martedì 18 giugno 2013

Storia Religiosa di Racalmtìuto

Calogero Taverna
 
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“STORIA RELIGIOSA DI RACALMUTO”
Studi e ricerche
 
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PRIMA DELLA STORIA

Racalmuto si affaccia sulla ribalta della storia - quella almeno documentata - molto tardi: bisogna attendere il 1271 per imbattersi in un diploma angioino ove il casale della diocesi di Agrigento è segnato in termini tali da non lasciare troppi dubbi sulla esistenza del paese. Prima, affiorano solo cenni o spunti che soltanto in via congetturale possono portare a questo centro dall’incerto nome arabo di Racalmuto.
Il toponimo “Racel ...”, ad evidenza corrotto ed incompleto, che trovasi nelle cronache del Malaterra, è da riferire secondo alcuni a questo  centro dell’agrigentino: di conseguenza esso sarebbe uno dei dodici borghi arabi soggiogati, violati e ricristianizzati dai lancieri di Ruggero il Normanno, nell’aggiramento per la conquista della Ghirgent di Kamuth. E Racalmuto nient’altro sarebbe che “Racal-Kamut”, Borgo o Fortezza di Kamuth - come del resto lascia trapelare la grafia del toponimo nel diploma del XIII secolo che si custodiva a Napoli, negli archivi angioini.
Altri si ostina a collegare una delle località descritte dal geografo Edrisi, Gardutah, con Racalmuto (come se si trattasse di una corrotta trascrizione del fonema dialettale “Racarmutu”). Altri come Eugenio Messana, invece, reputa che il toponimo Al Minshar sempre dell’Edrisi non sia nient’altro che il Castelluccio.
Non manca certo l’erudizione, ma ci troviamo di fronte solo  a vaghe congetture.
Noi, invece, restiamo presi da quanto afferma un archeologo del valore di Biagio Pace che, forse un po’ troppo avvalorando il nostro Tinebra Martorana, propende per la tesi secondo la quale le Grotticelle, sotto la contrada del Giudeo, sarebbero state adattate, nei tempi bizantini prossimi al papa Gregorio Magno, ad ipogeo cristiano.
E sulle ali dell’entusiasmo archeologico, avremmo voglia di ritenere che quella crocetta che è marcata in una Tegula Sulphuris, di cui parla qualche archeologo, stia ad indicare una presenza cristiana a Racalmuto addirittura sotto l’imperatore Commodo. Quelle Tegule - così approssimativamente denominate dal Mommsen - venivano fabbricate e vendute nel quartiere ellenico di Agrigento, ma il loro uso riguardava di sicuro le miniere di zolfo di Racalmuto - quelle della zona di Quattro Finaiti e dintorni. Secondo studi attendibili, questo avvenne sotto l’imperatore Commodo. Forse un liberto cristiano fu inviato nelle officine zolfifere imperiali della nostra terra e nelle sue Tegulae - le antenate delle moderne ‘gavite’ - fece incidere il segno della sua fede: la piccola croce che non è sfuggita agli archeologi della nostra epoca. Se è così, la presenza cristiana a Racalmuto è antichissima, quasi una predestinazione, un pionierismo i cui meriti si sono protratti nei millenni. Racalmuto è stata una chiesa salda nella fede: giammai vi ha attecchito la mala pianta dell’eresia: qualche presenza massone alla fine dell’Ottocento ha rappresentato semplicemente lo snobismo di qualche ex seminarista alla ricerca di intime rivincite o di moti liberatori da psicoanalitici complessi. Diversamente che da Grotte, qui da noi mai si sono avuti fomiti scismatici e giammai si sono espanse sette eretiche. La vicenda emblematica di Fra’ Diego La Matina ci appare un fervido parto letterario del pur grande Leonardo Sciascia. Lo scrittore diede enfasi alle dubbie affermazioni di un cronista secentesco e prese alla lettera accuse palesemente rigonfiate. Un Fra’ Diego La Matina autore di libelli eretici è ipotesi infondata e comunque non potuta documentare dallo Sciascia. A noi risulta, invece, che un chierico di tal nome dimorasse nel 1660 e rigorosamente assolvesse al precetto pasquale. Lo attesta la più antica ‘Numerazione delle Anime’ che gli Archivi Parrocchiali della Matrice hanno tramandato sino a noi.

LE PROBABILI ORIGINI BENEDETTINE DI RACALMUTO

Non v’è dubbio sull’origine araba dell’attuale Racalmuto: il suo nome lo attesta inconfutabilmente, anche se non significa sicuramente Paese Morto o Distrutto o simili assonanze funeree. I modernissimi arabisti (Giovan Battista Pellegrini, in Dizionario di Toponomastica - I nomi geografici italiani - UTET 1990) sconfessano la vecchia lugubre etimologia ma si avventurano in una infondata interpretazione: Racalmuto - dicono - “deriva dall’arabo Rahl al Mudd = uguale Casalis Modi (Cusa 24, 25 e 221) ‘sosta, casale’ del Mudd <latino modium ‘Moggio’ “. “Paisi di lu Munnieddu”, dunque, alla siciliana. Ma di modii e mondelli Racalmuto non ha la configurazione. L’immagine potrebbe valere per il vicino Monte Formaggio di Sutera. Del resto, può escludersi qualsiasi vecchio fonema che suoni simile a Racalmuddo o Racalmullo ed analoghi. Nell’antico diploma, quello angioino che abbiamo citato all’inizio, la grafia - per noi molto eloquente - è quella di RACHALCHAMUT. 
Uscendo dalle secche della toponomastica, sappiamo di sicuro che per un paio di secoli a Racalmuto ebbero il sopravvento i musulmani. Questi introdussero sistemi di coltivazione degli ortaggi alla stregua di quanto avviene ancor oggi. Certi autori riportati dall’Amari descrivono la coltura delle cipolle con porche e zanelle come tuttora si usa negli orti sotto l’attuale Fontana. (Michele Amari: Biblioteca Arabo-Sicula, Torino 1880 - pag.  305-306: dal Kitab ‘al Falah (Libro dell’Agricoltura di Ibn ‘al Awwam). I secoli dal Nono all’Undicesimo sono sicuramente secoli arabi per Racalmuto. Ma ebbe davvero a sparire il cristianesimo radicato nelle ‘massae’ attorno all’asse Casal Vecchio-Montagna dell’epoca bizantina? Pensiamo di no. Vi fu convivenza tra le due religioni e i due popoli, anche se mancano testimonianze per comprovarlo. Ma non ve ne sono neppure di segno contrario. Forse le tante lucerne funerarie ed i resti archeologici rinvenuti nelle zone del Giudeo potrebbero risalire a quei secoli arabi, e sembrano testimonianze cristiane.
Propendiamo a credere che gli indigeni bizantini di Racalmuto rimasero sul luogo al tempo della conquista saracena; essi continuarono a coltivare grano e vite nelle zone alte del territorio. I vincitori, intere famiglie di coloni, si assestarono nelle valli, vicino alle fonti d’acqua della Fontana, del Raffo ed anche di Garamoli e della Menta, in zone appunto propizie alle loro colture d’ortaggi, in cui erano maestri e che i Rum (i Cristiani) ignoravano. Dai Rum, l’emiro di Girgenti esigeva la tassa capitaria della Gezia, il soldo per mantenere il culto dei Padri e la fedeltà alla propria religione.
Un documento greco del 1178, se per avventura si dovesse veramente riferire a Racalmuto come autorevolmente sostiene il Garufi, proverebbe appieno queste nostre ipotesi.
In effetti, in quel documento greco  del  1178 abbiamo il  primo attestato storico sul toponimo di Racalmuto, e già siamo ai tempi di Guglielmo II, il Buono. Ebbe a pubblicarlo nel 1868 il grande paleografo siciliano Salvatore CUSA (cfr. I di­plomi greci ed arabi di Sicilia, Palermo 1868, pag. 657-658 e pag. 729): vi si parla di una vendita a Berardo, priore di S. Maria di Gadera, di un fondo sito in   RAHALHAMMUT, per il prezzo di 50 ta­rì. A venderlo, nel settembre di quell’anno, fu tale Pietro di Ni­cola GUDELO, insieme alla moglie Sofia ed ai figli Tommaso e Nicola.
Il toponimo  Rachal Chammoùt ( ammu) figura scritto in greco e la vendita del terreno viene fatta al lontano monastero di S. MARIA di GADERA, sito nei pressi di Polizzi Generosa. Per alcuni studiosi locali, affetti di laico attaccamento alle loro pretese origini musulmane, vi sarebbero le stigmate della sofferenza post-araba di Racalmuto. Terra ormai di schiavi, il suo circondario sarebbe stato spartito tra chiese e conventi e già dal 1093 avrebbe, per di più,  subito l’onta  dell’assoggettamento alle decime del Vescovo di Agrigento, di cui per volontà dell’invasore normanno era stato ridotto a territorio diocesano subalterno.
Racalmuto normanna ivi citata, invero, è terra piuttosto frazionata: il fondo in vendita confina con parecchi proprietari di terreni che non dovevano essere molto estesi: chorafion è il termine greco usato proprio per significare un  fondo non vasto. I nominativi sono: a) Basilio Burrello, b) Martino di don Guglielmo; c) il fu Michele di Rosaneto, sacerdote; d) Niceforo Lipta; e) Rinaldo figlio del chierico Baldi; f) Nicola figlio del prete Michele; g) il fu  Giovanni genero di Filax;  h) Basilio  Gu­dela.
La preminenza dei ceppi sembra greca, ma i Rinaldo ed i Baldi  con i Martino fanno pensare a casati latini e normanni. Una mistura dunque di gente che sembra essersi ripartito il territorio saraceno del nostro paese. Vi si possono leggere i segni dei grandi sommovimenti feudali dei tempi di Margherita e di suo cugino Stefano Le Perche. Racalmuto che non figura mai nei diplomi della Chiesa Agrigentina, appare ora pertinenza di quel priore Berardo che ha tutta l’aria di un monaco benedettino. Forse ebbe ad impossessarsi per soli 50 tarì - cifra sicuramente esigua - di va­sti possedimenti cui erano addetti  i saraceni del luogo in condizioni di quasi schiavitù;   tutto fa pensare che dopo vi mandò i suoi monaci per  ergervi un convento e sfruttare le locali culture granarie. Nel   1308, a pagare le decime al Papa per Racalmuto abbiamo due nomi che nulla hanno a che fare con la nostra località, ma che proprio possono collegarsi con i monaci benedettini: Martuzio de Sifolono, titolare della chiesa di S. Maria, chiamato  a corrispondere un’oncia per le decime di due anni (1308 e 1310), ed il prete  Angelo di Montecaveoso, tassato per nove tarì  in re­lazione all’ufficio sacerdotale che esplicava nel Casale di Racalmuto. Sono testimonianze postume che però sembrano condurci all’erezione del convento di S. Maria, divenuto francescano solo nel secolo XVI.
All’importante e fondamentale diploma  del 1178  ci ha portato, dicevamo,  il GARUFI, il grande storico cui fa ricorso SCIASCIA nella ‘MORTE DELL’INQUISITORE’. Nel suo studio sui ‘PATTI AGRARI E COMUNI FEU­DALI DI NUOVA FONDAZIONE IN SICILIA’ (cfr. CARLO ALBERTO GARUFI, parte II dell’articolo, in ARCHIVIO STORICO SICILIANO, anno 1947, pag. 34) troviamo, infatti, questa illuminante nota: «soggiungo che l’unica e più antica notizia di Racalmuto, che ci permetta d’indagarne l’origine al di fuori delle cervellotiche etimologie di R a h a l m u t, casale della morte, si ha nella pergamena greca originale conservata tuttavia nel Tabulario di S. Margherita di Polizzi, la quale contiene l’atto di compra-vendita, dell’a. m. 6687, e. v. 1178, feb. ind. XII, di un fondo sito in Rachal Chammout. Sin dalle sue origini il casale fu denominato da Chammout, nome codesto di persona che per due volte ricorre fra i  g a i t i  testimoni saraceni nel diploma originale, greco-arabo, di Re Ruggiero dell’a.m. 6641, e.v. 1133 feb. ind. XIa ».    
Purtroppo l’autorevole storico non ha avuto al riguardo nessun seguito. Non raccolse la tesi su Racalmuto Leonardo Sciascia e non seguono il Garufi storici come il Bresc o arabisti come il Pellegrini (come si è visto prima). Noi abbiamo tentato di confrontare questo documento con altro di analoga portata, alla luce di quanto scrive il Di Giovanni (ARCHIVIO STORICO SICILIANO - 1880: Memorie Originali - Vincenzo di Giovanni: Il Monastero di S. Maria la Gàdera  poi Santa Maria de Latina esistente nel secolo XII presso Polizzi. - Pag. 15 e segg.), e francamente siamo rimasti molto dubbiosi sull’effettivo riferimento alla terra di Racalmuto.
Non si riferisca pure a Racalmuto, il documento tuttavia illumina sui processi di colonizzazione dei frati benedettini in quel torno di tempo. E benedettino fu certamente il primo convento che sorse a Racalmuto.
Un passo della SICILIA SACRA del PIRRI  testimonia della presenza benedettina a Racalmuto. Stralciando dalle colonne dedicate alla “AGRIGENTINAE ECCLESIAE” (foglio 758 e segg.), veniamo resi edotti dal Netino che «Coenobium cum Ecclesia S. Benedicti prope viam, qua itur Agrigentum, & Rahyalmutum, de suffraganeis Ecclesiae Agrigentinae invenio excriptum in libro Capibr. Eccl. in Reg. Canc. fol. 211; puto id esse hodie Monalium Annuntiatae Musumellis. Olim enim erat coenobitarum eiusdem Ecclesiae Annuntiatae. Vide ibidem». [1] A dire il vero, l’abate Pirri si avvale dei Capibrevi del Barberi che risalivano ad un secolo prima. La descrizione del convento di monache benedettine sotto titolo dell’Annunziata interessa poco Racalmuto e resta una mera ipotesi quella del Netino che vuol far derivare il convento di Mussomeli da quello, già distrutto nel XVII secolo, che sorgeva nel nostro territorio. Quel che rileva è invece l’accenno ben preciso all’abbazia benedettina di Racalmuto. «Trovo scritto - ci par qui di dover tradurre il passo dal latino - nel Libro dei Capibrevi Ecclesiastici nei Registri della Cancelleria, foglio 211, che si ergeva un cenobio con una chiesa dedicata a S. Benedetto presso la via di congiunzione di Agrigento con Racalmuto e rientrava tra quelli suffraganei della Chiesa Agrigentina. Penso che esso sia lo stesso di quello che è oggi il convento di monache dell’Annunziata di Mussomeli. Una volta  apparteneva a cenobiti della Chiesa dell’Annunziata. Vedi colà.» Eugenio Napoleone Messana colloca, anche sulla scia di alcuni ruderi archeologici di una cisterna, quell’importante abbazia benedettina al vecchio Campo Sportivo.
Siamo franchi, il Pirri nei passi citati non è né perspicuo né convincente. Se un convento benedettino vi fu a Racalmuto, esso dovette essere ben più antico del 1466, diversamente da quanto sembra ritenere lo storico di Noto. Ai suoi tempi - e siamo attorno al 1630 - non vi erano più memorie documentabili. Nella visita pastorale del vescovo Tagliavia del 1542-1543 non è dato di rintracciare alcun riferimento all’abbazia.
Nella prima decade del 1300 rinveniamo, invece, un sacerdote officiante a Racalmuto che ha tutta l’aria di un benedettino, oriundo di Montescaglioso in provincia di Matera. Trattasi delle decime pagate per gli anni 1308 e 1310 ai Papi di Avignone. I tassati di Racalmuto sono due, come abbiamo avuto modo di dire, ed uno di essi è palesemente designato con il suo nome di religioso: Angelo di Montecaveoso
Costui appare come il primo arciprete di Racalmuto, stando almeno ai documenti disponibili.
L’ipotesi, dunque, che Racalmuto si avvii all’attuale conformazione ad opera dei benedettini non è poi del tutto cervellotica. Dovette avvenire la colonizzazione benedettina attorno al Dodicesimo-Tredicesimo secolo, alla stregua di quanto desumibile dal documento greco di S. Maria di Gadera che abbiamo prima revocato. L’opera contadina e civilizzatrice dei frati per tanti versi ebbe a sopperire alla grave crisi determinata dalla repressione dei saraceni da parte di Federico II.
 


[1]  ) Il passo cui Pirri rinvia, recita: «Monalium Benedictonarum monasterium S. Annuntiatae est antiquissimum. Id olim erat Monachorum eiusdem ordinis: lego enim in lib. Cancell. Prioratum, sive Monasterium S. Mariae Annuntiatae ordinis S. Benedicti prope Misimerium Agrig. dioec. esse de jurepatr. laicorum, et fuisse datum à PP. Paulo II post obitum Augustini, Philippo Cappa cl. Panorm. ex litt. apost. 12. Aug. 1466. pont. an. 2 in lib. sec. Macri 4 Feb. 1467. 15 ind. Fol. 42. Capib. fol. 233. Hospitium habebat monachorum sub titulo S. Benedicti, hodie dirutum, juris Monalium harum ad p. 6. m. ab oppido Rahyalmuto. Moniales 22, cum unc. 236.»
 

lunedì 17 giugno 2013

Io sono io e voi... ma che avete capito?: sono il piccolo Taverna figlio del dignitosisimo Peppi Taverna da Racalmuto

Mi giunge a sorpresa: mi incuriosisce il fatto di venire seguito per questo mio blog addirittura nello stato di BELIN. Belin? e dove si trova? Consulto enciplopedie e in quattro e quattr'otto mi faccio quasi una cultura enciclopledica su questo minuscolo stato incuneato tra TOGO e NIGERIA. Mi dico: ma sai Calo' che Baiamonte ha torto a considerarti un minuscolo sicofante di un piccolo pirrorello di paese. Ma sai che tutte quelle cinquantenni che prima ti esaltano e quando si sentono prese per il culo ti danno anche del folle, hanno torto loro. Ma ha torto anche il celebrato da Pierino e da un certo Leonardo Sciascia prof. Di Grado che, mentre si deliziava con il cuore cavo della figlia, mi aggrediva di nuovo immemore che al tempo del parco letterario Leonardo Sciascia mi aveva dato del "gran maleducato". Tutto sommato mi ero permesso di irridere sui muri di Racalmuto "la bagascia del nisseno".
A dimostrazione riespongo questo foglio di LOTTA CONTINUA:




Il testo non è mio ma di LOMBARD alias Romano Gattoni  deceduto da tempo; ma idee, costruzioni, documenti, ermeneutica, significatività, accuse da capogiro, attacchi ai grandissimi onnipotenti di allora ... tutto mio. Lo giuro. Ha crato un sfascio mondiale. Ne sono lusingato.Quarda un po' che cosa è riuscito a combinare il piccolo tTaverna figlio del dignitossimo Peppi Taverna di racalmuto!. Io dico che nessuno capirà, ma se qualcuno è tanto umile da chiedermi spiegazioni gliele darò e poi faccia ammenda della sua supponenza se mi ha creduto "gran maleducato", aduso a suonare sempre la corda pazza o peggio un piccolo saprofita delle minchiate di un paesanuzzo dedito a scolastiche coloriture.

E' offensiva una siffatta critica? Il destinatario Baiamonte mi si è rivoltato contro. Anche questo è Racalmuto!!!!!





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giovedì 26 gennaio 2012


" Piero Baiamonte: il pittore viola" di Calogero Taverna microstorico racalmutese

Calogero Taverna
di Calogero Taverna

Ombre fluttuanti che ai miei occhi appariste …. esordiva Goethe nel suo Faust. Quale giovinezza pretese Piero Baiamonte, varcato il semisecolare traguardo anagrafico, al concilio dei demoni per un ripristino della sua Vis nell’arte? non credo a Lucifero, forse a Baal, escludo Mammona … ma sicuro Eros. Allora eccoci a Michail Bulgakov, al Maestro e Margherita, dunque. E mi leggo, per mio solo intendimento: «Ivan studiò la situazione. Tre vie gli si aprivano davanti. La prima: … gettarsi contro quelle lampade e quegli oggettini bizzarri, spaccare tutto ed esprimere così la sua protesta …[ma] la prima via gli sembrò dubbia: magari in loro si sarebbe radicata l’idea che lui era un pazzo furioso. … una seconda: cominciare subito a parlare del consulente e di Ponzio Pilato però l’esperienza passata dimostrava che a quel racconto non prestavano fede, oppure lo interpretavano in modo svisato. Perciò Ivan rinunciò anche a questa via, e scelse la terza: chiudersi in un orgoglioso silenzio.» [O.C., Einaudi, 1967, pag. 83]. Ed a me davvero sembra che ad un tratto Pietro Baiamonte dette un taglio al passato.
Piero Baiamonte
Leggete le sue note biografiche e vi convincerete: «dopo un lungo percorso» ecco che «approda a un raffinato concetto di ¨nuovo figurativo¨» e cioè per «raggiungere un risultato inedito».
Come dire che l’artista ha ora in serbo un “nuovo segreto”, quello sciasciano, quello che “ogni artista vero” profonde poi nella sua opera che “tanto più è segreta, esclusiva da scoprire come nell’intimità e continuità di un colloquio, quanto più appare aperta ed immediata.”
Se ne ha ora una testimonianza con la recente mostra nel racalmutesissimo Castello Chiaramontano. Diamone qui una panoramica per coglierne il senso.
La triade femminea, il riposo muliebre, l’evanescenza dopo il sogno e, nelle nostre foto, l’indistinto di quella che a me va di chiamare “efebeia gunaichea”. Siamo nel raptus deliquescente per acquisire ancora il gioioso rinvigorire dell’altra. Ed è come una rincorsa ed una fuga, un seguire chi velocemente si allontana, salendo sui gradini di una chiesa, la vetusta ma non antichissima chiesa di San Giuseppe, come icasticamente la cinepresa di Baiamonte ci addita nel video proposto in F.B.
Il demoniaco patto con Eros dunque, per il ritorno agli ardori giovanili? Perché no?
Di questi tempi, dilettandomi di psicanalisi, ed invischiato nelle teoriche mediche e psico-mediche di Georg Groddech e riguardandomi a ritroso, ma parlo di un trentennio addietro, vedo un irrefrenabile aggancio alla vita, una creatività che scaturisce da un’ambiguità esistenziale quando si comincia a temere la morte (mirate quella sincronia con dipinti e materie evocative di Thanatos - con Eros la diade freudiana - cui Baiamonte troppo indulge nelle sue foto di F.B.); del tempo in cui ci si ingorga nelle esplosioni gioiose, pittoriche, appunto; e dietro l’umana aggressività per un fomite liberatorio della pervadente sofferenza. Certo vi sono tanti istinti repressi che esplodono e diventano catarsi cromatica, ora persino raffigurativa, ora persino supplice, ora persino propiziatrice, ora persino sognante. E dietro ancora un’evanescente enfasi esistenziale che esplode in un rimembrato URLO che è poi l’EGO che censura l’ES; ma l’ES reagisce, si difende offendendo sprigionando mali fisici, psichici ed anche politici, sociali, culturali. Insomma l’eco di quanto sta avvenendo nella comunità racalmutese, mai così prospera come adesso, mai così culturalmente viva, mai così aliena dalle ancestrali accidie. Eppure tutti a cantare il de profundis, tanti, anche penne elette, prodighi nella denigrazione, nell’oscuramento di ogni attrattiva turistica. Ed i piccoli, gli insignificanti, i balbuzienti della più radicale incultura, i sorpassati, i beceri, gli ignoranti integrali che tutto credono di sapere insegnare, e via discorrendo; quelli insomma che salgono in cattedra, che propinano sentenze, che deridono i presunti eccessi linguistici quasi questi volessero trasformare le dialettali tribune locali in palliativi dell’accademia della Crusca. Ignari che la tranquilla coscienza (loro) è solo figlia di pessima memoria, e si atteggiano a superiori censori della piccole macule altrui, anche se loro cognati.
Già, l’ES racalmutese che vuole atterrire cautelarmene il superiore EGO racalmutese, quello cosciente di questo sublime movimento artistico all’Agnello, al Rizzo, all’Amato, e per noi soprattutto alla Baiamonte e ad altri, a tanti altri, anche in altri campi, dalla musica alla letteratura, dal giornalismo e persino, seppure osteggiata, alla imprenditorialità. L’URLO di MUNCH è quello di questi signori dell’autofragellazione o è il mio? Credetemi, cari racalmutesi e cari amici di Racalmuto sparsi per il mondo, la mia ottuagenaria saggezza non può sbagliare: per il futuro di Racalmuto la dea ragione mi sorride. Pensate che Racalmuto non è più la Regalpetra sciasciana degli anni’50. Ora tutto è salubre; rispetto al resto d’Italia, il benessere non scema. Vi sono certo problemi, come in ogni parte del mondo, ma sono i problemi della crescita capitalistica (purtroppo per il mio credo politico, ma non sono masochista). La mafia, la corruzione, la disoccupazione giovanile, chi non le vede? ma quanta enfatizzazione in un caso, quanta parva materia nell’altro campo, quanto lavoro nero ove si stempera e si camuffa la disoccupazione. Problemi più di evasione fiscale, che altro. E la droga? Quello è un gran male. Ne facevo un’agghiacciante denunzia in una mia inchiesta televisiva di otto anni fa. Mi inquietavano certi murales (oh! l’estro pittorico racalmutese), ove si invocava protezione, protezione dallo “sballo”. Quegli stessi murales li ho ritrovati questa estate negli abbandonati, ma con porte ultra serrate, casamenti ex Mulè del Castello Chiaramontano. Come hanno fatto i giovani ad infilarsi in quei tetri alloggiamenti? Non ha vigilato nessuno? E qui davvero mi aspetto l’azione purificatrice della triade di Diomede!
Ma torniamo alla pittura, alla ammaliante pittura della nouvelle vague di Piero: Niente più echi di Fontana, Burri, Manzone. Forse secondo qualche erudito un richiamo a Matisse (e poi diremo perché).
Siamo nel figurativo pieno, quale si addice alla solarità di questa nostra iridescente terra, ove vi sono troppi accattivanti colori, troppa luce scintillante, ove talora anche i Nebrodi innevati ci traslano in decantate località ultramontane. Perché astrarsi. E poi noi racalmutesi, con il DNA dei Sicani, con le stimmate mirabilmente raffigurative dei Greci (dei Gheloi, per intenderci), con le malie museali dei bizantini (sempre grecofoni) amiamo le immagini, il figurativo, e ci sentiamo estranei alle arditezze simboliste, metafisiche, persino futuriste, e non siamo dadaisti. Ci piace sognare il vero, amiamo il riflesso del volto muliebre, se maschi, se donne – che pare a Racalmuto amano ora sposarsi spiritualmente, cattolicamente fra loro – non so, mi manca l’acre impetuosità dell’efebeia gunaichea per capirle. Ma questo sguardo tortuoso eppure limpido, questa corvinità della folta chioma, quel socchiudere le labbra tinte di carminio, quel naso camuso, quel non essere efebica, e quel poggiare il capo in un fondale viola, ha tanti tantissimi empiti della facies locale, racalmutese, genuinamente racalmutese. Il viola? Quest’autunno peregrinando per li Fiumeti, ai bordi della strada asfaltata, d’improvviso scorgo una “troffa” di splendidi fiori viola. Una colonia di Giaggioli cui i riverberi del sole autunnale racalmutese conferiva la magia cromatica della inimitabilità. E qui Baiamonte, non so quanto consapevolmente, quel colore tutto indigeno, tutto nostro, ancestralmente nostro, coglie e sa cogliere, per ridarcelo integro ed ammaliante in questo ammirevole ritratto femmineo.
Mi sono allora chiesto, quanto di racalmutese c’è in Pietro Baiamonte? Mio padre, grande ammiratore della famiglia Baiamone, così svettante anche fisicamente sui racalmutesi, mi parlava spesso della loro provenienza da Catenanuova. Ma credo, si sbagliasse. Certo i Baiamonte, non li trovo né nel ‘500, né nel’600, né nel ‘700 tra le carte dell’archivio parrocchiale della Matrice (che io custodisco in 20 CD, ad onta degli attuali giansenismi preteschi). Trovo invece, dopo una superficiale e frettolosa ricerca, un GASPARE BAIAMONTE sposato con Calogera Zaffuto a cui i preti battezzano il figlio PIETRO il 3 marzo del 1888. Vi mostro il foglio del registro battesimale racalmutese:

Miei cari concittadini, vi pare giusto che un patrimonio archivistico, di cui vi ho fornito un fotogramma tratto da quei 20 cd sopra citati, resti negletto ed abbandonato nelle mie mani, per finire ai miei eredi non tutti racalmutesi, e questo perché il sovrintendente alla cultura locale, per antico astio nei miei confronti, ha convinto l’autorità apicale a dichiarare ECCLESIA inidonea a percepire un qualche contributo volto alla realizzazione di un archivio storico racalmutese, come si sa vulnerato dai moti rivoluzionari racalmutesi del 1862? Quando il Commissario mi propinò il rigetto della mia domanda, certamente non sussiegosamente pitocca, lo invitai ad assidersi tra i numero tre. Certo non basta un localetto ove depositare i CD, occorrono laboratori, programmi informatici, esperti in paleografia (quello che vedete è già arduo di per sé, figuratevi le altre carte del ‘500 e del ‘600 per non parlare della carte vaticane sempre in mio possesso che risalgono al semionciale del ‘300?. Ma ciò non dà pane, dicono gli imbecilli. Ciò non è priorità del difficile momento che stiamo attraversando, aggiungono con sussiego argomentativo. Sì trattasse di un salice piangente alla Barona (che mi pare indebitamente tagliato da chi ora piange per ripiantarlo) allora sì che sarebbe una priorità (forse perché lo fornirebbe lui, a caro prezzo). E sapete la rabbia mia, perché, per la mia precorsa attività, so bene quanti fondi europei e regionali si potrebbero convogliare a Racalmuto e quanto lavoro per cooperative (serie) di giovani e di universitari ne scaturirebbe. Ma la Triade di Diomede uno sguardo a queste faccenduole assistenziali ce l’ha dato?
Vi è una mirabile pagina di Sciascia (in Amici della Noce) in cui, in uno dei rarissimi scisti erotici del grande Scrittore, questi scrive e descrive il dirimpettaio casino dei Matrona e l’immaginario bivaccare di ignude matrone tizianesche per i prati antistanti. Son sicuro che se Sciascia avesse visto questo ritratto, questa nostrana Maja Vestida (a dire il vero non troppo) con questo inebriante rosso, vi avrebbe colto l’immagine di una di quelle ericine sognate, mirabili alla luce del sole occiduo della Noce. A me fa lo stesso effetto dellaLUDOVICA ALBERTONI di GIAN LORENZO BERNINI quando vado, qui a Roma, nella chiesa di San Francesco a Ripa, nel cui convento un francescano, forse racalmutese, portò un testo del nostro Marco Antonio Alajmoautografandolo.
Trascrivo da chi sa scrivere meglio di me e con competenza: Matisse nel «ritratto con la linea verde [usa] colori “irrealistici” eppure funzionali, come dimostrano l’irreale linea verde che taglia in due il viso conferendogli rilievo (perché costituisce quasi un crinale divisorio, che sporgendo in avanti, modifica l’incidenza della luce sulle due parti dell’ovale) ed il risalto luminoso del viso stesso, determinato dall’accostamento dei suoi colori chiari con quelli della veste, del fondo e, soprattutto, della massa dei capelli che lo incorniciano e degli occhi profondi … Il senso profondo di questa scelta pittorica è la volontà di tradurre la percezione emotiva della realtà, senza neppure l’elementare mediazione logica dei sensi; immediatamente, dunque, per potere così legare l’immagine allo stato percettivo-emotivo nel momento stesso del primo impatto.»[Piero Adorno-Adriana Mastrangelo, Segni d’arte 4, Messina-Firenze, 2007, pagg. 24-25]
Siamo i primi a dichiararlo: la cifra pittorica di Baiamonte è ben altra; ma nessuno può negare le affinità. Essere accostati a Matisse, poi, non credo che sia un affronto.
Ma noi che pittori non siamo, che siamo anzi daltonici e i colori ce le facciamo dire da chi ci sta vicino, abbiamo, come si è visto, intenti ben diversi da quelli della critica d’arte. Riguardiamo ad esempio il giallo dei ritratti di Baiamonte. Ci richiamano quella nostra scoperta di tanti anni fa, di un fiore giallo sbocciato in autunno sotto la grotta di fra Diego. Pensavo al crocus, ma fui corretto dal Linneo Racalmutese: mi disse il nome latino ed in un primo momento parlò di Zafferano falso. Trascrivo dal sogno taverniano che REGALPETRA LIBERA pubblicherà se potrà:
Ecco il suo vero nome:

Sternbergia lutea (falso zafferano)

L’avevo scambiato per crocus ed invece è pianta medicinale.


N.B. Noi non siamo botanici. Ci siamo quindi rivolti al Linneo racalmutese che questa specifica ci aveva dato. Pare che ora, dicembre 2011, abbia cambiato idea. Da modesti navigatori abbiamo fatto i debiti riscontri e siamo arrivati alla convinzione che anche allora era tutto esatto. Persistiamo dunque nell’errore!

Aggiungo: pensate cosa hanno fatto dello zafferano, per esempio, ad Aquila. Quello nostro, con quel giallo succhiato dalle falde solfifere racalmutesi, è unico e prezioso. Culture estensive darebbero pane e companatico. Ma l’accidia, quella sì, è tabe inguaribile in questo paese del sale e dello zolfo.
Pierino Baiamonte con la starnbergia lutea non c’azzecca proprio, direbbe qualcuno. Sarà, ma a me serve per dichiarare ed esaltare la racalmutesudine di Pietro Baiamone, pittore del luogo che viene da lontano ed andrà lontano, specie se Racalmuto smette di divorare i suoi figli migliori.
Baiamonte racalmutese, dunque? Non del tutto. Il suo cognome – ignoto, come detto, nei secoli antecedenti l’Ottocento - suona normanno, direi angioino. Rientra nella schiera di quei seguaci di Carlo d’Angiò che sciamarono in Sicilia, dichiarandosi pari al re, suoi compagni, Comites, come dire Conti. Si appropriarono di terre e castelli, ma ebbero, dopo, vita grama sotto i signori dell’avava povertà di Catalogna per dirla con Dante e con Sciascia. Asserragliatisi nelle località con il DNA Siculo, sopraffattore del nostro DNA sicano, non furono molto stanziali. I Baiamonte, comunque, solo nell’Ottocento lasciarono la Piana di Catania per giungere sino a noi, qui a Racalmuto, in tempi di esplosione economica dovuta ai nuovi sistemi di sfruttamento dello zolfo, trovato in abbondanza sotto i superficiali strati subito esauritisi. I Baiamonte, comunque, a Racalmuto trovarono fedelissime mogli e da queste ebbero figli, che per via materna risalgono alle propaggini sicano-greche locali di cui siamo e dobbiamo essere orgogliosi. (Calogero Taverna)

1 commento:

  1. Piero Baiamonte
    la Sua recensione più che un commento mi sembra un "uso" della mia attività (artistica) per esternare, con un proprio esercizio intellettuale, propri concetti e riflessioni con l'aggiunta di sue personali "situazioni" in merito alla mancata accettazione da parte del Comune di un non meglio precisato archivio in suo possesso - ma va bene così l'Arte come la pubblicazione giornalistica è libera.



    Calogero Taverna
    Mi ha molto sorpreso il suo rammarico. Guardi che ho cercato di contattarla per terra e per mare inutilmente o per carenza dei canali o per sordità di chi non voleva sdentire. Non ho bisogno di nessuno o di qualcosa per scoccare i miei aculei polemici. I miei intenti: più chiafro del mio commento in REGALéETRA LIBERA non potevo essere. Ed ancora di più se Sergio pubblica il secondo mio commento- Lei non sa che cosa sia il mio archivio: lo sa bene però il suo amkico Volpe, lasciando senza risposta una richiesta di Ecclesia mentre venivano erogate 500 euro dalle esauste casse, destinati a celebrare tra pochi avventori un sedicente scjultore. Non parlo poi dell'istanza relativa al museo ecclesiale al Chiaramontano, chiosata in esordia dai due capigruppo consiliari più rappresentativi (ma quersto forse le dà fastidio potendo affievolire il suo attuale effimero impero). Purtroppo la mia fuorviante critica l'ha lanciata in ambienti artistici d'alto prestigio a lei per ora occlusi. Gratitudine: guai a chi ne accansa il diritto, conquista solo un nemico. E quanto ad amicizie, lei non sa quanti fascisti attuali si paluderanno degli orpelli partigiani, fra qualche mese. Perchè, come scrivo in più luoghi, a maggio non si va a votare. La triade di Diomede saprà bene comportarsi, forse anche perché stuzzicata da me

domenica 16 giugno 2013

Baiamonte il pittore Viola


Cosimo La Rocca, Dott. Calogero Cutaia, sem. Calogero Taverna, maresciallo di Marina Barba, Elia Marino, Angelo Morreale - foto di gruppo della recita HO UCCISO MIO FIGLIO! (Padre Puma, Arciprete Casuccio, Giugiu di Falco, dottore Calogero Cutaia, primo attore Bellomo rassomigliante ad Anedeo Nazzari, Patito)

Cosimo La Rocca, Dott. Calogero Cutaia, sem. Calogero Taverna, maresciallo di Marina Barba, Elia Marino, Angelo Morreale - foto di gruppo della recita HO UCCISO MIO FIGLIO! (Padre Puma, Arciprete Casuccio, Giugiu di Falco, dottore Calogero Cutaia, primo attore Bellomo rassomigliante ad Anedeo Nazzari, Patito)

Filodrammatica parrocchiale 1950 - Matrice di Racalmuto P. Puma. Arc. Casuccio, Giugiu di Falco, Guido Picone, Lillo Savattere, Cosimo La Rocca, Dott. Calogero Cutaia, sem. Calogero Taverna, maresciallo di Marina Barba, Elia Marino, Angelo Morreale - foto di gruppo della recita HO UCCISO MIO FIGLIO!

Baiamonte il pittore viola

BAIAMONTE E' UN BUON PITTORE

NE PARLAMMO COME IL PITTORE "VIOLA" in REGALPETRA LIBERA

FUMMO ANCHE SPOPORZIONATI MA NON FUMMO GRADITI

SIAMO STATI COSTRETTI A REAGIRE E SE CI INFURIAMO NON SIAMO MOLTO COMMESTIBILI
(Calogero Taverna)

Di Grado non mi ama

Il professor Di Grado buttando quel suo grosso macigno in uno stagno della cultura economico-politica mi ha costretto a pensare ed a ripensare. Con un certo sconcerto. S’intende come può riaffiorare ad ottant’anni quando inevitabilmente si è cinici per ragioni di sopravvivenza. Sciascia diede del cinico ad Andreotti ma finirono con l’apprezzarsi vicendevolmente appena furono in consuetudine parlamentare, quando si ritrovarono entrambi a modo loro in veste di manager.

Capitani di industria …. Banchieri di stato, vediamo un po’. Si piccano di essere al top del management Rammento quando questo bruttissimo termine sbaragliò il tetro parterre di palazzo Kock a Roma con la mania del "privato è bello" e solo e soltanto, le banche, dovevano operare con i parametri aziendalistici. Risultato? Ecco oggi MPS.

Gianni Agnelli, da una parte … Carli dall’altra abbandonarono gli arcigni frak di un tempo, la primavera francese faceva la seconda rivoluzione culturale, Marcuse spalleggiava movimenti di sfrenata irrequietezza. Non più padroni, non più capitani, da una parte; non più parsimoniosi governatori della moneta alla Einaudi, alla Menichella dall’altra … ma manager dall’una e dall’altra parte. Poi non più I Valletta di turno, semmai gli scialbi Romiti ed anche Elkan; ma ecco Sergio Marchionne: grande manager. Sconsiglierei il Prof. Di Grado di tentare di dargli un pugno sul viso … non foss’altro per stazza fisica. L’altro versante, quello di via Nazionale 91 (ai miei tempi strillavo nelle adunate sindacali: ricordatevi che il capitale – quello di Karl Marx - ha in Italia la sua sede sociale in via Nazionale 91), dopo, l’illuminato Principe , il manager Carli, l’impallinamento da parte di Andreotti del futuro grande manager Sarcinelli e quindi il declino dei tempi dei mediocri manager di Stato Baffi, Ciampi, Fazio e l’americanino Draghi. Glieli darei a questi il pugno in viso del prof. Di Grado? Francamente, sì ( se ne avessi però la stazza fisica). Oggi però comincio a ben sperare con il compagno Ignazio Visco.

In questa accolta di alti ingegni mi piacerebbe che il dibattito fosse meno epidermico. Si pensi – tanto per continuare nella celia – che per un biennio (1966-1958) frequentai lo spagnoleggiante caffè Hirrera in quel di Messina, dovevo ancora vigilare sui fondi per la ricostruzione del Terremoto del 1908 e mi pare che ancor oggi si continua; dovevo trimestralmente relazionare a Roma sulla costruzione del ponte di Messina (e mi pare che ancor oggi si continua); dovevo vigilare su una banca, una delle due banche con sede sociale in Messina, la Banca di Messina, ma oggi nessuno più la vigila perché non c’è più, e neanche l’altra. Difetto di manager e di management, forse il tiaso di dieci preti intelligenti (Sciascia disse che nella sua vita aveva incontrato solo un prete intelligente, Mons. Ficarra che guarda caso fu defenestrato da Patti) ed una ex colf del Nord, non è bastevole. Forse necessitano manager.

Lettera inevasa ai commissari

Gentilissimi Signori Commissari,

con tutto il massimo rispetto di cui sono capace, umilio ai vostri occhi queste considerazioni. Non è escluso che qualcosa di simile vi venga richiesto dall’alto, diciamo il Parlamento? Diciamo il Viminale? Tanto vale che possiate rispondere debitamente preparati come si faceva a scuola. Il mio è un irriguardoso interpello? No, solo un preammonimento, un avvertimento remissivo, non mafioso, diciamo. Sicuramente vi sfuggerà questo post perché la vostra segreteria mi risulta atterrita.

Ieri, dunque, passai una mattinata a non poter colloquiare con l’ex sindaco Petrotto: lui non passa mai la palla ed ha voce così stentorea che non ti riesce ad interloquire: devi ascoltare e basta. Sostiene Petrotto che in effetti una perimetrazione fu varata – credo però in una tarda data – ma questa per incuria di chissà chi non fu PUBBLICATA. Se oggi si chiede, non viene neppure esibita. Forse è smarrita. Sostiene Petrotto. Ed io con lui, che mancando la perimetrazione, se questa è il perimetro da cui si dipartono le distanze per le abitazioni extraurbane onde perseguirle con oneri TARSU gradualmente ridotte e se questa manca, il meno che si possa dire è che in ignorandosi i punti di riferimento per colpa della pubblica amministrazione questa non può pretendere un bel nulla. Ad ogni buon conto mi piace pubblicare una carta dell’area urbana racalmutese che al limite può valere per le misurazioni dei regolamenti paesani.

Vi è a Racalmuto una devianza non ricadente sui cittadini: la concessione regionale di uno 0,20% di edificabilità fuori dell’area urbana. Si paga comunque la Bucalossi, il comune l’ha riscossa ma le opere non le ha fatte. Può invece pretendere la TARSU? Decisamente no!

Ma altro discorso si è autorevolmente e responsabilmente fatto: si è detto che si tratta di verde stagionale e pertanto le case c.d. di campagna servono solo per ripararsi dalle calure estive; si scappa dal paese. Ma al paese la tarsu si paga per tutto l’anno e quindi non si può raddoppiare l’onere tributario anche per quel breve periodo in cui non si produce monnezza in paese ; la monnezza campagnola compensa la mancata monnezza paesana. Dunque le case di campagna non pagano monnezza alla stregua di quanto avviene per il canone televisivo. Questa è stata interpetrazione indiscussa. Gli stessi sindaci, assessori e consiglieri se ne sono avvalsi, gli stessi dirigenti TRIBUTI ne erano convinti e non corrispondevano tributo locale alcuno anche per ville molto appariscenti. Controllare per credere. Quando un regolamento ha interpretazioni del genere non si possono sanzionare i cittadini: un principio ora vige: il favor rei contrapposto al vecchio favor fisci; in dubiis favor rei! Se sono stati commessi abusi, indebite devianze da parte della pubblica amministrazione, si individuino e si proceda alle sanzioni o al recupero dei danni subiti per colpa degli assoggettati ai controlli della CORTE DEI CONTI. Non è compito dei Commissari addirittura ministeriali appurare?

Quanto alle analoghe devianze per garage e seconde case non so che dire; mi pare comunque che imperando autorevoli interpretazioni non si è rei di nulla, appunto favor rei e no favor fisci.

Progredendo in ciò che doveva essere compito del difensore civico, soppresso per evitare risse interessate, preciso che diversa natura ha l’obbligazione tributaria rispetto alla imposizione di adempimenti formali quali l’obbligo di dichiarazione.

L’onere tributario del 2006 sorge e si perfeziona nel 2006, come l’allora ICI; l’obbligo di dichiarazione sorge al momento in cui scatta l’obbligatorietà del tributo e viene concesso di assolverlo entro una certa data del mese di gennaio dell’anno successivo.

Non mi risulta che la monnezza che di deve pagare entro il 31 dicembre del 2006 goda di quella specie di dilatazione dei termini di decadenza che si suole indicare del 5 più uno e cioè il diritto ad accertare da parte della pubblica amministrazione dura per cinque anni, più uno. Per l’IRPEF è così, non per la vecchia ICI. E neppure per la TARSU. Intimare pagamenti arretrati dopo sei anni per la TARSU è per lo meno eccesso di potere, se non peggio: roba insomma da giudice penale. Arriviamo alla malversazione ? Ai procuratori della Repubblica l’arduo pronunciamento. A questo punto una pubblica amministrazione responsabile applica il principio del in dubiis pro reo e fa la encomiabile autotutela. I signori commissari possono lavarsi le mani? E’ pur faccenda che ricade nel loro pubblico incarico.

E quanto alla dichiarazione. Ma questa scatta al momento in cui insorge l’obbligazione tributaria; nel nostro caso dobbiamo riandare nel tempo sino al 1995 data di emanazione del regolamento che ha reso operativa una certa legge (e non fa nulla se si trattava solo di decreto legislativo). Chi ha omesso la dichiarazione ha disobbedito a quel tempo e puoi invocare il 5 più uno quanto ti pare; posso anche concederti il 10 più uno; è cosa non più recuperabile per avvenuta decadenza dei termini. Se poi quell’obbligo di dichiarazione è annuale, non si illuda la gente che pagato una volta non si paga più; la sanzione scatterebbe per ogni anno.

Emerge però che il Comune ha già istituito un corpo di propri ispettori che hanno visionato tutte le case soggette a TARSU, ne hanno misurate le superfici atte a produrre rifiuti solidi urbani, ne hanno fatto diligente verbalizzazione e l’hanno consegnata al Comune. L’azionaria agrigentina ha preso visione di codesti verbali prima di sanzionare omesse dichiarazioni? Il dirigente TRIBUTI ha avuto modo di appurare o si è limitato a consegnare il suo autografo di firma come atto dovuto? I Commissari hanno contezza di codesta vicenda? Aggiungo che ben cinquecento obbligati racalmutesi non hanno in un primo tempo permesso agli ispettori comunali l’accesso alle loro case ma poi hanno ovviato di persona con il responsabile comunale del tempo. Salvo soppressione di atti di uffici, sono codeste, carte che dovrebbero stare in Comune ed essere agevolmente consultabili. Io non sono delatore e quindi mi fermo qui.

Tralascio la telenovela di presunte AUTORIZZZIONI conferite ad estranee società private di capitali: roba da Corte dei Conti. Leggo qualche mucchio di intimazioni afflittive: notizie bonarie (ammesse ma non interruttive dei termini di decadenza) coniugate indissolubilmente con veri e propri atti accertativi, a firma del responsabile dell’Ufficio Tributi di Racalmuto. Quanto alle prime – come ebbi già a scrivere – tu pubblica amministrazione hai un dubbio sul mio corretto comportamento e mi inviti a chiarire: nulla quaestio se non ha natura di accertamento perfezionato alla data indicata nell’atto. E qui una eclatante omissione della data in cui l’ufficio accertante comunica di avere fatto partire l’atto accertativo per consentire de plano l’ammissibilità o meno del recupero tributario entro i termini di decadenza.

Quanto all’accluso atto accertativo, si comunica che questo discende dai dati catastali, dalle bollette della luce e anche da quelle del gas (non si parla delle bollette dell’acqua, forse per non svegliare il can che dome).

Emerge inconfutabilmente che i dati catastali sono di molto postumi a quelli del 2006; in zone ove manca e luce e gas e quindi per indiscussa giurisprudenza non si applica tarsu, poi viene invece comminata sanzione con recupero della TARSU del 2006; si accerta che tizio o caio ha evaso quando a quella data là il tizio o caio non aveva ancora comprato casa, o aveva ancora un edificio RURALE collabente o addirittura nulla aveva a che fare con l’edificio incriminato. Cosa si è accertato? Nulla! Cosa si dichiara di avere accertato? Tutto: non vi è falso in atto pubblico? E non parliamo di altro. Chi deve vigilare? Ne sono totalmente estranei i Commissari? E per questa domanda mi vogliono affidare ai loro avvocati, come va dicendo MALGRADO TUTTO?

Ci vogliono le prove?



Signori Commissari, voi siete uomini di legge e di onore: prendete in mano la situazione: imponete la doveroso autotutela d’iniziativa della pubblica amministrazione.

Una cosa comica? Non si dice a chi vanno tutte le cospicue somme che hanno sconcertato una intera popolazione per la quasi totalità fatta da persone oneste, laboriose, ossequienti persino delle pubbliche autorità.

I signori tassaioli non si sono risparmiati nulla: onere tributario integralmente preteso anche per zone obiettivamente alleggerite; sanzione massima per omessa dichiarazione; interessi su entrambe le voci; e poi – delizia delle delizie – addizionali provinciali ed anche COMUNALI su TUTTO. Anche le banche incorrerebbero in usura. E la pubblica amministrazione? A me vien fatto di pensare alla malversazione.