sabato 13 ottobre 2018


La genesi del feudo di Racalmuto

 

Ripuliti gli esordi feudali dai vari Malconvenant, Abrignano, Barresi e Brancaleone Doria, resta la vicenda di quel Federico Musca che risulta primo proprietario del casale di Racalmuto attorno al 1250. Era costui un immigrato che per abilità propria o per successione poteva disporre di tre centri nell’Agrigentino: Rachalgididi, Rachalchamut e Sabuchetti. Ci riferiamo all’indiscutibile diploma che custodivasi negli archivi angioini di Napoli  e precisamte a quello che reca il n.° 209 il cui sunto recita in latino:

Executoria concessionis facte Petro Nigrello de BELLOMONTE mil., quorundam casalium in pertinentiis  Agrigenti, vid. Rachalgididi, RACHALCHAMUT et Sabuchetti, que casalia olim fuerunt Frederici MUSCA proditoris, et casalis Brissane, R. Curie dovoluti per obitum sine liberis qd. Iordani de Cava, nec non domus ubi dictus Fridericus incolebat.                                                  

 

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Era dunque un’esecutoria della concessione che veniva fatta da Carlo d’Angiò a Pietro Negrello di Belmonte, milite, di tre casali siti nelle pertinenze di Agrigento, e cioè Rachalgididi, Sabuchetti ed il nostro Racalmuto, chiamato - non si sa per errore di trascrizione o per più precisa denominazione - RACHALCHAMUT. Quei tre casali erano appartenuti (olim) a Federico Musca che Carlo d’Angiò considera un traditore. Quanto al passo successivo che investe la storia di Brissana, a noi qui nulla importa.

Federico Musca viene privato del feudo nel 1271: ribadiamo, è questa la data di nascita della storia racalmutese, almeno fino a quando non si trovano altre fonti scritte o archeologiche. Per quel che abbiamo detto prima, gli esordi racalmutesi medievali possono retrocedersi di una ventina d’anni, ma non di più.

Un Federico Mosca, conte di Modica, è noto: a lui accenna Saba Malaspina colui che l’Amari considera “diligentissimo cronista”  per non parlare del Montaner, del D’Esclot, di Nicola Speciale, di Bartolomeo di Neocastro, del Sanudo.

La vicenda viene dal Peri  così sintetizzata ed interpretata:

«Federico Mosca conte di Modica acquistava benemerenze in guerra. Nel novembre del 1282 passò in Calabria e conseguì buoni successi con una comitiva di 500 almogaveri (le truppe a piedi che nel corso della guerra del Vespro prospettarono la validità dei reimpiego della fanteria, che sarebbe salita a clamore europeo a non lunga distanza di tempo sui fronti di Fiandra).»

E successivamente (pag. 46):

«Se la reazione immediata di Carlo d’Angiò fu più minacciosa che vigorosa, se la cavalcata di re Pietro, nel settembre del 1282, da Trapani a Palermo, a Messina, a Catania, fu più prudente che difficile, il conflitto poi si spostò prontamente fuori Sicilia. Nel novembre, il conte di Modica Federico Mosca portava la guerra in Calabria.»

Annota, peraltro, l’Amari: «Il Neocastro, cap. 56, accenna anch’egli ad una fazione degli almugaveri, diversa da quella di Catona. Dice mandatine 500 presso Reggio e 5.000 alla Catona. Aggiunge poi che Pietro il dì 11 novembre mandò il conte Federigo Mosca a regger la terra di Scalea, che si era data a lui. ...»

Se Federico Mosca, conte di Modica, è, dunque, lo stesso di quello del diploma angioino riguardante Racalmuto, sappiamo ora che costui dopo l’esonero del 1271 non tornò più in questo casale. Anche per Illuminato Peri, neppure tornò - almeno stabilmente - a reggere la contea di Modica che (pag. 31). A lui «sembra essere succeduto nel titolo di conte di Modica il genero Manfredi Chiaromonte marito della figlia Isabella», quello che avrebbe edificato il nostro Castelluccio.

Ma a quale ribellione di Federico Mosca si riferisce il citato diploma angioino? Non abbiamo notizie aliunde. Dobbiamo quindi supporre che trattasi degli eventi del 1269. Li abbozziamo qui sulla falsariga del racconto dell’Amari. Le truppe angioine riconquistano il castello di Licata, che era stato assediato dai Ghibellini, nel dicembre del 1268. Nel 1269 si sparse la falsa notizia che il re di Tunisi stesse per sbarcare. Frattanto Fulcone di Puy-Richard, sconfitto a Sciacca nei primi del 1267, comandava a poche città che gli prestavano volontaria ubbidienza. Un frate, Filippo D’Egly dell’ordine degli Spedalieri, venuto in Sicilia da tempo a cambattere per Carlo con la scusa che stessero per sbarcare i Saraceni d’Africa, agiva da capitano di ventura e crudelmente (vedasi Bartolomeo de Neocastro, cap. VIII). Ma ai primi d’aprile del sessantanove re Carlo, ormai sicuro in Continente ove gli mancava solo di conquistare Lucera per fame, combattè di persona i Saraceni e si accinse a riportare all’ubbidienza la Sicilia. Nel volgere di pochi mesi cambiò due volte il vicario dell’isola: prima sostituì Puy-Richard con Guglielmo de Beaumont, poi costui con Guglielmo d’Estendart. Un grosso esercito agli ordini del solo D’Egly, in un primo momento, e poi di questi affiancato dal Estendart, ed indi di quest’ultimo soltanto,  fu mandato per sterminare le forze di Corrado Capece. L’Estendart risultò un feroce capitano che comunque riscuoteva la fiducia del re, che non mancava di colmarlo di ricchezze e di onori. Saba Malaspina lo chiama uomo più crudele della stessa crudeltà, assetato di sangue e giammai sazio (Lib. IV, cap. XVIII). 

L’Estendart condusse nell’isola millesettecento cavalieri con grande numero di arcieri e vi furono associati oltre 800 cavalieri che stanziavano nell’isola, tra siciliani e stranieri. Ricominciò davvero la guerra.

Quel condottiero andò da Messina per Catania all’assedio di Sciacca, ma qui gli piombarono addosso oltre 3000 cavalieri provenienti da Lentini; sopraggiunse Don Federico con cinquecento soldati scelti spagnoli, chiamati Cavalieri della Morte, e gli angioini furono tricidati. L’Estendart e Giovanni de Beaumont, con altri baroni, vi trovarono la morte. Ne seguì un tal terrore che Palermo e Messina trattarono la resa, ma la trattativa non andò in porto. Il racconto - desunto dagli Annali ghibellini di Piacenza - non convince del tutto l’Amari che puntualizza: «Manca la data di questa battaglia; falsa la morte dell’Estendart e fors’anche quella del Beaumont; Sciacca fu assediata di certo dagli Angioini sotto il comando dell’ammiraglio Guglielmo, non Giovanni, de Beaumont, poiché ricaviamo che gli riscosse le taglie pagate da vari comuni invece di mandare uomini a quell’impresa.» Sappiamo altresì dagli annali genovesi che Sciacca fu conquistata dagli Angioini.

Anche Agrigento fu assediata dai francesi, dopo la conquista di Sciacca, che vi avrebbero però subito una sconfitta. I Ghibellini, astretti da varie parti, riuscivano ancora a mantenere il controllo di Agrigento, Lentini, Centorbi, Agusta, Caltanissetta.

Gli eventi evolvono con l’assedio di Agusta. Carlo d’Angiò ordina all’Estendart di portarsi a ridosso della città siciliana per il colpo di grazia. Vi si erano insediati 1000 armati e 200 cavalieri toscani che la difendevano valorosamente. Il re fece costruire apposite galee per quell’impresa e le affidò all’Estendart il 29 settembre 1269. L’ordine era di passare a fil di ferro quanti si trovassero nella città. Essa fu presa per il tradimento di sei prezzolati che di notte aprirono una porta. Guglielmo d’Estendart fu feroce: non rispettò «né valore, né innocenza, né ragione d’uomini alcuna.»

Cessata la guerra di Sicilia, Carlo d’Angiò rimise nell’ufficio di Vicario, il 18 agosto 1270, Fulcone di Puy-Richard «con carico di perseguitare i traditori e confiscare loro i beni», annota l’Amari. 

In tale frangente, ebbe dunque a verificarsi lo spossessamento del feudo di Racalmuto che dal “traditore”  Federico Musca passò al fedele - estraneo e francese - Pietro Negrello de Beaumont, chissà se parente dei tanti Beaumont che abbiamo avuto modo di citare.

Sempre l’Amari ci fa sapere che in quel tempo «agli altri fragelli s’aggiunse la fame. In alcuni luoghi di Sicilia il prezzo del grano salì a cento tarì d’oro la salma e anche oltre; nei più fortunati arrivò a quaranta tarì, che vuol dire nei primi almeno al quintuplo, ne’ secondi al doppio o al triplo del valore ordinario.» Non pensiamo che Racalmuto sia stato coinvolto in quella sciagura: le sue ubertose terre avranno fornito pane sufficiente. Ma il nuovo signore de Beaumont avrà potuto razziare a man bassa per le solite speculazioni granarie. Si pensi che anche la vicina Milena - all’epoca chiamata Milocca - finisce in mani di un omonimo: quel Guglielmo di Bellomonte  di cui abbiamo parlato sopra.

Sfogliando i registri angioini, apprendiamo che il padrone di Racalmuto dal 1271 al 1282, Pietro Negrello di Belmonte, era il conte di Montescaglioso e il Camerario del Regno del 1271.  Non pensiamo che il conte di Montescaglioso sia mai venuto a visitare queste sue lontane terre, site in una terra dal nome strano, Racalmuto. Avrà mandato qualche suo amministratore. Solerte, comunque, nello sfruttare quei contadini di origine araba, usciti da non molto tempo dalla condizione di “villani”, una sorta di schiavitù a mezzo tra la servitù della gleba e la remissiva subordinazione della fede cattolica, vigile nell’inculcare il sacro rispetto del padrone per il noto aforisma “omnis auctoritas a Deo”. Ogni autorità vien da Dio. Ed il lontano Negrello era pur sempre un padrone caro al Signore Iddio. Bisognava ubbidirgli e basta, come al ribelle conte di Modica.




Racalmuto e la mafia

L’eloquio di don Mariano Arena, la sua pentacoli umana – rimasta proverbiale – i contorni persino folclorici delimitano un marchio di origine: Racalmuto, la mafia quale a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 nel paese si raffigurava o la si arzigogolava. Il Giorno della Civetta esordisce, icasticamente, con un brumoso paesaggio racalmutese:  «La piazza era silenziosa nel grigiore dell’alba, sfilacce di nebbia ai campanili della Matrice», è codesta descrizione familiare del paese natio, uno squarcio d’autunno quale dalla finestra appannata dello zio acquisito Sciascia chissà quante volte vide. Tra lo spiazzo della Matrice e lu Chianucastieddu, appunto. E nel romanzo echeggiano i luoghi comuni del Circolo Unione: «Noi due siciliani, alla mafia non ci crediamo  [voi]… non siete siciliano e i pregiudizi sono duri a morire. Col tempo vi convincerete che è tutta una montatura. » Mafia uguale pregiudizio, mafia uguale montatura. Si può anche indulgere alla macchietta. «C’era anche, nel fascicolo, un rapporto relativo a un comizio dell’onorevole Livigni: che circondato dal fiore della mafia locale, alla sua destra il decano don Calogero Guicciardo, alla sua sinistra il Marchica, era apparso al balcone centrale di casa Alvarez; e ad un cero punto del suo discorso aveva testualmente detto “mi si accusa di tenere rapporti coi mafiosi, e quindi con la mafia: ma io vi dico che non sono finora riuscito a capire che cosa è la mafia, e se esiste; e posso in perfetta coscienza di cattolico e di cittadino giurarvi che in vita mia non ho mai conosciuto un mafioso” al che dalla parte di via La Lumia, al limite della piazza, dove di solito i comunisti si addensavano quando i loro avversari tenevano comizio, venne chiarissima la domanda “e questi che stanno con lei che sono, seminaristi?” e una risata serpeggiò tra la folla mentre l’onorevole, come non avesse sentito la domanda, si lanciava a esporre un suo programma per il risanamento dell’agricoltura.» E tanto non è forse la prosecuzione delle Parrocchie di Regalpetra, come dire Racalmuto?
Don Mariano Arena è una silloge di personaggi racalmutesi, specie quelli del primo Novecento (e i figli di costoro non son oggi in gran dispitto presso il gotha anche culturale del paese). Don Mariano è personaggio negativo, fustigato dal moralismo di Sciascia, ma a partire dal Montanelli (ammirato dal Nostro ed anche ricambiato) si è propensi a vedere un fiotto di simpatia da parte del romanziere per il suo personaggio. Giganteggia, se non fosse quello che è sarebbe stimabile. Il suo linguaggio talora è scurrile, ma solo se parla con il picciouttu, feroce e traditore (noi a Racalmuto ne conosciamo tanti): «”Il popolo, la democrazia” disse il vecchio rassettandosi a sedere, un po’ ansante per la dimostrazione che aveva dato del suo saper camminare sulle corna della gente “sono belle invenzioni: cose inventate a tavolino, da gente che sa mettere una parola in culo all’altra e tutte le parole nel culo dell’umanità, con rispetto parlando … Dico con rispetto parlando per l’umanità … Un bosco di corna, l’umanità, più fitto del bosco della Ficuzza quando era bosco davvero. E sai chi se la spassa a passeggiare sulle corna? Primo, tienilo bene a mente: i preti, secondo i politici, e tanto più dicono di essere col popolo, di volere il bene del popolo, tanto più gli calpestano i piedi sulle corna; terzo: quelli come me e come te … E’ vero che c’è il rischio di mettere il piede in fallo e di restare infilzati, tanto per me quanto per i preti e per i politici: ma anche se mi squarcia dentro, un corno è sempre un corno: e chi lo porta in testa è un cornuto … » .
Quando lasciai Racalmuto, il mio paese, il 31 gennaio 1960 linguaggi del genere in bocca a rispettabilissimi e rispettati galantuomini erano ricorrenti. Invero, sfrondata la parte mafiosa, quel linguaggio qualunquista spesso lo riodo ed addirittura in circoli bene (di paese s’intende) quando ritorno al dolce suolo natio.

Ma don Mariano, se deve incontrare il capitano, l’intellettuale e l’uomo del Nord – anche se sbirro – reclama il barbiere, un carabiniere gli dà “una passata di rasoio” che è un vero refrigerio; ha voglia ed estro di passarsi “la mano sulla faccia godendo di non trovare la barba che, aspra come carta vetrata, gli aveva dato negli ultimi due giorni più fastidio di quanto gliene dessero i pensieri”. Quando il capitano gli dice “si accomodi” don Mariano si siede “guardandolo fermamente attraverso le palpebre grevi: uno sguardo inespressivo che subito si spegne in un movimento della testa, come se le pupille fossero andate in su, e in dentro, per uno scatto meccanico.» L’inquisizione del capitano sui suoi rapporti mafiosi non lo sconvolge, può ironizzare, catoneggiare ed infine motteggiare, salomonicamente, da “filosofo” avrebbe detto il “picciuottu” Diego Marchica.  («Diventa filosofo, a volte, pensava il giovane: ritenendo la filosofia una specie di giuoco di specchi in cui la lunga memoria e il breve futuro si rimandassero crepuscolare luce di pensieri e distorte incerte immagini della realtà», e a noi pare sofisma incongruo in un giovane killer della mafia). Ed ecco la pentacoli umana di don Mariano, la iattante ripartizione «L’umanità … la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezzi uomini, gli uominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà» Manca per il gergo mafioso racalmutese la categoria, tra gli invertiti e gli insignificanti, degli scassapagliara.
Dobbiamo aggiungere la coda di don Mariano?: «Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo.» Certo al tempo in cui Sciascia scriveva Il giorno della civetta non erano cadute scorte e magistrati e quelle sublimazioni di genti mafiose erano venialità perdonabili. Oggi non più.
E nel Fuoco all’anima  il discorso diventa grifagno, acido, senza indulgenza, lontano da ogni epos e da ogni  pietas. Ma non è più il romanziere che parla, ora è un morente intervistato (da uno intelligente, uno della sua razza); peccato che il libro sia stato censurato.

Se crediamo a Michele Porzio, ad una domanda del padre sulla disciplina mafiosa , Sciascia avrebbe risposto: «non esiste più. Il mafioso ha una vita insicura perché è in lotta con i rivali che lo vogliono sovrastare». Lo Scrittore ha ora sotto gli occhi quello che proprio a Racalmuto l’evolversi delle cosche ha prodotto: sangue, morte, faide, conflitti a fuoco come in certi film western americani. E muoiono persino estranei ed innocenti negretti la cui unica colpa è quella di starsene in  Piazza Castello, tentando di vendere qualche cianfrusaglia ai racalmutesi. Le traiettorie incontrollabili delle sofisticate pistole dei mafiosi della nuova generazione  - li chiamano stiddara – sibilano tra codesti modesti mercanti ed apportano morte. La mafia è ora crudeltà, è presente ovunque, non ha più alcun codice di onore; i figli naturali eseguono condanne a morte verso i loro genitori illegittimi, che pur li adorano; anche codesti padri sono mafiosi, addirittura capi-mafia; finiscono stecchiti nelle loro campagne sotto il fuoco di lupare per commissione di altri sedicenti capi-mafia concorrenti. Don Mariano è davvero patetica invenzione letteraria: non esiste più; non è neppure pensabile. I suoi sofismi nessun Diego Marchica li ascolterebbe più; i suoi filosofemi ridevoli affabulazioni di vecchi senza ascolto.
«Ma tra questi capi-cosca in lotta non potrà avvenire mai una pacificazione?» chiede Domenico Porzio, e Sciascia – pensiamo annoiato e ripiccato, con la flebile voce di un malato terminale – rintuzza: «Non avviene perché, contrariamente a quanto ritiene il giudice Falcone, non è una organizzazione centralizzata. Sono diverse cupole, insomma che si fronteggiano. E’ difficile che trovino un accordo tra loro. La cupola delle cupole non esiste.» Ma a Racalmuto non c’erano né cupole né organizzazione e neppure quindi cupole di cupole. Eppure a Canicattì qualcuno ancora soprintendeva. Intuì chi in certe segrete e ribelli conventicole era stato il mandante dell’esecuzione di un capomafia tradizionale. Ne sancì la morte. E la morte venne spietata, disumana, senza precauzione atta a salvare la vita di innocenti, di donne di bambini, che un don Mariano non avrebbe giammai consentito. Ma don Mariano era personaggio letterario; il vecchio col bastone, sporco fetido per i denti putrefatti, che attorno al feretro in casa del morto ammazzato racalmutese, uomo d’onore di antica schiatta, tutti scrutò e subito comprese chi, pur presente ora in veste di amico inconsolabile, aveva deciso lo strappo micidiale, quel vecchio era invece vivo e reale, nel suo criminale e tragico strapotere. Erano gli affari della droga che ormai comportavano mari di valute pregiate e la vecchia organizzazione era palesemente impari: i giovani se ne fregavano dei limiti, dei canoni, delle regole dei vecchi: ammazzavano (anche i loro padri illegittimi) se occorreva, se erano di impaccio; bastava che il capobastone del nuovo flusso affaristico l’avesse ordinato. Ed i politici, fiutando voti, promettevano assoluzioni (e magistrati d’alto rango che si reputavano sapienti vanificavano condanne appena discrepanti da sottigliezze pandettistiche, s’intende se annusavano accessi ad incarichi vieppiù prestigiosi e vantaggiosi). A noi pare che al morente Sciascia questo nuovo scenario (in cui anche Racalmuto era andata ad immergersi) sfuggisse e la sua ‘intelligenza’ vedesse annebbiatamente, anche per gli infortuni in cui i nuovi amici o i vecchi compagni di scuola elementare l’avevano coinvolto.

Se ci si domanda com’era la mafia a Racalmuto nei primi anni ’60, è certo che bisogna ricorrere a Sciascia e soprattutto al suo Il giorno della civetta. Quel libro un grande merito lo ebbe: costringere la intellighenzia di sinistra – dal cinema al teatro, dal parlamento alle iniziative governative – ad interessarsi del fenomeno mafioso siciliano per contrastarlo, reprimerlo o almeno indagarlo. La visione sciasciana – diciamola tutta – non è che poi fosse denuncia impegnata; mancava la lezione della prassi, difettava la conoscenza diretta; in una parola era atteggiamento alquanto libresco, se non addirittura giornalistico. A Racalmuto, a quel tempo, la mafia era in quiescenza. Un omicidio efferato aveva coinvolto i padrini locali in un’accusa di favoreggiamento, invero molto indiretto. Subirono umiliante carcerazione. Si eclissarono e sopravvisse solo una delinquenza minore, ladresca, con qualche punta di piccola estorsione nei confronti di pavidi commercianti. Del resto, la politica monetaria di Einaudi e Menichella, il rastrellamento delle am-lire, avevano gettato il piccolo paese nella miseria. Mio padre si lamentava, a ragione pur non sapendo nulla della magia della moneta, “figliu miu semmu consumati: grana nun nni camminanu”. C’era poco da taglieggiare. Non c’erano lavori pubblici; non c’erano imprenditori edili; non c’erano ricchi commercianti e non c’erano possibilità affaristiche. Che mafia poteva mai spuntare? Ed infatti non c’era. Solo qualche rito residuo; magari atteggiamenti più boriosi che criminali. Per il resto, qualche guerricciola tra poveri. L’enfasi sciasciana, non so quale plaga siciliana riguardasse, quale economia di mercato insulare, quale misterioso organizzarsi a scopo di rapina. L’abigeato che un tempo aveva alimentato loschi affari con compiacenze – e cointeressenze – degli ottimati locali era divenuto impraticabile per mancanza della materia prima, il bestiame più o meno allo stato brado, e il mercato presso fiere affollate. I contadini avevano lasciato la terra incolta dei padroni ed erano emigrati. I solfatari guadagnavano benino e quelli, sì, qualche soperchieria la subivano dai capimastri di Gibillini. Ma poteva chiamarsi mafia?

Piluccando da “il giorno della civetta” abbiamo: «Ammettiamo che in questa zona [ed aggiungiamo subito, non poteva essere Racalmuto; poteva essere qualche plaga lontana, mettiamo Palermo. Ma allora Sciascia quale conoscenza approfondita poteva averne?] in questa provincia, operino dieci ditte appaltatrici [a Racalmuto non ce n’era nessuna!]: ogni ditta ha le sue macchine [in paese c’era sì e no lo sgangherato autobus dell’esordio del romanzo],i suoi materiali, nafta, catrame, armature, ci vuole poco a farli sparire o a bruciarli sul posto. Vero è che vicino al materiale e alle macchine spesso c’è la baracchetta con uno o due operai che vi dormono: ma gli operai, per l’appunto, dormono; e c’è gente invece, voi mi capite, che non dorme mai. Non è naturale rivolgersi a questa gente che non dorme per avere protezione? Tanto più che la protezione vi è stata subito offerta; e se avete commesso l’imprudenza di rifiutarla, qualche fatto è accaduto che vi ha persuaso ad accettarla Si capisce che ci sono i testardi: quelli che dicono no, che non la vogliono, e nemmeno con il coltello alla gola si rassegnerebbero ad accettarla.»
Il preambolo del Bellodi sfocia in una definizione esemplare, come dire esemplificativa, aggirante: «Ci sono dunque dieci ditte: e nove accettano o chiedono protezione. Ma sarebbe una associazione ben misera, voi capite di quale associazione parlo, se dovesse limitarsi solo al compito e al guadagno di quella che voi chiamate guardianìa: la protezione che l’associazione offre è molto più vasta. Ottiene per voi, per le ditte che accettano protezione e regolamentazione, gli appalti a licitazione privata; vi dà informazioni preziose per concorrere a quelli con asta pubblica; vi aiuta al momento del collaudo; vi tiene buoni gli operai … Si capisce che se nove ditte hanno accettato protezione, formando una specie di consorzio, la decima che rifiuta è una pecora nera: non riesce a dare molto fastidio, è vero, ma il fatto stesso che esista è già una sfida e un cattivo esempio. E allora bisogna, con le buone o con le brusche, costringerla ad entrare nel giuoco; o ad uscirne per sempre annientandola…»
Quel Sciascia lì, di sicuro, aveva spirito profetico. Se siamo di ingenua cervice, persino il nome, meglio il cognome, aveva azzeccato: Brusca. Eppure, all’epoca, l’ordito descrittivo trascendeva la prassi, l’effettivo svolgersi degli affari, almeno a Racalmuto. Noi vi abitavamo ed in coscienza avremmo ripetuto le parole dell’on. Livigni, e credeteci odiamo profondamente la mafia. Avendo poi, al ministero delle finanze, dovuto interessarci di consorzi e di aste truccate, di cavalieri catanesi et similia, abbiamo avuto modo di appurare che le cose stavano sulla lunghezza d’onda del giorno della civetta, ed in termini ancora più aggrovigliati, più sofisticati, maggiormente perniciosi, in totale evasione di imposte, in concertazioni oltremodo mafiose. E pare che un morto ci sia scappato, nientemeno quello del generale della Chiesa. Lo Stato s’industriò con leggi, provvedimenti, fallimenti, chiusure di banche, intercettazioni, prove appena fruibili, schedari anti mafia, leggi anti trust, discipline degli appalti, divieti dei subappalti ed altro, a correre ai ripari. Non credo che oggi siano possibili gli intrecci mafiosi come quelli descritti da Sciascia. Sennonché la mafia c’è e come; non come prima, peggio di prima. Genesi e cause sono dunque altre; devastanti, incoercibili, laidamente infestanti.

Per Sciascia il fenomeno della mafia è inestirpabile. Se  Domenico Porzio in Fuoco all’Anima gli chiede: Ma non vi riuscì il prefetto Mori?, la risposta è secca: non ci è riuscito. Ha messo in atto delle repressioni notevoli, ma non ci è riuscito. E quindi durante il fascismo la mafia continuò ad esistere ma con limitato potere. E ciò per merito di quel prefetto. Se Porzio domanda: Ma non è strano che il prefetto Mori non sia stato assassinato? La risposta è: Allora c’erano delle regole. Il carabiniere faceva il carabiniere, il giudice il giudice, il mafioso il mafioso. Sembra che lo scrittore qui abbia dei ripensamenti rispetto alla celebre pagina del Bellodi nel Giorno della Civetta. Questa la cantilena delle botte e risposte tra Porzio e Sciascia:
Porzio: Infatti quando c’era don Calogero Vizzini, il capo di una delle cosche, quello sì restò in vita a lungo.
Sciascia: Allora la mafia era la mafia.
Porzio: Era una mafia per bene?
Sciascia: Per bene no, non lo è mai stata.
Porzio: Ma di che cosa viveva allora il mafioso? Faceva pagare le tangenti ai contadini e ai commercianti?
Sciascia: Sì, imponeva le tangenti sull’agricoltura.
Porzio: Ma i ricavati delle tangenti li versava anche ai poveri?
Sciascia: No, no, no.


Sulla mafia durante il fascismo Sciascia aveva già dissertato e con il solito suo acume e con il solito suo disincanto. Vi sono spunti che attengono anche alla vita di Racalmuto. Un tempo abbiamo avuto modo di dissertare sopra quella dissertazione. Dicevamo.

mercoledì 10 ottobre 2018

Vella Vincenzo, è personaggio di risalto durante i Fasci siciliani, è attivo nell’era prefascista e rientra nei ranghi durante il fascismo. Schedato già dalla questura di Girgenti sin dal primo settembre del 1896, ne è “radiato” l’8 aprile 1936 «tenuto conto della buona condotta e delle prove di ravvedimento» ed essendosi «espresso in senso favorevole al Governo nazionale.»
Nel 1893 si era lanciato nell’agone politico a capo del movimento contadino e zolfataio del luogo, con cipiglio e furore. Agì anche fuori di Racalmuto: lo troviamo impigliato nella repressione dei moti rivoluzionari dei Fasci in quel di Milena. Ecco quel che ci racconta Arturo Petix: «Nel pomeriggio del 27 luglio del 1893, a Milocca, in casa del contadino Luigi Schillaci, posta nella robba Valenti (oggi via Gioberti) si riuniva un gruppo di contadini con lo scopo di costituirsi in fascio dei lavoratori. [...] A quella riunione furono presenti l’Avvocato Vincenzo Vella, presidente del fascio dei lavoratori di Racalmuto e l’insegnante Rinaldo Di Napoli, presidente di quello di Grotte (ASCL, Carp. n. 9, Pubbl. Sicur., lettera del 2 agosto 1893).»( 12). Abbiamo sopra fornito alcuni dati del fascicolo sul Vella dell’Archivio Centrale dello Stato. Li integriamo qui trascrivendo quant’altro vi è annotato.


«N.° 16434 - Prefettura di Girgenti, comune di Racalmuto - Vella Vincenzo fu Giuseppe e della Vincenza Tinebra nato in Racalmuto il 17 ottobre 1868, residente a Racalmuto mandamento della Provincia di Girgenti.- Laureato in giurisprudenza - celibe - Socialista rivoluzionario - statura 1,58 - corporatura robusta, capelli castano scuri, viso oblungo, fronte alta, occhi castani, naso giusto, barba alla mefistofele e di colore castana scura, mento tondo, bocca regolare, espressione fisionomica satirica, abigliamento (sic) abituale, veste decente in nero.


«Riscuote nell’opinione pubblica fama di fanatico stravagante. Di carattere volubile. Di educazione limitata, in quanto che si appartiene a famiglia di esercenti miniere. Di corta intelligenza. Di coltura scarsissima. Ha compiuto gli studi nel liceo ed il corso di università in legge. Non possiede titoli accademici. E’ lavoratore fiacco. Ritrae i mezzi di sostentamento dalla poca proprietà lasciata alla famiglia dall’Avv. Tinebra Vincenzo. Frequenta la compagnia dei pochi affiliati al partito socialista di questo  Comune e dei Comuni di Grotte ed Aragona. Mal si comporta nei suoi doveri con la famiglia, di cui dovrebbe essere il sostegno, causa la morte del padre, trascurandola completamente. Non gli sono state affidate cariche amministrative e politiche. E’ iscritto al partito socialista rivoluzionario. Non ha precedentemente appartenuto ad altro partito.


«Ha molta influenza nel partito socialista locale, di cui è il capo e di cui fa il promotore. La sua influenza è circoscritta al luogo dove risiede. E’ stato in corrispondenza epistolare con i componenti il comitato centrale socialista di Palermo, con l’avv. Maniscalco direttore della Giustizia Sociale, coi nominativi Rao Gaetano, Presidente del disciolto fascio dei lavoratori di Canicattì, Di Napoli Rinaldo Presidente del disciolto fascio di Grotte, coll’onorevole Colajanni e col presidente della Federazione Regionale Socialista Lombarda. Non è stato, nè è in relazione epistolare con individui del partito all’Estero. Presentemente è in relazione epistolare col Direttore del periodico ‘La Riscossa’ di Palermo, il presidente del Comitato Regionale della Federazione Socialista Ligure, coi sudetti Di Napoli e Rao, col Direttore del periodico ‘La Lotta di classe’, e dicesi in relazione epistolare con Bosco Garibaldi e l’on. De Felice.


«Non ha dimorato all’estero, nè vi riportò condanne, e non ne fu esplulso. - Ha appertunuto al disciolto fascio dei lavoratori di Racalmuto, con la carica di Presidente. Presentemente non appartiene ad alcuna associazione sovversiva di mutuo soccorso o di altro genere. Durante il 1893 ha collaborato ai periodici sovversivi ‘La Lotta di Classe’ e ‘La Giustizia Sociale’. Di tanto in tanto spedisce corrispondenze alla ‘Riscossa’, ed alla ‘Lotta di Classe’.


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«Riceve i periodici ‘La lotta di classe’ e ‘la Riscossa’ ed opuscoli editi a cura del Comitato Regionale della Federazione socialista Ligure. Fa propaganda fra gli esercenti arti e mestieri, con poco profitto. E’ capace tenere conferenze. Ne ha tenute nel 1893, nel locale di questo disciolto fascio dei lavoratori, e nel domicilio di qualche socialista di qui. - Verso le autorità tiene un contegno sprezzante. Non ha preso parte a manifestazioni del partito cui è ascritto a mezzo della stampa firmando cioè manifesti, programmetti. Ma ha preso parte in occasione della dimostrazione organizzata in questa Stazione ferroviaria il 2 Novembre 1893, al passaggio dell’on. Colajanni, nella quale circostanza il fanatismo dei dimostranti raggiunse il colmo, intervenne la forza pubblica, fu percosso il Deputato di P.S. del tempo, malmenati il Maresciallo ed i militi.


«Nelle elezioni ammimistrative di Racalmuto del 1905 è stato eletto consigliere comunale. »


[Aggiunta in calce la posteriore data: Girgenti 14 gennaio 1908 - il prefetto Mario Rebucci].


«Prefettura di Girgenti - Cenno biografico del 20 ottobre 1913 - Andatura attempata. - Gode nell’opinione pubblica fama di uomo di poco carattere e di nessuna serietà. D’intelligenza ed educazione medie, è mordace ed aggressivo, quando scrive per i giornali, tanto che ha un frasario tutto suo speciale, fatto di volgare turpiloquio, appunto perché nelle lotte sia politiche che amministrative non sa fare a meno di attaccare in modo triviale le persone degli avversari, invece di combattere le idee. E’ laureato in legge, ma la sua cultura non va oltre gli studi fatti e le molte pubblicazioni socialiste lette e ben poco ben assimilate. Di natura fiacca, lavora lo stretto necessario, approfittando di quello che ricava dalla poca proprietà immobiliare a lui lasciata da un suo avo. Tenace nelle lotte, ma non nel carattere, egli varia di continuo e con molta leggerezza di relazioni politiche e di amicizie personali, a seconda della convenienza e dell’opportunità del momento, non si può dire quindi egli abbia in ciò una direttiva sicura, per quanto inclini nella scelta verso gli elementi sovversivi o politicamente esaltati. Si deve a tale sua malleabilità di carattere ed azione se egli sia stato consigliere comunale ed anche assessore supplente. Nella presente lotta politica, egli, transigendo con la sua condotta passata, ha stretto relazione con persone, altra volta attaccate fino all’insulto, per appoggiare la candidatura socialista dell’Avv. Marchesano. Nel biennio 1893-1894 - egli dette pensiero ed azione ai moti convulsionarii dei ‘fasci’ ed ebbe perciò il suo quarto d’ora di influenza e di popolarità, fra gli elementi sovversivi di allora; ma sopravvenuta la repressione egli ritornò quello di prima, anzi fu lì lì per essere inviato a domicilio coatto, a termini dell’art. 3 della legge 19 luglio 1894.  [..] Successivamente egli si occupò dei suoi affari privati per cui fece dimora a Delia ed a Casteltermini. Nel presente fa qualche pubblicazione sui giornali della provincia a carattere sovversivo; fa come può, ma con scarso profitto, propaganda fra gli operai ed è presidente della lega di miglioramento tra gli zolfatai di Racalmuto.


«E’ capace di parlare al pubblico, ma non di tenere conferenze vere e proprie, ciò quindi ha fatto sempre che se ne sia presentata l’occasione; in lui però più che la facilità di parola è comune il turpiloquio, che, in fondo, tradisce la sua origine volgare. Però nel passato tenne verso l’autorità un contegno altero e sprezzante; ora però si mostra remissivo e rispettoso. Ma ha preso parte a vere e proprie pubbliche manifestazioni di carattere del partito. Nel 1893 intervenne in manifestazioni più o meno violente e, successivamente, in un pubblico spettacolo si lasciò andare a qualche atto inconsulto. Mai fu sottoposto alla pregiudiziale ammonizione e fu solo proposto, ma non assegnato, a domicilio coatto. Non ha subito condanne, ma ha i seguenti precedenti penali. Il 1° settembre 1893 fu arrestato in Milocca per istigazione a delinquere; a 7 maggio 1894 fu assolto dal Tribunale di Girgenti dall’imputazione di violenza e resistenza ad agenti della forza pubblica; a 19 maggio 1894 la camera di consiglio di Girgenti disse non luogo per l’imputazione di tentativo di fare insorgere gli abitanti del regno contro i poteri dello stato. Nello assieme il Vella, per quanto sempre relativamente temibile, non è più il sovversivo di una volta e non è più da ritenersi un socialista veramente combattivo, perché, in fondo, non riesce a farsi pigliare sul serio da alcuno. L’età, il male cronico di cui è affetto e qualche debito hanno fiaccato e piegato il suo carattere, naturalmente a ciò disposto, ed oggi si aggioga al carro di taluni conservatori, liberali d’occasione, con la stessa facilità con la quale si metterebbe loro contro, se gli tornasse opportuno, data anche la sua venalità.»


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«Relazione Prefettura: Dall’elenco allegato al n.° 16085 del 3.7.1911 risulta pericoloso. - Girgenti 1912: N.° 1128 del 23.4.1912 - E’ stato rieletto Consigliere Comunale di Racalmuto e poscia nominato assessore. Non tiene più contegno sprezzante con le autorità e si è mostrato favorevole al Governo per la guerra in Libia - Professa sempre idee socialiste e viene pertanto vigilato.»


 


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«Prefettura: 27 11.1925 - Professa tuttora principi socialisti e non tralascia occasione per fare propaganda antifascista. E’ attentamente sorvegliato. - Prefettura: 21.1.1929. - In data 2.12.1926 venne diffidato ai sensi dell’art. 166 legge P.S. In atto serba regolare condotta morale e politica mantenendosi estraneo ad ogni manifestazione contraria all’attuale Regime. Prefettura: 3.7.1931 - .. socialista rivoluzionario. Continua a tenere buona condotta politica, dedicandosi esclusivamente alla sua professione di avvocato. I suoi atteggiamenti nei riguardi del Regime sono favorevoli e mostra in apparenza di essersi ravveduto. Però non si ritiene opportuno, almeno per ora, di proporlo per la radiazione dallo schedario dei sovversivi, e si continua a esercitare su di lui assidua vigilanza. - Prefettura: 21.2.1933 - Risiede a Racalmuto, dove esercita la professione di procuratore legale presso quella pretura. Non spiega alcuna attività politica e tiene atteggiamento favorevole al Regime. Viene sempre sorvegliato non avendo dato prove sicure di ravvedimento. - Prefettura: 22.12.1934 - Non ha dato luogo a rilievi in linea politica, e nei riguardi del Regime si mostra apparentemente favorevole. Viene vigilato. - Prefettura: 25.9.1935 - Durante il terzo trimestre del corrente anno non ha dato luogo a rilievi con la sua condotta politica. Viene vigilato.» (13)


 
L'ANPI di Palermo non ha dubbi: il vice commissario di PS di Mussomeli, trasferito notte tempo il 9 ottobre 1919 a Riesi a sedarvi una rivolta solo apparentemente contadina, in efffeti eversiva, è un fascista della prima ora.
In quel frangente là di fascismo in Sicilia neppure l'ombra. Un minimo di conoscenza storica ci rassicura. Cessato il governo Vittorio Emanuele Orlando, subentrato Nitti, c'è invece arria di vago socialismo magari ufficiale, magari moderato,
E guarda caso il trentaquattrenne dottore Ettore Giuseppe Tancredi Messana era di Racalmuto e prima di entrare in polizia vi faceva l'avvocato con propensioni nientemeno socialiste.
Un testo storico ce ne dà notizia. Eugenio Napoleone Messana nel suo facondo RACALMUTO NELLA STORIA DI SICILIA, Canicattì giugno 1969, a pag, 357 ci racconta: "Fra gli intellettuali del paese che in questo periodo si affermarono meritano particolare attenzione l'avv. Giuseppe Scimè, l'avv. Salvatore Petrone, l'avv. Ettore Messana. I primi due intrapresero la carriera della magistratura e raggiunsero i posti più alti, sostituto procuratore generale e consigliere di cassazione lo Scimè, consigliere di cassazione il Petrone, il Messana scelse la pubblica sicurezza, fece tutta la carriera, partendo come si suol dire, dalla gavetta e giungendo, dopo avere subito remore dal fascismo, in quanto ex socialista, alla carica di questore, ispettore di polizia per la Sicilia, ispettore generale della Repubblica."
Famiglia Vassallo

L’agone elettorale agrigentino aveva visto come protagonisti i seguenti deputati:




Elezioni del 16 novembre 1919







:



Partito liberale democratico:




Abisso Angelo (voti di lista 23.516) voti personali 8.825 + 65;


Guarino Giovanni ( " " " " ) " " 14.267 + 62;


Pancamo Antonino ( " " " " ) " " 6.109 + 153.


(Non eletti: Brucculeri Giuseppe, La Lumia Ignazio e Scaduto Francesco)



Partito Popolare Italiano




Fronda Eugenio (voti di lista 12.206) voti personali 5.115 + 72.


(Non eletti: Arone Pietro, Micciché Giovanni, Montalbano Domenico, Messina Giuseppe, Parlapiano Vella Antonino)






Partito Democratico








La Loggia Enrico (voti di lista 19.383) voti personali 5.925 + 0;


Vecchio Verderame Gaetano Arturo.


(Non eletti: Vaccaro Michelangelo, Caramazza Ignazio, Picone Gaspare Ambrogio).






Partito Socialista Ufficiale




Voti 6.813: nessun eletto.


(Non eletti: Arancio Antonino, Cammarata Giuseppe, Friscia Michele, Giuliana Francesco, Sessa Cesare (voti n.° 2.554), Vernocchi Olindo).







elezioni del 25 maggio 1921





Partito Democratico Liberale



Verderame Gaetano arturo (voti 12.402)



Alleanza Democratica Sociale




Pasqualino Vassallo Rosario (voti 112.623)


Colajanni Napoleone


Lo Piano Agostino


Abisso Angelo (voti 95.146)


Camerata Salvatore


Guarino Amella Giovanni (voti 93.247)


Sorge Francesco.


(Non eletti Pancamo Antonino e Adonnino G. Battista).



Partito Democratico Riformista




La Loggia Enrico (voti 31.114)


(Non eletto: Ambrosini Gaspare con voti 22.032)



Partito Comunista Italiano




Voti di lista 8.071. Non eletto Sessa Cesare con voti 4.367.



Partito Popolare Italiano




Vassallo Ernesto (voti 46.922)


Cascino Calogero


Aldisio Salvatore.



Partito Socialista Ufficiale




Costa Mariano


Cigna Salvatore Domenico.


Le elezioni del 6 aprile del 1924 si svolsero - come noto - con un listone nazionale cui andava il premio di maggioranza in base alla legge Acerbo. Per la Sicilia, tale premio si risolse invece in un danno, facendo perdere alla lista nazionale d’ispirazione fascista due deputati. Annota il Renda (): «Il risultato elettorale, nella sua essenza, fu il risultato di un ampio e indiscutibile consenso politico. Il previsto premio di maggioranza si risolse in danno anziché in vantaggio del listone. In base ai voti ottenuti, infatti, i deputati eletti avrebbero dovuto essere 40, cioè due in più dei 2/3 (38) consentiti dalla legge. Non era dunque retorico parlare di trionfo.»




Elezioni del 16 aprile 1924




Venivano eletti nel



Partito della Democrazia Sociale




Colonna di Cesaro’ Giovanni (voti 25.307);


Guarino Amella Giovanni (voti 9.455);


Lo Monte Giovanni (voti 12.537);


Fulci Luigi (voti 7.779);


Restivo Empedocle.


(Non veniva eletto Giulio Bonfiglio: voti 5.715).



Partito dell’Opposizione Democratica




La Loggia Enrico (voti 5.259).



Partito Comunista




Lo Sardo Francesco (voti 5.057).



Partito Socialista Massimalista




Vella Arturo (voti 2.581)






Il listone nazionale ebbe, come si è detto, il pieno: i deputati che in qualche modo avessero attinenza con Agrigento furono:



Lista Nazionale (n.° 21)




Cucco Alfredo (voti 52.973)


Abisso Angelo (voti 32.184)



Pasqualino Vassallo Rosario (voti 22.348)




Vassallo Ernesto (voti 21.017)



Palmisano Paolo (voti 18.408)


Riolo Salvatore (voti 21.017)


Gangitano Luigi (voti 5.718).


In quella tornata elettorale i trombati di lusso della provincia di Agrigento furono: Giulio BONFIGLIO (voti 5.715) della Democrazia Sociale del duca di Cesarò e Cesare Sessa (voti 3.004 del Partito Comunista). Riesce a farsi, invece eleggere, sia pure con pochi voti, il Gangitano, una figura di ex conbattente e quindi di fascista di vecchia data (lo troviamo attivo a Racalmuto nel lontano 1919).


Alterius clusae cum terris scapulis cum vineis, arboribus et alijs exstentis in dicto pheudo Racalmuti et in contrata nominata di Bovo seu Montagna confinantis ex una parte cum vineis et terris ditti de Signorino, cum clusa noatarij Francisci de Puma et cum clusa don Antonini Bartholotta, nec non cuiusdam vineae cum terris scapulis exstentis in dicto pheudo Racalmuti et in contrata nominata della Fontana della Fico confinantis cum vineis quondam Antonini Vassallo, cum vineis Isidori Lauricella Erarij et cum vineis Pauli Bucculeri alias Gialì, indebité possessarum per dictum Sacerdotem don Petrum Casucci.

 


Notai
: Alaimo Michelangelo - Gaglio Ferdinando - Vassallo Giuseppe Antonio.
 

Noi restiamo convinti che quella tremenda missiva sia stata concepita dal gesuita ed il fatto che si sia nascosto dietro le brume della firma ambigua non depone a favore del primo dei due gesuiti di casa Nalbone. Quella lettera ci torna comunque a fagiolo perché ci dà una testimonianza preziosissima sugli sviluppi del circolo unione. Siamo nel 1875; infuria lo scontro tra il clan del giovane barone Luigi Tulumello e quello, saldissimo, dei Matrona. I Matrona sono davvero arroganti, sperperatori del pubblico denaro delle casse comunali per faraoniche opere pubbliche, vessatori e tassaioli, mafiosi e massonicamente corazzati. Si beffano di tutti gli avversari: professori e preti, gesuiti e notabili avversari. Sia chiaro: il Nalbone anche allora era espressione di un casato racalmutese potente. Quello che certi denigratori dell’attuali circolo unione vanno dicendo è falso. Con il sacerdote Benedetto Nalbone (1709-1793) un ramo di quella famiglia risalente agli albori anagrafici della nostra Racalmuto del 1554 aveva fatto un salto sociale cospicuo, inarrestabile. Il prete (figlio di Giuseppe - 1671-1736 - e di Anna Maria Vassallo e nipote di tal Benedetto) aveva raggiunto una cospicua posizione economica, consentendo al fratello Giovanni Vito (1710-1755) di sposare una Baeri,


[Archivio Centrale dello Stato - Roma - Ministero Interno - Pubblica Sicurezza (P.S.) - Busta 80 sf. C 1]






Archivio Centrale dello Stato



- Roma - Ministero Interno - Pubblica Sicurezza (P.S.) 1925 - Busta 80 sf. C 1]



Espresso del 30 luglio 1925.



«il 15 andante circa 120 operai della miniera di zolfo Terrana di racalmuto e Grotte si astennero dal lavoro pretendendo l'aumento del salario in seguito dell'avvenuto aumento del prezzo dello zolfo. Alle ore 9,30 dello stesso giorno operai predetti recaronsi quello scalo ferroviario assistere passaggio On. Farinacci, che fermatosi pochi minuti promise suo intervento favore operai stessi. Però giorno 20 successivo tutti zolfatai bacino minerario Racalmuto e Grotte, segno solidarietà e per analogo scopo si astennero pure lavoro. Di seguito laboriose trattative .... fu raggiunto accordo sulla base ... dell'aumento del 10 % sui salari attuali a decorrere dal 1° Agosto p.v. ..»



Testo accordo:



«L'anno 1925 addì 28 luglio nell'Ufficio di P.S. di racalmuto alle ore 12.



«Sono presenti i sigg: Comm. Angelo Nalbone esercente miniera Cozzotondo, Cav. Rosario Falzone esercente miniera Giona G. e P. Galleria, Mattina Salvatore di Gaetano in rappresentanza degli esercenti della miniera Giona-Salinella N.°3-6; il cav. Baldassare Terrana esercente della miniera Dammuso,


il Cav. Vassallo Ernesto esercente miniera Quattrofinaiti Vassallo, il sig. Ricottone Giuseppe fu Giuseppe in rappresentanza per la sua parte della miniera Gubellina ... e dall'altra parte il sig. Lo Sardo Giuseppe fu Nicolònella qualità di presidente del locale Sindacato Fascista Zolfatai, Piazza Salvatore di Salvatore nella qualità di Vice Presidente, il sig. La Mastra Giuseppe di Nicolò nella qualità di Segretario, i sigg. Guastella Vincenzo fu Antonino, Taibi Salvatore fu Giovanni, Mattina Giuseppe di Nicolò, Bartolotta Michelangelo fu Raffaele, Arturo Gioacchino fu Gioacchino nella qualità di consiglieri di detto Sindacato, i quali per non prolungare uno stato di cose nocivo ai reciproci interessi e anche alla Economia Nazionale sono di pieno accordo addivenenti mercè l'opera del locale funzionario di P.S. con l'ausilio dell'Avv. Burruano Salvatore membro del Direttorio Provinciale fascista alle seguenti convenzioni da avere vigore in tutte le forme di legge a datare dal 1° Agosto 1925.



«Gli esercenti tenuto conto presente l'ultimo listino del Consorzio zolfifero siciliano n. 118 ove è segnato un aumento del prezzo di vendita in ragione di L. 5 a quintale, concedono alle maestranze, che accettano, un aumento del 10% sul prezzo base pagato sin oggi.




«Tale aumento unito ai precedenti aumenti dell'8 e del 6 per centosommano un totale del 24% sul prezzo base.







 



«[.......]



«I rappresentanti delle maestranze si impegnano a fare riprendere il lavoro a cominciare da domani 29 andante.»












Archivio Centrale dello Stato



- Roma - Ministero Interno - Pubblica Sicurezza (P.S.) 1932 - Busta 41 sf. C 1]







 



30.6.1932



«29 corrente Racalmuto - Nalbone Luigi proprietario esercente miniera Cozzotondo - per nota crisi industria zolfifera - ha sospeso estrazione minerale lasciando disoccupati 74 operai Racalmuto - Comandante Tenenza Ten. Lo Monaco.»







 



A.S. AGR. 4 - 226 - 1848 1849 (O.C. PAG. 217) "5 APRILE DEL 1848 GIUSEPPE CASTIGLIONE AVANZA RICHIESTA DI PENSIONE PER LA SCHIOPPETTATA DEI VASSALLO"