martedì 12 febbraio 2013

BIS IN IDEM


Si vede che il buon Berlusconi è alla frutta quanto a trovate acchiappavoti. Proprio ai condoni fiscali si doveva aggrappare?

In un condono fiscale “immobiliare” mi piacque affondare le mie non comuni astuzie ispettive. Primi anni Ottanta. Me ne stavo quasi tranquillo al SECIT dopo la giubilazione che il signor Ciampi mi elargì per una mia birbantella ispezione (commissionata da Occhiuto) alla Cassa di Risparmi della sua (di Ciampi) Livorno.

Il professor Tremonti ed altri docenti della scuola del prof. Falsitta – mi pare di Pavia – l’avevano ben congegnata una remissione di peccati nell’arte di farsi case all’estero. All’epoca era reato. Illecita esportazione di capitali. Saint Moritz diciamo che era divenuta molto italiana. Sia pure esterovestita.

Dovrei fare qui un trattato di diritto tributario di varia natura. Lasciamo perdere.

Si pensò ad una piccola furbata: Dite all’UIC quello che possedete all’estero, pagate un obolo e tuttu bbuonu e biniditto.

Il reato fiscale lo potevano perdonare. E gli altri reati? E quelli gravissimi delle falsificazioni di bilancio? E le omesse dichiarazioni  in tema di obblighi tributari sugli immobili effettivamente pagati all’estero, ragion per cui vi era l’esonero in Italia  per il divieto della doppia tassazione? Doppia tassazione, no,  ma a condizione che se ne facesse regolare denuncia in una finca della dichiarazione dei redditi. Il Capitale era una cosa, il reddito un’altra. Quisquilie insomma che però se ignorate spingono soloni racalmutesi a cianciare di imposte sul patrimonio, insomma di TARES che diviene da tariffa IMPOSTA PATRIMONIALE. Oh! come mi piacerebbe far pagare su quegli immobili qualcosa di serio anche in Italia, del tipo della patrimoniale. Non ci sarebbe bisogno di tassare la prima casa. I signori, anche quelli comici, si guardano bene dal mostrarsi conoscitori di materia tanto intricata.

Il sottoscritto che certe cosarelle suppone di conoscerle, chiese all’UIC l’elenco su base informatica di tutte quelle partite di ravveduti immobiliari esterovestiti, fece incroci con le dichiarazioni e certe poste in fondo ai modelli dell’epoca, diramò fior di liste selettive. Gli Uffici credo che fecero finta di non capire. Nel frattempo me ne ero andato da viale dell’Aeronautica. I miei successori avevano poi altro da fare. Invero avevo sbirciato divertentissime partite: agnelli belanti nel gioco con la marrella , altissimi che si ringrinzivano. Ed altre piacevolezze del genere.

Ma i miei successori una cosa fecero: si misero in testa che i dividend washing (non so l’inglese e scrivo come mi pare) delle spettacolari rappresentazioni del più grande chiavatore d’Italia non erano ammessi. Dalla sera alla mattina, una legge tagliò la testa al toro: divennero ope legis lecitissimi, finanza creativa insomma. Un professorone divenuto quello che è divenuto, le sue parcelle se le faceva pagare estero contro estero: sosteneva che nessuna stabile organizzazione affiorava e quindi …..  e quindi che si voleva? Ministro un ferreo uomo di legge oggi lassù nei cieli di un colle romano. Si traccheggiò. L’On. Garavini da me imbeccato fa partire una interrogazione di fuoco. Imbarazzo. Risposta evasiva alla fine. Riparte un contrattacco inchiodante: se voglio so impostare accuse mozzafiato. Beh! Credo che ancora la risposta a quella interrogazione deve essere data. Oltretutto l’avrebbe dovuta dare l’imputato. Altro che conflitto di interessi!

Signori che mi leggete: non è che in Italia manca l‘Accusato alla Repubblica, come pontificava nelle verrine un certo Cicerone; manca un tribunale alla Repubblica, ora come allora. Basta prendersela con i mafiosi di una trentina d’anni fa e l’onore è salvo.

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