domenica 25 febbraio 2018

Sulla primissima presenza umana nei dintorni di Racalmuto, non sappiamo null’altro se non quanto, con qualche ingenuità ed approssimazione da dilettante, ebbe a riferire, in una sua corrispondenza a W. Helbig, il solerte ingegnere delle ferrovie, Mauceri ([13]). Apprendiamo, così, che «le scoperte di tombe antichissime hanno un importantissimo riscontro nell’altipiano di Pietralonga tra Canicattì e Racalmuto, ove ebbi la fortuna di esaminare le tracce di un gruppo di tombe scoperte casualmente. La strada ferrata in costruzione, che va da Canicattì a Caldare, ... a circa dieci chilometri dalla prima città passa in una terrazza che si protende a sud-ovest di un altipiano tortuoso, costituito da un gran banco di roccia calcare non ancora denudato. In questa altura e su vari speroni rocciosi che in vari sensi si diramano, nella scorsa estate [1879] furono aperte parecchie cave di pietra per le costruzioni ferroviarie. Quivi i cavatori avanzando le loro cave in vari punti, ... incontrarono molte tombe che hanno una perfetta somiglianza con le altre precedentemente descritte.» ([14]) Si ha, quindi, la descrizione delle tombe, oggi non più rinvenibili. Esse «erano scavate - aggiunge il Mauceri - quasi tutte nei versante di levante e mezzogiorno dell’altipiano e dei contrafforti. La loro forma è assai varia; abbonda per lo più il tipo della tomba a pozzo, come quella di Passarello; ma sembra che talvolta le celle invece di due siano state tre e anche quattro. In un punto pare fosse stata aperta una specie di trincea, su cui poi furono scavate parecchie celle a pozzo, ma irregolari.  [...] La chiusura della bocca dei pozzi o dell’ingresso delle celle è sempre fatta con grossi massi irregolari, e in cui non scorgesi traccia di alcuna particolare lavoratura. Tutte le tombe, oltre a contenere più d’uno scheletro e parecchi vasi, contenevano anche molti ossami di animali, e terra grassa mista a cenere e carbonigia. Nessun utensile, né di pietra né di metallo.» ([15]) Segue la descrizione di n.° 11 reperti fittili, di cui viene fatta anche una riproduzione grafica. Trattasi di vasetti di terracotta, di frammenti di una “coppa di un vaso grande”, di “una specie di olla”, della “coppa di un calice”, di un “vaso di bucchero”, nonché di un “utensile di terracotta a forma di un corno”.  Non è questa le sede per riportare diffusamente la descrizione che fornisce il Mauceri: per gli appassionati, si fa rinvio alla pubblicazione ed alle tavole ivi allegate. La conclusione di quella corrispondenza contiene affermazioni che l’ulteriore sviluppo dell’archeologia ha solo in minima parte confermato. «Gli altopiani rocciosi e naturalmente muniti di Passarello, Pietrarossa, Fundarò e Pietralonga, ([16]) - conclude l’A. - nei cui contorni sonosi scoverte le tombe da me descritte, mi sembrano indicare il sito di altrettante dimore stabili dei Sicani, tanto più che ho osservato alle falde di ciascuno abbondanti sorgenti d’acqua. In ispecie a Pietralonga, chiunque esamini la contrada, troverà indicatissimo il sito di una città; ond’io ritengo che di queste notizie potrà in qualche guisa avvantaggiarsene la topografia antica di Sicilia, potendosi ivi collocare qualcuna delle città sicane (Ippona, Macella, Jeti, ecc.) di cui è tuttora incerta la giacitura.»

Dopo la descrizione di quel rinvenimento casuale, nessuna campagna di scavi è stata sinora portata avanti nel territorio racalmutese. Quell’antichissima - ma certa - presenza umana resta dunque per ogni altro verso oggi del tutto oscura. Si trattò di un popolo sicano, ma come quel popolo visse, con quale evoluzione, con quali strutture socio-economiche, si ignora del tutto. Possono solo avanzarsi congetture: ma esse risultano alla fine inappaganti.

Quel che le affioranti testimonianze archeologiche dimostrano con certezza è un policentrico insediamento sicano che può farsi risalire all’Età del Bronzo (1800-1400 a.C.) Oltre alla necropoli lungo la strada ferrata, nei pressi di Castrofilippo, di cui è cenno presso il Mauceri, il maggior nucleo è quello sulla fiancata della grotta di Fra Diego. Tombe rade, ma pur presenti, emergono vicino al Castelluccio, su un avvallamento del Serrone ed in altre contrade racalmutesi. Molto manomesse, ma non irriconoscibili, sono le tumulazioni sicane scavate in costoni calcarei sovrastanti la contrada di Casalvecchio o al confine tra il Saraceno e Sant’Anna.

Si sa che nel XIII-XII secolo a.C. si sviluppa nella media Valle del Platani un’articolata iconografia tombale micenea. E’ questo il tempo dei primi contatti con il mondo miceneo. Nella confinante Milena si rinvengono tombe a tholos e materiali del Mic. III B-C. Secondo il De Miro è da pensare «ad una miceneizzazione di questa parte dell’Isola tra il Salso ed il Platani, risalente a veri e propri stanziamenti di nuclei transmarini avvenuti nel XIII-XII secolo a.C., forse alla ricerca della via del salgemma.» ([17]) Il Monte Campanella di Milena, ove sono state rinvenute tombe a tholos con frammenti di vasi micenei e corredo di spade e pugnali di bronzo e un bacile cipriota del XIII secolo a.C., non è poi tanto lontano dalla necropoli di Fra Diego; eppure a Racalmuto nulla si è trovato, a memoria d’uomo, che comprovi un analogo influsso miceneo. Né vi è notizia di tombe a tholos in qualche punto dell’intero territorio di Racalmuto. Forse è da pensare che la civiltà sicana sia qui sparita sin dal XIII secolo a.C.? Lo stato delle conoscenze archeologiche porta a tale conclusione. Scompaiono, dunque, i Sicani o sopravvivono senza contaminazione? Ed in tal caso per quanti secoli ancora? Possiamo solo affermare con qualche fondamento che al tempo della colonizzazione interna dell’Agrigento greca, Racalmuto dovette essere pressoché disabitato, come la rarefazione delle testimonianze archeologiche paiono dimostrare.











In sintonia con Milena [vedasi appendice ([i])], Racalmuto fa risalire le sue ascendenze umane comprovate al Neolitico. La fase neolitica dei dintorni racalmutesi è variamente comprovata. «Frammenti di ceramica impressa [provenienti dalla] contrada Fontanazza presso Milena» [18] comproverebbero insediamenti umani risalenti addirittura al VI-V millennio a.C. La citata contrada non confina con il nostro territorio ma non sta molto discosta e se insediamenti umani vi erano in quella lontana epoca neolitica colà, non è poi azzardato congetturare che incuneamenti abitativi vi dovettero essere a Racalmuto. Futuri scavi archeologici – ne siamo certi – lo comproveranno. A Serra del Palco, sul versante ovest di Monte Campanella in Milena, scavi eseguiti negli anni 1981-82-83 hanno messo in luce «un insediamento del neolitico medio, ripreso attraverso i vari momenti dell’età del rame.» [19] Fu epoca questa – antichissima – in cui i nostri antenati seppero costruirsi le capanne abitative, il La Rosa propende per «introduzione della “cultura del recinto”» e ciò come peculiarità «del processo di neolitizzazione  della fascia sud-occidentale dell’Isola, determinato verosimilmente dall’arrivo di piccoli gruppi transmarini, rapidamente assimilati.» [20] E continuando con l’esimio archeologo, vaggiunto che « … l’episodio si consuma nell’ambito del neolitico medio, magari attardato [attorno al terzo millennio a.C. dunque, ndr] , e certamente in un momento anteriore alla introduzione della tessitura (nessun elemento di fuseruola è stato sinora restituito dallo scavo). […] La documentazione di questa “cultura del recinto”, la sua brevità, l’assenza finora di materiali più tardi di quelli stentinelliani associati a ceramica tricromica, sono dunque i dati di maggior rilevo per uno specifico approccio al fenomeno della neolitizzazione nella media valle del Platani.»

Lo sprofondo di Gargilata -  con le sue acque (ora purtroppo sparite), con monti gessosi (atti alle tombe e validi per la difesa), con la sua stretta contiguità alle zone archeologiche già indagate – fa affiorare ceramiche antichissime, che, quando verranno studiate, non potranno che dar la prova di un fenomeno di neolitizzazione anche in terra racalmutese: e la presenza umana verrà posticipata rispetta alla datazione del Griffo ma risulterà di sicuro presente già da prima del secondo millennio a.C., anche se, a quanto pare in base alle recenti risultanze archeologiche, non di molto.

 Sulla falsa riga di quanto tracciato da Carla Guzzone sul neolitico a Serra del Palco (vicina ed omologa al territorio nostrano di Nord-Est), ipotizziamo presenze umane racalmutesi del tutto analoghe a quelle evolutive del Neolitico (ben 5 momenti) e della successiva età del rame (due momenti). Per abbozzare un quadro di ampia massima, siamo costretti per il momento, in mancanza degli indispensabili e non più rinviabili scavi stratigrafici, a riecheggiare la sintesi della Guzzone [21]:

a)      il primo momento è quello dei fori sul banco roccioso, destinati all’alloggiamento di pali lignei per la perimetrazione e il sostegno della copertura di capanne;

b)     il secondo momento è quello delle capanne con battuti pavimentali;

c)      segue poi la fase monumentale; impianti realizzati con tecnica accurata (grossi blocchi rinzeppati da piccole pietre), con probabili alcove e con probabili contenitori di derrate;

d)     il quarto momentoè quello dei rifacimenti;

e)      un quinto ipotetico episodio edilizio sarebbe rappresentato (se davvero può riferirsi al neolitico) da un bel focolare impostato su di uno strato di giallastro.



Per un quadro d’assieme, con particolare riferimento all’età eneolitica, riportiamo queste note di sintesi di Laura Maniscalco:[22]

«L’età del rame … è rappresentata da un gran numero di stazioni. […] I siti individuati, sia attraverso scavi che da semplici ricognizioni sul terreno, sono tutti di carattere domestico, manca una altrettanto ampia documentazione relativa all'aspetto funerario. Alcune tombe a forno presenti nella zona e presumibilmente attribuibili a questo periodo, risultano violate da tempo.»

Discorso questo valido per le tombe a forno di Fra Diego: anche in riferimento alle affermazioni della Maniscalco, può dirsi che la nostra spettacolare necropoli di Gargilata va ricondotta temporalmente all’età del rame, a circa l’inizio del secondo millennio a.C. Vi si attagliano le risultanze archeologiche della vicina Rocca Aquilia la cui similarità e la cui propinquità con Gargilata sono incontestabili. Per quel che ce ne riferisce la Maniscalco, «i saggi eseguiti a Rocca Aquilia hanno restituito sequenze stratigrafiche complete dal tardo neolitico alla fine dell’età del rame.» Come dire sino alle soglie dell’età del bronzo, cioè ad immediato ridosso del secolo XVII. Ovvio che le date sono di mero riferimento, atteso il continuo ripensamento delle datazioni preistoriche.

Scavi recenti a Milena ragguagliano sulle presenze insediative risalenti alle fasi finali del bronzo antico; [23] quelle del bronzo medio sono state comunicate sin dalla loro individuazione nel 1988 dal prof. Vincenzo La Rosa [24]. Il continuum del vivere preistorico nell’hinterland del fiume Gallo d’oro, la cui ampia ansa dal Monte Castelluccio al Platani abbraccia anche i displuvi castellucciani racalmutesi, è ormai ampiamente ed esemplarmente documentato nell’area nissena; solo per risibili barriere circoscrizionali, ciò manca per le nostre ancor più ubertose plaghe.

A mo’ di nota conclusiva, per avere una chiave di lettura, della vicenda preistorica della civiltà sicana racalmutese, valgano questi stralci da uno studio di Fabrizio Nicoletti [25]:

«Non sappiamo se la nostra regione sia stata popolata in un periodo anteriore al neolitico. I reperti della grotta dell’Acqua Fitusa, a monte del fiume, lasciano sperare in future scoperte. Già da ora la nostra attenzione può concentrarsi su un gruppo di manufatti inquadrabili tipologicamente tra i pebble tools. [..] La cronologia dei discoidi è .. incerta, per quanto la loro presenza nel territorio risulti [piuttosto] capillare. Un bifacciale da contrada Cimicia, di forma ovale, sembra potersi confrontare con esemplari analoghi diffusi nella Sicilia centrale. Nella maggior parte dei casi si può pensare ad una datazione compresa tra il neolitico medio e le prime fasi dell’età del bronzo. […] Il neolitico, sin dai livelli più antichi di Serra del Palco-Mandria, vede la comparsa di quel singolare e ricercato vetro vulcanico che è l’ossidiana. La sua origine allogena non lascia dubbi circa la nascita di una rete di scambi che in questo periodo interessò la valle del Platani.[…] L’ossidiana grigia segue l’andamento generale: in ascesa durante la fase delle capanne, in declino durante quella dei recinti, in rapida ascesa alle soglie dell’eneolitico, quando diviene quasi l’unico tipo attestato.[…] Nonostante le consistenti importazioni di ossidiana, la materia prima maggiormente usata in tutti i periodi, almeno a partire dal neolitico medio, è una varietà di selce a grana fine dai colori variabili dal giallo-verde, al rosso, al marrone, spesso mescolati su un unico pezzo a testimonianza della medesima origine. […] L’industria del villaggio sommitale di Serra del Palco è la più tarda tra quelle conosciute nella media valle del Platani. Il progressivo sviluppo culturale dalle forme castellucciane a quelle thapsiane è in questo sito accompagnato dalla presenza di materiali micenei. […] C’è da chiedersi  quale possa essere stato il ruolo delle importazioni micenne in un radicale mutamento che, oltre agli aspetti già noti, sembra coinvolgere la stessa tecnologia litica. …»


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