt'altro che pentito e G... C...  [a famiglia non vuole che lo nomino pur addirittura nell'esaltazione, che debbo fare? obbedisco]  fu, e restò fascistissimo nell'orbita di Giugiu Agrò e di Luigi Di Marco. Se questa era la sua fede perché io dovrei ribattezzarlo? G .... C... lo chiamavo nel 1950 e G ...  C....  continuerò a chiamarlo adesso. Gi Se per  paturnie familiari sono scattate resipiscenze onomastiche, non mi riguardano ed io scrivo come ad 80 anni mi pare. Non credo di dileggiare alcuno. Mi riferisco a chi documentatamente si faceva chiamare G.... C... 
 
Avendo ubbidito, casso le insolenze di questi signori ::: peccato non resterà traccia della loro piccineria. 
 
 
 Mi si accusa di avere amputato non so quale parte del dileggio nei confronti della mia CONCLAMATA senescenza. Siccome, come si potrà constatare, ho cassato tutto non saprò mai di che cosa sono colpevole. Stanotte non dormirò per i miei soliti acciacchi dovuti all'età, ma non certo per siffatte mie manchevolezze.