giovedì 8 giugno 2023

Circolo unione verbali Il primo verbale che siamo in grado di riscontrare risale al 28 marzo 1920. Ha per oggetto: «ammissione a soci effettivi dei signori Farrauto Francesco, Farrauto Giuseppe e Nicolò Vinci fu Mario ». L’assenso è plebiscitario. Ne fanno fede il presidente G. Grillo, il Segretario E. Tulumello ed i soci Cavallaro e F. Mattina. Nel 1921, nominato un comitato per le feste al circolo ed ammesso il socio provvisorio avv. Carmelo Burruano, si procede con una profetica scelta di campo a sottoscrivere l’abbonamento al “giornale Popolo d’Italia”. Non tutti invero sono d’accordo, ma la maggioranza a fiuto fino. Il meritevole abbonamento viene deliberato con conferma e sottoscrizione del presidente Bartolotta, del segretario G. Sciascia e dei soci G. Grillo e S. Messana. Lo storico verbale porta il numero 4 ed è datato 16 gennaio 1921: più previdenti e tempestivi di così, non si poteva essere; la maggioranza dei nobili racalmutesi è fascista anzitempo e si abbevera subito alla eclatante prosa del futuro astro, dell’uomo della provvidenza, insomma, di Benito Mussolini. Personaggi famosi saranno i neo soci studenti ammessi con delibera 18 aprile 1920. Il dott. Baldassare poté dominare durante il fascismo e continuare ad essere uomo di potere anche nell’immediato dopo guerra. Venne nominato assessore come uomo della laica, destrorsa e con nomea massonica Democrazia del Lavoro, subito dopo l’uccisione di Baldassare Tinebra, quello della “Congiura dei loquaci” di Gaetano Savatteri. Il secondo dei nuovi soci studenti del 1920, Tulumello Giuseppe fu Giovanni, è rimarchevole per essere il fratello di quel Vincenzo Tulumello di cui parla il Messana, cioè di quel « giovane ardente dalla parola suasiva e convincente, il quale però, a guerra scoppiata, fece di tutto per non andarvi e la voce popolare vuole che anche sia morto perché si provocò il diabete.» ( ). Fu comunque un ottimate di Racalmuto, anche se non poté svettare come l’alto lignaggio del suo casato avrebbe imposto. Accede al sodalizio in quell’anno il dott. Salvatore Petroni, immortalato, poi, da Leonardo Sciascia nel suo “Porte aperte” e per taluni tratti nell’altro suo libro “una storia semplice”. Quanto all’ultimo, al dott. Salvatore Burruano, il personaggio lo incontriamo nella storia del fascismo racalmutese, riscuote la sua brava dose di cattiveria dal Messana , finisce ufficiale dei carabinieri, crede in Mori, lo segue. Entra in rotta di collisione con Cucco. L’arma – o per l’una o per l’altra ragione o per tutte e due – non glielo perdona, lo congela, subisce l’ostracismo sino all’entrata degli americani. Dopo, ha un qualche riconoscimento Si congeda e tutti l’abbiamo chiamato: il colonnello Burruano. Ma da una certa data in poi pretese – ed ottenne – il titolo di generale. Fu brillante ed amorevole. Al circolo tenne testa specie come responsabile dei balli protocollari. Ebbe incarichi sociali tra il 1922 ed il 1924, tornò ad essere eletto “deputato” nel 1948 con 38 voti e nel 1949 con 47 voti. Il 25 aprile 1921 viene ammesso a “socio provvisorio con dimora precaria” il dottor Achille Vinci, figura di spicco nella professione medica, nella vita politica e, con particolare caratterizzazione, nell’evolversi della realtà sociale del circolo. Autore di tremende e velenosissime poesie in vernacolo, si può dire che solo Totò Marchese l’eguaglia, quando addirittura non lo supera. Quelle di Fofò Scimè sono letterariamente sublimi e, per fortuna, non attingono al fiele della cattiveria. Si dice che la lunga composizione “nngaglià la parrinedda” che Eugenio Napoleone Messana pubblica nella XXVII appendice del suo testo storico sia dovuta alla penna del dott. Vinci. Il velo dell’anonimato disperde ormai il senso della solforica stroncatura di tanti personaggi bene in vista all’epoca. Oggi, solo i vecchi del Circolo Unione sanno decriptare, con aggiunta di sapidi particolari, le terribili rime. Tra breve, anche questa pagina di storia locale verrà cestinata per indecifrabilità dei sottintesi. Il due gennaio 1921 accede al circolo don Gaetano Savatteri, personalità molto contraddittoria, nato ricchissimo e morto nell’indigenza per la rapacità di un’antagonista grande famiglia. Il 10 settembre del 1923 alle dodici e mezza, don Gaetano incappava in una accesa discussione con Oreste Cavallaro – una lite tra parenti, ci pare di poter dire – e subiva l’umiliazione di essere pubblicamente schiaffeggiato. In altri tempi, ciò avrebbe comportato ferri incrociati e duelli in rigida etichetta: ora il mondo dei civili sembra cambiato. O don Gaetano non era più in grado di rispettare l’antico codice d’onore. Si è accontentato dei tre mesi di sospensione che la rituale assemblea del 16 settembre inflisse al Cavallaro (a semplice maggioranza) in “applicazione dell’articolo 128” del minuzioso regolamento sociale. Carmelo Burruano, il celebre avvocato tra gli anni Venti ed i Sessanta, l’altro figlio di don Cicco, viene accettato all’unanimitù come “socio provvisorio” il 16 gennaio 1921 ed il successivo giorno 30 è la volta di Messana Everardo, Giancani Giuseppe e Martorana Nicolò, tutti e tre con la qualifica di “socio studente”. Per la cronaca, ora l’ammissione non è all’unanimità ma “a maggioranza dei voti”. Comincia l’infiltrazione della piccola borghesia in un circolo d’origini borboniche e propenso ad atteggiamenti esclusivi. Entra nel circolo “ maggioranza dei voti” pure Federico Giancani di Luigi, il sette luglio di quel medesimo anno. Indi scatta una bella epurazione. Sono tredici soci morosi che subiscono la “radiazione”. Molti, avvocati e dottori, faranno ritorno, come pecorelle smarrite e pentite. Non staremo però qui a fare l’elenco dei nuovi soci: chi vuole saperne di più in proposito, basta che consulti l’allegato lungo elenco, ove vita, cariche e, qualche volta, morte trovano annotazione elettronica. Davvero trascurabile la delibera del “salario ai camerieri”: la forniamo lo stesso. Nel 1921 il cameriere Angelo Collura guadagnava 155 lire al mese ed il suo sabalterno, Vincenzo Vella, 130 lire mensili, entrambi dopo un aumento di 30 lire mensili I verbali del circolo ci forniscono l’elenco della prima deputazione di cui si abbia completa conoscenza. Eletta all’unanimità per 1922 questa risulta essere la storica amministrazione: 1921 27 dicembre 1921 Bartolotta dott. Comm. Giuseppe Presidente 1921 27 dicembre 1921 Sciascia Giuseppe Segretario 1921 27 dicembre 1921 Falletti Nestore fu Luigi Cassiere 1921 27 dicembre 1921 Grillo Angelo Deputato 1921 27 dicembre 1921 Vinci Ettore prof. deputato 1921 27 dicembre 1921 Messana Luigi Emilio deputato Sul commendatore Bartolotta c’è da dilungarsi molto; oltre che il vero capo dell’amministrazione comunale, è anche la massima autorità al circolo. Su lui si diffonde E N. Messana. Anche Sciascia, pur con molta circospezione, ha frecce al suo arco letterario e tante vicende elottarali, amministrative e sociali della Racalmuto prefascista sussurrate dallo Scrittore hanno sullo sfondo appunto il nostro commendatore. Per faccende cui noi ci riferiamo pudicamente, si leggano, se proprio se ne ha voglia, alcune nostre pagine sull’affermazione fascista nel nostro paese. Falletti Nestore è il nonno di Nestorino e ciò basta per quelli della mia generazione. La figura di Grillo Angelo fu Angelo torna scialba al vostro cronista. Bisogna rivolgersi a Guglielmo Schillaci o a Lillo Savatteri per averne ragguagli e giudizi amorevoli ma disincantati. Il prof. Ettore Vinci me lo ricordo come mio esaminatore agli esami di ammissioni: correva l’anno del Signore 1945. Luigi Messana di Emilio è il celeberrimo “don Luigino”: facciamo riferimento alla foto dell’ineffabile personaggio accanto a Sciascia con l’eterna sigaretta accesa (foto chee trovasi esposta alla Fondazione Sciascia) per ritenerci assolti dall’obbligo di rapporto. Abbiamo incontrato questa primavera (2001) un suo simpaticissimo nipote acquisito che ci ha dispensato un ammaliato bozzetto di famiglia. Per gli aspetti goliardici, spingere il migliore Guglielmo nelle sue inimitabili rievocazioni. Su Francesco Mattina fu Raffaele non sappiamo aggiungere nulla, ma è colpa della nostra personale disinformazione: al circolo c’è ancora qualcuno che sa bene evidenziarne il ruolo sociale ed il posto nella grintosa realtà racalmutese. Giuseppe Sciascia di Giuseppe, austero ed arcigno signore tipico di un paese come il nostro, può considerarsi il prototipo di segretario discreto e prudente che crea uno stile peculiare al Circolo. Stringato e preciso nella sua prosa, i suoi verbali sono ammirevoli. Personalmente, avremmo gradito qualche pettegolezzo in più, qualche nota maggiormente vivace, qualche squarcio sincero. Sotto questo aspetto, il buio più assoluto: disperazione per lo storico, rammarico per il ricercatore di piccoli fatti del vivere paesano. Il tre dicembre 1922 è tempo per cambiare Statuto. I tanti avvocati, giuristi ed amministrativisti del Circolo riescono a mettere insieme ben 153 articoli. Non siamo certo al profluvio legislativo di cui parla Sciascia, «ai 400 articoli .. ed al lungo preambolo» testimoniati dal barone Lascuda (il Tulumello?) ma ci siamo vicini. Sciascia ironizza sul «capolavoro di cultura letteraria e giuridica [quale] vive soltanto nei ricordi dei vecchi: quando il circolo diventò dopolavoro fascista le copie dello statuto andarono disperse». E’ propenso a credere alla idoneità di “tale capolavoro” a preservare “davvero la concordia” (o l”Unione” che dir si voglia) ed avitare che «le zuffe e gli incidenti che frequentemente accadono non portano mai a scissioni o pronunciamento.» Noi che una qualche pazienza certosina abbiamo dovuto praticarla per consultare un paio di centinaia di quei verbali non abbiamo trovato molti ricorsi ai pletorici articoli regolamentari (una sola volta per rissa – quella del Savatteri e talune altre per vicende meramente amministrative. Solo nel dopo guerra l’avv. Pillitteri si incarognì sull’art. 13 per impedire facili ammissioni. Si aspettava allora che il burbero legale fosse assente per inventare plebiscitarie votazioni di consenso). Il lungo statuto esordiva ribadendo il nome: «Il luogo di convegno dei soci dicesi Circolo Unione». Lo scopo? «mira a procurare ai Signori soci svaghi leciti ed onesti, tendenti alla ricreazione dello spirito, della mente ed al reciproco rafforzamento dei vincoli di rispetto e di amicizia.» I locali dovevano reperirsi «in punto centrale del paese». «Sculture, pitture, figure … possono esistere» purché «non offendano la pubblica morale e non cozzino con il ragionevole concetto dell’ordine e della disciplina nella famiglia, nella società e nella Patria». «Non deve esistere nel circolo quanto possa essere interpretato come manifestazione di partito intendendo l’associazione, nel modo più assoluto, conservare il carattere apolitico.» Si sorride ancora sull’articolo 9 per cui «il socio deve essere … di regolare intelligenza». Per l’art. 14, po, «non può essere ammesso né consercato socio chi abbia esercitato ed eserciti mestieri ed impieghi servili o abietti o disonoranti o chi abbia subito una condanna a pena infamante.» Il circolo è apicale; svetta il presidente: per l’art. 37 «la persona del Presidente è inviolata, è rispettata al massima grado .. », negli auspici almeno, ma crediamo anche nella realtà. Il rosario presidenziale che graniamo qui di seguito non lascia dubbi in proposito: anno data cognome nome carica 1921 2 gennaio 1921 BARTOLOTTA Presidente 1921 4 aprile 1921 BARTOLOTTA Giuseppe commendatore dottore presidente 1921 27 dicembre 1921 BARTOLOTTA dott. Comm. Giuseppe Presidente 1922 3 dicembre 1922 TULUMELLO dr. Baldassare Presidente 1923 19 agosto 1923 SCIMÈ cav. Uff. d. Nicolò presidente 1923 16 dicembre 1923 SCIMÈ cav. Dott. Nicolò Presidente 1924 14 dicembre 1924 SCIMÈ cav. Dr. Nicolò Presidente 1925 13 dicembre 1925 FALLETTI cav. Alfredo Presidente 1930 14 dicembre 1930 MENDOLA cav. Michele Presidente 1931 13 dicembre 1931 MENDOLA cav. Dott. Michele Presidente 1932 19 dicembre 1932 MENDOLA cav. Dott. Michele Presidente 1933 14 febbraio 1933 MENDOLA Cav. Dr. Michele Presidente 1934 19 gennaio 1934 MENDOLA Cav. Dr. Michele Presidente 1935 7 gennaio 1935 MENDOLA Cav. Dr. Michele Presidente 1936 7 dicembre 1936 VINCI dott. Achille Presidente 1941 1 settembre 1941 VINCI dott. Achille Presidente 1946 14 giugno 1946 BATTIATI Alfonso Presidente 1948 4 gennaio 1948 BATTIATI Alfonso Presidente 1948 30 marzo 1948 VINCI dott. Camillo Presidente 1948 1 aprile 1948 VINCI dott. Camillo Presidente 1948 19 dicembre 1948 MESSANA Luigi di Emilio Presidente 1948 27 dicembre 1948 GIANCANI prof. Salvatore Presidente 1949 1 gennaio 1949 GIANCANI prof. Salvatore Presidente 1949 21 dicembre 1949 GIANCANI prof. Salvatore Presidente 1950 12 febbraio 1950 SCIASCIA Giuseppe Presidente 1951 23 dicembre 1951 SCIASCIA Giuseppe Presidente 1952 2 dicembre 1952 SCIASCIA Giuseppe Presidente 1954 3 gennaio 1954 BATTIATI Alfonso Presidente 1955 31 luglio 1955 BATTIATI Alfonso Presidente 1956 15 gennaio 1956 ROMANO dott. Giuseppe Presidente 1961 5 agosto 1961 BARTOLOTTA p.a. Nicolò Presidente 1962 30 dicembre 1962 BARTOLOTTA p.a. Nicolò presidente 1965 2 gennaio 1965 BARTOLOTTA p.a. Nicolò Presidente 1968 28 dicembre 1968 BARTOLOTTA p.a. Nicolò Presidente 1970 3 gennaio 1970 BATTIATI cav. Alfonso Presidente 1970 26 dicembre 1970 BATTIATI cav. Alfonso Presidente 1971 30 dicembre 1971 VINCI ins. Paolo Presidente 1972 30 dicembre 1972 VINCI Paolo Presidente 1973 30 dicembre 1973 VINCI Paolo Presidente 1974 31 dicembre 1974 VINCI Paolo Presidente 1975 31 dicembre 1975 VINCI Paolo Presidente 1977 16 gennaio 1977 VINCI Paolo Presidente 1977 30 dicembre 1977 VINCI Paolo Presidente 1978 31 dicembre 1978 MORREALE dott. Angelo Presidente 1981 18 aprile 1981 MORREALE dott. Angelo Presidente 1084 30 dicembre 1984 VINCI Paolo Presidente Tutti, davvero, galantuomini i presidenti che si sono succeduti al circolo Unione; apprezzati e rispettati persino dagli avversari politici, e ci riferiamo a quei pochi che hanno svolto attività politica. L’attuale presidente – che non figura nell’elenco perché subentrante dopo il 1084 – non sappiamo da quanti anni riveste la carica. L’ing. Francesco Marchese è uomo di tutto rispetto, riservato, probo, magari accentuatamente religioso, può considerarsi l’anima e la sopravvivenza del Circolo. Se non fosse stato per lui, il sodalizio sarebbe già morto e sepolto come diagnosticato nei verbali degli anni Ottanta. Noi – che gli siamo molto amici – in questo gli vogliamo male: auspichiamo una sua Presidenza sine die. Senza Cicciu Marchisi il circolo finirebbe negli annali dei ricordi cittadini e nulla più. Gli articoli 68-70 esigevano e disciplinavano il socio “porta-bandiera”. Andava nominato fra i più giovani, doveva calzare guanti bianchi ed indossare l’abito nero. Costume ovviamente desueto. Oggi, di soci “giovani” che dispongono di guanti bianchi ed abito nero non se ne trovano al Circolo. In un domani – speriamo prossimo – chissà. Dall’art. 70 all’art. 85, il Regolamento si occupa dei “serventi”. Beh, qui siamo nel Medioevo. Attualmente, il più tardivo dei soci è spesso chiamato ad un’azione vicaria: spetta a lui chiudere la porta. Ogni legge che si rispetta deve avere la sua coda penale. Il regolamento dedica gli articoli 117-120 alle “colpe” che possono essere «gravi, ordinarie e leggere». Sono colpe gravi: «lo spergiuro, la complicità sia pure involontaria o la cooperazione al reato da parte dei camerieri, che manchino di esiggere (sic) le tasse da giuoco, la contrazione di debiti di gioco non soddidfatto nelle 24 ore [vi incappò il socio Giuseppe Grillo nel marzo del 1923], le offese rivolte comunque ai soci ed ai camerieri, la reazione scorretta contro l’autorità della Deputazione e dei singoli membri della Deputazione, la infedeltà di gestione negli affari finanziari, le disfide tra i soci, per qualsiasi fatto avvenuto nel circolo, il danneggio volontario o la sottrazione di un qualsiasi genere appartenente al Circolo, il barare la giuoco.» Colpe ordinarie, invece, «le dicerie che in qualunque modo compromettano la dignità di uno o più soci, la formazione di complotti tendenti ad inceppare la libertà di voto o a produrre la disunione o la discordia tra i soci, la disubbidienza ai regolamenti, il rifiuto pertinace agli obblighi propri, le piccole risse e le animosità tra i soci.» Tra le colpe leggere andavano annoverati «le indecenze, i sussurri ed i disturbi che si commettano nel circolo, le discussioni a voce troppo alta, l’abuso delle proprie qualità per influire od imporsi nelle deliberazioni, le dosattenzioni che mettano i soci nella impossibilità di servirsi dei mezzi del Circolo, messi a loro disposizione, il vestire poco decente.» Per la morte di un socio, «il circolo … prenderà il lutto per tre giorni consecutivi, durante i quali saranno affisse alle porte, che resteranno semiaperte, fasce nere, con la scritta: Per la morte di un socio; non sarà permessa alcuna festa nei locali del Circolo, né il suono del pinoforte» (art. 146). Il grintoso regolamento non ebbe poi seria applicazione nei suoi aspetti punitivi. Subì sanzioni il 10 febbraio 1923 il socio Federico Picataggi, reo di «calunnia contro il socio Diego Farrauto». Ad accusarlo, l’avv. Agostino Puma. (Il Picataggi, “eliminato dal circolo”, fu riammesso il 22 di luglio 1923 a richiesta di n. 30 soci per i quali la delibera di espulsione era “da considerare come non avvenuta e quindi annullata per vizio di forma). Del caso Grillo, si è già detto. Il socio si dimise (ma il 26 dicembre 1923 ritorna nel sodalizio). Più grave la faccenda del Savatteri, di cui abbiamo già detto. Troppo poco dunque per dare ascolto a Sciascia che parla di chissà quali risse e contrasti. Dopo la guerra del 1940-43, sia pure con altro statuto, non si è più verificato alcun incidente fra soci, per cui la Deputazione abbia dovuto prendere provvedimenti. Non tutti santi e remissivi – si badi bene. Solo che, giustamente, presidente e depuati lasciano che si soci se la sbrighino tra loro ed in privato. Non abbiamo capito perché nel 1923 (in pieno agosto) il prof. Nicolò Farrauto si sia dimesso, con lettere formali, da segretario appena eletto della Deputazione: gli subentra Egidio Tulumello. Non passano molti mesi ed ecco il Farrauto tornare segretario a pieno titolo: 1923 16 dicembre 1923 SCIMÈ cav. Dott. Nicolò Presidente 1923 16 dicembre 1923 FARRAUTO prof. Nicolò segretario 1923 16 dicembre 1923 RESTIVO Antonio cassiere 1923 16 dicembre 1923 TULUMELLO Egidio deputato 1923 16 dicembre 1923 VINCI prof. Ettore deputato 1923 16 dicembre 1923 BURRUANO avv. Salvatore deputato 1923 16 dicembre 1923 CAVALLARO avv. Luigi deputato Il 10 febbraio 1924 si modifica il Regolamento: gli articoli diventano 58. Non sappiamo se soppianta integralmente quello che vigeva prima o è integrativo. Questione giuridica di nessun valore ai nostri giorni e quindi l’abbandoniamo seduta stante. Immutato l’art. 1, all’articolo 2 le pretese classiste del Circolo montano: «possono essere soci tutti coloro che appartengono alla classe dei civili, e coloro che per educazione ed istruzione godono il prestigio di civili». C’è da domandarsi chi sono quelli che non hanno siffatti requisiti, gli “incivili” insomma. Per converso sparisce ogni accenno all’intelligenza … e meno male! La persona del Presidente cessa perde la sua inviolabilità. Il portabandiera però deve restare come prima, con guanti bianchi ed abito nero. Permane il bravo titolo per i “serventi”. Un bel “maestro delle cerimonie” ci sta sempre bene: disciplinerà le feste sociali (art. 21) e la sua nomina “è devoluta alla Deputazione”. I lettori di buon senso ci obietteranno che al di là dello svolazzo sui civili il nuovo regolamento era più essenziale e funzionale, più moderno insomma: forse hanno ragione. Siamo al 1925, i mutamenti politici ci sono stati e si fanno sentire. Una nuova deputazione viene sfornata: sono tutti uomini nuovi o non compromessi con la politica. Certo il prof. Enrico Baeri che tanto conservatore non dovette essere si becca nove voti in meno rispetto agli altri cui vanno o 38 voti (al presidente Falletti ed ai deputati Felice Cavallaro e Diego Farrauto) o 39 (per il segretario Angelo Grillo, per il Cassiere Carmelo Rosina Bartolotta e per il giovanissimo deputato geom. Saverio Vinci). Da notare che i votanti erano 39, dunque tre signori votarono per loro stessi. Cosa succedeva al circolo? A distanza di decenni e senza verbalizzazioni sincere nulla più trapela. Sparivano dall’amministrazione personaggi autorevoli quali il cav. Uff. Dr. Nicolò Scimè, il prof. Nicolò Farrauto, Egidio Tulumello, Antonio Restivo (questi invero tornerà nel 1931) e l’avv. Salvatore Burruano. Col il 1926 incipit novus ordo al Circolo. I malevoli però ci avvertono di andare cauti: al Circolo Unione, finché prevalsero i “civili” l’area che si respirava era di sapore massonico: prima, durante e dopo il fascismo. Sarà vero? Strano, il registro dei verbali segna, con il 1926, una nuova numerazione progressiva che però si ferma al n.° 2, dopo i verbali diventano ballerini: quelli che noi abbiamo potuto consultare passano al 13 dicembre 1929, non hanno più numerazione, e portano ora una timbratura succinta ma efficace “circolo unone - Racalmuto”. Si deve sloggiare: «il presidente propone all’assemblea l’affitto del nuovo locale e precisamente quello di proprietà del sig. Nicolò Castiglione, attualmente in locazione al sig. Alfano Giuseppe. Lo stabile si compone di tre vani a pianterreno, e uno di questi è sul corso. L’affitto annuo convenuto è di L. 1.000.» L’assemblea approva ad unanimità. Presidente è sempre il Falletti.. !931: nuovo ed ancora più radicale assetto sociale. Il fascismo ormai impera ed anche al circolo bisogna tenerne conto. Il Falletti, che fascista comunque lo è, fa queste significative comunicazioni. Certe vanno interpretate ma non è fcile. Ci limitiamo quindi a registrarle per come le abbiamo rintracciate: «Il presidente fa notare che nel compilare la scheda della nuova Deputazione quella uscente si è proposta di scegliere elementi che, per la libertà concessa dalle loro occupazioni e notorietà in fatto di serietà ed energia dassero (sic) il migliore affidamento. Tale scelta è caduta su i sigg. Dott. Mendola cav. Michele Presidente- Antonio Restivo cassiere – Angelo Grillo segretario; Luigi Tulumello Muratori, Diego Tulumello, prof. Nicolò Martorana, Giuseppe Tulumello deputati. I quali consci del diciamolo difficile mandato sapranno adoprarsi, meglio degli uscenti, perché il Circolo oltre a mantenere la tradizionale signorilità, sia avviato ad una esistenza meno stiracchiata di come dovette vivere fino ad ora per un complesso di circostanze a tutti note.» Nel mese di febbraio prende la parola in assemblea il sig, Achille Vinci fu Mario «il quale prospetta .. che non è il caso di fare acquisto di un chiliofono, poiché il Circolo andrebbe incontro, per come egli immagina, ad una spesa continuativa per l’acquisto di dischi, onere che potrebbe divenire in seguito gravoso alle finanze del Circolo stesso, quindi sarebbe conveniente che si acquisti il solo apparecchio radio.» Stefano Messana lo rintuzza ed ha la meglio. Chi conosce Achille Vinci dirà che l’uomo non si smentisce. I giornali che ora gravitano sulle casse del circolo sono il Giornale di Sicilia, L’ora, il Popolo d’Italia, l’Illustrazione italiana, la Lega navale, il Popolo di Roma, la Milizia fascista, l’Aquila, la Gioventù fascista e la Domenica dell’agricoltore. Sui soci onorari ammessi il 26 giugno del 1932 si è già detto: fu l’unica volta in cui si dovette accedere a simili munificenza. Un’altra volta in verità ci fu: siamo nel 1968 (28 dicembre) ed il socio dott. Luigi Caponcello propone che si dichiarino soci onorari «coloro i quali hanno raggiunto quaranta anni di socio e settanta anni di età». La proposta venne apprezzata ma non sappiamo che fine abbia fatto. Crediamo che non se ne sia fatto nulla. Altra data notevole nei processi di normalizzazione fascista del circolo è il 1933. I soci del circolo imperterriti avevano nominato i propri amministratori con liberi elezioni, non avevano imbrattato la loro antica denominazione con improbabili dizioni del tipo “dopolavoro 3 gennaio” (per come ci fa sapere Sciascia, o Dopolavoro 23 marzo come risulta a noi), ed ostestantamente – almeno sino al 1938 – datavano i loro verbali senza i numeri ordinali dell’era fascista. I nodi ora però cominciano a giungere al pettine: Analizziamo la delibera n. 2 del 30 gennaio 1933. All0ordine del giorno abbiamo: «inquadramento del Circolo all’O. N. D. (che se non sbagliamo significa Opera Nazione del Dopolavoro). Nuovo Statuto». Il presidente spiega che «in relazione all’adesione fatta, con deliberazione del 14 dicembre 1930 all’O.N.D., si è obbligati» a rispettare il nuovo Stato. Ne dà lettura. La discussione si anima: ma c’è poco da dire. Il circolo ha scelto (ha dovuto scegliere, pena la soppressione, diciamo noi) di far parte «di una delle geniali Organizzazioni del Partito, che inquadra l’azione dello stesso [circolo] nel campo dell’educazione spirituale del popolo.» Chi l’avrebbe mai detto che il Circolo Unione, il circolo dei galantuomini, dei “civili” insomma, si sarebbe andato ad impelagare nell’«educazione spirituale del popolo» e che per di più fosse “popolo”. Col fascismo, o così o la morte. I soci credono, allora, di fare i furbi, fanno verbalizzare: «lo statuto [quello fascista, imposto dal fascismo] viene approvato, conservando integro in quanto non in contrasto, il regolamento del circolo.» La furbata viene subito disillusa: il 14 febbraio del 1933 la deputazione deve portare in assemblea «cordiali saluti fascisti». Si pensi, è l’unica volta in cui quel termine fa capolino negli arcigni verbali del circolo. La Deputazione fa presente che «Il cav. Dr. Michele Mendola viene nominato Presidente con la seguente lettera del Segretario Federale di Agrigento con la motivazione “ Mi è gradito significarle che la S.V., a norma della facoltà concessami dall’art. 9 dello statuto sociale, in data odierna, è stata nominata Presidente». Colpisce quel “lei” al posto del doveroso “Voi”. Ad ogni modo, il presidente del circolo non è più di nomina assembleare ma per approvazione del segretario federale Presidente del Dopolavoro, in quel epoca il prof. Dr. A. Gaetani. Un confronto tra il comportamento del Circolo Unione e quello del locale Mutuo Soccorso la dice lunga sulle resistenze “antifasciste” del nostro sodalizio. Al Mutuo soccorso già da quattro anni ci si era allineati diligentemente. A proposito dei verbali di quest’ultimo abbiamo scritto: « I verbali dell'anno 1929 esordiscono con una novità. La data è ora agghindata con l'indicazione dell'anno della volgente era fascista. La seduta del 26 gennaio cade nel VII anno del fascismo. E riguarda la nomina di una commissione per le feste di carnevale. Il 28 maggio 1929 si paga una nota a Collura Alfonso per la fornitura di “2 mobilucci in mogano con specchi e lastre di marmo”. Si ha la forza per rifiutare l'abbonamento al giornale L'Aquila, nonostante la richiesta promani dalla casa dei Balilla di Agrigento (5 novembre 1929). Ma per il matrimonio del principe di Piemonte, “ad unanimità il consiglio stanzia la somma di lire trecento” (2 gennaio 1930). Il 10 maggio 1930 (anno VIII) “il presidente mette a voti segreti col sistema delle fagiole, per il prelevamento della somma per pagare le tessere agli iscritti del circolo all'O.N.D. oppure pagare personalmente l'iscritto. Visto il risultato ad unanimità di voti, approva il prelevamento della somma dal fondo di cassa e l'iscrizione a corpo.” L'omologazione fascista si è dunque consumata. Presidente è Salvatore Mattina fu Gaetano. Segretario: Collura Alfonso. Era arrivata una circolare mandata dal Podestà, con cui si esigeva l'iscrizione del circolo all'Opera nazionale Dopolavoro. I tempi della libertà di associazione erano definitivamente tramontati. L'assenso era d'obbligo. Nel luglio successivo il circolo può, per compenso, venire incontro ai soci che tanto desiderano una radio. Ad unanimità si decide di 'acquistarla incondizionatamente'. In quel torno di tempo, il vice presidente è Carmelo Schillaci Ventura, degna persona, che ricordiamo con affetto. Per far parte del circolo, la tassa di entrata sale ora a L.50. Col nuovo anno, occorre una commissione per 'manovrare la radio'. L'audizione è limitata da mezzogiorno alle 13,30 e al tardo pomeriggio fino alle 22,30. Qualche segno di vivacità rrequieta lo dà il solito Angelo Collura che, sebbene vice presidente (o forse appunto per questo), “la sera del 25/26 (dicembre 1931) si presentava nell'abitazione del cameriere per prelevare la chiave del circolo; la quale, si tratteneva con persone per divertimento. Il presidente (Calogero Mattina) mette a votazione segreta circa il provvedimento se doveva stabilire la punizione il Consiglio oppure l'assemblea generale dei soci”. Si propende per la competenza del Consiglio. Il Collura subisce un mese di allontanamento. Due giorni di mancata paga vengono inflitti, pure, all'incolpevole cameriere. Non doveva eseguire gli ordine del Vice Presidente. Una pretesa eccessiva, ci pare. Raffaele Morreale, portabandiera, non ha voglia di portare il vessillo del circolo “in occasione della venuta delle truppe militari”. Il 4 agosto 1932, gli viene tolta la carica.Carmelo Guarnieri è il suo sostituto. Le cariche sociali cessano di essere affidate a libere elezioni. “Ritenuto che la nuova amministrazione – viene verbalizzato, con contorta prosa, il 9 dicembre 1932 – sarà approvata prima della fine del c.m. per ordine del Commissario Comunale dell'O.N.D. sig. Mattina prof. Giuseppe, ed in esito alla circolare n. 8 dell'8 c.m.” al consiglio non rimane altro che procedere ad una commissione consultiva, incaricata di segnalare nominativi graditi. Il fascismo che in Racalmuto aveva visto i suoi albori per opera di Agostino Puma e dei suoi congiunti Burruano (in ispecie l'avv. Salvatore e suo fratello Carmelo), era passato poi sotto l'egida del farmacista Enrico Macaluso. Al Ministero degli Interni figurava, nel 1926, il seguente stato maggior (cfr. A.C.S. - MI - PS - 1926, b. 107): - segretario politico: MACALUSO dott. Enrico; - segretario amministrativo: MATTINA prof. Giuseppe; - presidente assemblea: MENDOLA cav. dott. Michele; membri: - BRUCCULERI LUCA Giuseppe; - CAVALLARO avv. Baldassare; - CAVALLARO Oreste; - ROSINA FILI' Carmelo; - VINCI dott. Achille; - MARTORANA prof. Placido; - SCIASCIA Giuseppe. «Altri dati: risulta una scheda sulla costituzione della Sezione del Fascio di Racalmuto. Essa venne costituita il 29 novembre 1925 con il titolo 'SEZIONE FASCISTA RACALMUTO'. Enrico Macaluso assurgerà alla carica di podestà Lo ritroviamo in tale veste in una controversia relativa alla miniera di Gibillini che si ebbe a dirimere il 7 gennaio 1928. Gli echi giungono a Roma, per il tramite del prefetto di Agrigento (cfr. A.C.S. - MI - 1928 b. 170). Enrico Macaluso sarà un protettore, tra gli altri, del Mutuo Soccorso. A lui si deve se il circolo poté usufruire dei locali tradizionali che il proprietario Iacono voleva liberi ad ogni costo. » «Alla presidenza del circolo, il 18 febbraio 1933, troviamo Luigi Casuccio. Presiede in effetti, come dice un timbro sovrapposto, una sezione O.N.D. Il 16 giugno 1933 il circolo si sobbarca ad una richiesta dell'opera balilla del paese ed offre un 'moschetto modello ridotto 91'. Viene intitolato ad un caduto in guerra ed offerto al figlio “del camerata Restivo Pantalone Giuseppe”. Credo che si trattasse di un aggeggio in legno, quasi un giocattolo. Il 6 giugno di quell'anno i verbali cominciano a chiudersi “con un devoto saluto al re e al Duce”. Il 29 novembre del 1935 il “rev. arc. Giovanni Casuccio” chiede ed ottiene di far parte della “Società Mutuo Soccorso Sezione O.N.D. – Racalmuto”: è questa ora la denominazione del circolo, come recita il timbro tondo apposto in calce ad ogni verbale. Alla fine del 1935 si era dismesso il saluto fascista. A cominciare dal 1936, con l'amministrazione nuova diretta da Giovanni Tinebra, si riprende il saluto fascista alla fine dei verbali. La forma è quella rituale voluta dall'ineffabile Starace. Esaurito l'ordine del giorno, il presidente “ordina il saluto al DUCE, il consiglio risponde un clamoroso A NOI”. Il 17 dicembre del 1936 v'è una domanda a socio di tutto rispetto. Trattasi del Camerata AGRO' Giovanni di Nicolò. Naturalmente viene accettata ad unanimità. Il Consiglio si onora di inviare una lettera all'interessato per dare la lieta novella. Il 15 novembre 1938, l'arciprete Casuccio si dimette da socio: se era entrato con intenti missionari, aveva dovuto ricredersi. Era peraltro vice presidente un suo fratello: Nicolò Casuccio. Nel timbro del circolo era apparso l'emblema del fascio. Il verbale del 29 gennaio 1939 ha notevole importanza per la svolta definitivamente fascista del circolo. “Il presidente [Giuseppe Sicurella] insedia il nuovo direttorio rivolgendo il cordiale saluto fascista. Il Segretario dà lettura del nuovo statuto, rimesso dal Dopolavoro Provinciale..” » Uniformità e difformità appaiono palesi ed eloquenti nel confronto dei due tipi di verbali dei due diversi circoli: aristocratico e distaccato il Circolo Unione; remissivo ed accondiscendente nella forma; irrequieto nella sostanza, il Mutuo Soccorso. Ma il Dopolavoro Provinciale incombe su entrambi, autoritario, indiscutibile. I potenti soci fascisti del Circolo Unione salvano la faccia; vi è più diplomazia. I verbali del circolo unione sono ora ancor più guardinghi, si limitano all’ammissione di nuovi soci ed ai bilanci. Per il povero cronista non ‘è trippa. Sfugge un XVI per il 1937 ma subito dopo, nel verbalizzare quelle che ora si chiamano “adunanze”, ci si scorda di quel fausto scorrere dell’era fascista. Giungiamo al verbale n. 32, il primo settembre del 1941 “XIX” «il presidente riferisce che il socio sig. Matrona Michele sin dalla entrata è stato incaricato di svolgere le pratiche amministrative del Circolo per cui ha creduto opportuno dispensarlo dal pagamento delle quote mensili. Pertanto invita il Consiglio [si noti: non più Deputazione] a notificare il provvedimento che entra ad assicurare al Circolo la continuità del funzionamento di tutto il servizio amministrativo necessario.» Al contempo il Matrona assume la carica di segretario. Con il verbale n. 45 del 22 luglio 1942 XX cessano i documenti dell’era fascista. Disponibile è poi il “registro delle Deliberazioni del Circolo Unione Racalmuto – Racalmuto lì aprile 1946.» Ma prezioso è l’ultimo documento fascista disponibile. Il segretario Matrona, in bella calligrafia, annota «che sono state presentate domande per assunzione a soci studenti. Il primo della lista è «il sig. Sciascia Leonardo». L’ammissione avviene «ad unanimità di voti». Certo anche senza quell’ammissione lo scrittore Sciascia ci sarebbe stato lo stesso, ma con quell’ingresso nasceva l’apologo del Circolo della Concordia con la galleria dei suoi ineffabili personaggi. La svolta del 1944 Il circolo si scrolla di dosso quel suo passato di imposizioni: quelle fasciste (con l’umiliante inquadramento tra i volgari circoli del dopolavoro che “geniale istituzione” a noi francamente non pare) e quelle dell’immediato dopo guerra promananti da risvegliate manie massoniche e da uomini dell’AMGOT non proprio indenni da sospetti mafiosi. Il 10 febbraio del 1944 si redige il verbale n. 1 della nuova realtà associativa: “dietro invito personale dei 46 aderenti al Partito Democratico sociale, si sono riuniti in prima convocazione nella sala delle adunanze n. 27 soci, i quali invitati a scegliere il Presidente hanno eletto a scrutinio segreto – con 25 voti su 27 – il dott. Achille Vinci, incaricandolo della riorganizzazione.” Due sole sottoscrizione e di due soli soci: dott. Gaetano Falletta e Baldassare Tinebra. Chi erano codesti soci alquanto politicizzati ed ovviamente con simpatie di destra. La prima nuova deputazione ci da i primi nomi eccellenti: 1944 10 febbraio 1944 Vinci dott. Achille Presidente 1944 12 febbraio 1944 Capitano Cav. Prof. Luigi deputato 1944 12 febbraio 1944 Caponcello dott. Beniamino deputato 1944 12 febbraio 1944 Mustica prof. Guido deputato 1944 12 febbraio 1944 Vinci sig. Achille deputato 1944 12 febbraio 1944 Falletta sig. Nestore cassiere 1944 12 febbraio 1944 Cavallaro prof. Emanuele segretario 1944 12 febbraio 1944 Cavallaro cav. Avv. Baldassare deputato onorario 1944 12 febbraio 1944 Picone cav. Avv. Salvatore deputato onorario Il giorno 20 del mese di dicembre 1944 il dott. Achille Vinci deve dare le consegne al subentrante nuovo presidente, il sig. Amedeo Messana, tetragona figura di militare, sia pure in pensione, dovrà sostenere una irriducibile contesa con il farmacista Argento. Il farmacista (Calogero Argento fu Michelangelo, abitante in via Rapisardi 35 di Racalmuto) ha buoni motivi per fare notificare al presidente Messana «un atto di protesta e diffida». L’atto stragiudiziale risulta discusso nell’assemblea del 4 gennaio 1945. Vi si legge «premesso che l’istante è socio effettivo del circolo unione da oltre 50 anni ; che il 10 luglio 1943, per effetto dello stato di emergenza i locali del circolo furono chiusi, come quelli di tutti gli altri circoli della Sicilia, senza che essi fossero sciolti; che nei primi del 1944, concessa la libertà politica alla Sicilia, i circoli furono tutti riaperti e restituiti ai soci che ne avevano diritto, senza restrizioni di sorta ed essi ripresero la loro attività con le norme statutarie preesistenti; che solo a Racalmuto una sparuta minoranza di soci effettivi del circolo unione, unitamente ad un numero sparuto di soci provvisori, erano riusciti ad impadronirsi dei locali del circolo, del suo mobilio e dei suoi documenti, facendo pervenire ai soci (classificandoli ex soci) un foglio apocrifo con l’invito a poter frequentare le sale del circolo a condizione di aderire al Partito Democratico sociale, spogliando così di loro diritti precostituiti i soci assenti, anche per servizio militare e quelli che non ritenevano opportuno di aderire a tale imposizione; che il 10 febbraio stesso anno, senza avere convocato l’assemblea generale dei soci effettivi, soli aventi diritto a deliberare, lo stesso gruppo (28 individui, tra soci effettivi, provvisori e non soci) modificando lo statuto nominò il presidente ed una deputazione, trasformando così un’antica associazione apolitica in sezione del Partito Democratico sociale, divenuto dopo Democrazia del Lavoro, - poiché quanto sopra costituisce atto di violenza ed arbitrio contrario anche alle norme di diritto civile» il bravo farmacista, tramite l’usciere di Pretura Palermo, protestava “nelle forme e per ogni effetto di legge, impugnava di nullità le deliberazioni, diffidava il sig. Messana Amedeo chiedendogli la restituzione “del sodalizio al sig. Cav. Alfredo Falletti, ultimo presidente legalmente nominato e in carica al 10 luglio 1943. Aggiungeva che lo riteneva «personalmente responsabile sia in linea civile che penale delle trasgressioni che avesse permesso si commettano in contrasto con le norme statutarie del circolo unione.» Il Messana se l’è presa sul piano personale e forse avrà avuto le sue bravi ragioni. A noi pare che il farmacista avesse ragione, tant’è che già il 30 dicembre 1944 era stata dichiarata l’apoliticità del circolo; per lo svincolo politico si erano dichiarati il notaio cav. Aurelio Alaimo, il dott. Camillo Vinci ed il dott. Luigi Cavallaro; per il mantenimento del carattere politico, il dott. Achille Vinci, ma avevano vinto gli “apolitici” riportando “24 voti favorevoli su 46 votanti”. La contesa Messana-Argento ha degli strascichi, ma ci appare troppo personalistica per rappresentarla. Non è un caso che appena ritornati alla vecchia maniera, al tradizionale circolo unione subito chiese l’iscrizione la nuova intellighenzia (al contempo, jeunesse dorée) Francesco Burruano, Totino Di Gesù, Clemente Casuccio, Michele Alaimo e Peppino Nalbone. Vedasi il verbale n. 20 del 4 gennaio 1945. Ma il circolo riprende i suoi antichi connotati solo il 16 gennaio successivo: una frotta di vecchi soci, per niente simpatizzanti della Democrazia del Lavoro o perché d’ispirazione cattolica o perché nostalgici del regime dissolto nel luglio del 1943, torna a sedersi nelle abituali poltrone del circolo. A scorrere quei nomi abbiamo la stratigrafia della nuova colorazione partitica (dovendovi naturalmente includere i soci del 1944 che crediamo battessero il trentatré massonico). Così il 25 marzo del 1945 abbiamo quest’altra deputazione, composta da personalità nuove o sicuramente distaccate dagli orientamenti associativi dei due precedenti deputati onorari: 1945 25 marzo 1945 Mendola cav. Michele Presidente 1945 25 marzo 1945 Giancani prof. Salvatore deputato 1945 25 marzo 1945 Vinci geom. Saverio deputato 1945 25 marzo 1945 Padovani Lorenzo deputato 1945 25 marzo 1945 Di Gesù dott. Salvatore deputato 1945 25 marzo 1945 Falletti geom. Luigi deputato 1945 25 marzo 1945 Grillo prof. Angelo deputato Ma dura lo spazio di un mattino; c’è un subbuglio assembleare e già l’8 aprile il circolo cambia deputazione, sia pure con votazioni risicate: 8 aprile 1945 Vinci geom. Saverio Presidente 15 voti 8 aprile 1945 Abate Giuseppe Segretario 15 voti 8 aprile 1945 Cavallaro prof. Emanuele Cassiere 15 voti 8 aprile 1945 Tulumello Muratori Luigi deputato 16 voti 8 aprile 1945 Tulumello Giuseppe deputato 15 voti 8 aprile 1945 Di Gesù dott. Salvatore deputato 15 voti 8 aprile 1945 Burruano Francesco deputato 26 voti Un preludio di revanscismo si ha il 7 aprile 1945: ben tre rispettabilissimi postulanti vengono impallinati e così «i suddetti sigg. non avendo riportato i 2/3 favorevoli (come prescrive il vigente regolamento) non sono ammessi. Il socio dott. Giuseppe Romano di Ignazio invia una lettera (di cui si ignora il contenuto) ed uno spiacevole inconveniente si considera “chiarito”. Nel corso delle votazioni si era dovuto lamentare che qualcuno aveva combinato «lo scherzo di spegnere la luce nelle sale del circolo, quando ancora vi erano dei soci.» La fase del dopo 1946 Baldassare Tulumello è il primo firmatario della commissione istituita per rivedere lo statuto sociale. Il nuovo statuto reca la data del 20 marzo 1945, è composto di soli diciannove scheletrici articoli ed ha un taglio molto sobrio e signorile. Torna il vecchio nome: Circolo Unione, si mandano al macero le incrostazioni politiche trattandosi ora solo di «libera associazione apolitica, con sede in Racalmuto [che] ha scopi ricreativi e culturali.» (Art. 1) Per essere soci occorrono «ineccepibili requisiti morali e civili» (art. 2). Purtroppo torna il pallino dell’intelligenza: i soci devono possedere «una intelligenza ed istruzione sufficienti» (Art. 2). Si inserisce il famigerato art. 13 – futuro cavallo di battaglia del polemicissimo avv. Pillitteri – che testualmente recita: «Le adunanze sono presiedute dal Presidente o da chi ne fa le veci e sono convocate mediante avviso personale ai soci effettivi e con affissione dell’avviso in una sala del Circolo, almeno cinque giorni prima dell’adunanza. L’invito indicherà l’ordine del giorno da discutersi. – Nelle adunanze si delibera solo sulle questioni poste all’ordine del giorno, e per qualunque oggetto la votazione sarà fatta in forma segreta per iscritto. Le deliberazioni sono approvate a maggioranza assoluta e nel caso di parità di voti la proposta si intende respinta. – Le adunanze saranno legali quando vi intervengano la metà più uno dei soci effettivi iscritti. In seconda convocazione saranno valide, qualunque sia il numero dei soci presenti, salvo quanto appresso.» Fin qui dunque nulla di trascendente, ma è in quel “salvo quanto appresso” il caudatario veleno. Si passa, dunque, all’art. 14 che vuole: «Per la modifica dello Statuto e regolamento e per scioglimento del Circolo è necessaria la presenza di due terzi dei soci effettivi iscritti, sia nella prima che nella seconda convocazione dell’assemblea e riportare favorevoli i voti della metà più uno degli effettivi iscritti. Per l’ammissione od espulsione dei soci occorre sempre la presenza della metà più uno dei soci effettivi iscritti e che la proposta riporti, per l’approvazione, i due terzi dei voti favorevoli.» Cero la norma era più blanda della precorsa, ma è singolare che per sciogliere il Circolo bastava la metà più uno dei soci presenti; per fare entrare un nuovo socio occorrevano i due terzi di voti favorevoli.» Disposizione abnorme, alquanto malefica … e si vedranno poi i drammatici effetti. Sciascia ironizza: «Raccoglieva proprietari terrieri, professionisti, funzionari dello Stato, maestri delle scuole elementari; e vi si entrava se approvati, per votazione a palle nere e bianche, dai due terzi dei soci. La non approvazione - piuttosto frequente - era un fatto mortificante e non privo di conseguenze morali, sociali. Una macchia.» Ma in questo dopoguerra la faccenda fu seria. Esclusioni piene di puntiglio, impallinamenti colmi di vendetta personale, dileggi animarono la vita del cIrcolo in tre o quattro occasioni. Noi non possiamo fare i nomi e cognomi: se non querela, avremmo addosso ire funeste di carissimi amici. Uno di questi – oggi assiduo frequentatore delle poltrone del Circolo - ha dovuto sobbarcarsi nell’arco di tempo di vent’anni a quattro votazioni, tra rifiuti, annullamenti, rinvii e finalmente accettazione. Il massimo responsabile di tale rosario di umiliazioni, il combinato disposto degli articoli 13 e 14 e – ma solo per taluni versi – la ripiccata inflessibilità del defunto avvocato Pillitteri. I verbali ora si succedono monotoni, steriotipatici, redatti con la solita grafia del solito segretario Abate. Addirittura sino al 18 gennaio del 1948. Breve interruzione in quest’anno per i fatti che si richiameranno e poi di nuovo gli elaborati del prof, Abate sino al verbale n. 116 del primo febbraio 1950.
DA CASINO DI NOBILI A CIRCOLO UNIONE di CALOGERO TAVERNA * * * Il circolo Unione l’anno venturo, nel 1999, compie 160 anni: è il più vecchio circolo di Racalmuto, il più glorioso, quello maggiormente emblematico di una classe media con aspirazioni nobiliari. Oggi è di certo meno pretenzioso, più riservato, amante del pettegolezzo d’alto bordo - tra il politico, il sociale, l’irriverente, il caustico, il miscredente. A sera pochi soci ormai cercano di perpetuare il cicaleccio arrogante, impietoso ed ilare dei personaggi passati alla storia (letteraria) per la penna di Leonardo Sciascia. Ma di don Ferdinando Trupia, di Martinez, di Lascuda, di don Carmelo Mormino, del dott. La Ferla, di don Antonio Marino ormai neppure l’ombra. I loro eredi - quasi tutti professionisti affermati in Continente o a Palermo - hanno ritenuto di potere sbeffeggiare il circolo dei loro sbeffeggiati (da Sciascia) antenati facendosi espellere per morosità da una deputazione post-sessantotto, di estrazione non nobile e talora persino proletaria. La fuoriuscita dei virgulti degli antichi galantuomini vorremmo dire è persino fisiologica. A sera, ora, tocca alla facondia suadente e beffarda di Guglielmo S. mantenere viva la conversazione al circolo: gli fa eco il tranchant assiomatismo di Calogero S.; sorride con intelligente silenzio Gioacchino F.; fino a qualche anno fa scoppiava l’ira funesta dell’avv. Salvatore C.; al dott. Gioacchino T. il compito del divertito spettatore; Ignazio P. ascolta silente, ma si arrabbia se gli toccano la sua Democrazia; il Presidente non è faceto: se occorre stigmatizza; Salvatore S. arriva tardi, in tempo per un paio di sorrisi se Guglielmo S. è in vena nelle sue sforbicianti allusioni. Quando vado a Racalmuto, partecipo anch’io a tali dibattiti serotini: nessuno ha voglia di prendermi sul serio: provoco, sono provocato, insolentisco, vengo insolentito: la serata passa piacevole: val la pena di pagare quel piccolo contributo quale socio con “dimora precaria”. Di tanto in tanto arrivano poesie in vernacolo: sono composizioni miserande, cattive, senza gusto: sono intollerabili. I soci però sembrano divertirsi lo stesso. Leonardo Sciascia trasse motivi ed argomenti per il suo iconoclasto deridere i poveri galantuomini di Racalmuto. Vi era associato; lo eleggevano deputato e persino cassiere. Ma amava stroncare quei figuri nati effettivamente per lasciare “un’affossatura nelle poltrene del circolo”. Ebbe il cattivo gusto di morire lasciando in sospeso il pagamento dei “buoni” associativi: inflessibili i membri della deputazione non mancarono di verbalizzare nel 1992 la circostanza. Lo scrittore è disinvolto nell’accennare alle gloriose origini del circolo: «Il circolo della concordia - annota quasi con prosa burocratica - prima denominato dei nobili, poi della concordia poi dopolavoro 3 gennaio, sotto l’AMG sede della Democrazia Sociale (il primo partito apparso in questa zona della Sicilia all’arrivo degli americani e dagli americani protetto) e infine ribattezzato della concordia, pare sia stato fondato prima del 66, se appunto nel 66 la popolazione infuriata contro le sabaude leve, istintivamente trovando un certo rapporto tra la leva che toglieva i figli e i nobili che se ne stavano al circolo molto volenterosamente vi appiccò il fuoco; ma pare ne ricevessero danno soltanto i mobili, le persone si erano squagliate al primo avviso, le sale restarono superficialmente sconciate.» Quanto a storia locale ci reputiamo più fortunati di Sciascia e siamo in grado di retrodatare di almeno un trentennio la fondazione dello storico circolo. Se si spulcia l’Archivio di Stato di Palermo, Segreteria di Stato presso il Luogotenente generale, Polizia vol. 412, si rinviene il “Notamento dei Così detti Caffè e luoghi di riunione esistenti nei vari Comuni di questa Provincia ..., Girgenti, 26 agosto 1839.” Sotto tale data abbiamo dunque la consacrazione ufficiale del nostro circolo o se si vuole il riconoscimento giuridico. Scrive Carmelo Vetro «In provincia i sodalizi si registrano a Licata (due circoli), Palma, Racalmuto, Ravanusa, Bivona, Villafranca, S. Giovanni, Santa Margherita, Montevago, Sciacca, Naro, Canicattì, Alessandria, Campobello, Cammarata, Caltabellotta, Menfi, Sambuca, Burgio ed Aragona: tutti con i loro bravi regolamenti, autorizzati dalle autorità di polizia, ... E’ da dire che molti di questi circoli erano favoriti dall’autorità locale che in tal modo poteva registrare gli umori politici e gli orientamenti prevalenti. Non a caso parecchi sodalizi nascono negli anni Trenta dell’Ottocento dopo la tempesta politica del 1820-21 ed il tentativo borbonico di riavvicinarsi agli intellettuali e borghesi.» Siamo pressoché certi che il circolo sorgesse in piazza su un marciapiede “sopraelevato rispetto al resto della piazza, ove era vietato, per inveterata consuetudine, passeggiare alla ‘gente comune’ ... Si aveva così un effetto quasi grottesco, che sottolineava la gerarchia feudale, essendo i notabili una ‘spanna’ più alti degli altri”. Il Vetro soggiunge: «Un rigido cerimoniale regolava l’ammissione dei nuovi soci ai vari circoli.... si poteva essere ammessi riportando la maggioranza di “voti segreti per bussoli”, nell’assemblea dei soci. Ogni due anni venivano eletti quattro deputati, il più giovane dei quali faceva da segretario. Nelle assemblee avevano diritto di voto i soli contribuenti. Ai deputati erano affidati la “polizia interna” e il “buon ordine della conversazione. Nelle sere di gala la conversazione era illuminata “a cera”. Al circolo erano ammessi solo “gli associati, le loro mogli, i figli e le figlie nubili e fratelli conviventi nella stessa casa”. Infine gli ospiti non si dovevano “permettere di discorrere e discutere di cose” che si allontanavano “dallo scopo di una onesta conversazione”. Parimenti vietata era la lettura di fogli, giornali, libri o stampe non autorizzati dalla polizia. ... I contribuenti avevano la facoltà di presentare alla conversazione “forestieri distinti e di loro conoscenza, chiesta il permesso ai Deputati, salvo alla deputazione di deliberare in seguito l’esclusione se non li avesse riconosciuti “meritevoli”. ... Il circolo era provvisto dei “fogli officiali” di Palermo e di qualche altro giornale letterario. Un cameriere ed un “bigliardiere” si occupavano di servire i soci con un vestito decente e a testa scoperta”. Un puntuale tariffario stabiliva le quote da versare per i diritti di gioco. Le illuminazioni “a cera” erano ordinariamente previste nella sera di gala ed in talune ricorrenze. ... Leonardo Sciascia ci introduce nello spazio dorato, quasi senza tempo del Circolo della concordia di Regalpetra, dove vecchi e nuovi notabili vengono a celebrare il rito della fedeltà al passato ed alimentare inutili sogni di difesa dei propri privilegi. Il circolo è situato nella parte centrale dei corso: “Consiste di una grande sala di conversazione, con tappezzeria di color pesco e poltrone di cuoio scuto, una sala di lettura, tre sale da gioco”. I soci del circolo non sono, ormai, più i ricchi: “I ricchi si trovano nel circolo del mutuo soccorso, una società operaia che è venuta trasformandosi ...; il più ricco dei “don” non possiede più di dieci salme di terra” ma i soci del circolo della Concordia “continuano ad essere il sale della terra”. Anche qua si discute di politica “scienza di cui molti soci del circolo si sentono al vertice e fanno previsioni che, verificandosi poi fatti esattamente opposti, si possono considerare attendibilissime.” Dopo la politica, le donne. E allora “le mani si muovono a plasmare nell’aria grandi corpi di donne, donne si gonfiano nell’aria come mongolfiere. Non è più uno scherzo ora, tutti ci sono dentro, lo studente ascolta le confidenze del giudice di corte d’appello in pensione”. Nella rappresentazione letteraria la ritualità della “conversazione”, che autogratifica con la sua immobilità l’Olimpo paesano, dà quasi un senso alla stessa esistenza: ci si sente, allora, “lievi e giustificati, d’aver vissuto tutta la giornata soltanto per attendere, come una novità, come una grazia insolita e particolare, quest’ora che compendia le ragioni ideali del mondo, che chiarifica e motiva finalmente l’esistenza, rianima l’immoto flusso dei giorni, riattacca la morta gora dell’abitudine al canale della continuità”. Una continuità che nell’illusione di molti esercita, ancor oggi, come un fossile vivente, esercita il fascinoso richiamo di un’elitaria società che più non esiste.» FONDAZIONE DEL SODALIZIO Il circolo Unione sorge dunque poco prima del 1839 con un nome ben diverso: Casino di Compagnia. Leonardo Sciascia è sapido e sfottente sul termine “casino”: deliziosa la sua verve ironica in Occhio di Capra. «CASINU. Casino. Casino di compagnia. - annota a pag. 43 - Ma non tutti i circoli erano così denominati. Il casino per (non per modo di dire) eccellenza era quello dei ‘galantuomini’ cui il fascismo, impadronendosene, diede nome di “dopolavoro delle forze civili”. Raccoglieva proprietari terrieri, professionisti, funzionari dello Stato, maestri delle scuole elementari; e vi si entrava se approvati, per votazione a palle nere e bianche, dai due terzi dei soci. La non approvazione - piuttosto frequente - era un fatto mortificante e non privo di conseguenze morali, sociali. Una macchia. Paradossalmente, fu il fascismo a democratizzare l’ammissione al casino: bastava appartenere alle “forze civili” (e cioè alla categoria popolarmente detta dei “sucanchiostru”, dei succhia-inchiostro, della burocrazia anche infima) per essere, dietro domanda, ammessi. Ma caduto il fascismo, si tornò al vecchio statuto. [...] In tutti [i circoli] prevalente attività era il gioco di carte: a passatempo durante l’anno, d’azzardo durante il periodo natalizio. Nel frattempo (negli anni Cinquanta) scompariva nell’accezione di circolo la parola casino, ormai d’uso generale nel significato - derivante da casino = casa di prostituzione - di confusione, tumultuazione, chiasso. «Il casino = casa di prostituzione non esisteva nel paese; e le case di prostituzione dei grossi paesi vicini erano semplicemente bordelli. Qualcosa di simile alla casa di prostituzione pare fosse esistita, non in regola con la legge, alla fine dell’Ottocento in un quartiere chiamato Santa Croce: e ne rimase memoria nel dire “santacruci” come sinonimo di licenziosità, di puttanesimo. Curiosamente, è con l’abolizione delle case di prostituzione che cade l’interdetto sulla parola casino, e per il fatto che ormai tutti sapevano che cosa fosse stato un casino. Per cui casino, incasinare, incasinato, far casino, sono espressioni che soltanto i giovani, fra di loro, usano. La pruderie dei racalmutesi si può senz’altro dire di tipo vittoriano. Ancora oggi c’è chi chiama “biancu” (bianco) il petto di pollo; chi evita di dare precisa denominazione a quella pera cerea e succosa detta “coscia” o - peggio - “coscia di monaca”; chi, azzardandosi a parlare di prostitute, ricorre all’eufemismo di “donne che fanno qualche favore” ...» Il 1839 seguiva di poco a Racalmuto il temendo cataclisma che era stata la peste del 1837. Un fraticello del Convento di S. Francesco ci ha lasciato questa tremenda testimonianza : «Nell’anno 1837: mese di agosto vi fù il colera e in questa di Racalmuto morirono circa mille persone e furono sepolte nella sepoltura di Santo Alberto al Carmine, all’Anima Santa del Caliato, in Santa Maria di Gesù e porzione in San Francesco; Monte San Giuseppe e in altre chiese, cioè persone perticolari; poi nella nostra sepoltura grande vi è sepolto il paroco don Antonino Grillo, che morì a 25 agosto 1827 ed altre persone riguardevoli.» In quel torno di tempo si era dunque nella solita euforia esistenziale che segue ai grandi sconvolgimenti demografici: voglia di vivere, di procreare, di lavorare, di arricchirsi, di consociarsi, di amare e di divertirsi. Il Casino nasce per conversare, giocare, ma soprattutto per scambiarsi idee, per saggiare il terreno delle opportunità commerciali. Racalmuto era stato invaso dalla febbre dell’oro giallo, dello zolfo che le viscere delle sterili terre del nord contenevano a profusione. Nel quadriennio 1834-1837 erano state attivate a Racalmuto 35 solfare su un totale di 332 in Sicilia: il prodotto medio annuo era stato di 34.696 cantari su una produzione intera della Sicilia calcolata in 1.478.254 cantari. Presso il circolo di conversazione si radunavano quindi i maggiori proprietari di solfare; s’informavano reciprocamente su quelli che erano gli umori del mercato; sulle prospettive, sulla faccenda complicata del monopolio solfifero accordato dai Borboni allaTaix, Aycard e C. (con decreto reale del 5 luglio 1838). La compagnia si obbligava a comprare ogni anno 600 mila cantari di zolfo prodotto in Sicilia “avendo la sperienza comprovata eccedente e di gravi danni produttrice ogni maggior produzione” . La produzione doveva quindi autodisciplinarsi. Non saranno stati grandi ingegni quei nostri proprietari terrieri, trasformatisi all’improvviso in imprenditori minerari, ma il bisogno dovette acuirne l’ingegno; al circolo era possibile, magari sotto forma di feroce dibattito e di reciproche contumelie, avere modo di giungere ad un qualche chiarimento, ad un orientamento delle proprie scelte produttive. Erano i problemi della nuova società borghese ed anche i ‘civili’ racalmutesi ne venivano inghiottiti. Sono aspetti per ora in nessun modo indagati dalla storiografia, ancora anchilosata da ideologismi e prevenzioni intellettualistiche oscuranti la ricerca del vero evolversi sociale di quel tempo. Il circolo era tutt’altro che il punto d’incontro di neghittosi nobilotti di paese, alle prese con il problema del molto tempo libero da occupare in qualche modo. V’era spirito imprenditoriale: vi accedevano, se non i gabellotti arricchiti, freschi di studi universitari. La stampa cominciava a farvi capolino. Il circolo è dunque più di un’occasione per attizzare una certa vivacità culturale. E la cultura cambia in paese: esso non è più la contea alle prese con i problemi del terraggio e del terraggiolo; anche il nuovo barone Tulumello - un prete suo antenato aveva acquistato per due terzi il feudo di Gibillini il cui titolo doveva essere assegnato a persona da nominare - deve ora accontentarsi solo del vacuo trofeo di un blasone nobiliare che deve condividere con il barone Girolamo Grillo. In quel torno di tempo ben 3 personaggi racalmutesi si arrogavano quell’altisonante fregio. Eccoli secondo le annotazioni di un rivelo coevo: GRILLO GIROLAMO BARONE TULUMELLO LUIGI BARONE TULUMELLO B.NE GIUSEPPE SAVERIO BARONE DON Furono sicuramente tra i promotori del circolo quali nobili per eccellenza; dovettero però convivere con gli emergenti, con i nuovi ricchi e soprattutto con i nuovi notabili ormai senza più cordoni ombelicali con i settecenteschi potentati feudali. Sindaco di Racalmuto è don Nicolò Mattina Calello che “don” lo è di recente: nel seicento la sua famiglia era notabile solo per qualche prete come don Federico Mattina, nato un ventennio prima di fra Diego La Matina, che però era di diverso ceppo ed era un Randazzo per parte di madre. I La Mattina Calello affiorano qua e la come notabili ma sempre marginalmente sino a tutto il Settecento: poi il salto di qualità nella gerarchia degli ottimati locali, sino ai nostri giorni. Gli eredi sono tuttora i più cospicui elementi dell’attuale Circolo Unione. Scottante era in quel tempo la questione delle Decime da pagare alla mensa vescovile di Agrigento: tutto il territorio di Racalmuto vi era assoggettato. Sciascia è piuttosto disinvolto quando riduce a poca cosa la vicenda del passaggio dal feudalesimo all’economia libera. Scrive, nelle sue Parrocchie di Regalpetra (pag. 20 ed. 1982): «Nel 1819 ... Regalpetra [alias Racalmuto] è considerata ex feudo: la riforma di Sant’Elia era già stata attuata, ma buona parte del territorio era in mano dei preti.» Naturalmente non era vero. Ed ancora oggi è da chiarire cosa abbia inteso il grande scrittore siciliano nel compendiare così la riforma di Sant’Elia (ibidem, pag. 19): Cessata la famiglia del Carretto, «l’investitura passava ai marchesi di Sant’Elia, ancor oggi i borgesi di Regalpetra pagano il censo agli eredi dei Sant’Elia: ma certo che fu grande riforma quella che i Sant’Elia fecero centocinquanta anni addietro, divisero il feudo in lotti, stabilirono un censo non gravoso, la piccola proprietà nacque, litigiosa e feroce; ...». A noi pare essere questa della riforma una grande topica storica: i Sant’Elia non fecero alcuna riforma, subirono gli effetti dell’abolizione del feudalesimo, si trovarono ad essere solo titolari di alcuni diritti dominicali, i censi appunto. Ma fu la Chiesa agrigentina che pretese - ed ottenne - le decime su tutte le terre racalmutesi in forza di un falso diploma del 1093 che sarebbe stato rilasciato dal conte Ruggero al vescovo Gerlando appena prescelto a capo della Chiesa di Girgenti. Su ciò una pubblicistica smisurata ( ). E proprio nel 1839, il 25 febbraio vi è una seduta straordinaria presediuta dal sindaco don Nicolò Mattina. Il suo o.d.g. contiene la «nomina della terna per le decime del 1839 dei periti agronomi: Eletti: 1° Don Aurelio Alaimo; 2° Don Nicolò Grillo Macaluso; 3° don Giuseppe Capitano. - Firmato: Nicolò Mattina, sindaco; Giuseppe Tulumello; Michelangelo Alfano; Girolamo Grillo ecc.» Verranno incisi ben n.° 1281 proprietari terrieri: Tal Taverna Calogero (mio antenato) per tre tumoli di terra deve corrispondere tarì 2 e grana 1. Il totale delle terre soggette alle decime venne dalla triade di agronomi stimata in salme 441, tumoli 8 e mondello 1. Il gettito sarà stato di oltre 235 onze ( qualcosa come 130 milioni di lire attuali): una bazzecola per i ricchi signori; una dannazione per i minuscoli coltivatori diretti. I tre agronomi erano tutti “don”: tutti quindi con diritto di accedere al neo casino della conversazione. Di loro si vociferò di sicuro male quando assenti; con sussiegoso encomio quando presente. Come oggi, il sindaco Mattino dovette subire il tagliente dileggio specie dei più vetusti galantuomini. Se Sciascia avesse scritto un romanzo alla Gattopardo, avrebbe così rievocato quelle affabulazioni del ‘casino’: «Ma raramente il segretario della Dc dà modo di fare esaurire gli sfoghi contro il suo partito e il governo, una sorta di sesto senso possiede, un fiuto sempre quando un discorso sulla Dc ribolle lui vi piomba dentro, arriva sempre in tempo, lo sente nell’aria se il discorso cade o si mimetizza. Il domatore che entra nella gabbia delle belve e giù uno schiocco di frusta, l’immagine è vecchia ed indecorosa: ma come rendere il ringhio di don Carmelo Mormino che rientra nel guscio della poltrona?, l’improvviso mutar discorso del dott. La Ferla?, il “però” che sulle labbra di don Antonio Marino affiora dall’invettiva e apre un solleticante elogio della Dc?. Il segretario, che senza la viltà del mondo che lo circonda sarebbe certamente un uomo migliore e un più accorto dirigente, comincia a snocciolare tutte le opere pubbliche avviate e progettate, racconta i suoi incontri con deputati e gerarchi del suo partito, quel che gli hanno promesso, i provvedimenti che saranno varati. Quasi tutti approvano, dicono - questa ci voleva, bene, mi compiaccio - poi quando il segretario si allontana respirano di sollievo, il discorso contro la Dc violentemente divampa.» Il sindaco don Nicolò Mattina del 1839 come il segretario Dc degli anni Cinquanta di questo secolo? Molto verosimilmente. Il casino di conversazione come il circolo della concodia di Sciasca? Senza dubbio. Il panorama politico racalmutese del 1839 dovette essere variegato reagendo in diverso modo alla riforma tributaria borbonica: inferociti i proprietari terrieri ed i nuovi proprietari di miniere; entusiasticamente filoborbonici il popolo minuto, come si diceva allora. Nel ‘casino della conversazione’ l’ondata protestaria covava sotto le ceneri della formale fedeltà ai borboni. Nel 1837 v’era stata nelle grandi città dell’Isola una sorta di ribellione per il colera. L’anno successivo il re Ferdinando II fece un giro della Sicilia e si convinse che l’irrequietudine popolare nasceva principalmente dalla mancata applicazione delle leggi esistenti. Corse subito ai ripari: tra l’altro, ridusse l’imposta del macinato e compensò il deficit aumentando l’imposta fondiaria e imponendo un tributo ai proprietari di miniere. Eugenio Napoleone Messana visita quei tempi: fornisce dati di cronaca molto succosi. Invitiamo a leggere le pagine 190-198 della sua storia di Racalmuto. Stralciamo questo passaggio (pag. 194): «Gli amori clandestini pullulavano, le leggi morali probabilmente erano rilasciate [sic, forse per rilassate, n.d.r.] abbastanza ed una costumanza, per nulla affine alle norme etiche della più semplice e civile vita associata, era diventata preoccupante. I nati da amori illeciti venivano facilmente abbandonati o comunque elusi dalla registrazione negli elenchi anagrafici, se non erano soppressi da morte violenta o naturale, dovuta quest’ultima sovente a fame. Ciò lo prova [sic] le numerose domande che giacciono nell’archivio di stato di Agrigento, nei carteggi dello stato civile attorno al 1848 e posteriori, presentate da giovani che non potevano contrarre matrimonio per mancanza di registrazione della loro nascita allo stato civile. Il sindaco Mattina appena insediato promosse l’erezione della ruota dei proietti e diede incarico ai due deputati comunali, primo e secondo eletto, di indagare e riferire. Poscia, in seguito alla relazione degli incaricati, riunì il decurionato, precisamente il 13 gennaio 1838, ne propose la costruzione e fu approvata ad unanimità per una spesa di onze 1, tarì 9 e grani 12 per legname, magistero, gesso e fuso di ferro. La ruota era un congegno semplice molto in uso nel passato nei monasteri, oggi limitato alle clausure. [..] Dalle firme in calce di quella deliberazione si rileva che i decurioni di Racalmuto, nel triennio 1838-1841 erano: Nicolò Mattina, sindaco, Girolamo Grillo e Martorana, Gaetano Savatteri, Nicolò Grillo e Macaluso, mastro Gaetano Di Rosa, Aurelio Alaimo, Nicolò Troisi, Michelangelo Alfano, Gaetano Grillo e Scibetta, Biagio Messana, mastro Calogero Mattina, Giuseppe Matrona, Baldassare Curto, Giacomo Giudice sottofirmato dal segretario perché analfabeta.» Il sindacato passò quindi - dal 1841 al 1845 - a don Giuseppe Farrauto. Non tutti questi personaggi erano ‘civili’, ma molti di loro sì e questi ultimi in frotta ebbero ad iscriversi nell’appena sorto casino della conversazione: una conversazione di cui si sono perse le tracce per una malaugurata perdita dei verbali sociali. Il grande trambusto del 1848 coinvolse di certo anche Racalmuto: E.N. Messana ebbe a trovare dei carteggi che mettevano in risalto un membro della sua famiglia, Biagio Messana. Non si trattiene più, pagine e pagine per esaltarne le imprese. Noi non abbiamo elementi per contraddirlo: siamo però scettici sulla fibra rivoluzionaria racalmutese, a qualunque classe si appartenga. Un’occasione vi fu per sperare di ribaltare lo strapotere di alcuni ottimati locali; il giudice supplente don Biagio Messana - che poi era discendente di un un borghesuccio arricchitosi con il commercio dello zolfo, Luigi Messana - crede che sia giunto il suo momento. Sa di una bandiera tricolore da mettere al posto a quella candida dei Borboni, sale su un balcone, fa una concione, il popolo - incuriosito - l’ascolta. Si sparla del re, si osa irriderlo sia pure con versi sgangherati in vernacolo: Comu lu chhiù perversu Firdinannu Di li nazioni scannalu ed orruri Di li figli cannibali e tirannu Di liggi e sacri diritti usurpaturi. Già Ferdinando aveva osato tassare le miniere! Aveva toccato le tasche dei Messana, prodighi di parole, parchi negli esborsi. Ad una commissione agrigentina si chiede la persecuzione di odiati antagonisti. Ne fanno le spese Gli Alfano. Don Calogero Alfano, il notaro don Giuseppe Alfano, don Nicolò, don Filippo, don Alfonso, don Giuseppe e don Giuseppe di don Giuseppe Alfano dovettero prendere la via dell’esilio. Sicuramente erano soci del circolo: di materia di conversazione ve ne fu all’improvviso tanta. Soprattutto si ebbero a commentare le efferate vicende dell’uccisione di Calogero Rizzo Inzalata, dell’incidente mortale occorso a Damiamo Tulumello, e della giustizia sommaria in cui perì Rosario Agrò. In specie l’atroce dubbio che si ebbe sulla partecipazione all’esecuzione dell’Agrò da parte addirittura dello stesso giudice supplente don Biagio Messana. Con i moti del 1848, il giudice supplente Biagio Messana organizza un Comitato sovversivo: si autoelegge Presidente del Comitato dell’Annona e Vice Presidente del Comitato generale. Nomina il fratello Serafino, Presidente del Comitato di Finanza. Ama comunque continuare a fare il giudice, stavolta a pieno titolo. Il 30 gennaio del 1848, i fratelli Messana - ormai padroni del paese - rimuovano una guardia, liberano carcerati ed ergastolani, riabilatano i sorvegliati speciali. Ne fanno addirittura una personale guardia civile. Gli Alfano - evidentemente avversari politici dei Messana - vengono costretti all’esilio. Oggetto dell’aggressione era soprattutto don Calogero Alfano, Capo urbano dei Borboni. Ciò avviene per l’appoggio che inopinatamente fornisce al Messana il clero locale, evidentemente stizzito per qualche riforma del Borbone che l. aveva colpito nel portafoglio. Tra i firmatari, fiancheggiatori del Messana, troviamo l’arciprete Salvatore Puma ed il vicario foraneo sac. Carmelo Troisi. Ma non mancano le firme di ben altri 14 preti e religiosi locali, ivi compreso don Giuseppe Cavallaro, “parroco di Bompensiere”. Della combriccola fanno parte i Picataggi, i Busuito, i Cavallaro, i Farrauto, Michelangelo Scimé e Vincenzo Tinebra, i ricchissimi Savatteri, un La Mantia, Angelo Presti e Gioacchino Lo Brutto, i Picone, tal Calogero di Giglia, Nicolò La Tona, Giuseppe Mattina, Vincenzo Saldì, Salvatore Argento, Carmelo Romano, Ferdinando Martino - quello dell’ospedale -, Francesco Vinci, Gaetano e Francesco Grillo, Carmelo Pomo ed altri. Non tutti sono “don”, anzi la maggior parte sono burgisi, mastri e gabellotti: un rigurgito di contestazione borghese; una rivolta di industriali dello zolfo contro l’imposizione borbonica; una reazione clericale avversa alle tentate riforme della manomorta ecclesiastica. I nobili - quelli veri alla Tulumello, alla Matrona, alla Grillo Borghese o alla Grillo Belmonte etc. - sono assenti. Assenti per ovvie ragioni i grandi burocrati borbonici quali gli Spinola, i Gambuto, gli Amella, i Baeri. Sono comunque 68 i firmatari dell’eversivo proclama di Biagio Messana: 29 1848 Giuseppe mastro Agulino mastro 48 1848 Giuseppe fra Alfano frate 43 1848 Salvatore Argento 17 1848 Luigi Bartolotta sacerdote 52 1848 Vincenzo sac. Biondi sacerdote 26 1848 Alfonso fu Giovanni di Giubertino Priore Botera 5 1848 Giuseppe Busuito 63 1848 Nicolò sac. Cacciatore sacerdote 61 1848 Bernardo sac. Cavallaro sacerdote 3 1848 Felice Cavallaro 35 1848 Giuseppe Cavallaro Parroco di Bompensiere 60 1848 Ignazio sac. Cavallaro sacerdote 6 1848 Luigi Cavallaro 64 1848 Calogero sac. Curto sacerdote 9 1848 Luigi D. De Caro 37 1848 Calogero Di Giglia 23 1848 Salvatore Di Naro 18 1848 Alfonso Farrauto 58 1848 Gaspare Farrauto 57 1848 Giuseppe D. Farrauto 7 1848 Santo Florio 15 1848 Giuseppe Franco sacerdote 16 1848 Carmine Giancani sacerdote 1 1848 Antonio Grillo 51 1848 Gaetano Grillo 67 1848 Raffaele Grillo 49 1848 Antonio Grillo Cavallaro 34 1848 Calogero Gueli 25 1848 Calogero La Mantia 39 1848 Nicolò La Tona 30 1848 Calogero Lazzano 28 1848 Gioacchino Lo Brutto 10 1848 Pietro Lo Giudice 38 1848 Calogero Lombardo 46 1848 Ferdinando Martino 65 1848 Gaetano sac. Mattina sacerdote 41 1848 Giuseppe Mattina 4 1848 Biagio Messana 12 1848 Luigi Messana 33 1848 Serafino Messana 8 1848 Ludovico Morreale 44 1848 Luigi Mulé 40 1848 Melchiorre Nicolini 32 1848 Antonino sac. Picataggi sacerdote 56 1848 Francesco Picataggi 2 1848 Giuseppe Picataggi 13 1848 Nicolò Picataggi 36 1848 Alessandro Picone 31 1848 Alfonso Picone 55 1848 Carmelo Pomo 27 1848 Angelo Presti 59 1848 Salvatore Puma Arciprete 11 1848 Gaspare Ristivo "con tutto il cuore" 19 1848 Giovanni Ristivo 45 1848 Carmelo Romano 42 1848 Vincenzo Saldì 54 1848 Vincenzo Salvo 24 1848 Gaetano Savatteri 68 1848 Giuseppe d. Savatteri 14 1848 Diego D. Sciascia sacerdote 62 1848 Luigi sac. Scibetta sacerdote 53 1848 Giovanni Scibetta Giudice 21 1848 Michelangelo Scimé 20 1848 Salvatore Sferrazza 66 1848 Pietro Taibi 22 1848 Vincenzo Tinebra 47 1848 Carmelo sac. Troisi Vicario Foraneo 50 1848 Francesco Vinci Non aderiscono - o ne sono atterriti - i religiosi: 19 1847 SALVATORE ACQUISTA A.49 37 1847 PIETRO ALFANO A.67 CARMELITANO PRIORE 45 1847 LUIGI ARNONE A.39 CONVENTUALE MINORE S.FRANC. 16 1847 CALOGERO BARTOLOTTA A.50 33 1847 ANTONINO BURRUANO A.31 18 1847 FILIPPO BUSCARINO A.49 CONFESSORE MONASTERO 39 1847 ANTONINO BUSUITO A.49 CARMELITANO BACCELLIERE 15 1847 CAMILLO CAMPANELLA A.52 CONFESSORE PRO UTROQUE 8 1847 CALOGERO CAVALLARO A.60 CONFESSORE PRO UTROQUE 42 1847 BONAVENTURA CHIODO A.46.CONVENTUALE MINORE S.FRANCES 25 1847 IGNAZIO CHIODO A.28 CONF.UOMIN. E DONNE AMMALATE 22 1847 VINCENZO CHIODO A. CONFES.UOMINI E DONNE AMMALATE 40 1847 SERAFINO DA CANICATTI' A. MINORE OSSERVANTE 41 1847 GIUSEPPE DA GROTTE A. MINORE OSSERVANTE 36 1847 SALVATORE FALLETTA A DEL NADORE 11 1847 ALBERTO FIGLIOLA A 52 CONFESSORE PRO UTROQUE 35 1847 CALOGERO GIUDICE A CONF.UOMINI MUNITI SACRAMENTI 27 1847 FRANCESCO GRILLO A.28 CONF.UOMIN.E DONNE AMMALATE 43 1847 ANTONINO LAURICELLA (CANICATTI') A.42 CONV.MIN.S FR. PR.GUARDIANO 31 1847 GIOVANNI MANTIA A.27 23 1847 SALVATORE MANTIA A.33 13 1847 GAETANO MANTIONE A 52 24 1847 FRANCESCO MATTINA A.28 CONF.UOMIN.E DONNE AMMALATE 3 1847 PIETRO MATTINA A.58 BENEF.CONFES.PRO UTROQUE 44 1847 FRANCESCO MULE' A.42 CONVENTUALE MINORE S.FRANC. 2 1847 FRANCESCO RIZZO A.87 CONFESSORE PRO UTROQUE 38 1847 ELISEO SAVATTERI A.70 CARMELITANO CONF.UTROQUE 6 1847 STEFANO SCIBETTA A.62 CONFESSORE PRO UTROQUE 26 1847 GIUSEPPE SCIME' A.31 34 1847 GIROLAMO TIRONE A.27 CONF.UOM.E DONNE MORIBONDE 4 1847 GIUSEPPE TIRONE A.66 CONFESSORE PRO UTROQUE 14 1847 SALVATORE TIRONE A.5O CONFESSORE DEL COLLEGIO Il clero a quel tempo era, come si vede, davvero folto: ben 45 elementi, dato in ogni caso di molto inferiore alla spoporzionata quota ottanta che Sciascia avrebbe voglia di accreditare. Ma anche ridotta a 45 la ‘quota’ significa un religioso ogni 200 abitanti (calcolabili per quell’anno attorno alle 9.000 unità): cifra ragguardevolissima se si considera che nel 1988 il rapporto era a Racalmuto di un sacerdote ogni 2.584 abitanti: un decremento, dunque, di 1.292%. L’orgia dura solo un anno: il 15 marzo del 1849 ritornano i Borboni. Gli Alfano rientrano dall’esilio, più potenti che mai. Giovanni Scibetta Giudice torna a fare il sindaco. Biagio Messana crede di potere continuare a fare il giudice: la solita lettera anonima costringe le Autorità a dimissionarlo. Ma fu un fatto di sangue ad rendere incandescente il clima politico: si consuma uno dei tanti omicidi; stavolta a rimetterci la pelle è tale Calogero Rizzo Inzalaca. Il giudice-presidente Messana vuol però fare sul serio; ha seri indizi sulla colpevolezza di tale Rosario Agrò: lo “cedola” - cioè lo convoca nella sua casa per affari di giustizia. Lo intrattiene per 24 ore fino a notte fonda. All’uscita dell’Agrò, esplode una salva di schioppettate. Per caso - o così si disse - ebbe a passare tal Damiano Tulumello, e questi ci rimane secco. Si precipita in strada il Messana, accompagnato dal sacerdote Don Giovanni Bartolotta. Il Messana - appena trentaseenne - visto il Tulumello esclama: “Figlio innocente”. Era un suo amico. Si accende d’ira e va alla ricerca dell’Agrò. Alle due di notte, l’Agrò viene trovato, ricondotto innanzi al giudice, reinterrogato, consegnato alla forza pubblica. E qui in fatto oscuro: si afferma che avesse fatto resistenza alle forze dell’ordine e viene colpito a morte. Il giudice Messana fa il sopralluogo e appuratane la morte - a dire di suoi detrattori - “gli vibra per astio diversi colpi di stile”. Si fa l’autopsia ed alla bisogna viene chiamato il dott. Don Giuseppe Scibetta. Il medico vuol scrivere nella sua perizia di avere riscontrato ferite da arma da taglio. Gli si impedisce. Al suo posto un altro medico più compiacente chiude il caso secondo la versione gradita al giudice. Questa è almeno la ricostruzione dei fatti secondi i denunzianti del Messana, l’anno successivo in data 26 settembre 1849. E N. Messana - che pure è discendente di quel giudice - sembra credere a quei delatori e (cfr. pag. 215) informa e deforma «Il Messana nel vedere cadere il Tulumello accorse piangendo a raccogliere l’ultimo respiro, ma quando si trovò fra i piedi il cadavere di Rosario Agrò lo trafisse con uno stilo, pieno di odio perché aveva provocato la morte di un innocente. Il medico Giuseppe Scibetta periziò per arma da fuoco la morte dell’aAgrò e segnalò più trafitture sul cadavere.» Noi siamo molto scettici che un intellettuale quale Biagio Messana si sia indotto ad un atto di gratuita efferatezza come l’infierire su un cadavere e vilipenderlo. Non vogliamo cadere nella trappola tesagli dai suoi velenosi nemici politici (il barone Tulumello e la congrega degli Alfano). Ma è certo che vi fu al ‘casino della conversazione’ materia di che discutere. Con prudenza, però: gli spioni dell’una e l’altra consorteria si annidavano tra i più insospettabili soci. Come al circolo della concordia di Leonardo Sciascia. La vita sociale scivola piuttosto piatta sino allo sconvolgimento politico della venuta di Garibaldi del 1860. Il vecchio Gaetano Savatteri, che pure si era intruppato tra i fiancheggiatori di Biagio Messana, riesce ora, uomo di tutte le stagioni a farsi nominare sindaco al posto di don Giovanni Scibetta Giudice. La terna municipale risultò essere composta dallo stesso Gaetano Savatteri e da suo cognato Leopoldo Muratori come primo eletto, nonché da Luigi Tulumello. Il Muratori non gradì la supremazia del suo affine e aspirando a subentrargli lo denunzia come vecchio cospiratore per la nota firma apposta al proclama di Biagio Messana. Ma l’intervenuto perdono regale non consente di riaprire quelle vecchie ferite: resta sindaco Gaetano Savatteri. Ci si dà allora da fare per conciliare i rissosi cognati. Tutto è vano: insolentemente il Savatteri risponde al giudice di Grotte che lo aveva convocato per la riappacificazione col Muratori in questi termini, rilevatori peraltro del ruolo che aveva ormai assunto il nostro circolo: «Se il Giudice mi deve dire qualcosa come Sindaco, che mi faccia un ufficio, se mi vuole come privato, che venga allora a trovarmi al casino di Compagnia.» Dal 1851 al 1853 risulta sindaco il dottore in legge Giuseppe Tulumello fu Vincenzo: la potente famiglia si riappropria finalmente del comune: si torna ai tempi feudali del Settecento. Il sindaco viene affiancato da don Giuseppe Farrauto, don Giuseppe Tulumello e don Francesco Borsellini. [Seguiamo il Messana, sulla cui precisione abbiamo seri dubbi.] Al Tulumello subentrò nella sindacatura don Vincenzo Grillo, poltrona mantenuta per il triennio 1853-1856. Ma nel triennio successivo il comune ritorna in mano alla famiglia Tulumello: è nominato sindaco infatti Giuseppe Tulumello Grillo. La grande svolta del 1860 Eugenio Napoleone Messana svolge in pagine e pagine il passaggio epocale di Racalmuto dai Borboni ai Savoia (da pag. 235 a pag. 256). Non resiste - come al solito - alla tentazione della glorificazione della sua famiglia ed inventa una presenza a Racalmuto di Garibaldi, sol perché un senescente suo antenato così ricordava. Secernere il buono dall’immaginario non è dunque impresa facile. Ma data la saliente imprortanza di quegli eventi, noi ci limitiamo a chiosare alcuni dati della stampa dell’epoca. Nel Giugno del 1859 in contrada La Pietra, tra Grotte e Comitini, fu innalzato il tricolore italiano: tra gli animosi che compirono quel gesto audace c’era anche il sacerdote Gerlando Sciarratta da Grotte. Ma quanto a clero risorgimentale Racalmuto non era da meno. “Benché svolgesse la sua attività in Palermo, il sacerdote Calogero Chiarenza da Racalmuto, dove era nato nel 1823, fu «in relazione con tutti i liberali specialmente dell’aristocrazia ed era un intermediario preziosissimo tra la capitale della Sicilia e i cospiratori agrigentini Domenico Bartoli, Pietro Grillo, Vincenzo e Rocco Ricci Gramitto ... Il Chiarenza, cappellano dell’ospedale civico, grazie alla sua veste poteva molti segreti conoscere, cospirare, scrivere, senza attirarsi i sospetti del governo» ... ”. E’ da escludere che nel casino di compagnia vi fosse partigianeria per simili fatti, considerati bravate di teste calde. V’erano gli interessi, specie solfiferi, da tutelare e ele avventure politiche non potevano non venire considerate dai galantuomini racalmutesi che attentati alla loro sudata ricchezza. Il Chiarenza, poi, figlio di mastri, era escluso dalla “conversazione” del casino. Al Casino, invece, primeggiava Calogero Lo Giudice di Giacomo, nato a Racalmuto nel 1833 e considerato, poi, irriducibile clericale e borbonico. Ma passiamo alla cronaca veridica del Giornale Officiale di Sicilia (I Sem. 1860). Quando al casino giunge il foglio del 10 marzo 1860, i galantuomini riescono a mala pena l’intima soddisfazione di vedere che a Licata il prezzo dello zolfo di prima qualità si era attestato a ducati 3,5 a quintali. Si pensi che a settembre, invece, a rivoluzione conclusa, il prezioso minerale scendere a quota 3,05 a quintale: un vero disastro, maledetto Garibaldi! E’ noto come nella notte tra il 3 e il 4 aprile 1860 a Palermo Francesco Riso, un amestro fontaniere, abbia deciso autonomamente da Crispi, La Farina, Rosolino Pilo, Rattazi e Garibaldi di prendere le armi contro i Borboni. Il tentativo del Riso sembrò fallimentare essendo stato subito sopraffatto e rimettendoci la vita tutti gli insorti. Ma la rivolta, fallita nella capitale, si diffuse subito in gran parte della Sicilia: entrarono in azione squadre armate che subito presero il controllo delle campagne, soprattutto nella parte occidentale. E’ una guerriglia che si propaga dal 4 aprile all’11 maggio. L’11 maggio, Garibaldi - è ultranoto - conquista Marsala; 15 maggio, vittoria di Calatafimi; 6 giugno, presa di Palermo; 27 luglio, vittoria di Milazzo; 27 luglio 1860, presa di Messina. Il 21 ottobre si celebra il plebiscito per l’annessione della Sicilia al Regno Sardo ed il 17 dicembre 1860, data del decreto di annessione, si recide ogni legame con il passato storico della Sicilia come nazione autonoma, per l’amaro viaggio senza ritorno nella vassalla subordinazione ad un’Italia non sempre riconoscente. «E sia detto fra noi - interloquirà il Gattopardo - ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagaglio», per poi magari aggiungere con orgogliosa iattanza: «noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra.» A Racalmuto non vi fu passaggio tra Gattopardi e sciacalletti o iene: a dominare il laticlavio comunale furono sempre le solite famiglie, divise in astiose fazioni, magari in alternanza fra combriccole, ma sempre fra di loro. E di tutte quelle famiglie l’eco ed il punto d’incontro era nella “conversazione” del casino. Come vissero quei mesi tra la primavera e l’autunno del ’60, i nostri ‘civili’: noi pensiamo con apprensione; era un gioco che sfuggiva loro; un caos che danneggiava i loro affari; un maneggio da cui erano esclusi. Soltanto alcuni scapestrati universitari di Palermo vi avevano avuto una qualche parte ed avevano - impudentemente, prima; proficuamente, dopo - allacciato intese niente meno che con Crispi. Al Casino la lettura del Giornale Officiale di Sicilia sconcerta: ecco una nota del 12 aprile 1860: «alle 6 pomeridiane del giorno di jeri una colonna di reali Milizie partita da Palermo procedeva oltre senza ostacoli fin sopra all’alture di Gibilrossi, da dove sorprendeva il comune di Misilmeri. Gli insorti che vi stavano riuniti, davansi alla fuga, mentre che la popolazione si faceva incontro alle milizie, salutandole col grido di Viva il Re! «Stamane la guarnigione di Monreale respingeva vigorasamente una banda in armi.» Due giorni dopo, i galantuomini racalmutesi avranno fatto un sospiro di sollievo sfogliando il solito giornale: «Palermo, 14 aprile: - Le bande armate, che in diversi drappelliscorrevano per le campagne, pressoché tutte sonosi disciolte, e la più gran parte degl’individui, che le componevano, rientravano in seno alle loro famiglie con quell’intera fiducia, la quale scaturisce dalla certezza, che la clemenza di S.M. il Re S.N. vuole coperti dall’obblio [sic] i momentanei erramenti di coloro, che con atto spontaneo depongono le armi.» Altro che “momentaneo erramento”! avrà esclamato il più borbonico dei civili del casino; la fucilazione ci vuole. E la notizia di questa giunse puntuale un paio di giorni dopo quando il Giornale rendeva conto della fucilazione di 13 individui in Palermo: dal ventiduenne Michele Fanara al sessantenne Andrea Cuffaro. Vi sono oriundi racalmutesi? avrà chiesto il solito don in vena di campanilismo. Non sembra! Avrà risposto il saccente del casino, monopolizzatore come al solito del foglio palermitano. In ogni caso, per l’agrigentino non c’era da temere: «L’Intendente di Girgenti a S.E. il Luogotenente Generale» - il giornale riportava una nota da Girgenti del 18 aprile 1860, ore 4 p.m. - “La tranquillità continua come sempre inalterata”, il succo estremamente rassicurante. Martedì 24 aprile 1860. L’uuficiale interprete Tommaso di Palma rende noto: «Due colonne mobili, l’una comandata dal generale Marchese Letizia e l’altra dal generale Primerano muovono per le provincie di Palermo, Trapani e Girgenti affin di assicurare vieppiù colla loro presenza le pacifiche popolazioni, rimaste estranee ai sommovimenti dei trascorsi giorni.» I Borbonici più incalliti avranno tediato don Gaetano Savatteri, nelle diatribe serotine del casino, sapendolo in ambasce per le peripezie dei suoi figli, specie Gaetano e Calogero, che con quei sommovimenti un qualche legame lo mantenevano. Ancora, il 25 aprile 1860, si telegrafa da Girgenti che alle ore 10 a.m. “la provincia è tranquilla”, è notizia riportata dal Giornale del giorno dopo. Il lunedì, 30 aprile il Giornale ha spazio per un necrologio di Monsignor Lo Jacono: a stenderlo è il figlio di un oriundo racalmutese della cospicua famiglia dei Picone. L’avv. Giovanni Battista Picone traccia i tratti salienti della vita di quel vescovo, che - si saprà dopo - aveva razziato beni del nostro paese per le sue megalomane opere nel suo paese Siculiana. Scrive il Picone: «Mons. Domenico Lo Jacono addì 14 marzo del 1786, nasceva in Siculiana, provincia di Girgenti da parenti onesti e poveri.» Moriva «la notte del 23 marzo corrente assalito d’apoplessia polmonare.» Al Casino i motivi delle diatribe poterono per un momento venire convogliati sulla figura di quel vescovo, borbonico sino al midollo, non certo tenero con Racalmuto. L’aveva assoggettato a fiscale visita pastorale il 3 febbraio 1847. Era allora arciprete l’ottantasettenne don Francesco Rizzo. Vi trovò 34 sacerdoti, 3 carmelitani e 4 conventuali. Queste le chiese: Matrice, Monastero, Collegio, Monte, S. Anna, S. Giovanni di Dio, S. Giuliano, Itria, S. Nicolò di Bari, Crocifisso dei Poveri, Maria SS. Della Rocca, S. Giuseppe, S. Pasquale, Convento S. Maria, Oratorio Sacramento, oltre a quelle rurali. Ecco altri dati: monastero: Abbadessa Maria Rosa Picone, suore 8, educande 1, converse 4; Collegio di Maria: suore 9, educande 5, converse 3. La pignoleria episcopale ci fornisce un dato aliunde impreciso: gli abitanti erano nel 847 10.623. Il Lo Jacono reiterava la visita l’11 settembre 1851. L’arciprete era ora Salvatore Puma, che abbiamo incontrato sopra; i sacerdoti erano saliti a 35 unità, oltre 14 che vivevano fuori; i religiosi carmelitani 3, i Conventuali 4, i Minori 3. Il testardo arciprete Tirone citerà poi per danni gli eredi dello Jacono, considerandone illegettimo il prestito forzoso imposto alla Comunia di Racalmuto per la costruzione della chiesa madre di Siculiana. Fornirà gli appigli giuridici il ‘massone’ don Calogero Savatteri. Ai primi di maggio al casino possono ancora leggersi trafiletti rassicuranti sulla situazione politica siciliana. Il Giornale di giovedì 3 Maggio riporta il trionfale messaggio ai “Siciliani - La sedizione del mattino del 4 aprile, con l’aiuto di Dio, mancò di asseguire l’impobo intendimento di travolgere nell’anarchia questa bella parte dei Reali dominii”. Dovette piacere molto ai civili racalmutesi quel chiamare le cose come “improbo intendimento” che avrebbe portato all’aborrita anarchia. La quasi totalità dei soci del casino era - e poteva essere diversamente? - per l’ordine costituito. Lo speziale Calogero Messana e don Gaetano Savatteri lo erano altrettanto: ma i loro figli no. Biagio Messana, massone ed ora sfaccendato autore di versi in vernacolo, Serafino Messana, chimico per diventare farmacista al posto del padre, Luigi Messana, Giacchino Savatteri, il futuro sindaco, Calogero Savatteri, il notaio massone, erano giovani che tutti sapevano in combuta con i rivoltosi. La conversazione al circolo doveva tenere conto di tutti quegli intrighi; non perdere il gusto del dileggio e del sarcasmo; ma stare attenti a fare passi falsi, compromettenti. Un domani, chissà? E un domani infatti vi fu, tutto contrario al placido pensare dei galantuomini nostrani. La cronaca di quel maggio diventa all’improvviso tumultuosa. Vero è che il 3 maggio il Maresciallo comandante le armi può sciogliere lo stato d’assedio in Palermo (art. 1), ed il 4 di quel mese - come tutto fosse tranquillo - ci si può soffermare sul fatto che «saranno egualmente costruite per ora tre grandi linee di ferrovie ... la terza per Girgenti e Terranova», ma occorre stare in campana. Don Paolo Ruffo, Principe di Castelcicala, Luogotenente di S.M. il Re S.N. e comandante generale delle Armi in questi domini fa pubblicare sul Giornale la notizia: «gravi fatti di sangue e di rapina in Ciminna, Petralia Sottana, Caccamo, Piana di Vicari, Porticello. I contravventori (detenzione di armi) saranno giudicati da’ Consigli di guerra subitanei e puniti di morte». Il Giornale Officiale di Sicilia ci dà allora la statistica dei morti in Palermo nell’aprile del 1860: “dalla nascita a 7 anni ..................................................................................... n.° 108 “da 8 a 20 anni ................................................................................................ “ 10 “ “ 21 a 40 anni ................................................................................................ “ 41 “ “ 41 a 60 anni ................................................................................................ “ 41 “da 61 in sopra ................................................................................................ “ 52 in totale ...................................n.° 252 ======= Dalla tabella è desumibile una vita media non superiore a 28 anni e mezzo. Il grafico che sgue ne esplicita meglio la composizione statistica: L’11 maggio il grande evento: Garibaldi a Marsala. Il Giornale Officiale di Sicilia tace. I nostri consoci saranno stati informati da qualcuno. Forse dai Messana, forse dai Savatteri. V’è sgomento. Ognuno scende a casino per trovare modo di fare una qualche eclatante dichiarazione che lui i Borboni non li ha proprio mai digerito. Il vecchio Gaetano Savatteri - ancora non del tutto svanito - annota e sorride. Il successivo venerdì 18 maggio il Giornale è però ancora sotto il controllo borbonico. Pubblica un provvedimento di Francesco il Re: “ Nominiamo il Tenente Generale Don Ferdinando Lanza Nostro Commissario Straordinario in Sicilia - Francesco. Napoli 15 maggio 1860”. E dopo una settimana, il 25 maggio 1860, si ha voglia di pubblicare questo trafiletto: «La banda dei filibustieri del Mediterraneo guidata da Garibaldi pigliava posizione il giorno 23 andante nel Parco, e vi si fortificava con quattro cannoni.» Passano pochi giorni ed il Giornale cambia finalmente voce: «Palermo 1860 - Giovedì 1° giugno n. 1. «Italia e Vittorio Emanuele - Giuseppe Garibaldi Comandante in Capo le forze Nazionali in Sicilia - Il Segretario di Stato Francesco Crispi.» Flash, fulmini che schiantano e atterriscono ... i più ‘riproti’ borbonici del Casino di Conversazione o di Compagnia di Racalmuto. I savatteri ora non hanno più ritegno: conclamano la loro antica consorteria con quel fuggiasco di Francesco Crispi che all’improvviso ora appare a Palermo quale “Segretario di Stato”. Cicciu Crispi, sì, quello a cui i facoltosi Savatteri hanno fornito mezzi e viveri di straforo, ora è nientemeno che Segretario di Stato di Sicilia. Tremino i nemici; rimembrino i sarcastici. Vendetta? No per carità di Dio, solo qualche umiliazione, solo qualche punta intimidatrice. Il 29 maggio 1860 il Dittatore Giuseppe Garibaldi aveva nominato il signor Domenoco Bartoli Governatore del distretto di Girgenti . Il provvedimento risulta controfirmato dal segretario di Stato Crispi. Placido Montalbano diventava giudice di Grotte con decreto a firma Garibaldi del 7 luglio. Garibaldi diventa a un eroe agli occhi degli americani. Lo scrive il Giornale dell’11 luglio. Lo zolfo di prima qualità ha un balzo a Licata nelle quotazioni del 19 luglio 1860 salendo a ducati 3,70 a quintale. Il nobilato racalmutese è ora fanaticamente garibaldino. Gli affari vanno dunque bene; alla fin fine non è successo nulla Già, gattopardescamente, “bisogna che tutto cambi perché tutto resti com’è”. Ed allora che aspettare? Si legge con soddisfazione la corrispondenza da Racalmuto del Giornale Officiale di Sicilia del 25 luglio 1860. La notizia di una raccolta di firma pro Garibaldi del 24 giugno era rimasta a lungo negletta e ciò metteva in ambasce i nostri bravi compaesani. Ma ora eccola - sia pure con varie sbavature nella trascrizione dei cognomi - nelle untuose colonne del quotidiano palermitano. Si aera costituita una commissione con Luigi Messana, presidente. Seguivano le firme di Gioacchino Paratteri (ahimè, al posto di Savatteri), Gaspare Matrona, Giuseppe Grillo Matrona, Camillo Pirataggio (al posto di Picataggi), Calogero Sferlazzo, Salvatore Borsellini, Gaspare Restivo, Giuseppe Grillo Cavallaro, sac. Matina Mendola, Giuseppe Vincenzo Salvo, Francesco Borsellini, Illuminato Grillo, sac. Giancani, Antonio Grillo Borghese, Carmelo Rosina, Girolamo Grillo Poma, sac. Nicola de Caro, Diego Scibetto Proisi (invece di Troisi), sac. Beneficiale Antonio Picataggi, Napoleone Matrona, Salvatore Salvo, Paolino Matrona, Nicolò Mantia, Michele Alaimo, segretario. V’è quasi tutto il Gotha degli ottimati racalmutesi; ma vi sono assenze rilevanti. Nessun Tulumello, nessun Cavallaro, nessun Farrauto. Discriminati all’ultimo momento? Ancora titubanti il 24 giugno? Rampogne, subdole accuse, insinuazioni, cattiverie, ire, sedie e porte sbattute, di sicuro nel casino quando si potè provare l’infame canagliata dei Messana e del Savatteri. Inopinatamente i Matrona (i giovani fratelli Gaspare e Napoleone - ma non il borbonico fratello prete, don Calogero -) vi si erano intrufolati. I sacerdoti che in massa avevano aderito ai moti (cartacei) di Biagio Messana del 1848 ora sono ridotti ai soli Giancani, de Caro e Piacataggi - solo tre rispetto ai 16 di allora. C’era da temere di più per il noto anticlericalismo di Garibaldi che per il pacioso riformismo dei re Borboni. Sorprende come anche i pavidi Grillo Borghese, l’umbratile Illuminato Grillo e l’emergente Michele Alaimo sono ora tutti della partita. Quanto a Nicolò Mantia - una prefigurazione in dodicesimo del celebre don Calogero Sedara - nessuna meraviglia: il fiuto del borghese è infallibile. Carmelo Rosina si associa. Salvatore Borsellini pure, pure i Salvo e così Sferrazza, Gaspare Restivo - quello di “con tutto il cuore del 1848” - e con lui Girolamo Grillo Puma. Gli assenti: Nicolò Alfano, Michelangelo Argento, Angelo Baeri, Carmelo Buscarino, Giovanni Chiarelli, Luigi Cavallaro, Felice Caratozzolo, Nicolò Di Vita, Luigi Falletta, il farmacista Lorenzo Farrauto, Alfonso Farrauto, Gaspare Franco, Calogero Fucà, Aurelio Giudice, Luigi Grisafi, La Tona Nicolò, Salvatore Macaluso, il farmacista Raffaele Mattina, il sac. Angelo Morreale, Carmelo Morreale, Nicolò Mumisteri Pinò, Leopoldo Muratori - l’odiato cognato di don Gaetano Savatteri -, Luigi Nalbone, G. Battista Picone, Ignazio Picone, Michelangelo Pomo, Calogero Presti, Orazio Restivo Pantalone, Giosafatto Restivo Pantalone, Paolo Rizzo, Calogero Romano, Carmelo Schillaci Ventura, Giuseppe Sciascia, Pasquale Sciascia - l’antenato di Leonardo -, il farmacista Luigi Scibetta (ma è firmatario il fratello Diego), Serafino e Vincenzo Tinebra, Giuseppe Tulumello, Luigi Tulumello, Vincenzo Tulumello, Giuseppe Tulumello, Saverio Vinci, Mario Vinci, Calogero Vinci e Mario Vinci. Sono 45 notabili - la vera creme dell’imprenditoria locale - che viene esclusa o che improvvidamente ritenne di non aderire. Ma forse una costante anti- Messana non fu assente. Biagio Messana - auoproclamatosi presidente della sedicente Giunta comunale - non ebbe fortuna a Racalmuto. “Dopo l’unità - scrive il suo omonimo biografo - segnalato da Michele Amari, ebbe l’incarico di costituire il corpo di polizia in Emilia. ... Nel 1863 venne nominato ispettore di pubblica sicurezza”. Quella della polizia, sarà una costante, poi, dei Messana. “Buontempone, irascibile e spregiudicato - lo reputa Eugenio - spirito bizzarro”, insomma. Approda verso lidi tranquilli, però, quelli liberali lasciando da parte Mazzini e i giovanili vezzi socialisti. “Materialista convinto accettava il dio dei massoni, architetto dell’universo, ponendolo immanente e non trascendente” se crediamo al suo disecendente E.N. Messana. Si credeva tetragono “nei principi inalterabili, avversi alla Tirannia ed allo Stato Politico della Corte di Roma”. Fu anche propenso a scrivere poesiole in dialetto decisamente pornografiche: una s’intitolava, lasciando intravedere subito il lascivo contenuto: «Padre Filippo e Soru Catarina»; miscela di anticlericalismo becero e di stucchevole trivialità. Ritorno a Racalmuto per morirmi il 13 gennaio 1882, in tempo per dilapidare i beni di famiglia e lasciare in miseria i molti figli, costretti a realizzare il poco rimasto per disperdersi in varie parti del mondo. Frattanto, le sorti del mercato solfifero cominciarono a declinare, lasciando tra i don del circolo motivi di apprensione. Ecco la curva dei prezzi all’ingrosso: Curva dei prezzi all'ingrosso dello Zolfo nel 1860 Luglio, 31 6,60 al quintale Agosto, 13 3,25 al quintale Agosto, 31 3,05 al quintale In un mese vi era stata dunque una diminuzione del 15,3%: oscillazione da mandare in frantumi tutti i calcoli di convenienza. Certo, si stava in villeggiature; a fare la “campagnata”. Le sale del casino erano vuote per commenti salaci o per recriminazioni. Ed il 13 settembre scenderà ancora: ducati 3 al quintale. Una ripresa a fine anno: ducati 3,20 ed un’impennata il 15 gennaio 1861: 3,50 ducati al quintale. Poi una discesa catastrofica: 2,60 l’8 marzo 1861; 2,55 il 5 aprile 1861. Una falcidia del 29,17% in meno di un anno. Eccone la terribile curva: C’era di che maledire Garibaldi, Crispi, Vittorio Emanuele II, i Savoia ed in loco i Messana ed i Savatteri: bel regalo aveno confezionati per i ‘poveri’ galantuomini racalmutesi. Chissà le ire al casino; intuibili le diatribe delle serali ‘conversazioni’. Ci hanno rovinato! Io l’avevo detto! Come poi nel 1948 o 1949 il Ferdinando Trupia dell’epoca avrà incendiata la sala di conversazione; solo che al posto dei contributi unificati cera il crollo del prezzo dello zolfo o le tante tasse che il nuovo regime spandeva a piene mani. «Verso le diciannove - parafrasiamo Sciascia - c’è sempre qualcuno che dà fuoco alla miccia dei contributi unificati, don Ferdinando si accende come una di quelle macchine che in bellezza concludono i fuochi d’artificio, tutto razzi, girandole cascatelle e spaccate di bestemmie imprecazioni e apprezzamenti di natura sessuale ai funzionari e ai governanti diretti; tiene però a dichiarare, tra tanta furia, che lui paga quanto deve pagare, personalmente non ha subìto soperchierie, con lui tutti camminano su una lama.» Già le tasse! Il nuovo governo ora era inflessibile e ficcante nell’esigere l’imposta fondiaria: Cresceva anche il dazio sui consumi: ma quello i civili lo consideravano un male altrui, incombente sulla ‘plebaglia’. La sola sovrimposta sui terreni passò nell’agrigentino da 0,79 lire per ettaro cui era arrivata nel 1866 a ben L. 1,87 nel 1879, un aumento di ben 136,70%. Davvero la pressione fiscale diventava soffocante. Ci penso poi il comune a fare spese pazze (i Matrona avevano una maniacale voglia di sperperare in faraoniche opere pubbliche) e queste ripiobavano sotto forma di imposte comunali dominicali sui nostri galantuomini. Erano letteralmente diventanti furibondi. Serafino Messana - fratello dell’irrequieto Biagio - è incontenibile! Diventato farmacista, resta solo formalmente il rivoluzionario (cartaceo) del ’48. Si diletta di lettere: scrive inventando neologismi improbabili, vocabolario greco alla mano. La povera storia si lega alla natura nientemeno che in “apocastasi”; “emanatismo” e “mistogogi” , sono termini per Messana di comune accezione; e “gli antichi credenti usavano la Xerofagia a nona”; e “metaformasondone il il pensiero dal vero all’immaginario, dall’idea all’ideale, andonne in sivibilio la severa logica per la confusion dei sistemi, degenerando in goffa stravaganza che ne diè pure la spinta la caduta dell’Impero d’Occidente” : accipicchia! Peccato che Rascel non era ancora nato. E così via con lemmi quali: Camauro; imberciare [pag. 9]; antinomia di cinici tartuffi [pag. 10]; essere da sezzo; sanguinaria apoftegma [pag. 11]; Diffalte [pag. 20]; taglia mummica ad ogni menoma lor pia azione [pag. 22]. Le 24 paginette dello sproloquio di Serafino Messana un raccontino tutto paesano ce l’hanno e noi lo riportiamo, pari pari: «Il signor M..... ascrittosi all’Opera Pia del Suffragio previo lo sborso di ducati sei (scotto stabilito per cadauno; mentre adesso è aumentata la cifra come pure quella delle messe a norma del caro delle derrate) ne volea in Racalmuto la celebrazione, che gli si negò pria con ambagi, poscia con dirgli che per godere di tanto profitto in vita bisognasse erogar di nuovo altrettanta somma. Virtù evangelica!!!; e per l’ipocrisia involava un guardiano i votivi ciondoli della signora M... dal simulacro di S. Maria di Gesù col pretesto di farne tersa pulitura; gli eredi di G....C... ebber sottratta la roba valutata tremila ducati, ed incamerata dal Convento del Carmine; mentre rimasero tapini gli eredi nel più orrido trivio per le mene del prete N....» Quante volte l’avrà sciorinata questa querelle al casino di conversazione? Se con quella leziosità linguistica, tra lo sberleffo degli annoiati consoci. Nel 1873 il solito Serafino si fa pubblicare un libello su «il brigantaggio in Sicilia, ossia i delitti impuniti.» Ora la rabbia contro il fiscalismo di stato non ha più remore: Le nostre aspirazioni sono dirette - esplode a pag. 57 - ad alleggerire le riscosse dei tributi, e tòrre quelli che più scottano per essere inventati da mera baratteria, acciocchè i contribuenti non siano straziati e costretti per scadenza di pagamento.» Ed nella chiusa finale, in termini meno lambiccati, lo sfogo intimo e più vero: «Impertanto siimi indulgente nel compatire la lealtà delle mie idee significate in questa lettera abbandonata e ripresa più volte in questo mese e per le odierne occupazioni della famiglia e del Fisco...» Fisco, terrore di don Serafino Messana e di don Ferdinando Trupia che i locali sanno chi essere stato veramente: un diretto discendente del grafomane Serafino ottocentesco. Nel 1874 Serafino Messana non aveva remore religiose - miscredente com’era - e si accaparrò un ettaro di terra in contrada Troiana requisito al disciolto convento di santa Chiara, offrendo 1.400 lire al posto del prezzo base di L. 941. Subì ipso facto la scomunica: lui non se ne dolse. Del resto era in compagnia dell’arciprete Tirone che si servi di una prestanome, la sorella Teresa, per annettersi con poche lire tutti questi beni: 1. anno 1868 - provenienza: Conv. S. Francesco d’Assisi; terre, alberi frutteto; contr. Motati (? forse Malati); Ha. 1 - prezzo base L. 812; prezzo aggiudicazione L. 832. 2. anno 1868 - provenienza: Convento Carmine; pagliera; via Carmine; prezzo base L. 453; prezzo aggiudicazione L. 655. 3. anno 1868 - provenienza: Convento Carmine; terraneo; via Carmine; prezzo base L. 508; prezzo aggiudicazione L. 280. 4. anno 1868 - provenienza: Convento S. M. di Gesù; 1 stanza; via Matrice; prezzo base L. 571; prezzo aggiudicazione L. 686. 5. anno 1868 - provenienza: Convento S. M. di Gesù; 1 stanza; via Matrice; prezzo base L. 560; prezzo aggiudicazione L. 555.» Serafino Messana potè pure sogghignare sull’interdetto, ma un suo discendente ebbe isterie mistiche: «O pio, figlio di padre Pio, che ogni giorno ti prendi la lavatura della comunione», lo insolentiva pubblicamente l’avv. Carmelo Burruano, al tempo del Cavallo Alato, tra lo sghignazzo del popolino plaudente. Salaci mormorazioni al casino di compagnia nell’Ottocento; salaci mormorazioni al circolo Unione in quell’infocato maggio del 1950. * * * Nel Giornale Officiale del 6 settembre 1860 i radi soci, che continuavano a frequentare il circolo nel mese più adatto alla villeggiatura nelle campagne circostanti, potevano leggere «Data in Palermo il 26 agosto 1860. - In nome di S.M. Vittorio Emanuele Re d’Italia, il Prodittarore decreta: Art. 1: sono destituiti i giudici circondariali. A Racalmuto: [destituito] Giacomo Sanfilippo » Il provvedimento reca la firma di De Pretis. Il 13 settembre viene promulgata la legge provinciale e comunale: Racalmuto è il XIV comune del circondario di Girgenti e vanta una popolazione di 9.426 abitanti. E’ chiamato ad eleggere un consigliere provinciale. Il successivo martedì 19 settembre viene pubblicato “l’indirizzo del consiglio civico e del municipio al Generale Dittatore”: Racalmuto figura in mano di Gaetano Savatteri, presidente; Felice Cavallaro e Giuseppe Savatteri. L’indirizzo è datato 18 agosto 1860. E.N. Messana fa ampie digressioni sulla sindacatura del Savatteri a cavallo del 1860. Non abbiamo elementi per contraddirlo (ma neppure per essere concordi). Forse Gaetano Savatteri non si dimise mai dal settembre 1859, quando ebbe a succedere a Giuseppe Tulumello Grillo. Il 25 ottobre si celebra il plebiscito: Racalmuto risulta naturalmente sabaudo all’unanimità: 1931 elettori iscritti; 1924 votanti; 1924 sì; nessun no; nessuna scheda nulla. Vi sarà stato al circolo qualcuno che come Ciccio Tumeo si lamentava di avere votato no e di vedere poi la sua scheda “cacata” con un sì? 28 ottobre 1860 - Art. 1: Sono nominati i giudici di Mandamento - In Racalmuto: il signor Benedetto Diliberti. - Palermo 26 ottobre 1860. Il prodittatore: Mordini. 6 novembre - Racalmuto, il signor Salvatore Bellomo, cancelliere di Mandamento. Statistica Racalmuto Maggio 1860 Giugno 1860 * compagni d’arme n.° 48 40 militi a cavallo * guardie di polizia “ 22 5 guardie di sicurezza * Rondieri “ 4 * sopranumeri “ 38 A Racalmuto ufficialmente non v’è dunque opposizione ai Savoia, come se li avessero voluti sin da quando se ne erano andati senza rimpianti nel lontano 2 agosto 1718. Il Consiglio civico si spreme le meningi per formulare un solenne indirizzo al nuovo re sabaudo. Crediamo che si siano avvalsi della penna del mazziniano Calogero Savatteri, figlio del presidente Gaetano. Lo stile è quello, del tutto analogo alle lacrimevoli accenti delle lapidi funeree della madre «Donna Maria Grillo in Savatteri fù Francesco Paolo nata a Racalmuto e quivi [morta] di anni 52 l’alba del 20 Marzo 1862, col maledetto aneurisma», nonché del notar Pietro Cavallaro, morto il 20 giugno 1860, lapide che ancor oggi si legge nella cappella della navata sinistra della Matrice. Il reboante messaggio recitava: «Consiglio Civico di Racalmuto. Sire, La libertà da tanti suoli bandita dall’invidiato suol d’Italia, è nostra finalmente, e nell’unità Italiana, e sotto l’egida del Vostro glorioso scettro, consolida il suo più splendido trionfo, e segna il rovescio del nemico austriaco. I gemiti degli oppressi Italiani Voi li sentiste, un’eco dolorosa trovarono nel Vostro cuore, vi commoveste, e gettando il Vostro scettro nella bilancia della politica, e quasi immolandolo sull’altare della Patria sposando la giusta causa del popolo, foste celere a redimerlo, ed a porlo nell’esercizio dei suoi più sacri diritti. Il molto sangue di cui fu prodiga la nostra Sicilia, ed i suoi ultimi, ed infiniti patimenti, valsero molto per essa quando avventurosamente faceva acquisto del Vostro amorevole paterno regime. Undici anni di efferata tirannide, e di crudele reazione non valsero ad intiepidirla di affetto per la gloriosa dinastia di Carlo Alberto. Scosso nel 1848 il giogo borbonico, chiamava alla reggenza dei suoi destini il Vostro rimpianto fratello, liberatasi un’altra volta Vi proclama Suo Re, ed avventurosa per aver tanto compiuto; oggi festeggia il Vostro arrivo, e corre esultante a presentarVi le più calde ovazioni, e i più veraci sensi di obbedienza, e di amore. Sire, fra gli omaggi che Vi giungono da ogni angolo della sicula terra, accogliete pure benignamente gli affettuosi voti di sudditanza dei sottoscritti consulenti civici di Racalmuto.» Indirizzi rassegnati a S.M. Vittorio Emanuele - Municipio di Racalmuto. «Sire, Il voto della nazionalità italiana, questo fervido desiderio nutrito da ogni italico cuore, cresciuto tra i patiboli e le carcerazioni, tra l’ostracismo e i martir, si è compiuto.- L’Italia è una: e nella storia di sì lieti e grandi avvenimenti son Vostri gli allori, com’è Vostro il compimento.- L’Italia è una; e sotto l’egida del vostro scettro che si fregia di ogni civile e religiosa virtù, che si sorregge dall’amore dei popoli sarà felice; e sotto la nobile insegna della Sabauda Croce acquisterà gloria e fortezza. DescriverVi lo eccesso del contento, i sensi di suttitanza e riconoscenza è superfluo. Sicilia tutta, avventurosa pel vostro arrivo esulta e festeggia e da ogni parte si vola per offrire al rigenitore della Patria comune, all’apostolo dell’indipendenza italiana, le più calde manifestazioni di sincero ossequio e di verace amore. Racalmuto che non fu l’ultimo alla riscossa, che fu solerte a secondare, non è l’ultimo a presentare, per organo del Magistrato Municipale, gli omaggi di sua obbedienza ed amore alla Maestà Vostra e a manifestarVi ad un tempo, che se tutti i popoli dell’Isola idolatrano il Re Galantuomo, l’entusiasmo di alcuno non sorpasserà mai quello del Popolo Racalmutese. Gaetano Savatteri, Presidente.» Il Re Galantuomo: ai civili, ai galantuomini di Racalmuto quell’attributo doveva tornare gradito, familiare. Complimenti! Bravo davvero! E forse stavolta al circolo i complimenti erano sinceri. Il 20 gennaio 1861 si ebbero le elezioni: Emerico Amari entra “in ballottazione”. A Girgenti: esito di ballottaggio. Eletto Specchi. Il 12 febbraio 1861 a Canicattì viene eletto il barone D. Salvatore D’Ondes Reggio. Il 5 aprile 1861 a Girgenti il ballottaggio ha il seguente esito: Dottor G.B. Picone (di origini racalmutesi) n.° 372 voti; Marchese D. Ignazio Specchi n.° 367 voti: per 5 voti la vittoria va al Picone. Ma questi rinunzia. Si riaprono i ludi elettorali. Garibaldi vuole Luigi La Porta da Sambuca. “Nel corso del mese - scrive il Picone nelle sue Memorie, pag. 656 - si anima intemperante lotta elettorale. I candidati sono Laporta e il sindaco dottor Drago. Tutti i garibaldini o veri o finti propendono pel primo, e vogliono imporsi agli altri cogli insulti, colle minacce. La società operaia pubblica un proclama incendiario. Si viene quasi alle mani nel Casino Empedocleo. Si procede alla votazione, e Drago riporta tre voti meno di Laporta.» Gli echi al casino di conversazione racalmutese inevitabili, altrettanto irascibili, infiammati. Le mandorle toccano quota ducati 22,20 per quintale. Finalmente una buona notizia. Il 2 maggio sono da eleggere i consiglieri provinciali di Girgenti. Racalmuto riesce a piazzare il barone d. Giuseppe Tulumello Grillo. Rientra così in scena l’antica famiglia nobiliare. Sciascia è insolente contro di essa. Fuori tempo massimo, ancora fanatico della famiglia Matrona, antagonista, ha parole di elogio per quest’ultima nella introduzione (mirabile) al testo del Tinebra sulla storia di Racalmuto ed a pag. 11 chiosa: «Non nobile [la famiglia Matrona] - e del resto nel pasese una sola famiglia aveva titolo nobiliare, quella dei baroni Tulumello che fu rivale ai Matrona: incerta però resta la legittimità del titolo - ma di grande e vera nobiltà nel comportamento, negli intendimenti, nelle opere.» Ci consta invece che i Matrona erano per parte di madre dei Moncada . Più nobili di così! I Tulumello - discutiamoli quanto vogliamo - ma nobili lo furono sul serio (per quello che significa nobili. Abbiamo poi visto don Illuminato Grillo fregiarsi del titolo di barone. Pensiamo a ragione. Un precesso d’investitura è lì in Palermo a testimoniare sulla indubitabilità del loro blasone baronale su Gibillini (alias il Castelluccio). Quanto alla nobiltà del comportamento e degli intendimenti dei Matrona, absit iniuria verbis. Una pur vaga sbirciata ai vari incartamenti degli archivi agrigentini (ed ora anche racalmutesi), svela ben altro. Il giorno 7 giugno 1809 si ebbe l’investitura unciarum 157.14.2.3 census super feudo gibillinorum, in personam D: Joseph Tulumello. Fu l’eccellentissimo dominus marchio D: Franciscus Migliorni Regius Consiliarius, et Secretarius Status Suae Regiae Majestatis, ad accordare l’invetitura a D: Franciscus Gaipa Procurator vigore procurationis in actis notarij D: Gabrielis Cavallaro Terrae Recalmuti, in nome e per conto di Dn Aloysius Tulumello veluti tutoris, et pro tempore curatoris D: Joseph Xaverij Tulumello minoris, del feudo di Gibillini nella rendita prima segnata. E viene narrata la provenienza del titolo: l’aveva ottenuto dal saserdote D. Nicolò Tulumello che gliene aveva fatto dono. Quel prete Tulumello, operante a fine Settecento ed osannato per la pretesa fondazione del Collegio di Maria, aveva acquistato il feudo dall’ Ill.re D: Julio Antonio Giardina et Grimaldi Principe Firacaridiorum con atto del notaio Salvatore Scibona di Palermo in data 22 luglio 1796. Aveva preteso che il suo nome non apparisse e che l’atto si stipulasse a pro di persona da nominare. Trattandosi di feudo vi fu controversia anche giudiziaria ma alla fine l’alienazione fu approvata dal re (“venditio et dismembratio fuit a Sua Regia Maestate approbata, et confirmata vigore realis diplomatis de die vigesima nona aprilis anni currentis - 1809 - executoriati sub die quinta proximi preteriti mensis maij”). L’investitura fu formalmente ineccepibile: il mandatario “fecit, flexis genibus juramentum, et homagium debitae fidelitatis, et vassallagij manibus, et ore commendatam in forma debita, et consueta juxta , sacrarum huius Regni constitutionum imperialium, continentiam, et tenorem in manibus, et posse eiusdem Excellentissimi domini de Migliorini illud recipientis nomine et pro parte Suae Regiae maestatis Ferdinandi (D.G.) regis utriusque Siciliae, Hierusalem, Hispaniarum, Hinfantis Ducis Parmae, Placentiae, Castri mani haereditarii Etruriae Principis, eiusque heredum et successorum in perpetuum ...” Il titolo baronale era dunque inattaccabilmente legittimo, la vetustà, magari .. Ma Sciascia non sottilizza, stronca e passa oltre. Del resto come storico locale, poco gli importa dell’esatteza di ciò che afferma se ciò gli offre il destro di un aforisma, di un’acidula insinuazione, di un’atavica vendetta, di una fantasmagoria, di un apologo. Sono pronto a sostenere il linciaggio, anche nel nostro circolo Unione, se queste mie note verranno mai alla luce. Il neo eletto consigliere provinciale non era come compravano questi dati anagrafici del matrimonio del Tulumello con donna Maria Angelica Messana: 1842 23/11/1842 TULUMELLO Dr. D. GIUSEPPE DELLI FURONO BARONE D. LUIGI GRILLO D. MARIA MESSANA D. MARIA ANGELA DEL FU CALOGERO E NALBONE D. LUCIA Atto Matrice N.° 86 Ecco cosa scrive E.N. Messana sulla nobile consorte: «Luigi [Messana era un] borghese arricchito dell’ultimo ‘700 attraverso il commercio degli zolfi, la somministrazione del conte, che tenne per molti anni, e l’esazione, più tardi della tassa del macino. Don Calogero Messana era stato fatto speziale dal padre Luigi. La ricchezza ereditata dal padre gli consentì di sposare, con lauta dote, l’unica figlia Maria Angela al barone Giuseppe Tulumello, divenuta poi madre di Luigi ed Arcangelo che incontreremo nel corso di questo scritto.» Giuseppe Tulumello non era dunque figlio di Giuseppe Saverio Tulumello, l’unico ad avere davvero diritto al titolo di barone. Ma pare che questi morì (l’11/1/1858) senza eredi ed il titolo passò a Luigi Tulumello, il nipote del fratello Luigi. Alla fine del secolo XIX, proprio sul punto del declino definitivo della potente famiglia, i tanti Tulumello ancora sulla breccia erano i seguenti: n. ° lista commerciale n.° lista politica Cognome Nome paternità data di nascita Attività comm. 285 493 TULUMELLO LUIGI fu Giuseppe 25 luglio 1850 Negoziante di zolfi 286 494 TULUMELLO NICOLO' fu Giuseppe 10 febbr. 1853 Idem 287 495 TULUMELLO SALVATORE fu Giuseppe 31 dic. 1860 Idem 288 496 TULUMELLO ARCANGELO fu Giuseppe 13 sett. 1865 Idem 289 497 TULUMELLO NICOLO' fu Luigi 14 ott. 1844 Idem 290 498 TULUMELLO SALVATORE fu Luigi 18 aprile 1847 Farmacista 291 499 TULUMELLO VINCENZO fu Luigi 16 giugno 1839 Neoziante di Cereali. 292 500 TULUMELLO GIUSEPPE fu Vincenzo 4 ott. 1851 Negoziante di zolfi. 293 501 TULUMELLO GIOVANNI fu Vincenzo 18 dic. 1853 Idem. 294 502 TULUMELLO BIAGIO di Giuseppe 27 aprile 1865 Idem. Si può star certi che tutti i dieci magnifici Tulumello fossero soci del Circolo Unione; ne dominassero le assemblee, impallinassero gli sgraditi, ricoprissero le cariche di prestigio. Ancora negli anni ’50, in piena decadenza nobiliare, erano il sale del circolo. S’ispira a qualche membro della famiglia Sciascia quando tratteggia nelle Parrocchie di Regalpetra la satiriasi senile del barone Lascuda. I più anziani del sodalizio sono ancor oggi in grado di farvi nome e cognome - quelli veri - di ognuno dei coloriti personaggi sciasciani del Circolo della Concordia. A Sciascia è stato perdonato il dileggio del circolo: una simile infamia a nessuno mai è stata consentita; a nessuno si consentirà mai. * * * Racalmuto vive, tra il 1859 e la fine del 1861, un periodo di profonda trasformazione. Vecchie famiglie crollano, nuove s’impongono, altre sopravvivono. Un trambusto sociale il cui acme esploderà però nel 1862 con le note rivolte e le vicende che più o meno mistificate vengono tuttora rievocate, reintinterpretate, spesso rivisitate. A dire il vero, è stato Eugenio Napoleone Messana a tentarne per ora una lettura alquanto documentata e con una qualche sensibilità sociale. Con risultati comunque del tutto insoddisfacenti. C’erano di mezzo i suoi antenati - sia di parte paterna, sia materna con i Savatteri - e ciò impediva al nostro ricercatore di affrontare quella suggestiva tematica storica con la dovuta oggettività e con il debito distacco. Le nostre ricerche approdano, così, a lidi ben diversi da quelli cari e consueti al nostro E.N. Messana. Già in un punto nodale discordiamo: Gioacchino Savatteri condusse imperterrito la barca comunale dai borboni del 1859 ai novelli padroni savoiardi come il cambiare di bandiera fosse nient’altro che un insignificante incidente storico. Padroni lontani i primi, padroni lontanissimi i secondi. Servire, si doveva sempre e gli uni valevano gli altri. Gioacchino Savatteri, che non sembra eccellere per intelligenza, era un conservatore bigotto, fideista, ossequioso. Aveva diversi figli: due per constrasto giocavano a fare i massoni ed i mazziniani, ma era un gioco giovanile. Teatrale e teatrante. Nella loro settecentesca dimora del Purgatorio, disponevano di un teatro e là, anche per sedurre le goffe signorine del loro ambiente, recitavano. Misero in scena un lavoro di Agesilao Milano e credettero di fare una rischiosissima provocazione politica, una ribellione storica, una rivoluzione. Quando Calogero Savatteri - morto piuttosto giovane - non si seppe trovare di meglio per il suo necrologio che questa risibile rievocazione: «per conseguire lo scopo nel 1864 si affiliò alla Loggia Massonica col titolo di Roma e Venezia. I Massoni facevano progressi giganteschi giorno per giorno. Essi prevennero la popolazione con ispettacoli pubblici, tra i quali rappresentarono il dramma stupendo di Agesilao Milano con tale naturalezza e forze, che si attirarono la simpatia del popolo.» Gaetano Savatteri lo troviamo appena decenne in casa della zia quando viene redatto nel 1822 il censimento. Sappiamo che è nipote di Serafina Tirone: da quella famiglia verrà poi fuori il noto e controverso arciprete Tirone. TIRONE SERAFINA LIBERA DONNA SAVATTERI GAETANO NIPOTE 10 Il sindaco della venuta di Garibaldi è dunque del 1812. Contrae matrimonio con una Grillo nel 1830 come dal seguente atto: 1830 10/1/1830 SAVATTERI D. GAETANO DE FURONO D. LEONARDO E TIRONE D. VINCENZA GRILLO D. MARIA DI D. FRANCESCO PAOLO CAVALLARO D. MARIANNA ottobre 1829 - 3° grado consanguineitatis sub 10/1/1830 - Don Gaetano Savatteri è un diretto discendente del cinquecentesco Scipione Savatteri che Eugenio Napoleone Messana - del tutto cervelloticamente - vuole “milite” ed imparentato con i Del Carretto. A noi, più semplicemente, consta che il 12 ottobre 1586, Scipioni Savatteri (inequivocabilmente oriundo da Mussomeli) si sposa con Petrina Saguna, figlia di Antonino e di Marchisa. Marchisa è nome comune di donna in quel tempo: forse si deve anche a questo equivoco se Eugenio Napoleone Messana, riesumando un’epopea di famiglia, fa del modesto ma dignitoso Scipione Savatteri un “milite” che convola a nozze un po’ forzate con una figlia dei del Carretto (eventualità impossibile, per questioni di divario nobiliare). E’ certo invece che Scipione Savatteri è il capostipite racalmutese di una famiglia che ha cifrato la storia locale nel Seicento, nel Settecento e marcatamente nell’Ottocento. Il circolo Unione nasce sotto l’egida dei Savatteri. Al matrimonio di Scipione Savatteri fanno da teste i due fratelli notai Monteleone (Gasparo e Cola), appartenenti, per parte di madre, al ramo cadetto dei del Carretto. Paolino Savatteri resta vedova e sposa nel 1594 (vedi sopra) una di Mussomeli, Lauria Cuscacino di Matteo: benedice le nozze l’arciprete di Racalmuto in persona, don Michele Romano. Sono indizi della rilevanza sociale dei Savatteri, che pur tuttavia non assurgono a livelli di nobiltà feudale. Nel primo decennio del Seicento un’importante tappa di ascesa sociale. Scipione Savatteri raggiunge un’invidiabile posizione sociale. Ha un ingente patrimonio: tutto il versante che dall’attuale casello ferroviario delle Anime Sante porta sino alla cima del Serrone, da dove discende la trazzera del Rovetto, gli appartiene, naturalmente sotto il vincolo del jus proprietatis del conte del Carretto. Come sia potuto arrivare ad una siffatta immensa possidenza immobiliare, resta oggi un mistero. Qualche malaccorto passo dei rogiti notarili può destare maligni sospetti, ma di certo non vi è nulla. Ci imbattiamo nel dominio di Scipione Savatteri in un preziosissimo Rollo custodito in Matrice relativo alla tenuta della contabilità della confraternita di Santa Maria di Gesù. La confraternita, attorno al 1634, s’insinua in una serie di atti giudiziari contro i tre eredi di Scipione Savatteri. Ritornerà alla carica nel 1651. Scandiamo le fasi ed i tempi che c’illuminano sull’ascesa, sull’apice e sul declino del paradigmatico affermarsi economico di un burgisi nella società contadina della Racalmuto della prima metà del Seicento. Già nel 1613, Scipione Savatteri è in grando di approntare della liquidità ai coniugi Francesco La Lumia e Margarita. Di conseguenza costoro, il 1° agosto del 1613, si accollano di corrispondere perpetuamente al Savatteri, un’oncia di reddito annuale, censuale e rendale. A garanzia offrono quattro case terranee con un cortile nel quartiere di S. Margherita vicino le case del sacerdote don Angelo Dardo, nonché una vigna di duemila e settecento viti, con sua chiusa, alberi, grotte, confini e mannare a Culmitella, nei pressi della vigna di Matteo d’Alfano e della vigna degli eredi di Vito Gulpi. L’atto - a rogito del notaio Simone de Arnone, e poi trascritto dal notaio Angelo Morreale - ha per testi Girolamo Martorana e Simone Bocculeri. Il 18 agosto del 1618, Pietro La Licata di Leonardo vende, a rogito del notaio Simone Arnone, - sempre al Savatteri - una vigna de aratro con sua chiusa, alberi e confini, sita in contrada Casa Murata, vicino alla vigna di Gerlando di Gueli e ad un’altra vigna dello stesso Scipione Savatteri. Purtroppo quella proprietà è gravata di un censo di once tre annuali nei confronti della venerabile confraternita di Santa Maria di Gesù. L’atto del Rollo fa la cronistoria della provenienza di quel reddito della confraternita. Il Savatteri è piuttosto malaccorto e si accolla quel greve censo: sarà la cagione degli affanni finanziari dei suoi eredi. E’ così che il 22 gennaio 1634 i tre fratelli Savatteri, Francesco, Giacomo e Sebastiano, vengono chiamati a rispondere alla venerabile confraternita di S. Maria di Gesù per l’ingente cifra di 43 once e 15 tarì a titolo di coobbligati dei censi morosi dovuti per 15 anni e mesi sei dagli inadempienti debitori principali. Nel 1624, peraltro, era scoppiata la famigerata peste ed in quel tempo era deceduto il nostro Scipione Savatteri. Lasciava, appunto, come eredi i tre figli Francesco, Giacomo e Sebastiano. Ma seguiamo lo svolgimento del citato atto notarile. Tali eredi vengono chiamati dunque ad onorare i debiti per i quali risultano coobbligati. Il 22 gennaio 1634 non hanno modo né proventi per assolvere il debito che con l’annata in corso si porta a 45 onze. Pregano - per usare l’eufemismo del rogito - Francesco La Mendola, Antonino Pitroccella, Giacomo Borzellino e Francesco d’Acquista, rettori pro tempore della venerabile confraternita, affiché acconsentano ad una rateazione del dovuto. I pii rettori erano già comparsi dinanzi al rev.mo don Filippo de Marino, visitatore generale dell’ill.mo rev.mo vescovo di Agrigento e l’avevano “supplicato” affinché volesse loro concedere la licenza di potere accedere a siffatta transazione, licenza invero prontamente ottenuta. Pertanto erano in grado di potere stilare il contratto. Ma le controversie non finiscono qui: il 6 marzo del 1651, la questione si riapre. Nel frattempo è morto Sebastiano Savatteri ed al suo posto subentrano gli eredi - minori d’età - sotto tutela di Francesco Curto Cirami e Francesco Salvaggio. L’altro figlio di Scipione, Giuseppe, è sacerdote: morirà da lì a poco, il 23 novembre del 1654 a 35 anni. Da quello che emerge da quanto sopra riportato e da quanto appare in altri Rolli della Matrice, Scipione Savatteri era divenuto, in breve tempo, un latifondista, disponeva di case date in affitto in varie parti del paese, mostrava uno spirito d’intrapresa come un moderno capitalista. Non fu però provvido nella scelta degli affari e mostra una qualche insipienza nell’accollarsi coobbligazioni di terzi nei riguardi del famelico convento di S. Francesco. I figli - lasciati in tenera età alla sua morte precoce nel terrificante sterminio della peste del 1624 - non ebbero certamente l’acume del padre e finirono con il dilapidare quell’immenso patrimonio. Giuseppe Savatteri si fa prete ed a 35 anni cessa di vivere. Sebastiano muore anch’egli giovane lasciando dei figlioletti in mano a due tutori - Francesco Curto Cirami e Francesco Salvaggio - pessimi amministratori. Si salva appena Giacomo Savatteri che perpetuerà la stirpe con figli migliori di lui e che riusciranno ad imporsi nella difficile società feudale racalmutese della fine del Seicento. Quello che ancor oggi desta sorpresa è comunque il fatto che un modesto immigrato da Mussomeli sia riuscito ad accaparrarsi l’intera fiancata nord-est del Serrone e cioè la fertilissima landa che dalle Anime Sante sale lungo le Grotticelle, lo Judio, sino a portarsi al passo tra il Serrone e la discendente trazzera del Rovetto. Ai primi del Seicento, la proprietà di Scipione Savatteri confina con la chiesetta rustica di Santa Maria, a quel tempo chiamata di Monserrato e poi divenuta la chiesa del Serrone, una chiesetta che alcuni ora fanno coincidere con quella esistente nel versante opposto degli Sferrazza. Noi, in base ai dati dei documenti dei Rolli, stentiamo ad avvalorare una simile congettura. Ritorniamo alla già citata pagina del Messana su Scipione Savatteri. Il Messana trasse lo spunto da un episodio del 1625 per la sua epopea familiare. L’episodio è narrato dal Cascini, un padre gesuita del ‘600 incaricato dal cardinale Giannettino Doria per un’inchiesta sulla santa, incarico che si risolse in un libro non spregevole ai fini delle ricostruzioni storiche dell’epoca. Il gesuita narra che: "Ne si mostrò poco divota verso S. Rosalia la terra di Rahalmuto, la quale come si è detto nel primo libro, fin dal suo principio, nacque sotto la protettione di questa Santa e vi dedicò la sua prima chiesa, havendola hora rifatta di nuovo; è incredibile la divotione, con che viene visitata a piè scalzo ogni sera non da pochi, ma d'una moltitudine grande. Però con molto maggior mostra di pietà, e humiltà ciò fecero il giorno quando accompagnarono la sua Santa reliquia, che fù l'ultimo di Agosto 1625, erano andati a portarla da Palermo, ben 80. a cavallo, e quella mattina, che fù Domenica, si cantò prima [pag. 375] la Messa nella Chiesa dei Padri Minori Osservanti colla solennità solita; e si liberò una spiritata; dopo il Vespro pur solenne si fece la processione, nella quale, benché vi fosse molta pompa d'apparato con tre archi trionfali, di luminarie per tre giorni, di concerto di Musiche, e salve di schioppi, nondimeno superava ogni cosa la devotione, che s'udia delle voci, e sospiri, e pianti, e si vedea della moltitudine tutta a piè scalzo. Accettò la Santa la pietà loro, e gli mostrò a chiari segni, che la sua protettione l'havea liberati dalla pestilenza; imperoché havendo la terra delle Grotte presso à due miglia molto mal menata da quel morbo, colla quale così infetta per un buon pezzo, prima che fosse dichiarata, vi fù pratica stretta, per essere in buona parte parenti fra loro e haver molta communicatione, non si attaccò però male veruno; anzi entrandoci dentro appestati diversi, si di questa terra, come d'altre, i medesimi che la portavano poi in altri luoghi, quivi non vi lasciarono vestigio alcuno.» Ed ecco, di rincalzo il nostro Eugenio Napoleone Messana, rifare quella storia, ampliarla, manipolarla, modificarla ed elevare il peana ai suoi parenti Savatteri: «Giovanni IV del Carretto, marito di donna Beatrice Ventimiglia, figlia unica del principe di Castelbuono, quando ascese alla contea [di Racalmuto] aveva tre figli, Girolamo Aldonza e Porzia. Girolamo per la legge del maggiorasco vigente era destinato alla successione della contea. «Le figlie erano entrambi ospiti della zia Marzia del Carretto, figlia di Giovanni III, abbatessa di Santa Caterina in Palermo fino al 1598, data della sua morte e vi sarebbero forse rimaste se non fossero state riportate in paese nel 1600, per volontà del padre, allarmato dell'insurrezione contro il nuovo pretore. In quell'occasione Giovanni IV promise le figlie in moglie a quei cavalieri che gliele avessero ricondotte al castello sane e salve. «La sorte arrise al milite Scipione Savatteri che sposò Maria ed ebbe in dote il feudo di Gibillini. Questo matrimonio diede inizio alla famiglia dei Savatteri di Racalmuto, che risulta essere la più nobile di tutte le altre. «I Savatteri infatti discendono da Pable Zavatier, nobile francese al seguito del conte Ruggero [...] «Non si hanno notizie dei motivi per cui Aldonza non contrasse mai nozze, si sa soltanto che lei nel 1605 a proprie spese fece costruire l'Abbazia di Santa Chiara ...». Stando al Villabianca (Sicilia Nobile), l’abbadessa si chiamava Maria e non Marzia. Ma, per completezza, occorrerebbe addentrarsi nelle vicende del casato dei Del Carretto e per far ciò necessiterebbe un libro intero - che forse apprirà a suo tempo e luogo. Abbiamo già scritto sulle tante figlie di Girolamo I Del Carretto - il figlio Giovanni, figlie legittime non ne ebbe - soprattutto sulla celebre virago donna Aldonza, quella che dotò il convento di Santa Chiara: queste le altre sorelle: donna Diana, donna Ippolita, donna Giovanna, donna Eumilia e donna Margherita del Carretto. Le del Carretto - antecedenti e successive - non potevano essere assegnate in isposa a Scipione Savatteri, per evidenti ragioni .... di età. Quanto alle altre sbavature sui del Carretto del Messana, è meglio qui sorvolare. Scipione Savatteri primo (ve ne sarà un altro a fine secolo XVII) è di per sé una figura di spicco: non abbisogna di sicuro di falsi orpelli nobiliari per imporsi all’attenzione degli storici. I Savatteri a metà del secolo XVII. Il ricco archivio della Matrice di Racalmuto ci ha conservato due “numerazioni delle anime” - cioè a dire due censimenti religiosi - che sono databili, rispettivamente, intorno al 1660 ed al 1666. La compagine racalmutese risulta a quell’epoca arricchita di vari nuclei familiari dei Savatteri. Ci risultano sei nuclei per il 1660 e sette per il 1666. Nuovi nati e nuovi matrimoni spiegano le variazioni dei nuclei familiari. Presso Filippo Savatteri, alloggiava nel 1660 Maria la Bosca. Un personaggio - Isabella la Bosca - che è venuto alla ribalta di recente in studi sulle “magare” inquisite dal Sant’Ufficio. Parente o mera omonimia? Il padre Girolamo M. Morreale vorrebbe un Gaetano Savatteri donante nel 1627 per devozione verso Maria SS. Del Monte; pensiamo che il dotto gesuita sia incorso in un duplice errore: quello di considerare donazione un mero obbligo di soggiogazione e quello di leggere in Gaetano un nome diverso, forse Giacomo. A quell’epoca non risultano Savatteri con il nome di Gaetano (ben diversamente da ciò che avverrà nel XIX e XX secolo). Sac. Giuseppe Savatteri e Brutto (1755-1802) Bello, elegante, colto, raffinato, ricco, sprezzante - quanto casto non è dato sapere - questo prete svetta sia nelle vicende della famiglia sia in quelle della locale storia. Leonardo Sciascia, avvalendosi di dati di seconda mano, tenta di infilzarlo, ma commette una delle sue solite manipolazioni storiche per prevenzioni ideologiche. Il sac. Giuseppe Savatteri ha coraggio, cultura e intraprendenza tali da osare un’impari contrapposizione con il suo potente (e dispotico) vescovo agrigentino. Entra nell’intricata storia del beneficio del Crocifisso. Quando, il Tinebra Martorana - un famiglio della discutibile consorteria dei Tulumello - si accinge, nel 1897, a scrivere la storia del paese, non gli sembra vero di dilatare il senso di un documento giudiziario - che invece di venire custodito negli archivi del Comune, sta fra le carte private del barone Tulumello - per dileggiare un Savatteri, la famiglia ostile ai suoi protettori, che fra l’altro lo facevano studiare da medico a spese dell’Amministrazione comunale. Quello su cu il Tinebra trama è un carteggio del Caracciolo su cui abbiamo avuto modo di effettuare nostre personali ricerche. Iniziano dal 16/2/1785 gli appunti del Caracciolo sulla questione : «17. La Gran Corte dia le pronte provvidenze di giustizia, onde li cittadini non soffrano aggravij - A febbraio p.p. in die 16 - Li naturali della terra di Racalmuto, sentendosi molto gravati di questo esattore ed amministratore Prete d. Giuseppe Savatteri nell’esigenza del terragiolo dentro e fuori di questo stato, quanto nell’avere agumentato la Baglìa a tutti li poveri giornalieri, formando una Cascia o Statica come anche esatte a forza di prepotenze pignorando sin anco gli utensili delle loro moglie e pratticando molte estorsioni. «Pregano l’E.V. di ordinare il conveniente per non vedersi pur troppo soverchiati.» E, quindi, in data 12.3.1785: «32. L’avvocato fiscale Vagginelli proceda quel che convenga ed avendo di riferirlo, dica- A 12 Marzo detto - Li singoli di Racalmuto: V. E. rimise le pendenze loro col barone all’avv.to sig.re Vagginelli. Innanti a costui facendosi dui contraddittorij vi interviene il Cav.e fratello del principe di Pantelleria, che ha procura. E poiché per rispetto che vuole esigere molte cose bisognano trovarsi e li professori concepiscono qualche timore, prega V.E. di ordinare che tal Cav.e non intervenga più nei contraddittori ma con i singoli e il Barone.» Ed in data 22.3.1785: «12 - L’avv.to fiscale barone Vagginelli informi col parere - 22 marzo - Li singoli di Racalmuto. Il suggello della verità lo tiene in potere il governatore baronale, ed occorrendo di suggellarsi l’investitura questa si deve suggellare dal Barone e si suggella quando a costui piaccia. Ciò essendo un inconveniente molto più quando occorre a singoli di suggellare scritture contrarie al ripetuto Barone. «Pregano l’E.V. di ordinare che il suggello si riformi con il ricorso al Re, e che debba riservarsi al mastro notaro della Corte Giuratoria.» E’ del successivo 28 marzo il seguente appunto: «4. L’avvocato fiscale Barone Vaggianelli disponga perché urgendo le provvidenze che siano convenienti per la superiore, che riferisca col parere - 29 marzo 1785 - Don Stefano Campanella arciprete di Racalmuto - Dietro un raccolto sterilissimo ed una tirannica esazione fatta dall’arrendatario di questa terra don Giuseppe Savatteri ... trovasi in oggi questa Popolazione in somma necessità a segno che non si può riparare, e si teme di qualche tumultuazione per la fame, e dal ricorrente e da altri preti si à soccorso per quanto debolmente si è potuto, ma si prevede maggior necessità in questi mesi che sono li più poveri. «E’ perciò da credere opportuno che dovendo dal amministrare pagare per maggio onze 1000 al Principe della Pantelleria gliene paghi medietà, e l’altra medietà distribuirsi per aiuto a poveri, che si obbligano in agosto pagare; prega V.E. di ordinare l’esecuzione di tale distribuzione a quattro persone elette da chi invochi, dapoiché quei Giurati son poveri e senza veruna abilità.» Il dato di maggior risalto è quello contenuto nel biglietto datato 11 aprile 1785: abbiamo questo richiamo storico: «13 - L’avvocato faccia quel che convenga per l’accertamento della giustizia e della legalità. - 11 aprile 1785 - Li singoli di Racalmuto. - Nel 1559 don Giovanni del Carretto ebbe venduto il mero, e misto impero dal viceré don Giovanni della Cerda sopra la Baronia di Regalmuto per il prezzo di onze seicento, cioè cinquecento l’ebbe allora il Governante, e le onze 100 le dovea dare qualora veniva continuata la vendizione da S. M. fra il termine di un anno. «Sino al presente giorno non è stato possibile dimostrarsi detta rattifica, o confirma; ed è segno evidente che la M.S. non l’abbia concessa. Che perciò li ricorrenti .. pregano l’E.V. di ordinare che il Barone di Ragalmuto che è oggi il Principe di Pantellaria, che per esercitare il mero, e misto dimostri all’E.V. il titolo.» Al Tinebra Martorana mancano competenza e penna per fronteggiare la complessa vicenda della lotta al baronaggio siciliano da parte del discutibile Caracciolo (l’agiografica visione dei laici del Settecento e del postumo Sciascia lascia oggi il tempo che trova). Il Tinebra, dunque, compatta scarne e disparate “notizie storiche” in un capitoletto sul Settecento e velenosamente rubrica (pag. 184): «1785 - Soprusi praticati dal sac. Giuseppe Savatteri, arrendatore di Racalmuto, verso i poverelli.» Non parve vero a Leonardo Sciascia di rigonfiare quell’appunto per una delle sue solite tiritere anticlericali. Nessuna ricerca storica, da parte sua; nessun approfondimento; nessuno spunto critico. Scrive dunque lo Sciascia : «Ecco il rapporto di un altro funzionario al Tribunale della Real Corte sui “soprusi praticati dal sacerdote Giuseppe Savatteri, verso i poverelli”» e giù, senza analisi critica, il testo di un’evidente lettera anonima, che crediamo essere dovuta alla penna del malevolo arciprete Campanella, o peggio del sac. Busuito, contro cui il Savatteri aveva affilato le armi per l’usurpazione del beneficio del Crocifisso. Per una di quelle strane coincidenze storiche, il Busuito era parente stretto della moglie del notaio Nalbone. Prosegue Sciascia: «Il bello è che dopo questo rapporto il Tribunale della Real Corte ordinava al giudice criminale di Regalpetra [alias Racalmuto] “di far restituire ai borgesi tutti gli oggettiche il sacerdote Savatteri aveva ad essi pignorati”, forse i lettori non lo crederanno ma la cosa è andata davvero così”.» Con buona pace di Sciascia, a noi pare che le cose erano molto più complesse e coinvolgono la poltica dei re Borboni di Napoli, che è quanto dire. D. Giuseppe Savatteri e Brutto morì nella peste del 1802; il Liber annota: n.° 312, c. 19, D. Giusppe Savatteri e Brutto, 27 februarii 1802 d’anni 47. Il vescovo non lo aveva voluto come beneficiale della Communia. Il Savatteri faceva però parte della neo-confraternita della Mastranza. Non pare molto diligente nell’annotare le messe che era tenuto a celebrare per i confrati defunti: subisce delle sanzioni. Vediamole: GIUSEPPE SAC. D. SAVATTERI n. undeci messe cioè n. 9 per l' ... e n. 2 per pena d'essere stato negligente in scrivere le d. messe. La controversa questione del beneficio del Crocifisso. Nell’intricata controversia giudiziaria del beneficio del Crocifisso di Racalmuto, i Savatteri vi entrano prepotentemente per due volte: nella prima, è attore il sac. Giuseppe Savatteri e Brutto, a ridosso dell’Ottocento; nella seconda un patetico personaggio: Giuseppe Savatteri, sposato con una Matrona. Siamo nell’ultimo quarto del secolo scorso. In entrabi i casi i Savatteri finirono soccombenti e gabbati. Ma procediamo con ordine. La vicenda del beneficio del Crocifisso è lunga, tortuosa ed intrigante ed ha dato adito ad almeno un paio di complicate vertenze giudiziarie. Negli atti giudiziari dell’arciprete Tirone avverso i coniugi Giuseppe Savatteri e Concetta Matrona abbiamo la ricostruzione della provenienza di tali beni. Come risulta da un atto del 3 settembre 1659, la Confraternita del SS. Crocifisso di Racalmuto aveva diritto ad un canone di proprietà «primitivo veluti jus pheudi et proprietatis su terre della Menta e Culmitella». Trattavasi, in base a quel che si desume da altri atti, di un fondo di quattro salme e tumoli sei di terre ubicate nel feudo Menta, contrada Fico Amara, detta - secondo l’arc. Tirone - «in quei tempi Mercanti». Del resto aggiunge l’arciprete che «il nome di contrada fico amara e Mercanti andiede in disuso. Questa contrada prese nome di SS. Crocifisso.» Non essendo stato pagato tale canone per più di un triennio, ed essendo state le suddette terre abbandonate, la confraternita del SS. Crocifisso esperì il diritto domenicale di avocazione del fondo per distruzione di migliorie, mancata corresponsione del canone ed abbandono delle terre dell’enfiteuta che era tal Giaimo Lo Brutto. Essa, pertanto, fu immessa nel pieno possesso delle cennate terre della Menta secondo il rito del tempo con atto notarile del 3 settembre 1659, redatto innanzi a quattro testimoni. Gli atti giudiziari tacciono sulle vicende che intercorsero tra il 1659 ed il 1767, un intervallo di tempo in cui si colloca la dotazione dell’Oratorio Filippino. Intanto non so su che cosa basi l’arc. Tirone il ruolo sostenuto dalla Confraternita del SS. Crocifisso. Di questa conosco il vago accenno contenuto nell’elenco della Giuliana della Curia Vescovile - voce Racalmuto, pag. 205 - che riguarda la «conferma della Conf.ta del SS. Crocifisso - reg.tro 1669-70, pag. 488». Ma qualche chiarimento lo troviamo in quest’atto del 10 ottobre 1648 del notaio Michelangelo Morreale. Trattasi della «recognitio pro Archiconfraternitate SS.mi Crucifixi contra Donnam Vittoriam del Carretto e Morreale». In esso la Del Carretto (del ramo collaterale dei locali conti) si obbliga di corrispondere al «Rev. D. Joseph Thodaro .. uti procuratori venerabilis Archiconfraternitatis SS.mi Crucifixi fundatae in Ecclesia Sancti Antonii huius terrae Racalmuti .. uncias quinque red. ann. cens. et red.bus dictae Archiconfraternitatis cession. nomine Petri Piamontesio et alijs nominibus in scripturis debitas, et anno quolibet solvendas supra loco qui olim erat dicti quondam de Monteleone vigore contractus emphiteuci celebrati in actis notarij Nicolai Monteleone die XXIIIJ Maij XII ind. 1584 et contractus solutionis donationis et assignationis in actis not. Simonis de Arnone die 31 aug. 1605 et aliorum contractum in eis calendatorum.» inoltre «supradicta Donna Victoria .. solvere promisit .. seque sollemniter obligavit et obligat eidem de Thodaro dicto nomine pro se et pro successoribus in dicta Archiconfraternitate in perpetuum uncias centum quatraginta una p.g. tempore annorum decem in decem equalibus solutionibus et partitis anno quolibet facere numerando et cursuro a die date literarum Civitatis Agrigenti ... Et sunt uncias 141 in totalem complimentum omnium censuum decursorum annorum retropreteritorum enumerandorum ab anno 1608 usque et per annum presentem inclusive , ratione d. unc. quinque anno dictae Archiconfraternitate debitae super dicta vinea.» Quell’arcicofraternita era dunque operante dentro la chiesa di S. Antonio e siamo nel 1648. Ne è procuratore il sac. d. Giuseppe Todaro che muore il 7 maggio 1650. Successivamente alla morte del sacerdote Todaro, si rinviene l’atto del 3 settembre 1659 di cui sopra; dopo dell’arciconfraternita si perdono le tracce e tutto fa pensare che si sia estinta: si spiega forse così perché in un primo tempo i benefici di quel sodalizio finirono all’Oratorio di S. Filippo Neri, per volere del Vescovo Rini. Nel 1767 il vescovo Lucchesi Palli si ritrova vacanti quei beni dell’Arciconfraternita del SS. Crocifisso e con bolla dell’8 luglio 1767 li assegna al sac. D. Francesco Busuito. La ricostruzione di un successivo beneficiario, il sac. Don Calogero Matrona, fatta il 15 giugno 1870, è particolarmente vivace ed intrigante. «Con Bolla di erezione in titolo dell’8 luglio 1767 - vi si legge fra l’altro - da Monsignor Lucchesi fu eretto nella Cappella del SS.mo Crocifisso dentro la Chiesa Madre di Racalmuto un beneficio semplice in adjutorium Parochi di libera collazione da conferirsi a concorso ai naturali di Racalmuto con le obbligazioni di coadiuvare il Parroco nell’esercizio della sua cura, di celebrare in diverse solennità dell’anno nell’anzidetta Cappella numero trenta Messe, costituendosi in dote del beneficio taluni beni, che esistevano nella Chiesa senza alcuna destinazione, dandosene anche l’amministrazione allo stesso Beneficiale. Riserbavasi però il Vescovo fondatore il diritto di conferire la prima volta il beneficio, di cui si tratta, senza la legge e forma del concorso in persona di un soggetto a di lui piacimento. «In seguito di che con bolla di elezione del 10 luglio 1767 dallo stesso Monsignor Lucchesi fu eletto per primo Beneficiale il Sac. Don Francesco Busuito di Racalmuto, allora Rettore del Seminario di Girgenti dispensandolo dall’obbligo del concorso, e dalla residenza, e facoltandolo ad un tempo a sostituire a di lui arbitrio un Ecclesiastico, per adempire in di lui vece le obbligazioni e pesi tutti al beneficio inerenti. «Appena verificatasi tale elezione, come risulta da un avviso dato dal Parroco locale di quel tempo, dal Sac. Don Giuseppe Savatteri qual uno degli eredi e successori di D. Giaimo Lo Brutto di Racalmuto impugnavasi la fondazione e ricorrendo al Tribunale della Reggia Gran Corte Civile, otteneva lettere citatoriali contro il detto Reverendo Busuito, affine di rivendicare i fondi constituiti come sopra in dote al beneficio come appartenenti al suddetto Lo Brutto. Sostenevasi dal Savatteri che la Confraternita del SS.mo Crocifisso dentro la suaccennata Chiesa Madre percepiva onze cinque annue per ragion di canone enfiteutico sopra quattro salme di terre esistenti nello Stato di Racalmuto contrada Menta dotate alla moglie del suddetto D. Giaimo Lo Brutto dalla di lei zia D. Vittoria del Carretto, annuo canone destinato per legato di maritaggio di un orfana. Nel 1659 i Rettori della cennata Confraternita per attrarsi di pagamento del canone anzidetto e per deterioramenti avvenuti nei suddivisati fondi, unitamente all’Arciprete e Deputati dei Luoghi Pii senza figura di giudizio e senza le debite formalità giudiziarie s’impossessavano di quei fondi e melioramenti in essi fatti dal predetto Lo Brutto. Si credettero autorizzati a far ciò senza ricorrere alle procedure giudiziarie da un patto enfiteuco solito apporsi in simili contratti, in cui espressavasi, che venendo meno il pagamento o deteriorandosi il fondo fosse lecito all’Enfiteuta di propria autorità ripigliarsi il fondo enfiteuco, come tutto rilevasi dagli atti di possesso presso Notar Michelangelo Morreale di Racalmuto sotto il 3 settembre 13 Ind. 1659. Così postasi la Chiesa in possesso dei fondi, conosciutosi che pagate le onze cinque per legato di maritaggio ed i pesi efficienti, il resto delle fruttificazioni rimaneva senza destinazione, pensavasi dal Vescovo Monsignor Lucchesi per di esse fondare il beneficio anzidetto, che indi conferivasi al sopra indicato Sac. Busuito. Impugnavasi questo fatto dal sac. Savatteri e facevalo come sopra citare a fin di chiarirsi nulla la suddivisata fondazione. Ma il beneficiale frapposti buoni amici persuase il Savatteri a rimettere tutto al saggio arbitrio di S.E. Rev.ma Monsignor Vescovo di Girgenti, il quale tutto riponendo sotto lo esame dell’Assessore Canonico d. Nicolò A. Longe, fattesi varie sessioni inanzi a lui con l’intervento dell’arciprete di Racalmuto per parte del Beneficiale e di altra persona per parte del contendente Savatteri, dichiaravasi dall’Assessore nullo l’impossessamento dei fondi e riconosciuta evidentemente la usurpazione dei fondi fatta dalla Chiesa. Ma protrattosi a lungo l’affare, pria di definirsi pubblicavasi la prammatica della prescrizione del 22 settembre 1798, quindi il Beneficiale avvalendosi di tal legge non volle più fare ulteriori trattamenti della causa, né arrendersi alle pretensioni del Savatteri. «Morto però il Beneficiale, il cennato Savatteri fece ricorso al Re e dalla Segreteria Reale abbassavasi biglietto alla Giunta dei Presidenti e Consultori per informare. Moriva intanto il Savatteri ed il di costui erede Don Pietro Cavallaro e Savatteri agendo con più di moderazione pensava di mettere l’affare in mano del Vescovo Monsignor Granata, e desiderandosi dal ricorrente che il beneficio rimanesse, si contentava soltanto che divenisse patrimoniale e proprio della di lui famiglia e suoi discendenti. «Il Vescovo conosciuta la validità delle ragioni e la pienezza del diritto del ricorrente, perché fondato il beneficio sopra beni proprii di D. Giaimo Lo Brutto di lui autore, a vista della patente usurpazione fattasi dalla Chiesa, della non ecclesiasticità del beneficio, perché fondato senza la volontà del padrone dei fondi, pensò accordarne la prelazione ai discendenti della famiglia Brutto. Quindi perché conobbe la verità delle cose per conscienzioso temperamento pensò conferire anche in minore età quel beneficio ad un chierico erede dei beni, che è l’attuale investito Cavallaro. Ed infatti il conferì con decisione del 16 giugno 1804. [...] Ottenne per ciò pria dispensa della Santa Sede, perché al detto chierico avesse potuto conferire il beneficio nella minore età di anni 14, lo dispensò dalla legge del concorso e dell’obbligo della coadiuvazione del Parroco nello adempimento degli offici parrocchiali sino all’età del sacerdozio e gli diede l’amministrazione dei beni dotalizii [...]» Al beneficiale don Ignazio Cavallaro succede il nipote (figlio della sorella) don Calogero Matrona, con bolla di Monsignor Domenico Turano del 1° marzo 1875. Ma non fu una successione pacifica. Vi si rivoltò contro Giuseppe Savatteri, unitamente alla moglie donna Concetta Matrona, con cause, ricorsi, appelli che durarono decenni. Eugenio Messana, nello scrivere le sue memorie su Racalmuto, risente ancora di quel clima infuocato che in proposito si respirava ancora nella sua famiglia. Il beneficio del Crocifisso è quindi oggetto di una bolla di collazione nel 1902 (cfr. reg. Vescovi 1902 pag. 703). Viene poi assegnato al padre Farrauto, per passare nelle mani di padre Arrigo. Attualmente è accentrato presso la Curia vescovile di Agrigento. Due fratelli s’impongono nella società racalmutese, appena Giuseppe Garibaldi, nel 1860, ebbe la ventura di passare come conquistatore per Racalmuto: Gioacchino e Calogero Savatteri. Eugenio Napoleone Messana - loro parente - ne fa la consueta esaltazione nel libro di storia locale qui più volte citato. Noi ci limitiamo ad alcuni contrappunti. Calogero Savatteri muore giovane il 5 giugno 1878 “alle ore 10,45 colpito da eresipola” - scrivo di lui i suoi amici in un opuscolo pubblicato a Favara nel 1879 (pag. XX). Nato il 17 giugno 1833 da Gaetano Savatteri e Maria Antonia Grillo Cavallaro, non aveva ancora compiuto i 45 anni. A nove anni fu mandato in seminario, ove vi rimase sino a sedici anni, per sette lunghi anni, dunque, assorbendone tutta la cultura clericale di cui ne rimase irrimediabilmente intriso, anche quando ritenne di essere un massone. Vi apprese molto bene il latino e ciò gli fu utile quando notaio - spesso al servizio dell’arciprete Tirone, suo parente - ebbe a decifrare, mirabilmente, gli antichi rogiti in latino dei vari Rolli delle locali confraternite secentesche. I giovanili ardori nella Sicilia del dopo Quarantotto gli procurano qualche guaio con la polizia borbonica ma la forze persuasiva dei Savatteri racalmutesi era allora già cospicua e dopo 15 giorni di carcere, Calogero Savatteri può tornare libero e tranquillo in paese. I meriti “partigiani” furono preziosi con l’avvento di Garibaldi. “Il Savatteri - scrivono gli amici (pag. XV) - ritorna in paese nel 1863 laureato Notaro”, ma qualcosa era cambiato. Non riusciamo a ben comprendere il senso di queste parole: « vide che di governo era cambiata la sola forma ed il solo nome, stante le sorti del comune essere affidate a quelle stesse persone che non avevano idea d’innovazione». Si dà il caso che le “sorti del comune” erano tenute dai neo-convertiti Matrona, dopo essere passati dalle file dei Borboni alle patrie galere per le vicende controrivoluzionarie dei briganti del 1862. Ma quale davvero il peso politivo eversivo di Calogero Savatteri ? Abbiamo rinvenuto questa informativa della polizia del tempo : «Racalmuto 5 agosto 1868 - Associazioni politico-miste. «Riservata - Al sig. Ispettore di P.S. Girgenti. «Dalle avute informazioni, esistono soltanto due loggie (sic) Massoniche, una in Racalmuto diretta dal signor Gioacchino Savatteri ed altra in Grotte diretta dal signor Vincenzo Simone, aventi scopo morale e umanitaria, per come si ha mantenendosi nei limiti del proprio statuto, di cui tuttora chi scrive non è potuto averne copia; come pure ignora i mezzi di cui dispongono non che il numero dei soci e quindi di conseguenza la loro condotta politica e morale, mentre poi l’Ufficio Scrivente non à nulla da osservare in contrario sulla condotta politica e morale dei due detti Presidenti Savattieri e Simone che la P.S. e il Pese ritiene onesti .... Il Delegato Mingo (?)» «Racalmuto - Ufficio di P.S. - Dicembre 1870 - Relazione politica riservata per i mandamenti di Racalmuto e Grotte ... «Racalmuto: Non esistono nello stretto senso della parola partiti politici, ma invece dei gruppi più o meno numerosi di varie opinioni. Il primo è composto di uomini amanti delle attualità; il secondo, retrivo, con a capo il clero, ed è il più numeroso; il terzo di principi spinti non è ristrettissimo: tutti però mancanti di individualità positive alla testa, non esercitano forte influenza sulla generalità dei cittadini, i quali sono alieni dalla politica, tanto più che la Gioventù Civile, generalmente parlando, sanno appena leggere e scrivere, e tranne qualche mese all’anno in cui accudiscono ai propri affari di campagna, il rimanente lo passano nei giochi, e nell’ozio per cui il paese non ha avvenire. «Il partito che esiste realmente è tutto Municipale, ed è diviso in due campi: il primo dominante composto dal Sindaco sig. Alaimo, dei sig. Matrona, Picataggi, Abbate Chiarenza, Sferrazza, Savattieri, ed altri di minor conto, il quale in verità ha dato una spinta di miglioramento al Comune nelle Opere Pubbliche, ma non gode alcuna fiducia negli amministrati: «Il secondo capitanato dai Signori Grillo, Farrauto, Cavallaro ed altri, i quali riunito (?) quasi alla generalità dei Comunisti accusano l’attuale Amministrazione Comunale di arbitri, rubberie (sic) ed intrighi negli appalti; e ciò specialmente pei maneggi dei Matrona e Chiarenza per cui si agogna lo scioglimento del Consiglio composto per lo più da uomini inetti e deboli, come si asserisce. «Si lagna pure politicamente il pubblico delle deferenze e ruberie del Ispettore dell’Annona Cavallaro Calogero desiderandosi perciò che gli venga tolto l’incarico. «La popolazione nella generalità è docile, ed ha di che comodamente vivere coi lavori agricoli, e più specialmente l’industria delle zolfare, però è proclive piuttosto all’ozio, e la massa ha una certa tendenza ai reati di sangue ed alle grassazioni, ma si è sommamente modificata dal 1860 in qua, colla leva, con la penale e specialmente coll’attività, ed impegno delle autorità preposte al mantenimento dell’ordine pubblico. [...]» In altro fascicolo (n.° 24) rinveniamo: «Racalmuto 14 aprile 1872 - Mene repubblicane - Dal delegato di Sicurezza pubblica di Racalmuto. «Qui sono pochi che sentono una devozione alla memoria dell’estinto Giuseppe Mazzini, e questi pochi sono troppo onesti da non lasciarsi convincere dalle voci sovversive che potrebbero far correre talune vecchie masserizie borboniche-clericali. «Trovo al contrario che il pretume ed i borbonici, che sino ad ieri tenevano la via dell’indifferentismo, pare che abbiano levato il capo dopo l’arrivo in Girgenti di Mons. Turano, e sperano nel prossimo trionfo della religione e della Chiesa. «Il Turano è qui aspettato, e sarei d’avviso che sia impedita ogni manifestazione di piazza, giacché reputo che se non non represse possono produrre tristi conseguenze.» «Racalmuto 20 giugno 1868 - “Loggie Massoniche”. «La loggia Massonica di Racalmuto come pure quella di Grotte, fino dai primi di ottobre decorso, fu per ordine del Grande Oriente di Palermo fatta sciogliere. «Tanto le significo in riscontro al contrassegnato di Lei foglio. - Il Delegato di Sicurezza pubblica all’Ispettore di P.S. di Girgenti.» «Racalmuto 9 dicembre 1871 - Mene Mazziniane. «In questo mandamento, e molto più in Racalmuto, non ci sono uomini che s’ispirano a massime Mazziniane, e le opere dello stesso Giuseppe Mazzini vengono osservate più dal lato letterario, che dal lato politico. Né qui le dottrine dell’internazionale allignano, giacché la parte Signorile occupasi del miglioramento della sua proprietà, ed il popolo minuto, composto di picconieri e contadini, vive di non iscarsa fortuna, e si mantiene alieno a qualunque idea politica; che d’altronde non sarebbe compresa, in qualunque senso gli si volesse presentare, attesa la crassa ignoranza in cui vive. «Delegato di Sicurezza Pubblica di Racalmuto - al Prefetto di Girgenti - Il delegato Salonico (?)». Chi avrà avuto pazienza e seguito questa sfilza di citazioni, avrà chiaro che i fratelli Savatteri bazzicarono sì la massoneria, ma con tanta accortezza e tanta deferenza verso le autorità da averne il plauso alla fin fine non troppo scoperto. Le rappresentazioni teatrali - nei locali di loro proprietà, se non andiamo errati - avevano più valore prossenetico, alla stregua di quanto avverrà negli anni 50 di questo secolo nel teatrino della Matrice, che vero peso propagandistico di chissà quali idee rivoluzionarie, o mene mazziniane, per usare il linguaggio del delegato di Sicurezza Pubblica. I Savatteri avevano una concessione mineraria a Gibillini, che nel 1886 risultava inattiva (cfr. Rivista del Servizio Minerario - anno 1886). Dopo, con Gioacchino Savatteri - sindaco defenestrato, alter ego dei Matrona - il declino di quella famiglia fu inarrestabile, anche per il tracollo degli affari minerari. Con Eugenio Napoleone Messana - nipote per parte di madre - e con il prof. Calogero Savatteri, le sorti tornarono favorevoli e la famiglia gode oggi di incontrastato rispetto. Quanto al circolo Unione, la potente famiglia vi fu massicciamente presente nell’Ottocento. Con il declino economico, anche quello presso il pretenzioso sodalizio. La vicenda dei nostri giorni ha ben altra valenza per consentire cifre nobiliari nelle valutazioni e negli apprezzamenti. * * * Gaetano Savatteri, il sindaco ‘garibaldino’, resta in carica sino 1862 l’anno della grande crisi politica e sociale. Ne prende il seguito Nicolò Picataggi sino al 1863; è quindi la volta di Luigi Tulumello sino al 1864, e poi di Baldassare Grillo (1864-67) e di Michelangelo Alaimo (sino al 1872); solo a questo siede sulla poltrona di sindaco il celeberrimo don Gasparino Matrona, che deve lasciare il posto dopo soli quattro anni (1872-1876) per scandali più di alcova che politici. Quindi una breve parentesi: Giuseppe Grillo è sindaco solo per pochi mesi nel 1876. E’ quindi la volta di un grande ritorno: l’avv. Gioacchino Savatteri, il figlio primogenito di don Gaetano, viene eletto sindaco di Racalmuto e vi rimane per ben dodici anni (1872-1888); è uno dei sindaci più longevi dopo l’unità d’Italia. Lo supererà solo il barone Luigi Tulumello che a capo dell’amministrazione durerà dal 1889 al 1907. Era stato preceduto per un breve intervallo nel 1888-1889 da Alfonso Farrauto. Gioacchino Savatteri aveva dovuto abbandonare perché sospettato di una grave malversazione. Il processo durerà un’eternità e crediamo che sia rimasto irrisolto. I fatti del 1862 A meno di due anni dalla sbarco di Marsala, scoppia in Racalmuto un’esplosione di rabbia popolare - forse sobillata da taluni ceppi borghesi - segno di malessere diffuso, motivo di rimpianto per un passato (borbonico) migliore di un messianico presente quanto mai duro, repressivo, intollerabile. I Savoia erano venuti in Sicilia come conquistatori, come negrieri per sfruttare una colonia quasi africana. La rivolta pare sia stata ispirata dalla potente famiglia dei Farrauto. La famiglia Farrauto si era di molto arricchita nel Settecento. I suoi preti erano riusciti a locupletare più di quelli dei Tulumello o dei Savatteri. Si guardi questa interessante tabella del 1760: ARCHIVIO STATO DI PALERMO - SARGENZIA A. 1760 = ECCLESIASTICI MASCHI 18/50 ANNI MASCHI ALTRE ETA' FEMMINE SOMMA ANIME CAVALLI JUMENTI BOVI VECCHI D'ARATRO VALORI BENI ALLODIALI BENI MOBILI SOMMA TUTTE FACOLTA' GRAVEZZE STABILI SOMME RESTO LIQUIDO AGRO' (D') SAC. GIUSEPPE 1 1 275,11 275,11 260,00 260,00 15,11 ALFANO CL. FILIPPO 1 2 3 281,04 281,04 111,20 111,20 169,14 ALFANO CL. VINCENZO 1 3 4 140,21 - 140,21 100,28 39,23 AMELLA DIAC. NICOLO' 1 1 - - 0,00 0,00 AVARELLO SAC. ALBERTO 1 1 3 5 421,19 421,19 340,20 340,20 80,29 AVARELLO SAC. VINCENZO 5 1 6 1185,07 - 1185,07 420,05 765,02 BAERI DIAC. IGNAZIO 1 1 963,24 12,15 976,09 294,08 294,08 682,01 BAERI SAC. CASIMIRO 1 1 778,27 11,00 789,27 365,24 365,24 424,03 BARTOLOTTA SAC. ORAZIO 1 1 - 0,00 0,00 BIONDI SAC. BALDASSARE 3 6 9 616,12 112,00 728,12 444,15 444,15 283,27 BRUCCULERI SAC. STEFANO 1 1 1 318,00 32,00 350,00 265,25 84,05 BUSUITO SAC. ANTONIO 1 1 387,12 387,12 302,18 302,18 84,24 BUSUITO SAC. FRANCESCO 1 1 392,28 392,28 304,00 88,28 CASTROGIOVANNI CL. LEONARDO 2 2 4 1 282,11 12,00 294,11 105,04 189,07 CASUCCI SAC. VINCENZO 1 2 3 - 0,00 0,00 CASUCCIO SAC. GASPARE 1 1 571,08 571,08 414,20 414,20 156,18 CONTI SAC. GIROLAMO 1 2 3 358,14 16,24 375,08 279,07 279,07 96,01 CONVENTO AGOSTINIANO 12 12 CONVENTO CARMINE 9 9 CONVENTO S. FRANCESCO 7 7 CONVENTO S. GIOVANNI DI DIO 2 2 FARRAUTO CL. FRANCESCO 1 3 4 8 111,20 111,20 95,05 95,05 16,15 FARRAUTO SAC. LORENZO 1 1 2 1 506,20 30,03 536,23 373,00 373,00 163,23 FARRAUTO SAC. SANTO 1 1 2 597,14 64,13 661,27 398,00 263,27 FERRERA SAC. GIUSEPPE 1 1 337,06 4,00 341,06 260,24 260,24 80,12 FUCA' SAC. PASQUALE 1 1 364,08 2,00 366,08 301,25 64,13 GRILLO CL. D. ANTONINO 1 1 1 386,11 14,00 400,11 97,90 97,90 303,02 GRILLO CL. SALVATORE 1 1 1 453,04 14,00 467,04 49,00 418,04 GRILLO SAC. FRANCESCO 1 1 497,11 497,11 401,24 401,24 95,17 GRILLO SAC. GIUSEPPE 1 1 1509,19 1509,19 1169,09 1169,09 340,10 GRILLO SAC. MELCHIORE 7 3 10 598,21 598,21 427,00 427,00 171,21 LA LOMIA SAC. ANTONINO 1 1 2 460,10 460,10 331,00 331,00 129,10 LO BRUTTO SAC. FABRIZIO 3 1 4 1 680,15 14,00 694,15 551,10 143,05 LUDOVICO SAC. ANTONINO 1 2 1 4 872,21 872,21 575,27 575,27 296,24 MANGIONE SAC. ANTONINO 1 1 534,16 534,16 399,22 399,22 134,20 MATINA SUD. PIETRO 1 1 318,03 - 318,03 265,10 52,93 MONASTERO 27 27 NALBONE SAC. BENEDETTO 1 1 274,13 274,13 266,20 266,20 7,23 PETRUZZEZZA CL. BALDASSARE 1 1 220,15 220,15 20,00 20,00 200,15 PICONE CL. IGNAZIO 1 3 4 149,27 - 149,27 54,00 95,27 PUMO SAC. G. BATTA 1 1 2 421,28 421,28 339,04 339,04 82,24 PUMO SAC. IGNAZIO 1 1 2 1 4 - 23,00 23,00 - - 23,00 RIZZO SAC. ANTONINO 1 1 427,00 427,00 293,10 293,10 133,20 RIZZO SAC. VINCENZO 1 1 205,08 20,00 225,08 143,20 141,18 SAVATTERI CL. FRANCESCO 5 4 9 212,03 212,03 19,20 19,20 192,13 SAVATTERI SAC. GIOVANNI 1 1 - - - - - SAVATTERI SAC. MICHELANGELO 1 2 3 431,24 7,00 438,24 291,26 291,26 146,98 SCIBETTA DIAC. GIOVANNI 1 1 359,02 8,00 367,02 272,05 272,05 94,27 SCIBETTA DIAC. GIUSEPPE 1 1 347,14 347,14 262,10 262,10 85,04 SCIBETTA SAC. GIUSEPPE 1 1 368,06 9,15 377,21 269,20 269,20 108,01 SCIBETTA SAC. GIUSEPPE 1 1 291,11 291,11 253,13 253,13 37,28 SFERRAZZA SAC. GIROLAMO 1 1 449,15 449,15 277,00 277,00 172,15 SFERRAZZA SUD. FILIPPO 1 1 354,28 12,15 367,13 282,12 282,12 85,01 SPINOLA SAC. GIROLAMO 1 1 357,07 357,07 318,00 318,00 39,07 TULUMELLO SAC. MICHELANGELO 1 1 - 0,00 0,00 VINCI DIAC. MARIO 1 1 335,00 2,00 337,00 267,18 267,18 69,82 I Farrauto detengono dunque, complessivamente, 1.214, 54 once di beni allodiali, 94,16 di beni mobili per un totale di 1.308,79, su cui gravavano pesi per 866,05 once; disponevano di un saldo liquido di 442,65 once, come da seguente prospetto: VALORI BENI ALLODIALI BENI MOBILI SOMMA TUTTE FACOLTA' GRAVEZZE STABILI SOMME RESTO LIQUIDO FARRAUTO CL. FRANCESCO 111,20 111,20 95,05 95,05 16,15 FARRAUTO SAC. LORENZO 506,20 30,03 536,23 373,00 373,00 163,23 FARRAUTO SAC. SANTO 597,14 64,13 661,27 398,00 263,27 Totale 1214,54 94,16 1308,70 866,05 468,05 442,65 In ricchezza venivano superati solo dai patrimoni ecclesiastici dei Grillo (once 3.239,53 tra beni allodiali e beni mobili) e da quelli dei preti di casa Scibetta ( 1.529,61 once). Alla fine del Settecento don Calogero Farrauto era un’importante autorità comunale: regio proconservatore. Ma la famiglia era di recente affermazione sociale: ancora nei primi del Settecento i suoi membri più cospicui apparivano come immigrati dediti alla pastorizia. Ecco un atto rivelatore del 23 aprile 1702: A 23 Aprilis x^ Ind. 1702 Emancipattione fatta con donatione ad titulum patrimonij da Santo Farrauto al clerico Laurenzo farrauto figlio di 200 pecori nec non due giumenti di diversi pili, come pure due case terrane e solerate pose nel quartero di S: Margaritella confinante con Stefano d'Asaro e altri confini, come pure un loco con suoi case consistente di cinque corpi e con il suo baglio consistente in salme 1. di terra con suoi arbori posto nel phego delli Gibbillini contrata della Mandra del Piano confinanti con la chiusa di m.° Petro Alcello e altri confini, soggetti in tt. 36 annui al Barone di detto phego. La posessione ci la diede la medesima giornata , quale fatta ad effetto d'ascendere l'ordine sacri e come meglio per detta mancipatione il di di sopra. A 2 Augusto X^ Ind. 1702 Venditione fatta da m.° Giuseppe Greco al clerico Laurenzo Farrauto di Santo d'una vignia consistente in due migliara con suoi arbori e palmento posta nel phego di questa contrata di Casalivecchio confinante con la chiusa del herede del quondam Gaspare Zaffuto soggetta in tt. 19.17.3 annuali per ragione di proprietà all'Ill.e Conte di questa; di più sogetta in tt. due e grana dieci annuali per ragione di suggiugatione al Venerabile Convento di S. Maria del Monte Carmelo. La posessione la diede la medesima giornata per il prezzo secondo sarà la stima e come meglio per detta venditione il di di sopra. I preti Farrauto - ricchi quanto si voglia - non ebbero però gran peso in seno al clero locale (almeno sino mons. Salvatore Farrauto della prima metà di questo secolo) e appaiono più svagati clerici alle prese colle loro ‘riconte’ che non uomini di fede o ministri del Signore. Ecco, per l’eventuale curioso, la nomenclatura dei religiosi di casa Farrauto: ANNO NOME COGNOME TITOLO 1731 SANTO FARRAUTO MANSIONARIO 1731 FRANCESCO FARRAUTO CHIERICO CONIUGATO 1736 SANTO FARRAUTO ANNI 31 CAPPEL,S.ROSALIA 1736 SANTO FARRAUTO ANNI 21 CHIERICO LICENZIATO 1748 SANTO FARRAUTO 1758 SANTO FARRAUTO 1758 LORENZO FARRAUTO 1758 SAVERIO FARRAUTO 1782 SAVERIO FARRAUTO 1797 SAVERIO FARRAUTO A.62 1801 SAVERIO FARRAUTO 1807 SAVERIO FARRAUTO A.79 1807 MARIA AGNESE FARRAUTO SUORA MONASTERO S. CHIARA 1807 MARIA CROCIFISSA FARRAUTO SUORA MONASTERO S. CHIARA 1924 SALVATORE FARRAUTO PARROCO 1934 SALVATORE FARRAUTO PARROCO CHIESA MADONNA DELLA 1946 SALVATORE FARRAUTO 1968 SALVATORE FARRAUTO PARRROCO CHIESA DEL CARMELO Eugenio Napoleone Messana ci informa nelle sue Appendici XXIX e XXX dei seguenti membri della schiatta Farrauto aasurti a ruoli egemoni nella gestione del Comune o in cariche provinciali: Giuseppe Farrauto sindaco dal 1841 al 1845; Alfonso Farrauto sindaco dal 1888 al 1889; Giuseppe Farrauto consigliere provinciale dal 1865 al 1866. Si è visto don Giuseppe Farrauto affiancare nel 1848 i Messana nei fomiti antiborbonici; e dire che dopo i suoi eredi passeranno come borbonici per eccellenza. Ma era avvenuto un incidente gravissimo con tanto di ignomia per una infamante carcerazione. “Signori Farrauto, - apostroferà l’impudente barone Luigi Tulumello nella campagna elettorale del 1873 - che diremo di voi? La storia è a tutti palese, sembra da voi soli non rammentata!!!..”: un parlare per “ ’nnimmi ”; un bell’esempio di “jttari ‘nnimmi”, come direbbe Sciascia, « ... un parlare minaccioso - cioè - e ricattatorio che, ad eccezione della persona cui è diretto, può sembrare strano, strambo.» Crediamo che il salace barone Tulumello si riferisse alle scudisciate che le famiglie Farrauto e Matrona - ora alleate - si erano inferte nel 1862, al tempo dei fatti del 6 settembre 1862. Leonardo Sciascia quei fatti li dà in flash in Occhio di Capra (pag. 17) sintetizzando e rivisitando un capitolo di storia paesana che si trova in un’opera di un prefetto dell’epoca; Enrico Falconcini. «Da un prefetto ingiustamente “dispensato” - chiosa il grande scrittore racalmutese - (non destituito, tenne a precisare il ministro) sappiamo come è che anche a Racalmuto si tentò di non cambiare nulla nonostante il tutto che era cambiato (vedi Giuseppe Tomasi, principe di lampedusa e duca di Palma). Il prefetto si chiamava Enrico Falconcini, e della sua amara esperienza, sull’ingiustizia che lo aveva colpito, fece un libro che pubblicò in Firenze nel 1863. Un capitolo è dedicato ai fatti del 6 settembre 1862 a Racalmuto. Racconta che nel paese c’erano due partiti: quello dei Farrauto, che vestiva “in calzon corto ed in coda”, e quello dei Matrona, che “amava indossare la camicia rossa”. Quel giorno, il partito dei Farrauto pensò di “profittare dell’abbattimento che dal fatto di Aspromonte eniva alla parte sua rivale, per correre alle case dei Matrona ed appiccare con questi una volta di più accanita zuffa”. Si fanno rientrare in paese i renitenti alla leva, si bruciano gli archivi, si devasta la caserma dei carabinieri, si devasta il casino di conversazione, si svaligia il corriere postale e si dà fuoco alla corrispondenza; e si pone assedio alle case dei Matrona, che però validamente si difendono. Due giorni dopo arrivano a Racalmuto truppa, procuratore del re e giudice istruttore: e si arrestano i Matrona. Il prefetto Falconcini interviene energicamente a farli scarcerare: ed è molto probabile che anche questo intervento gli sia stato messo in conto nel provvedimento che lo dispensava dal servizio.» * * * La verità storica sulla ribellione racalmutese del 1862 L’indulgenza che Sciascia propina al forestiero prefetto Falconcini è sospetta per vari versi: ma forse Sciascia ebbe sotto mano solo qualche sporadica fotocopia dell’opera del Falconcini e non poté farsene un’idea precisa. Certe sortite di quell’ex deputato, impovvisato prefetto, stentiamo a credere possano essere passate inosservate la loico scrittore racalmuetse e - peggio - venire addirittura condivise. Si pensi che Falconcini ad un certo punto credeva fosse in sua mercé arrestare la gente sospetta per farla ‘cantare’ sotto processo: peggio di taluni eccessi della moderna antimafia - giustamente stilettata dal grande racalmutese. Falconcini stette pochi mesi a capo della provincia di Girgenti. I suoi metodi dittatoriali, vessatori, improvvidi suscitarono campagne di stampa avverse e attacchi in parlamento, tanto da spingere Silvio Spaventa a destituirlo repentinamente, senza neppure chiedere una qualche giustificazione. La misura era al colmo. Il Falaride di Girgenti veniva detto sulla stampa. Ed a ragione, se diamo appena uno sguardo critico alle vicende racalmutesi in cui fu odioso protagonista. Falconcini, umiliato ed offeso da provvedimento ministeriale, scrisse un libro a sua difesa - e sicuramente a sue spese - che si premurò di mandare in Parlamento nella speranza - disillusa - che potesse sortire un qualche effetto a suo favore. Stizzosamente, Ubaldino Peruzzi tagliava corto con tal cav. Boggio deputato al parlamento di Torino - in atteggiamento difensivo verso il defenestrato prefetto di Girgenti. Scrivendogli testualmente «egli [falconcini] è stato dispensato, non destituito, dalla carica di prefetto di Girgenti. Prendendo questa determinazione il ministero non ha inteso infliggere al signor Falconcini veruna punizione o biasimo, percché non ne abbia motivo.» Non era vero, ma la sortita burocratica era di quelle da tappare la bocca a chiunque. Non c’era però riprovevole dietrismo come lascia intendere Sciascia. Il prefetto era venuto in Sicilia ed in quella sperduta landa del sud convinto di avere a che fare con dei coloni africani cui raddrizzare le gambe. Abbiamo il maligno sospetto che si sia lasciato guidare anche dalla malevola animosità contro taluni nuovi ceppi borghesi dell’oriundo avvocato Picone. Costui si era premurato di ospitare questa espressione del nuovo stato sabaudo a casa sua. Poi, pare palesamente pentito per i guai che ciò ebbe a procurargli. Stralciamo dalle sue Memorie. « 13 agosto 1862- leggesi a pag. 658 - Giunge il novello prefetto signor Falconcini. Il dopo pranzo giunge un generale con due pezzi di artiglieria di campagna ed altra truppa di linea, che la sera circonda la città. !4 agosto - La sera parte tutta la truppa, lasciando sparutissima guarnigione. Disertano taluni soldati, onde riunirsi a Garibaldi - 21.- Si pubblicano le copie dell’ordinanza di Cuggia, prefetto di Palermo, per le quali si proclama lo stato d’assedio in tutta Sicilia, le quali vengono lacerate. Il dopo pranzo si vedono parecchie pattuglie di soldati, le quali si ritirano ai reclami di taluni uffiziali della guardia nazionale, che trae a sé il peso della custodia dell’ordine. 22.- Giungono lettere che annunziano l’entrata di Garibaldi in Catania. 27.- Giunge un proclama di Garibaldi, per lo quale protesta a favore del re, e contra il ministero. 30.- Giunge al prefetto di Reggio Calabria un telegramma, che annunzia Garibaldi disfatto e ferito in Aspromonte. Lutto, sgomento, pianto nelle famiglie dei garibaldini. 31.- Si vuol fare una strepitosa dimostrazione contro il governo, ma non si giunge a farla. Il malumore aumenta. SETTEMBRE. 1 a 6.- Lo spirito pubblico eccitato. Risse e malumore per la novella moneta decimale. [ ...] 8.- Arrivano per la via di mare circa cinquecento bersaglieri, che si dicono essere di coloro che attaccarono Garibaldi. 9.- Si pubblica un’ordinanza di Cialdini, per la quale si dispone: “Che le bande armate che saranno trovate in campagna, saranno trattate come briganti, e che gli avanzi delle bande garibaldine, nel termine di cinque giorni, dovranno presentarsi, e saranno trattati quali prigionieri di guerra. Scorso quel termine lo saranno come briganti.” Gran malumore! 13.- Giunge il 32° di linea. [...] OTTOBRE. 1.- Per ordinanza del colonnello Eberhard è comandato il disarmo, proibita l’asportazione e la detenzione delle armi, sotto pena di fucilazione. 11.- Un vapore trasporta centosessanta detenuti di s. Vito. 12 al 25.- Giunge il 4° di linea. Innumerevoli arresti di ladri, di galeotti e di galantuomini alla rinfusa. [...] DICEMBRE. 14.- Si vede sulle mura delle case, lungo il corso principale scritto: Abbasso Falconcini. 17.- Mi si invia, per la posta, un biglietto che dice: “ Si prepara una combinazione, che sembra infernale, la quale se verrà ad effetto,la vostra casa andrà in fumo. Ciò si fa non per colpir voi, ma il prefetto.” Questi abita il quarto piano superiore al mio. [...] 1863 - GENNAIO. 13.- Proclama di Falconcini, che promuove una soscrizione contro il brigantaggio di Napoli. 6.- Egli con altro proclama, annunzia la sua destituzione. [...] FEBBRAIO. 12.- Arrivo del novello prefetto Bosi.» Ma veniamo alla rivolta racalmutese. Tra la variegata documentazione Falconcini scegliamo per primo questo rapporto al Ministro dell’Interno che ci pare il più obiettivo. «Al Ministro dell’Interno. Il paese di Racalmuto è uno di quei luoghi ove malauguratamente ha regnato ben poco l’impero della legge e dell’autorità, per le dissensioni esistenti fra gl’individui delle due famiglie Matrona e Ferrauto, che atteggiandosi a partito politico si facevano lecito ogni azione che fosse creduta invisa al partito avverso. «Così rima dell’arrivo di Falconcini, n.d.r.] dovè sciogliersi il consiglio comunale [...] Fu inviato un commissario nella persona del consigliere Di Catania [col compito anche ] di ricostruire la guardia nazionale. «[...] niuno iscritto delle classi 40 e 44era stato obbediente alla chiamata [della leva]. [Racalmuto fu abbandonato] nella seconda metà di agosto dal distaccamento di truppe sotto gli ordini del generale Ricotti per operare nei dintorni di Catania [..] «Il giorno 6 [settembre 1862] il paese cadde in preda ad un terribile disordine. I malviventi, i rei di omicidio e furti, tutti latitanti alla giustizia, i coscritti renitenti e persone di mal’affare sopraggiungevano nel paese, quale orda invaditrice cui non opponeva resistenza la guardia nazionale sebbene eccitata e capitanata dal giudice di mandamento. «Era saccheggiata la caserma dei carabinieri ... si appiccò il fuoco agli archivi del comune e della percettoria ed agli stemmi sabaudi; fu aggredito e saccheggiato il corpo di guardia della milizia nazionale; si saccheggiava il casino di compagnia, si aprivano le carceri ai detenuti, si aggrediva la vettura corriera, derubando i passeggeri e bruciando in piazza fra l’orda popolare i dispacci postali, e così paralizzata l’azione di ogni autorità, gli abitanti si scambiavano fra loro secondo i partiti colpi di fucile che fortunatamente non produssero lacrimevoli effetti. « [...] nella notte del 7 settembre una colonna andò sul posto per rimettere l’ordine, arrestare i colpevoli e fare eseguire in ogni parte il proclama del generale Cialdini sullo stato d’assedio. « [...] Gli arresti furono eseguiti dalla truppa nel numero di sessanta circa. «[....] molte delle persone compromesse nei disordini, costituiti in banda di circa 150 soggetti, tutti debitori di reati o renitenti alle leve, si accamparono in armi nei monti circostanti al paese quasi gettando una sfida alla truppa, che non poteva agire contro di loro, preoccupata come era nell’interno ad eseguire il disarmo, custodire gli arrestati e mantenere la quiete. «Una compagnia di bersaglieri sotto gli ordini del maggior comandante il 6° battaglione, moveva da qui nella notte per dare la battuta ai briganti ricoverati nel monte detto Castellazzo [secondo Picone - per noi più correttamente - Castelluzzo ] Difetto di preventiva intelligenza colla prefettura di Caltanisetta [sic], sebbene richiesta, fece sì che dato l’assalto dalla colonna i briganti retrocessero e non trovata altra truppa che li attaccasse a tergo poterono rifuggirsi isolatamente nella provincia suddetta, ma cessò la loro presenza d’infestare le campagne e minacciare di nuovo Racalmuto. «Rimasta in questo luogo una compagnia di bersaglieri, che sembrò sufficiente a tenere in rispetto l’autorità del governo, ai 18 settembre fu eseguita la traduzione dei detenuti a Girgenti per disporne come di ragione; ed infatti molti sono stati già liberati dal potere ordinario, i veri colpevoli essendosi resi latitanti, ed altri in minor numero essendo rimasti in carcere come dediti a qualunque azione criminosa. «Sebbene l’autorità giudiziaria non potesse raccogliere abbastanza prove per incriminarli, risultò da tutto l’insieme che causa dei fatti avvenuti era l’animosità fra le famiglie Matrona e Ferrauto che avevano diviso il paese. Allontanatesi quelle famiglie per timore di severe misure, la popolazione riacquistò quiete invidiabile che rimane inalterata. «Girgenti, li 8 ottobre 1862. Il prefetto: Falconcini.» Cattivo prefetto, pessimo profeta: i Matrona ed i Farrauto furono costretti all’esilio - a quanto sembra - ma la quiete a Racalmuto non arrivo; anzi i successivi fatti di gennaio mostrano un’arroventarsi del clima di contestazione. Il popolo di Racalmuto non era dunque quella misera cosa in mano agli ottimati corrispondenti ai Matrona ed ai Farrauto (famiglie solo di recente giunte a Racalmuto: nel settecento; i primi al seguito di un prete funzionario di conti succeduti ai Del Carretto; i secondi con armenti di pecore, come si sopra visto). Non erano costoro che potevano dominare il non irruento ma non succubo popolo di Racalmuto. Il prefetto era male informato. Abbiamo insinuato dall’avvocato Picone. La nota è importante, poi, per la storia del circolo unione: preso di mira dal popolino, sichiamava ancora “circolo di compagnia”; la prosa prefettizia sembra avvolorare ciò oltre ogni ragionevole dubbio. Non crediamo che, se Sciascia avesse letto davvero questo passo del libercolo del Falconcini, si sarebbe indotto ai sullodati apprezzamenti positivi. Il circondario di Girgenti era piuttosto disarmato in quel periodo: tutto l’intero distaccamento bersaglieri, 6° battaglione, presidiava il derelitto Racalmuto e sicuramente ne insidiava le donne, con tanta rabbia dei barbuti - ed in gran parte latitanti - maschi del luogo, pregiudizievolmente renitenti alla leva dei Sabaudi. Come dargli torto? Il patetismo di Eugenio Napoleone Messana è di sicuro sbracato, ma per taluni accenti coglie nel segno. «La goccia che fece traboccare il vaso dei malcontenti - scrive Messana a pag. 248 - e delle disillusioni .. fu l’estensione alla Sicilia della leva obbligatoria. [...] la ferma prevista per le prime leve era di anni cinque ed era estesa a tutti i giovani dichiarati abili dalla commissione di leva. Tale notizia giunse come una sciagura immensa. Cinque anni fuori dal proprio ambiente per le terre sconosciute del continente parevano una cosa insopportabile. E le proprie abitudini interrotte, le famiglie lasciate, le braccia lavorative che venivano meno alle famiglie? Cinque anni poi, dai 21 ai 26 anni assorbivano il cuore della gioventù di un uomo. Gli sposati dovevano lasciare le proprie mogli, gli innamorati dovevano rinunziare all’idea di sposare: questioni tutte che gravano eccessivamente sui giovani siciliani, dotati delle caratteristiche ambientali ben note, allora più marcate dall’arretratezza e dall’analfabetismo. Si cominciò a cantare nel tipico lamentoso motivo dei canti popolari siciliani, accompagnati dal singhiozzo dolce dello scacciapensieri: “la leva c’è in Sicilia e maritari nun ni putemo cchiù: com’hamma a fari?” » Non sarà stato come dice Messana, ma la miscela dovette essere proprio esplosiva se il pacifico popolo di Racalmuto ebbe tanta irrefrenabile ira. Era pretestuoso pensare che un Matrona o un Farrauto potesse avere tanta forza da sobillare una comunità se non altro indolente per atavica acquiescenza. A noi non era mai capitato, nelle nostre ricerche storiche, di incontrarci una una ribellione di stampo militare come quella del 1862. I redentori sabaudi un miracolo, in un certo senso, erano riusciti a crearlo in Sicilia e proprio a racalmuto. Il Falconcini, dopo, in piena irritazione per l’umiliante defenestramento, sui misfatti di Racalmuto torna ed ora con accenti più caustici e più offensivi. Scrive (cfr. il capitolo di pag. 55 intitolato: “Vandalici fatti consumati in Racalmuto”): «Da Canicattì Sottolineiamo subito quell’accenno al casino di conversazione; quella devastazione; quell’insolenza da parte della plebaglia (ma insufflata dai Farrauto). I “ddo” racalmutesi finito in burla: inaudito; mai sotto i Borboni sarebbe successo! Deserte allora le sale in quel settembre nero? C’è da esserne certi .. ma per il fatto che i galantuomini erano tutti nelle loro villette di campagna a godersi le splendide settembrate dell’altipiano racalmutese. Quell’assalto al circolo - noi crediamo - fu più chiacchierato che reale. Del resto anche i Farrauto erano autorevoli membri del nobile sodalizio. Sciascia non era nuovo nell’ingigantire il settembrino assalto al circolo dei galantuomini. In Parrocchie di Regalpetra l’allora giovane scrittore - in vena quindi di visionarietà romantica - ebbe a scrivere quel passo sfottente che abbiamo sopra riportato. La simpatia per il prefetto (toscano e crediamo noi con voglie filo massoniche con quel favorire i Matrona) crediamo sia dovuta al culto che Sciascia ebbe per la famiglia di don Gasparino - e fu un culto tanto inossidabile quanto sprovveduto. A distanza di anni, quando un certo tipo di passioni si era affievolito, ecco come la locale pubblica sicurezza ripercorre quelle oscure vicende. Siamo nel giugno del 1886 - quattordici anni dopo, dunque - ed il Delegato di S.P. A. Coppetelli così riferisce al prefetto: «Riscontro alla Nota N. 419 Gabinetto, del 13 Giugno 1876 - OGGETTO: Intorno al reclamo della Società di mutuo soccorso degli operai, in Racalmuto. Ill.mo Signore Signor Prefetto della Provincia di Girgenti. Racalmuto addì 14 giugno 1876. Prima ch'io imprenda ad informare la S.V. Ill.ma sulle cose esposte nel reclamo della Società, in oggetto indicata, non sarà inutile lo accennare alle fasi, che subirono i partiti Municipali, in Racalmuto, a datare dall'anno 1860 a tutt'oggi. Anteriormente alla rivoluzione dell'anno 1860, primeggiava in Racalmuto la famiglia Farrauto, e pel prestigio, che esercitava su questa popolazione detta famiglia, sebbene di principii alquanto retrogradi, continuò pure ad avere ogni ingerenza in questa Amministrazione Comunale, fino all'anno 1862. Man mano che la famiglia Farrauto, dall'anno 1860 all'anno 1862, era andata perdendo di prestigio per l'opposizione, che le veniva facendo la famiglia Matrona, in allora composta di sette fratelli, la quale conoscendo che vi sarebbe stato il suo tornaconto a secondare il governo nazionale già instaurato anche in queste provincie, cercava di entrare a far parte di questa Amministrazione Comunale. E da quì incominciarono i rancori e gli odii tra le dette due famiglie. Il territorio del Comune di Racalmuto, come in tutti gli altri territorii dei Comuni di Sicilia, nell'anno 1862, era scorazzato dalle bande dei renitenti e dei disertori delle due classi di leva militare degli anni 1860 e 1861, ed a queste unitisi i latitanti per reati comuni, nel settembre 1862, invasero questo paese commettendo atti vandalici, che non è mestieri ch'io rammenti alla S.V. Ill.ma. Non potrei dire con certezza, se per quella influenza, che ancora esercitava la famiglia Farrauto o per qual altra ragione, il Comandante della truppa, che venne spedito in Racalmuto, per quella circostanza, fece eseguire l'arresto dei fratelli Matrona, come ritenuti complici nei fatti del Settembre 1862.- Ma chiarita presto la loro innocenza, vennero quasi subito lasciati liberi. In proseguo poi vennero arrestati taluni della famiglia Farrauto, e qualche aderente di quella, per lo stesso titolo pel quale furono arrestati i Matrona. Anche questi ultimi arrestati, dopo un lungo tempo, vennero ridonati a libertà, perchè quanto loro si attribuiva, non potè essere provato nelle vie giudiziarie. In appresso le due famiglie Matrona e Ferrauto vennero tra loro a conciliazione, e per tal modo, ben presto riuscirono ad acquistare, in Racalmuto una certa supremazia, da riuscire cosa facile l'entrare a far parte di questa Amministrazione Comunale insieme ad altri loro aderenti, ciò che continuò ad essere fino a tutt'oggi, e fino a tutto l'anno 1874 senza incontrare ostacolo di sorta, se si eccettuano le guerricciole e gli screzii, che si andavano manifestando tra il partito Matrona, che così chiameremo sin d'ora, e l'altro che andava accentuandosi, capitanato dal Barone Sig.r Luigi Tulumello, giovine di qualche ingegno, e ricco per censo, ma di poca esperienza nelle vicende dei partiti sì politici, che amministrativi. Questi screzi si andavano manifestando per la ragione, che in paese si facevano serpeggiare dei lamenti contro l'Amministrazione Comunale, per la gravezza delle imposte comunali. Le cose andiedero prendendo più vaste proporzioni, nei primi mesi dell'anno 1875, ed allorquando per altre piccole differenze sorte tra i socii dell'unico Casino di Compagnia, di cui facevano parte quasi tutti i civili di Racalmuto, senza distinzione di colore tanto politico, quanto amministrativo, una porzione di detti socii, aderenti al partito del Tulumello, tra i quali il Sig.r Giuseppe Matrona fratello dell'attuale Sindaco, si staccarono da detto Casino di Compagnia, e ne fondarono un'altro, che ora conta una quantità abbastanza rilevante di socii.- Quì le ire e gli odii tra questi due partiti si accrebbero e ne nacque una completa rottura. Intanto si avvicinavano le elezioni parziali amministrative dell'anno 1875, ed ognuno dei due partiti si adoperava per riportare la vittoria a proprio favore. In questo stato di cose, oltrecché gli animi erano esacerbati; un proclama datato da Racalmuto, e pubblicato nel giornale, che viene in luce a Palermo, L'Amico del Popolo, venne ad aggiungere fiamma a fiamma. Perchè poi la S.V.Ill.ma possa apprezzare la sostanza di quel proclama, sebbene io sia persuaso, che non le giungerà nuovo, pure quì unito glielo trasmetto contenuto nel suddetto Giornale, come pure unisco altri due giornali nei quali trovansi le repliche a quel proclama. Le Elezioni Amministrative ebbero il loro compimento, e riuscirono in senso favorevole al partito del Matrona. Questo proclama ebbe per conseguenza una sfida a duello, sfida che faceva l'attuale Sindaco Sig.r Cavalier Gaspare Matrona al Barone Sig.r Luigi Tulumello, creduto dapprima autore di quel proclama. Quel duello poi non ebbe il suo effetto, poichè rimase sospeso dopo essersi ricorso allo espediente di un giurì d'onore, di cui io non conosco il vero tenore, non essendomi riuscito di trovarne un'esemplare. In quella circostanza il Sindaco Sig.r Matrona, a mezzo dei suoi aderenti, fece sentire alla Società di mutuo soccorso degli Operai in Racalmuto, che sarebbe stato suo compito smentire per le stampe le cose contenute in quel proclama a carico dello stesso Sindaco e dell'intera Rappresentanza Comunale. Detta Società anziché aderire a quella proposta, fece come suo quel proclama, e quindi la Società stessa invitò il Sig.r Sindaco Matrona, come socio onorario a giustificarsi delle accuse, che gli erano state fatte per quel proclama. Questo procedere della Società Operaia diede luogo ad una scena, che in seno alla Società stessa fece il Sig.r Matrona Napoleone altro fratello del lodato Sig. Sindaco. La scena fu questa: il medesimo Sig.r Napoleone Matrona recatosi alla sede della Società ov'erano radunati i socii, o furono fatti radunare a bella posta, e colà appostrofò con termini non troppo convenienti i socii, che vi si trovavano, facendoli aspra rampogna di quanto avevano operato verso il fratello di lui Gaspare Matrona. E quì non sarà fuor di proposito lo accennare al nascere e allo sviluppo, che ebbe la Società Operaja in Racalmuto, e qual è al presente. Istituita detta Società nell'anno 1873, e messo fuori il suo programma, buona parte di questa cittadinanza vi si associò, tal che il numero dei socii, in breve tempo, divenne abbastanza rilevante. Però dopo il fatto sovra esposto, molti socii del partito del Matrona non vollero più appartenere a detta Società, ed in quella vece vi entrarono parecchi soggetti, che per la loro moralità e tristi precedenti, come si dirà in appresso, non le fa troppo onore, tal che al presente la Società non conta, che il meschino numero di ottatre socii, compresi i socii onorari. Intanto il partito del Tulumello colse questa favorevole circostanza per maggiormente far la guerra all'attuale Amministrazione Comunale, incoraggiando la Società Operaia ad agire anche col mezzo della stampa per raggiungere lo scopo qual era ed è di abbattere detta Amministrazione. I socii onorari Piccone Ignazio, Picone Giuseppe, e parecchi altri furono quelli che stigmatizzarono la Società Operaja nel suo nascere, propalando in paese, che chi vi associava era scomunicato; che la Società Operaja era una istituzione detestabile, e che non era opera di buon cittadino lo appartenervi. Dicevasi questo perchè, allorchè fu istituita detta Società, questa era sotto gli auspicii del Municipio; ma in contrario di quanto dicevano allora, ora appartengono alla stessa Società per far guerra al Municipio. Tolti Garibaldi, Campanella, Saffi e Floretta che nulla sanno dello scopo e del personale della Società, e tolti pure Savatteri Calogero, Romano Salvatore, Tulumello Luigi, Picone Marco, Mendola Calogero, Travale Antonino, Presti Giuseppe e Tinebra Salvatore, che trovansi nella Società, chi per solo spirito di opposizione, e chi per idee più o meno spinte, pel resto però detta Società, in sè, ha degli elementi non troppo buoni, come facilmente si desume dai cenni biografici di quattordici di coloro che ne fanno parte, e sono i seguenti: 1° S c i b e t t a Salvatore è autore dell'assassinio commesso a danno di Sicorella Salvatore, e sotto tale imputazione fu per molto tempo in carcere; e poscia per la sua scaltrezza venne prosciolto da quella imputazione denunziando altri, e facendosi chiamare come testimonio. E questi è il Presidente della Società di mutuo soccorso degli Operai di Racalmuto. 2° R o s s e l l o Giovanni, fu imputato di omicidio mancato, in danno di Calogero Scimè; e non saprei dire con certezza se ne riportò condanna. 3° M a r c h e s e Giuseppe Primo, è uomo di carattere, irrequieto, ed abitualmente ubriaco. 4° L u m i a Gaetano,è persona che gode pesima fama in Racalmuto; ma però non si conoscono precedenti, che stiano a suo carico. 5° G r i l l o Giuseppe figura nel novero degli ammoniti di questo Comune. 6° F a r r a u t o Angelo riportò condanna per omicidio mancato in danno di Rocca Calogero. 7° G i a r d i n a Pietro, ammonitofu imputato di tentata estorsione di denaro mediante lettera minatoria diretta a Pinò Nicolò. 8° B e l l a v i a Elia, vecchio camorrista, e molto tempo indietro fu anche sorvegliato. 9° L i c a t a Nicolò, è persona ritenuta capace di commettere furti di destrezza. 10° S c i m è Salvatore, nel 1860, in Bonpensieri con altri compagni disarmarono molti cittadini, appropriandosi le armi, e nel 1861 fu uno dei presunti autori dell'assassinio in persona di Santo Cino Chillici. 11° F e r r a u t o Vincenzo ha delle imputazioni, di cui ancora non si conosce l'esito. 12* G i a n c a n i Luigi è stato più volte carcerato per varie imputazioni dalle quali riuscì ad essere prosciolto. 13* P a l u m b o Angelo viene ritenuto un tristissimo soggetto, ma non si conoscono precedenti, che stiano a suo carico. 14* P a l u m b o Antonino, come al N.* 13*. Tutti gli altri socii, salve pochissime eccezioni, appartengono all'infima classe dei zolfataj, oltrecché non godano veruna fiducia in paese. Questa Società però, almeno pel tempo in cui io mitrovo in Racalmuto, non ha dato luogo a verun rilievo sul conto suo; avendo dovuto soltanto osservare che, con quella pacatezza e disinvoltura accompagnata da un certo sussiego, con cui nel giorno 10 ultimo scorso Maggio si recò al Cimitero Comunale per rendere osservanza alla memoria di Giuseppe Mazzini, del pari il giovedì santo di quest'anno si portò alla visita dei Santi Sepolcri nelle varie chiese di Racalmuto, con alla testa la banda musicale e la bandiera della Società. Tutto ciò premesso, ora imprenderò a riferire intorno agli adebiti, che si fanno nel reclamo della Società Operaja di Racalmuto, a carico dell'attuale Amministrazione Comunale. Quel reclamo incomincia dal dire, che questo Municipio fa ogni sforzo per disperdere la Società Operaja. A questo proposito io non ho potuto rilevare altro, se non, che l'attuale Amministrazione Comunale, non è amica della Società Operaia, del resto poi non si conoscono fatti, che per parte di questo Municipio si faccia ogni sforzo per disperdere, come dice il ricorso, detta Società. Sullo stesso proposito, in altro punto di quel reclamo si accenna all'aver dovuto chiamare l'attuale Sindaco a discolparsi come socio onorario. In questo punto il ricorso vuole riferirsi su quanto ha relazione al proclama di cui ho riferito di sopra, cioè quando la Società venne invitata a combattere quel proclama, ed invece se lo fece suo. Dopo questo fatto, sussiste che il partito del Matrona cercò ed ottenne di far ritirare molti socii da detta Società, altri però si fecero cancellare di propria iniziativa. Ma però inutilmente ebbi a far pratiche per appurare, che si fossero posti in opera i mezzi a cui accenna il reclamo per far ritirare dalla Società i detti socii. Ciò che sussiste in realtà, si è che il Delegato Sig. Macaluso si recò alla sede della Società, non saprei precisare con qual pretesto, e dagli atti ivi esistenti, sottrasse tutte le carte, che si riferivano alla vertenza passata tra il Sig.r Sindaco Cavalier Matrona, come socio onorario, e la Società stessa. Continua quel reclamo sempre allo stesso proposito, e dice, che dallo stesso Municipio si tentò per varie volte e per mendicati pretesti di sfrattare la Società dalla Sala, che dallo stesso Municipio gratuitamente gli fu concessa per le ordinarie riunioni. A quanto mi è risultato, il Municipio, su questo particolare, altro non fece, se non invitare per iscritto il mio predecessore a chiamare il Presidente della Società operaja per esortarlo a consegnare la chiave della detta Sala, perché il Municipio abbisognava di quel locale per collocarvi il Distaccamento di Fanteria, ma il medesimo Presidente essensodi rifiutato di ciò fare, le cose restarono quali erano, e più non se ne parlò. Finalmente in quel ricorso è detto, e sempre a proposito che il Municipio cerca di disperdere quella Società, che si negano le licenze di porto d'armi ad integerimi cittadini, che appartengono alla Società Operaja, e che i relativi incarti giaciono polverosi sugli scaffali municipali. Questo molti lovanno ripetendo, ma è tale un fatto da non potersi credere, poiché gli aventi interesse, se non vogliono ricorrere alla Superiorità per conseguire il permesso di porto d'armi, o almeno perché la relativa pratica avesse il suo corso, io sono certo che avrebbero già ricorso per ottenere la restituzione del vaglia postale, che insieme ai documenti presentati vi si dovrebbe trovare il vaglia postale per l'ammontare della tassa stabilita in £. 6=60, per ogni permesso di porto d'armi. Aggiungerò poi, che tutte le investigazioni fatte in proposito riuscirono in senso affatto negativo. Inoltre in detto ricorso si accenna alle violenze che si esercitano alla vigilia delle Elezioni Amministrative. Su questo particolare a quanto ho potuto appurare, mi è risultato, che il partito Matrona ha in tali circostanze cercato di riuscire nel suo intento, valendosi snche di quella influenza, che ha sempre costantemente esercitata in paese, ma non mi è riuscito di trovare un'elettore, che dichiari di aver subite violenze, ciò che il partito contrario è andato e va dicendo tuttora, e come si è esposto nel reclamo del quale si tratta. Il medesimo ricorso accenna poi ad opere di lusso fatte dal Municipio da dilapidare le ricche entrate del paese. Intorno a questo punto tutti sanno, che l'Amministrazione Comunale spese forti somme per la costruzione della Casa Comunale, per l'annessa Caserma dei Carabinieri Reali, e per il teatro, ove tuttora si lavora per il compimento dell'opera muraria, e che richiederà non poca spesa per condurlo a compimento. Ma a che vale ora lamentare un fatto, che può dirsi totalmente compiuto, e che riportò la sanzione del Consiglio Comunale, e quella Superiore? Certo però si è che tali opere si potevano fare con meno sfarzo, ciò che sarebbe ridondato a vantaggio di questi amministrati, poiché molte migliaia di lire si sarebbero risparmiate. Lo stesso si dica circa ai lamenti, che fa quel ricorso intorno alla costruzione della strada obbligatoria intercomunale Racalmuto Favara, essendo anche questo ormai un fatto compiuto ed autorizzato a forma di legge; ma che però non manca di essere gravoso a questi Amministrati, ciò che vanno ripetendo anche alcuni amici del partito Matrona, osservando che contemporaneamente si sta costruendo altra strada pure obbligatoria tra Racalmuto e Montedoro, ciò che se è vantaggioso dal lato di veder sviluppata, e presto, la viabilità intercomunale, non è men vero, che costruendosene due ad un tempo, ciò viene ad aggravare, e non poco, il Bilancio Comunale, e per esso questi Amministrati; e perciò non mancano coloro che vanno lamentandosi della gravezza delle tasse Comunali. E da ciò che in detto ricorso si grida all'arbitrio nelle deliberazioni di questo Consiglio Comunale, ed alle flagranti violazioni della legge. Quel reclamo finalmente accenna alla mafia nell'avvenimento del 27 Agosto 1875, come lo si chiama in detto reclamo, e segue quindi a dire, che la Società Operaja, e che la pubblica opinione e l'Autorità giudiziaria seppero rendere èpina giustizia. In riguardo a ciò le cose passarono come appresso. Dopo, che il novello partito del Tolumello si era più scopertamente manifestato l'anno scorso, massime per varii articoli pubblicati per i giornali, e dopo la fondazione del nuovo Casino di Compagnia, come sopra si è accennato, e finalmente dopo tutti gli altri fatti superiormente accennati che precedettero, accompagnarono e susseguirono le Elezioni Amministrative di detto anno, i componenti la Società Operaja, sembrava a quanto aseriscono gli avversari di questa e del partito del Tulumello, che facesse mostra d'imporsi all'altro partito, ciò che si volle desumere dal vedersi alcuni socii di quella Società passeggiare innanzi il vecchio Casino di Compagnia, in modo alquanto burbanzoso. Per contrapporsi a questo fatto, il partito del Matrona valendosi di un nucleo di persone dipendenti ed affezionate al partito stesso, la sera del 27 Agosto 1875, detto nucleo di persone si mise a passeggiare avanti il nuovo Casino di Compagnia, in modo di motteggiare e quasi provocare i socii di detto Casino, che colà trovavansi raunati. Di questo fatto se ne portò lamento a questo Delegato di P.a S.a Sig.r Macaluso, ma al dire di coloro che portarono tali lagnanze a quel funzionario, questi non ne avrebbe fatto verun conto, contegno questo del Delegato Sig.r Macalsuo, che si vorrebbe attribuire a troppa deferenza verso il Sindaco Sig.r Matrona Cavalier Gaspare. E siccome il fatto anzidetto sembrava essere stato stabilito doversi rinnovare la successiva sera del 28 detto mese, perciò alcuni socii del nuovo Casino, per evitare quell'inconveniente, che avrebbe potuto avere delle triste conseguenze, questa volta anziché rivolgersi al delegato di P.a S.a, si presentarono al locale Pretore, e questi fattone parola al Delegato ed al Comandante la Stazione dei Carabinieri Reali, perché cercassero di prevenire ed impedire al caso, che si rinnovasse quell'inconveniente, che avrebbe potuto compremettere l'ordine pubblico, ciò valse a scongiurare, che un tal fatto si rinnovasse la sera del 28 di detto mese. Ed è per questo, che in quel reclamo è detto, che l'Autorità giudiziaria, e la pubblica opinione seppedro rendere piena giustizia. Tutto quanto sopra ho esposto, non è che il risultato delle informazioni che ho potuto procurarmi da persone, che possono meritare qualche fiducia, e dico qualche fiducia, poiché è cosa assai difficile, trovare in un paese qual è Racalmuto, persone totalmente indipendenti da poter avere notizie esatte e spassionate, diviso, com'è, in due partiti, che sono formati dal ceto ristretto delle persone civili, in confronto della massa ignorante dei campagnoli e dei zolfataj, che compone la popolazione di questo Comune. Da ultimo aggiungerò che le cose esposte nel ricorso, che quì unito ritorno alla S.V. Ill.ma, non fanno che riprodurre i sentimenti, da cui è animato il partito del Tulumello, partito, che cerca tutti i mezzi, onde vedere sciolto l'attuale Consiglio Comunale, sperando con questo mezzo di rompere l'attuale maggioranza del Consiglio stesso, senza far questione sulla scelta del Sindaco, con la veduta, come tutto giorno va ripetendo detto partito, di far economie sul Bilancio Comunale, e senza essere alieni, a queste condizioni di riconciliarsi col partito contrario, conciliazione, a parer mio, che potrebbe realizzarsi, quando a mezzo di persone autorevoli, potesse ottenersi una sincera ripacificazione tra il Sig.r Giuseppe Matrona ed i suoi fratelli; poiché una volta, che il Sig.r Giuseppe Matrona si staccasse dal suo partito, sarebbe cosa facilissima far scomparire le divisioni, che affliggono questo paese, poiché il ripetuto Sig.r Giuseppe Matrona può ritenersi il capo del partito a cui appartiene, tanto più, che il Tulumello è da parecchi mesi, che ha preso stanza in Palermo insieme alla sua famiglia, e non si sa, almeno per ora, che abbia intenzione di ritornare in Racalmuto. Certa cosa poi si è, che una più attenta e ben ordinata Amministrazione, esclusa ogni idea di personalità e di partito, potrebbe vantaggiare di molto la finanza comunale, ciò che non andrebbe disgiunto dall'utilità, che ne risentirebbero questi Amministrati, e tutto ciò non toglierebbe al Sig.r Sindaco cavalier Gaspare Matrona, tutto quel merito, che ha nell'aver rialzato le condizioni morali di questo paese, nell'aver non poco contribuito, col concorso di tutto il ceto civile, a vantaggiare le condizioni della pubblica sicurezza in questo Comune, messe in confronto, coi tempi, che precedettero la sua ingerenza nell'Amministrazione Comunale, e finalmente coll'aver cercato di rendere lustro e decoro al paese col compiere varie opere pubbliche, che i suoi predecessori avevano iniziate. Il Delegato A. Coppetelli » La suestesa relazione di pubblica sicurezza ci ragguaglia - magari con un incerto italiano, ma con pignoleria sbirresca - su come veramente erano andate le cose tra i Farrauto ed i Matrona: se poi si intruppano insieme nelle beghe potitiche paesane, nulla di veramente grave era avvenuto fra loro. Il contrasto tra gli ottimati racalmutesi scoppia dopo ed investe i Matrona e quel Luigi Tulumello, giovane barone ed al contempo “di qualche ingegno, e ricco per censo, ma di poca esperienza nelle vicende dei partiti sì politici, che amministrativi” per dirla come il delegato Coppetelli. Sappiamo ora con certezza che la frattura al casino di compagnia avvenne in occasione delle elezioni del 1875 e le parole del commissario di P.S. ci paiono del tutto pertinenti e credibili: «Le cose andiedero prendendo più vaste proporzioni, nei primi mesi dell'anno 1875, ed allorquando per altre piccole differenze sorte tra i socii dell'unico Casino di Compagnia, di cui facevano parte quasi tutti i civili di Racalmuto, senza distinzione di colore tanto politico, quanto amministrativo, una porzione di detti socii, aderenti al partito del Tulumello, tra i quali il Sig.r Giuseppe Matrona fratello dell'attuale Sindaco, si staccarono da detto Casino di Compagnia, e ne fondarono un'altro, che ora conta una quantità abbastanza rilevante di socii.- Quì le ire e gli odii tra questi due partiti si accrebbero e ne nacque una completa rottura.» Sciascia ha voglia di riesumare quella frattura: ma quando da letterato passa a far lo storico fa confusione. «Intorno al 1890 - gli vien l’uzzolo di scrivere - la lotta tra i Martinez [leggi: Matrona] e i Lascuda [leggi: Tulumello] divenuta particolarmente feroce, il circolo attraversò un brutto momento: i Lascuda e la loro coda l’abbandonarono, aprirono un circolo denominato di cultura, in verità vi si giocava a zecchinetta come nell’altro circolo, ma il barone di tanto in tanto teneva conversazioni sui temi come “l’erezione del Mongibello” e “il conquisto del Perù”. La scissione durò un paio d’anni, poi furono aperte trattative, studiato un nuovo statuto: e il nome augurale della concordia sortì dalla costituente assemblea. Lo statuto varato in tale occasione portava circa 400 articoli, e un lungo preambolo in cui le letture del barone Lascuda erano sufficientemente testimoniate. Un tale capolavoro di cultura letteraria e giuridica vive soltanto nei ricordi dei vecchi: quando il circolo diventò dopolavoro fascista le copie dello statuto andarono disperse. Pare comunque che la concordia ha davvero regnato, da allora ad oggi, sul circolo; le zuffe e gli incidenti che frequentemente accadono non portano mai a scissioni o pronunciamento.» Sbagliare di quattordici anni la data della frattura non ci pare un peccato veniale, dal punto di vista storico almeno. Sciascia colloca l’abbruciamento degli archivi comunali nel 1866 nelle Parrocchie [vedi pag. 25 op. cit.] ed è questa un’altra topica storica dello scrittore. Il crimine avvenne, come abbiamo visto, nel 1862. Una cronaca coeva ce l’ha lasciata l’avv. Giuseppe Picone nelle sue Memorie Storiche Agrigentine [citiamo dalla copia anastatica del 1982]. Eccone i passi: «7 [settembre 1862, pag. 659] Timori di strepitosa dimostrazione contro il governo. Quarantatre impiegati firmano la loro dimissione. La guardia nazionale si rinforza. Per influenza di taluni popolani, la dimostrazione non ha luogo. La sera partono duecento soldati per Racalmuto, che dicesi insorto.» « 14 [settembre 1862, pag. 660] La sera partono due compagnie di linea per Racalmuto, ove si dice, che circa quattrocento rivoluzionar si fossero fortificati al ‘Castelluzzo’.» Ritorna, come Dio vuole, la calma e la vita cittadina s’incanala lungo le battute strade della normalità e della banalità. Cogliamo alcune note dalle carte dell’Archivio di Stato di Agrigento [Inventario n.° 32 - fascicoli riguardanti Racalmuto: 403-404 relativi agli anni 1860-1887; fascicoli n.° 537-538-539 sul 1885.]. «Prefettura di Girgenti - anno 1870 - Affare Racalmuto - Conto Consuntivo 1869 e carteggio relativo. ... dal consigliere sig. Giudice Sac. Calogero in prima si fa opposizione al mandato n.° 96 per gratificazione accordata in lire 170 al Capo Comico sig. Sinigaglia Angelo per portare la propria compagnia in questa giacché da parte dello stesso Consigliere non si ritiene come utile il teatro, e poi non è il desiderio della popolazione ... Di risposta la Presidenza ha fatto conoscere al consigliere Lo Giudice Sac. Calogero, ed ai Consiglieri delle sue idee, come si è altieri di sostenere, non farsi una spesa capricciosa, e senza utile scopo, mentre che il teatro al dilettevole unisce l’utile, e non è un trastullo qualunque come potrebbe solo insanamente asserirsi, ma scuola ai costumi, allo sviluppo; è una iniziativa al progresso dolorosamente bisognevole a questo Comune per quanto se ne mostri restio.» Al circolo la contesa sarà divampata; ma si può essere certi che la maggioranza era per il teatro. Lo erano senza dubbio i figli di don Gaetano Savatteri, teatranti di antica - anche se filodrammatica - passione. « .. L’assessore sig. Matrona Paolino ha dichiarato alla Presidenza lo stesso ALLEGATO N.° 1 Sciascia dubita del blasone dei Tulumello ancora nel 1982 quando si accinge a chiosare, da par suo, il fragile e giovanile lavoretto storico di Nicolò Tinebra Martorana. Vale un trattato di araldica quell’inciso “una sola famiglia aveva titolo nobiliare, quella dei baroni Tulumello che fu rivale dei Matrona: incerta però resta la legittimità del titolo.” Sorprende come lo scrittore - noto onnivoro in materia di letture - non abbia mai dato uno sguardo (oppure ha voluto pregiudizialmente prescinderne) ai ponderosi dieci volumi sulla nobiltà siciliana dell’accreditato San Martino-De Spucches. Sui Tulumello avrebbe trovato queste ricerche: TOLUMELLO O TULUMELLO FEUDO GIBELLINI [N.B.: Ma dopo l'Autore sembra cambiare opinione. V. infatti Vol. IX - quadro 1454 pag. 221 - onze 157.14.3.5 annuali di censi feudali - GIBELLINI - Cedolario, vol. 2463, foglio 204. Giulio GIARDINA GRIMALDI, Principe di Ficarazzi s'investì di due terzi del feudo di GIBELLINI a 3 dicembre 1787 come figlio primogenito ed indubitato successore di Diego GIARDINA e MASSA (Conservatoria, libro Investiture 1787-89, foglio 25). 1. - Quindi vendette agli atti di Not. Salvatore SCIBONA di Palermo li 22 luglio 1796 a D. Giovanni SCIMONELLI, pro persona nominanda annue onze 157, tarì 14, grana 3 e piccioli 5 di censi sopra salme 57, tumoli 11 e mondelli 2 di terre, dovute sul feudo di Gibellini; e ciò per il prezzo in capitale di onze 3500 pari a lire 44.625. Il detto Scimoncelli dichiarò agli atti di Notar Giuseppe ABBATE di Palermo che il vero compratore fu il Sac. D. Nicolò TOLUMELLO. Per speciale grazia accordata dal Re a 29 aprile 1809 fu confermato lo smembramento di dette onze 157 e rotte dal feudo di GIBELLINI già effettuate senza permesso Reale (Conservatoria, libro Mercedes 1806-1808, n. 3 foglio 77). 2. - D. Giuseppe Saverio TOLUMELLO s'investì a 7 giugno 1809 per refuta e donazione a suo favore fatte dal Sac. D. Nicolò sudetto agli atti di Notar Gabriele Cavallaro di Ragalmuto li 22 aprile 1809 (Conservatoria, libro Investiture 1809 in poi, foglio 40). Questo titolo non esce nell'«Elenco ufficiale diffinitivo delle famiglie nobili e titolate di Sicilia» del 1902. L'interessato non ha curato farsi iscrivere e riconoscere. Là dove Sciascia potrebbe avere ragione è negli oscuri passaggi della baronia dal Giuseppe Saverio Tulumello a Luigi Tulumello, che contestato barone di Gibillini fu nella parte finale del secolo. E.N. Messana fornisce aneddoti e sapide denigrazioni nel suo lavoro (cfr. specialmente le pagg. 299-307, ma passim.) Impensabile comunque che dopo Garibaldi vi potesse essere più spazio per inezie come le investiture feudali. E Luigi Tulumello, “baruni ranni” lo diventa dopo la morte del padre don Giuseppe Tulumello - sposato plebarmente Messana, anche se Eugenio Napoleone M. sembra minimizzare la cosa nei suoi incessanti osanna alla propria famiglia -, morte avvenuta nel 1869. A dire il vero non troviamo mai indicato Giuseppe Tulumello con il titolo di barone. Forse il plebeo matrimonio con una Messana, nipote di un semplice gabellotto e poco onorevole esattore dell’odiata tassa sul macinato fu d’ostacolo all’assegnazione del blasone nelle incandescenti concertazioni di famiglia. Barone invece viene detto il padre di Giuseppe, don Luigi Tulumello. Nell’ultimo “rivelo” del 1822 che si conserva in Matrice ecco come viene, emblematicamente, registrato il nucleo familiare del potente don Luigi Tulumello: cognome nome par.la anni titolo TULUMELLO LUIGI BARONE DON TULUMELLO MARIA MOGLIE DONNA TULUMELLO VINCENZO F.O 13 TULUMELLO ROSA F.A 11 TULUMELLO CARMELA F.A 9 TULUMELLO GIUSEPPE F.O 5 Ovvia la preminenza del vero barone: TULUMELLO B.NE GIUSEPPE SAVERIO BARONE DON TULUMELLO B.NE GRAZIA MOGLIE DONNA Gli altri ceppi della famiglia, contraddistinti da deferenza con il rispettoso epiteto di “don” o “donna”, sono, frammisti a tanti altri Tulumello, sprezzanemtente segnati come ignobili, quasi che l’origine non fosse stata identica anche per i Tulumello del Ramo Catallo (volgarizzazione del nome Cataldo di un loro antenato): TULUMELLO SUOR MARIA TERESA SUPERIORA TULUMELLO SR. MARIA MADDALENA TULUMELLO D.A MARIA CONCETTA EDUCANDA TULUMELLO D.A CAROLINA EDUCANDA TULUMELLO D.A NICOLETTA EDUCANDA TULUMELLO ROSA VEDOVA DONNA TULUMELLO ROSALIA VEDOVA DONNA TULUMELLO GIOVANNI DON TULUMELLO CARMINA MOGLIE DONNA La genesi del titolo nobiliare - anche se legittima - è alquanto singolare. Si è visto come sia stato il sacerdote faccendiere don Nicolò Tulumello, quello osannato del Collegio di Maria, ad acquistare l’ormai fatiscente blasone del baronato di Gibillini dalla nobile ma sperperatrice famiglia Giardina Grimaldi. Il sacerdote era nato a Racalmuto nel 1759 viene così lumeggiato in un elenco di sacerdoti che si custodisce in Matrice. «n.° 334. D. Nicolò Tulumello - Colleg., Vicario Foraneo e Direttore del Collegio di Maria e Fondatore del medesimo, pochi mesi prima di morire si ritirò nell’Oratorio dei Filippini in Girgenti dove morì il 5 Marzo 1814, anni 65, e per ordine di Monsignor Granata Vescovo di Girgenti si trasportò il cadavere di Lui nella chiesa di questo Collegio di Maria.» Pochissimi sono i preti ed i religiosi di casa Tulumello: il primo in assoluto è D. Michelangelo Tulumello, nato nel 1702 e morto il 13 gennaio 1768. La fortuna dei Tulumello, o meglio del ceppo nobiliare, è coeva con il predetto sacerdote. Subentra don Nicolò Tulumello che di fortuna ne fece anche troppa. E’ pressoche suo coetaneo don Giuseppe Tulumello, nato nel 1765 e morto il 21 aprile del 1804. “Economo e fidecommisso della chiesa del Monte”, ce lo indica il solito registro della Matrice. Chiude la piccola schiera don Ignazio Tulumello, nato a Racalmuto nel 1826 e morto il 13 maggio 1897. “Don Ignazio Tulumello fu Luigi, collegiale del collegio dei SS. Agostino e Tommaso, confessore ordinario di questo Collegio di Maria, Arciprete di Castrofilippo”, sendo il noto registro della Matrice. Don Nicolò Tulumello diventa facoltosissimo - per quali vie non è dato sapere - e compra il titolo nobiliare di Gibillini. Siamo nel 1796, il giorno 22 di luglio: i trambusti della rivoluzione francese, le mattane antifeudale del vicerè Caracciolo (1781-1786), la prammatica sanzione del 1788 dissolvitrice delle antiche leggi feudali del XIII secolo Volentes e Si aliquem, l’invasione del regno di Napoli da parte delle truppe napoleoniche del 1798 e la fuga in Sicilia di ferdinando di Borbone sulla nave ammiraglio di Nelson, dovevano mettere sull’avviso chi avesse voglia ancora di feudi. Ma il prete Tulumello non se ne preoccupò più di tanto. Con il suo fiuto eccezionale per gli affari, si accaparrò quelle 57 salme con la’ggiunta di 11 tumoli e 2 mondelli di terre nelle ubertose fiancate a sud del Castelluccio. Di più, non trascurò di acquisire anche quel fardello blasonato e di censi impalpabili. Ma lo fa con scaltrezza: egli è prete ed a termine di legge non può divenire feudatario. Allora pensa a mettere in contratto la solita furba clausola “pro persona nominanda”. Come da copione, scoppiano liti per diritti successori tra i nobili alienanti; di mezzo c’è Diego Giardina naselli; alla fine a spuntarla è comunque l’astuto, piccolo prete di Racalmuto. Ma ecco il colpo di scena: non è il prete a dichiararsi padrone del feudo ma la “persona da nominare” è il piccolo Giuseppe Saverio Tulumello, figlio di don Vincenzo e di donna Rosa Alfano. Portava quel nome Saverio - estraneo alla platea onomastica dei Tulumello - sol perché il Vescovo di Girgenti Saverio Granata - amico del prete don Nicolò - lo aveva voluto battezzare di persona nella cappella che ancor oggi può ammirarsi nelle case di Pietro Tulumello. Per piaggeria, il secondo nome è quello vescovo girgentano. Perché don Nicolò, fra tanti nipoti, fratelli e parenti, ebbe a scegliere proprio Giuseppe Saverio, non è dato sapere. Ad essere malevoli, chissà cosa si potrebbe sospettare sino alle soglie del dilemma incestuoso. Quel che troviamo (la malizia agli altri) tra i dati del rivelo del 1808 è tutto qui: TULUMELLO NICOLO' anni 54 REV. DON ROSA MARIA anni 46 COGNATA Il giovane Giuseppe Saverio non lo troviamo censito a Racalmuto. Fuori per studio? Il padre Vincenzo appare già a questa data defunto. Ma lasciamo perdere: i nobili meritano ossequio e discrezione specie da parte di chi i nobili lombi non può in alcun modo vantarli. Giuseppe Saverio ebbe nozze sterili e morì tutto sommato giovane: a soli 61 anni. Anche qui, fra tanti nipote la meglio ce l’ha Luigi Tulumello figlio di Giuseppe e di Maria Angela Messana. Nato il 25 luglio 1850, diverrà il sindaco di Racalmuto e resterà celebre anche per un grave fatto di sangue in cui fu sospettato. Ma andando a ritroso, si è già detto che il capostite del ceppo Tulumello finito agli onori del blasone fu tal Ignazio Tulumello sposato con una non meglio identificata Rosa nel primo ventennio del ‘Settecento. TULUMELLO LUIGI anni 27 DON TULUMELLO MARIA M. anni 22 DONNA TULUMELLO MARIA CONCETTA F. anni 9 TULUMELLO VINCENZO F. DI MESI TRE TULUMELLO IGNAZIO anni 41 DON TULUMELLO ROSALIA M. anni 24 DONNA TULUMELLO GIUSEPPE F. anni 5 TULUMELLO ALOISIO F. anni 3 TULUMELLO GIOVANNI F. MESI SETTE La famiglia Tulumello ha antiche origini racalmutesi, ma non nobili. Il primo ceppo si rintraccia nel censimento del 1593. Ci riferiamo al registro: DELLA NUMERATIONI ET DISCRITTIONI GENERALI FATTA DI SUO ORDINI SU DETTA TERRA IN QUESTO ANNO VI^ IND. 1593 - PRESENTA BUSCELLUS - P/NT IN RACALMUTO XI JULII VI IND. 1593. QUINTERNO DELL'ANIME DELLO QUARTERI DI SANTA MARGARITELLA FACTO PER ORDINI DELLO ILL. NATALICIO BUXELLO DELEGATO DI SUA EX.a Vi appare la vedova Paolina Tulumello con i suoi due figli Fabrizio e Andrea. 60 1 60 TULUMELLO PAULINA CAPO DI CASA DONNA VIDUA; FRABICIO SUO FIGLIO ANNI 24; ANDRIO MIO FIGLIO ANNI 6 Anche nel Seicento i Tulumello sono di casa a Racalmuto. Ci sovvengono le “numerazioni di anime” custodite in Matrice. Nel 1664, i ceppi era i seguenti: TULUMELLO GIUSEPPE C. 2 5 7 TULUMELLO ANNA M. C. TULUMELLO MARIA TULUMELLO GERLANDA TULUMELLO NICOLAU TULUMELLO DOROTEA TULUMELLO URSULA F. TULUMELLO PAOLO C, 5 2 7 TULUMELLO GIOVANNA M. C. TULUMELLO ANDRIA C. TULUMELLO ANTONINO C. TULUMELLO VINCENZO TULUMELLO GIUSEPPE CLERICO TULUMELLO ANTONINO Del chierico Giuseppe Tulumello del 1664 si perdono le tracce: nel registro degli ecclesiastici della Matrice non v’è cenno alcuno. Un altro nucleo risale alla numerazione delle anime del 1660: TULUMELLU LEONARDU C.TO ELISABETTA M. C.TA GIOSEPPE VITA F. Ma i nobili risalgono con certezza ad un tale Ignazio Tulumello di cui si sa essersi sposato con una imprecisata Rosa. Non è nobile Negli sponsali del 1738-1744 l’amanuense della Matrice osa storpiare il riverito cognome in Trumello, alla paesana (Trumeddu), quando deve registrare le pubblicazioni di matrimonio del figlio Giuseppe con Paola Cuva di Canicatti, anche questa segnata senza gli orpelli ed i segni di deferenza, consueti negli atti parrocchiali dei nobili e signorotti locali. Ma Giuseppe Tulumello fa presto ad affermarsi in paese: nel 1785-86 egli figura tra i giurati dell’Università di Racalmuto, insieme agli ottimati Lo Brutto, Scibetta, e Gambuto. Il sindaco è Antonino Grillo. Il collettore risulta don Giuseppe Amella. Ma è nel 1791-1792, forte anche dell’ascesa del sacerdote don Nicolò Tulumello, che l’umile figlio dei Tulumello fa il grande salto nella scala dei valori sociali del luogo: ora il tesoriere comunale è lui. A lui la borsa. L’apice del Comune può restare agli altisonanti “magnifico rationale Impellizzieri Santo”, al “magnifico Baldassare Grillo”, al “magnifico Salvatore Lo Brutto”, a “Francesco Amella”, a “Paolo Baeri e Belmonte” - che sono sindaco e giurati -, ma è lui che tiene i cordoni della borsa e così, improssivamente, i fogli ufficiali della Curia panormitana lo designano con il nobilitante appellativo di “don”. Finalmente! Ancora non barone come il nipote Giuseppe Saverio, ma il primo tassello c’è tutto. L’apice della gloria è rinviato a dopo l’Unità, per merito dell’erudito - e collerico - barone Luigi Tulumello, il figlio della plebea Maria Angela Messana, che non punto ritegno e si umilia dinanzi agli arroganti Matrona, quando in gioco c’è un vago pericolo per lo “sparlettiero” e scervellato figlio-barone. Poi la miseranda fine, specie a danno di Arcangelo Tulumello, per debiti, per sottrazioni indebite. Dice lo Spucches che i Tulumello, al tempo della riforma sabauda dei titoli nobiliari, fatta ai primi di questo secolo, non ebbero neppure le poche lire per rivendicare il loro non vetusto - ma pur sempre legittimo - blasone. Oggi, gli eredi sono dignitosissimi. Apprezzati. Stimati. Ma ciò ad onta della svanita nobiltà dei loro avi. Tutto per merito loro. Del resto, tanti Tulumello sono Matrona per parte materna: quella che nell’Ottocento sarebbe suonata eresia, oggi è motivo di giustificatissimo vanto.