martedì 6 giugno 2017

In quel tremendo, invernale, montano primo dicembre 1915, presso Gorizia ad Oslavia, in  località Dosso Faiti nella tregenda guerresca del distante Cadorna soccombeva il fante


FALCI CALOGERO


Caliddruzzu Fanci, appena ventenne, ci rimetteva la vita in quelle feroci manovre militari del supremo Cadorna.  Era il fratello di mia nonna Giovanna Falci. Ci rimangono di lui un paio di foto ove rifulge la grande avvenenza di questo racalmutese, beddru cchiu' du suli. Non ebbe però tempo di fare invaghire tante molte fanciulle della terra del sale e dello zolfo. Un generale, Gian Dàuli,  così descrive quelle allucinanti manovre militari:  "Intorno a Gorizia, che l'Austria aveva resa il centro di un  grande campo trincerato, la lotta ferveva sempre più ardente: a una a una, sotto i colpi di maglio, cadevano le difese. Ma la varia vicenda dei combattimenti, che delle volte non davano i risultati alle truppe assegnati; la immensa disparità fra i due avversari, ad uno dei quali bastava difendersi in ben muniti ripari mentre all'altro toccava assalire nelle condizioni più sfavorevoli, faceva ritardare la realizzazione  di quello che era, pel momento, il programma del Comando Supremo." 

Ma in termini più umani, oltre la disumana retorica dei generali, un corrispondente di guerra, il Wiegand, ci ragguaglia così: "da due settimane è piovuto a torrenti, nella bassura lungo l'Isonzo vi è un mare di fango che sovente giunge all'altezza dei fianchi dei soldati, mentre le trincee tagliate, meccanicamente nella roccia o prodottivi per mezzo di mine lungo le erte pendici, si trasformano durante i diluvi in veri torrenti di montagna."


In quei diluvi, tra crepitio di mitraglie e scoppio di granate, lo spaurito siciliano di Racalmuto ci rimise la pelle. Morto per la Patria. E la Patria ingrata manco un ricordo gli riserba. Sì, forse sta nell'Ossario di Oslavia, quello che 'custodisce le spoglie di 57.741 soldati, di cui circa 36.000 ignoti, morti nelle battaglie di Gorizia. I militi sono per la stragrande maggioranza italiani, ma vi sono sepolti anche 540 soldati austriaci.'. Ignoto, milite ignoto. Ma il Comune di Racalmuto non avrebbe l'obbligo di commemorarlo con una lapide, con una edicola ove portare un fiore? Già! invece, l'attuale amministrazione comunale manco fa pubblicare la locandina sinottica di Luigi Falletti. Imperdonabile.


Nessun testo alternativo automatico disponibile.

FALCI CALOGERO venne arruolato nella Brigata Ancona, 70a Fanteria. Semplice fante, lo dichiararono DISPERSO il primo Dicembre 1915, ma san bene che è caduto per la Patria  a Oslavia vicino Gorizia in  località Dosso Faiti.
Era fratello di mia nonna Giovanna che perderà in guerra il marito il 25 maggio 1917. Giovane e bello Caliddruzzu Fanci era nato a  Racalmuto l'11 gennaio 1895 da Calogero Falci e Salvatrice Puma. Famiglia con piccolo negozio di fronte alla Pescheria  al Collegio. Mio padre, orfano di guerra a 9 anni venne accolto dal nonno che gli fa da padre. Ricordi miei vividi: sin dalla mia primissima infanzia ho sentito parlare con devozione di lu papà Calì e la mamma Turiddruzza.  

Oslavia
frazione
Oslavia – Veduta
Il sacrario militare di Oslavia
Localizzazione
StatoItalia Italia
RegioneFriuli-Venezia Giulia-Stemma.png Friuli-Venezia Giulia
ProvinciaProvincia di Gorizia-Stemma.png Gorizia
ComuneGorizia-Stemma.png Gorizia
Territorio
Coordinate45°58′18″N 13°36′45″E / 45.971667°N 13.6125°E45.971667; 13.6125 (Oslavia)Coordinate: 45°58′18″N 13°36′45″E / 45.971667°N 13.6125°E45.971667; 13.6125 (Oslavia) (Mappa)
Altitudine154 m s.l.m.
Abitanti641 (31-12-2007)
Altre informazioni
Cod. postale34070
Prefisso0481
Fuso orarioUTC+1
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Oslavia
Oslavia
Oslavia (Oslavie in friulano, Oslavje in sloveno) è una frazione della città di Gorizia di 641 abitanti[1].
Si trova al di là dell'Isonzo, a circa due chilometri dalla città, sulle propaggini orientali del Collio, sulla strada per San Floriano del Collio.
Il microclima, caratterizzato da notevole ventilazione ed escursione termica, consente la coltivazione della vite, favorita anche dal particolare tipo di terreno (detto ponca), composto da stratificazioni arenacee e marnose di origine eocenica.
L'economia è basata sulla viticoltura.


Il sacrario militare[modifica | modifica wikitesto]


L'ossario in via di ultimazione.

Il sacrario in una foto d'epoca.
Oslavia è nota soprattutto per il sacrario dedicato ai caduti della Prima guerra mondiale.
Il sacrario fu costruito nel 1938 su progetto di Ghino Venturi e presenta un imponente corpo centrale di forma cilindrica in pietra bianca, sulla sommità di una scalinata. Custodisce le spoglie di 57.741 soldati, di cui circa 36.000 ignoti, morti nelle battaglie di Gorizia. I militi sono per la stragrande maggioranza italiani, ma vi sono sepolti anche 540 soldati austriaci.
Tra i caduti italiani che vi trovano sepoltura ci sono anche 13 medaglie d'oro, tra cui il generale Achille Papa, e il capitano Italo Stegher entrambi uccisi alla Bainsizza e sepolti al centro della cripta.
Prima dell'erezione del sacrario militare alcune spoglie erano conservate al Cimitero dei quattro generali, collocato anch'esso a Oslavia, in corrispondenza della quota orografica 172 attorno alla quale si svolsero cruenti scontri nella Prima guerra mondiale: il cimitero conservava i resti di 1686 caduti italiani e di quattro generali (Achille Papa, Ferruccio Trombi, Nicola Tancredi Cartella e Alceo Cattalochino) da cui prese il nome.[2]. Tali salme vennero tumulate nel nuovo monumento nel 1938.
Ogni vespro la campana "chiara" rintocca in onore dei caduti.
Ogni 8 agosto, nell'anniversario della "presa di Gorizia" del 1916 durante la sesta battaglia dell'Isonzo, vi si tiene una cerimonia in memoria dei caduti di tutte le guerre.

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In quel tremendo, invernale, montano primo dicembre 1915, presso Gorizia ad Oslavia, in  località Dosso Faiti nella tregenda guerresca del distante Cadorna soccombeva il fante

FALCI CALOGERO


Caliddruzzu Fanci, appena ventenne, ci rimetteva la vita in quelle feroci manovre militari del supremo Cadorna.  Era il fratello di mia nonna Giovanna Falci. Ci rimangono di lui un paio di foto ove rifulge la grande avvenenza di questo racalmutese, beddru cchiu' du suli. Non ebbe però tempo di fare invaghire tante molte fanciulle della terra del sale e dello zolfo. Un generale, Gian Dàuli,  così descrive quelle allucinanti manovre militari:  "Intorno a Gorizia, che l'Austria aveva resa il centro di un  grande campo trincerato, la lotta ferveva sempre più ardente: a una a una, sotto i colpi di maglio, cadevano le difese. Ma la varia vicenda dei combattimenti, che delle volte non davano i risultati alle truppe assegnati; la immensa disparità fra i due avversari, ad uno dei quali bastava difendersi in ben muniti ripari mentre all'altro toccava assalire nelle condizioni più sfavorevoli, faceva ritardare la realizzazione  di quello che era, pel momento, il programma del Comando Supremo." 

Ma in termini più umani, oltre la disumana retorica dei generali, un corrispondente di guerra, il Wiegand, ci ragguaglia così: "da due settimane è piovuto a torrenti, nella bassura lungo l'Isonzo vi è un mare di fango che sovente giunge all'altezza dei fianchi dei soldati, mentre le trincee tagliate, meccanicamente nella roccia o prodottivi per mezzo di mine lungo le erte pendici, si trasformano durante i diluvi in veri torrenti di montagna."


In quei diluvi, tra crepitio di mitraglie e scoppio di granate, lo spaurito siciliano di Racalmuto ci rimise la pelle. Morto per la Patria. E la Patria ingrata manco un ricordo gli riserba. Sì, forse sta nell'Ossario di Oslavia, quello che 'custodisce le spoglie di 57.741 soldati, di cui circa 36.000 ignoti, morti nelle battaglie di Gorizia. I militi sono per la stragrande maggioranza italiani, ma vi sono sepolti anche 540 soldati austriaci.'. Ignoto, milite ignoto. Ma il Comune di Racalmuto non avrebbe l'obbligo di commemorarlo con una lapide, con una edicola ove portare un fiore? Già! invece, l'attuale amministrazione comunale manco fa pubblicare la locandina sinottica di Luigi Falletti. Imperdonabile.


Nessun testo alternativo automatico disponibile.

FALCI CALOGERO venne arruolato nella Brigata Ancona, 70a Fanteria. Semplice fante, lo dichiararono DISPERSO il primo Dicembre 1915, ma san bene che è caduto per la Patria  a Oslavia vicino Gorizia in  località Dosso Faiti.
Era fratello di mia nonna Giovanna che perderà in guerra il marito il 25 maggio 1917. Giovane e bello Caliddruzzu Fanci era nato a  Racalmuto l'11 gennaio 1895 da Calogero Falci e Salvatrice Puma. Famiglia con piccolo negozio di fronte alla Pescheria  al Collegio. Mio padre, orfano di guerra a 9 anni venne accolto dal nonno che gli fa da padre. Ricordi miei vividi: sin dalla mia primissima infanzia ho sentito parlare con devozione di lu papà Calì e la mamma Turiddruzza.  

Oslavia
frazione
Oslavia – Veduta
Il sacrario militare di Oslavia
Localizzazione
StatoItalia Italia
RegioneFriuli-Venezia Giulia-Stemma.png Friuli-Venezia Giulia
ProvinciaProvincia di Gorizia-Stemma.png Gorizia
ComuneGorizia-Stemma.png Gorizia
Territorio
Coordinate45°58′18″N 13°36′45″E / 45.971667°N 13.6125°E45.971667; 13.6125 (Oslavia)Coordinate: 45°58′18″N 13°36′45″E / 45.971667°N 13.6125°E45.971667; 13.6125 (Oslavia) (Mappa)
Altitudine154 m s.l.m.
Abitanti641 (31-12-2007)
Altre informazioni
Cod. postale34070
Prefisso0481
Fuso orarioUTC+1
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Oslavia
Oslavia
Oslavia (Oslavie in friulano, Oslavje in sloveno) è una frazione della città di Gorizia di 641 abitanti[1].
Si trova al di là dell'Isonzo, a circa due chilometri dalla città, sulle propaggini orientali del Collio, sulla strada per San Floriano del Collio.
Il microclima, caratterizzato da notevole ventilazione ed escursione termica, consente la coltivazione della vite, favorita anche dal particolare tipo di terreno (detto ponca), composto da stratificazioni arenacee e marnose di origine eocenica.
L'economia è basata sulla viticoltura.


Il sacrario militare[modifica | modifica wikitesto]


L'ossario in via di ultimazione.

Il sacrario in una foto d'epoca.
Oslavia è nota soprattutto per il sacrario dedicato ai caduti della Prima guerra mondiale.
Il sacrario fu costruito nel 1938 su progetto di Ghino Venturi e presenta un imponente corpo centrale di forma cilindrica in pietra bianca, sulla sommità di una scalinata. Custodisce le spoglie di 57.741 soldati, di cui circa 36.000 ignoti, morti nelle battaglie di Gorizia. I militi sono per la stragrande maggioranza italiani, ma vi sono sepolti anche 540 soldati austriaci.
Tra i caduti italiani che vi trovano sepoltura ci sono anche 13 medaglie d'oro, tra cui il generale Achille Papa, e il capitano Italo Stegher entrambi uccisi alla Bainsizza e sepolti al centro della cripta.
Prima dell'erezione del sacrario militare alcune spoglie erano conservate al Cimitero dei quattro generali, collocato anch'esso a Oslavia, in corrispondenza della quota orografica 172 attorno alla quale si svolsero cruenti scontri nella Prima guerra mondiale: il cimitero conservava i resti di 1686 caduti italiani e di quattro generali (Achille Papa, Ferruccio Trombi, Nicola Tancredi Cartella e Alceo Cattalochino) da cui prese il nome.[2]. Tali salme vennero tumulate nel nuovo monumento nel 1938.
Ogni vespro la campana "chiara" rintocca in onore dei caduti.
Ogni 8 agosto, nell'anniversario della "presa di Gorizia" del 1916 durante la sesta battaglia dell'Isonzo, vi si tiene una cerimonia in memoria dei caduti di tutte le guerre.

Cassazione: Riina malato, ha diritto a morte dignitosa

Esiste un «diritto a morire dignitosamente» che va assicurato al detenuto, afferma la Cassazione. E anche se il detenuto in questione si chiama Totò Riina, capo dei capi di Cosa Nostra, condannato per le bombe negli anni del terrore degli attentati mafiosi e per la strage di Capaci, ormai ottantaseienne allettato, incapace anche solo di stare seduto, il giudice che deve valutare sulla sua permanenza in carcere deve tenere conto di questo principio e nel caso motivare espressamente il suo parere contrario.
 
 

La pronuncia con la quale la suprema Corte per la prima volta apre al ricorso della difesa di Riina, che da anni chiede il differimento della pena o i domiciliari per motivi di salute ha suscitato polemiche, in primis dalle vittime di mafia. I giudici gli hanno negato sempre questo diritto, chiesto tra l'altro in passato anche da Bernardo Provenzano, trattenuto fino alla morte al 41 bis. Ora la richiesta di Riina dovrà tornare al tribunale di sorveglianza per rivedere la questione alla luce di quanto sottolineato oggi dalla Cassazione, che ha annullato il primo provvedimento del tribunale, poiché il giudice nel motivare il diniego aveva omesso «di considerare il complessivo stato morboso del detenuto e le sue condizioni generali di scadimento fisico». Il tribunale non aveva ritenuto che vi fosse incompatibilità tra l'infermità fisica di Riina e la detenzione in carcere, visto che le sue patologie venivano monitorate e quando necessario si era ricorso al ricovero in ospedale a Parma. Ma la Cassazione sottolinea, a tale proposito, che il giudice deve verificare e motivare «se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un'afflizione di tale intensità» da andare oltre la «legittima esecuzione di una pena».

Il collegio ritiene che non emerga dalla decisione del giudice in che modo si è giunti a ritenere compatibile con il senso di umanità della pena «il mantenimento il carcere, in luogo della detenzione domiciliare, di un soggetto ultraottantenne affetto da duplice neoplasia renale, con una situazione neurologica altamente compromessa», che non riesce a stare seduto ed è esposto «in ragione di una grave cardiopatia ad eventi cardiovascolari infausti e non prevedibili».

La Cassazione ritiene di dover dissentire con l'ordinanza del tribunale, «dovendosi al contrario affermare l'esistenza di un diritto di morire dignitosamente» che deve essere assicurato al detenuto. Tanto più se la cella del carcere di Parma non può contenere un letto da degenza, come sottolineato dalla difesa, e anche di questo il giudice dovrà tenere conto. Infine, ferma restano «l'altissima pericolosità» e l'indiscusso spessore criminale« il tribunale non ha chiarito »come tale pericolosità «possa e debba considerarsi attuale in considerazione della sopravvenuta precarietà delle condizioni di salute e del più generale stato di decadimento fisico». Contro la sentenza insorge la destra, con il leader della Lega Matteo Salvini che esclama: «Fine pena mai, per Riina e per quelli come lui!».

E il senatore di FI Maurizio Gasparri che ricorda che «le carceri sono attrezzate». Mentre le associazioni liberali, come Antigone, e i Radicali sottolineano l'importanza della sentenza, perché lo Stato non può trattenere una persona a vita al 41 bis. Secondo don Luigi Ciotti, «c'è un diritto del singolo, che va salvaguardato. Ma c'è anche una più ampia logica di giustizia di cui non si possono dimenticare le profonde e indiscutibili ragioni». Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, si dice «basita» e annuncia proteste. Infine la presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi dichiara:« in carcere è curato. Non è necessario trasferirlo altrove, men che meno agli arresti domiciliari, dove andrebbero comunque assicurate eccezionali misure di sicurezza e scongiurato il rischio di trasformare la casa di Riina in un santuario di mafia».
Lunedì 5 Giugno 2017 - Ultimo aggiornamento: 21:25

lunedì 5 giugno 2017

bankitalia modena

Anno 1961. Modena quando era aperta la Banca d'Italia. Chiusa chissà perché da Visco.
Commenti
Lillo Taverna Modestia a parte, mi scrivono: "ahhh

Ho letto la tua recensione su Il Contesto di Sciascia, mi è piaciuta tanto.

Sei un gigante

cultura, memoria storica della politica...oggi è rarissimo trovare qualcuno che sappia ed elabori come te

ti invidio"

Leonardo Agrò

Leonardo AGRO' VIEN DUNQUE INQUADRATO NELLA 64a Fanteria della Brigata Cagliari, raggiunge Salerno ed il 3 giugno 1915 giunge nei pressi di Codroipo. Il III/64° va al rincalzo nelle operazioni di conquista del Monte sei Buoi. e il 2 luglio 1915 'riesce ad occupare il trincerone sovrastante Polazzo', Ma sanguinosi erano stati gli assalti. Il 1° luglio il ventenne Leonardo Agrò, forse modesto oleario della pianeggiante collina racalmutese viene spappolato da qualche granat...a nemica. Non si ha tempo di appurare che fine ha fante quel malconcio fante siciliano. Burocraticamente lo si dà per disperso. Ancor oggi, del tutto obliato, anche da suo Borgo Natio, amministrato in atto dal blando comunista Emilio Messana, non lo si ricorda magari stampato anodinamente in una modesta locandina. Io ti ricordo e ti commemoro fante della sessantaquattresima fanteria della brigata Cagliari, Leonardo (Nanà) Agrò racalmutese, immolato per la Patria ingrata, che ancor gli nega persino il tributo di un cimelio, di un fiore, di un ricordo in memoria.

A dire il vero più che essere una voce fuori dal coro mi piace essere sempre 'contro il coro'. Mi accusarono di essere colui che si reputava dissennatamente 'la storia'. in verità, spesso so la storia. La storia del contesto, ad esempio. Doppiato il suo mezzo secolo di vita, Sciascia iniziò una involuzione politica, umana, persino sentimentale. E peraltro col 'Contesto' inciampò nella contestazione della intellighenzia politica e culturale dell'epoca che lo stordì. Eravamo nell'apice degli anni di piombo. Se Bobbio coniava brocardi del tipo né con lo Stato né con le Brigate Rosse, Sciascia vi andava sgangheratamente dietro con il celebre annuire all'abbandono dei giudici popolari di Torino. Se non fosse per il dovere di avere coraggio anche io diserterei, scrisse grosso modo. Questo ondeggiare in un frangente che sembrò ad un certo momento essere esiziale per lo Stato Democratico disorientò e si disorientò. Intanto non  capiva che non era faccenda di rissa all'interno della DC e di involuzione compromissoria dentro il PCI. Era il vento perverso della crisi monetaria  che creava tempesta. Ebbe a sfuggirgli persino il senso della crisi del Petroldollaro. Come oggi ai minuscoli 'contestatori' del paesello mio sfugge  il senso di quel che disse  l'immenso Massimo D'Alema: non crisi di sistema,  crisi di liquidità (in Italia, relativamente al sistema bancario). Calogero Taverna

mercoledì 3 giugno 2015
quel venerdì che mi ha cambiato la vita


Caldo giugno allora come adesso, venerdì pomeriggio arriva un ordine da Via Nazionale 91: allertare tre ben specifici giovani ispettori della Vigilanza bancaria per un colloquio col signor Governatore nella mitica grande sala del San Sebastianino. Vengono chiamati il futuro direttore generale dottor Enzo De Sario, il siciliano dottor Calogero Taverna, l’impeccabile dottor Piero Izzo. E’ la fine di giugno del 1974. Cose vecchie di 38 anni fa si direbbe, ormai archiviate. Sì, se in questo afoso come allora giugno non avessimo un epilogo (in parte assolutorio, in parte scandalosamente accusatorio) di un viluppo conflittuale tra poteri costituzionali: magistratura e governo dell’economia.

Quel giugno del ’74 si chiuse con un compiacente decreto Sindona, assolutorio di uomini e cose; il corrente giugno ha tappe capovolte: un’assoluzione ormai non più riparatrice ed una salomonica riduzione di pena da parte di togati inidonei a comprendere le superiori leggi che governano i mercati, le borse, l’ordito bancario, la bilancia dei pagamenti, le sorti dell’economia nazionale. De jure condito e de jure condendo precipitiamo tra vacui e perniciosi lacci e laccioli, che miseramente di taglio privatistico soffocano la superiore salvaguardia dell’economia nazionale dell’intera comunità statuale (se lo Stato è ancora un valore).



Nel pomeriggio del venerdì di quell’altro giugno aspettammo a lungo prima di essere ricevuti dal Governatore: lo trovammo costernato oltre misura. La mattina la borsa inglese aveva rubricato le tre banche milanesi che facevano capo a Sindona come “inaffidabili”. A nulla era valso un elogiativo fondo sul Corrierone, a firma Enzo Biagi. Banca Unione e Banca Privata Finanziaria si erano ingolfate in un forsennato intreccio speculativo in cambi ed avevano accumulato perdite stratosferiche. Come?

Banca Unione veniva affidata all’ispettore dott. Enzo De Sario (che poi diverrà direttore generale B.I.). La “Privata” al sottoscritto, esodato anzitempo per incompatibilità politica. Al sottoscritto ebbe a presentarsi dopo pochi giorni dall’inizio della visita ispettiva un nobile banchiere dell’epoca: Clerici di Cavenago. Esibì una carpetta di carte, in parte fogli di un elaborato elettronico, in parte un rendiconto manuale a scalare di c.d. operazioni in cambi.

Mi fu detto che trattavasi di outright a catena andati in male alle varie scadenze, chiusi con swap i cui spot chiudevano l’operazione a termine mentre i forwod rinviavano a data futura gli outright risultati perdenti per irrazionalità dei cambi a termine. I nuovi cambi a termine gonfiavano quelli di mercato per l’inglobamento degli interessi maturati. Naturalmente il discorso mi risultò del tutto ostico. Per riprendermi andai a comprare il don Chischotte e così consolarmi col fatto che il povero Sancio ebbe a rifiutare l’argomento del suo principale il quale lo voleva convincere che non v’era sagrista di Spagna che osasse privare il suo pievano del gusto di infliggergli un buon numero di nerbate.

Resta il fatto che le banche poi finirono, come noto, in malora ma difficilmente riuscireste a trovare in una qualsiasi delle sentenze di condanna un qualche accenno a tali operazioni veramente esiziali per il patrimonio aziendale, causa precipua del dissesto fallimentare.

Eppure di trattava di una speculazione valutaria dell’ordine di $ 3.659.511.933, nonché di DM 2.905.097.000, di Lgs. 10.000.000 e di Frb. 175.000.000 di acquisti a termine contro $ 4.036.975.594, nonché di DM. 1.153.650.000 e di Lgs. 25.000.000 per vendite a termine. E ciò solo per la Banca Privata Finanziaria: vi erano poi le analoghe immani perdite della Banca Unione. Ne parlavo alle pagg. 46-47 del mio rapporto; ne discettava a lungo uno strano libro, SOLDI TRUCCATI, che la Feltrinelli pubblicò il primo gennaio 1980 e, pur andato a ruba, spari incomprensibilmente da tutte le librerie dopo solo pochi giorni. I magistrati di Milano lo ebbero in mano ma non ne fecero niente. Perché non riuscivano a comprendere l’ordito antidoveroso di forte rilevanza penale? Certo allora risultò patriottico non capire, tanto vi era la travolgente vulgata di uno strabiliante concerto mafioso. Sciascia, che un qualche pizzicotto lo ebbe a soffrire in questo dannato caso Sindona, scrisse, sempre sul Corrierone, di professionisti dell’Antimafia.

Senza mezzi termini ci va ora di affermare che quella caterva di operazioni speculative in cambi finiva col determinare alle scadenze un tale sconquasso valutario e borsistico che non poteva non venire registrato dalla Banca d’Italia e dell’UIC. Infatti, le Autorità sapevano. Tacevano? No. Non potevano che essere gli artefici occulti di ciò che ritengo una contro speculazione del concerto delle Banche Centrali (Unione Sovietica in testa). Ma ciò sarebbe acqua passata se la storia non si ripetesse. Ribadiamo che allora le Autorità riuscirono a fare apparire il tutto come una insana diavoleria mafiosa del Sindona. Non era un santo. Se fu suicidato, pace all’anima sua.

Quel che mi interessa è l’attualità. Allora di questa dissennata speculazione valutaria la magistratura non capì o non le fu fatto capire alcunché. Non vi è un accenno nelle sentenze delle varie condanne. Eppure avevano (tra l’altro) il mio rapporto ispettivo. Eppure potevano leggere il libro Soldi truccati, ove l’aspetto valutario del crack Sindona è tutto spiattellato.

Oggi una domanda si impone: perché allora tanta sonnolenza mentale della magistratura milanese e perché invece oggi si inventano colpe immaginarie di intelligenti, saggi, avveduti grand commis dello Stato. Il Governatore della Banca d’Italia ha mansioni costituzionali di difesa della moneta, e di avvedutezza nel sovrintendere alla politica bancaria. Il Governatore è anche il banchiere dei banchieri: deve agire in armonia con le peculiarità dei mercati e delle borse, necessariamente aperti alle aggressioni speculative mondiali. Se è impari, perché astretto dai lacci e laccioli di cui parlava Carli, beh! povera economia finanziaria nazionale.

Ed un Governatore non può non servirsi di banchieri ultra abili e competenti, anche arditi nel contrastare i callidi giochi degli speculatori esteri e soprattutto “estero-vestiti”. La calata degli Unni non si rintuzza con l’ottusità del perbenismo togato. Non vi sarà più la Costituzione Materiale con cui inventare la “rilevanza” della Banca d’Italia a livello della legge suprema, ma ogni suo connesso fatto va visto alla luce del riflesso costituzionale visto che in definitiva si tratta di apicali Autorità monetarie. Una gretta osservanza di regolette di diritto privato possono significare inadempienza istituzionale ben più colpevole.



Calogero Taverna

Caro Gianni, per vivere ho dovuto essere intelligente più del necessario. Non  so perché sono finito, mio malgrado, nelle stanze dei bottoni. Sono stato costretto a capire. Ho commesso miliardi di errori, ma questo mi ha reso sapiente. Oggi so dove ho sbagliato. Quindi mi è più facile capire ove gli altri sbagliano. Sciascia ebbe un angolo visuale molto angusto. Credeva di sapere e non sapeva. Divenne moralista. Aggredì gli altri. Sbagliò ma non ebbe mai cosiddette resipiscenze. Scrisse il Contesto non capendo  e non sapendo nulla di quello che stava esplodendo. Pensò che tutti i mali del mondo fossero i 'partiti' e in ispecie la DC e  il PCI. I partiti si dissolsero  ma il bene  non venne e il male della mancanza di partiti è sotto gli occhi di tutti.  L'antipolitica che Sciascia s'industriò di attizzare oggi sta creando un tal caos che preoccupa le vere menti pensanti. Per fortuna Sciascia è morto, Berlinguer pure ed anche Pannella, ma noi siamo più sereni, più evoluti, più intelligenti. Certo stasera vedere un giornalista che supporta e lancia un romanzo di un ergastolano ostativo non  pentito mi ha molto disgustato; certo un incompetente cattedratico che nulla capendo della odierna democrazia  cercava di erudirmi sulla corretta democrazia dichiarando meri lestofanti Renzi, Salvini, Grillo e Berlusconi perché stanno tentando una riforma elettorale che lui, frattaglia del millennio scorso, non  accetta, mi ha reso nervosamente stizzito:   mi son detto se vuol fare comizi retrogradi non li faccia nella Casa Comunale di Racalmuto, circonvenendo pingui signore giovanilmente infiorate che dicono essere la classe docente racalmutese. Vedo che non  vengo per nulla contestato. So bene  che contestando il contesto di Sciascia, appaio a Racalmuto vituperabilmente reprobo. Invero mi temono tanto da starsene zitti. Laa faccenda francamente mi diverte.  Calogero Taverna    

domenica 4 giugno 2017

Contesto il Contesto di Sciascia.
E come potrebbe essere diversamente. Io vetero comunista tutt'altro che pentito mi rivolto nell'altra parte del colle  ove un  tempo dimorava  questo Sciascia  ormai scervellato, anticomunista viscerale, nichilista per snob, contro giudici, preti e segretari di partito-

Libro veramente infelice il contesto di Sciascia, un contesto che  contestava uno stato liberale ormai morto e sepolto. Sciascia ha poca cultura storica. Letterato, ama appunto la parodia, come dire la parodia della cultura giuspubblicistica, sociale , democratica, migliorista.

Libro non compatto e neanche felice (Citati); Chiacchiera qualunquistica camuffata da riflessione superiore di grande moralista (Pedullà); banalità della tesi del racconto (Colajanni); racconto scialbo e pretenzioso (Raboni).

Lasciamo stare i Cadaveri eccellenti di Francesco Rosi che è ben altra cosa, specie per quelle immedesimazioni sublimanti dei più grandi attori del momento. Bene Rinascita  a stroncare Sciascia  e bene anche l'Unità, per cinque volte velenosa contro lo zittito piccolo uomo che in verità era Leonardo Sciascia.

I queruli incolti del paesello mio, presi dagli humus terraquei si aggrappano a questo infelice parto sciasciano e occupano il cenobio delle austere Clarisse  di un  tempo, per uno sproloquiante convegno  di tediosa fattura, di stucchevole femminilità.

Tra il banditore della Malacarne empedoclina e la sbrindellata filosofia del diritto di un tale saccente senza costrutto, ho vissuto, spintomi da un mio apprezzato amico che dissero premiato in primis ed invece con sua sorpresa lo squalificano in secundis, un imbecille pomeriggio domenicale.

E il mare può essere un catino, se non ne scorgi i limiti,  diceva un certo Pirandello e il poeta Calogero Restivo echeggia con versi rotondi, unica perla di una mare di noia e di mediocre intelletto, - "lo sfrigolio del ferro arroventato/immerso in una pozza d'acqua'. Versi eccelsi contro parodie vernacole che suonavano - 'beddra cchiu' du suli'. Esplosione detta da Cicciu Tumeo per la Cardinale, ridotta a figlia di Peppi 'Mmerda,  aveva senso, nenia reiterata da una pingue signora docente mi seppe di stilistica buffoneria.

Noiosissimo lo Sciascia, quello di Malacarne, che si credette facoltizzato a ridurre l'attuale contesto mitteleuropeo alla microcefala contestualità dello Sciascia dei primissimi Anni '70. Che dire del professore di democrazia che tutto ignorando su tutto erudiva?

Disavventure paesane le mie. Pazienza.
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Nessuno io mi chiamo; nessuno è il nome che mi danno il padre e la madre e inoltre tutti gli amici
26 agosto 2008
Il contesto di Leonardo Sciascia

In un paese che ricorda tanto l'Italia, qualcuno inizia ad ammazzare giudici e magistrati.
Su questo caso il ministro per la Sicurezza Nazionale mette l'investigatore più capace, l'ispettore Rogas.
Rogas mette assieme tutti i casi in comune dei magistrati e giudici uccisi (dove il primo faceva la pubblica accusa e il secondo la parte giudicante).
Trova una pista: un farmacista accusato di uxoricidio e condannato in base a prove probabilmente costruite per incastrarlo.

Ma il ministro e la squadra politica della polizia lo mettono su una seconda pista: un groppuscolo di rivoluzionari, uno dei tanti, che predicano la rivoluzione appunto e che si ritrova dietro un giornale “Rivoluzione permanente”.
Rogas entra in contatto con lo scrittore Nocio, che ospita malvolentieri uno di questi intellettuali della rivoluzione, contro lo stato borghese e le istituzioni, in realtà lui stesso molto più borghese di quelli che criticano.
Costui si chiama Galano ed è tra l'altro molto amico del ministro per la sicurezza.

Mentre la mano assassina continua ad ammazzare altri giudici (smentendo apparentemente la pista politica), Rogas scopre un complotto che coinvolge le alte cariche dello stato (tra cui il presidente della Corte Riches) e vertici militari.
“Occorre liberare questo stato, da coloro che lo detengono” pensa Rogas. Ma come fare, lui Rogas che di questo stato ne è parte, dunque anche lui detenuto?
Come liberarlo da coloro che gestiscono il potere per il potere, dividendosi tra maggioranza e opposizione in un gioco delle parti che il potere si assegna?
Dove tutte le ideologie, perfino quelle del partito di opposizione, il Partito della Rivoluzione, si piegano ad una ragione di stato, di uno stato che serve come scudo per proteggere imbrogli, ipocrisie e i pochi principi rimasti vengono derisi.Dove la giustizia viene paragonata ad una religione e i giudici a sacerdoti infallibili, come sostiene il procuratore Riches.
Dove i rivoluzionari predicano l'abbattimento dello stato borghese ma poi si ritrovano a cena col ministro per la Sicurezza.
Intellettuali capaci solo di inveire, proibire, inquisire: “Il fatto è che sono dei cattolici” riflette amaramente lo scrittore Nocio di fronte a Rogas.
Dei cattolici vecchi fanatici, funerari ..

Il contesto, scritto nel 1972, dopo le contestazioni del 68, l'autunno caldo, dopo le prime bombe della strategia della tensione, è una parodia, un racconto che partendo da fatti reali (un caso di presunto uxoricidio), racconta una realtà molto più estesa, usando anche gli strumenti dell'ironia e la stessa intelligenza dell'investigatore Rogas.
Che è uno che capisce, mette assieme i fatti, intuisce scenari inquietanti e per cui deve essere fermato. Per la ragione di stato.Si parte da un racconto poliziesco, per arrivare a raccontare di un malessere di uno Stato malato al suo interno da un cancro sempre più esteso.
“Ho cominciato a scriverlo per divertimento e l'ho finito che non mi divertivo più”.

Dietro alcuni personaggi del libro è possibile riconoscere delle persone reali: Nocio è Moravia, mentre dietro Galano, il suo ospite, si nasconde Franco Piperno, effettivamente amico del ministro degli interni Restivo. E, ovviamente, facile riconoscere dietro il Partito della Rivoluzione, quel PCI che nei primi anni 70 stentava a capire l'origine, i fini, e la matassa dei movimenti (rivoluzionari o terroristici) che nascevano a sinistra.

Le parole, profetiche, del finale del libro, dove Cusan giornalista amico di Rogas, riporta al vice segretario del partito di opposizione, i timori di Rogas:

- La ragion di stato, signor Cusan: c'è ancora come ai tempi di Richelieu. E in questo caso è coincisa, diciamo, con la ragion di partito...L'agente ha preso la più saggia decisione che potesse prendere: uccide anche Rogas.
- Ma la ragion di Partito.. Voi... La menzogna, la verità: insomma...
- Cusan quasi balbettava.
- Siamo realisti signor Cusan, non potevamo correre il rischio che scoppiasse una rivoluzione
– E aggiunse - Non in questo momento.- Capisco – disse Cusan.
- Non in questo momento.

Gaetano Maraia ha aggiunto 2 nuove foto — con Giuseppe Stringi e altre 16 persone.
15 h
I maneged in Sicily in the town of Racalmuto to find the great-grandchildren of our ancestor Isabella Vinci. They have the same last name of Isabella, and they were helpful to me to know the places ours ancestors.
This is the hause where lived from 1875 to 1881 Angelo Maraia ours ancestor
The Hause is only 200 meters from the theater where he painted. For the time was a good home and had also a terrace.
Currently the Hause is for sale and it would be nice to restore it and turn it into a small museum.

Mi maneged in Sicilia nella città di Racalmuto per trovare i grande della nostra antenato Isabella Vinci. Hanno lo stesso cognome di Isabella, e mi hanno aiutato a conoscere i luoghi dei nostri antenati.
Questa è la hause dove viveva dal 1875 al 1881 Angelo Maraia il nostro antenato
Il hause è a soli 200 metri dal teatro dove ha dipinto. Per il tempo era una buona casa e aveva anche una terrazza.
Attualmente il hause è in vendita e sarebbe bello ripristinare e turno in un piccolo museo.


Mio Nonno



devi sapere che mio nonno paterno è morto in guerra in Slovenia il 25 maggio  1917. Esattamente cento anni fa. Ancora le autorità militare si ostinano a dichiararlo 'disperso'- Mio nonno aveva 37 anni, Aveva comprato una mula, voleva diventare coltivatore diretto, sganciandosi dal padre. Aveva sposato un bella donna dal viso ampio e gradevole. Avevano fatto già fatto cinque figli. Credo che a mio nonno piacesse molto fare all'more. A mia nonna non tanto visto che rimasta vedova  molto giovane poi non  si sposò mai più e  non  ebbe  ne son sicuro altri uomini.

Capisco. Ma esiste almeno una lapide a ricordo?

Cadorna aveva bisogno di carne  umana, molta carne umana. Si inventava persino che gli Austriaci crudeli lanciassero le bombe di gas sui nostri  mal nutriti, mal vestiti, male armati soldati lì al confine, sul Carso,  in Slovenia. Dovevano liberare a tutti costi Trento e Trieste.

Fu così che presero questo contadinotto di mio nonno che si chiamava esattamente come me. Non potevano non dovevano. Mio nonno era molto anziano per la guerra  specie nelle lontane  inaccessibili ostili  montagne alpine. Aveva già cinque figli.  Tra fratelli cugini e cognati  molti  quella dannata guerra ne aveva sfracellati. E mentre i figli  di papà la facevano franca perché 'riformati' per difetto di cassa toracica, mio nonno che credo mai si era allontanato da Racalmuto o magari dai due o tre paesoni vicini, si vide portato ad Adornò a fare una burletta di addestramento militare.




Ad Adornò, goffo per scarpe smisurate, pantaloni  ridondanti, buffo e largo elmo, ed altro raffazzonato vestiario militare, un pesante fucile lungo e malagevole, giberna e ciò che doveva farne un fante da terrorizzare i bene amati austro-ungaricio. Fecero finta di addestrarlo alla mira omicida. Tanto gli dissero non  si preoccupasse. Finiva in sussistenza o in fureria (ignoro il linguaggio militare). Mio nonno era analfabeta. Gli diedero delle cartoline militari. Si prestarono alcuni con qualche infarinatura in scrittura e mio nonno iniziò a farsi scrivere ingenue allarmate note di corrispondenza alla 'amata' moglie e tramite lei alla sua amata mamma.  Dava del voi. Al figlio maggiore, mio padre.  Continua


Mi sbaglierò forse, ma non capisco quali obiettivi tu voglia conseguire !

Sto scrivendo un libro di feroci accuse al sindaco  al comando militare al ministro  a Gentiloni

No, nio nonno e altri suoi 30 commilitoni 'dispersi' ancora dopo un secolo, non hanno lapide, non hanno commemorazioni. I soldi tanti soldi il Sindaco Messana li spreca per ben altro.


Ti stai impegnando con tutte le tue forze e io spero che tu possa ottenere qualche soddisfazione come meriti

Li trafiggerò tutti con una gragnuola di male parole  che so poi possono essere pietre. Bombardo da due anni. E loro mi ripagano con l'indifferente silenzio.


Che non abbiano pensato almeno a una lapide per commemorare i dispersi, è una vergogna!

Voglilo essere il più cattivo possibile. E quindi la notte, non disturbato da nessuno o da nessuna  faccio ricerche storiche, affino le mie accuse,  voglio strali acuminati e devastanti come le granate che fecero di mio nonno in Slovenia, un DISPERSO, sospetto magari di diserzione.

Ecco perché sino alle quattro alle cinque sto qui davanti al computer- Leggo studio appuro confronto copio per fare questo libro sulla grande guerra che ha disintegrato mio nonno ed altri 30 poveri cristi racalmutesi, mentre i galantuomini, gli antenati di questi che ancora qui a Racalmuto neghittosamente ci comandano, magari pagando Cucco che accecava di un  occhio,. se la scansavano bellamente. Ira la mia, ira irrefrenabile. Maledetti!