domenica 17 gennaio 2016

venerdì 10 aprile 2015

UNA FAMIGLIA IN ASCESA: I CAVALLARO


UNA FAMIGLIA IN ASCESA: I CAVALLARO

Il notaio Angelo Maria Cavallaro

 

 

Nella seconda metà del XVIII secolo si afferma una nuova grande famiglia a Racalmuto, i Cavallaro. Muore giovanissimo, ma in tempo per lasciare ampie tracce di sé Angelo Maria Cavallaro, notaio.

All’archivio di stato di Agrigento diversi tomi di atti notarili lo riguardano ed al contempo forniscono un quadro della vita paesana racalmutese, particolarmente suggestivo.

Era il 1767 e con bella calligrafia viene chiosato l’esordio del repertorio del Cavallaro. «Jesus Maria Joseph – abbiamo nell’intestazione – Nota minutarum mei D. Angeli Mariae Cavallaro Notarii Racalmuti, anni primae inditionis 1767 et 1768 Regnante Serenissimo Invictissimo et Potentissimo D.no Nostro Ferdinando, Dei gratia, inclito Siciliane, Hyerusalem Regi Infante Hispaniarum, Duce Parmae, Placentiae Castri etc. Magno Haereditario, Etruriae Principe etc.» [1]

Il 12 novembre del 1767 don Francesco Vinci bussa alla porta del giovanissimo notaio; ha da redigere un atto con mastro Stefano Rizzo e, come dicevasi allora, “consorti”; oggetto una compravendita di tre mondelli ed una quarta di terre bonificate (vi sono venti alberi diversae speciei intus). Il podere è sito nello “stato” di Racalmuto, in contrada “Perdicis” (Pernici) vicino a certe terre di Calogero Barberi. Censi ve ne sono: tarì 1 e grana 17 annuali da corrispondere al feudatario, al conte di Racalmuto iure proprietatis. Il valore del cespite è di 5 onze e tarì uno, giusta la stima effettuata dall’estimatore mastro Giuseppe Maria Fusco.

Il notaio Cavallaro è diligente; raccoglie persino un certificato di buona fede redatto dall’arciprete del tempo don Strefano Campanella.

Il successivo giorno 15 è la volta di un notabile ancora più in vista, il barone dr Nicolaus Antonius Grillo. Questa volta si tratta di un complesso inventario a titolo di eredità. Il de cuius è il quondam D. Nicolaus Tirone; gli eredi: D. Rosa Spinola e Tirone vedova di d. Stefano Tirone ed il figliolo di questa d. Nicolò Tirone. E’ il gota dell’epoca. Oggetto dell’eredità: «in primis, due muli uno maschio di pilo baio castano et l’altra femina di pilo bajo, che trovansi in società con Gaetano e Salvatore Pillasi; un baldoino pizzato, due matarazzi di linazza, due coltre di lana sfiloccate, una allarama di Genova e l’altra alla stella; salmi quattro e tumuli dieci di frumento; salmi quattro di tomminia; salmi dodici di orzo; salme sette di fave; cinque stipe con duodeci botte di vino d’entro; sei vombari; uno zappollore; due zappolle; una cascia di legname segata; tre bisaccie longhe di lana; una pegnata di ramo; un palo di ferro; due piconi; un ferraiolo; una giammerosa; un cappello e finalmente dieci e nove resti di fico.»

Nello stesso giorno viene stilato un documento di grosso risalto per la storia feudale del paese. Actus gravaminis, viene denominato ed è redatto a richiesta ed a tutela di un gabelloto dell’epoca, don Gaspare Farrauto. «Io sottoscritto D. Gaspare Farrauto – possiamo tra l’altro leggere – offerisco alla gabella del mosto che si sta bandiando nella piazza di questa terra di Racalmuto con tutte le sue pertinenze, annessi e connessi, onze 150 da pagarsi cioè l’incirca medietà dopo che si termina la cima del mosto, che si dovrà fare in questa terra casa per casa, e l’altra incirca medietà all’ultimo di agosto venturo prima ind. 1768. Col patto che la cima del musto la devo fare io gabellato immediate, dopo che stipulerò il contratto di d.a gabella in depondenza casa per casa col patto che qualora a Dio piacendo verrà l’ora dell’esigenza che sarà al primo di luglio venturo prossimo 1768, io infrascritto gabelloto dovrò esigere la detta gabella secondo la cima che o fatto ora, servendomi del braccio baronale senza alcuna dipendenza. Col patto che la Segrezia di questa mi deve difendere la sudetta gabella, ed io la cautelo colle chiuse di terre che ho in questo stato ed altre pleggerie. E mi sottoscrivo: D. Gaspare Farrauto.» Racalmuto, all’epoca, apparteneva all’ill.ma donna Raffaela Gaetani e Buglio, duchessa di Val Verde. Suo governatore risultava D. Antonio Grillo.

Un altro Farrauto, il sacerdote don Lorenzo, frattanto (21 novembre 1767) riusciva ad aggiudicarsi dal Principe di Pantelleria il vicivo feudo di Nadorello. Uno scambio di terre (appena un tumulo ed un mondello in contrada Pernice) avveniva tra Francesco Vinci e Stefano Lo Brutto. Si cercava di razionalizzare la proprietà terriera, molto frazionata. Così, don Francesco Pomo si accaparra da Maria Magno «modium unum et quartas tres terrarum cum duobus centum sexaginta sex vitibus vineae et 4 arboribus amigdalarum in c/da Mentae.» Il piccolissimo appezzamento di terra era gravato da un censo di tarì 1 e grana 10, spettante, iure propietatis, al venerabile Convento di S. Maria del Monte Carmelo. Antonino Fucà ne fu il pubblico estimatore del valore in linea capitale (3 once, tarì 6 e grana 10).

Gli eredi del quondam Giuseppe Martorana e Salvo Sentinella hanno bisogno del notaio, il 29 novembre 1767, per una divisione di asse ereditario. Calogero d’Ippolita dismette delle terre (due tumoli) in contrada Lago, in farore di D. Francesco Vinci. Il 5 del successivo mese di dicembre, mastro Calogero Romano acquista da Maria Rao e Russo «domum et catodium cum antro parvo intus, contigua et collateralia existentia in hac predicta terra et quarterio della Lavanca, quibus cohesent domus ipsius de Romano, domus Calogeri Avarelli, domus Philippi Rizzo et aliis

L’8 dicembre 1767, Antonino Tornabene viene messo a bottega presso il ciabattino (cerdo) mastro Pietro Picone. Se ne redige atto pubblico in questi termini: viene affidato a «magistro Petro Picone cerdoni  [perché usufruisca dell’] opera et servitia personalia» il minorenne Antonino Tornabene di soli quindici anni. Il ragazzo «adiuverit artem cerdonis et hoc pro annis 4 ab hodie numerandum … et hoc pro mercede granorum quorum singulis diebus tam festis quam pro festis pro primo anno; pro secondo granorum trium, pro terbio granorum quatuor; pro quarto tandem granorum quinque.» Il Tornabene è però svincolato da ogni rapporto per i mesi di luglio ed agosto: ovviamente dovrà seguire i suoi nella “campagnata”.

I La Matina, gente facoltosa, ha problemi di divisione di terre facenti parte dell’asse ereditario del quondam Francesco La Matina. Si tratta, fra l’altro, di «tumuli septem et modium unum terrarum cum quibusdam terris rampantibus in eis inclusis in c/da S. Martae.» Vi insiste un censo di 23 tarì e 9 grana. Nella parte scoscesa «fuit constructm calcatorium sive palmentum». Era l’ultimo atto del 1767 cui si accingeva il notaio Angelo Maria Cavallaro.

Il 1768 si apriva con un atto dotale che val la pena di riportare per lo spaccato che vi traspare. Filippa La Licata si fidanza con Vincenzo Schillaci ed ecco il “pitazzo” della futura sposa:

«Item bona mobilia scilicet un matazarro ed un sacco di letto novo, un paro di linzoli grossi novi, un lenzuolo sottile ingroppato novo, una culta bianca usata, un vantiletto usato ingroppato, un spongiatore ingroppato novo, due para di piomazzi, cioè un paro usati ed un paro novi, due para di piumazzelli novi, due para d’ imbesti di facciletti ingroppati novi, un padiglione usato ingroppato, una cascia usata, tre tovagli di faccia novi, una culta di lana e filato novi, un paro di cervelli d’oro prezzo ventiquattro tarì, quali si trova all’orecchi sud.a sposa, un chippone in tocco di lilla, un manto di scotto novo, una falcetta per la messa in tocco di canni due di saja, tre camicie di donna novi, tre bocciatori cioè due di filodente, ed uno d’Olanda ingroppato novi, un spito ed una candela di ferro e finalmente la zita vestuta per la casa, come si trova.» Deliziosa quella «zita vestuta per la casa, comu si trova».

 

Vi sono pure dei beni immobili, poca cosa, che comunque rendono un poco più giustificabile il ricorso al notaio per una dote che oggi neppure verrebbe presa in considerazione. Alla sposa va «medietas vineae cum terris uti vulgare dicitur “lavorativi” … in contrada Perdicis, [nonché]domus terranea in quarterio Ss. Crucifixi pauperum apud domum Filippi d’Ippolita, domum d.i Ignatii dotantis et alios ..» 

 

Un «domunculum terraneum existentem in quarterio S.i Joseph» compra il 16 gennaio 1767 Calogero Taibi Corbo da Giuseppe Milazzo Sorcillo: i soprannomi – molti dei quali ancor oggi in uso – sono consuetudinari, come si vede.

 

In contrada Noce - anche all’epoca, prestigiosa – Francesco Scimé riesce a farsi vendere dal notabile d. Francesco Pomo «tumulos sex et quartas duas terrarum cum quinque millibus rt bis centum vitibus vineae et erboribus diversae speciei in contrada Nucis.» L’atto, schematicamente, precisa: «omnes vero summae harum terrarum de lordo ascendunt ad dictas uncias septuaginta novem et tarinos sexdecim.»

Dove e come abbia potuto il popolano Francesco Scimé raggranellare quella enorme cifra, non sappiamo. Da lì, una nuova famiglia assurge a vette di rispetto nell’angusta società racalmutese: nell’Ottocento e nel Novecento gli Scimé sono di varia levatura economica. Un filone, però, svetta, e domina sino ai nostri giorni.

Seguiamo, ora, quest’altro atto dotale: Nicoletta Bufalino fa promessa matrimoniale a Francesco Salvo. Il suo “pitazzo” annovera:

«item due matarazzi nuovi pieni di resca, tre para di piomazzi, tre para di faccioli, due para di lenzuoli grossi, una cultra rossa alla gioia, un giraletto rosso, un cortinaggio novo alla gangitana, una cultra con un giraletto tessuti all’onda sfiloccati, un paio di lenzuoli sottili, un paro di piomazzi con suoi faccioli sottili inguarnazionati, sei tovagli di faccia sottili, canni quattro di tovagli grossi, un sponziatore sottile con guarnigizione, un manto, due falcette, una di giambollottino nero, ed una altra rossa nova, un panno novo, quattro gipponi, cioè uno di perpetecello azzolo, uno di pepeticello verde, uno di benforte, ed un altro di spinno, cinque veli cioè tre di filindente, e due d’Olanda, una cassa nova alla genovesa, e finalmente la zita vestita come si trova.» Oltre alla “robba” alla sposa spettano 4 tumoli di terra con 700 viti  ed alberi, siti nel feudo di Gibillini.

 

 

Don Francesco Vinci riesce a fare una permuta di terre con Paolo Salemi. Antonino Scimé può permettersi di comprare da Filippo Castiglione solo «modium unum terrarum cum biscentum quadraginta tribus vitibus vineae et arboribus fici in c/da Fanarae

Un contratto dotale avviene tra Rosalia Franco e mastro Carmelo Napoli. Rosalia Franco viene data in isposa a soli 14 anni. La fidanzatina si distingue per un anello d’oro, un paio di circelli d’oro ed una collana d’ambra. E’ il 30 gennaio 1768.

Il successivo 9 febbraio Ciro Rizzo compra da Lorenza Galifa una casa a S. Giuliano per il prezzo di onze 4.13.14. Giovanni Carbone acquista da Giovanni Capitano e consorti un mondello di terra ed una quarta. Francesco Lauricella da Lorenzo Salvo una casa; Giovanni Tirone da Francesco Lo Brutto e consorti, tre mondelli di terra a Rocca Russa; Francesco Marsala di Grotte scende a Racalmuto per un contratto con Mario d’Arnone.

Siamo a fine marzo del 1768: Anna Tulumello pensa all’anima sua e dona alla Cappella di S. Maria del Suffragio «intus matricem» un tumulo di terra da estrapolare dai 5 che possiede alla Menta. In cambio, i responsabili della Venerabile Cappella debbono «celebrare facere missam solemnem cum interventu et assistentia totius cleri et semel capere duas bullas

In quel marzo qualche strana tassa sulle professioni dovettero inventare i Borboni: ecco che Don Francesco Savatteri «nolle amplius exercere officium aromatarii». L’avrà fatto dopo abusivamente.

 

Salvatore Piccione compra da Giuseppe Milazzo una casa sita a S. Nicola per il prezzo di onze 10.16.10; Filippo d’Ippolita la compra per onze 5.4.0 da Luciano Morreale Campanella: è casa però diruta ed è posta in quartiere ut dicitur della Rocca della za Betta.

Don Calogero Tirone ottiene da Rosa Spinola e consorti domus terranea existens in S. Maria Montis. Filippo Rizzo compra da Calogero La Mendola e consorti tumoli 1 et quarte 2 con 800 viti e 2 alberi di pero in Gibillini, contrada di Gargilata «apud terras dicti d. Rizzo, terras Calogeri Palermo, terras Batoli Scimé. Dette terre sono soggette a onze 3 «singula salma iure proprietatis debitis Ill.° Baroni d. feudi Gibillinorum». Il prezzo: onze 5.5.

«Calogero La Mendola e Venera Diana, marito e moglie, campano poveri», attesta l’arciprete D. Stefano Campanella; sono quindi facoltizzati a vendere quel po’ di beni immobili che possiedono a titolo dotale.

Data all’11 aprile 1768 «testamentum Christophalae Baeri, uxor Raimondi Borsellino». Angelo Tulumello compra terre da d. Gioacchino Lo Brutto per l’esorbitante cifra di onze 7. E giungiamo al 22 di aprile del 1768 quando un antenato di Leonardo Sciascia spitula un contratto societario di grosso momento. Si tratta del padre del «nonno del nonno» dello scrittore, che non solo non viveva, come vorrebbe il celeberrimo pro nipote, a Bompensiere, ma operava come conciatore di pelli nelle nostre lande. L’atto [2] descrive la singolare societas tra mastro Giuseppe Alfano e mastro Carmelo Bellavia che conferivano «uncias quadraginta unam et tarenos decem et octo» per comprare 24 cuoi di bue e lavorarli, «in pretio vigenti quatuor coriorum bovum.» Da una parte affiancava mastro Giuseppe Alfano mastro Pietro Picone, dall’altra era proprio mastro Leonardo Sciascia che si associava a mastro Bellavia.

 

Non va però oscurato il fatto che già alla fine del ‘600 i Cavallaro erano emersi dal grigiore paesano. Attorno al 1660 nasce il sacerdote don Calogero Cavallaro; questi assurge a collegiale e quindi ha rendite più che notevoli. Fatto sta che quando muore, invero tutto preso dal terrore dell’al dilà, lascia un testamento tutto carico di legati per le chiese. Abbiamo visto sopra come anche la confraternita del SS.mo Sacramento, alloggiata in 70 scranni di legno nell’oratorio di S. Tommaso d’Aquino, beneficia di tali lasciti, alcuni dei quali veramente singolari, pecore e fuscelli d’api. Il Cavallaro, morto il 12 gennaio 1730, qualche bene però alla famiglia dovette lasciarlo: si dà il caso che da quel momento quel ceppo passa tra i notabili di Racalmuto. Il notaio è il primo di una serie che darà lustro  e decoro ad una nuova schiatta di “galantuomini”  che perdurano ancor oggi.

Nel 1664 due sole famiglie Cavallaro c’erano a Racalmuto: entrambi i capi dei “fuochi” si chiamavano Pietro e, per distinguerli, uno veniva denominato Maiuri e l’altro Minuri; Calogero Cavallaro apparteneva al nucleo di quest’ultimo, come si evince dalla seguente registrazione nell’apposita “numerazione delle anime”.

CAVALLARO MINURI
PETRU
 
C.
 
PAULA
M.
C.
 

CALOGGIARU

 
 
 
GRATIA
F.
 

 

Nessuna aggettivazione riscontriamo in ordine all’eccellenza della famiglia, che dunque era ancora attestata ai livelli dei piccoli proprietari locali.

Un oscuro chierico, Orazio Cavallaro, muore attorno al 1715 (v. LIBER n° 182). Muore nel 1784, all’età di 46 anni, un altro ecclesiastico di spicco, anche questo chiamato Calogero Cavallaro, che nel LIBER (n° 288) viene indicato genericamente come “abbate”. Ma è solo nei primi decenni  dell’Ottocento che tornano i preti autorevoli in quella famiglia. Il nostro LIBER (n° 360) ci informa che don Emmanuele Cavallaro fu arciprete di Realmonte e là morì  il 21 febbraio 1836.

Ma già, ai primi dell’Ottocento, i Cavallaro sono degli ottimati locali soprattutto per la professione notarile, ove contemporaneamente eccellono vari comoponenti della famiglia, come dimostra quest’ultima numerazione delle anime del 1822.

5671
CAVALLARO
GIUSEPPE ELIA SAC.
 
 
SAC. D.
5696
CAVALLARO
GABRIELE
 
 
NOTARO D.
5697
CAVALLARO
M. GIUSEPPA
MOGLIE
 
DONNA
5698
CAVALLARO
BERNARDO SAC.
F.O
 
SAC. D.
5699
CAVALLARO
GIOVANNI
F.O
30
D.
5700
CAVALLARO
ROSA
 
16
 
5701
CAVALLARO
CALOGERA
F.A
9
 
5703
CAVALLARO
GIROLAMO
VEDOVO
 
D. NOT.
5704
CAVALLARO
ANTONINA
F.A
2
 
5705
CAVALLARO
PIETRO
 
 
NOTAR D.
5706
CAVALLARO
CALOGERA
MOGLIE
 
DONNA
5746
CAVALLARO
FELICE
 
 
NOTAR D.
5747
CAVALLARO
DOMENICA
MOGLIE
 
DONNA
5748
CAVALLARO
CALOGERO SAC.
F.O
 
SAC. D.
5749
CAVALLARO
IGNAZIO SAC.
F.O
 
SAC. B.LE D.
5750
CAVALLARO
ROSALIA
F.A
 
D.
5751
CAVALLARO
GIUSEPPE DI D. FELICE
 
D.
5752
CAVALLARO
GIUSEPPA
MOGLIE
 
DONNA
5753
CAVALLARO
GIUSEPPE
F.O
M. 1
 

 

Ben 19 membri ormai dominano il paese  con quattro notai e quattro sacerdoti. I maschi sono ora segnati in Matrice con l’orpello di “don”, le donne con quello di “donna”.

Nel Settecento, i Cavallaro si erano socialmente irrobustiti con matrimoni d’alto livello, che li avevano imparentati con le più cospicue schiatte del notabilato locale.

Un matrimonio che segna un salto nella scala sociale fu di sicuro quello che nel primo quarantennio del ‘700 contrasse don Emanuele Cavallaro con donna Melchiorra Lo Brutto: costei apparteneva ad una famiglia che a quel tempo dominava Racalmuto, anche se con toni sempre più sommessi, per il fatto che aveva gravitato su un arciprete molto intimo dei del Carretto. Attorno al 1754, il Cavallaro abita in un’ampia casa, sita nell’esclusivo quartiere della Piazza, come ci attesta un rogito:

Tiene ed esige di don Emmanuele Cavallaro tt. 10.10 sopra n.° 4: casi consistenti in quattro stanzi in questa Terra quartieri della Piazza confinante con casa di don Giuseppe Bellavia e strata che ragionati al 5% il capitale importa onze setti .................................................................... -/ 7

 

I Cavallaro risultano, in atti del 1715, proprietari, sia pure con i vincoli feudali all’epoca esistenti, di fondi

nella contrata di Bovo confinanti con li terri di Onofrio Cavallaro, con li terri di Geronimo Macaluso, e d'altri confini. Suggetti in gr: cinque dovuti ogn'anno per raggione di proprietà all'Ill.e Conte di Racalmuto

 

Ma, alla fine del ‘600, erano ancora in ristrettezze tanto da essere costretti ad alienare case di proprietà, come dal seguente rogito:

A 21 settembre X4^ Ind. 1690

Venditione fatta da Pietro Cavallaro al venerabile Convento di S: Maria del Carmine di questa d'una casa terrana sita e posta in questa terra e quarterio di S: Margaritella confinante con la casa di Santo d'Agrò et altri confini. La posessione ci la diede la medesima giornata per lo prezzo di -/ 2:21:10: di contanti come meglio per detta venditione il di di sopra.

 

Del resto, lo zio sacerdote aveva avuto fondi per acquistare terre dai fratelli Savatteri, che stavano attraversando un momento economicamente difficile. Eccone gli estremi

A 28 dicembre 7^ ind. 1698

Vendizione fanno Vincenzo e Michel'Angelo Savatteri di Racalmuto al Sac. d: Calogero Cavallaro di una pianta di vignia consistenti in migliaro uno e viti quindici con sue alberi limiti, e altri existente nello fego di Racalmuto, e nella contrata di Bovo confinanti con la vignia di Santo Calello con li terri dell'heredi del quondam Notaro Carlo Pumo e d'altri confini. Suggetta in tt. uno grana due e piccioli trè dovuti pre raggione di proprietà all'Ill.e Conte di Racalmuto. La posessione della quale ci la diedero lo stesso giorno per lo prezzo di onze deci e tt. vinti quattro quale secondo la stima fatta per Marco Ristivo, e Marco Falletta quali prezzo li sù detti Savatteri lo confessorno de contanti, e come meglio per detta vendizione si legge.

 

E subito dopo è la volta di una casa che allarghi quella già posseduta:

A 15 ottobre 8^ Ind. 1699

Venditione fatta da Baldassaro Scibetta e Giovanna La Calci vidua relicta del quondam Stefano al r.do Sac. D. Calogero Cavallaro d'una casa terrana posta in questa terra di Racalmuto nel quartiero di S. Margaritella confinante con la casa di detto di Cavallaro e con la casa di Michael Angelo e Antoni Burgio. La posessione la diede la medesima giornata per lo prezzo di onze 2: come meglio per detta venditione il di di sopra.

 

Il reverendo ora vuole aumentare l’estensione delle sue terre. Intanto compra quest’appezzamento:

A 26 novembre 8^ ind. 1699

Venditione fatta da m.° Pietro e m.° Giachino Facciponti patre e figlio al sac: d. Calogero Cavallaro d'una vigna  consistente in 645 viti incirca con suoi arbori posta nel fego di questa nella nontrata di Piomentisi confinante con la vigna di detto di Cavallaro e confinante con la vigna di Filippo di Costa. La posessione la diede la medesima giornata per lo prezzo di onze 6.25. come meglio per detta venditione il di di sopra.

 

E l’anno successivo quest’altra casa:

A 19 agosto 8^ ind. 1700

Venditione fatta da Francesco e Beatrice d'Alaimo Sciortino Giugali al Sac.te d. Calogero Cavallaro d'una casa terrana posta in questa terra nel quartero di S: Margaritella confinante con la casa di detto d. di Cavallaro e altri confini. La posessione della quale la diede la medesima giornata per lo prezzo di onze 4: come meglio per detta venditione il di di sopra.

 

Non disdegna il nostro sacerdote di dedicarsi all’acquisto di case a scopo speculativo, per darle in affitto, come sicuramente sarà successo per questa nuova proprietà immobiliare:

A 23 Marzo 13^ Ind. 1705

Venditione fatta da Catarina e Stefano Pitrotto matre e figlio al sac. d. Calogero Cavallaro d'una casa terrana posta in questa, quarteri dello Castello seu Fontana confinante con Giuseppe Salvaggio e via publica. La posessione la diede la medesima giornata per lo prezzo secondo sarà la stima e meglio in detta venditione il di di sopra.

 

Inizia la corsa alla terra:

A 7 ottobre 14^ Ind. 1705

Venditione fatta da Stefano, Giovanne, Anna e Angela Milisensa madre e figli al Sac. d. Calogero Cavallaro d'una chiusa consistente in salme -.4.1. di terra posta nel fegho della Menta contrata etc. confinante con Mariano La Fichera e con heredi di notaro Carlo di Puma e altri confini. Soggetta in tt. 2.27. annuale per ragione di proprietà all'Ill.e Conte di questa. La posessione la diede la medesima giornata per lo prezzo di -/ 8.14. de netto e meglio in detta venditione il di di sopra.

 

Compera cui si aggiunge la seguente:

A 10 Settembre 4^ Ind. 1710

Venditione fatta da Vincenzo Cullura Polito al Sac. d. Calogero Cavallaro di tummina dui, e mondella tre e quarte due di terre poste nel fegho della Menta e contrata di Fico Amara confinante con Paulino di Nicastro, e d' Andria Tulumello ed altri confini. Soggetti in tt. 2 per ragione di proprietà all'Ill.e Conte di questa. La posessione la diede la medesima giornata per lo prezzo di -/ 6.8 de contanti e come meglio in detta venditione il di di sopra.

 

 

E quel sacerdote passa da una compera all’altra. Ecco quest’altro significativo rogito:

A 13 novembre Prima Ind. 1707:

Venditione fatta da Santa Biundo relicta del quondam Melchiorre e Francesco Grillo suo genero vendorno al R.do d: Calogero Cavallaro tummina dui mondelli dui e quarti dui di terri in questo fego e contrata della Nuci confinante con li terri del Sac: d: Giovan Battista Baera ed altri confini. La posessione la medesima giornata per lo prezzo di onze 5:23: di contanti come meglio per detta venditione il di di sopra.

 

E quest’altro:

A 18: Dicembre Prima Ind. 1707

Venditione fatta da Mariano Burrugano al detto R.do Sac: d: Calogero Cavallaro tummina dui e mondelli dui di terre in questo fego confinante conli terri di Paulino di Nicastro ed altri confini. Suggetti in tt.1.17.3. per ragione di proprietà all'Ill.e conte. Il posesso la medesima giornata per lo prezzo di -/ 4:17:3: di contanti come meglio per detta venditione il di di sopra.

 

Ed ancora:

A 11: Gennaro Prima Ind. 1708

Venditione fatta da Nicolò Castilluzzo al R.do Sac. d. Calogero Cavallaro di tummina dui di terre in circa in questo fego e contrata della Nuci confinante con li terri del detto di Cavallaro ed altri confini. Sogetti in tt. 2:5: per ragione di proprietà all'Ill.e Prencipe Conte. La posessione la medesima giornata per il prezzo di -/ 5:14:10: di contanti come meglio per detta venditione il di di sopra.

 

Insaziabile la fame di terra di don Calogero Cavallaro. Il suo fondo alla Noce, forse proprio quello che ancora la famiglia possiede, di estende in data:

A 9: ottobre 2^ Ind. 1708

Venditione fatta da Sor: Maddalena Chiumbino al R.do sac. d. Calogero Cavallaro di tummina quattro di terre in circa  in questo fego e contrata della Nuci confinante con li terri del detto di Cavallaro. Sugetti in tt. 2:2:3: per ragione di proprietà all'Ill.e Conte etc. La posessione la medesima giornata per lo prezzo di -/ 9:18:10: di contanti come meglio per detta venditione il di di sopra.

 

Ed ora la voglia di case:

A 22 Gennaro 2^ Ind. 1709

Vendizione fatta da Salvatore Pitrozzella al Reverendo Sac. D. Calogero Cavallaro d'una casa in questa terra e quarterio di S: Margaritella confinante con li casi di Giovanne Capobianco ed'altri confini. La posessione la medesima giornata per il prezzo di -/ 7: di contanti come meglio per detta venditione il di di sopra.

 

E’ la stessa nobiltà dei Del Carretto che ora vende a quel sacerdote con disponibilità liquide davvero inesauribili:

A 10 Febraro 2^ Ind. 1709

L'Ill.e D. Maria del Carretto, e Montaperto fece venditione al rev.do sac: d.Calogero Cavallaro di questa di tummina tre, e mondella dui, e quarta uno di terra existente el fegho della Menta confinante colle terre del suddetto di Cavallaro, e colle terre del Marcato del sudetto fegho. Soggetti in tt. dui, grana tredici, e piccoli tre annuali dovuti ogn'anno all'Ill.e Conte di Racalmuto per ragione di proprietà in virtù di suoi contratti. Per lo prezzo di -/ undici tt. setti grana dui e piccoli tre come furono existimate per Ippolito Fucà. Quale prezzo lo confessò de contanti. La posessione d'hoggi innante.

 

L’anno successivo è la volta di una nuova casa:

A 27 Febraro 3^ Ind. 1710

Soro Giuseppa Macaluso di questa terra di Racalmuto fece vendittione al Rev.do Sac: d. Calogero Cavallaro di questa d'una casa in questa terra, contrata di S. Margaritella confinante colle case del sudetto di Cavallaro di questa - franca di censo. La posessione d'hoggi innante per lo prezzo di onze tre e tt. ventinovi come fù estimata per m.° Alessandro Picone. Quale prezzo lo confessa de contanti.

 

 

Ed ancora nuove terre:

A 16 ottobre 4^ Ind. 1710

Soro Perpetua  di Nolfo di questa terra di Racalmuto fece vendizione al Sac. d. Calogero Cavallaro di questa d'una chiusa consistente in tumolo uno e monnella tre di terra incirca existente in questo Stato contrata della Nuci e Menta confinante con la chiusa del supradetto di Cavallaro. Soggetta in tt. uno e grana cinque annuali dovuti all'Ill.e Conte di Racalmuto per ragione di proprietà in virtù di suoi contratti. La posssione d'hoggi innante per lo prezzo di onze quattro tt. venti grana dudici e piccoli tre a ragione ad'onze quaranta salma. Quale prezzo lo confessa de contanti.

Siamo nel 1712, altro acquisto:

A 17 ottobre 6^ Ind. 1712

Venditione fà Sebastiano Cullura di Racalmuto al Sac. don Calogero Cavallaro anche di questa d'una vigna nel fegho di Racalmuto e nella contrata della Montagna confinante con la vigna di Geronimo di Giglia, e confinante con la vigna e chiusa di Vincenzo Cullura. Sogetta in tarì sei e grana uno cioè tarì uno e grana uno all'Ill.e Sig. Conte di questa e tarì cinque alla Venerabile chiesa di S: Michele anche di questa sudetta terra. La posessione ci la dona il medesimo di per lo prezzo di onze cinque quale onze 5. detto confessa haverli ricevuto di contanti come meglio per detta venditione appare sotto il di di sopra.

 

La voglia di terra spinge il sacerdote ad accollarsi canoni e censi pur di venire in possesso fondi coltivabili, come questo caratteristico atto di “renuncia e relaxito”, da parte di un facoltoso notaio. Attesta:

A 9 novembre septima ind. 1712

Notar Giachino Spinola di questa terra di Racalmuto fece renuncia e relaxito al Rev. sac: d. Calogero Cavallaro pure di questa di salma una, tummina quattro e monnelli dui di terra existente in questo Stato confinante colla chiusa di Petro Farrauto la Pupara e via publica ed'altri confini. Soggetta nella rata del censo dovuto a questo Stato per ragione di proprietà. La posessione d'hoggi innante  etc. lo relaxito per lo medesimo censo.

 

Sono proprio inesauribili le risorse finanziarie di d. Calogero Cavallaro, non riconducibili certo alle sole consistenze del “patrimonio” di cui fu dotato per accedere al sacerdozio. Ne è conferma questo rogito di un paio di anni dopo:

A 16 ottobre ottava ind. 1714

Notar Isidoro Lo Brutto, Nicolao Puma, Notaro Calogero Alferi e Geronimo Grillo Jar.°  e mastro Pietro, ed Ignatio Facciponti patre e figlio in solido fecero venditione al rev. sac. d. Calogero Cavallaro di questa di un Palmento collo terreno suggetto a detto palmento posto in questo Stato contrata di Bovo confinante con la vigna di detti Facciponti, e vigna di Caetano Cammalleri - franco di censo. La posessione d'hoggi innante. Per lo prezzo di onze venti come fu stimato per mastro Alessandro Picone Capo Mastro, quale lo confessa de contanti.

 

 

Nella seconda metà del Settecento i Cavallaro sono davvero affermati a Racalmuto. Vediamo ad esempio questo matrimonio:

31/7/1768
CAVALLARO D. GIUSEPPE DELLI FURONO D. EMMANUELE E
BRUTTO D. MELCHIORRA
BIONDI D. CALOGERA DE.LLI FURONO D. FRANCESCO
SOLDANO D. ROSA

 

Don Giuseppe Cavallaro, figlio di quei coniugi che abbiamo citato sopra, può sposare donna Calogera Biondi, che seppure orfana di entrambi i genitori, è pur sempre un membro di una notevolissima famiglia racalmutese di quel periodo.

Il fratello, un notaio, sposa una Savatteri, donna Domenica figlia di Francesco e di Lo Brutto Dorotea: famiglie importantissime che fanno quadrato con vincoli matrimoniali:

 

27/8/1780
CAVALLARO NOT. D. FELICE DELLI Q. D. EMANUELE
BRUTTO D. ELENORA
SAVATTERI D. DOMENICA DEL Q. D. FRANCESCO E
BRUTTO D. DOROTEA
PER D. JOSEPH SAVATTERI ET BRUTTO: TESTI D. PAOLO TIRONE E ISIDORO AMELLA

 

 

Ed un terzo fratello, un medico, convola a nozze sempre con una Biondi:

18/11/1786
CAVALLARO Dr D. GABRIELE DELLI Q. EMANUELE E
BRUTTO D. LEONORA
BIONDI D. MARIA DI D. VINCENZO E
RINALDI D. ROSARIA
PER D. JOSEPH SAVATTERI E BRUTTO

 

A fine secolo, abbiamo due Cavallaro che sono sacerdoti:

CAVALLARO
EMMANUELE SAC. DON
36
SAC. DON
 
GIUSEPPE ELIA SAC. DON
28
SAC. DON FRATELLO

 

Un altro con moglie, zia settantenne e serva:

CAVALLARO
PIETRO
 
36
DON
 
CALOGERA
M
28
DONNA
 
GIUSEPPA
 
70
D: ZIA
RINCIGLIO
MARIA
 
50
SERVA

 

Il capostipite, notaio, con un nucleo familiare assortito:

CAVALLARO
FELICE NOT. D:
 
60
NOTAIO D:
 
DOMENICA D:
M
40
 
 
CALOGERO D:
 
22
 
 
IGNAZIO D:
 
18
 
 
ROSA D:
 
12
 
 
GIUSEPPE D:
 
10
 
 
CALOGERA
 
19
 

 

Cui non è da meno il fratello cinquantaduenne, anche lui notaio:

 

CAVALLARO
GABRIELE D:
 
52
NOTARO DON
 
MARIA GIUSEPPA D:
M
32
DONNA
 
BERNARDO CL:
F
18
CLERICO
 
MARIA ROSA
F
4
 
 
MARIA NONA
F
1
 
 
ANGELA
F
12
 
 
GIROLAMO
F
15
 
 
GIOVANNI
F
13
 
 
ONOFRIO D:
 
56
D:
 
ROSALIA
 
22
 

 

Recluse al Monastero di Santa Chiara ben cinque religiose tra monache, novizie ed educande:

CAVALLARO
Sr. MARIA CARMELA
 
SUORA
CAVALLARO
Sr. MARIA RAFFAELLA
 
SUORA
 
NOVIZIE
 
 
 
CAVALLARO
Sr. MARIA TERESIA
 
 
 
 
EDUCANDE
 
 
 
CAVALLARO
CARMELA D:
 
 
 
CAVALLARO
NORA D:
 
 
 

 

Superiora a quel tempo era una loro zia:

BIONDI
Sr. MARIA DI GESU'
 
 
ABBADESSA

 

 

La crisi del feudalesimo a Racalmuto faceva emergere i notabili della nuova alta borgesia, cui affluivano gli incarichi pubblici. Don Giuseppe Cavallaro assurge alla carica di Sindaco  negli anni che vanno dal 1784 al 1787. E nel 1793 ce lo ritroviamo tra i deputati. Nell’esercizio successivo, accede tra i giurati don Raffaele Cavallaro. Negli anni seguenti, è don Felice Cavallaro che sovrintende all’intero patrimonio comunale.

L’eminente famiglia mantiene, ed anzi accresce, il ruolo egemone nella vita della locale comunità nel successivo secolo: cosa che vedremo più dettagliamente, dopo, quando accenneremo alle vicende dell’Ottocento.


[A questo punto finisce la ricerca propografica vera e propria ed inizia il coinvolgimento delle grandi personalità della famiglia Cavallaro nelle vicende storiche del paese, viste ovviamente dal mio angolo visuale, accentuatamente settario e talora malefico. Scorrendo il file con “trova Cavallaro” potrà fugacemente notare i punti che riguardano la sua famiglia per eventuali suggerimenti e rettifiche. In ogni caso può lasciare tutto a giacere e non perdere tempo con le mie ubbie]



[1] ) Archivio di Stato di Agrigento – Distretto Notarile – Notaio Angelo Maria Cavallaro – Inventario n. 6 – n° 10632.
[2] ) Archivio di Stato di Agrigento – Atti Notarili – notaio Angelo Maria Cavallaro – inv. N° 6  - fasc. 10632, f. 165 ss.
Racalmuto  , lì ... gennaio 2015
Preg.mo Signor Sindaco di Racalmuto

Oggetto: progetti culturali per la rinascita del
paese di Racalmuto

Un gruppo di cittadini racalmutesi, particolarmente sensibile ai problemi della crescita culturale dei paese, ha già mosso i primi passi,come emerge dal verbale che  qui sotto si riproduce, per cercare di  lanciare iniziative  ai fini di vivificare  le strutture pubbliche  esistenti a Racalmuto.

Non v'è gerarchia di sorta, né disciplina alcuna. Volontariato puro e attaccamento anche morboso a questo nostro BORGO NATIO di RACALMUTO.

In questo contesto Le chiede un incontro onde appurare il grado di fattibilità delle nostre proposte, disponibili sempre a cooperare con L'Amministrazione nei modi e nei tempi che Ella vorrà indicare.

Sicuri in una positiva accoglienza della presente, cui qui sotto si allega il cennato verbale si ringrazia e si porgono i sensi di stima con i fervidi saluti dell'intero gruppo. 


*****************************************************************************



Racalmuto


Esiste un modello di sviluppo cittadino attraverso la cultura.
Può la cultura, realmente, fungere da traino per lo sviluppo di una piccola città di provincia? È la domanda che da qualche tempo ci si pone e alla quale da qualche tempo sono date delle risposte “politiche” fortemente inadeguate. Esempio lampante per la nostra città quanto è avvenuto alla fine del secolo scorso, precisamente, nel 1996 con la proposta che veniva dalla Fondazione Nievo per la creazione di Enti, denominati «Parchi letterari» i quali secondo il progetto iniziale avrebbero dovuto essere degli incubatori d’iniziative e idee ante litteram e che alla fine fallirono miseramente perché fortemente condizionati da personaggi che ruotavano intorno alle strutture che in brevissimo tempo portarono al completo naufragio dell’idea iniziale. Esempio emblematico, ancora una volta il caso del Parco Letterario “Regalpetra” che approvato in prima istanza, è messo in naftalina, successivamente ripreso, sembra per l’ovvio e onnipresente interesse politico che aveva necessità di elargire denaro pubblico non più alla struttura iniziale prevista, ma a gruppi specifici. Così alla fine a Racalmuto centro primario dell'iniziativa, furono destinate somme irrisorie, del già esiguo contributo, finito in ristrutturazioni di locali mentre l’asse d’interesse fu spostato altrove, tradendo quello che era la premessa iniziale del progetto, lo sviluppo attraverso la cultura, tutto grazie all’intervento di forze politiche poco interessate allo sviluppo cittadino reale.
Questo l’antefatto, tuttavia attorno all’ipotesi di sviluppo attraverso la cultura si continua a discutere ed è proprio questo che ha visto seduti attorno ad un tavolo un gruppo di cittadini di Racalmuto, i quali, ovviamente, credono a questa ipotesi e in virtù di questo convincimento hanno elaborato un piano di sviluppo territoriale che fa leva su quanto il territorio offre e mette a disposizione per questa ipotesi. Promotore dell’iniziativa il dottor Calogero Taverna, che ha riunito attorno ad un tavolo di lavoro, Francesco Marchese, Alfonso Lo Sardo, Salvatore Picone, Gaetano Scimè, Luigi Falletti.
Ipotesi per un piano di azione di sviluppo territoriale
Le considerazioni iniziali del Dottor Taverna, hanno subito puntato verso l’interazione e la collaborazione con la Fondazione Sciascia, Ente presente sul territorio che pur avendo notevolissime possibilità di espansione e di sviluppo per svariati motivi non è mai entrata “nei cuori” dei racalmutesi, relegando di fatto ogni sua iniziativa ad un ristretto nucleo di interessati. Sulle cause ed i motivi di questo “distacco” molte sono le congetture, ma si è preferito passare al piano di azione operativo che vede in questi punti le principali direttrici da sottoporre congiuntamente all’amministrazione pubblica e al CdA della Fondazione:

Il territorio di Racalmuto, antropizzato fin dal periodo neolitico per la presenza delle miniere di sale, ha conservato pressoché intatte nel suo territorio le tracce del suo importante passato, fatte salve le zone che nel corso degli anni sono state sistematicamente depredate da tombaroli come ad esempio il territorio afferente al sito conosciuto come “Grutti di Fra Decu” o “Anime Sante”. Questa consapevolezza di straordinaria importanza storica, tale in certi punti da poter riscrivere la storia del passato dell’intera isola non è mai stata oggetto di alcuna campagna seria di studio e scavi. Consapevoli della relativa mancanza di interesse da parte delle amministrazioni politiche siciliane che per incompetenza o mancanza di fondi, non hanno mai ipotizzato lo sviluppo di un territorio attraverso la salvaguardia e la gestione delle vestigia del passato. Pertanto, l’attivazione di una serie di studi e di ricerche sul territorio potrebbe già fornire una base da cui partire.
Racalmuto, ha avuto nel suo recente passato alcuni protagonisti della storia della nostra nazione, uno dei quali ha suscitato una lunga serie di studi sul proprio operato divenendo protagonista di una lunga querelle storica che giusto in questi mesi ha visto una sua vivace ripresa. L’ispettore di Polizia Messana e la sua azione operativa durante il periodo del suo lungo servizio di casa Savoia prima e della Repubblica dopo hanno messo in luce diversi aspetti che meriterebbero adeguata attenzione e studio.

Il tessuto urbano antico di Racalmuto, ha subito nel corso degli anni un progressivo abbandono a causa del fenomeno dell’emigrazione, ripreso negli ultimi anni a causa della gravissima crisi economica che ha di nuovo colpito il meridione cui ha dato il colpo finale l’elevatissima tassazione cui sono sottoposti gli immobili che in più di un caso hanno portato alla cessione degli immobili o alla demolizione degli stessi. A questo va associato il disinteresse dei proprietari verso talune loro proprietà il cui recupero potrebbe fornire a Racalmuto altre e nuove ipotesi di sviluppo.

Il comparto dell’agricoltura langue sotto il giogo di leggi inique e orientate ai prodotti esteri, quasi sempre inferiori in qualità commerciale rispetto ai nostri i quali tuttavia pagano lo scotto di numerosi passaggi che ne fanno lievitare i costi e che però non garantiscono alcun guadagno ai produttori. Nel nostro territorio esistono ancora numerose specie di frutta “minore” che nell’ottica del mantenimento della biodiversità che è uno dei cardini di expo 2015.
Posti queste premesse è necessario:

Creare un collegamento stabile e duraturo all’interno della Fondazione Sciascia con il quale sviluppare progetti di interesse culturale. Ognuno per propria competenza e possibilità potrà così afferire alla Fondazione nuova linfa e nuovi linguaggi. (Storia, Musica, antropologia).

Utilizzare l’egida della Fondazione per la partecipazione ai bandi per l’incentivazione e lo sviluppo della Cultura e del potenziamento dell’identità dei luoghi e del territorio, che tra poco saranno emanati dalla Comunità Europea.

Utilizzare, ove possibile, la tecnica del crowdfunding per la realizzazione dei progetti base per lo sviluppo territoriale.

Potenziare e sviluppare la produzione di beni agricoli d’eccellenza usando le più avanzate tecnologie (cultura idroponica, coltivazione fuori terra) e nel contempo preservare e catalogare tutte quelle sementi e frutti che costituiscono vera ricchezza territoriale.

Attingere alla progettazione e programmazione europea attraverso, se necessario, l’apporto di apposite società di progettazione, per il recupero dei beni urbanistici territoriali, ricorrendo ove necessario all’acquisizione del bene.
Il nostro augurio è che le idee progettuali espresse ed il desiderio reale di poter contribuire allo sviluppo territoriale, lontani da ogni logica di interesse di parte espresso dalla politica negli ultimi anni, possano trovare accoglimento presso gli enti interessati e maggiormente tra coloro i quali credono nelle enormi potenzialità del territorio.


Luigi Falletti     Calogero Taverna      Francesco Marchese



Gaetano Scimé   Alfonso Lo Sardo

lunedì 4 agosto 2014

Donna alla finestra di Salvatore Dalì. Ognuno se la commenti come più gli aggrada.

Donna alla finestra di Salvatore Dalì. Ognuno se la commenti come più gli aggrada.

martedì 20 ottobre 2015

i Borboni

el 1860, i lerci invasori nordisti se pensavano che, con la sconfitta dell’Esercito delle Due Sicilie, la conquista del Reame era cosa fatta, fecero male i conti. La tempesta vera era ancora di là da venire, acerba, sanguinosa, crudelissima, tale che il Mack Smith poté affermare: "i morti superarono quelli di tutte le guerre del risorgimento messe assieme", parole quasi con certezza veicolate da un discorso di Francesco Saverio Nitti: "Ed è costata assai piú perdita di uomini e di danaro la repressione del brigantaggio di quel che non sia costata qualcuna delle nostre infelici guerre dopo il 1860" (Basilide del Zio: il brigante Crocco, Polla editore). E le donne, le eroiche donne del Sud, col loro sublime furore e sacrificio alla Mutter Courage, furono ancora piú acerbe delle fucilazioni che i criminali nordisti dispensavano a piene mani. Già i francesi nel 1799 avevano fatto terribile esperienza delle insorgenze nelle nostre antiche provincie. Si erano ritrovati nelle stesse avventure nel 1806, tanto che, solo per domare l’eroica Calabria, dovettero inviare uno sterminatore di professione con poderoso esercito: Manhés, l’incarnazione di Satana. 
Nel 1860, lo stesso giorno in cui i fedelissimi dell’esercito delle Due Sicilie riparavano in Gaeta, ricominciava, sul filo della memoria storica, la lotta popolare per la difesa della Patria, del caro Re Francesco II, della terra dei padri e della famiglia, lotta popolare inizialmente alle spalle degli assedianti la fortezza, successivamente per tutto il Regno per un periodo di oltre dieci anni: ancora una volta, come nel 1799, "campi insanguinati, tuonanti cannoni, scintillar di spade, scalpitar di cavalli, squilli di trombe incitatrici, gemiti di moribondi, fremiti feroci, e schiere di combattenti ..." (De Sivo) che si sbranavano tra loro, i nordisti per ridurre la nostra Patria in schiavitú, i nostri per difenderla. Ma, come si sa, alla fine ci sono riusciti i maledetti: "Mazzate sulla schiena e corna in fronte // questo ci ha fatto il piccolo piemonte". 
Per dieci lunghi anni i nostri partigiani vissero alla macchia, "all’armi, all’armi, o Napolitani, all’armi … RITORNIAMO GRANDI", in selve foltissime ed inesplorabili, per valloni ed aspri dirupi, tra nebbie e ghiacci, sotto la calura del solleone, pioggie diluviali e tempeste di neve, bruciando gioventú e vita sotto la falce che non perdona, ma gli scrittori prezzolati di regime li hanno infangati col nome di briganti, cosí come già nel passato i giacobini francesi avevano bollato i legittimisti vandeani e nel decennio i calabresi. 
Come scrisse nelle sue memorie un capo partigiano sopravvissuto: "I briganti non avevano alcun giornale a propria disposizione; con i loro buoni fucili furono in grado per anni di tenere a distanza le molte migliaia di soldati del "re galantuomo", ma non i suoi scrittori" (S. Scarpino: Indietro Savoia, pag. 103). 


Il bruto con l’anima di fango 
Nelle righe successive seguiremo passo passo in Abruzzo una torma di assassini comandata da un "bruto con l‘anima di fango" che "spesso alzandosi di desco mezzo ubriaco esclamava: oggi giornata perduta, nessuno ho fucilato" (G. Buttà): il maggiore generale Ferdinando Pinelli, la bestia dell’Apocalisse, uno degli aguzzini di questo Stato Italiano, che mise "a ferro e fuoco l‘Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri" (A. Gramsci). 
Il giorno dell’invasione del Regno da nord (12 ottobre 1860), il mostro, con la sua colonna mobile, la brigata Bologna, 40° reggimento di fanteria composto di tre battaglioni con aggiunta di reparti del 39° e di bersaglieri, era pervenuto, inviato dal Ferocissimo E Rapace Tiranno piemontese, in territorio di Terni per reprimere la resistenza che faceva già sentire il suo morso in Umbria e nell’Ascolano, resistenza guidata da ufficiali del Re Francesco II. La funzione della colonna mobile era la stessa che nella seconda guerra mondiale fu assegnata alle SS: la Wehrmacht (cioè l’esercito tedesco) avanzava e le SS (Schuztstaffeln, squadre di sicurezza) provvedevano subito dopo a fare tabula rasa per conquistare alla Germania il mitico Lebensraum (spazio vitale). Le carogne sabaude non solo avevano escogitato i campi di sterminio per i prigionieri di guerra (come a Fenestrelle), ma anche il metodo bestiale per impadronirsi perennemente di un territorio. 


Pinelli: la morte bussa alle porte del Reame 
La presenza di Pinelli in Abruzzo era stata invocata, nel sabba infernale del 1860, dal commissario savoiardo per l’Umbria con il seguente telegramma al Cavour: "Perugia, 28 ottobre 1860, part. 9.30 p.m. arrivo il 29 alle ore 0.15 a.m.. Trasmetto dispaccio dell‘Aiutante del Colonnello Masi che accenna a moti reazionari nei territori Napolitani. Fu restaurato il Governo Borbonico a Campli, Nereto, Controguerra, Torano e Corropoli; 300 Regi di Civitella appoggiano il movimento con 2 cannoni. Privi di forze, è impossibile di impedire la propagazione del moto. Urge che la colonna di Pinelli ed il battaglione di Masi che si trova a Leonessa, Posta ed Accumoli divisa in corpi per Arquata si diriga ad Ascoli. Una colonna di 50 uomini con Piccolomini tien fermo ad Ancarano, ma priva di soccorso sacrificasi. Con tal modo il plebiscito può riuscir male" (in A. Procacci, Storia militare dell’Abruzzo Borbonico). Arrivò dunque il Pinellone e dai primi di novembre 1860 e fino al maggio 1861 mise in moto una catena di montaggio di fucilazione per reprimere i moti di reazione nel Cicolano, nella Marsica e nella Valle del Velino, tre territori dell’Abruzzo Ultra II con capoluogo L’Aquila. 


Primi scontri 
Appena entrato in Abruzzo Ultra II (provincia di L’Aquila) il Caròn dimonio ebbe i primi scontri con le bande partigiane. Ne seguí un famigerato demenzial-criminal proclama, che è un termometro del grande e sviscerato "amore" che il nostro Popolo, eccetto i traditori, nutriva per gli invasori: 
"Molti abitatori dei villaggi vicini ad Aquila hanno dato mano alle armi, ed hanno taglieggiati e danneggiati in mille modi i cittadini bene affetti al nuovo ordine delle cose. Piú alcune centinaia di essi hanno osato di far fuoco contro le truppe di S. M. il Re Vittorio Emanuele mentre da Aquila si recavano a Pízzoli. Per cui: 


IL MAGGIOR GENERALE COMANDANTE LE TRUPPE DELL‘ABRUZZO ULTERIORE II 
Ordina: 1° - Chiunque sarà colto con armi da fuoco, coltello, stili od altra arma qualunque da taglio o da punta, e non potrà giustificare di essere autorizzato dalle Autorità costituite sarà fucilato immediatamente. 2° - Chiunque verrà riconosciuto d‘aver con parole o con danaro, o con altri mezzi eccitato i villici ad insorgere sarà fucilato immediatamente. 3° - Egual pena sarà applicata a coloro che con parole, od atti insultassero lo stemma di Savoia - il ritratto del Re - o la bandiera Nazionale Italiana. Abitanti dell‘Abruzzo Ulteriore, 
Ascoltate chi vi parla da amico. Deponete le armi, rientrate tranquilli nei vostri focolari, senza di che state certi che tardi o tosto sarete distrutti. Quattro facinorosi sono già stati passati per le armi: il loro destino vi serva di esempio, perché io sarà (sic!) inesorabile. Il Maggior Generale Ferdinando Pinelli" 
La memoria (non datata, ma inizio 1861) del piemontese G.B. Bottero inviata al conte dracula Cavour (rapporto 323 del 5° vol. di La Liberazione (!!!) del Mezzogiorno) riporta: "Quest‘ordine fu proclamato il 30 ottobre, ma poco dopo il Governatore indiceva lo stato d‘assedio, ed il generale Pinelli dichiarò che dal 4 novembre molti paesi del Distretto di Aquila, altri di Cittaducale e l‘intiero Distretto di Avezzano erano colpiti da quella misura … ed instituiva una Corte Marziale sedente in Aquila … sí che ora la sola energia delle armi diretta dal Generale Pinelli poteva ridonare la pace a quella Provincia". 
loveraLa pace che, con soverchio rigore, da quando mondo è mondo, i delinquenti invasori hanno sempre imposto con la forza delle armi. L’equazione "piemontesi = SS" non è invenzione nostra. Sono i loro stessi documenti a fornircene il destro. Il bruto con l’anima di fango diede nel contempo ordine al suo tirapiedi colonnello Quintini, boia speculare di prima classe con relativa medaglia al merito, entrambi da Corte di Norimberga, di partire subito per Cittaducale e Borgocollefegato (oggi Borgorose), per raggiungere Avezzano nel piú breve tempo possibile, dove operavano le bande partigiane dei colonnelli Loverà (foto a fianco) e Lagrange e del Capitano Giorgi. 


La scintilla 
Lagrange aveva anzi già rioccupato Cittaducale e Antrodoco: questa occupazione era stata la scintilla per l’inizio della resistenza nei tre Abruzzi. I territori su menzionati, già prima dell’arrivo dei nordisti erano però in subbuglio, in piena guerra civile tra la maggioranza della popolazione fedele al Re ed al legittimo Governo delle Due Sicilie ed i liberali traditori, autori di sangue e lagrime per tutta la nostra gente. 


La voce del Re 
Il 26 novembre 1860 (Gazzetta di Gaeta, n. 22 del 13 dicembre 1860) il Re Francesco II inviò un ordine del giorno alle truppe che avevano trovato riparo nello Stato Pontificio: 
«Soldati! Separato da voi per la forza degli avvenimenti, non lo sono per l‘affetto. La memoria delle fatiche da voi durate in questi ultimi otto mesi, e quella dei fatti d‘armi da voi gloriosamente combattuti, rimarrà sempre viva alla mia mente. Sono obbligato a sciogliere provvisoriamente i Corpi dei quali fate parte. Ho ferma fiducia che in breve sarete ricomposti, forse per pugnare di nuovo, e per accrescere gloria e nome alle Truppe Napoletane. Il vostro valore sarà scolpito sui vostri petti con le medaglie che rammenteranno a tutti i combattimenti, nei quali deste pruove luminose di coraggio e bravura. Voi ritornerete per ora alle vostre case, ove ritroverete i vostri compagni, che valorosamente combattendo nel 1848 e 1849, seppero guadagnarsi le medaglie di fedeltà, assedio, Sicilia, e quella degli Stati Pontifici: unitevi con quelli, e sarete del pari rispettati ed onorati da tutti i buoni e onesti cittadini. 
Sono certo che verrà un giorno, nel quale tutti saprete riprendere quelli armi che avevate fra le mani per la salvezza del Paese, delle famiglie, e delle sostanze vostre. 

Firmato: FRANCESCO»
Il 28 dicembre 1860 il conte di Trapani, zio del Re, con un suo ordine del giorno dispensava dal servizio militare il resto dell’Armata rimasta fuori della fortezza di Gaeta, esortando nel contempo i soldati e gli ufficiali ad accorrere nei tre Abruzzi in aiuto ai civili che già avevano impugnato le armi contro gli invasori e non demordevano anche se i barbari incendiavano i paesi perché fossero "come funebri ceri" ai loro compari caduti in battaglia. Anche agli Abruzzesi il Re faceva sentire la sua voce accorata col seguente proclama: 
«Abruzzesi! Allorquando lo straniero minacciava di distruggere i fondamenti della nostra Patria; allorquando egli non risparmiava nulla per annientare la prosperità del nostro bel regno, e fa di noi suoi schiavi, voi mi avete dato prove della vostra fedeltà. Grazie alla vostra severa e nobile attitudine, voi avete scoraggiato il nemico comune e rallentata la marcia rapida d‘una rivoluzione, la quale si apriva la via colla calunnia, col tradimento e con ogni genere di seduzioni. No; io non l‘ho dimenticato! Leali Abruzzesi, ridiventate quel che foste; che la fedeltà, l‘amore del vostro suolo, l‘avvenire dei vostri figli armino di nuovo le vostre braccia. Noi non possiamo un solo istante lasciarci prendere alle insidiose perfidie di un partito, che vuol tutto rapirci. Non ci assoggettiamo alla sua volontà; rivendichiamo piuttosto la libertà delle nostre leggi, delle nostre costumanze e della nostra religione. I miei voti vi accompagneranno sempre e dapertutto. Il cielo benedirà le vostre azioni. FRANCESCO» 


Divagazione 
La frase "lo straniero … fa di noi suoi schiavi" è stata rilevata in grassetto, perché la riteniamo della massima importanza, come i fatti posteriori hanno dolorosamente confermato: il Re fu l’unico a capire le vere intenzioni dei nemici e le future conseguenze della nostra disfatta, né i ministri, né i generali felloni (tipo De Sauget), né i liberaloni che si sbracciavano per annegarsi nell’unità in un folle paranoico delirio di suicidio politico ed economico, ad esempio quel Carlo De Cesare (padre di quel tale Raffaele De Cesare autore di La fine di un Regno: guardate l’albero e considerate l’ombra! Dice un proverbio), del nuovo municipio napoletano che cosí scrisse al Vittorione: "Sire, Napoli, città tra le prime in Europa per ampiezza, per copia di abitanti, favoreggiata meravigliosamente da Dio per positura e facili traffichi, depose ancor essa volenterosa (sic!) sull‘altare della patria, le sue antiche memorie …" (B. Costantini, "I Moti d’Abruzzo dal 1798 al 1860", Polla editore) - lo stesso che, come ministro costituzionale delle Finanze, aveva negato a Francesco II i mezzi per pagare le truppe - o come dimostra il telegramma che quel ribaldo di Liborio Romano inviò al Garibaldone per "deporre nelle sue mani i poteri dello Stato e i propri destini", mettendo cosí fine all’indipendenza e alla prosperità delle Due Sicilie, che i nostri Re avevano difeso fino allo spasimo. 
«Un popolo che esprime dal suo seno governanti di tale carattere … ministeriale non può andare incontro e non può essere "docile" che alla servitú, anche se il Capo dello Stato ne difende l‘indipendenza» (R. Di Giacomo, Il Mezzogiorno dinanzi al terzo conflitto mondiale, pag. 200, Cappelli editore, 1948). Francesco II, il 6 settembre 1860, proprio mentre era sulla lancia che lo avrebbe portato a Gaeta per l’ultima estrema difesa della Patria, ribadí tale concetto al fido comandante Criscuolo: al popolo duosiciliano «rimarranno solo gli occhi per piangere» (R. de Cesare, La fine di un Regno, pag. 928). E cosí è, come possiamo ancora oggi dolorosamente constatare. 
E nella protesta diplomatica presentata alle Potenze straniere lo stesso giorno, due ore prima della partenza: «Noi abbiamo, con tutti i mezzi in poter nostro, combattuto durante cinque mesi per l‘indipendenza de’ nostri Stati» (R. de Cesare, ibidem, pag. 922), fedele all’insegnamento ricevuto dall’augusto genitore Ferdinando II: «Io non so che cosa significhi l‘indipendenza italiana; io conosco solo l‘indipendenza napoletana». Che fosse solamente il Re ad aver capito ciò che stava per compiersi è un concetto storiografico ormai generalmente acquisito, come dimostrano le seguenti parole di Renato Di Giacomo, scritte nel lontano 1948, che riesumiamo per la loro ancora attuale valenza: «il solo che avesse capito ciò che si compiva, cioè l‘assoggettamento delle popolazioni meridionali ad interessi estranei al Mezzogiorno, era stato il Re. Nella perduta indipendenza Egli non ravvisava una causa di abdicazione al trono, pel quale il compito non era finito, e, forse, negli avvenimenti trovava un rafforzamento della sua ragion d‘essere: ma constatava l‘abdicazione cui le sue popolazioni erano costrette e quello che è il supremo bene per ogni individuo: amministrare da sé la propria sorte e non affidare ad altri il proprio destino … Questo il Re Francesco II sapeva per atavico insegnamento, lo sapeva dall‘esempio della lunga politica svolta da suo padre Ferdinando II. Questo lo sentiva anche il ceto basso del popolo per l‘intuito infallibile che posseggono le persone semplici, per la schiettezza dei sentimenti e la diffidenza che sono sempre presenti nell‘animo dei non raziocinanti. Ma proprio questo l’élite di allora non capí. Essa ritenne che la lotta avesse per posta il Re e non l‘indipendenza del popolo, la monarchia borbonica e non l’autonomia amministrativa dello Stato … il destino di una dinastia e non quello proprio … La causa dell’indipendenza, ossia quanto direttamente interessava il popolo e il territorio dello Stato, fu contrabbandata come causa del Re e della dinastia» (R. Di Giacomo, ibidem,, pag. 198 e 200). 
«Il problema, nei suoi effetti immediati e in quelli futuri, consisteva al 1860 nella scissione del binomio Dinastia borbonica e Popolo Meridionale. Nella connessione risiedeva l’autonomia, l’indipendenza, la conservazione dell’acquisita prosperità di cui ci parlano ancora oggi lo Sforza ed il Nitti … Risiedeva la condizione per una pretesa di diretto controllo dei Meridionali sullo Stato meridionale e quella di resistenza ai ceti dominanti del Nord … affinché il proponimento -- con le conseguenze che oggi il Meridione può finalmente ed entusiasticamente constatare -- trovasse il suo clima morale favorevole all’esecuzione, necessitava spezzare il binomio, il che era possibile di fare solo agendo sul termine “dinastia”, quindi su di essa un diluvio d‘infamia e di ridicolo di cui la storia incomincia a fare giustizia» (R. Di Giacomo, ibidem, pagg. 194/195). 
Con la scissione del binomio spuntò per noi l’alba della nostra disperazione: «Il popolo non ha lavoro, pane, speranza. Nella città di Napoli si assiste giornalmente ad uno spettacolo desolante. Vi giungono carovane di contadini … pallidi, disfatti, con l’aspetto della miseria piú crudele … ad imbarcarsi per emigrare ...» (Pietro Calà Ulloa: Léttres d’un Ministre émigré). Si cominciò a scontare «amarissimamente il proprio errore: l’inconsapevolezza dell’alto livello del suo essere al 1860» (R. Di Giacomo, pag. 185). 
Ma in 140 anni di unità «tra i Meridionali che furono al Governo -- imperocché furono “i nostri governanti quasi tutti del Nord” - non sorse neppure un uomo, uno solo, capace di prevenire il decadimento della prosperità e nemmeno di dire che fu il 1860 ad operare la frattura di quella prosperità e ad iniziare il secolo di miseria per il Meridione. Non uno, dunque, e neppure tra gli uomini politici meridionali» (R. Di Giacomo, ibidem, pag. 218). Sono parole su cui meditare e che un giorno forse non lontano si riveleranno salutari per il popolo duosiciliano. 


Il Cicolano in armi 
Vediamo che cosa era accaduto nel Cicolano già prima dell’arrivo del tristanzuolo Ferdinando Pinelli, nato a Roma da una famiglia di traditori piemontesi di Cuorgné, vendutisi ai francesi in epoca napoleonica, e insignito di medaglia d’oro per i suoi crimini di guerra. Di quel territorio, anche se di frontiera, disponiamo di dati sufficienti per fare un discorso abbastanza coerente. Erano i giorni in cui il nostro esercito fronteggiava il nemico sul Volturno. Nei quattro comuni del Cicolano: Petrella, Fiammignano (oggi Fiamignano), Pescorocchiano, Borgocollefegato (oggi Borgorose), nei giorni 15, 16, 17, 18 del mese di settembre 1860 era stato fatto, da parte dei decurioni e del sindaco Oreste Martelli, un micro-golpe comunale: contro la volontà della quasi totalità dei cittadini avevano deliberato adesione al governo invasore e pochi giorni dopo costituirono la guardia nazionale locale. Ma nel comune di Fiammignano c’era pure chi non la pensava allo stesso modo degli amministratori traditori, in particolare il cav. Luigi Spaventa di Torre di Taglio, un sincero patriota duosiciliano, estraneo agli omonimi famigerati Spaventa di Bomba (Chieti), che spronò la popolazione a ribellarsi ai traditori. Cominciò perciò a manifestarsi la resistenza sia contro gli usurpatori locali, che contro i militi delle costituite guardie nazionali. Anzi a Pescorocchiano la domenica 21 ottobre, giorno del famigerato plebiscito, la popolazione riuscí ad impedirlo, mentre negli altri tre comuni i mafiosi filopiemontesi sottrassero le schede votate a favore di Francesco II e le sostituirono con altre contrarie. Se prima la popolazione ribolliva di sdegno, con gli imbrogli la pentola scoppiò. La domenica successiva (28 ottobre), dalle frazioni intorno a Fiammignano, sei patrioti: Antonio Calabrese, Giuseppe Di Giovanni ed Antonio Di Sabantonio da Radicaro e Giuseppe Antonini, Fiore Sallusti e Antonio Saporetti da Sambuco, procuratisi le piú diverse armi e riunite circa 250 persone, fecero irruzione nel municipio dove distrussero gli stemmi dei savoia, rimisero al loro posto il ritratto di Francesco II e le insegne delle Due Sicilie e, subito dopo, devastarono la casa del sindaco che nel frattempo se l’era svignata. Nella stessa notte, a Radicaro, fu devastata pure la casa di Eugenio Martelli, fratello del sindaco, e quella del capitano della guardia nazionale, Domenico Martelli, cugino dei precedenti. Una famiglia ben affiatata, non c’è che dire. 
Cose analoghe succedevano a Pescorocchiano, dove la popolazione, come già a Fiammignano, guidata da Carmine Leonetti ricollocò all’antico posto le immagini e gli stemmi borbonici. Ad Avezzano, centro di tutto il mandamento, nel frattempo il sottintendente Vincenzo Cardone, fedele al governo legittimo, invocava la protezione delle truppe regolari borboniche. Nel contempo, dai quattro comuni del Cicolano furono inviati prigionieri al capitano Giacomo Giorgi i traditori filopiemontesi. Intanto "la banda cominciò a prendere piú vaste proporzioni, tanto che raggiunse il numero di circa duemila individui". 


Fiammignano centro della rivolta 
A Fiammignano fu posto il quartier generale di quelle masse popolari. I capi erano: il capitano Giuseppe Di Giovanni di Collegiudeo, coadiuvato da Fiore Sallusti e Giacomo Saporetti di Sambuco, Ascenso Napoleone di Torre di Taglio e Aurelio Ricciardi di Castagneto. Luogotenenti: Giuseppe Antonini di Sambuco, Vincenzo Fabi e Carmine Leonetti di Gamagna, Antonio Apolloni di Fiumata, Berardino Viola di Taglieto, Gaetano Rosati di Piagge di Mareri, Vincenzo Manenti di Capradosso, Domenico De Sanctis di Petrella, Giovanni Giacomini e Domenico Rencricca di Baccarecce, Feliciantonio Felli di Leofreni, Giuseppe Sorani e Domenico Ricciardi di Torre di Taglio, Angelo De Sanctis di Poggio S. Giovanni, Giannandrea Rosati di Granara, Bernardino Pietropaoli di Poggiovalle e Giuseppe Luce di S. Anatolia. 
I liberali del mandamento di Fiammignano, disperando di poter tenere la situazione sotto controllo "rivolsero reiterate istanze al comandante militare della provincia, il maggior generale Ferdinando Pinelli, che con la Brigata Bologna era giunto all‘Aquila ai primi di novembre, acciocché mandasse … un buon numero di truppe per ristabilirvi l‘ordine e con esso la turbata tranquillità" (Domenico Lugini, Reazione e brigantaggio nel Cicolano, in Memorie Storiche della Regione Equicola ora Cicolano, Rieti, 1907, ristampa Polla editore), il quale SS aveva ricevuto, dallo Stato Maggiore invasore, "l‘incarico di reprimere energicamente quei primi sintomi reazionari, che dovevano essere poi i prodromi della immane e feroce conflagrazione politico-sociale che scoppiò subito dopo la caduta dei Borboni di Napoli … Contro queste bande, le truppe della colonna Pinelli, dislocate nella conca aquilana, ben presto ebbero occasione di trovarsi a contatto, e prime fra tutte quelle del Cicolano e della Marsica affidate al comando del colonnello Quintini" (Guido Cortese, Memorie Storiche del 40° reggimento di fanteria, pag. 78 e segg.) 


Biografia di un criminale di guerra 
Carlo Pietro Quintini, 1° colonnello del 40° fanteria, nacque a Roma nel 1814 e fu rapito da Satana a Terni nel 1865. Fu dapprima cadetto nelle truppe pontificie, poi, fino al 1848, maggiore. Nel 1849 fu tenente colonnello nella repubblica romana, se la svignò a Genova quando questa fu cancellata dal libro dei sogni. Nel 1859 il governo piemontese, in vista dell’invasione del Regno, conoscendone il passato alla "Jack lo squartatore", lo chiamò sotto le armi e lo fregiò del titolo di colonnello. Nel 1861 "per la parte attiva e brillante presa nella repressione del brigantaggio con le truppe del suo reggimento" fu decorato di medaglia d’oro al valor militare. Nel 1862 "diede prova di molta accortezza e di suprema energia nel reprimere un moto reazionario a Castellammare in Sicilia. Per qualche tempo esercitò il comando della zona militare di Terra di Lavoro". Sul rovescio della medaglia, se fossimo dotati della vista dell’onnipotente Iddio, potremmo leggere gli infiniti nomi dei nostri padri assassinati. 


La Brigata Bologna in azione 
Il Pinelli, "che scriveva poco, ma in compenso operava molto", esaudí i voti dei traditori. Inviò il 2° battaglione del 40° fanteria comandato dal maggiore Pietro Ferrero (ricordiamoli pure questi assassini, perché la nostra maledizione li accompagni di generazione in generazione) e due compagnie di bersaglieri (in totale circa 2.200 uomini). Comandante in capo della colonna infame il colonnello Quintini. Il Pinelli, invece, lasciato un presidio a L’Aquila, si diresse ad Avezzano lungo la strada per il piano delle Rocche, Ovindoli, Celano. La spedizione punitiva del Quintini avvenne lungo il seguente itinerario: L’Aquila, Antrodoco, Civitaducale (oggi Cittaducale), Capradosso, Fiammignano, Borgocollefegato (oggi Borgorose), indi Magliano de’ Marsi ed infine Avezzano. La marcia nemica non si rivelò essere una scampagnata. Lungo la consolare L’Aquila - Antrodoco, oggi strada statale nr. 17, alle pendici del Monte Nuria, del Monte di Giano e del Monte Calvo, che formano le Gole di Antrodoco, non fu loro consentito di divertirsi giulivi come la vispa Teresa che tra le erbette sorprendeva gentil farfalletta, perché piccoli manipoli di partigiani li attaccavano di sorpresa causando morti e feriti, cosí come già nel 1799 ne ebbe a soffrire il generale francese Lemoine. 
Lo stesso accadeva lungo la consolare Antrodoco - Cittaducale, oggi S.S. nr. 4. Notte e giorno la truppaglia nemica veniva pungolata ai fianchi e alle spalle, come di solito succede quando un esercito invasore attraversa un territorio presidiato da patrioti. Dall’ombra di ogni cespuglio, di ogni faggio o leccio, gli insorgenti spuntavano come funghi, spesso guidati da sacerdoti che brandivano crocifissi a mo’ di pugnali. Ma la colonna infame riuscí a passare, pur lasciando rivoli sanguinolenti sul proprio cammino. Poi svoltò verso sud, lungo la provinciale Cittaducale - Fammignano, dove si aprivano spazi atti a piú facili manovre. Quasi a mezza strada verso Fiammignano, al passo di Capradosso, erano appostati circa quattrocento patrioti al comando di Fiore Sallusti, decisi a fermare, se non a distruggere il nemico, ma erano malissimo armati: vecchi archibugi, fucili da caccia, pugnali, coltelli, roncole, bastoni, fionde. Unica vera arma il coraggio. Fu facile perciò agli invasori disperderli e puntare su Fiammignano, dove erano appostati all’incirca altri 300 patrioti. 
Il giorno dopo, 17 novembre 1860, il Quintini suddivise la sua orda in tre colonne: a sinistra i bersaglieri, al centro la quinta, la sesta, l’ottava compagnia del 40°, comandate dal maggiore Ferrero, a destra la settima compagnia del 40° (capitano Angelo Perrone) e altri bersaglieri. La colonna di sinistra fu la prima ad arrivare a Fiammignano dove fu accolta dal fuoco dei partigiani che "sotto il comando di Giacomo Saporetti, di Vincenzo Manenti e di Giuseppe Di Giovanni si erano disposti in piccoli drappelli sulle rocciose alture che dominano la chiesa della Madonna di Poggio Poponesco" (Lugini, ibidem). 


Strage di Fiammignano 

Ma, rimasto fulminato da una palla nemica il Manenti e ferito il Saporetti, i nostri cominciarono a ripiegare verso la parte opposta del paese. Frattanto giungevano di rincalzo in quel momento le altre due colonne che presero immediatamente a dar manforte agli assalitori. I difensori, pur inferiori di numero (notare che ad essi si erano unite persino alcune guardie nazionali del comune pentite del loro tradimento), continuarono ad opporsi validamente, ma verso sera, soverchiati dal numero, furono costretti a disperdersi su per i monti e per i boschi, mentre dall’alto cominciava a discendere leggera la prima neve. I nostri feriti che non avevano potuto fuggire furono finiti all’istante a colpi di baionetta e quanti furono presi nel rastrellamento furono tutti fucilati senza neppure la parvenza di uno straccio di corte marziale: per tale "atto di valore" furono concesse due medaglie d’argento e otto menzioni onorevoli (G. Cortese, ibidem, pag. 81).

Fiammignano

L’ordine nazista regnò a Varsavia, cioè a Fiammignano. Il Lugini, che nella sua cronaca non è per niente tenero con i partigiani, la sua scelta di campo è filopiemontese, in sostanza un altro "intellettuale" venduto al nemico, afferma: "Sebbene il Quintini fosse rimasto tanto breve tempo a Fiamignano e non vi avesse lasciato alcun presidio, pure fu tale e tanto il terrore che invase i reazionari, che per vario tempo non piú osarono di scorrazzare per i villaggi, ma, raccolti in piccole bande, si dispersero per i boschi e per le campagne" continuando la lotta, anche se nel mese di febbraio dell’anno successivo, poco dopo la caduta di Gaeta, fu preso ed ucciso il capo-massa Ascenso Napoleone: "All‘alba del giorno 21 (di febbraio, n.d.r.), alcune guardie nazionali di Borgocollefegato scovarono in una casupola nei pressi di Civitella di Nesce il famoso capo-massa Ascenso Napoleone. Arrestatolo, in quella stessa mattina lo consegnarono ad un drappello di bersaglieri, i quali a loro volta lo condussero a Fiamignano, dove verso le ore tre pomeridiane del medesimo giorno, venne fucilato nel luogo detto il Campo. Ed in esso subirono la stessa pena, all‘una pomeridiana del 22, Carmine Riccioni di anni 35 dei Colli di Pace, e, a qualche ora innanzi notte del 23, Giuseppe Margutti di anni 21 di Brusciano e Basilio Saporetti di anni 29 di S. Maria del Sambuco. Questi due ultimi erano stati arrestati il giorno stesso tra lo strame di un pagliaio nella villa del Corso, da alcuni soldati di una compagnia di fanteria ch‘era giunta a Fiamignano il giorno antecedente ..." (Lugini, ibidem). 
Nello stesso tempo il criminale traditore Pasquale De Virgili, nominato dagli invasori gauleiter (governatore) del teramano, cominciò a cicalare di sterminio ed esortava le guardie nazionali di Notaresco contro i partigiani con le seguenti parole: "Io vi affido il nemico che dovete combattere, il vero e solo nemico che rimane all‘Italia, cioè la parte cancrenata dello stesso suo corpo che bisogna tagliar di netto e tosto ..." (B. Costantini). E anche lui si rivelò essere della stessa risma di Pinelli e compari, una razza di scellerati assassini. In quel maledetto 1860 quasi tutta la classe dei proprietari terrieri, da cui provenivano "intellettuali" e borghesi, si era votata ai Savoia retrivi e forcaiuoli che difendevano meglio gli interessi economici di casta. Valga in proposito quanto cita R. Di Giacomo circa una nota di G. Ferrero (Potere, pag. 204): "Ora, rispetto a quanto …rappresentava la prima ferrovia italiana voluta dall’Amministrazione del Governo Borbonico assoluto e già in esercizio a Napoli, ecco che cosa accadeva nella capitale del regno costituzionale sardo: "Nel 1840 il Senato di Torino - una specie di Consiglio di Stato - si era pronunciato contro la creazione di una linea di omnibus nella capitale del regno sardo, proclamando che una vettura, in cui tutte le classi potevano mescolarsi, era contraria ai principi di uno Stato monarchico" ". 
La colonna infame del Quintini procedette verso Borgocollefegato e deviazione per Pescorocchiano: dappertutto monumenti di sangue: la libertà piemontese e italiana in nome della dea unità si era disvelata al popolo delle Due Sicilie. Questo Stato italiano che ha potuto essere costituito solo con la strage, col genocidio dei nostri padri ha i plinti delle sue fondamenta immersi in un lago di sangue, sangue meridionale. 


La beffa di Fiammignano 
Ciò nonostante, partito il Quintini, le bande partigiane il 13 gennaio del 1861, pur con la neve abbondante, decisero di riprendere Fiammignano e per farlo escogitarono uno stratagemma. La sera del 12 "spedirono a Fiamignano un individuo latore di un biglietto, diretto al sindaco con cui gli imponevano di far trovare pronti, per la mattina seguente, i viveri occorrenti per seimila uomini. In assenza del sindaco, quel biglietto fu letto da chi ne faceva le funzioni ed immediatamente comunicato al giudice di quel tempo Nicola Fabrocini e al capitano delle milizie mobili Fiore Paris. Questi due nulla sospettando del tentato tranello, ma solo misurando il pericolo gravissimo che li sovrastava, nella notte stessa del 12 al 13 gennaio con tutte le milizie partirono alla volta dell'Aquila percorrendo la via della montagna di Rascino, nonostante fosse ricoperta di abbondante neve e pessimo imperversasse il tempo". (Lugini, ibidem). Dopo aver stabilito l’ordine nazista-savoiardo a Fiammignano, il Quintini proseguí per Avezzano, centro del distretto, dove il 26 novembre s’incontrò col Pinelli, giunto per la strada che dall’Aquila porta al piano delle Rocche, poi a Ovindoli, a Celano: lí i filibustieri si dettero "con ardore … a riportare la quiete in tutti quegli alpestri comuni della Marsica", cioè a fucilare e ad incendiare paesi e villaggi. 


  Pinelli a Civitella 
Ad Avezzano altri ordini: Pinelli voli a Civitella del Tronto. Da Ponzano, piccola località a qualche chilometro ad est della Fortezza, rifugio tranquillo per degustare con calma la sua ansia e voluttà di uccidere, il perverso duce scrive al comandante della piazzaforte Ten.Col. Ascione, invitandolo alla resa: "Ponzano, 6 dicembre 1860, Il Gen. Pinelli al Comandante la Piazza di Civitella. Sig. Comandante, lo scopo di questa mia è d‘invitarvi a desistere da una resistenza divenuta ormai inutile; se vi arrendete ora, otterrete patti onorati, se no impiegherò le mie Artiglierie rigate a lunga portata e non vi rimarrà piú altra alternativa che di morire di fame o di essere passati a fil di spada" (S.M.E.: Ufficio Storico: Assedio Civitella: G.63/31 in A. Procacci, Storia Militare dell’Abruzzo Borbonico). Fratellanza nordista! 


Quintini a Sora 
Quintini a sua volta corra ratto a Sora. Lí infatti la banda partigiana di Luigi ChiavoneAlonzi, detto Chiavone, di sorpresa aveva attaccato la città e messo in fuga le guardie nazionali infliggendo loro gravi perdite. Il "gran capitano" si recò perciò in Terra di Lavoro col rinforzo del 1° battaglione del 2° fanteria, ma la città, 12 dicembre, era stata già evacuata dai guerriglieri. Secondo i metodi non molto fraterni proclamati negli ukàs savoiardi, il novello barbaro ordinò il disarmo generale pena la morte (vae victis!) e mosse contro l’Alonzi, che con circa duemila uomini si trovava nella Selva di S. Elia nella gola fra la montagna di S. Angelo e quella di S. Elia in territorio marsicano. Ma l’Alonzi preferí non impegnarsi in uno scontro con forze piú numerose delle sue, e molto meglio armate, e quindi si sganciò dal nemico riparando nello Stato Pontificio. Il Quintini, dopo aver rastrellato la zona, e sostenuto frequenti e sanguinosi scontri con nuclei partigiani piú piccoli operanti nella Val Roveto, riprese la strada verso nord, percorrendo tutta la valle. Alle fonti di Canistro, pure ed immacolate acque degne di essere usate solo per il teobroma degli dei, il furfante osò contaminarle col suo piede e la sua ombra. Indi riprese la marcia e si ricongiunse al resto della colonna infame in Avezzano. 


Scontro di Tagliacozzo 
Il maggiore Ferrero era rimasto a Tagliacozzo. Costui, informato che le bande partigiane di Lagrange e Giorgi, penetrate nelle Due Sicilie dallo Stato Pontificio, erano in marcia verso la Marsica, concentrate le truppe alle sue dipendenze (settima e ottava compagnia del 40°), richiamò i distaccamenti di Avezzano e di Celano (terza, quarta e sesta compagnia) e si diresse verso Carsòli (7 gennaio 1861). Ma i partigiani, avvisati del suo approssimarsi, senza conoscere le regole della guerriglia teorizzate da Mao Tse Tung, preferirono ritornare indietro nello Stato Pontificio, piuttosto che impegnarsi a fondo nello scontro. Nella marcia di sganciamento dovettero però alleggerirsi e abbandonare armi e munizioni. Altro scontro del Ferrero con la banda partigiana del colonnello Loverà, forte di 3.000 uomini, una settimana dopo, il 13 gennaio 1861 a Tagliacozzo. Lo scontro fu infausto al liberatore. Alla lotta, in aiuto degli uomini del Loverà, partecipano, armati solo di pietre e falci, anche gli abitanti del paese. Il Ferrero è costretto a fuggire verso Avezzano, dove vi giunge alle tre della notte ansante, trafelato: nella fuga gli furono uccisi 23 uomini e 9 altri furono fatti prigionieri. Il colonnello Loverà costituí il suo quartier generale a Tagliacozzo. 


Strage di Scurcola Marsicana 
Dopo tale avvenimento, altro ne segue il 22 gennaio a Scurcola Marsicana. L’evento fu cosí tragico per i partigiani che conviene parlarne piú estesamente e riportare direttamente le parole di chi (il già citato Domenico Lugini) quasi cento anni fa ebbe a fare una ricostruzione dell’avvenimento, tutta filopiemontese, però dati i tempi comprensibile, ma è l’unica che ci è pervenuta fra le mani e sulla quale ognuno di noi potrà fare le dovute considerazioni ed estrapolazioni: "Il Quintini … ravvisando che le truppe formanti la sua colonna erano ormai insufficienti ad arrestare le schiere del Loverà, alle quali era dischiuso il piano della Marsica, chiese ed ottenne in rinforzo il 4° battaglione del 6° reggimento fanteria agli ordini del maggiore Antonio Delatila. Disponendo cosí di forze maggiori e nel timore che il Loverà da un giorno all‘altro si sarebbe avanzato contro Avezzano per la via dei Piani Palentini, in difesa di questi collocò a Magliano de‘ Marsi la V e la VI compagnia del 40° reggimento sotto il rispettivo comando dei capitani Giuseppe Rosti e Cesare Cavanna, ed inviò di presidio a Scurcola la XIV compagnia del 6° reggimento sotto il comando del capitano Antonio Foldi. Giuntavi questa il giorno 22 di gennaio, nel pomeriggio vi fu assalita dalle schiere del Loverà, che, sotto il comando di Giacomo Giorgi, improvvisamente piombarono sull‘abitato, prima che la stessa avesse potuto provvedere all‘assetto difensivo del paese. Ma nonostante l‘enorme numero dei nemici, l‘anzidetta compagnia resistette strenuamente e, a furia di assalti e contrassalti, riuscí a sostenere il combattimento per piú di due ore in buone condizioni, favorita specialmente dall‘oscurità della sopravvenuta notte e da una nebbia fittissima che tutto ricopriva. Ma i borbonici, sebbene aspramente contrastati in ogni loro avanzamento, erano già riusciti ad occupare la maggior parte di Scurcola. Avvertito il fragore del combattimento a Magliano de‘ Marsi, si raccolsero prontamente le due compagnie di soldati che colà stanziavano e una cinquantina di guardie nazionali del luogo, per andare a soccorrere la XIV. Mosse per prima a quella volta la VI percorrendo la via del villaggio di Cappelle e con ordine alla V di seguirla a breve distanza … Pervenuti, a qualche ora di notte, non molto lungi da Scurcola, furono accolti da una scarica di piú fucili da alquanti nemici appiattati in un piccolo ontaneto; alla loro pronta risposta con un bel nutrito fuoco, non piú si ascoltarono i colpi degli avversari. Il capitano allora, fatti tacere completamente i suoi, intimò l‘alto "chi va là?", cui fu risposto "Sardegna" che era la loro parola d‘ordine. Credendo egli pertanto che costoro fossero amici e che, solo, per errore di riconoscimento, avessero fatto fuoco contro di essi, avanzò verso il luogo dell‘imboscata, ma non vi rinvenne alcuno. Erano stati i borbonici che avevano risposto in quel modo per far cessare il fuoco ed aver tempo di fuggire, come poi potette bene accertarsene. Giunto presso Scurcola ebbe la grata sorpresa di trovarvi anche la V compagnia che eravi pervenuta in quel momento, percorrendo un‘altra via piú breve, sebbene assai meno praticabile, perché molto fangosa e segnatamente in quei giorni nei quali era caduta una discreta quantità di neve. E poiché dalla parte superiore dell‘abitato e verso il convento dei cappuccini dal titolo S. Antonio, a duecento metri fuori del lato destro di Scurcola, numerosi ancora si ascoltavano i colpi di fucile, i due capitani fecero suonare le trombe all‘attacco, anche per rendere cosí avvertita del sopraggiunto aiuto la XIV compagnia, ed entrati prontamente in azione, il Rosti di sorpresa occupò l‘anzidetto convento di S. Antonio posto sulla via di ritirata dei reazionari, ed il Cavanna con la VI circondò la borgata ed incalzò i nemici col fuoco e con le baionette. Vedutisi questi assaliti con tanto impeto, per la maggior parte, con a capo il Giorgi, si diedero alla fuga e, dalla parte del convento anzidetto e dalla via del monte che sovrasta Scurcola, si diressero alla volta di Tagliacozzo; altri poi gettate le armi, corsero a nascondersi nelle stalle, nei pagliai e nelle abitazioni dei loro piú sicuri aderenti, ed altri si diedero prigionieri implorando salva la vita. Ma per impedire ogni evasione, le truppe cinsero d‘assedio l‘intera Scurcola. Fin dai primi momenti che la XIV compagnia era entrata in combattimento un sotto-ufficiale della stessa corse di soppiatto ad Avezzano e presentatosi al colonnello Quintini, l‘informò del grave pericolo in cui versavano i propri compagni, perché assaliti con straordinario vigore e da un numero eccessivamente superiore di nemici. A tale tristissima notizia, il Quintini spedí un plotone di cavalleria del X battaglione piemonte reale, per assumere informazioni precise e le altre tre compagnie, cioè la XIII, XV e XVI del VI reggimento sotto il comando del maggiore Delatila. Queste vi giunsero poco dopo della mezzanotte, ma non ebbero che a constatare l‘avvenuta fuga dei nemici e a concorrere con gli altri compagni al già diligentissimo assedio. Appena giorno il maggiore anzidetto emanò un bando con cui, sotto pena di morte, si faceva obbligo ad ogni Scurcolano di denunciare quei reazionari, o sospetti essere tali, che si trovavano nascosti nelle loro case, stalle e pagliai. Quel bando ottenne ben presto il desiderato effetto, perché non vi fu neppure uno di quegli sciagurati che non venisse consegnato, ovvero additato all‘autorità militare; ed il numero complessivo di tutti i prigionieri fu di 277, i quali vennero rinchiusi nella Chiesa delle Anime Sante che sorgeva nella parte inferiore dell‘abitato, senza tener conto di circa altri settanta [79 per l‘esattezza, n.d.r.], che furono fucilati nella mattina del 23 dinanzi all‘anzidetta Chiesa". 
In tempi ritenuti barbari, ultimi anni del VI sec. a. C., Sun Zu, teorico insuperato di arte militare per acume e profondità di pensiero, nel libro L’Arte della Guerra consigliava al re cinese dello Stato di Wu: "Tratta con buone maniere e magnanimità i prigionieri e abbi cura di loro" (II, 19). Quasi un precetto evangelico per quelle feroci belve savoiarde, per loro Sun Zu era uno sconosciuto carneade, né poteva essere altrimenti per una genía di barbari matricolati della peggior specie. Ma un altro pensiero di Sun Zu prorompe energicamente dalla penna, dato che il suo opposto lo stiamo contemplando tragicamente oggi: "La suprema arte della guerra consiste nel soggiogare il nemico senza combattere" (III, 3). Gli altri 277 dicono che furono condotti ad Aquila dalle "patriottiche guardie nazionali di Scurcola e di Magliano de‘ Marsi" (Storia della Brigata Aosta), come dire che non arrivarono mai a destinazione, come era costume delle guardie nazionali di risolvere sbrigativamente il "problema" prigionieri. Mancia competente a chi riuscirà a fornircene notizie documentate. Inebriato dal successo, reso ubriaco dal sangue versato, il manigoldo comandante della colonna infame, il Pinelli, il 3 febbraio successivo inviò il verbo demenzial-nazista alla frazione di colonna mobile del 40° fanteria che operava nell’Ascolano, messaggio che fece prendere le distanze perfino ai sostenitori degli invasori, Francia ed Inghilterra: 
«Ufficiali, soldati! La vostra marcia fra le rive del Tronto e quelle della Castellana è degna d‘encomio. S.E. il ministro della guerra se ne rallegra con voi. Selve, torrenti, balze nevose, rocce scoscese non valsero a trattenere il vostro slancio; il nemico mirando le vostre penne sulle piú alte vette dei suoi monti, ove si teneva sicuro, le scambiò per quelle dell‘Aquila savoiarda che porta sulle sue ali il genio d‘Italia; le vide, impallidí e si diede alla fuga. 
Ufficiali e soldati! Voi molto operaste, ma nulla è fatto quando qualcosa rimane da fare. Un branco di questa progenie di ladroni ancora si annida fra i monti, correte a snidarli e siate inesorabili come il destino. Contro nemici tali, pietà è delitto, vili e genuflessi quando vi vedono in numero, proditoriamente vi assalgono alle spalle quando vi credono deboli, e massacrano i feriti. Indifferenti ad ogni principio politico, avidi solo di preda e di rapina, or sono i prezzolati scherani del Vicario, non di Cristo, ma di Satana, pronti a vendere ad altri il loro pugnale quando l‘oro, carpito alla stupida credulità dei fedeli, non basterà piú a sbramare le loro voglie. Noi li annienteremo, e schiacceremo il sacerdotale vampiro che con le sozze labbra succhia da secoli il sangue dell‘Italia nostra, purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infettate dall‘immonda sua bava e da quelle ceneri sorgerà piú rigogliosa e forte la libertà». 
Una decina di giorni dopo, il 3 marzo 1861, il generale piemontese Della Rocca, raccomandabile signore della guerra, comandante generale per le "Provincie Napoletane" messe a ferro e fuoco, con un ordine del giorno, "vero inno al suo prode comandante Quintini" (Guido Cortese), blaterò sul registro musicale del Pinelli: "Soldati … i distretti di Sora ed Avezzano (sono) pacificati … ecco i felici risultati ottenuti col vostro perseverante valore … Continuate … nella gloriosa via per la quale vi siete messi ...". E nella gloriosa via continuarono i liberatori, per oltre dieci anni, morti infiniti non numerabili come i punti di una retta, finché il nostro popolo, abbandonato da tutti (soprattutto doppo ‘o ntorzafaccia ‘e Cassino (24.2.1865) da parte dello Stato della Chiesa una volta amico), avette ’a acalà ‘e recchie e ridursi, da soggetto attivo sulla scena del mondo, a colonia senza storia, senza dignità, senza radici, in una parola senza identità culturale, dominata da genti barbare a causa della canea infame degli unitaristi di marca risorgimentale e dei politici meridionali senza eccezione tutti di marca servile. 


Altre prodezze del 40° fanteria 
Qui, stanchi di tanto sangue, ci fermiamo con le descrizioni delle prodezze della colonna infame. Il 40° fanteria dei drautti Pinelli e Quintini lo ritroviamo in Terra di Lavoro, in Molise, in Sicilia in altrettali azioni di sterminio, ad Auletta, Arcocello, Valle dell’Agnone, Piedimonte d’Alife, Monaco di Gioia, Fontana di Campo, Castellammare del Golfo, in centinaia di piccole località, etc. etc.: in totale alle orde centronordiste, per le buone opere compiute in dieci anni, furono elargite 4 medaglie d’oro, 2375 d’argento, 5012 menzioni onorevoli sul cui rovescio stava scritto: sangue meridionale. Secondo Cesare Cesari (Il brigantaggio e l’opera dell’esercito italiano dal 1860 al 1870, pag. 167) le ricompense furono dispensate in numero esiguo (!) per "misura di opportunità politica del momento". In particolare circa il 40° fanteria furono assegnate: 2 medaglie d’oro agli infami polemarchi Pinelli e Quintini, 110 medaglie d’argento e 105 menzioni onorevoli alla truppaglia.