venerdì 10 agosto 2018

Le decime del 1375

 

Nel contesto della politica fiscale di papa Gregorio XI un personaggio acquisisce contorni di rilievo e diviene memorabile nell’ambito nostro, cioè della microstoria racalmutese del XIV secolo: Bertrand du Mazel. Originario della diocesi di Mende, in Francia, fu uno dei valenti agenti dell’amministrazione finanziaria della Santa Sede sotto i pontificati di Urbano V e di Gregorio XI. Si distinse come collettore in Germania (1366-1367) e quindi nella Penisola Iberica (1368-1371). A questo punto il suo destino si lega a quello della Sicilia ed investe a Racalmuto ove ebbe a recarsi il 29 marzo del 1375. La sua carriera in Sicilia si dispiega lungo gli anni dal 1373 al 1375. Svolge diligentemente i suoi compiti e fra l’altro redige come collettore apostolico carte e registri contabili che, conservati negli Archivi del Vaticano, sono giunti sino a noi. Vi troviamo Racalmuto.

Bertrand du Mazel era “archidiaconus Tarantone in ecclesia Ilerdensi, cappellanus pontificis” (Reg. Vat. 268, f. 67) cioè a dire un diacono maggiore che aveva l’amministrazione dei beni di taluni settori della chiesa (canonica, etc.). Oggi il titolo è meramente onorifico e viene attribuito ad un componente capitolare delle cattedrali. Du Mazel , come tutti i collettori, dovette tenere un registro delle sue operazioni per sottometterle al controllo dei chierici della Camera apostolica. Pare che si stato un uomo preciso e motodico: conservo una copia della sua corrispondenza. Una parte di tale corrispondenza riguardava, pernostra fortuna, la Sicilia e risulta custodita in Vaticano. Ciò si deve al fatto che per il diritto di spoglio tutte le carte di Bertrand du Mazel dovettero essere versate in blocco alla Camera apostolica alla morte del proprietario.

Du Mazel curò un carteggio con le autorità siciliane dell’epoca nella sua qualità di collettore del sussidio riscosso dal popolo siciliano. Inoltre conservò i documenti contabili tra cui quietanze, conti dei sotto-collettori, minute e bella copia dei conti. Nel Reg. Av. 192, fol. 414-419v, abbiamo la minuta autografa, cancellata e corretta, del conto del sussidio raccolto dal popolo siciliano.

La visita in Sicilia (e a Racalmuto) di du Mazel si colloca nel quadro degli eventi sopra abbozzato.  In particolare occorre tener presente che all’inizio del 1373, dopo laboriosi negoziati, il re Federico IV di Sicilia e la Regina Giovanna di Napoli concludevano la pace sotto l’egida del papato. Riconosciuto come sovrano legittimo della Trinacria, Federico IV accettava la signoria di Giovanna I, e quella di Gregorio XI. Egli si impegnava a pagare un censo di 3.000 once alla regina che doveva trasmette alla Santa Sede questo canone. I siciliani dovevano giurare la pace e prestare giuramento di fedeltà al re. La Chiesa riacquistava tutti i diritti e privilegi che godeva prima del Vespro del 1282. Il papa prometteva di levare l’interdetto che gravava nell’isola da lunghi anni.

L’accordo si rendeva necessario per le ristrettezze finanzierie pontificie a seguito della lotta contro i Visconti di cui abbiamo detto. Si è anche visto come i “sussidi caritativi” chiesti al clero di molti paesi fossero risultati fallimentari.. In Sicilia la percezione di tale sussidio fu decisa prima della ratifica della pace, nel dicembre del 1372; la promessa di abolire l’interdetto è uno strumento di pressione fiscale. Vengono chiamati anche i laici a contribuire. Si decidono madalità di esazione contemplanti censure ecclesiastiche per gli evasori o per i riottosi. Le bolle del dicembre del 1372, chiedendo un aiuto per la lotta contro i nemici della Chiesa in Italia, imponevano che questo venisse dato “prima dell’abolizione dell’interdetto”. Evidente l’intento dissuasivo.In virtù di una clausola apparentemente anodina, i delegati pontifici potevano esigere da chi si voleva liberare dall’interdetto, non solamente il giuramento di rispettare la pace e d’essere fedele al re, secondo i termini del trattato, ma anche un aiuto pecuniario alla Chiesa. Il sussidio “caritativo” e volontario si trasformava in imposta pura e semplice. Bertrand du Mazel non esita a parlare della tassa riscossa “ratione amotionis interdicti”, come nel caso di Racalmuto, ove invero si parla ancora più esplicitamente di  “subsidio auctoritate apostolica imposito” . E ci siamo dilungati proprio perché in definitiva ciò ci illumina sulla storia “narrabile” del nostro paese.

Illuminato Peri  chiarisce gli aspetti storici di siffatta atipica tassazione pontificia. «La esazione fu affidata a collettori pontifici, e fu convenuto che 1/3 sarebbe andato alle finanze regie. Nella forma Federico IV si presentò mediatore fra popolazione e autorità ecclesiale. Tanto che l’atto del maggio del 1374, con il quale egli fissò la misura della sovvenzione, fu dichiarato “moderatio regia”. Con tale atto si cercò di sedare le reazioni piuttosto violente suscitate dalla prima richiesta (“rumori, rivolte, novità, assembramenti e molte indicibili e turpi parole contro la chiesa romana e noi”, sintetizzava il collettore Bertrand du Mazel). Il sussidio fu ripartito in ciascun abitato per case, in rapporto alla condizioni economiche: 1 tarì per le famiglie povere, 2 per le “mediocri”, 3 per le agiate (“qualsiasi fuoco di ricchi abbondanti in facoltà”). Si computarono in ciascuna località metà delle famiglie nella categoria inferiore, ¼ nella mediana, ¼ tra le benestanti: se le condizioni economiche fossero omogenee, sarebbe stata distribuzione equa. Furono esentati i preti, i giudei e i tatari “che sono nell’isola infiniti” e le “miserabili persone” che non era prefigurato fossero.» [1]

Intensa è la fase preparatoria del sussidio. Il papa scrive a destra e a manca per spingere i notabili siciliani ad accedere alle nuove istanze impositive della Santa Sede. Da Avignone invita, nel 1372, giurati ed università a recarsi presso “Federico d’Aragona” - non lo chiama re - perché lo convincano a fare pace con “la regina di Sicilia”, cioè Giovanna di Napoli. Gli inviti sono mandati a Calascibetta, Licata, Agrigento e Sciacca  (reg. Vat. 268, f. 295-297).

Sempre da Avignone, il 1° ottobre del 1372, si officia Guglielmo affinché interponga “partes suas consolidationi Agrigentinae civitatis efficaciter et, cum consummata fuerit, Francisco de Aragonia impendat obedientiam et reverentiam, sicut decet.” (Reg. Vat. 268, f. 298 v.° 299 v.°). Si ripristini ad Agrigento la fedeltà a Francesco d’Aragona, che risultava infranta.

Vediamo questo diploma: «Al nostro diletto figlio, nobiluomo Guglielmo di Peralta, conte di Caltabellotta della diocesi di Agrigento, salute. Ed al magnifico  diletto figlio, nobiluomo Giovanni Chiaramonte, signorotto (domicellus) della diocesi di Agrigento, nonché ad Emmanuele Doria, signorotto (domicellus) della diocesi di Mazara, a Manfredi Chiaramonte, (domicellus) della diocesi di Siracusa, a Benvenutode Graffeo, signore di Partanna della diocesi di Mazara.» Il pontefice mostra di conoscere molto bene la mappa del potere feudale in quel frangente storico, come dimostra il dosaggio dei titoli nobiliari nella missiva di cui abbiamo citato l’indirizzario.

Ma particolare attenzione viene rivolta a Giovanni Chiaramonte che ancora nel 1372 è vivente e domina sull’intera provincia agrigentina, Racalmuto compreso (il papa ignora i Del Carretto, argomento ex silentio, quanto si vuole, ma pur sempre circostanza rivelatrice). Sottolineamo questa lettera del 20 gennaio 1372: «a Giovanni Chiaramonte per i suoi buoni offici tra la Regina di Sicilia e Federico d'Aragona - secondo il tenore delle lettere per Nicolò de  Messana, Pietro d'Agrigento custodi delle custodie di Messina e di Agrigento dell' O.F.M(Reg. Vat. 268, f. 247). In ben sei lettere papali a Giovanni Chiaramonte, questi viene chiamato “domicellus panormitanus”. Nello stesso periodo sono sette le missive papali a Manfredi Chiaramonte. I due sono dunque personaggi di rilievo sino alle soglie del 1374. Il 6 febbraio 1372, per il papa avignonese Giovanni Chiaramonte è cresciuto d’importanza: viene chiamato “domicello dell’isola di Sicilia”.  In appendice citami altri diplomi vaticani ad ulteriore esemplificazione dell’importanza rivestita dai due Chiaramonte, succedutisi nella signoria di Racalmuto in quel torno di tempo tra il 1371 ed il 1375.

Il 9 febbraio 1375, da Caccamo, Manfredi Chiaramonte, nella sua qualità anche di ammiraglio di Sicilia ordina ai suoi ufficiali di percepire nelle sue terre il denaro del sussidio dovuto alla Chiesa e di consegnare il frutto della loro raccolta al collettore apostolico che subito toglierà l’interdetto. Il precedente 18 novembre 1374, Menfredi è a Mussomeli nel suo castello che ora si denomena dal suo nome “Manfreda”: là si redige un processo verbale che attesta che egli, ammiraglio del regno di Trinacria, presentandosi davanti al re Federico III gli ha prestato fedeltà e devoto omaggio. Il ribellismo del conte, di illegittimi natali, si era dunque quietato. Al vescovo di Sarlat, nunzio apostolico, che accompagnava il re, Manfredi ha solennemente promesso sul Vangelo di osservare il trattato di pace, come è stato steso nelle lettere reali sigillate con una bolla d’oro e finché il re l’osserva lui stesso. Egli ha promesso di fare versare il sussidio dovuto alla Chiesa dagli abitanti delle su terre di Spaccaforno, Scicli, Modica, Ragusa, Chiaramonte, Comiso, Dirillo, Naro, Delia, Montechiaro, Favara, Racalmuto, Guastanella, Muxaro, Sutera, Gibellina, Castronovo, Mussomeli, Camastra, Bivona, Prizzi, S. Stefano, Caccamo, Misilmeri, Cefalà, Palazzo Adriano, Calatrasi, Cazonum (?), Camarina, la torre di Capobianco, Pietra Rossa e Misilendino. Osserva il Glénisson: «si è potuto dire delle proprietà dei Chiaramonti che esse formavano un piccolo regno nel grande. Le proprietà di Manfredi Chiaramonte colpiscono veramente per la loro estensione. Esse sono distribuite in quattro gruppi principali: 1) Esse comprendono buona parte dell’attuale provincia di Ragusa, con Ragusa stessa, Modica, Spaccaforno, Scicli, Comiso, Camariano, Dirillo; 2) Nella regione di Agrigento e di Caltanissetta, Manfredi possiede Mascaro, Racalmuto, Montechiaro, Camastra, Naro, Delia, Favara, Sutera. 3) Le località del centro: Mussomeli, S. Stefano, Castronovo, Prizzi, Cefalà, Palazzo Afriano ... 4) Le proprietà della regione di Palermo: Misilmeri, Caccamo ...» [2] Il processo verbale è stato redatto su domanda del re e del nunzio apostolico nella casa dove risiede il re da Francesco da Treviso, notaio apostolico e imperiale «presentibus reverendo padre Rostagno abbate monasterii Sancti Severini Majoris de Neapoli et nobilibus et circumspectis viris Jacobo Pictingna de Messana milite, Georgio Graffeo de Mazaria, Bonaccursio Maynerii de Florencia, Manfredo de la Habita de Panormo, Raynerio de Senis, Reynerio Pictngna de Messana et aliis.» [Copia di Bertrand du Mazel: Reg. Av. 192. Fol. 4.]

Dalla lettera circolare che Manfredi Chiaramonte dirama da Caccamo il 9 febbraio 1375 riusciamo a cogliere alcuni tratti della veridica storia di Racalmuto: esclusa ogni effettiva ingerenza dei Del Carretto, il casale è evidentemente assoggettato al Chiaramonte, nell’occasione conte di Chiaramonte, signore e ammiraglio del regno di Trinacria. L’Universitas ha un suo governo locale che fa capo ad un capitano, ad un baiulo, a dei giudici, a degli ufficiali subalterni ed ha una popolazione che costituiisce un soggetto giuridico (universi homines). Rientra tra le terrae nostrae, cioè di Manfredi. Se dovessimo credere agli araldisti (ed agli storici locali), Racalmuto sarebbe dovuta essere terra di Antonio II del Carretto: il diploma in esame smentisce in pieno.

«Cum zo sia cosa ki - soggiunge il conte di Chiaramonte con un siciliano cancelleresco che ha il suo fascino - a nuy sia debitu procurari vostru beneficiu et universali saluti, cossì di l’anima comu di lu corpu, idcirco vi significamu ki pir tali ki vuy putissivu aviri lu divinu officiu et la celebracioni di li missi, sì comu ànnu la plu parti di li altri terri di quistu Regnu, et maxime per consideracioni di la malvasa epithimia ki vay discurrendu per diversi terri et loki, in presencia di lu R[e]... prestamu et fichimu juramentu di observari la pachi facta per lu signur Re comu [illu] ... observirà et hannu juratu li altri baruni, et lu simili avimu factu fari a la universitati di Palermu et di Girgenti; per la quali concordia esti commisu a lu venerabili misser Bertrandu, capellanu et nunciu apostolicu et collecturi deputatu per nostru signuri lu papa di lu subsidiu impostu per la relaxioni di lu interdictu, ki pagandu vuy chauna universitati oy locu la taxa imposita et consueta, comu ànnu pagatu li altri terri di lu predictu Regnu, ipsu per la auctoritati a ssì commissa relassi lu dictu interdictu et restituiscavi lu divinu officio et la celebracioni di li missi, ut predicitur; et impirò vulimu et comandamu ki vuy, officiali predicti, ordinati tri boni homini un chascuna terra et locu predicti ki aianu a recogliri la dicta munita, et ki incontinenti si pagi a lu dictu collecturi perkì puzati consiquiri tanta gratia et beneficiu supradictu. Et pirkì siati plu certi di la supradicta nostra voluntati, fachimu fari quista nostra patenti lictera, sigillata di lu nostru sigillu consuetu, cum li nomi di li terri et loki infrascripti. Datum in  castro nostro Cacabi, VIIII° Februarii XII indictionis [rectius: XIII indictionis = 1375].

«Nomina terrarum et locorum sunt hec, videlicet:


Spackafurnu -         Naru  -               lu Mucharu -    Sanctu Stephanu -        la Petra d’Amicu
Sicli -                       la Delia -            li Glubellini -   Perizi -                          Calatrasi
Modica -                  la Favara -         Sutera -            lu Palazu Adrianu -      lu Misilendinu
Ragusa -                  Monticlaru -      Manfreda -       Cacabu -                       Camarana
Claromonti -            la Licata -         Camastra -        Chifalà -                       Petra Russu
Odorillu -                Rachalmutu - Castrunovu -    Misilmeri -                       ____Ç____
Terranova -             Guastanella -      Bibona -           la turri di Capublancu -    Et cetera

 

Copia di B. du Mazel: Reg. Av. Fol. 431-431v.»

 

Ancora una volta le singole università dievono dunque nominare tre probiviri (tri boni homini) i quali devono assolvere il poco gradito compito di spillare denari a tutti gli abitanti (nelle diverse misure che prima abbiamo detto). Non sappiamo chi siano stati i prescelti di Racalmuto: ma sappiamo che vi furono e svolsero a puntino la ficcante tassazione.

L’elenco delle università ha una sua logica: Racalmuto si trova in mezzo ad un itinerario che, partendo da Gela (Terranova) punta su Naro, da qui a Delia e da lì si torna a Favara (ammesso che si tratti dell’attuale Favara e non di un centro nel nisseno); da Favara a Palma di Montechiaro, quindi a Licata per convergere sul nostro Racalmuto. Da qui a Guastanella (una rocca sul monte omonimo a poco più di 2 km. A Nord di Raffadali), per toccare S. Angelo Muxaro. Da qui per una località vicina: Gibillini (Glubellini) che non può essere Gibellina (come si ostinano a dire anche storici di alto livello) ma che potrebbe essere davvero il nostro Castelluccio, al tempo chiamato Gibillini. Se è così, la storia del paese di arricchisce di unaltro importante tassello. Da Gibillini si va a Sutera e quindi a Mussomeli. Si passa a Camastra. Ma subito dopo tocca a Castronovo e quindi a Bivona, Santo Stefano, Prizzi, Palazzo Adriano. E’ quindi la volta di Caccamo e di altri centri, ma a questo punto il nostro interesse per la dislocazione trecentesca dei paesi diviene nullo.

Fin qui si è trattato di maneggi burocratici: ora è il tempo delle tasse vere. L’arcidiacono du Mazel decide di tassare l’agrigentino a partire dai primi di marzo del 1375. Inizia da Palma di Montechiaro (6 marzo);  il 18 dello stesso mese può togliere l’interdetto a Bivona; il 19 a Santo Stefano; il 20 a Pietra d’Amico; il 21 a S. Angelo Muxaro; il 29 a Guastanella.

Lo stesso giorno è la volta di Racalmuto.  Dal nostro paese si passa a Castronovo (8 aprile 1375). La raccolta del sussidio s’interrompe e verrà ripresa l’8 giugno con la rimozione dell’interdetto che incombeva su Castellammare del Golfo: altra regione, lontana da Agrigento. Per noi ha particolare rilievo ovviamento Racalmuto.

Disponiamo di un paio di annotazioni che riguardano il nostro paese e che naturalmente svelano tratti storici diversamente ignoti. Il Reg. Coll. N. 222 dell’Archivio Segreto Vaticano ci degna della sua attenzione al foglio 249 con questa nota:

«Item eadem die fuit amotum interdictum in casali Rahalmuti dicte Diocesis in quo fuerunt domus coperte palearum CXXXVI que ascendunt et quas habui VII uncias XXVII tarinos.» Traducendo: «Del pari lo stesso giorno (29 marzo 1375) fu rimosso l’interdetto nel casale di Racalmuto della predetta diocesi, nel quale furono rinvenute 136 case coperte di paglia; queste hanno reso una tassa da me percetta che ascende ad onze 7 e 27 tarì.» Ad essere precisi la tassa avrebbe dovuto essere di onze 7 e tarì 27 (anziché 27) dato che così andava ripartita:

 
 
quota individuale
totale in tarì
pari ad onze
e tarì
numero fuochi
136
 
238
onze 7
tarì 28   
ceto medio (1/4)
34
2 tarì
68
 
 
benestanti (1/4)
34
3 tarì
102
 
 
poveri (1/2)
68
1 tarì
68
 
 

 

 Con i suoi 136 fuochi Racalmuto aveva dunque una popolazione abbiente di circa 544 (in media 4 componenti per ogni nucleo familiari): ma bisogna considerare i non abbienti (i miserabili), i preti (tassati a parte), gli ebrei, gli immancabili evasori e quelli che dipersi per le campagne non era possibile includerli nel censimento; un venti per cento, come abbiamo calcolato per l’analoga tassazione del Vespro. Nel 1375 Racalmuto contava dunque circa 650 abitanti.

Come si è visto le case erano di paglia: segno di grande indigenza. Eppure i racalmutesi o per solerzia degli scherani pontifici o per vero timore di Dio (e della peste) furono solerti e puntuali nel dare il sussidio caritativo al papa. Non così in altre zone della Sicilia, come ebbe a lamentarsi quello straniero di Francia, Bertrando du Mazel.

Le carte del du Mazel non vanno minimamente confuse con rilievi censuari. Abbiamo solo muneri simboli da cui possiamo dedurre solo qualche ipotesi di lavoro di carattere demografico. Non è dato asserire che nel 1375 a Racalmuto vi erano davvero 136 case con tetto a paglia; che 34 di queste (1/4) erano abitate da benestanti in grado di corrispondere la tassa pontificia in misura massima (3 tarì a fuoco); che altre 34 appartenevano a ceti medi (tassati per 2 tarì a famiglia); la metà (n.° 68) ospitava famiglie di dignitosi coltivatori e mastri, in grado solo di corrispondere il minimo (1 tarì per ogni nucleo). Evidente è la tecnica della tassazione induttiva, per stima aprioristica. Certamente in misura più limitata dovette essere la densità delle famiglie veramente facoltose. Più estesa quella del ceto medio; ancor più vasta quella della classe che oggi chiameremmo operaia. E poi i tanti religiosi (tassati a parte, come rivelano le stesse carte del du Mazel), i “miserabili” (nullatenenti e non imponibili per le legge o per dato di fatto), gli irrecuperabili che si occultavano nelle vicine zone inaccessabili o nei contigui boschi all’epoca molto folti, coloro che con gli armenti vivevano in stato di relativo benessere ma al di fuori di ogni reperibilità impositiva. Possiamo, però, dire che almeno 136 fuochi c’erano davvero a Racalmuto nel 1375, che il centro (snodantesi nelle scoscesi avvallamenti sotto le grotte dell’ordierno Calvario Vecchio) raccoglieva non meno di 600 abitanti, che tutto considerato non si può andare oltre il numero di mille abitanti (ricchi e poveri, tassati ed esenti, stanziali e saltuari, preti e “miserabili”). Una popolazione già falcidiata dalle tante ondate della ricorrente peste trecentesca ed ancora non incisa dagli sconvolgimenti che con l’avvento dalla Catalogna del duca di Montblanc ebbero a verificarsi, come vedremo.

 

 

Racalmuto alla fine del Trecento

 

L’ultimo quarto di secolo coinvolge la Sicilia in un groviglio di eventi più narrati che spiegati. Sono mutamenti genetici dell’intero tessuto sociale e politico siciliano: sono sconvolgimenti del periferico fluire della vita paesana racalmutese. Storia del paese e storia di Sicilia hano ora un tale contiguità da rasentare la coincidenza. Non è questa la sede per affrontare l’intero ordito storico siciliano di quel torno di tempo, ma un qualche aggancio si rende indispensabile.

Il 27 luglio 1377, a 36 anni, moriva Federico IV, quello della diplomatistica avignonese coinvolgente la tassazione papale di Racalmuto. Per gli storici, quella morte avveniva tra l’indifferenza del ceto nobile. «Come i supoi predecessori - Scrive il D’Alessandro [3] - e certo molto più che Pietro II e Ludovico, aveva avuto coscienza della realtà che affliggeva il regno, degli ostacoli alla Corona; più di quei sovrani aveva desiderato riportare l’isola ad una normalità di vita ormai tanto lontana dalla passata storia. Il suo proponimento, dopo tanti anni di regno, restava solo una aspirazione. Nel suo testamento, dopo la parte dedicata alla successione, egli disponenva anche una revoca di tutte le concessioni sul patrimonio demaniale sin’allora erogate e confermate: un “impeto di giusto dispetto” come poi fu detto, ma che poco prima di morire annullava con un codicillo.»

Il regno passa alla figlia Maria - troppo giovane e troppo inesperta per essere regina sul serio - ma solo pro forma visto che è Artale I Alagona a succedere nella gestione del potere regio come Vicario. Ciò è per volontà testamentaria del defunto re. L’Alagona non si reputa sicuro e chiede subito l’appoggio, in un convegno a Caltanissetta, degli altri maggiori baroni Manfredi III Chiaramonte, Francesco II Ventimiglia e Guglielmo Peralta.

La vita riprendeva apparentemente normale, ma trattavasi di fittizia regolarità. In effetti si aveva una equiparazione dei poteri fra costoro e cioè fra i cosiddetti quattro Vicari: il governo del regno isolano era in mano loro. Per Racalmuto non cambiava alcunché dato che da tempo era assoggettato a Manfredi Chiaramonte. Pensare ad una qualche influenza dei Del Carretto, oltreché storicamente non documentabile, sembra esulare da ogni logica: tutto lascia intendere che costoro se ne stesserro ancora a genova a curare i nuovi loro affarri in seno a compagnie marittime.

Racalmuto scade però in una vera e propria terra feudale «ove tutto era il signore: la legge e la giustizia, l’economia e la vita sociale.» [4] Solo che il signore era Manfredi Chiaramonte e non certo i Del Carretto.

La tregua cessa con l’insorgere di un nuovo personaggio: il conte di Augusta Guglielmo III Moncada: riesce costui a strappare dalla sorveglianza degli alagonesi, dal castello Ursino di Catania, la regina Maria. Il conte ha l’appoggio di Manfredi III Chiaramonte. La regina viene mercanteggiata come un oggetto da baratto. Le trattative sono con Pietro IV d’Aragona, il quale viene messo alle strette, non lasciandogli altra via che quella di una spedizione in Sicilia per riannetterla alla monarchia iberica.

Rientrava in scena la chiesa di Roma: Urbano VI (1378-1389), attraverso gli arcivescovi di Messina e Monreale e il vescovo di Catania, sobillava i nobili siciliani in contrapposizione agli intenti della corte aragonese.

Ribolliva l’intrico di corte spagnola con il dissidio fra re Pietro ed il primogenito Giovanni che ricusava le nozze con la regina Maria per amore di Violante di Bar. Il re pietro finiva allora col pensare all’Infante Martino per dar copo alle pretese sulla Sicilia: un matrimonio fra l’omonimo figlio dell’Infante Martino con la regina Maria avrebbe consentito una sostanziale riappropriazione della Sicilia, anche se formalmente sarebbero rimaste distinzioni ed autonomie. In tale quadro, toccava al vecchio Martino curare gli affari di Sicilia della corte aragonese. Fervono quindi i preparativi per una spedizione militare. Tanti sono i maneggi tra i nobili e Martino il Vecchio. Nel 1382 Filippo Dalmao di Rocaberti riesce senza ostacoli a liberare dall’assedio  Maria e portarla in Sardegna, pronta per le nozze con il figlio di Martino.

Nel 1389 moriva Artale I Alagona, considerato il capo della “parzialità” catalana. Per l’Infante Martino quella morte suonava di buon auspicio. Fin qui i rapporti tra l’emissario spagnolo e Manfredi Chiaramonte possono dirsi del tutto amichevoli e consociativi.

Morto anche Pietro IV (gennaio 1387), succedeva Giovanni con il quale si iniziava un periodo di scabrosi movimenti in seno al regno: tra l’altro veniva riconosciuto l’antipapa Clemente VII (1378-1394) e di conseguenza scoccava la scomunica e l’opposizione della Chiesa di Rma e del papa legittimo Urbano VI. L’Infante Martino era però ora tutto dalla parte del fratello asceso al trono.

Nel 1389, allo scoppio di tumulti in Sardegna, il vecchio Martino, nuovo duca di Montblanc, si adoperò subito per iltrasferimento della regina Maria in Aragona. Cresceva frattanto la posizione egemone di Manfredi Chiaramonte. Il duca di Montblanc, anche se scemavano le difficoltà d’Aragona, non trascurava di apprestare un’armata che egli concepiva comunque necessaria all’insediamento del figlio sul trono di Sicilia. Ma le forze della Corona aragonese non sembravano atte a finanziare quel progetto. Nel 1390, ad ogni modo, si potevano celebrare a Barcellona le nozze tra il giovane Martino e Maria, evento nodale della storia di Sicilia.

Si giunge così al 1391 quando nel marzo viene a morire Manfredi III di Chiaramonte, personaggio di grossa statura politica e gran signore di Racalmuto. Sul suo successore e su altri nobili di Sicilia - punta il nuovo pontefice romano Bonifacio IX (1389-1404): si rassoda un movimento isolano tendente a contrastare gli scismatici aragonesi. Le vicende della Chiesa romana si riflettono dunque anche nella periferica terra di Racalmuto. In quell’anno si dava incarico al giurisperito Nicolò Sommariva di Lodi «per frenare le bramosie dei magnati e coagulare attorno agli arcivescovi di Palermo e Monreale un fronte d’opposizione ai Martini.» [5]

Nel frattempo Martino raccolse un esercito promettendo feudi e vitalizi in Sicilia a spagnoli impoveriti e scontenti. Barcellona e Valenza aderiscono con generosità ed entusiasmo al progetto martiniano. Una famiglia avrà poi fortuna a Racalmuto: la denomineranno “Catalano”, in evidente collegamento a quel lontano approdo dalla Catalogna. Ai nostri giorni, gli ultimi eredi diverranno personaggi di inobliabile folklore. Chi non ricorda Tanu Bamminu? Pochi rammentano che il cognome era appunto “Catalano”. Ai tempi in cui il padre di Marco Antonio Alaimo era apprezzato medico racalmutese (fine del ‘500) i Catalano, ottimati rispettati, abitavano proprio all’incrocio tra l’attuale corso Garibaldi  e la strada intestata al celebre medico racalmutese.

Nel 1392 gli spagnoli sbarcarono finalmente in Sicilia, guidati dal loro generale Bernardo Cabrera. Due dei quattro vicari passarono subito dalla parte dei conquistatori: anche in Sicilia ed anche a quel tempo il vizietto tutto italico di correre in soccorso dei vincitori - avrebbe detto Flaiano - era piuttosto diffuso. Ma Andrea Chiaramonte - succeduto a Manfredi Chiaramonte - continuò a credere nel Papa e nella possibilità di resistere ai catalani. Asserragliatosi a Palermo, resistette per un mese agli attacchi spagnoli. Racalmuto venne coinvolto nelle azioni di guerriglia con distruzioni, fughe in massa, ribellismi, violenze, grassazioni, furti e ladronecci. Palermo finì con l’arrendersi ed Andrea Chiaramonte fu decapitato. Le sue vaste proprietà furono arraffate da nuovi nobili. E qui rispunta finalmente la famiglia Del Carretto che, prima a fianco dei Chiaramonte e subito dopo a sostegno del vittorioso Martino, si riappropria di Racalmuto e dà  inizio al lungo periodo della sua baronià vera e storicamente documentata.

Si dissolveva così il quadro politico che si era riusciti a stabilire il 10 luglio 1391 quando si era celebrato il convegno di Castronono in cui si era giurata fedeltà alla regina Maria ma in opposizione al giovane Martino non riconosciuto né legittimo sovrano né legittimo marito. Allora i vicari, fautore il Chiramonte, erano ancora uniti. Ma non passò neppure lo spazio di un mattino ed ecco alcuni convenuti inziare intese occulte con il duca di Montblanc, «del quale, evidentemente, si volevano forzare progetti e profferte; e più di prima isolatamente procedevano tali patteggiamenti che rinnegavano i giuramenti. Era del 29 luglio la risposta [stracolma di suasive profferte] ad Antonio Ventimiglia ed a Bartolomeo Aragona che avevano mandato un’ambasceria.»  [6]  Bartolomeo Aragona di lì a poco riappare nella diplomatistica dei Del Carretto come colui che riesce a riaccrediatare presso i Martino il neo barone di Racalmuto Matteo Del Carretto, che si era lasciato coinvolgere dai soccombenti nemici dei catalani invasori, per “necessità” finge di credere la nuova triade regale di Palermo.

Ancora nell’ottobre del 1391 Manfredi e Andrea II Chiaramonte ritenevano opportuno di mandare propri inviati a Barcellona. Il duca di Montblanc poteva fondatamente ritenere che i nobili di Sicilia erano dopo tutto non alieni dall’accogliere la spedizione militare aragonese.

Gli eventi precitano: il 22 marzo 1392 approdava la spedizione all’isola della Favignana presso Trapani. Il duca, a nome dei sovrani, ingiungeva ai baroni di portarsi entro sei giorni a Mazara per il dovuto omaggio. I due vicari Antonio Ventimiglia e Guglielmo Peralta ed altri nobili quali Enrico I Rosso  non mancavano di prestare giuramento e dare l’omaggio ai nuovi sovrani il giorno stesso del loro arrivo. Tripudiava la popolazione di Trapani al passaggio dei giovani regali. Sembrava andare tutto liscio, sennonché la notoria instabilità sicula cominciò ad affacciarsi: Andrea II Chiaramonte mutava atteggiamento. Dopo essersi rivolto favorevolmente a Guerau Queralt, rappresentante della corona, era indi passato ad un attendismo ed a moti di diffidente attesa verso il Montblanc ed al figlio Martino il giovane. Il duca si irritiva a sua volta nei confronti del Chiaramonte. Il 3 aprile 1392 l’altezzoso e crudele duca di Montblanc dichiarava ribelli il Chiaramonte e con lui Manfredi e Artale II Alagona. Venivano confiscati ed ascritti alla Curia tutti i loro beni che passavano di mano venendo assegnati a Guglielmo Raimondo III Moncada. Vi rientrò Racalmuto?

Chiaramonte si asserragliava, come detto, a Palermo. Il 17 maggio 1392 si induceva a prestare omaggio ai sovrani. Il giorno successivo Andrea Chiaramonte, insieme all’arcivescovo di Palermo, l’agrigentino Ludovico Bonit (eletto dal Capitolo palermitano per volontà degli stessi Chiaramonte), chiedeva di conferire con i sovrani per trattare dei suoi beni. Ma Martino il vecchio non indugiava: li faceva prontamente imprigionare. La sorte di Andrea Chiaramonte  si concludeva il primo giugno 1392, quando viene decapitato nel piano antistante il suo stesso palazzo di Palermo, il celebre Steri. Il Chiaramonte si sarebbe sporcato anche di una delazione ed avrebbe incolpato, per cercare di avere salva la vita, Manfredi Alagona delle passate vicende. Il 1° giugno 1392, con quella decapitazione, Racalmuto cessava definitivamente di essere un feudo chiaramontano.

I Martino e la regina Maria riescono a divenire gli incontrastati padroni della Sicilia. Ma c’erano da fronteggiare decenni di anarchia. Restaurare la legge e le prerogative regali era impresa ardua ma non impossibile. I registri erano stati smarriti o distrutti e le antiche tradizioni e consuetudini obliate. Martino, con l’aiuto di talune città, può armare un esercito regolare che lo affranca dai nobili. Per le peculiarità siciliane, era indispensabile un registro feudale: la corte si adoperò per una riedizione critica. Vedremo come i Del Carretto devono fornire carte e prove per far valere la loro titolarità del feudo di Racalmuto ... e sobbarcarsi a pesantissimi oneri finanziari. Per di più Martino dichiarò abrogate le clausole del tratto del 1372 e si dichiarò Rex Siciliae.  Approfittando di uno scisma del papato, ripudiò la signoria feudale del papa e ribadì il proprio diritto al titolo di legato apostolico, che comportava la potestà di nominare vescovi e di sovrintendere alla chiesa siciliana.

Il re convocò due parlamenti a Catania nel 1397 e a Siracusa nel 1398: riprendeva la peculiare tradizione parlamentare di Sicilia che si era interrotta nel 1350. Le assemblee convocate da Martino testimoniavano che era ritornata un’autorità centrale. Il parlamento presentò una petizione al re perché nominasse meno catalani in posti nevralgini e perché applicasse leggi siciliane e non quelle aliene di Catalogna.

Martino I rimase fortemente sotto l’influenza di suo padre anche quando quest’ultimo divenne re d’Aragona. Martino il vecchio continuava a sorvegliare l’amministrazione della Sicilia fini nei più minuti aspetti. Questa sudditanza attira ancora l’attenzione degli storici che ne danno spiegazioni persino di sapore psicanalitico. Scrive Denis Mack Smith «Martino, perciò, rimase più un infante d’Aragona che un re di Sicilia, e fu in qualità di generale spagnolo che, nel 1409, guidò una spedizione a spese siciliane per domare una insurrezione in Sardegna.» [7] Martino il giovane trovò la morte proprio in Sardegna e la Sicilia finisce in successione insieme ad ogni altra proprietà personale al vecchio Martino: le corone di Aragona e di Sicilia perdono ora ogni distinzione, si ritrovano così nuovamente riunificate. Ancora lo Smith: «Non si verificarono nuovi Vespri per dimostrare che questo era sgradito, né vi furono molti segni di malcontento, sia pure di minore rilievo, poiché una parte sufficiente della classe dirigente era ormai o di origine spagnola o legata da interessi materiali alla dinastia aragonese. Durante l’unico anno in cui Martino II regnò, la Sicilia fu perciò governata direttamente dalla Spagna.» [8]

 

Note e dettagli sull’avvento dei Del Carretto

 

Il grandissimo storico spagnolo Surita ha una pagina che ci coinvolge, che attiene proprio ai Del Carretto fiancheggiatori del Duca di Montblanc. Essa recita [9]:

Antes que la armada lle gasse a Sicilia; el Rey dio su senteçia contra el Conde de Agosta, como contra rebelde, è in gratissimo a las mercedes y beneficios que avia recebido del y del Rey fu padre, y se confiscaron a la corona las islas de Malta, y del Gozo, y las vallas de Mineo y Naro, y otros muchos lugares de los varones que se avian rebelado, y el Conde murio luego: y con la llegada de la armada la execucion se hi zo rigorosamente contra ellos, y di se entonces el officio de maestre justicier al Conde Nicolas de Peralta, que vivio pocos meses despues. Murio tambien en este tiempo Ugo de Santapau, y quedo en servicio del Rey de Sicilia Galceran de Santapau su hermano: y por este tiempo embio el Rey a don Artal de Luna, hijo de don Fernan Lopez de Luna a Sicilia, para que se  criasse en la casa del Rey su hijo, que era su primo, y sucedio despues en la casa de Peralta, que era un gran estado en aquel reyno. Sirvio tambien al rey de Sicilia en esta guerra, que duro algunos annos, Gerardo de Carreto Marques de Sahona: y haziendose la guerra muy cruel contra los rebeldes, el Conde de Veyntemilla, que sucedio en el Contado de Golisano al conde Francisco su padre se reduxo a la obediencia del Rey ...

Per il Surita, dunque, fu Gerardo del Carretto, Marchese di Savona, che si mise al servizio del re di Sicilia, Martino, in questa guerra che durò alcuni anni. Lo spagnolo desunse questa notizia dagli archivi aragonesi, senza dubbio, ma abbiamo il dubbio che ad ispirarlo siano state le cronache cinquecentesche, specie quella del Fazello. Se del tutto attendibili, queste note di cronaca ci svelano il fatto che Gerardo del Carretto attorno al 1392 si faceva passare come marchese di Savona, il che non collima proprio con la storia di quella città ligure. Più che il fratello Matteo del Carretto, è Gerardo che si dà da fare in un primo tempo per accattivarsi le simpatie dei Martino. E’ sempre Gerardo che si mette a guerreggiare in difesa dei catalani nella lotta contro la parzialità latina di Sicilia. Quanto credito si possa concedere è questione ardua, non rirolvibile allo stato delle attuali conoscenze.

Una documentazione probante della titolarità su Racalmuto i Del Carretto sono, comunque, costretti a darla alla fine del secolo, quando la cancelleria dei Martino diviene intrensigente e vuole prove certe delle pretese feudali. Alle prese con la corte non è più però Gerardo ma Matteo, il fratello cadetto. Fu vero l’atto transattivo tra i fratelli che fu presentato alla corte in quello che può considerarsi il primo processo per l’investitura della baronia di Racalmuto? Davvero avvenne il riparto dei beni tra i due fratelli? Fu solo formalizzata l’assegnazione delle possidenze genovesi al primogenito Gerardo e l’attribuzione dei beni feudali e burgensatici di Sicilia - in particolare il castro di Racalmuto - al cadetto Matteo Del Carretto? Interrogatvi cui non siamo in grado di dare risposte certe. 



[1] ) I. Peri - La Sicilia dopo il Vespro, .. op. cit. pag. 235.
[2] ) J. Glénisson: Documenti dell’Archivio Vaticano relativi alla collettoria di Sicilia (1372-1375) in Rivista di Storia della Chiesa in Italia II -  Roma 1948, p. 246 e ss.
[3] ) Vincenzo D’Alessandro - Politica e società nella Sicilia aragonerse - U. Manfredi Editore - Palermo 1963, pag. 107.
[4]) Vincenzo D’Alessandro - Politica e società nella Sicilia aragonerse - U. Manfredi Editore - Palermo 1963, pag. 108.
 
[5] ) Vincenzo D’Alessandro - Politica e società nella Sicilia aragonerse - U. Manfredi Editore - Palermo 1963, pag. 120.
 
[6] ) Vincenzo D’Alessandro - Politica e società nella Sicilia aragonerse - U. Manfredi Editore - Palermo 1963, pag. 121. Continua il D’Alessandro: «ascoltati gli emissari, i quali “latius narraverunt”, il duca rispondeva che “super praedictis providebimus et providere curamus taliter quod gratias et alia quae per dictos nuncios a nobis postulata fuerunt celerem sortientur effectum et proinde vos, et alii nostri servitores, dante Deo, merito contentari.»
 
[7] ) Denis Mack Smith - Storia della Sicilia medievale e moderna - Bari 1972, vol. I pag. 115.
[8] ) Denis Mack Smith - Storia della Sicilia medievale e moderna - Bari 1972, vol. I pag. 116.
[9] )  ÇURITA GERONYMO, CHRONISTA DE ISTO REYNO:  ANALES DE LA CORONA DE ARAGON - ÇARAGOÇA 1610 - Libro X de los Anales - Rey don Martin - 1398 Pag. 429.
 
LA VERA STORIA DI RACALMUTO.
UNA GRANDE MEMORIA DA RECUPERARE

Antichissima è la storia di Racalmuto. Essa è appassionante, piena di intrighi, tutta narrabile.
La conformazione del suolo, quale oggi ammiriamo, risale a sette milioni di anni fa: in pieno Pliocene. Sorsero allora dalle acque il Castelluccio, il Serrone, la Montagna, le colline del Nord, e si definirono le valli, i valloni, i declivi. L’altopiano di Racalmuto concluse il suo splendido maquillage che è la gioia dei nostri occhi.
Nel ventre racchiuse gesso ed alabastro, zolfo e salgemma, e giù nello sprofondo i sali potassici. Lo stillicidio delle acque formò splendidi cristalli  solforosi e salini che noi racalmutesi da sempre chiamiamo “brillanti”.
Subito vi si sparse una flora mediterranea e sopraggiunse una peculiare fauna. Anche animali preistorici, oggi estinti, vi si adattarono, dopo essere trasmigrati dall’Africa. Archeologi dilettanti ne hanno rinvenuto i resti e le testimonianze specie nella grotta di Fra Diego.
In quella grotta trovò ricettacolo il primo uomo, anch’esso venuto dal mare che congiunge con il continente africano. Dopo, circa dieci mila anni addietro, un popolo nuovo, i sicani, decisamente indigeno prosperò nelle contrade racalmutesi. A Gargilata, sotto la grotta di Fra Diego, vi fu il maggiore insediamento, come attestano le superbe tombe a forno di una necropoli oggi negletta per incuria delle Autorità. Ma altri insediamenti, più piccoli, si sparsero dappertutto: al Castelluccio, a Vircico, a S. Bartolomeo, a Garamuli, e persino giù nel vallone del Pantano. Fu una civiltà di cui sappiamo ben poco: argille, ceramica, tombe a forno e tholoi ci attestano però che fu civiltà meravigliosa, evoluta, che va studiata. Critichiamo aspramente le Autorità locali, provinciali, regionali, nazionali ed ora comunitarie per l’incuria che dimostrano.
Attorno al VI secolo avanti Cristo, i greci giunsero a Racalmuto e soppiantarono la civilità sicana. Era stata gente rodia che si era trasferita a Gela; da lì una colonia si era attestata ad Agrigento (Agragas) e da Agrigento il dominio si era esteso a Racalmuto. Monete greche – in particolari monete di Agragas con il caratteristico granchio – sono state rinvenute a Racalmuto, a testimonianze di quella grande presenza. La mancanza di scavi scientifici ci impedisce di conoscere come quella sublime civiltà abbia trasformato il nostro paese. La lingua greca vi si diffuse e vi restò per quasi mille e tre cento anni, fino al dominio arabo. Noi pensiamo a quei greci di Racalmuto che potevano godersi lo spettacolo delle tragedie di Sofocle, Euripide, Eschilo, etc. nella madre lingua. Potevano ascoltare le intraducibili dolcezze delle odi di Pindaro. Fu gettato un seme del bello e dell’arte che tutti noi racalmutesi, ovunque oggi noi stiamo, portiamo nel sangue nel nostro DNA.
Roma vi portò invece i mali dello sfruttamento coloniale. Non si parlava latino. Si pagavano tasse in natura ed in denaro alla lontana Roma. Fummo stranieri e vessati. L’odio per la capitale vi dovette essere allora; continua adesso. Almeno c’è comprensibile distacco.
Subentrarono i bizantini. Parlavano greco come i racalmutesi. Vi fu affinità almeno linguistica. Monete di Eracleone e Tiberio II, rinvenute nel 1940 in contrada Montagna, attestano vivacità economica e laboriosità dei nuclei bizantini del nostro paese.
Poi la parentesi araba (dall’880 d.C. circa sino al 1087 d.C.). Si tende ad esagerare l’importanza della presenza araba a Racalmuto. Era poi una presenza berbera. Sparuti nuclei di contadini, dunque, che seppero soprattutto far crescere le verdure in orti sotto fontane perenni. Le verdure di Racalmuto sono ancora ineguagliabili. Per il resto, nessuna traccia archeologica, nessun documento scritto, nessuna teoria seria ci induce a credere in influenze significative degli arabi nel nostro centro. Può darsi che future ricerche archeologiche – in particolare sotto le torri del castello – ci restituiscano ceramiche e segni di una civiltà che oggi ignoriamo. Qualche sintomo, a dire il vero, va emergendo.
Arrivano i normanni. Sono predatori. Ma sono pochi e tutto sommato ininfluenti. Ormai nel territorio si parla arabo. I cosiddetti arabo-normanni sono disseminati in varie parti a Racalmuto. Soprattutto a Gargilata, allo Zaccanello ed a Garamuli. Affiorano a profusione ceramiche tipiche dell’epoca a testimoniarlo. Quei nostri antenati sono operosi, coltivano la terra, impiano vigneti, costruiscono palmenti, sanno convogliare le rade acque in gebbie. I vescovi di Agrigento, in nome di un preteso lascito di Ruggero il Normanno, li vessano. Esigono tasse, impongono balzelli, li costringono ad estranei riti cattolici. Si distingue su tutti il vescovo Ursone. Gli arabo-normanni si ribellano. Quelli di Racalmuto si uniscono a quelli del vicinato. In tutto il territorio agrigentino abbiamo una rivolta che arriva ad imprigionare il vescovo. A Palermo si è insediato Federico II. L’imperatore siculo-tedesco non tollera rivolte, neppure quelle contro i vescovi che in cuor suo ha in odio. Disperde i rivoltosi, anche quelli di Racalmuto.
Il nostro paese langue. L’agricoltura si deteriora. Fame, peste, malattie, spopolamento sono lo squallido retaggio di un altipiano, prima fiorente e prospero. Non può durare. Il provvido Federico II consente a Federico Musca, un nobile di Modica, di insediarsi là dove ora sorge Racalmuto. Siamo attorno al 1250. Federico Musca porta con sé una ventina di famiglie contadine. Esse trovano alloggio nelle grotte sotto il Carmine e la Centrale, anche in quelle attorno alla Madonna della Rocca. Nasce un nuovo paese. La vite ed il grano, i mandorli e gli ulivi, le tradizionali verdure, una agricoltura ferace, insomma, torna a fiorire nelle lande racalmutesi. Sorge la nostra nuova civiltà che oggi ha residua sede nel paese dell’agrigentino ma che si è mirabilmente irradiata a Buffalo come a New York, negli Stati Uniti come in Canada, in Francia, in Germania, in tutta Italia, ad Hamilton come in America Latina. Un romanziere di fama mondiale, Leonardo Sciascia, esalta quella civiltà con echi planetari.
Sotto Federico Musca Racalmuto diviene una “universitas”, un comune libero. E’ naturalmente assoggettato a tasse e balzelli vari, ma ha cariche elettive, uno statuto comunale e nomina propri “sindici” (amministratori comunali) democraticamente. Il comune ha così modo di prosperare, godendo di una sorta di libertà politica.
Ma giunge in Sicilia dalla Francia Carlo d’Angiò: suo fratello è re di Francia e sarà santo per la Chiesa. Tanto signore non è gradito a Federico Musca. Questi si ribella e Carlò d’Angiò lo priva della signoria di Racalmuto affidandola ad un napoletano: il milite Pietro Negrello di Belmonte. Era il 1271 come attesta un diploma che si custodiva a Napoli, nell’archivio angioino, prima che i tedeschi lo distruggessero nel 1943.
Il signorotto partenopeo forse non mise mai piede a Racalmuto.  Ebbe, comunque, poco tempo perché nel 1282, con i famosi Vespri Siciliani, i francesi con Carlo d’Angiò furono cacciati via dalla Sicilia.
Ma con i nuovi padroni spagnoli, per i racalmutesi le cose non andarono meglio. Tante imposte, sopraffazioni e soprattutto la perdita delle libertà comunali resero la cittadina terra di conquista da parte di un insorgente feudalesimo. Diversamente da quello che si dice – e si scrive – i primi signori di Racalmuto, dopo il Vespro, non furono i Del Carretto ma i Chiaramonte. Costoro erano insediati ad Agrigento. Si erano impossessati del feudo attraverso un cadetto della famiglia – Federico Chiaramonte - e questo appare strano: non era legale ma in tempo di ribellioni ciò potè agevolmente verificarsi.
Un religioso – alquanto pruriginoso -, l’Inveges,  racconta ben tre secoli dopo che  Federico II Chiaramonte aveva una figlia di nome Costanza. Giunge ad Agrigento un ligure, un uomo di mare che si fa chiamare Antonino del Carretto. Dice di essere il marchese di Finale e di Savona. Federico II Chiaramonte abbocca e gli dà in moglie la figlia Costanza, bellissima e molto giovane. Appena il tempo di generare Antonio II del Carretto ed il sedicente marchese di Savona muore. Il suocero in dote aveva però assegnato il feudo di Racalmuto. Il feudo passa allora al figlioletto Antonio II che resterebbe poco in Sicilia: si sarebbe trasferito a Genova (si badi bene: non a Savona) e là avrebbe fatto fortuna. Ha diversi figli. Si distinguono Gerardo, primogenito, e Matteo. Questi torna in Sicilia, si allea con i Chiaramonte, lotta contro i Martino venuti dalla Spagna. Siamo alla fine del XIV secolo.
I Chiaramonte soccombono nella lotta contro i Martino: Matteo cambia casacca, si allea con i vincenti spagnoli e diviene “barone di Racalmuto”. A partire dal 1396 non v’è più dubbio che il nostro paese sia diventato una melanconica baronia dei Del Carretto. E prima?
Dopo il Vespro il paese era sotto il dominio dei Chiaramonte – e questo si è già detto. Quella signoria durò sino a qualche anno prima dell’avvento di Matteo del Carretto e cioè sino al 1392. Documenti dell’Archivio Vaticano Segreto – ricercati, trovati e studiati dal dottore Calogero Taverna – lo comprovano. Si parla e si scrive della signoria dei Malconvenant che sarebbero stati padroni di Racalmuto ed avrebbero eretto la chiesa di Santa Maria nel 1108. Si scrive su una dominazione degli Abrignano. Si afferma pure che i Barresi sarebbero stati i feudatari del nostro paese – non si precisa però il periodo, arbitrariamente qualcuno fornisce la data del periodo immediatamente prima del Vespro (1282). Sono tutte tesi cari agli storici locali. Ricerche e studi critici degli ultimi tempi dissolvono tutto ciò definendolo “una serie di cervellotiche congetture”. Tra gli eruditi locali è la guerra.
Nel 1282 (data del Vespro) a Racalmuto non c’erano più di quattrocento abitanti. Nel 1404 la popolazione era raddoppiata: stavamo però al di sotto della media dei grossi borghi del circondario. Peste e fame non erano mancate nel XIV secolo: per scongiurare la peste del 1375 il signore di Racalmuto, Manfredi Chiaramonte, chiede al papa perdono per le passate ribellioni politiche e per ottenere l’indulto tassa i suoi feudi in favore del papa. Arriva a Racalmuto, il 29 marzo del 1375, l’arcidiacono Bertand du Mazel: viene da Avignone, conta i casolari del nostro paese ed applica una tassazione tripartita: tre tarì per i ricchi, due per la classe media ed uno per i poveri. Si giunge alla cifra di 7 onze e 28 tarì: si erano contati 136 nuclei familiari (fuochi); molte case erano coperte da paglia; la popolazione non superava le 700 persone. Il documento, che si trova in Vaticano, ci fornisce una preziosissima descrizione della Racalmuto del tempo, diversamente del tutto ignota.
 Il Vaticano altra volta aveva tassato il paese nel secolo XIV: veramente erano stati due religiosi e si chiamavano Martuzio de Sifolono ed il presbiter Angelo de Monte Caveoso. Per le decime del 1308 e del 1310 avevano corrisposto, il primo un’oncia ed il secondo nove tarì. Il Sifolono godeva delle prebende della chiesa di Santa Maria: ricerche recenti inducono a pensare che si trattasse del convento carmelitano. In un affresco del  Convento di S. Angelo di Licata, nell’orbita di un tondo a modo di frutto di un grande albero raffigurante l’intera famiglia dei conventi carmelitani, sta scritto: «conventus Recalmuti, anno 1270». Se l’indicazione è esatta, il Carmine è la più antica chiesa di Racalmuto ed il relativo convento carmelitano risale appunto al 1270, agli albori dunque della fondazione del paese da parte di Federico Musca, sotto gli auspici di Federico II (†1250).
L’altra chiesa, retta dal presbiter Angelo de Monte Caveoso è rimasta anonima. Il testo in latino recita: «presbiter Angelus de Monte Caveoso pro officio suo sacerdotali, quod impendit in Casale Rachalamuti, solvit pro utraque tt. ix», cioè: il sacerdote Angelo de Monte Caveoso pagò per il suo ufficio sacerdotale che svolge nel casale di Racalmuti, per entrambe le decime, tarì 9. Tutto fa pensare, dunque, che si trattasse di un monaco venuto da Monte Caveoso, l’odierno Montescaglioso in provincia di Matera (Basilicata). Noi pensiamo ad un monaco del convento fondato dalla contessa Emma verso la fine del XII secolo.
Piccolo, specie se adottiamo i parametri dei nostri giorni, Racalmuto era diventato comunque un “casale” capace di attirare dalla lontana Basilicata un monaco che riusciva a viverci bene. Da notare però che chi aveva le prebende del Carmine viveva ancora meglio, se era costretto a pagare più tasse al pontefice di Roma. Nell’uno e nell’altro caso, era sulle magre spalle dei racalmutesi che papa e preti si appoggiavano per avere soldi ed oboli.

Il XV secolo Racalmuto lo trascorre sotto l’egida dei Del Carretto. Matteo del Carretto muore nel 1400; gli succede il figlio Giovanni che deve vedersela con gli esosi Martino. E’ costretto ad esibire una nutrita documentazione e pagare tante once per avere confermato il titolo di barone di Racalmuto. Vi riesce. E buon per noi perché possiamo ora consultare presso l’archivio di stato di Palermo quella documentazione ed avere preziose notizie sul nostro paese. Giovanni I del Carretto a noi sembra un barone oculato, laborioso e in definitiva attaccato al paese che sotto di lui cresce e si consolida. Ma lo storico francese Henri Bresc la pensa diversamente ed è sicuro che il figlio di Matteo finì male e dovette cedere la baronia agli Isfar di Siculiana. A conferma della sua tesi, cita documenti spagnoli. Li cita in termini talmente evasivi da impedirci, per il momento, riscontri convincenti. Siamo dunque costretti a lasciare in sospeso la questione.
La baronia ritorna, in ogni caso, ai Del Carretto: Federico, figlio di Giovanni I, riceve l’investitura da Alfonso d’Aragona l’11 febbraio 1451; viene salassato, deve corrispondere 20 once ogni anno, deve rendere omaggio nelle forme solenni, deve rispettare i diritti di “legnatico” dei cittadini racalmutesi, non è proprietario delle miniere, delle saline e delle antiche difese del luogo, deve salvaguardare la libertà di pascolo dei paesani e degli equipaggiamenti regi. In compenso ha il dominio assoluto sul feudo racalmutese che si estende però alla parte nord-ovest del paese. La parte sud-ovest (Gibillini ed il Castelluccio) costituisce un altro feudo (si diceva allora “stato”) ed apparteneva per due terzi alla famiglia De Marinis di Favara. Il restante terzo non si è mai saputo a chi appartenesse: solo nell’Ottocento vi è stata un’annessione da parte della famiglia Tulumello.
Federico Del Carretto fu un grande affarista: nel 1451 si associò con Mariano Agliata per un’operazione speculativa sul grano simile a certi contratti a termine dei nostri tempi (outright): i due consegnavano al Lomellina il vecchio frumento delle annate 1449 e 1450 e si assicuravano il raccolto dell’anno in corso, consegna a luglio prossimo presso il caricatoio di Siculiana.
Federico del Carretto dovette essere molto esoso con i suoi vassalli racalmutesi se questi nel 1454 si ribellarono violentemente. Il Del Carretto, intanto, procedeva ad acquistare un altro feudo, quello di Rabiuni di Mussomeli, preso da Pietro del Campo. Altri notabili racalmutesi erano diventati anche loro facoltosi: uno di loro, Mazzullo Alongi, teneva in affitto il feudo di San Biagio sempre a Mussomeli.per 14 onze annue, un castrato, un quintale di formaggio ed una “quartara” di burro.
Verso la fine del secolo Federico muore e gli succede il figlio Giovanni II. Forse visse poco, forse il contesto politico era molto agitato, forse era propenso ad evadere, fatto sta che non si sobbarcò alla procedura dell’investitura feudale e non corrispose i balzelli alla corte reale. Qualche anno dopo il Barberi, un ispettore regio particolarmente rigoroso, bolla i Del Carretto per questa evasione fiscale. Intanto era succeduto il figlio di Federico, il celebre Ercole Del Carretto ed anche lui incappa nelle censure dell’inquisitore: si era ben guardato dall’ottemperare agli obblighi feudali dell’investitura. Ed  eravamo già nel XVI secolo.
Racalmuto nel XV secolo passa da 800 a 2500 abitanti circa: più che triplicata, dunque, la popolazione. Non sarà stato tutto merito dei Del Carretto ma tale crescita non è stata almeno impedita; depone a merito dei locali baroni. Non potè trattarsi di mera crescita demografica: condizioni politiche, sociali ed economiche attraevano, di sicuro, gente dai dintorni che trovavano migliori possibilità di vita nella baronia dei Del Carretto.
Vi fu però un fatto gravissimo che palesa una mentalità antisemita. Un ebreo fu barbaramente trucidato a scopo di rapina. Era il 7 luglio 1474 VII Indizione, l’efferato crimine era già avvenuto. Ma Palermo vigila e non consente crimini dal vago sapore razziale. Il vicerè Lop Ximen Durrea dà allora commissione ad Oliverio RAFFA  di recarsi  a  Racalmuto per punire coloro che  uccisero  il giudeo Sadia  di  Palermo, e di pubblicare un bando a  Girgenti  per  la protezione di quei giudei. Nei giorni precedenti il giudeo Sadia di Palermo, abitante nel casale di Racalmuto, attendendo ad alcune sue faccende fu ferito mortalmente da un tal Leone, figlio di mastro Raneri. Altri facinorosi del luogo, congregatisi come in un branco, mi misero ad infierire contro il povero giudeo. Lo colpirono varie volte alla testa, gli tagliarono la lingua, gli ruppero costole mani e gambe, gli fracassarono i denti ed infine lo gettarono in una fossa. Lo ricoprirono quindi di paglia e vi diedero fuoco. Mentre bruciava gli tirarono pietre e terra. Gli ordini all’algozino (ufficiale di polizia) furono precisi e perentori. Soprattutto, però, bisognava tentare di recuperare “ uno gippuni  in lu quali si dichi erano cosuti chentochinquanta pezi d’oro” (una giacca nella quale si dice che erano cuciti dentro 150 pezzi d’oro). Non sappiamo sei soldi furono recuperati, pensiamo di no. Possiamo essere certi che davvero i responsabili, almeno i caporioni, furono tutti individuati ed insieme a Liuni figliastro di mastro Raneri finirono nelle carceri di Agrigento.
Passeranno meno di vent’anni e nel 1492 la regina Isabella la spunta nel cacciare via dalla Sicilia gli ebrei. Noi, in ogni caso, siamo convinti che solo gli ebrei ricchi emigrarono (soprattutto a Napoli, pare): i poveracci non sapevano dove andare. Cambiarono nome, cambiarono paese, non si circoncisero, divennero marrani e continuarono a vivere in Sicilia. Tanti ne vennero a Racalmuto come i tanti La Licata, Lintini, D’Asaro, Aiduni, Caltabiano, Caltavuturi, Camastra, Castronovo, Castrogiovanni, Chiazza, Madonia, Milazzo, Modica, Monreale, Montilioni, Nicastro, Noto, Petralia, Ragusa, Randazzo, Sicilia, Siragusa, Termini, Terranova, Vicari e simili -  che costellano la nomenclatura dell’anagrafe del ‘500 - fanno trasparire, sia pure con tutte le riserve e cautele del caso.
Gli esordi del XVI secolo sono all’insegna del sacro e del miracoloso. Nasce la saga della Venuta della Madonna del Monte. Narrarla comporta rischi: si può mancare di fede, di religiosità, di rispetto. Si può scadere nella profanazione. Per questo ci rivolgiamo al grande scrittore di Racalmuto, prendiamo a prestito la sua ineguagliabile prosa.
«Nel 1503, da Castronovo dove viveva – esordisce il sommo Racalmutese – il nobile Eugenio Gioeni, secondo alcuni afflitto da “filato ipocondriaco” (ipocondria), secondo altri da mal sottile, noleggiò un vascello e, in buona compagnia, andò come in crociera verso il Marocco … Cacciando un giorno in quelle terre d’Africa (non si sa precisamente dove), per un improvviso temporale trovò, con i suoi compagni, riparo in una grotta, il cui fondo – notarono ad un certo punto – era chiuso da un muro da mano umana edificato. Parve loro una stranezza, se ne incuriosirono ; e si adoperarono ad abbatterlo. Era piuttosto esile, per fortuna: ed apparve loro, splendente e dolcissima, la statua di una Madonna col Bambino. Pesantissima: e vi tornarono a prenderla con un carro, a portarla su quel loro vascello che subito, per l’impazienza di portare a Castronovo la statua così miracolosamente trovata, fece vela per la Sicilia.
Sbarcarono, come punto più vicino a Castronovo, nella cala di Punta Bianca, presso l’odierna Porto Empedocle; e da lì, caricata la statua su un carro trainato da sei buoi (le tradizioni quanto più sono inverosimili, tanto più sono nei dettagli precise), mossero verso Castronovo. Ma passarono, ahiloro!, per Racalmuto, vi si fermarono a dissetarsi in uno spazio dove era una piccola chiesa dedicata a santa Lucia. Era un caldo meriggio del mese di maggio: a vedere quella statua coricata sul carro, vivida di colori, soavisssima, la gente del paese accorse. Voci di stupore, invocazioni, preghiere: e ne giunse il brusio al conte Ercole del Carretto, che stava a far pennichella in una sala del castello. Ne domandò la ragione: e con scherani e paggi anche lui. Folgorato dalla bellezza della statua, ne chiese il prezzo al Gioeni che quasi se ne offese. Il conte offrì tanto oro quanto la statua pesava: ed ancor di più il Gioeni se ne sdegnò. Ordinò ai suoi di riaggiogare i buoi e di riprendere il cammino verso Castronovo: ma le ruote del carro, per quanti sforzi facessero i buoi pungolati a sangue e i famigli, non si mossero. Credette il Gioeni i racalmutesi avessero artatamente immobilizzato il caro, diede di piglio alla spada, il del Carretto alla sua: ma mentre già le incrociavano la folla con tale impeto gridò al miracolo che le spade si abbassarono e i due signori, commossi, finirono con l’abbracciarsi. La Madonna aveva deciso di restare a Racalmuto, ospite di santa Lucia – almeno provvisoriamente – e a dividere il patronato sul paese con santa Rosalia. Più tardi, le si edificò una più vasta e ricca chiesa e, benché come titolo ufficiale le restasse quello di compatrona, dimenticata fu santa Rosalia. E non solo: le si dedicò, per tre giorni dell’ultima settimana di maggio, una rutilante, fragorosa, insonne festa.»
Allo storico è interdetto di mettere becco in cose tanto di fede e di alta letteratura: egli si limita solo ad annotare che Ercole del Carretto non fu mai conte, solo modesto barone. Santa Rosalia padrona di Racalmuto lo fu soltanto a partire dal 1636. La Madonna del Monte da compatrona salì di grado nel 1848 con una bolla episcopale di mons. Lo Iacono, vescovo di Agrigento (allora si diceva: Girgenti) e divenne: «Patrona e regina di Racalmuto».


Sotto il profilo strettamente storico, occorre dire che già nel 1540 la statua della Madonna del Monte splendeva in una chiesa a lei dedicata, non ospite – o non più ospite – di santa Lucia. Gli inviati del vescovo di nobile famiglia mons. Pietro di Tagliavia ed Aragona sono molto burocratici ed accennano solo ad «una figura di nostra donna di marmaro». Ma nel 1608, per il vescovo del tempo, mons. Bonincontro, il simulacro è ora luccicante di ori, vivido di colori come dice Sciascia, imponente ed oggetto di grande culto da parte dei devoti racalmutesi.