sabato 20 ottobre 2018

Gaetano Augello a REPUBBLICA DEL SERENISSIMO PARNASO CANICATTINESE
Pillole di storia --- IL "CASO FICARRA" nell'opera di Leonardo Sciascia "Dalle parti degli infedeli". -----------------------------------------------------N... O T A. B E N E. --------------------------------Su richiesta di alcuni amici pubblico su questo sito un mio articolo dell'anno 2009 -----------------------------------------------------La concomitanza di due ricorrenze, i cinquant’anni dalla morte del vescovo Angelo Ficarra (10 luglio 1885 – Canicatti’ – 1° giugno 1959) ed i trenta dalla pubblicazione dell’opera "Dalle parti degli infedeli" di Leonardo Sciascia (ottobre 1979) hanno suscitato nuovo interesse e attenzione critica da parte degli studiosi su un caso che potremmo definire politico-religioso. --------------------------------------------Il 2 agosto 1957, mentre si trovava a Canicatti’ per il consueto periodo di ferie estive, il vescovo di Patti Angelo Ficarra sul "Giornale di Sicilia" di Palermo lesse questa notizia: “Il Santo Padre si è benignamente degnato di accogliere le dimissioni presentate da Sua Eccellenza Reverendissima monsignor Angelo Ficarra da vescovo di Patti e lo ha promosso al contempo alla sede titolare arcivescovile di Leontopoli di Augustamnica” -----------------------------------Oltre che l’interessato, che non era stato preventivamente informato di quanto stava per accadergli, la notizia colpì l’opinione pubblica sia perché allora i vescovi restavano sulla loro cattedra fino alla morte ed i rari casi di “destituzione” erano determinati da gravi motivi, sia perché il provvedimento colpiva un vescovo di profonda cultura e grande spiritualità. ---------------------------Angelo Ficarra soffrì profondamente nel suo intimo per quanto accaduto ma giammai se ne dolse pubblicamente; ad una vecchietta che gli chiese dove fossero andati a finire mitra e pastorale rispose con assoluta serenità, limitandosi ad una considerazione propria di un uomo di grande fede: “Anche da Canicattì si può andare in paradiso”. Parafrasava in tal modo una massima che il suo S. Girolamo aveva rivolto al presbitero S. Paolino: "Et de Hierosolymis et de Britannia aequaliter patet aula coelestis". Canicattì nell’immaginario collettivo nazionale era diventata, a causa del suo nome davvero originale, l’estrema periferia dell’orbe terrestre, un po’ come era considerata la Britannia nel mondo classico. ------------------------------------------------------Dopo la morte del presule la vicenda, come è naturale, sarebbe stata ben presto dimenticata dai più se Leonardo Sciascia, dopo aver ricevuto da parte dei nipoti del vescovo il carteggio relativo alla dolorosa vicenda, non avesse deciso di scrivere sull’argomento una delle sue opere più significative. ----------------
Il grande scrittore di Racalmuto non intervenne per "vis polemica" contro la Chiesa o per piaggeria nei riguardi dei familiari del vescovo: la sua fu una decisione forte e immediata, determinata dall’assonanza riscontrata tra la sua visione laica del mondo e la spiritualità moderna e aperta del vescovo canicattinese. Sciascia evidenziò con forza i motivi alla base della sua scelta a conclusione dell’opera, scritta di getto nella sua residenza estiva di contrada Noce tra il 2 ed il 31 agosto 1979: “… non avrei mai creduto che ad un certo punto della mia vita mi sarei trovato a raccontare la storia di un vescovo (siciliano e titolare di una diocesi in Sicilia) apologeticamente ed "ex abundantia cordis": senza distacco, senza ironia, senza avversione. Ma sbaglierebbe chi, leggendo questo piccolo libro, lo giudicasse risultato di una mia evoluzione o involuzione (secondo la parte da cui lo si giudica). Si tratta semplicemente di questo: che l’avere per tanti anni e in tanti libri inseguito i preti “cattivi” inevitabilmente mi ha portato a imbattermi in un prete “buono”. (Leonardo Sciascia, Dalle parti degli infedeli, Palermo, Sellerio, 1979, pp. 77-78). -----------------
Sciascia trovò delle assonanze tra le sue "Feste religiose in Sicilia" e le "Meditazioni vagabonde" del Ficarra. Nella prima opera si sosteneva la tesi di una sostanziale refrattarietà dei siciliani alla religione cristiana; il libro, diceva Sciascia, non fu gradito ai più: “Per quel che cominciava a correre e poi corse non fu apprezzato a sinistra e si ebbe il disdegno della destra”. (Leonardo Sciascia, ibidem, p. 78). "Meditazioni vagabonde" fu il titolo dato dal Ficarra a quaranta articoli pubblicati (dal n. 144 del 7 febbraio 1909 al n. 202 del 30 giugno 1914) su "Il Lavoratore", un quindicinale fondato da don Nicolò Licata, arciprete di Ribera e protagonista con Luigi Sturzo e Michele Sclafani del movimento politico-sociale cattolico siciliano, precursore del Partito Popolare Italiano. Anche l’opera del vescovo non fu apprezzata negli ambienti curiali al punto che poté essere pubblicata soltanto postuma. (Angelo Ficarra, Le devozioni materiali: Psicologia popolare e vita religiosa in Italia, Palermo, Edizioni La Zisa, 1990). --------------------
Nei quaranta articoli il Ficarra, allora vicario cooperatore dell’arciprete Licata, condannava con forza le modalità paganeggianti di molte feste siciliane, vere e proprie continuazioni delle antiche feste dionisiache rurali: il feticismo praticato verso talune immagini di santi; lo spagnolismo di tante cerimonie e tradizioni e l’uso di musiche, “marce ed ariette più o meno lascive ed invereconde" (Il Lavoratore, Anno VIII, Ribera, 7 novembre 1909); lo strapotere delle confraternite laicali, “vero flagello di certi paesi e di certe chiese” (Il Lavoratore, Anno VIII, Sciacca, 31 agosto 1909), interessate soltanto a conservare privilegi e prebende. Il Ficarra parlava di “materialismo religioso” e di “materializzazione dell’idea religiosa” (Il Lavoratore, Anno IX, Ribera, 9 gennaio 1910) e sosteneva la tesi di un popolo siciliano tutt’altro che cristiano: “Quante scorie e quante miserie in questa povera anima siciliana, nei cui strati più profondi freme e si agita tuttora il greco idolatra e il romano superstizioso, il musulmano sensuale e lo spagnolo sfarzoso” (Il Lavoratore, Anno VIII, Ribera, 22 ottobre 1909). “La vita religiosa del nostro popolo” aggiungeva “è ammalata, profondamente inquinata” (Il Lavoratore, Anno VIII, Sciacca, 2 maggio 1909). ------------------------------------------------Queste considerazioni anticipatrici di una concezione della religiosità davvero moderna ed alcune pubbliche prese di posizione che il Ficarra adottò in anni successivi determinarono in Leonardo Sciascia un sentimento di profondo rispetto ed oserei dire una qualche affinità spirituale. In due occasioni il vescovo evidenziò in maniera particolare la sua spiritualità al di sopra e al di fuori di particolari contingenze politiche. Nell’ottobre del 1938 a Librizzi, piccolo centro collinare dell’entroterra pattese, si svolse una vicenda che interessò il vertice nazionale del Partito Fascista e perfino la Segreteria di Stato del Vaticano guidata allora dal cardinale Eugenio Pacelli che dopo pochi mesi sarebbe diventato papa Pio XII. Le autorità fasciste locali volevano profittare della festa della patrona, la Madonna della Catena, per proiettare nella pubblica piazza due filmati apologetici del regime. Angelo Ficarra, attuando peraltro una precisa disposizione adottata nel 1936 dall’Episcopato Siculo, sospese la festa per impedire la proiezione. ---------
Nell’estate del 1950 il Ficarra, unico tra i vescovi della Sicilia, aderì all’Appello per la Pace di Stoccolma, promosso dal movimento Partigiani per la Pace e sottoscritto da illustri personalità di ogni parte del mondo. Ma, sia nel primo che nel secondo caso, sarebbe sbagliato interpretare le scelte del vescovo come scelte politiche poiché si trattava di decisioni esclusivamente e squisitamente religiose. ----------------------------------------------Leonardo Sciascia in "Dalle parti degli infedeli" analizzava i fatti che avrebbero determinato da parte del Vaticano la destituzione in contumacia del vescovo. Lo scrittore, nell’esaminare il carteggio tra la Santa Sede e il Ficarra, individuava come fattore scatenante e decisivo alla base delle decisioni assunte dalla curia romana e per essa dal carmelitano scalzo cardinale Adeodato Giovanni Piazza, potente prefetto della Sacra Congregazione Concistoriale (oggi Congregazione per i Vescovi), il mancato appoggio alla Democrazia Cristiana in occasione delle elezioni comunali di Patti del 20 ottobre 1946 e del 3 aprile 1949 ed in quelle politiche del 18 aprile 1948. ----------------------------------------------------
Nelle prime elezioni amministrative dopo la caduta del fascismo a Patti risultarono eletti 24 consiglieri socialcomunisti e 6 liberali e del movimento dell’Uomo Qualunque: nessun seggio andò alla Democrazia Cristiana. Nel 1949 invece i 24 seggi della maggioranza consiliare andarono alla cosiddetta Concentrazione Pattese (monarchici, liberali, democratici del lavoro, socialdemocratici e indipendenti di destra); i 6 seggi della minoranza andarono al MSI, agli indipendenti di destra e alla lista Gruppo democristiani da non identificare con la DC ufficiale. Sia nel primo che nel secondo caso la sconfitta fu attribuita da molti al mancato impegno del Ficarra in favore della DC. Di lì cominciarono i guai del vescovo contrassegnati da frequenti lettere anonime, la prima delle quali, inviata nel marzo 1947, si concludeva con questo interrogativo: “Che cosa ci sta a fare ancora qua Monsignor Ficarra?”. -----------------------------------------------------La lettera era accompagnata da un articolo dell’Osservatore Romano in cui si esaltava la figura del cardinale Gaetano Bisleti “splendente esempio di vita sacerdotale… inesorabile nell’impedire l’accesso al Sacerdozio di coloro che egli giudicava inadatti”. In seguito fu fatto circolare un libello dal titolo "Elezioni Amministrative pattesi 1946-1949: il Responsabile della disfatta della Democrazia Cristiana". Il Responsabile, con la maiuscola, era ovviamente il vescovo. -----------------------------------------
Occorre osservare però che la disfatta della DC nelle amministrative di Patti fu dovuta soprattutto alla pessima gestione del partito cattolico da parte del suo prete-segretario, don Gaetano Calimeri, dal carattere scontroso e sempre in urto non solo col Ficarra ma anche con i vescovi che lo avevano preceduto, Ferdinando Fiandaca e Antonio Mantiero. La tesi di Leonardo Sciascia non appare del tutto convincente dal momento che nella stessa Patti in occasione delle elezioni politiche del 1948 la DC ottenne da sola 46.000 voti contro i 50.000 di tutti gli altri partiti (tra questi il Blocco Popolare e cioè i socialcomunisti ne ottennero appena 13.500). Certamente Angelo Ficarra non esternava il suo appoggio alla DC in maniera plateale, tenendo dei comizi, come allora usavano molti uomini di Chiesa, o partecipando a manifestazioni di partito. ----------------------------
Tuttavia l’impegno del presule in favore della DC è documentato con tutta evidenza da una lettera del 17 marzo 1948 inviata a Roma al presidente nazionale dell’Azione Cattolica: in essa lamentava di non aver potuto fare di più a causa della poca disponibilità di risorse, anche di carattere finanziario: “Illustrissimo Signor Presidente, alla fine di febbraio abbiamo ricevuto 25 buoni di benzina e siccome erano scaduti li abbiamo rimandati con lettera raccomandata del 5 marzo, perché fossero rinnovati. Ora siamo a marzo inoltrato e ancora non arriva nulla. La prego per favore di provvedere in merito con urgenza: ogni ritardo riesce assai dannoso. Dica a mons. Urbani che noi facciamo tutto il possibile, e nei 40 comuni di questa diocesi si spera che i marxisti non avranno alcuna vittoria. Ma qui ci tocca di lottare anche contro i massoni, i sedicenti monarchici e i fascisti camuffati”. (Gaetano Augello, Angelo Ficarra – La giustizia negata, Canicattì, Edizioni Cerrito, 2008, p. 118). ------------------------------------------------------
Davvero "disimpegnato" questo vescovo che interviene anche sui buoni di benzina! Certamente Leonardo Sciascia non conosceva questo e altri documenti da cui risulta, pur nella sua atipicità rispetto a quello di altri presuli, l’appoggio del Ficarra alla linea di contrasto al comunismo portata avanti in quegli anni dalla Chiesa. Occorre osservare che al presunto disimpegno politico del Ficarra si fa riferimento esplicito soltanto in una delle lettere del card. Piazza, quella del 6 maggio 1949; la lettera peraltro appare dettata dalla necessità di acquisire informazioni sull’andamento delle elezioni, così come d’altra parte avveniva con tutte le diocesi italiane. D’altronde che le accuse relative alle vicende politiche non fossero determinanti nell’atteggiamento del Vaticano è confermato dalla durata del processo che andò avanti per molti anni. In caso contrario la Chiesa avrebbe agito con ben altra tempestività. Quando si pervenne alla destituzione del vescovo la situazione politica si era nettamente evoluta con una diminuzione della pressione della Chiesa sulla vita del Paese. E lo stesso Sciascia riconosce che la rimozione del Ficarra nel 1957 non era necessaria, ovviamente dal punto di vista della gerarchia ecclesiastica, così come lo sarebbe stata tra il 1946 e il 1953. -------------------
A seguito dei chiarimenti forniti dal vescovo, il Piazza nelle successive missive faceva soprattutto riferimento alla condotta morale del clero e in generale alla gestione pastorale della diocesi da parte del Ficarra, attribuendone le cause a motivi di salute: “Forse le non più floride condizioni di salute di Vostra Eccellenza possono essere la causa non ultima di un simile stato di cose, nonostante lo zelo ed il vivo interessamento di Vostra Eccellenza”. Espressioni queste contenute nella lettera del 25 ottobre 1949, una lettera particolarmente feroce, un vero capolavoro di ipocrisia e affettata gentilezza da parte del porporato, pronto nella sostanza a ferire senza pietà, disponibile a tutti gli eufemismi pur di arrivare a quanto aveva già irreversibilmente deciso: “All’Eccellenza Vostra non sfuggirà la gravità delle segnalazioni pervenute e pertanto, per dovere d’ufficio, debbo nuovamente richiamare la considerazione di Vostra Eccellenza ed invitarLa a meditare coram Domino sulle Sue responsabilità di Vescovo dinanzi alla Chiesa e alle anime… Ed è per questo che questa Sacra Congregazione è pronta a venirLe incontro qualora Vostra Eccellenza ritenesse di voler prendere una qualche decisione per il maggior bene delle anime. Voglia pertanto l’Eccellenza Vostra aprirmi confidenzialmente il Suo animo e farmi conoscere quelle decisioni che il Signore non mancherà di ispirarle”. -------------------------------
Considerazioni meramente pastorali sono presenti in altre lettere del cardinale Piazza, in particolare in quelle del 20 aprile 1950 e del 10 gennaio 1952: riflessioni riguardanti il numero dei sacerdoti ed il loro grado di cultura, la pratica religiosa del popolo e la fedeltà alla morale cristiana, la presenza capillare in diocesi di organismi come l’Azione Cattolica, le ACLI, il CIF, l’Onarmo, la disciplina e la condotta morale del clero, la vita parrocchiale, la direzione del Seminario, ecc.---------------------------------------------------
In Vaticano arrivavano da Patti voci allarmate sulla gestione della diocesi da parte di un gruppo di sacerdoti agrigentini, e canicattinesi in particolare, accolti con eccessiva benevolenza dal vescovo. A loro fu affidata l’amministrazione dei beni della curia suscitando vivo malcontento tra i religiosi locali. La gestione dei beni e dei fondi che allora giungevano in abbondanza dagli Stati Uniti non fu sempre corretta: il vescovo non era ovviamente al corrente di quanto di negativo gli accadeva intorno ma fu chiamato a giustificarsi per "culpa in vigilando". -------------------.
A tutto ciò sono da aggiungere “la speciale e difficile configurazione geografico-antropologica ed economico-finanziaria della diocesi e una certa inevitabile stanchezza progressiva manifestatasi nella stessa persona del vescovo Ficarra; tutti questi elementi contribuirono certamente a creare in alcuni la convinzione che fosse opportuno un avvicendamento al vertice della diocesi”. (Alfonso Sidoti, Mons. Angelo Ficarra tra cronaca e storia, in AA. VV., Mons. Angelo Ficarra Vescovo di Patti, Agrigento, Sarcuto, 1999, p. 101). --------------------------------------------------
Altre tappe importanti nel calvario del Ficarra furono l’imposizione, il 22 aprile 1953, di un vescovo coadiutore "sedi datus" nella persona di mons. Giuseppe Pullano e la promozione dello stesso ad amministratore apostolico "sede plena ad nutum Sanctae Sedis" in data 2 marzo 1955. Il Ficarra era ormai vescovo di Patti solo formalmente mentre tutti i poteri di giurisdizione erano esercitati dall’amministratore apostolico. Una situazione umiliante, aggravata anche da una difficoltosa coabitazione all’interno del Palazzo Vescovile. Si volevano ad ogni costo imporre al Ficarra le dimissioni e, poiché queste erano rifiutate come frutto di estrema ingiustizia e tardavano a pervenire, il 13 dicembre 1954 il cardinale inviò una lettera che era un vero e proprio ultimatum: “… non vedo affatto l’opportunità che l’Eccellenza Vostra venga a Roma. Rimango invece in attesa che Vostra Eccellenza voglia farmi conoscere, al più presto, la data – che volentieri concedo possa essere anche dopo le feste Natalizie – nella quale Ella desidera che venga attuata la rinuncia alla diocesi di Patti”. ------------------------------
Trascorsero le feste natalizie ma il vescovo rimase ancora al suo posto fino all’epilogo drammatico del 2 agosto 1957. Angelo Ficarra, rimosso da vescovo di Patti, fu promosso ad arcivescovo di Leontopoli, un’antica diocesi in terra egiziana, "in partibus infidelium" appunto. La promozione di una persona buona e mite, al punto da apparire assai debole, ad arcivescovo della città dei leoni apparve a molti, ed allo stesso Sciascia, un’oggettiva offensiva ironia: “Saremmo maliziosi a sospettare una certa malizia – da parte della curia vaticana, della Congregazione Concistoriale, del cardinal Piazza – nella nomina di monsignor Ficarra ad arcivescovo di Leontopoli?”. ( Leonardo Sciascia, op. cit., p. 84). --------------------------------------------------
Il primo a percepire questa ironia sarà stato certamente il Ficarra, profondo conoscitore della cultura e delle lingue classiche. Prima della nomina a vescovo, Angelo Ficarra aveva associato all’attività pastorale di coadiutore a Ribera, di arciprete di Canicattì e di vicario generale della diocesi di Agrigento un’intensa e ricca stagione culturale. Il 27 giugno del 1914 presso l’Università degli Studi di Palermo conseguì col massimo dei voti e la lode la laurea in Lettere Classiche discutendo una tesi su "La posizione di San Girolamo nella storia della cultura" pubblicata successivamente in due volumi: il primo a Palermo nel 1916 e il secondo, col sottotitolo "Lingua e stile di S. Girolamo e sua influenza culturale", ad Agrigento nel 1930. Seguirono "La preghiera cristiana", "Lettera di S. Agostino a Proba Faltonia" e la traduzione dell’Akathistos, un inno antichissimo alla Madre di Dio. ---------------------------------------------
Su incarico del sostituto della Segreteria di Stato del Vaticano mons. Federico Tedeschini, Angelo Ficarra pubblicò nel 1929 il "Florilegium Hieronymianum" con prefazione in latino del professore Felice Ramorino. L’antologia, adottata in molte scuole e università cattoliche, ebbe vasta risonanza nel mondo culturale e nei piani alti del Vaticano, al punto che nel 1921 la Sacra Congregazione Concistoriale chiese al vescovo dell’allora Girgenti Bartolomeo Lagumina di potersi avvalere del sacerdote come vice segretario della Segreteria delle Lettere Latine, un incarico che avrebbe portato il Ficarra alla porpora cardinalizia. Lagumina però rispose: “Vi prego di lasciarlo stare perché non saprei come sostituirlo come arciprete di Canicattì”. Questo diniego impedì al Ficarra di poter assolvere ad un incarico a lui più congeniale che non la gestione di una diocesi particolarmente difficile che gli sarebbe stata affidata su proposta del successore di Lagumina, Giovanni Battista Peruzzo. Nel 1928, su invito di Giovanni Gentile, il Ficarra compilò la voce "Girolamo" per l’Enciclopedia Treccani. --------------------------------------------------
I venti anni trascorsi a Patti coincisero con un progressivo deterioramento fisico ed un esaurirsi della produzione letteraria del Ficarra: se si eccettuano le quattordici "Lettere Pastorali" nulla il presule poté o volle aggiungere alla sua produzione scientifica. E, quasi a voler riprendere l’antico percorso, tornato nella città natia dopo la destituzione, si recò più volte nella Tipografia Moderna dell’insegnante Giuseppe Alaimo per chiedere un preventivo di spesa per la pubblicazione delle "Meditazioni vagabonde". Il suo vecchio sogno non poté realizzarsi, pare, per le condizioni di vera povertà evangelica in cui viveva.
Anche per questo Leonardo Sciascia sentì vicina alla sua sensibilità la figura del vescovo canicattinese. -----------------------------------------------------Le due ricorrenze cui abbiamo fatto riferimento all’inizio cadono proprio nel ventennale della morte dello scrittore: sono stati ripresi in questa occasione temi relativi alla sua spiritualità e ad una presunta conversione cui aveva fatto riferimento durante i funerali, con estrema mancanza di rispetto e di senso dell’opportunità, l’allora vescovo di Agrigento Carmelo Ferraro che sviluppò tutta la sua omelia sul discorso del buon ladrone affrancato dal peccato e pronto a salire in cielo con Cristo il giorno del venerdì santo. Argomentazioni queste basate soprattutto sul mancato rifiuto di esequie religiose da parte dello scrittore. Non hanno capito, questi convertitori "post mortem", che nel non aver nulla deciso sui suoi funerali, Sciascia, con assoluta estrema coerenza, ha confermato la sua indifferenza, il suo estremo distacco da certe problematiche, indifferenza e distacco ben più pregnanti ed eloquenti di eventuali esplicite contrapposizioni. ---------------------
E proprio in "Dalle parti degli infedeli" troviamo conferma del modo in cui Leonardo Sciascia si poneva nei riguardi di questi temi. Lo scrittore evidenziava come la lettera del cardinale Piazza al Ficarra del 10 gennaio 1952, quella in cui per la prima volta si suggerivano al vescovo le dimissioni, contenesse sulla busta questa scritta a stampa: "Sub secreto S. Officii: Violatio huius secreti, quocumque modo, etiam indirecte commisa, plectitur excommunicatione a qua nemo, ne ipse Eminentissimus Maior Poenitentiarius, sed unus Summus Pontifex absolvere potest"; mentre quella del 16 luglio 1954, in cui si insisteva sul medesimo invito in maniera perentoria ed ultimativa, ne contenesse un’altra dattiloscritta: "Sub secreto pontificio". Lo scrittore con somma ironia si poneva il perché della differenza delle due scritte e dei due tipi di scomunica su lettere che in fondo chiedevano la stessa cosa: “E’ una domanda di pura curiosità, poiché noi – chi mi ha confidato queste lettere, io che le trascrivo per destinarle alla divulgazione la più vasta – sappiamo bene di stare incorrendo in entrambe: se due, diverse per qualità e per effetti, le censure sono. Comunque ne basta una: quella che la dicitura a stampa esaurientemente definisce… Si tratta, indubbiamente, della “scomunica maggiore”; quella che il Tommaseo – che se ne intendeva – dice che “separa interamente dalla Chiesa e da ogni comunione col resto dei fedeli” (mentre la “minore” interdice soltanto l’uso dei sacramenti)”.
E, dopo questo dettagliato e mordace "excursus" teologico, la conclusione che potremmo definire sommamente sciasciana: “Saremmo dunque, automaticamente, scomunicati? E vorrà l’attuale Sommo Pontefice assolvercene? Tutto considerato, è affar suo”. (Leonardo Sciascia, op. cit., p. 53). Ove lo scrittore, con l’espressione “tutto considerato”, riprende volutamente un’espressione tipica dello stile aulico della curia vaticana, "omnibus perpensis", adoperata nella lettera già citata che il cardinal Piazza indirizzò al Ficarra il 13 dicembre 1954: “Dopo aver riflettuto a quanto l’Eccellenza Vostra Rev.ma ha potuto esporre, e tenendo in considerazione proprio la stessa lettera, non ho che a confermarLe, omnibus perpensis, quanto già significatoLe con precedente Officio in data 13 novembre c.a.”.
Leonardo Sciascia contrapponeva all’atteggiamento “ostinato e impaziente” di Adeodato Giovanni Piazza il “tergiversare”, in apparenza “dispettoso” ma nella realtà “pietoso”, del vescovo di Patti; una pietà “verso la Sacra Congregazione, verso lo stesso cardinale: che si accorgessero dell’errore, dell’ingiustizia che stavano commettendo”. Una “pietà” che il Ficarra sostanziava in quella preghiera che dovrebbe essere attività precipua della Chiesa: “… mi è facile immaginare che in quei giorni, in quegli anni, per quella vicenda, abbia tanto pregato: per la verità, per coloro che non la vedevano o che, vedendola, la calpestavano. Per la Chiesa visibile che troppo visibilmente adunava gli iniqui al tempo stesso che respingeva gli assetati di equità (e sarebbe dir meglio affamati, riferendoci ad anni in cui l’equità nemmeno si riusciva a vederla consustanziata in pane)”. (Leonardo Sciascia, op. cit. , pp. 54-55). ----------------------------------------
Angelo Ficarra, non più vescovo di Patti e quindi non più conte di Librizzi, barone di Gioiosa Marea, principe del SS. Salvatore, gran castellano del castello di Patti, abbattuto e umiliato dalla sua Chiesa, aveva ritrovato ed ulteriormente esaltato la sua dimensione di uomo di profonda fede e grande cultura. ----------------------------------------------- GAETANO AUGELLO

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Commenti
Lillo Taverna Profonda, colta, documentata analisi. Reputo comunque che quando si apriranno i fascicoli su caso Ficarra dell'Archivio Segreto Vaticano - che ho avuto modo di intravedadere solo dalle catalogazioni - cadrà del tutto la tesi di Sciascia, ma verrà meno anche quella agiografica ricorrente in ambienti religiosi. Sciascia non era uno storico, non amava esserlo, credo che avesse disgusto per la cosiddetta 'verità storica'. Si invaghi talora di taluni spunti per i suoi apologhi intelligentemente caustici. ironici, moscredenti soprattutto anarchici. Per me il pensiero di don Giuseppe, l'abate Vella insomma del Il Consglio d'Egitto, rispecchia l'idea della storia che aveva invece proprio il sommo Leonardo. Leggo la pag. 533 del testo che ho qui sottomano: "l lavoro dello storico è tutto un imbroglio, un'impostura: e c'è più merito ad inventarla, la storia, che a trascriverla da vecchie carte, da antiche lapidi, da antichi sepolcri; e in ogni caso ci vuole più lavoro, ad inventarla" ... "tutta un'impostura. La storia non esiste. Forse che esistono le generazioni di foglie che sono andate via da quell'albero, un autunno appresso all'altro? ..... La storia delle foglie, la storia dell'albero. Fesserie!" E davvero possiamo credere che Sciascia pensasse di scrivere un libro di storia ecclesiastica sulla base di quelle poche lettere a sua disposizione? Se voleva andava a fare ricerche in Vaìticano e avrebbe avuto modo di spulciare quei fascicoli che l'indomabile arciprete di Canicattì intuì, ammesso che non li abbia consultato, come confessa nel presentare il testo del nostro grande prreside Augello. E per me la 'verità storica' (alla quale neanche io credo) è quella di un vescovo davvero pio colto ma svagato che era finito nelle grinfie di preti mauioli pare suoi compaesani che avrebbero messo economicamente a soqquadro la periferica diocesi di Patti. La mia stima del cardinale Piazza è profionda - e poi agiva mi pare sotto Giovanni XXIII - e non lo faccio capace di un atto vindice della scarsa fede democristiana che l'austero Ficcarra mostrava. Ma forse anche io qui casco nellla sciasciana impostura storica. A 85 anni Dio me ne guardi.

giovedì 18 ottobre 2018

Questo vuol essere un devoto (anche se tardivo) tributo ad uno dei più grandi arcipreti racalmutesi: mons. Alfonso Puma, mio carissimo e compianto amico sin dal 10 ottobre 1945. Prete, poeta, oratore, piacevole affabulatore, pittore di vaglia, meriterebbe tanto: invece emblematicamente qualcuno l'ha voluto relegare in una squallida lapide messa ad altezza dei piedi di chi entra nella Chiesa Madre, occultata subito dalla porta lignea del paravento del ferreo portone dell'Ottocento. Tanto sardonico simbolismo promana da chi non l'ha mai amato. E si sa i preti tra loro sono più astiosi delle comari della fontana di un tempo.





Cerco qui di pubblicare alcuni stralci di un'intervista di diciassette anni fa: ho cercato ospitalità in un blog parrocchiale: nulla: vi era solo uggiosa adulazione verso il prevosto del momento. Mi sono dato da fare con un altro blog locale, ma il blogger pare che sia tutto intento a bardare muli per la scalinata del Monte, tentare di azzopparli pur di montarvi su e farsi compiacentemente fotografare, a perenne ricordo. Per la festa era da un anno in programma una giornata a ricordo del prete pittore assurto alla fine al monsignorato. Nulla. Si era distratti da orpelli societari ad honorem verso che ci ha flagellato come un universo infiltrato dalla più degenere mafia omicida. Vero è che anch'io ho disertato. Sono del popolo e non amo il risibile scimmiottare la minuscola nobiltà dei galantuomini di un tempo. Nessuno ha voluto sostituirmi, in tutt'altre faccende affaccendato come era.








Pochi stralci a titolo di demo. L’intera lunghissima intervista quando e se il Taverna riuscirà a raccattare qualche aiuto finanziario … cioè mai]


Arc. Alfonso PUMA


L’Arciprete a domanda risponde


(Intervista di Calogero Taverna) Racalmuto, 5 luglio 1995


  • Calogero Taverna estorce al suo amico carissimo P. Puma odiose, scabrose, genuine verità sul … gregge racalmutese.Cenni autobiografici



0Domanda: Per rompere il ghiaccio, iniziamo con alcuni cenni autobiografici. Arciprete Puma, che mi racconta della sua vita?


Risposta: Sono nato il 21 novembre 1926. Sono stato ordinato sacerdote nel 1950, anno santo. Sono stato eletto parroco del Carmelo nel 1961 e vi sono rimasto sino al 1966. Come parroco-arciprete della Matrice, sono stato chiamato il 1° dicembre 1966: rimanendovi sino al presente.


D.: I suoi genitori - che io ricordo: sua madre soavissima; suo padre molto benevolo - come se li ricorda?


R..: Li ricordo non solo come genitori, ma come amici. Mia madre è stata addirittura la mia prima direttrice spirituale. Mio padre, un uomo sodo, un uomo temprato, molto parco nel parlare ma saggio, diceva: «voi non vi preoccupate: se faccio sacrifici o non ne faccio, a voi non interessa. Ricordate che starò sempre vicino a voi.» E del resto, sia io come mio fratello, il tenore, abbiamo studiato con questa fiducia che qualcuno ci sosteneva e ci stava sempre a fianco.


D.: Io ricordo che nel 1945, quando sono entrato anch’io in seminario - e lì l’ho incontrato - mio padre come suo padre erano costretti a portare in seminario il frumento comprato al mercato nero, per la nostra alimentazione.


  • I militi fascisti a rovistare nelle cantine del seminario di Agrigento



R.: Rammento che una sera sono venuti due militi inviati dal regime fascista per ispezionare se in seminario si detenessero illegalmente farina, frumento ed altre vettovaglie. Invero tenevamo qualcosa nascosta, ma era roba nostra. I nostri genitori facevano dei sacrifici, si toglievano il pane di bocca per dare da mangiare ai figli che stavano in seminario. In quel controllo, anch’io fui chiamato perché ero il prefettino più grande. I nostri genitori rischiavano, invero, la galera per portarci la farina. E quando il vescovo chiese a Mons. Jacolino: come fate a dare da mangiare ai seminaristi? Costui rispose: siamo sempre pronti ad andare a San Vito! (S. Vito era un vecchio convento, adattato a carcere mandamentale di Agrigento).


Quella volta pure gli stessi inquisitori furono benevoli e furono invitati alla cena e fecero una relazione più positiva che negativa nei confronti del rettore del seminario.


Sciascia, i seminaristi e gli aspiranti gesuiti


D.: Sciascia - a dire il vero, irritandomi - scrive che a Racalmuto si era furbi nel senso che si andava gratis in seminario o dai gesuiti per fare un certo iter di studi e poi gabbare il rettore del seminario o i gesuiti ed andarsene via. Trascura il fatto che molti siamo andati, cambiando magari dopo intenti, perché convinti. Comunque non era gratis andare a studiare in seminario: costava e costava forse più che restare a studiare in paese ove tutto sommato le scuole c’erano.


R.: Tutti sanno quali erano i rapporti tra me e Leonardo Sciascia. Sciascia un tempo avversò visceralmente la Chiesa e quindi anche i sacerdoti. Amava criticare preti, religiosi e pie istituzioni. Ma poi, conoscendo meglio la realtà della Chiesa attenuò i suoi toni. Del resto amava dire di sé: contraddisse e si contraddisse.


Non è vero che si andava in seminario o dai gesuiti solo per sfruttare ed essere agevolati negli studi. I genitori facevano grandi sacrifici. Anche quelli che andavano dai gesuiti, pur se poveri, erano chiamati a pagare una certa retta. Certo, da ragazzi, non si può essere sicuri della propria vocazione al cento per cento: c’è chi la perde e c’è anche chi non l’aveva e c’è anche chi la cercava. Quindi, quello di Sciascia non è un argomento valido. E’ vero invece che tanti sono andati in seminario o dai gesuiti e ci sono restati. E quelli che sono rimasti sono una vera gloria per il paese. Quello che Sciascia ha scritto non può, quindi, essere preso per oro colato.


D.: Ai miei tempi vi erano tre seminaristi oggi sacerdoti: padre Curto, padre Salvo e ... padre Puma. Ricordo il padre Salvo per la sua scienza, ma padre Puma lo ricordo per la sua grande bontà, per la sua grande affabilità, per la sua capacità di intessere dei dialoghi con i giovani. Che mi risponde?


R. : Ogni sacerdote cerca di fare del suo meglio. Io son vissuto sempre fra i giovani. Sono stato nell’Azione Cattolica sin da bambino; in seminario, il vice rettore di allora, Mons. Di Marco - attualmente Vicario Generale del Vescovo - ed io abbiamo portato avanti l’Azione Cattolica, per preparare i futuri sacerdoti alla vita associativa. Tutta la mia vita è stata spesa per i giovani. Poi sono sorte anche ACLI e vi ho aderito perché la mia aspirazione è stata anche quella di venire incontro al bisogno sociale della gente. Racalmuto è (o meglio era) un paese prettamente minerario. La miniera costituiva che so .. il petrolio, .. la ricchezza .. l’oro. Nell’Ottocento, Racalmuto raggiunse la quota di 18.000 abitanti per l’occupazione nelle miniere di zolfo. Poi il minerale si è svilito e Racalmuto ha contratto la sua intensità abitativa. La mia missione è stata svolta al servizio degli zolfatari, dei salinai, dei lavoratori di Racalmuto.


[omissis]


D.: Non è detto che debba rispondere a questa domanda. Può anche non rispondere. Ricordo che alla fine degli anni quaranta la sua famiglia fu contraddistinta da un evento molto increscioso: il sequestro di suo cognato. Questo fatto ha creato in lei dei traumi? Ha visto i racalmutesi nello stesso modo? O si è insinuato in lei il dubbio che non tutti i racalmutesi fossero delle brave persone?


D.: E’ vero! Era l’anno 1946: venendo dal seminario per le vacanze ho avuto l’amara sorpresa di sapere che un mio cognato era stato sequestrato. Era il primo sequestrato in Italia. Certo è stato traumatizzante pensare che quest’uomo poteva non tornare più. Erano tempi di grande miseria; mancava persino il pane. Erano tempi di grande bisogno. I sequestratori erano andati per altre persone. Ma poi, fallendo, si erano accontentati di qualcuno che poteva disporre di qualche migliaio di lire, perché lavorava. Comunque, fu restituito ai familiari: evidentemente c’era stato qualcuno che si era mosso in soccorso di chi in fondo era un pover’uomo sfornito di grandi mezzi. L’hanno rilasciato con una piccola cauzione. Tutto questo ha destato in me un’avversione verso la malavita, locale o nazionale che sia. Ecco perché in questi fatti luttuosi che si sono di recente verificati a Racalmuto ho assunto una posizione rigida, in quanto motivata. Sono stato dalla parte dei più deboli, evangelicamente. [omissis. Chiedo ua risposta su questi due punti:]


a) una fede religiosa del popolo di Racalmuto molto profonda, che si accompagna, però, ad un anticlericalismo piuttosto viscerale. C’è la battuta a Racalmuto che dice: «monaci e parrini, vidici la missa e stoccaci li rini».


b) un’abitudine all’interclassismo, quasi l’interclassismo alla De Gasperi. Forse nasce da qui se a Racalmuto mai vi sono stati contrasti sociali atti a suscitare moti rivoluzionari, diversamente, ad esempio, da Grotte.


Dall’alto della sua quarantacinquennale esperienza pastorale, lei che ne pensa?


R.: Prima di tutto debbo precisare che la frase «monaci e parrini, vidici la missa e stoccaci li rini», è diffusa dappertutto in Sicilia. Nasce nei tempi in cui la stampa era espressione della massoneria e del suo anticlericalismo. Erano i tempi delle leggi eversive: quando furono soppressi i monasteri e la manomorta dei conventi. A Racalmuto, in definitiva, non vi sono state tensioni sociali acute anche perché il popolo poté appropriarsi agevolmente dei beni della Chiesa. Peraltro, il clero locale ha sempre parteggiato per la classe meno abbiente. Vedasi la bella figura di padre Elia Lauricella. Abbiamo avuto anche, a dire il vero sacerdoti alla Savatteri - nati magari in famiglie di massoni - ma furono eccezioni, e comunque ininfluenti. I racalmutesi sono stati anticlericali subendo l’astiosa propaganda massone, ma nel profondo sono stati vicini ai loro sacerdoti, almeno quelli migliori come il padre Elia Lauricella, morto in fama di santità.


Figure singolari di sacerdoti racalmutesi si ebbero, ad esempio, a fine dell’Ottocento. Guardiamo all’arciprete Tirone, uomo inflessibile, di profonda cultura anche giuridica, sagace difensore dei diritti della Chiesa. Tanti beni si sono salvati dall’espoliazione governativa per suo merito. E nello stesso tempo, così legato alle autorità ecclesiali da venire prescelto nella salvaguardia della fede fra i fedeli di Grotte, messi in subbuglio da taluni preti finiti nello scisma, non tanto per ragioni di fede, quanto per interessi materiali, legati al gius-patronato della locale arcipretura. Alla fine quei sacerdoti scismatici tornarono nel grembo di madre chiesa e ad accoglierli è stato proprio il padre Tirone.








  • Che vuol dire essere arciprete a Racalmuto?



D.: Essere arciprete a Racalmuto è identico che esserlo in qualunque altra parrocchia dell’agrigentino?





R.: Bisogna intendersi. Una volta l’arciprete era quasi un mezzo vescovo. Al suo presentarsi ci si doveva togliere la “scazzetta” o la “birritta”. Era il grande datore di lavoro del luogo. Era il distributore di messe ai tanti sacerdoti che non disponevano neppure di una piccola chiesa (ed a Racalmuto di chiese ce ne erano tante). Oggi, l’arciprete è alla stregua di tutti gli altri parroci. Un primus inter pares, magari, ma niente di più. E questo a Racalmuto, come altrove.


  1. Il belato delle pecorelle



D.: Nei confronti della Chiesa, le “pecorelle” racalmutesi belano più o meno rispetto a quelle delle altre parti?.


R.: Beh! se le pecorelle “belano” perché bramano pascoli più ubertosi, allora è ben giusto che belino. Se poi è vezzo critico - molto diffuso in questo nostro paese - allora bisogna rintuzzare quelle critiche. Oggi si parla molto di dialogo. Quindi, con spirito di carità, la dialettica con il popolo di Dio deve essere fervida, reciprocamente rispettosa, missionaria. Diceva papa Giovanni «chi è dentro deve sforzarsi di guardare a quelli che stanno fuori; chi è fuori deve sforzarsi di guardare meglio dentro. » Forse, se Sciascia si fosse sforzato di guardare meglio dentro, non sarebbe incorso in quelle critiche... diciamo, esagerate. Sciascia guardava alla Chiesa dal lato esterno. Anche la Chiesa è un’istituzione, che nella sua componente terrena può venire migliorata. Comunque, quelli che dall’interno ci produciamo, talora, in critiche, tentiamo di migliorarla. A Sciascia, forse, di migliorare la Chiesa con le sue critiche non importò granché. Diceva madre Teresa di Calcutta, a chi parlava male della Chiesa: «Lei che cosa ha fatto per la Chiesa? Niente! Ed allora?».


  1. Sciascia e gli eretici di Racalmuto: fra Diego La Matina, il notaio Jacopo Damiano e la strega Isabella Lo Voscu.



D.: Detto, tra parentesi, che Leonardo Sciascia, immenso scrittore, è stato secondo me, un pessimo politico ed un massacratore della storia locale di Racalmuto, ho da precisare che nei miei studi storici su Racalmuto, che modestia a parte, credo che abbiano una qualche valenza, non ho mai riscontrato moti locali che sapessero di eresia. La vicenda di fra Diego La Matina è tutta da studiare e va totalmente revisionata rispetto all’abbozzo forzato di un testo come Morte dell’Inquisitore. Il notaio Jacopo Damiano - notaio di fiducia del barone Giovanni del Carretto negli anni sessanta del 1500 - ridonda, nei suoi rogiti, di fervore religioso ed irreprensibile ortodossia. Ora si parla di una certa Isabella Lo Vosco (o Bosco) come eretica. Costei, murata viva per dieci anni dall’Inquisizione, appare più che un’eretica, una mondana che ai suoi tempi destava scandalo, specie fra i famigli del Sant’Uffizio. Una questione dunque di morale sessuale e l’ortodossia c’entrava ben poco. Quindi Racalmuto può definirsi un popolo fedele alla Chiesa. Concorda?


R.: Racalmuto è stato sempre fedele alla Chiesa e quando vi è stato il famoso scisma di Grotte, nessun racalmutese è stato coinvolto. Né vi fu, da parte di un qualche sacerdote o di un qualche laico, moto alcuno di simpatia o di fiancheggiamento a quella ribellione di ecclesiastici grottesi. Quanto al protestantesimo - che qua e là nell’agrigentino un qualche proselitismo è riuscito ad avere - qui a Racalmuto esso è stato sempre rigorosamente bandito. Qualche elemento viene ora da Agrigento, ma è fatto trascurabile. Il motivo? Diceva il grande padre Parisi, eccelso predicatore - anche il Circolo Unione si sentì in dovere di accoglierlo come socio onorario -, diceva dunque il padre Parisi: è grazia della Madonna del Monte. La devozione alla Madonna a Racalmuto è stata sempre profonda e radicata. Ciò l’ha preservato dall’apostasia. La bontà, l’attaccamento alla chiesa ed altre doti del popolo di Racalmuto restano comprovati dai tanti documenti d’archivio, che anche tu ed il prof. Giuseppe Nalbone state studiando, con risultati conformi a questa valutazione.


[omissis]


D.: Ma questo è un atto di fede, o di speranza o di carità verso i racalmutesi?


R.: Credo solo che sia un atto di giustizia e di sincerità. Alla carità gratuita, non bisogna indulgere. Cerco solo di essere obiettivo e sincero. Ma i momenti di smarrimento che per avventura vi siano stati a Racalmuto vanno presentati con altrettanta sincerità ed obiettività. Non sono comunque uno storico per avere di siffatti problemi. Tocca a chi cerca la verità storica, essere veridici, a qualunque costo. Amicus Plato, sed magis veritas, mi pare che un tempo si dicesse, quando era di moda il latino. Ed oggi Sciascia appare tanto Plato!


Vuol commentare?





R.: Io non oso mettermi, sia pure lontanamente, a confronto con tali giganti della Chiesa. Cerco di imitarli quanto più posso, essendo noi i continuatori della loro missione. Quando faccio qualche battuta del tipo «cchiù mi cuociu, cchiù duru mi fazzu» intendo sottolineare la mia ostinazione, il mio attaccamento, il mio volere essere sempre più fedele al , a quell’eccomi pronunciato al tempo della mia consacrazione sacerdotale. Voglio perseverare nella grazia che Dio concede giorno per giorno, perché nell’amore di Dio si cresce giorno per giorno. Nessuno può presumere di essere arrivato. Nessuno deve adagiarsi. Ed allora ecco il cammino, che può essere un cammino nel deserto, che può portare incontro al proprio Calvario. Sono tappe, anche dolorose, che vanno ostinatamente raggiunte e superate, ad imitazione di Cristo. Con l’andare degli anni, si riflette maggiormente. Ci si accorge di avere avuto dei difetti. C’è bisogno di maggiore ostinazione, ma non basta la buona volontà: occorre la grazia di Dio.


  • Come è cambiato Racalmuto in quest’ultimo cinquantennio.



D.: In questi quarantacinque anni, Racalmuto, sotto il profilo della fede, di quello morale e di quello sociale, è migliorato o peggiorato?


R.: Anche Racalmuto, come tutto il resto del mondo, ha subito l’influenza generale. Se Berlino piange, Roma non ride e viceversa. Siamo in epoca di cosiddetta planetarietà. Il mondo è diventato, davvero un paese. Il nostro paese è diventato, in certa misura, il mondo, nel bene e nel male. A Racalmuto - possiamo dirlo - un miglioramento c’è: lo Spirito Santo soffia dove vuole e sta soffiando un po’ dovunque, anche a Racalmuto. Quindi i movimenti che nascono, gli oratori che rinascono. Il bisogno di pace, il bisogno di associarsi, il bisogno anche di rinnovarsi. Si avverte, e questo è già molto. Ma Racalmuto subisce anche l’ondata deleteria del rilassamento dei costumi, del consumismo, del materialismo.


[omissis]


D.: Racalmuto, il popolo di Dio di Racalmuto, è sincero con i sacerdoti, o no?


R.: Beh! Se vedono un sacerdote che si muove, che agisce con serietà, con purezza d’intenti, sì. Non si guarda più tanto al grado di cultura del prete, perché la gente vuole ed esige un servizio all’insegna della charitas, dell’amore. Dove non c’è amore, scatta la critica. Del resto il Vangelo lo dice: se il sale è insipido, lo si calpesta; se il sale è buono, lo si apprezza.


D.: A Racalmuto la fede è diversa a seconda del sesso, dell’età, delle classi sociali?


R.: Sì. La gioventù, ad esempio, è stata un poco più lontana. Ma qualcosa si muove in senso positivo. Si è costituito un oratorio, si è costituita una consulta giovanile. Cresce il richiamo associativo tra i giovani. Le donne sono più vicine: ciò è stato sempre scontato. Una qualche indifferenza religiosa è atavica fra gli uomini anziani. E qui l’asino zoppica. Dovremmo trovare la maniera come mobilitare anche gli uomini. Abbiamo trovato delle difficoltà anche con questi Centri d’ascolto familiari. Non solo qui a Racalmuto, ma anche in tutta la diocesi. Mi ero permesso di suggerire qualcosa per interessare gli uomini, specialmente la sera.


La morale sessuale di Racalmuto


D.: Ho l’impressione che la morale sessuale a Racalmuto sia stata una cosa molto relativa e talora inquinata. Si levano dai documenti d’archivio sussurri e grida che fanno intuire scelleratezze consumate qualche volta persino nel chiuso delle famiglie. E’ un mio pessimismo o lei non intende accedere ad una provocazione del genere?


R.: I misfatti di sesso sono capitati ovunque. La verità è un’altra: siamo portati a scandalizzarci oltre misura quando i fatti di sesso investono la vita religiosa. Siamo portati a credere che tutto un edificio crolli.


D.: Ma io non mi riferisco alla sessualità dei preti. E’ un problema troppo grosso e troppo grande per affrontarlo io. Mi riferisco, però, alla morale sessuale corrente del cosiddetto popolo di Dio, che in questo mi sembra troppo poco popolo di Dio, per quanto riguarda Racalmuto. E non tanto per un certo tipo di sessualità, diciamo così sfrenata che può rientrare nell’ordine umano delle cose, quanto per quell’andare al di là, oltre il pentagramma e pigliare certe stecche. E non sono, secondo me, fatti isolati, ma palesano un certo costume di vita che non va criticato - perché nulla che è umano è criticabile - ma sicuramente non va ammirato.


R.: La prevenzione è sempre il problema più difficile. Là dove la prevenzione è stata praticata, si è evitata la frana. Laddove si è fatto di meno, certamente la frana si avverte. Ora qui a Racalmuto occorre praticare un metodo preventivo - ed io come sacerdote credo di averlo fatto nella scuole. Per quanto riguarda il passato gli antichi nostri non ci davano un contributo, per premunirci dai mali che oggi sovrastano. E’ certo, però, che la gioventù di oggi è più preparata e più attenta rispetto al passato. Le coppie degli sposi sono più preparate. Vi sono i corsi di formazione. Certo si suol dire che male comune, mezzo gaudio. E l’opera nefasta dei mass-media, del materialismo dilagante, si fa sentire. E’ in atto una scristianizzazione subdola. La famiglia è stata minata nelle sua fondamenta: vedi divorzio, aborto, etc. che per noi cristiani sono piaghe e piaghe anche sociali.


D.: Racalmuto ebbe certamente una cultura contadina, quindi chiusa e sessualmente repressa e tendente agli eccessi. Questo, però, vale per la Racalmuto antecedente agli anni ’50-’60. Dopo, in coincidenza con la sua arcipretura, Racalmuto - se debbo giudicare dall’esterno - ebbe un salto di qualità. Certe repressioni della società contadina non ci stanno più. Oggi, ci saranno ... peccati, ma normali; prima, i peccati potevano invece apparire ... anormali.





R.: Io, nei primi anni di sacerdozio, ebbi infatti a notare un periodo, definiamolo, preconciliare. Vigeva allora quella moralità antica. Sembrava che stesse bene per tutti. Ma apparvero subito le prime avvisaglie dell’incombente grande corruzione. Abbiamo dovuto provvedere. In Azione Cattolica ed in altre associazioni cattoliche abbiamo intrapreso ad affrontare problemi di morale che prima era azzardato toccare. La questione sessuale, nelle scuole, io l’ho affrontata, naturalmente con le dovute cautele e ... con le pinzette. Allora c’erano le denunzie che si facevano con estrema facilità. Nelle scuole medie - ricordo - c’è stata una preside che mi diceva: meno male che c’è lei a trattare questi argomenti, perché gli insegnanti sono ostili a trattarli, per paura delle denunzie. Il paese nostro era, comunque, un paese chiuso, un paese di montagna. Appena si è affacciato, con i ragazzi che andavano a scuola, non appena cominciarono a muoversi, vi furono le prime vittime che finirono subito ... segnalate. Due periodi a confronto si ebbero, in ogni caso: quello preconciliare e quello successivo in cui le cose cominciarono a vedersi con altra ottica.


  1. Vi è stata una doppia morale matrimoniale?



D.: Durante l’arcipretura Puma, ho avuto l’impressione - naturalmente sono un osservatore non qualificato ed esterno - che le due morali matrimoniali, quella dei ricchi e quella dei poveri, si siano finalmente unificate. Non posso dire altrettanto per l’arcipretura del suo predecessore.


R.: Beh! .. il mio predecessore ha avuto grandi virtù: sono stato con lui una vita. Carattere forte, duro, qualche volta, ma a volte era necessario prendere atteggiamenti e decisioni dure. Bisognava creare una certa coscienza. Andare ai Sacramenti senza una preparazione, accostarvisi con leggerezza, erano malvezzi da correggere, anche con durezza. Quell’arciprete andava giustificato. Avrei preferito, invece, meno severità e più disponibilità verso la gente. A ciò ci stiamo uniformando io ed i miei confratelli. Bisognava più convincere che reprimere. Con l’amore si ottiene di più, come diceva don Bosco, della rigidità.


  1. 2 Ricchi e poveri, tutti uguali?



D.: Perché negli alti prelati c’è una sorta di diffidenza nei confronti dei poveri ed una sorta di intelligenza con i ricchi? Ci si scorda che nel Vangelo sta scritto «è più facile che un cammello entri nella cruna di un ago che un ricco nel regno dei cieli»? Perché invece i parroci, l’arciprete, il basso clero che sono più a contatto con il popolo, sovvertono quell’atteggiamento?


R.: Diceva il servo di Dio padre Elia Lauricella: «bisogna avvicinare i ricchi e tenerseli vicini perché facciano del bene ai poveri.». Credo che questa sia una strategia intelligente, pastorale. Nel Vangelo non c’è scritto che si devono disprezzare i ricchi. Certo non bisogna affiancarsi ai potenti sol perché sono potenti. Occorre comunque stare in mezzo ai poveri, perché la Chiesa è dei poveri. Lo diceva anche papa Giovanni: Ecclesia pauperum. Essere poveri non va considerata una gran bella cosa. La maggior parte del mondo vive in povertà non per sua scelta. Sorge il problema dell’aiuto che occorre approntare. Un aiuto verso i fratelli poveri.


  • Fede e preti a Racalmuto



D.: Trenta quarant’anni fa, a Racalmuto - mi consenta una battuta - c’erano tanti preti .. e poca fede; ho l’impressione che ora ci stia tanta fede ma pochi preti.


R.: Ih! ...ih! ... ih! [piccolo accenno al riso]. Vuoi forse dire che è scattato un processo inversamente proporzionale? Beh! Io non vorrei giudicare il passato; comunque mi consta che nel passato vi erano uomini di fede granitica. Se la fede si deve misurare dalle opere, allora dobbiamo dire che in passato attività se ne fecero. Le varie chiese che sono state costruite dalle varie maestranze sono l’attestato più bello. Le varie opere caritative come la casa della fanciulla, la Misericordia (quella della mastranza), il maritaggio dell’orfana, furono edificanti iniziative dei nostri padri racalmutesi, atti bellissimi di fede. Ecco, perché mi sembra un po’ azzardato avanzare riserve sulla fede degli antichi di Racalmuto. Col cambiare dei tempi, certo cambiano le manifestazione di fede. Anche oggi abbiamo tante belle manifestazioni di fede .. specie per l’apporto dei laici che suppliscono alle deficienze numeriche di sacerdoti.


[omissis]


Racalmuto, domani.


D.: Questa la storia. E le prospettive di Racalmuto? Quelle morali, quelle religiose, quelle della fede, quelle politiche, quelle economiche, secondo lei quali sono?


R.: Io credo che se il Signore ci assiste - ho molta fiducia nella Provvidenza, nei collaboratori - Racalmuto avrà un futuro migliore. Le chiese stanno per essere tutte restaurate e sono un patrimonio artistico e culturale, con grande vocazione turistica, anche. Dal punto di vista morale c’è da sperare in bene. Guardiamo ai tanti ragazzi, ai tanti giovani che si dedicano ad un meritevole volontariato. Gli oratori - ben quattro - sono segni tangibili di questa buona volontà, della saldezza dell’istituto familiare. Abbiamo, anche, alcune organizzazioni culturali, artistiche. Vedo che diverse mostre sono state organizzate in questi ultimi tempi, segni di una crescita culturale, di una maturità diffusa. Per quanto riguarda il fattore politico, credo che se non cambia qualcosa a livello nazionale, regionale, non riuscirà a cambiare nemmeno un piccolo paese. A Racalmuto, al popolo di Dio di Racalmuto, vada tutto il mio affetto, il sincero augurio del loro parroco, di questo sacerdote prossimo alle nozze d’oro con la Chiesa, alle nozze d’oro di un sacerdozio tutto speso qui, in questa terra del sale e dello zolfo, dei campi e delle vigne, del pavido commercio, della minuscola borghesia; in questo paese talora inverecondamente bagnato di sangue, in questo paese che ad ogni buon conto ha una insopprimibile voglia di redimersi, di migliorare, di essere civile, di avere fede in Dio, nella sua materna Madonna del Monte. Racalmuto, ove la gente nei tempi si è abbarbicata “come erba alla roccia”. Pervicacemente. Ove la gente vuole costruire una città del sole, la città di Dio.