mercoledì 18 aprile 2018

I dubbi sul questore Ettore Messana. Fascista o antifascista?

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STORIA. Resta aperto il dibattito sul questore Ettore Messana,protagonista delle stagioni più tormentate dell’Italia e della Sicilia. Un saggio di Vittorio Coco sul numero 56/57 della rivista Storica, sul ruolo dei funzionari di polizia in Sicilia tra regime fascista e Repubblica,  dedica alcune pagine alla figura di questo poliziotto originario di Racalmuto. Su concessione dell’autore e della rivista, pubblichiamo alcuni stralci dello studio

A LUBIANA, DURANTE LA GUERRA

Ettore Messana
Ettore Messana
[…] Un periodo per noi molto interessante è quello successivoall’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale. In quel momento, infatti, esplosero definitivamente alcuni problemi che questi territori avevano posto al fascismo, insieme con le contraddizioni che i tentativi di risolverli avevano comportato. Tutto ciò determinò l’esasperazione di alcuni dei caratteri dell’apparato di repressione del regime, che possiamo ritrovare nelle vicende dei funzionari che abbiamo seguito finora.
Dopo l’attacco vittorioso dell’Asse ai danni della Jugoslavia nell’aprile del 1941, all’Italia furono attribuite la Slovenia meridionale, quasi tutta la costa dalmata, il Montenegro e il Kosovo. In particolare, la creazione della provincia di Lubiana, inglobando nel confine italiano alcuni dei principali centri del movimento di resistenza sloveno, determinava dei contraccolpi notevoli nella Venezia Giulia, esponendola all’azione delle bande partigiane slovene.
Fu per far fronte a questa situazione che il capo della Polizia, Carmine Senise, nell’aprile 1942 mandò in missione nella zona [Giuseppe] Gueli, che ormai era considerato un’autorità nel coordinamento delle forze di polizia nelle periferie.
Ciò che risulta con maggiore evidenza dalla relazione dell’ispettore e dalla sua corrispondenza successiva – poiché a partire da quel momento egli fu posto a capo di un Ispettorato generale di pubblica sicurezza per la Venezia Giulia – era una gestione caotica degli apparati che, in una continua sovrapposizione di competenze, entravano costantemente in conflitto, provocando un’incapacità di reazione a quello che veniva definito «brigantaggio politico».
Era necessaria un’immediata razionalizzazione, perché altrimenti «il prossimo avvenire, se il male non verrà convenientemente fronteggiato, ci riserva sorprese dolorose specialmente per il buon nome e per il prestigio del nostro Paese». (1)
Invece, notava Gueli a più di un anno di distanza dalla costituzione dell’Ispettorato, «una vera gara – determinata in parte da sentimento di gelosia, in parte da spirito di emulazione – si è venuta a stabilire tra i vari Corpi di Polizia e tra questi ed i molti presidi dell’Esercito». (2)
Un primo ordine di problemi era costituito infatti dalla mancanza di accordo tra le autorità civili e militari. […]
Secondo Gueli uno dei casi in cui il dissidio tra autorità civile e militare aveva prodotto i maggiori problemi era quello della provincia di Lubiana, di cui nel 1941 divenne questore Ettore Messana. Nel 1942, il generale del IX Corpo d’armata, Mario Robotti, scriveva che Messana «anziché affiancare la propria opera a quella dell’autorità militare ha assunto sempre più un atteggiamento nettamente in contrasto con qualsiasi forma di collaborazione». (3)
Il fascicolo su Ettore Messana conservato all'Archivio di Stato
Il fascicolo su Ettore Messana conservato all’Archivio di Stato
E concludeva: «Ho acquistato ormai la convinzioneche si tratta di persona che per il suo speciale apprezzamento della situazione, basato su una non adatta comprensione del movimento attuale in Slovenia, non è adatto ad una carica che si deve svolgere in condizioni particolari di ambiente nel quale debbono essere bandite tutte le forme di personalismo e tutte le ingiustificate gelosie. La sua presenza – fermo restando il mio atteggiamento – incide non solo sull’armonia fra le varie autorità, ma compromette l’esito della lotta intrapresa contro il comunismo e rende il lavoro degli organi competenti difficile e pesante». (4)
Fu probabilmente anche a causa di questa durissimapresa di posizione che Messana – contro il quale peraltro si stava conducendo un’inchiesta per maltrattamenti sulla popolazione slava – fu sollevato dal suo incarico a metà del 1942, passando alla questura di Trieste.

NELLA SICILIA DEL DOPOGUERRA

[…] Siamo così giunti all’altro estremo cronologicoche possiamo prendere in considerazione nel nostro discorso, quello che dalla caduta del regime arriva ai primi anni della Repubblica.
[…] Nell’ottobre 1945 l’organismo tornò poi ad assumere la stessa denominazione che aveva con Gueli, Ispettorato generale di pubblica sicurezza per la Sicilia, e fu posto alle dipendenze di Ettore Messana. La scelta di un simile funzionario derivava da più motivi: indubbiamente non fu trascurata l’esperienza di inizio carriera in Sicilia, anche se a giocare il ruolo decisivo fu forse l’assimilazione del cosiddetto «brigantaggio politico» slavo, con cui Messana aveva avuto a che fare da questore di Lubiana e Trieste, con la situazione siciliana, in cui la recrudescenza del banditismo si saldava con l’emergenza separatista.
Ettore Messana
Ettore Messana
Del resto anche nell’isola si era iniziato a parlare di un «banditismo politico» – esemplare il caso di Salvatore Giuliano –, in un momento in cui, però, stavano ormai tramontando le fortune separatiste ed esso si configurava piuttosto come strumento nelle mani dei gruppi conservatori per acquistare peso all’interno dei nuovi equilibri di cui era al centro la Democrazia cristiana. Messana arrivava a quest’incarico dopo il recentissimo proscioglimento da parte della commissione di I grado per l’epurazione della pubblica amministrazione dall’accusa di «faziosità fascista». (5)
In particolare deponevano a suo favore i contrasti che, da questore di Trieste, aveva avuto con la Federazione fascista e con il prefetto Tamburini, per cui fu sospeso dal suo incarico dalle autorità della Repubblica di Salò e costretto a darsi poi alla latitanza per alcuni mesi. La vicenda ci viene anche raccontata da Senise nelle sue memorie, con il solito tono assolutorio nei confronti della pubblica sicurezza rispetto al fascismo. (6)
L’allora capo della Polizia, infatti, in una situazione che stava ormai precipitando, aveva inviato a tutti i questori una circolare nella quale li invitava a compilare degli elenchi dei gerarchi delle varie province, in cui dietro all’espressione «per poterli tutelare in caso di disordini» si sarebbe dovuto intendere «arrestare».
Messana, avendo inteso l’interpretazione autentica del telegramma, aveva allora compilato una lista completa di tutti i fascisti triestini (Tamburini compreso), rimettendoci poi il posto a causa di una delazione anonima. Più che a un contesto di antifascismo, però, a me sembra che il caso del questore rimandi a quella situazione di caos e conflitto tra diversi poteri che, in una situazione ormai di collasso del regime, si era fatta evidentissima. Tanto più che, nel suo fascicolo personale, si possono leggere numerosi giudizi nei quali Messana è ben lontano dall’essere dipinto, come vorrebbe invece Senise, come un funzionario «che proprio non aveva l’animo del fascista». (7)
Ettore Messana (in primo piano) con Alcide De Gasperi
Ettore Messana (in primo piano) con Alcide De Gasperi
Messana, così come i suoi successori alla guida dell’Ispettorato (tra i quali Ciro Verdiani), continuò a usare i metodi che avevano caratterizzato la polizia nel regime fascista, come la durissima repressione militare e il tentativo di sfaldare i gruppi criminali dall’interno attraverso la ricerca di informatori, tra cui il famigerato Salvatore Ferreri, noto pure con il nome di Frà Diavolo.
Come negli anni Trenta da parte dell’Ispettorato di Gueli, tale ricerca appare sistematica e non un mezzo occasionale. Dunque, le parole di Aristide Spanò, figlio di un altro funzionario che diresse l’organismo, secondo cui in fondo «tutte le polizie del mondo si servono di confidenti», sembrano posizionarsi su una linea giustificazionistica dell’azione della Pubblica Sicurezza in Sicilia. Tale prassi, del resto, non poteva che attirare le critiche del dirigente comunista Girolamo Li Causi il quale, dopo gli attacchi in provincia di Palermo ad alcune sezioni comuniste e socialiste e ad alcune sedi della Camera del Lavoro del giugno 1947, accusò l’ispettore Messana di essere «il dirigente del banditismo politico». […]

NOTE AL TESTO

(1) L’ispettore generale di P.S. al Capo della Polizia, Roma, 23 aprile 1942, p. 7, in ACS, MI, DGPS, cat. A5G (seconda guerra mondiale), p 2.
(2) Ivi, l’ispettore generale di P.S. al Capo della Polizia, Trieste, 10 luglio 1943, p. 1.
(3) Ivi, l’ispettore generale di P.S. al Capo della Polizia, Trieste, 22 agosto 1942, p. 1
(4) Ivi, il Generale Comandante il IX Corpo d’Armata al Comando della II armata, 28 febbraio 1942, p. 1 e p. 5.
(5) Delibera della Commissione di I grado per l’epurazione del personale di pubblica sicurezza, Roma, 3 maggio 1945, in ACS, MI, DGPS, Divisione del personale, Personale fuori servizio, versamento 1973, b. 126 bis.
(6) Senise, Quando ero Capo della Polizia, Ruffolo, Roma, 1946, pp. 146-8 e 180.
(7) Ivi, p. 147. Ad esempio, il prefetto di Bolzano Marziali scriveva al ministero dell’Interno: «Attaccato al Regime ed alle organizzazioni da esso create, gode la più alta simpatia del locale Fascio, mentre numerosi sono gli attestati ed i ringraziamenti che gli pervengono da Gerarchi di organizzazioni giovanili […]»: il prefetto al ministero dell’Interno, Bolzano, 7 agosto 1930, in ACS, MI, DGPS, Divisione del personale, Personale fuori servizio, versamento 1973, b. 126 bis.

IL TESTO INTEGRALE NELLA RIVISTA “STORICA”

ACQUISTABILE ANCHE IN E-BOOK

martedì 17 aprile 2018

Francescantonio Lopriore Cariglia Quello gnomo, Lillo, pare tu abbia un qual timore a nominare per nome e cognome, per non dire chiaramente chi è. Dai suoi beceri attacchi sai ben difenderti da par tuo. Se ti senti calunniato, puoi benissimo ricorrere nelle sedi legali competenti, anziché volere perciò la chiusura di yammer, che guarda caso la vuole pure lui. Insomma non hai capito che quello sta su yammer da castrato cavallo di Troia, con il solo scopo di farlo chiudere? Perciò provoca, ti provoca e con te fa centro, convincendoti a essere suo incosciente alleato. Quindi stai sulla vera causa della tua irritazione. Yammer nella circostanza non c'entra proprio per niente! E ora stammi bene e buona giornata.
Gestire
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Lillo Taverna Caro France' sono tutto terrorizzato, non mi accorgo neppure di venire strumentalizzato. Se voglio la chiusura di YAMMER PENSIONATI BI sono tanto ingenuo da fare il gioco del mio nemico. Queste true valutazioni sono stupidate. Si vede che ignori chi veramente sono. Tutto quello che fa lo gnomo lo fa perché le mie diaboliche astuzie lì lo sospingono. Costringerò il nostro benemerito Segretario Generale a chiudere Yammer e quindi ad essere costretto a diffidare il gruppo chiuso dello gnomo dall'usare invano il nome della nostra gloriosa Banca d'Italia, Così come deve fare con il mio caro amico Giovanni. Uno Yammer che permette allo gnomo di darti impunemente della COMARE, QUANDO IN VENA DI BONTA' E PEGGIO IN ALTRE OCCAZìSIONI e che ti trova talmente impaurito da spingerti ad adularlo e persino a cercare di vendere il mio buon nome VA CHIUSO. Punto e Basta. Calogero Taverna

lunedì 16 aprile 2018

Andiamoci piano con queste autoesaltazioni. I partiti che non hanno i numeri e un tempo ce l'avevano hanno di che ravvedersi; i partiti che non avevano i numeri o ne avevano ben pochi ed ora uniti hanno maggioranze assolute hanno di che rallegrarsi, si vede che hanno dimostrato di avere valori tali da farsi votare. E questa mi pare che sia democrazia.
Commenti

Notizie

I partiti che hanno dei sani valori, non hanno i numeri; 
quelli che hanno solo disvalori, i numeri li danno. Povera Ita
Tutti a scandalizzarsi quelli dei 5 stelle, hanno gia' dimenticato che al Senato come Presidente hanno votato una berlusconiana di ferro. Al momento e" solo problema di salvare la faccia, se il Predidente da incarico a Di Maio i voti di Berlusconi vanno benissimo. Il centro sinistra politicamente deve lavorare non per l'oggi ma per domani, riprendere un discorso riformista con la sinistra e il mondo cattolico. Una politica che metta al centro l'uomo, con la sua dignita' (il lavoro), con la capacita' di condividere e accogliere. La cosa piu' importante i giovani, la loro formazione (universita', scuola). Un programma politico che includa, faccia partecipare, comitati civici che facciano incontrare la gente, basta politica da poltrona davanti la TV, una vera rivoluzione
Gestire
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Lillo Taverna I Comitati Civici di Pio XII, Gedda e il microfono di Dio Padre Lombardi, S.J. me li ricordo e francamente non è che ne abbia nostalgia. Mettiamoci il cuore in pace, la nuova sinistra si chiama 5S. Il residuo PD vi si accodi; è l'ultima speranza per non perire del tutto.
Io ne sono certo. Quello che occorre è sgombrare il campo da devianze parasindacali, ridurre la questione al suo vero nucleo di sana gestione del personale in attività o in quiescenza di questa superna e sempre intemerata realtà che ha sede sociale in Via Nazionale 91. Stop agli pseudo sindacati volti ad ottenere favori, allogare se stessi o propri familiari, spingere per assegnazioni clientelari dei nuovi stabili rivenienti dall'attuale politica di rastremazione della rete di sportelli dell'Istituto. Tacitare i queruli gruppi di pressione come Yammer, Bankitalia e altri misteriosi e massonici corpuscoli che trincerandosi in gruppi chiusi spendono capziosamente il buon nome della Banca d'Italia. Il nostro attuale Segretario generale se ne deve occupare e preoccupare. Calogero Taverna
Le scrittrici siciliane In Sicilia tale modello educativo fu quello adottato presso le famiglie di varie autrici contemporanee alla nostra Giuseppina Turrisi Colonna. Certo l’educazione in sé potè mettere in discussione un tabù radicato da secoli nell’isola, mostrando come 70 Prospetto biografico delle donne italiane rinomate in letteratura dal secolo decimo quarto a’ giorni nostri di Ginevra Canonici Fachini con una risposta a Lady Morgan riguardante alcune accuse da lei date alle donne italiane nella sua opera «L’Italie», Venezia, Tip. Alvisopoli, 1824. 71 Ivi, p. 223. Su C. Tambroni, si legga Tosi, R., «Clotilde Tambroni grecista e poetessa (1785-1817)», in Il Carrobbio. Rivista di studi bolognesi, XXXI, 2005, pp. 197-218. 57 la scrittura potesse essere praticata professionalmente anche da donne. Durante le esplosioni rivoluzionarie che fornirono alle siciliane l’occasione per uscire dalla sfera privata e sperimentare, sebbene per breve tempo e raggio, quella pubblica, il silenzioso impegno femminile nel tessere la «faticosa tela del Risorgimento» fu spesso rivolto al sociale. Tra le tante la cui memoria, in parte ridimensionata o riformulata all’indomani dell’Unità, attende di essere restituita, vi è anche una letterata palermitana, la già citata Rosina Muzio Salvo (1815- 66), partecipe delle lotte risorgimentali del Sud. La sua vicenda biografica sembra seguire un percorso paradigmatico rispetto a quello di molte donne colte contemporanee: durante gli anni Trenta, Rosina fu attiva nella dissidenza antiborbonica e nella propaganda progressista che preparava i successivi rivolgimenti politici; visse sul campo i tumulti del ’48, con una particolare esperienza di associazionismo femminile dedita alla beneficenza e all’educazione popolare. Ma non fu l’unica autrice siciliana del periodo. In quegli stessi anni operarono, a breve distanza l’una dall’altra, almeno altre cinque sue corregionali: oltre alla nostra Giuseppina Turrisi-Colonna possiamo ricordare Letteria Montoro (1825-?), Concettina Ramondetta Fileti (1830-1900), Lauretta Li Greci (1833-49), Mariannina Coffa Caruso (1841-78); si tratta di una rete che, se non brilla per risultati artistici, è però indicativa delle difficoltà e delle occasioni relative alla militanza intellettuale femminile nell’estremo Sud, prima dell’Unità, e fa riflettere 58 sull’importanza che ebbe, nella storia di una singola autrice, la consapevolezza che anche altre donne, nello stesso contesto isolano, avessero avuto il coraggio di vincere il tabù sociale del divieto della scrittura. Si tratta di donne che scrivono e soprattutto pubblicano. Non mancarono, come già abbiamo evidenziato, nei commenti dei critici e letterati del tempo, tentativi di dimostrare, incluso scientificamentte, una presunta inferiorità del genere femminile, ma è facile intravedere il timore alla base di tali atteggiamenti: una donna che impugna la penna, e abbandona i più consueti utensili da cucina, per farsi spazio nel mondo, probabilmente non poteva che suscitare sgomento, soprattutto nella Sicilia della prima metà del secolo, nella quale destava ancora curiosità la sempre più assidua frequentazione dei luoghi di cultura da parte delle signore, cui si riteneva fosse assegnato un destino di ignoranza o di semi-analfabetismo. Certo, erano rari i casi in cui una siciliana poteva dotarsi di adeguati strumenti intellettuali: è proprio la categoria dell’anomalia a definire la scelta femminile della letteratura, per quel che riguarda l’isola. La scrittrice costituiva un’eccezione nella norma sociale e facilmente la sua eccezionalità veniva accostata alla pazzia (come nel caso di Mariannina Coffa)72 o alla malinconia (come nel caso di Giuseppina Turrisi-Colonna). Tuttavia, la presenza intellettuale femminile s’imponeva. E vi furono anche uomini di cultura che decisero di non ignorare tale presenza, coltivando 72 Le notizie che seguono relative alla biografia di Mariannina Coffa Caruso vengono riprese prevalentemente da Fiume, M., Sibilla arcana, Mariannina Coffa (1841-1878), Caltanissetta, Lussografica, 2000. 59 addirittura amicizie con l’altro sesso: ad esempio, Michele Bertolami (1815-72) fu scrittore molto vicino a Rosina Muzio Salvo, da lui incoraggiata nell’attività letteraria; allo stesso tempo, egli si occupò di un’edizione delle poesie di Mariannina Coffa Caruso. Anche Francesco Paolo Perez fu mentore di Giuseppina Turrisi-Colonna e mantenne un carteggio con la Muzio Salvo; inoltre, dedicò versi alle donne siciliane, caricandole d’importanti responsabilità73. Si arrivò persino a riconoscere il coraggio di alcune eroine risorgimentali, le cosiddette «donne ribelli», non dedite all’attività culturale, delle quali si conservano molti racconti.74 Giuseppina Turrisi-Colonna, Rosina Muzio Salvo, Concettina Ramondetti Fileti, Mariannina Coffa, Lauretta Li Greci, Letteria Montoro furono, ognuna a suo modo, sia intellettuali che ribelli. Non tutte nacquero a Palermo, ma la maggior parte di loro in un modo o nell’altro gravitò intorno a questo centro, che offriva buone occasioni di crescita culturale per chi veniva dalla provincia e varie opportunità per conoscere l’impegno di altre donne in letteratura. Così Rosina, la più anziana del gruppo, a ventiquattro anni si era trasferita nell’ex capitale, trovando un ambiente stimolante e partecipando alla vita pubblica. Non così Giuseppina Turrisi-Colonna, nata sette anni dopo di lei, più riservata di carattere: raramente usciva dal suo palazzo di famiglia, in pieno centro, davanti la cattedrale, schivando la vita mondana cittadina. Non è attestata 73 La lirica si trova in Desti Baratto, G., Studi storicocritici sui poeti e verseggiatori e sulle poetesse siciliani, Acireale, Ragonisi, 1892, pp. 28-9. 74Correnti, S., Donne di Sicilia. La storia dell’Isola del Sole scritta al femminile, Catania, Coppola, 2002. 60 una conoscenza diretta tra la poetessa e Muzio Salvo, ma di sicuro le due donne, note come le maggiori scrittrici di Palermo, spesso affiancate dalla stampa del tempo, conoscevano l’una le pubblicazioni dell’altra. Rosina poteva leggere i versi della sua concittadina anche grazie alla mediazione di Perez, allo stesso tempo tutore di Giuseppina e corrispondente della baronessa. Geograficamente eccentrica rispetto al gruppo segnalato è la personalità quasi sconosciuta di Letteria Montoro, nata nel 1825 a Messina, sulla vita della quale s’ignora quasi tutto75. Nonostante la distanza dall’ex capitale siciliana, la messinese non doveva essere sconosciuta alle scrittrici palermitane: infatti, risulta tra le collaboratrici siciliane de “La donna e la famiglia” di Genova, la stessa rivista per la quale scrissero anche Rosina Muzio Salvo, Mariannina Coffa Caruso e Concettina Ramondetti Fileti. Quest’ultima, al pari di Rosina Muzio Salvo, da cui la separavano quindici anni, abbandonò il piccolo centro della provincia in cui era nata, Sammartino, per vivere a Palermo, dove giunse ormai trentenne rimanendovi dal 1850 al 1870. Poche sono le notizie che la riguardano, ma certamente conobbe la poetessa di Termini. Le due autrici ebbero modo di frequentarsi negli anni Cinquanta, si ricorda che entrambe collaborarono allo stesso giornale, “La donna e la famiglia”. È un dato certo anche la conoscenza tra l’autrice di Sammartino e Mariannina Coffa Caruso, nata a Noto 75 Pochissime notizie relative a L. Montoro in M. Bandini Buti, «Poetesse e scrittrici», in Enciclopedia bio-bibliografica, vol. ii, Istituto editoriale italiano C. Tosi, Roma 1941-42, p. 350, in G. Di Pietro, Scrittori contemporanei siciliani, Palermo, Amenta, 1878, p. 307, in Greco, O., Bibliografia femminile italiana del xix secolo, cit., pp. 340-1. 61 nel 1841, figlia di un patriota liberale. L’amicizia tra le due poetesse fu breve ma importante, testimoniata da una corrispondenza in versi, recuperata dal biografo Francesco Lombardo. Forse sopravvalutato, ma certo significativo nella vicenda personale della Coffa Caruso, spesso alla ricerca di contatti intellettuali al di fuori del ristretto ambiente netino, un simile scambio fondato su una sorta di incoraggiamenti lirici tra due donne sembra essere un fatto nuovo per i tempi. Anche successivamente, Mariannina cercò di compensare il suo isolamento, dovuto al ristretto ambiente ragusano e a un quasi carcerario regime familiare, con la ricerca di rapporti culturali non esclusivamente siciliani, collaborando con riviste di tiratura nazionale e iscrivendosi a numerose associazioni e accademie letterarie. Provò ad esempio a scrivere a Laura Beatrice Mancini Oliva, poetessa napoletana, che però non rispose mai alle sue lettere. Le difficoltà incontrate da Mariannina Coffa nel tentativo di affermarsi nel mondo lettererario non furono sconosciute a Lauretta Li Greci, poetessa che trascorse a Palermo la sua brevissima vita76. Prescindendo dalle date di nascita, si può dire che fu la più giovane del gruppo, perché morì a soli diciassette anni, pur riuscendo a legare il suo nome ad una produzione poetica molto precoce. Le scarse informazioni biografiche che la riguardano ci fanno sospettare che non vivesse appieno l’ambiente culturale palermitano. Eppure il suo nome viene 76 L’autrice viene ricordata nel Dizionario dei siciliani illustri cit., p. 293. Una sua lirica, Presentimento della morte, viene riportata da Ettore Janni all’interno dell’antologia dei Poeti minori dell’Ottocento, Rizzoli, Milano 1955, p. 412. 62 ricordato da alcuni studiosi della cultura isolana nonostante una produzione limitatissima; alla sua morte venne addirittura seppellita in S. Domenico, il pantheon dei siciliani illustri, onore che non toccò nemmeno a Rosina Muzio Salvo, che pianse la giovane poetessa in un componimento in versi77. Probabilmente la storia di Lauretta Li Greci commosse i palermitani al pari della sua poesia, tutta piena di sofferenza e presentimento della sua fine prematura e ciò contribuì a tenere vivo il suo ricordo. Le personalità di cui si parla sono evidentemente diverse tra di loro e non sempre in collegamento: anche l’impiego del termine “gruppo” per una realtà tanto eterogenea è inadeguato. Tuttavia, si possono rintracciare delle costanti nelle vicende biografiche e intellettuali della nostra autrice e di varie delle sue contemporanee. Il primo dato è che tutte provenivano da famiglie nobili o alto borghesi: l’occasione per l’ingresso in letteratura era l’educazione personalizzata ad opera di un precettore privato. Questi spesso influenzava le scelte letterarie dell’allieva, determinando frequentemente in lei una riduzione del margine di autonomia intellettuale: fu quanto accadde a Mariannina Coffa con Corrado Sbano, almeno nella sua prima fase poetica, e in parte a Giuseppina Turrisi-Colonna con Giuseppe Borghi prima, con Francesco Paolo Perez poi. Ancora fortemente subordinate a modelli maschili, impegnate nelle traduzioni per aquisire una certa padronanza della lingua letteraria. Non stupisce, dunque, che Giuseppina Turrisi-Colonna si misurasse con greco e latino; la Muzio Salvo col francese e 77 Muzio Salvo, R., In morte di Lauretta Li Greci, riportato in Janni, I poeti minori cit., p. 410. 63 l’inglese; o che Ramondetta Fileti traducesse in italiano alcuni racconti di Poe. Questo lavoro fu per loro un esercizio linguistico, oltre che una forma di apprendistato poetico, anche perché a metà Ottocento chi tentava la strada della letteratura nella maggior parte dei casi si esprimeva in un idioma molto diverso da quello materno, soprattutto in Sicilia, dove ancora, in accordo con le diffuse correnti separatiste, era possibile proporre il siciliano come lingua ufficiale. Le artiste isolane entravano in possesso dell’italiano letterario dopo un intenso lavoro, guidato o autonomo, sebbene talvolta qualche impronta dialettale fosse riscontrabile nella loro scrittura. La sicurezza nell’uso della lingua può esser messa in relazione con la loro formazione culturale: ad esempio, la Turrisi-Colonna, che si avvalse dei migliori maestri e che ebbe una delle più solide preparazioni letterarie tra le autrici del gruppo, potè addirittura sorprendere i salotti toscani per la padronanza del fiorentino78. Un altro elemento comune alle autrici siciliane fu la frequente collaborazione con giornali: tranne Lauretta Li Greci, tutte parteciparono alla pubblicazione di almeno una rivista. Ma ciò che sembra caratterizzarle è innanzitutto il fatto di essere, ognuna a suo modo, ‘ribelli’, non rassegante al proprio destino. Innanzitutto, lo diventarono affrontando la scelta del loro difficile ruolo di intellettuali-donne, perché insidiavano in qualche modo il predominio maschile della parola scritta. In secondo luogo, conducevano spesso battaglie nella 78Galeotti, M., «Elogio di Giuseppina Turrisi Colonna», in Poesie edite e inedite di Giuseppina Turrisi Colonna, Ruffino, Palermo 1854, p. XIII. 64 sfera privata. Estenuante fu la lotta di Mariannina Coffa contro l’istituzione del matrimonio, avvertita come menzogna sociale, sacrificio castrante per una donna delle sue qualità: infatti, ella dovette mortificare le ragioni del cuore a quelle della morale borghese, interrompendo il suo fidanzamento con l’amato Ascenso Mauceri, per assecondare il volere della sua famiglia con un matrimonio di convenienza destinato a darle infelicità. L’autrice reagì con la scrittura clandestina e, soprattutto nei suoi ultimi anni, con un comportamento fuori dalla norma, coltivando interessi per la teosofia e il magnetismo, di moda al tempo, e intessendo rapporti con personaggi non ben visti dall’ambiente netino e siciliano in genere, come Migneco e Bonfanti, il farmacista cui spesso si rivolse e al quale fu molto vicina non senza scandalo poco prima della sua morte. Invece, Giuseppina Turrisi-Colonna si oppose alla tradizione dei matrimoni combinati con una ribellione silenziosa ma ferma, poiché decise di non accettare nessuna proposta di nozze fino a quando non le fosse consentito di coronare il suo sogno d’amore con Giuseppe De Spuches. Queste letterate, inoltre, vollero spronare le altre rappresentanti del loro sesso perché, attraverso la poesia, cominciassero a comprendere e coltivare l’amor di patria. Come già Laura Beatrice Mancini Oliva e Maria Giuseppina Guacci nell’area napoletana, anche la TurrisiColonna, come vedremo, la Muzio Salvo e la Coffa Caruso intitolarono spesso le loro poesie alla donna, in generale, o alle siciliane più in particolare. Le destinatarie di tali liriche potevano essere personaggi storici noti oppure figure simboliche, come madri e formatrici e incarnazioni di un ruolo 65 materno ed educativo nuovo. L’esigenza di coinvolgere nella propria produzione poetica altre donne era forse indice di una sensibilità diversa e di una ricerca di solidarietà per un dolore che scaturiva dal limite della condizione femminile, dalla solitudine che spesso accompagnava la reclusione domestica o la scelta di un impegno letterario non sostenuto dai congiunti. Una donna che si rivolgeva ad un’altra donna sperava di poter contare su una comunicazione ulteriore e sottintesa. Questo forse è anche il valore di quella che potrebbe sembrare un’attività casualmente contemporanea di un gruppo di autrici, accomunate solo dai disagi della propria situazione, dalla terra, dal periodo di nascita e dalla scelta della scrittura come impegno nel proprio tempo: ognuna trovava il suo modo di tradurre la voce che era in lei in varie forme d’espressione. Oltre che con contributi intellettuali, le donne dell’isola parteciparono alla grande rivoluzione siciliana del 1848-49, con gesti che rivelarono un eroico e impavido amore verso la Patria: ricordiamo ad esempio il caso della palermitana Santa Astorino, che sparò il primo colpo di fucile il 12 gennaio 1848; o Rosa Donato che a Messina contribuì alla difesa della città con un suo cannoncino semovente; o il caso di alcune donne che a Siracusa costruirono un forte, che in loro onore fu chiamato il "Forte delle Dame". Il coraggio di queste donne sicialiane, il loro senso del dovere, l’amore verso la Patria diedero vita, inoltre, alla già menzionata "Legione delle Pie Sorelle" che anticipò la Croce Rossa Internazionale, poi fondata a Ginevra sedici anni dopo, nel 186479. 79 Correnti S., Breve storia della Sicilia, dalle origini ai giorni nostri, cit. 66 Altre invece, come già evidenziato, contribuirono alla rivoluzione culturale del Risorgimento siciliano attraverso la parola. Giuseppina Turrisi Colonna, seppe parlare, profeticamente, già nel 1847 di quell’uguaglianza tra i sessi di cui ancora oggi tanto si discute: ”Né trastullo, né servo, il nostro sesso col forte salga a dignità conforme!"80 La "dignità conforme", di cui parla la poetessa siciliana nel 1847, ventidue anni prima del primo saggio europeo sull'assoggettamento delle donne, (The Subjection of the Women di John Stuart Mill, pubblicato a Londra nel 1869) rappresenta un messaggio di grande modernità. Ma vediamo di conoscere più in dettaglio la vicenda umana e letteraria che riguarda la giovane poetessa siciliana. La vita di Giuseppina Turrisi Colonna Giuseppina Turrisi Colonna nacque a Palermo il 2 aprile del 1822, nel palazzo dei Turrisi, di fronte alla Cattedrale, dal barone Mauro Turrisi, e da Rosalia Colonna (una lapide sul muro ricorda l’avvenimento). Antica nobiltà quella della madre, più recente, ma ricca di feudi quella del padre. Giuseppina crebbe in un ambiente colto, ma ovattato, e fu molto legata alla madre, ai fratelli e a uno zio paterno. Sin da fanciulla rivelò uno 80 Alle donne siciliane, in Turrisi-Colonna, Poesie, cit., p. 197. 67 spiccato interesse per lo studio, e la letteratura in particolare. La poetessa, come la sorella Anna, fu allieva di Giuseppe Borghi, su sollecitazione del quale a soli quattordici anni compose alcuni inni, ispirati ai manzoniani Inni sacri. L’opera di Giuseppina, però, come evidenzieremo più avanti, lontana da qualunque tipo di cristiana rassegnazione, rivelava già toni accesi da un appassionato spirito civico, che dà vita ad una “lirica eroica", estranea allo stile dello stesso Borghi. A Palermo, dove trascorse gran parte della propria esistenza, dedicandosi con ammirevole impegno allo studio delle lingue antiche, ebbe come maestro anche Michele Amari, storico dei Vespri Siciliani. Notevoli doti intellettuali e una moderna, quanto emancipata, sete di conoscenza vennero manifestate da Giuseppina già in età precoce: «Chiusa nella sua abitazione ripudia le cure femminili […], è la virago per eccellenza, e il femmineo costume, apparendo a lei caduca usanza, alteramente lo disdegnò». 81 Sappiamo, inoltre, che ebbe un’approfondita conoscenza della più rilevante produzione poetica europea contemporanea: [...] nè il lungo studio e il grande amore, che cercar le fece que’ volumi eterni di ogni poetico magistero fu in essa scemato dalla fatica e difficoltà immensa, ch’ebbe a sostenere, per conoscere originalmente i migliori poeti delle più colte nazioni moderne, e Spagnuoli, e Inglesi, e Francesi, e Tedeschi. Dappoichè tanta prese con gli idiomi loro dimistichezza, da non solamente assaporarne ogni pregio intimo 81Guardione, F., Lettere d’illustri italiani a Giuseppina Turrisi-Colonna e alcuni scritti della sorella Anna, Palermo, Tipografia editrice del Tempo, 1884, p. 19. 68 d’eleganza, ma eziandio da parlare in ciascheduno di essi e scrivere speditamente82. Del resto, la casa dei Turrisi, come si legge in alcune memorie dell’epoca, era frequentata da dotti letterati siciliani. Scrive il Di Carlo: «in quella casa si studia con serietà di intenti, vi si ha il culto del sapere, della scienza, delle lettere, delle arti belle, delle grandi idee di Patria e libertà»83. E a quest’ideale di Patria e libertà Giuseppina consacrò gradualmente le sue rime e la sua vita brevissima. Dopo i primi componimenti di tematica filosofica e religiosa, pubblicati tra il 1836 e il 1841, Giuseppina si dedicò gradualmente e sempre più apertamente ad argomenti patriottici e civili. Pare che a ciò avesse contribuito l’influenza del precettore Francesco Paolo Perez, che, a differenza d 69 membra delicate ed esili un’anima di ferro e di fuoco, una perpetua battaglia tra le cure casalinghe e modeste prescritte alla donna, e il desiderio di una vita avventurosa, com’è del soldato e del marinaio» 86. Nel 1841, a soli 19 anni, Giuseppina pubblicò il suo primo volumetto di poesie. In esse l’autrice ricordò esempi civici che contribuissero a scuotere le coscienze dei contemporanei, e delle contemporanee in particolare. Scrisse per esempio di Aldruda, nobildonna che nel 1174 aveva guidato i suoi concittadini alla liberazione contro tedeschi e veneziani. Scrisse di Giovanna d´Arco, sognando di imitarla con il fine di destare le "sicane menti". Varie altre figure femminili come Gaspara Stampa o Vittoria Colonna popolano le liriche della Turrisi, tutte esempio di alto ingegno, e sprone per le lettrici, che incalza e stimola a reagire perché siano forti e audaci come i modelli femminili proposti. La partecipazione attiva della giovane poetessa siciliana alla vita culturale del resto del paese è evidenziata anche dalle amicizie, spesso epistolari, che la giovane riuscì a instaurare con illustri intellettuali italiani dell’epoca. Per esempio le due sorelle Turrisi-Colonna conobbero Massimo d’Azeglio durante un viaggio di questi in Sicilia nel luglio del 1842. E tramite il D’Azeglio ebbe inizio una cordiale corrispondenza tra Giuseppina e il milanese Tommaso Grossi, autore della fortunata novella in ottave Ildegonda, uscita a Milano nel settembre del 86Zanella, G., «Della vita e degli scritti di Giuseppina Turrisi Colonna», in Scritti Varii, Firenze, Le Monnier, 1877, p. 295. 70 1820. Al noto intellettuale lombardo, la Turrisi Colonna aveva fatto pervenire una copia di una delle sue pubblicazioni. Dono che lo scrittore gradì con parole di stima e riconoscenza: Ora adempio di tanto maggior buona voglia a questo dovere, in quanto che alle grazie che le debbo per la troppo compiacente cortesia da lei usatami, posso aggiungere le mie sincere e vivissime congratulazioni pel valore che dimostra nella nobile e generosa palestra, in cui cosi giovinetta è con tanta sicurezza discesa. La scelta degli argomenti sempre veri, importanti e morali, l’indole grave e meditata dei diversi sentimenti che vi si manifestano, e sopra tutto la soavità delle domestiche immagini e dei domestici affetti intimamente sentita, e rivelata da soavi armonie, m'hanno tocco più volte di cara maraviglia, e m'hanno fatto desiderare che la mia parola potesse aver pure qualche peso, onde efficacemente confortarla, gentilissima signora, a correre con alacrità coraggiosa una carriera nella quale ha dato cosi valorosamente i primi passi. La prego a volermi considerare quale con vera stima ed ammirazione ho l'onore di dichiararmi Dev.mo servitore, Tommaso Grossi87 . Molti intellettuali dell’epoca elogiarono le capacità artistiche della giovane poetessa, e le fornirono, in alcuni casi utili suggerimenti tecnici88. Riportiamo, solo per avere un’idea della stima della quale godè la scrittrice, alcuni degli elogi raccolti nella già citata raccolta epistolare a cura di Francesco Guardione: 87 Guardione, F. (a cura di) Lettere d’Illustri Italiani e alcuni scritti della sorella Anna, cit., p. 44. 88«Non si stanchi di. studiare, e veda che il pensiero e la forma corrano spediti e di pari passo. Studi i sommi, vale a dire i pochi, e lasci in disparte il branco degli scrittori. Le letterature Straniere le sieno di sussidio, la nostra di fondamento. Scriva sopratutto le terzine e le ottave ; questi metri gravi che, a chi ben guarda, chiùdono in sé tutti gli altri, le daranno virtù di signoreggiare i metri minori […], Arezzo 12 marzo 1846 ,G. Giusti», ibidem, p.51; 71 Io appena credo a me stesso, poiché è forza credere a voi; come a sedici anni sapete fare quei versi? O chi vi susurrò agli orecchi quei modi eletti ? Chi vi ispirò nell' anima cotesta armonia mestissima, ed arcana? Io ben sapeva, che le Muse sempre si piacquero immaginare in Sicilia cose belle, e quel caro Meli me lo avea insegnato: ma né sapeva né credeva di vedere scorrere in Sicilia le linfe purissime del sermone nostro , eh' io teneva per fermo non potessero scaturire d' altronde che dal mio appennino. F. D, Guerrazzi89 . Da tutti i suoi componimenti traluce un alto ed affettuoso animo, pieno di quella dolce malinconia ch’è perpetua dote de' buoni ingegni, ed in ispezialità io ho avuto cagione di notar cosiffatto privilegio nei versi intitolati all' angelo mio in quelli a suo fratello Niccolò, ed in alcuni altri […],Af. G. Guacci Nobile90 . Nei versi della Turrisi mi sembra che ognuno debba ammirare la spontaneità, la grazia, l'armonia e più che spesso l'eleganza. Far meglio in età cosi giovane e digiuna ancora di forti studii e profondi credo non sia possibile. Quello poi che mi contenta sopra tutto è il vedere che Ella non può fingere a sé medesima né un pensiero né un affetto. Ma le é forza cantare di quelle cose che sente ed ama con tutta l’anima. E però la sua poesia sgorga veramente di vena e splende talvolta d’una semplicità che innamora, Terenzio Mamiani all’Ilmo.Sig. Vincenzo Favara Palermo91 . Un notevole rinoscimento giunse, poi, dall’Accademia Aretina di Scienze, Lettere ed Arti, che volle annoverarla tra i suoi membri. Eccellenza, Questa nostra Accademia Aretina, desiderosa sempre di rendere omaggio al vero merito, si è recata ad onore di ascrivere, fin dal di i del corrente marzo, nell’Albo dei soci corrispondenti anche l’E. V. come una delle più gentili e 89 Ibidem, p.40-41. 90 Ibidem, p.54. 91 Ibidem, p.66. 72 delicate cultrici delle Muse Italiane, e nutre speranza di vedersi onorata di qualche poetico frutto del di lei feracissimo ingegno. Nell'atto che col più vivo piacere Le trasmetto per mezzo del chiarissimo signor professore G. Borghi, suo degno maestro ed amicissimo mio, il relativo diploma. La prego ad accogliere di buon animo questa testimonianza di estimazione sincera della mia Patria, ed i più vivi sentimenti di considerazione di chi ha il pregio di essere Della Eccellenza Vostra Arezzo 12 marzo 1846 Dev.mo ed obbl.mo servitore, Antonino Guadagnoli, Arezzo 12 marzo 184692 . All’apertura al mondo culturale italiano contribuí anche da un breve soggiorno della poetessa a Firenze, prima ed ultima esperienza fuori dall’isola natia. Nel 1846, anno in cui, come abbiamo detto, fu pubblicata una sua raccolta di liriche che ottenne grande successo in Lombardia, Toscana, Sicilia e a Napoli, si recò, infatti, insieme alla madre in Toscana, dove ebbe la possibilitàdi incontrare numerosi intellettuali dell’epoca, tra cui Nicolini, Guerrazzi, Giusti; in questa occasione la giovane Giuseppina, stando a quel che scrive Francesco Guardione, sviluppa un ‘gentilissimo affetto’ per il capoluogo toscano, che abbandona malinconicamente per ritornare ai più cari affetti siciliani: Ella con infinito piacere dimorò fra essi [i fiorentini] tre mesi e volle, che, parute buone a quei Savi, uscissero in luce, nella beata Firenze, in un volume raccolte, le migliori sue liriche. E quel volume terminar le piacque con quattro stanze altamente inspirate dall’illustre città, e venute in guisa spontanee dall’intimo del suo core commosso, che questo v’è tutto rivelato; essendo che per una parte avrebbe voluto [...] tutta trasformarsi nella patria di Dante: dall’altra era di quel desio più forte l’amor dei suoi, che la costringea di ritornar nella patria Isola, ‘dov’è il ciel sì pio’, e a 92 Ibidem, p. 49 – 50. 73 ritornarvi (si noti che ben disse Platone esser fatidiche le sentenze de’ poeti, dall’infausto presagio, pur troppo con grande dolore verificatosi) per chiudere gli anni amari93. Il viaggio in Toscana contribuì, stando alle parole del Guardione, a che «la fanciulla dapprima, unicamente in Sicilia, avversando il municipalismo, sì allora radicato», levasse «la mente sublime all'idea nazionale»94; ma l’apertura mentale e la capacità di ‘lanciarsi sopra soggetti Patri’, venne già notata negli scritti della Turrisi anche da una delle interlocutrici epistolari della scrittrice, la nobile Isabella Rossi Gabardi Brocchi, che colse nelle liriche della giovane tanto l’ampio respiro nazionale, quanto le limitazioni sociali e geografiche che tarpavano le ali della sua creatività e del suo desiderio d’emancipazione: La poesia alle “Donne Siciliane” quella al “l’Aldruda”, “Ottavio d'Aragona”, le “Rimembranze”, “Firenze” e molte altre trovo bellissime; e più che tutte a senso mio l’ “Addio all'Italia di Byron” ed “Un Sepolcro a Termini”, poiché ivi scorgo la Cittadina più che la Donna, perchè li più che altrove emerge, non “l’individualismo” che si aggira, e ripiega nelle proprie sensazioni, ma l'effusione larga, spazzante dello spirito, che si lancia sopra soggetti Patri, grandi, “interessanti ogni cuore, ogni persona, ed ogni classe”. Deh potessi io farla infiorentinire! Deh! Potesse Ella, allora trovarsi libera di correre nei vasti campi del Genio, che la chiama ad altra meta, non circoscritta dai ceppi delle convenienze e degli usi imposti troppo severamente alle donne del suo Paese! Firenze 38 luglio 1846, Dev.ma obbl.ma aff. amica e serva , Isabella Rossi Cont. Gabardi Brocchi95. 93 Guardione F., «Elogio di Giuseppina Turrisi Colonna», in Liriche di Giuseppina Turrisi Colonna, cit., p. XXX. 94Ibidem, p. 13. 95Ibidem, p. 53. 74 Nel 1847 Giuseppina sposò il siciliano Giuseppe de Spuches, principe di Galati, letterato, poeta e grecista. Dopo soli dieci mesi di matrimonio, e dopo essere diventata madre, la giovane poetessa morì a Palermo a soli ventisette anni. Il genio letterario della scrittrice, rapito «alle speranze della Patria», viene celebrato nella commossa iscrizione funebre che il marito fece porre sul monumento a lei dedicato presso la chiesa di San Domenico, a Palermo.96 La sorella Anna, pittrice, morta anch’essa precocemente, riposa con lei nel Panteon palermitano. Per le sue alte doti artistiche venne da alcuni contemporanei considerata una novella “Saffo”: [...] se il Leopardi può dirsi in qualche modo l'Alceo de’ tempi nostri, la Turrisi Colonna, se fosse vissuta più a lungo, avrebbe potuto diventarne la Saffo97. La città di Palermo, e molte altre città siciliane, hanno dedicato a questa giovane scrittrice alcuni dei più rilevanti istituti educativi della regione, anche se la sua fama è ben lungi dalle celebrazioni e 96 Alla memoria di Giuseppina Turrisi Colonna Principessa di Galati Angelo di sembianze e di core Prodigio d’intelletto per letterario sapere per poetica fantasia che nel fiore degli anni rapita alle speranze della Patria e dei suoi vivrà negl’ispirati suoi carmi e nella luce delle sue virtù Giuseppe de Spuches Principe di Galati consorte dolentissimo Q. M. P. Nacque in Palermo il 3 aprile 1822. Morì il 17 febbraio 1848. Ahi sì presto! 97 Zanella, G., «Della vita e degli scritti di Giuseppina Turrisi Colonna», in Scritti Varii, cit., p. 295. 75 auspici di gloria di cui alcuni contemporanei la ritennero degna: [...] ci gioverà credere che più alto monumento [che quello funebre] le venga innalzato nel tempio della gloria italiana. [...] Ond’è, non stimiamo orgogliosa affermativa, che non tarderà ad essere riverita sovrana di tutte le poetesse italiane Giuseppina Turrisi Colonna98. Le