sabato 16 dicembre 2017

Banca Popolare di Vicenza, Zonin: «Ho perso anch’io dei soldi»

In sostanza, i gravi problemi della banca veneta vennero inizialmente fuori solo al termine del comprehensive assessment, un processo durato 10 mesi - da gennaio a ottobre 2014 - condotto in nome della bce ma da ispettori di Via Nazionale. Evidenze che avrebbero comunque fatto saltare l'operazione.
 
 

Noto che il potere logora chi non ce l'ha; in democrazia avviene però che il potere logora chi ce l'ha. Vedo decotti Renzi e Boschi. Chi l'avrebbe detto?  Seguo il caso di questa disorientata Commissione parlamentare Casini. Un casino!

 
Non nego che dal febbraio 1981 non seguo più la Vigilanza del Grottino di Santo Spirito. Pare che ora  il faro sia Mariano Sommella; ai miei tempi svettava Roberto Sommella: l'attività ispettiva ormai è ereditaria?
 
Pare che il dottor Mariano Sommella sia stato il,Cavallo di Troia nell'atipica e per me illegale ispezione della BCE distruttrice della grande banca del meritevole Zonin (grandi e avveneristiche iniziative agricole nella mia Sicilia. Grazie signor Zonin). Un impero bancario distrutto con una parola: BACIATA- Ma cosa saranno mai codeste operazioni 'baciate'. Io sono fermo che so ai depositi fiduciari del buon Sindona. Ingegneria bancaria d'alto livello. Ma ora, se non ho capito male, si tratterebbe gira e rigira di anticipi su proprie azioni. Sono fermo al vecchio Testo Unico sulle Popolari nate dalla avveduta dottrina sociale della Chiesa, Mi chiedo: la disciplina originantesi dal D.L. 10 febbraio 1948, n. 105 e successive integrazioni  come organata dall'improvvisato legislatore, l'ABI di un tempo, (v. pagg. 201 e ss. della LEGGE BANCARIA ed, ABI) che fine ha fatto.? Certo le mariolerie sono state tante e gravi. Fingere spirito solidaristico per capitalizzarsi oltre misura e finire addirittura in competizione con le truci speculazioni di Borsa, fu cosa deleteria. E i colpevoli si spandono in decenni di mala gestio soprattutto democristiana. Certo lo Zanin voleva andare ben oltre e con rammarico confessa: "Noi eravamo già presenti in Toscana attraverso Cariprato e con Etruria saremmo diventati secondo istituto in Toscana dopo Mps», ha spiegato l'ex presidente della Popolare di Vicenza, che sognava una fusione che avrebbe creato un «grande gruppo veneto» e portato l'istituto ad avere «oltre 1000 sportelli mettendo insieme due peculiarità». L'operazione era più che un sogno, in realtà: «Ci siamo rivolti a Mediobanca come advisor e siamo arrivati a predisporre un'opa da 0,90 a 1 euro circa per azione. Abbiamo fatto un'opa da oltre 200 milioni, poi c'è stata la risposta negativa e abbiamo accantonato questo progetto». Ma, ha ribadito ancora una volta Zonin, pur avendo incontrato due volte il governatore Vincenzo Visco, «ordini da parte della Banca d'Italia per dire di fare un'acquisizione non ne abbiamo mai ricevuti».
 

Ma di ciò a me poco importa. resto basito a fronte di questo moralistico giustiziare una banca POPOLARE perché dedita ad osceni "baci". Ma vivaddio non c'era stato un art, 9 della legge sulle popolari (pag. 205 del codice BI) ? "La società può accordare anticipazioni ai soci sulle proprie azioni".. Certo una concessione, una deroga, quel che volete ma ne è nata una cultura, una prassi, una consuetudine che non muoiono perché oggi la cultura mitteleuropea non gradisce. E questo chi glielo ha spiegato a quei signori che per 10 mesi  da stranieri si sono bene acquartierati in Vicenza per la loro incomprensibile e indebita comprehensive assessment,  Il dottor Sommella (Mariano), non credo. Ma un dubbio feroce mi assale? Visto la piangente Boschi non gradiva finire sotto l'egida (bancaria) di Zonin non può essere stata Lei e il Pigmalione Renzi e dintorni ad esperire la via di Bruxelles?

Dato il grande danno prodotto all'Italia, codesta Commissione perché non indaga anche in questo senso? 

CALOGERO TAVERNA

 
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 Le prime dichiarazioni dell’ex presidente alla commissione di inchiesta sulle banche in merito al crac della Popolare di Vicenza. Dopo un'ora l'audizione è stata secretata. Molti i «non ricordo» alle domande dei parlamentari



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«Purtroppo ho perso anche io dei soldi»: così l’ex presidente della Popolare di Vicenza Gianni Zonin ha risposto, entrando a San Macuto per l’audizione presso la commissione di inchiesta sulle banche, a chi gli chiedeva delle perdite subite da migliaia di risparmiatori a causa del crac della banca. Zonin, loden verde e valigetta di pelle marrone, era accompagnato dal suo avvocato e si è detto «tranquillo». L’audizione dell’ex patron della Vicenza è stata anticipata a oggi perché venerdì 15 (data in cui era stata in un primo tempo fissata) è prevista l’udienza preliminare del processo che lo vede imputato a Vicenza. Ma è rimasta accessibile solo un'ora: la commissione ha deciso ad un certo punto di secretarla, su richiesta del deputato Dal Moro (Pd) che stava formulando a Zonin diverse domande sui rapporti con gli organi di vigilanza interni ed esterni. Molti i «non ricordo» alle domande dei parlamentari.
Etruria, Veneto, Marche: tutti i raggiri delle banche ai risparmiatori
Il dissesto sotto gli occhi di tutti


L'udienza a Vicenza
L'ex presidente della Popolare di Vicenza è sotto inchiesta per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Centinaia di risparmiatori -almeno 700, tante sono le denunce presentate- sono pronti a costituirsi parte civile contro gli ex vertici della Popolare che ha azzerato il proprio patrimonio e quello di 120 mila azionisti. I risparmiatori avevano affidato alla banca i risparmi di una vita sicuri di sottoscrivere obbligazioni blindate ma erano stati tenuti all'oscuro dei rischi. Dopo due anni, i pm hanno chiesto il processo a carico di sette persone: oltre a Zonin, anche l'ex amministratore delegato Samuele Sorato, l'allora consigliere di amministrazione Giuseppe Zigliotto, e i tre ex vicedirettori Emanuele Giustini, Andrea Piazzetta e Paolo Marin, il dirigente che stendeva materialmente il bilancio, Massimiliano Pellegrini. Le ipotesi di reato sono per tutti di ostacolo alla vigilanza - di Banca d'Italia e Consob -, aggiotaggio e falso in prospetto. Zonin ha sempre ripetuto di non essere a conoscenza di quello che accadeva, e che all'interno della Popolare di Vicenza esisteva una «cupola» che per anni lo ha tenuto all'oscuro delle irregolarità. Nella memoria difensiva presentata dai suoi legali si legge che Zonin - tesi sostenuta anche oggi - ha condiviso e condivide la situazione dei risparmiatori e dei soci Bpvi che in due anni si sono visti azzerare il valore delle proprie azioni. L’ex presidente possiede in prima persona 51.920 azioni, mentre altre 319.839 azioni sono di proprietà di suoi familiari. Ma l'udienza di oggi è separata dal processo, e lo ha ribadito lo stesso presidente della commissione Pier Ferdinando Casini, ricordando che «questo non è un tribunale né un organo inquirente, non è un quarto grado di giudizio».



I controlli mancati
La commissione d'inchiesta sta cercando di far raccontare ai responsabili delle Venete che cosa è accaduto in questi anni e soprattutto quali siano stati i rapporti e le sollecitazioni di Bankitalia. L'obiettivo è quello di dimostrare che i controlli non hanno funzionato. La Banca d'Italia non ha «chiesto né incoraggiato né tanto meno favorito la Popolare Vicenza ad acquisire Banca Etruria», ha detto il capo della vigilanza Carmelo Barbagallo ascoltato dai commissari presieduti da Pier Ferdinando Casini sulla vicenda delle quattro banche poste in risoluzione. E quando gli è stato chiesto come mai la Banca d'Italia non pensò di bloccare fin da subito i tentativi di Zonin di comprarsi Etruria, vista la grave situazione in cui versava la sua banca, ha spiegato che nel giugno 2014, quando l'istituto di Zonin espresse interesse a comprare Etruria, per loro «la situazione di Vicenza risaliva all'ultima ispezione del 2012, da cui emergeva un'ampia capienza patrimoniale, senza una rischiosità enorme. Era una banca nella media». In sostanza, i gravi problemi della banca veneta vennero inizialmente fuori solo al termine del comprehensive assessment, un processo durato 10 mesi - da gennaio a ottobre 2014 - condotto in nome della bce ma da ispettori di Via Nazionale. Evidenze che avrebbero comunque fatto saltare l'operazione. E poi in maniera più conclamata con l'ispezione del 2015. Oggi Zonin ha ribadito che «non c'è stata nessuna pressione da nessuno e in nessun modo, era una idea del cda e del sottoscritto di avviare un processo» con Veneto Banca. «I rapporti con le istituzioni sono sempre stati improntati alla massima trasparenza e disponibilità perché questa era la filosofia del nostro cda», ha detto Zonin, che ha confermato l'incontro del 27 dicembre 2013 con il presidente di Veneto Banca Trinca in «una mia azienda agricola nel Friuli».



Perché non andò a buon fine l'acquisizione di Banca Etruria
«Decaduto il progetto Veneto Banca, sul mercato c'era qualche opportunità», dice Zonin, spiegando come l'interesse di Banca popolare di Vicenza si sia rivolta verso Banca Etruria: «Banca Rotschild e Lazard ci hanno indicato che c'era una possibilità di acquisire Banca Etruria. Noi eravamo già presenti in Toscana attraverso Cariprato e con Etruria saremmo diventati secondo istituto in Toscana dopo Mps», ha spiegato l'ex presidente della Popolare di Vicenza, che sognava una fusione che avrebbe creato un «grande gruppo veneto» e portato l'istituto ad avere «oltre 1000 sportelli mettendo insieme due peculiarità». L'operazione era più che un sogno, in realtà: «Ci siamo rivolti a Mediobanca come advisor e siamo arrivati a predisporre un'opa da 0,90 a 1 euro circa per azione. Abbiamo fatto un'opa da oltre 200 milioni, poi c'è stata la risposta negativa e abbiamo accantonato questo progetto». Ma, ha ribadito ancora una volta Zonin, pur avendo incontrato due volte il governatore Vincenzo Visco, «ordini da parte della Banca d'Italia per dire di fare un'acquisizione non ne abbiamo mai ricevuti».
I «finanziamenti baciati»
Secondo Zonin, il consiglio di amministrazione della Popolare di Vicenza non ebbe mai la conferma da parte degli organi di controllo interno, audit e consiglio sindacale, della presenza di finanziamenti baciati, ovvero prestiti concessi ai clienti-soci ricevendo in cambio un prestito garantito dalle azioni della banca. Un'operazione pericolosa perché a fronte delle svalutazioni nel valore delle azioni i soci-debitori si sono ritrovati con perdite di capitali tali da rendere difficilmente possibile la restituzione dei prestiti. L'ex presidente ha ricordato che «nel 2014 un dipendente che aveva cambiato banca aveva scritto una lettera dicendo che in qualche filiale venivano fatti finanziamenti baciati. La lettera data al direttore generale e a diversi uffici e alla fine l'organo di controllo ha guardato, ma non ha trovato nulla». Dell'esistenza di finanziamenti baciati «io l'ho saputo il 7 maggio 2015 dal capo ispettore Bce che mi ha convocato d'urgenza a Milano», ha detto Zonin.

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